Ma perché credo che l’uomo, ogni uomo, debba a se stesso la possibilità di una sempre ulteriore “chance”: non c’è fallimento da cui non si possa uscire, sconfitta da cui non ci si possa risollevare... e non per concessione di altri ma per il rispetto estremo che dobbiamo a noi stessi, e alla dignità e al valore della vita di cui siamo portatori e che per primi siamo chiamati a rispettare. L’uomo è un animale “simbolico”: ha bisogno di simboli per comunicare il proprio intimo e di eventi simbolici che lo stimolino a esprimersi per quello che è. L’inizio del nuovo anno ha appunto questa valenza simbolica: della nuova opportunità di vita che l’uomo da a se stesso e, per chi crede, che Dio prima ancora concede ad ognuno. Di ricominciare : non importa se da zero o da tre o da quattro : l’importante è ricominciare. Ecco perché penso che questa sia un’occasione da non banalizzare : ben vengano feste e brindisi, ma non tanto per scordarci il passato quanto per aprirci positivamente al futuro. E’ bello, per me credente, pensare all’inizio del nuovo anno ad un Dio che ti dice “non preoccuparti del passato : ecco ti è concessa una nuova occasione per fare quello che non hai fatto, per riparare quello che hai fatto male, per costruire qualcosa di nuovo”. Ma credo che sia bello per tutti, anche per chi non crede, sentire che all’inizio del nuovo anno ti venga data dall’Altro (e perciò dagli altri) un supplemento di fiducia. Mi ha fatto sempre impressione quella parabola in cui al contadino che vuole subito tagliare l’albero che non ha dato frutti il Signore del campo risponde : “no, lascialo ancora per un altro anno”. Ecco il punto : abbiamo bisogno di dare e ricevere fiducia. E forse l’inizio del nuovo anno è l’occasione per dirci scambievolmente “io ho fiducia in te” ! E forse le cose nel nuovo anno così andranno meglio ! Ingenuità la mia ? certamente ! Utopia, sogni ? certamente ? Dice però Leonardo Boff: “soltanto l’essere umano sogna nel sonno e nella veglia mondi nuovi, dove esistono rapporti più fraterni e un nuovo cielo e una nuova terra: le utopie non sono meccanismi di fuga facile dalle contraddizioni del presente. Esse appartengono alla stessa realtà dell’uomo come essere che continuamente progetta, disegna il futuro, vive di promesse e si alimenta di speranza. Sono le utopie che impediscono all’assurdo di impadronirsi della storia...”. Perché non sognare allora, all’inizio del nuovo anno, un mondo nuovo ? Perché non sognare con Paolo VI che volle proprio il 1° gennaio di ogni anno la celebrazione della giornata della Pace, proprio per pensare all’inizio del nuovo anno a quella civiltà dell’amore che tutti sogniamo ? L’Utopia, “l’isola-che-non-c’è”, la raggiunge solo chi ha il coraggio dell’avventura : “Ti piacerebbe correre un’avventura?” Così Peter Pan domanda a Wendy, quell’eterno bambino che non sa resistere alle avventure! La unicità e la irripetibilità delle persone e delle situazioni, le incognite della storia, il mistero dell’uomo e quello ancora più insondabile di Dio -tutte cose che ci fanno scontrare con l’inutilità delle ricette e delle formule precostituite - sono tutte cose queste che ci spingono all’inizio del nuovo anno verso l’avventura (letteralmente appunto ad-ventura: verso le cose che stanno per venire)! E a Wendy che non sa volare, Peter Pan svela il segreto: per saper volare bisogna pensare cose stupende! E la cose stupenda è la bontà di cui ognuno è portatore per sé e per gli altri : e la bontà sa non solo sognare ma anche fare cose stupende ! BUON ANNO a tutti dunque verso l’isola-che-non-c’è, e non dimenticate l’indirizzo: “seconda strada a destra e poi diritto fino al mattino”!!!
CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
giovedì 31 dicembre 2015
anno nuovo vita nuova
Nel tempo che scorre l’uomo può attingere all’eternità di Dio e dalla sua bontà, sperimentata attraverso le cose buone che ha creato, arrivare alla benevolenza verso l’altro. D’altronde la parola “anno” in ebraico ha la stessa radice del numero due, inteso come dualità e ripetizione: è la ripetizione ciclica del tempo che però lungi dal far ripiegare l’uomo su se stesso lo invita sempre ad aprirsi all’altro: il due infatti è il Bet, la casa che ha sempre la porta aperta perché si deve essere pronti ad accogliere gli ospiti e ad uscire per soccorrere i bisognosi. L’anno che ritorna è perciò la possibilità sempre riofferta dell’inizio di una vita nuova. Al di là delle alchimie sulle parole e sui numeri credo però sia importante scoprire allora il vecchio detto “anno nuovo, vita nuova”. Credo infatti che - se inteso nel giusto modo - parlare di buoni propositi e di buone intenzioni non sia all’inizio dell’anno nuovo un gesto “spropositato”. Non perché all’inizio dell’anno nuovo abbiamo bisogno di oroscopi rassicuranti e di debiti scongiuri per esorcizzare la paura del nuovo, del futuro che vogliamo migliore (ma in cosa poi ?) a tutti i costi ! In questo senso anche fare e scambiare auguri sarebbe ancora un rito pagano! Non perché sia poco educato parlare di bontà ed essere buoni per capodanno, né perché “porti sfiga”, come vulgariter si dice, comportarsi altrimenti (e allora meglio premunirsi con i talismani d’occasione, mutande rosse in prima fila !).
Ma perché credo che l’uomo, ogni uomo, debba a se stesso la possibilità di una sempre ulteriore “chance”: non c’è fallimento da cui non si possa uscire, sconfitta da cui non ci si possa risollevare... e non per concessione di altri ma per il rispetto estremo che dobbiamo a noi stessi, e alla dignità e al valore della vita di cui siamo portatori e che per primi siamo chiamati a rispettare. L’uomo è un animale “simbolico”: ha bisogno di simboli per comunicare il proprio intimo e di eventi simbolici che lo stimolino a esprimersi per quello che è. L’inizio del nuovo anno ha appunto questa valenza simbolica: della nuova opportunità di vita che l’uomo da a se stesso e, per chi crede, che Dio prima ancora concede ad ognuno. Di ricominciare : non importa se da zero o da tre o da quattro : l’importante è ricominciare. Ecco perché penso che questa sia un’occasione da non banalizzare : ben vengano feste e brindisi, ma non tanto per scordarci il passato quanto per aprirci positivamente al futuro. E’ bello, per me credente, pensare all’inizio del nuovo anno ad un Dio che ti dice “non preoccuparti del passato : ecco ti è concessa una nuova occasione per fare quello che non hai fatto, per riparare quello che hai fatto male, per costruire qualcosa di nuovo”. Ma credo che sia bello per tutti, anche per chi non crede, sentire che all’inizio del nuovo anno ti venga data dall’Altro (e perciò dagli altri) un supplemento di fiducia. Mi ha fatto sempre impressione quella parabola in cui al contadino che vuole subito tagliare l’albero che non ha dato frutti il Signore del campo risponde : “no, lascialo ancora per un altro anno”. Ecco il punto : abbiamo bisogno di dare e ricevere fiducia. E forse l’inizio del nuovo anno è l’occasione per dirci scambievolmente “io ho fiducia in te” ! E forse le cose nel nuovo anno così andranno meglio ! Ingenuità la mia ? certamente ! Utopia, sogni ? certamente ? Dice però Leonardo Boff: “soltanto l’essere umano sogna nel sonno e nella veglia mondi nuovi, dove esistono rapporti più fraterni e un nuovo cielo e una nuova terra: le utopie non sono meccanismi di fuga facile dalle contraddizioni del presente. Esse appartengono alla stessa realtà dell’uomo come essere che continuamente progetta, disegna il futuro, vive di promesse e si alimenta di speranza. Sono le utopie che impediscono all’assurdo di impadronirsi della storia...”. Perché non sognare allora, all’inizio del nuovo anno, un mondo nuovo ? Perché non sognare con Paolo VI che volle proprio il 1° gennaio di ogni anno la celebrazione della giornata della Pace, proprio per pensare all’inizio del nuovo anno a quella civiltà dell’amore che tutti sogniamo ? L’Utopia, “l’isola-che-non-c’è”, la raggiunge solo chi ha il coraggio dell’avventura : “Ti piacerebbe correre un’avventura?” Così Peter Pan domanda a Wendy, quell’eterno bambino che non sa resistere alle avventure! La unicità e la irripetibilità delle persone e delle situazioni, le incognite della storia, il mistero dell’uomo e quello ancora più insondabile di Dio -tutte cose che ci fanno scontrare con l’inutilità delle ricette e delle formule precostituite - sono tutte cose queste che ci spingono all’inizio del nuovo anno verso l’avventura (letteralmente appunto ad-ventura: verso le cose che stanno per venire)! E a Wendy che non sa volare, Peter Pan svela il segreto: per saper volare bisogna pensare cose stupende! E la cose stupenda è la bontà di cui ognuno è portatore per sé e per gli altri : e la bontà sa non solo sognare ma anche fare cose stupende ! BUON ANNO a tutti dunque verso l’isola-che-non-c’è, e non dimenticate l’indirizzo: “seconda strada a destra e poi diritto fino al mattino”!!!
Ma perché credo che l’uomo, ogni uomo, debba a se stesso la possibilità di una sempre ulteriore “chance”: non c’è fallimento da cui non si possa uscire, sconfitta da cui non ci si possa risollevare... e non per concessione di altri ma per il rispetto estremo che dobbiamo a noi stessi, e alla dignità e al valore della vita di cui siamo portatori e che per primi siamo chiamati a rispettare. L’uomo è un animale “simbolico”: ha bisogno di simboli per comunicare il proprio intimo e di eventi simbolici che lo stimolino a esprimersi per quello che è. L’inizio del nuovo anno ha appunto questa valenza simbolica: della nuova opportunità di vita che l’uomo da a se stesso e, per chi crede, che Dio prima ancora concede ad ognuno. Di ricominciare : non importa se da zero o da tre o da quattro : l’importante è ricominciare. Ecco perché penso che questa sia un’occasione da non banalizzare : ben vengano feste e brindisi, ma non tanto per scordarci il passato quanto per aprirci positivamente al futuro. E’ bello, per me credente, pensare all’inizio del nuovo anno ad un Dio che ti dice “non preoccuparti del passato : ecco ti è concessa una nuova occasione per fare quello che non hai fatto, per riparare quello che hai fatto male, per costruire qualcosa di nuovo”. Ma credo che sia bello per tutti, anche per chi non crede, sentire che all’inizio del nuovo anno ti venga data dall’Altro (e perciò dagli altri) un supplemento di fiducia. Mi ha fatto sempre impressione quella parabola in cui al contadino che vuole subito tagliare l’albero che non ha dato frutti il Signore del campo risponde : “no, lascialo ancora per un altro anno”. Ecco il punto : abbiamo bisogno di dare e ricevere fiducia. E forse l’inizio del nuovo anno è l’occasione per dirci scambievolmente “io ho fiducia in te” ! E forse le cose nel nuovo anno così andranno meglio ! Ingenuità la mia ? certamente ! Utopia, sogni ? certamente ? Dice però Leonardo Boff: “soltanto l’essere umano sogna nel sonno e nella veglia mondi nuovi, dove esistono rapporti più fraterni e un nuovo cielo e una nuova terra: le utopie non sono meccanismi di fuga facile dalle contraddizioni del presente. Esse appartengono alla stessa realtà dell’uomo come essere che continuamente progetta, disegna il futuro, vive di promesse e si alimenta di speranza. Sono le utopie che impediscono all’assurdo di impadronirsi della storia...”. Perché non sognare allora, all’inizio del nuovo anno, un mondo nuovo ? Perché non sognare con Paolo VI che volle proprio il 1° gennaio di ogni anno la celebrazione della giornata della Pace, proprio per pensare all’inizio del nuovo anno a quella civiltà dell’amore che tutti sogniamo ? L’Utopia, “l’isola-che-non-c’è”, la raggiunge solo chi ha il coraggio dell’avventura : “Ti piacerebbe correre un’avventura?” Così Peter Pan domanda a Wendy, quell’eterno bambino che non sa resistere alle avventure! La unicità e la irripetibilità delle persone e delle situazioni, le incognite della storia, il mistero dell’uomo e quello ancora più insondabile di Dio -tutte cose che ci fanno scontrare con l’inutilità delle ricette e delle formule precostituite - sono tutte cose queste che ci spingono all’inizio del nuovo anno verso l’avventura (letteralmente appunto ad-ventura: verso le cose che stanno per venire)! E a Wendy che non sa volare, Peter Pan svela il segreto: per saper volare bisogna pensare cose stupende! E la cose stupenda è la bontà di cui ognuno è portatore per sé e per gli altri : e la bontà sa non solo sognare ma anche fare cose stupende ! BUON ANNO a tutti dunque verso l’isola-che-non-c’è, e non dimenticate l’indirizzo: “seconda strada a destra e poi diritto fino al mattino”!!!
sabato 26 dicembre 2015
Laicità o anticlericalismo?
L’Italia è il paese delle dietrologie (“chissà
quali progetti politici ci stanno sotto - qualcuno si chiede, ad esempio, non appena i cattolici scendono in piazza, o – forse la
ricostituzione del partito cattolico? Quanti voti stanno raccogliendo per le
prossime elezioni?” ),
è la nazione in cui non si riesce assolutamente ad uscire dal “particolare” e a
pensare un po’ più in grande e al di là dei propri interessi , è la patria di un preteso laicismo che in realtà è solo sinonimo di
anticlericalismo! Certe espressioni e certe prese di posizione ricordano
l’atteggiamento massone e liberale che si respirava al tempo dell’unità
d’Italia. In Italia la Chiesa fa comodo solo quando si allinea
sulle posizioni degli altri “illuminati”, se invece si azzarda a rimanere
fedele al suo mandato e canta “fuori dal coro” allora non ha più diritto di
parola! Bella libertà e democrazia! Un esempio: in qualsiasi libreria della
laica Francia si possono trovare Bibbie e le pubblicazioni delle editrici
cattoliche; in Italia questo non avviene nemmeno per sogno: noi cattolici
abbiamo dovuto creare le librerie “cattoliche” per poter vendere i nostri libri
( con le conseguenze economiche che si possono immaginare). Allora di quale
laicità si parla? Di quale valori dell’Illuminismo cui molti si richiamano si
discute? Peccato: spesso in tante situazioni si perde l’occasione di fare
silenzio e, meglio ancora, di dare mostra di non essere schiavo dei propri
pregiudizi. Perché si sbaglia sempre la domanda di fondo: non è detto che si
debba essere necessariamente “contro”
qualcuno! Lo ha ribadito lo stesso Papa Giovanni Paolo II nella sua ultima giornata dei giovani a Roma, quando ha ricordato ai giovani che il
secolo uscente ha visto tante altre adunate oceaniche: chiamati a raccolta per
essere mandati contro qualcuno, seminando odi e rancori. Stavolta – ha detto il
Papa – non è così: voi non siete mandati contro qualcuno, voi siete mandati
“per” qualcuno, per il fratello, ogni fratello, che voi incontrerete sul vostro
cammino, per creare un mondo di fraternità, una civiltà dell’amore. Il fuoco da
accendere è ben diverso da quello dei nazionalismi, da ogni particolarismo che
inevitabilmente sfocia in conflitti e guerre, è il fuoco dell’amore: citando
Caterina da Siena (e chi può negare alla mistica la sua “passione civile”?) il
Papa ha detto ai giovani “se avrete il coraggio di essere quello che dovete
essere, brucerete il mondo”! Perché chi parla di libertà, fraternità e
uguaglianza invece non è contento di questo?
sabato 19 dicembre 2015
La cavalcata di san Giuseppe: parliamone prima con calma. Ecco cosa scrivevo nel 2000. Cosa rimane e cosa è cambiato?
Confesso di essere stato il
primo a stupirmi del dibattito animato
intorno alla Calvalcata. E non per il solito rumore che si fa intorno a questo
evento, a volte attento solo a note marginali o negative, quanto invece per la
positività con cui - a mio parere - una collettività intera si è interrogata in
fondo sulle proprie origini e sulle proprie tradizioni. Che nei crocicchi delle
strade, nei bar, nei circoli, nei servizi televisivi si parli di cavalli e bardature, ci si
interroghi se bisogna rimanere fermi al modo tradizionale di cucire ‘u balucu’
nei ‘manti’ o se bisogna aprirsi a nuove tecniche, se conta di più il cavallo o
il manto, se la cavalcata è ‘un’infiorata su cavalli’ o se basta un mazzo di
fiori e un filare di campane per bardare un cavallo, che ci si interroghi se è
giusta una premiazione o no e in che termini vada concepita... io credo che sia
altamente positivo. Perché al di là delle discussioni più o meno animate e
delle conclusioni alle quali si approda,
credo che il confrontarsi su un qualcosa che viene sentito come un
patrimonio comune da conservare, da tenere vivo, da tramandare alle nuove
generazioni non possa che fare bene ad
una città che, come qualsiasi collettività, se non vuole perdere la propria
identità, se vuole guardare in modo serio al futuro, non può prescindere dalla
propria storia e alla propria cultura. Spesso purtroppo ci si ferma alle
banalità quotidiane, tirando quasi a campare da un giorno all’altro, senza
avere il coraggio di confrontarsi né con il proprio passato né di proiettarsi
con intelligenza verso il futuro. Come pure spesso chi potrebbe avere un ruolo
determinante in questo progetto di recupero della memoria e della cultura della
nostra cittadina si fa distrarre da motivi forse più alla moda o che
solleticano di più il gusto di qualche elité piuttosto che aiutare un
ripensamento serio sulle proprie radici. E’ facile sparare a zero su certe
manifestazioni come obsolete, come è facile ridurre tutto a puro folklore e
attrazione turistica : ma il contatto con tante persone che in occasione
della Cavalcata e della festa di San Giuseppe ha voluto condividere con me la
propria idea, magari raccontandomi qualche aneddoto in proposito, mi ha dato
modo di vedere come ancora nonostante tutto non solo resistono tradizioni, ma
resiste quella bontà, quella genuinità di fondo che fanno di una tradizione una ‘sana’
tradizione ! E sono le sane tradizioni che a volte ci aiutano a trovare o
ritrovare il gusto della vita. Quando si
vedono i volti di tutti, sia dopo la Cavalcata come dopo tutta la festa - ma il
pensiero corre parallelo alla festa del Cristo Risorto per cui si potrebbe
ripetere pari pari quanto stiamo dicendo a proposito di Cavalcata - ritornare
sereni a casa, quasi soddisfatti per aver fatto una cosa che proprio così
andava fatta, allora uno comprende come abbia ragione quel grande studioso di
religiosità naturale che fu Mircea Eliade, nel definire queste esperienze come
quelle - e solo quelle - capaci di far aprire il profano al sacro e dal sacro
dare senso al profano e alla quotidianità dei giorni, la cui monotonia deve
essere rotta dall’esperienza della festa, l’unica capace di sublimare il dolore
dell’uomo. Perché la festa è importante e fondamentale anzitutto per chi la
celebra, per chi ne è protagonista, per chi vi si lascia coinvolgere. E non per
gli spettatori o i turisti. Perché questi vedono solo l’esterno, il folklore,
la curiosità, ma poi se ne vanno. La festa è di chi fa festa ! La gioia è
di chi fa la Cavalcata o di chi si ‘carica’ il Cristo Risorto : anche se
non ci fosse un solo spettatore o un solo turista. Per questo credo che non
bisogna indulgere a nessuna tentazione che vuol far diventare la Cavalcata o la
festa dell’Uomo Vivo uno spettacolo da osservare o un evento compreso in un
pacchetto prepagato per agenzie turistiche. L’evento culturale - e che qui si
fonde col religioso - è ben altro. Altrimenti trasformeremo le nostre feste in
eventi freddi come purtroppo avviene da alcuni anni ad esempio a Modica per la
‘Madonna vasa vasa’ in cui la gente assiste passivamente ad una
rappresentazione portata avanti da alcuni operatori pagati dal Comune, o per le
altre feste in cui i parroci devono pagare i portatori dei fercoli delle
statue ! Oppure arriveremo a organizzare Cavalcata e Pasqua ad agosto per
avere più turisti ! Qualcuno mi
dirà magari che mi sono fissato a ripetere sempre le solite cose : è vero,
ma è perché ci credo profondamente. Perché penso che sia questo mio compito,
anche come prete. Perché tutta l’esperienza di fede biblica si basa su una
categoria : quella del memoriale : l’uomo che non ricorda, l’uomo che
non ha memoria, l’uomo che non coltiva la memoria attraverso la tradizione,
cioè la trasmissione della memoria di padre in figlio, è un uomo morto. No,
anzi, non è mai esistito ! E confesso che la cosa mi preoccupa !
giovedì 17 dicembre 2015
Omelia apertura porta giubilare a Scicli
<<La fede
è la religione dei peccatori che cominciano a purificare se stessi per
Dio>>
Così scrive il Beato
cardinale Newman in una sua riflessione sul vangelo e la fede.
E’, a mio parere, una
definizione che va al cuore della nostra esperienza di fede e che è anche in
grado di illuminare non solo il rito dell’apertura della porta santa, ma lo
stesso anno giubilare che il santo Padre ha voluto con decisione, nel voler reindirizzare
tutto il cammino della Chiesa verso l’incontro di grazia e di misericordia con
Dio Padre, per mezzo del Cristo suo Figlio, nella forza dello Spirito santo.
Religione di
peccatori: così
afferma Newman.
La nostra è una storia
di peccato.
<<Un tempo
non era così; l’uomo fu creato giusto, e allora vedeva Dio; cadde, e perse
l’immagine e la presenza di Dio. Come potrà riacquistare il suo privilegio? …
Egli lo perse col peccato; lo deve quindi riguadagnare con la purezza …>>
così scrive ancora il
Cardinale Newman.
La fede cristiana
niente altro è che lo scoprirsi peccatori e sentirsi orfani di Dio, scoprire
ciò che il peccato ha provocato: la rottura della relazione e di comunione tra
l’anima e colui che l’ha fatta.
A causa del peccato
noi possiamo parlare alle sue creature, ma non possiamo parlare con lui.
La fede cristiana
nasce dunque come consapevolezza di un ritorno, di un reindirizzamento della
propria esistenza verso il Dio Creatore
e Signore di ogni cosa, come ci ha ammonito oggi Isaia:
Poiché così dice il Signore,
che ha creato i cieli,
egli, il Dio che ha plasmato
e fatto la terra e l’ha resa stabile,
non l’ha creata vuota,
ma l’ha plasmata perché fosse abitata:
«Io sono il Signore, non ce n’è altri.
Volgetevi a me e sarete salvi,
voi tutti confini della terra,
perché io sono Dio, non ce n’è altri.
che ha creato i cieli,
egli, il Dio che ha plasmato
e fatto la terra e l’ha resa stabile,
non l’ha creata vuota,
ma l’ha plasmata perché fosse abitata:
«Io sono il Signore, non ce n’è altri.
Volgetevi a me e sarete salvi,
voi tutti confini della terra,
perché io sono Dio, non ce n’è altri.
Ma se la fede cristiana è esperienza
del peccato, è ancor di più esperienza di perdono e di salvezza:
fede è religione di salvati
il peccatore, se lo vuole, può
sperimentare che il Creatore è anche il Salvatore, colui che libera e riscatta
dal peccato e dalla colpa. Il Dio giusto è colui che giustifica, cioè colui che
giudica il peccato e salva il peccatore, come ancora ci ha ricordato Isaia:
Lo giuro su me stesso,
dalla mia bocca esce la giustizia,
una parola che non torna indietro:
Si dirà: «Solo nel Signore
si trovano giustizia e potenza!».
Dal Signore otterrà giustizia e gloria
tutta la stirpe d’Israele.
dalla mia bocca esce la giustizia,
una parola che non torna indietro:
Si dirà: «Solo nel Signore
si trovano giustizia e potenza!».
Dal Signore otterrà giustizia e gloria
tutta la stirpe d’Israele.
Ma come salva il Signore? Come
giudica? Come rimette i peccati e le colpe?
<<Sia benedetto
Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli
ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una
speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non
marcisce. >> così inizia la prima lettera di Pietro.
La fede cristiana dunque
si caratterizza proprio in questo suo specifico: essere l’esperienza di chi sa
che la salvezza ci è donata da Dio per mezzo di Cristo suo Figlio.
Noi crediamo che, sì,
davvero, hanno stillato, i cieli, dall’alto
e le nubi hanno fatto piovere la giustizia;
e le nubi hanno fatto piovere la giustizia;
che, sì, davvero si
è aperta la terra e ha prodotto la salvezza
ed è germogliata insieme la giustizia.
ed è germogliata insieme la giustizia.
Sì, il Signore, ha creato tutto
questo.
Verità germoglierà dalla terra: Cristo, il Germoglio;
Verità germoglierà dalla terra: Cristo, il Germoglio;
giustizia si affaccerà dal cielo: Cristo, il Frutto;
Amore e verità s’incontreranno, giustizia
e pace si baceranno.
In Cristo giustizia e pace.
Cristo, il Giusto. L’unico Giusto.
Cristo, il Giusto. L’unico Giusto.
Cristo il salvatore, come cantano gli
angeli a Betlem:
«Non temete, ecco vi annunzio una
grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di
Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.
Si, oggi noi non abbiamo più bisogno
di aspettare altri salvatori:
«Sei tu colui che deve venire o
dobbiamo aspettare un altro?».
Noi confessiamo il Cristo come il veniente:
colui che è venuto, verrà e sempre viene a salvare.
Alla gente smarrita, oggi come ieri,
in cerca di salvatori e salvezze, noi diamo il lieto annuncio, noi
evangelizziamo la venuta del Salvatore e l’inaugurazione dell’anno di grazia
del Signore:
«Andate e riferite
a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli
zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti
risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non
trova in me motivo di scandalo!».
Il solo Salvatore.
Lo annuncerà in modo franco San
Pietro, il giorno di Pentecoste, a Gerusalemme:
<<In nessun altro c'è salvezza;
non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è
stabilito che possiamo essere salvati».
E questa salvezza è
dono gratuito, grazia:
<<Ma Dio, ricco di
misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che
eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti
siete stati salvati>> così ricorda Paolo agli Efesini.
E’ Cristo, infatti la giustizia di
Dio
Scrive papa Benedetto
in un suo messaggio quaresimale: <<L’annuncio cristiano risponde
positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo
nella Lettera ai Romani: “Ora invece, … si è manifestata la
giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che
credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi
della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per
mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito
apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue”
(3,21-25).
Quale è dunque la
giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non
è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che
l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici
dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che
si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo,
per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14).
In realtà, qui si
dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha
pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero
esorbitante>>.
Ma se l’uomo è stato
giustificato in Cristo, quale è questo cammino di purificazione che l’uomo deve
compiere, di cui parla il Cardinale Newman?
Non sono opere frutto
di volontarismo umano e protagonismo narcisista, quanto invece un aprirsi alla
grazia della salvezza attraverso la conversione e il coinvolgimento nella
stessa opera salvifica della croce attraverso i sacramenti.
Ecco allora il
senso del Giubileo:
anzitutto un
cammino di conversione: esso mette in evidenza che l’uomo non è un essere
autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso.
Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo:
uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria
indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della
sua amicizia.
E poi un modo,
attraverso le indulgenze e le opere penitenziali, un modo per immergersi nella
grande ricchezza della giustizia divina, con umiltà:
giacché - aggiunge ancora papa Benedetto - <<occorre
umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per
darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della
Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare
nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10),
la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore,
perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare>>.
Solo da questa
esperienza della giustizia più grande, dell’amore, che poi si riesce a
comprendere il dono di se stessi, nell’amore del Cristo, ai fratelli e al
prossimo.
<<Non c’è
amore più grande che dare la vita per i fratelli>>.
Senza questo orizzonte
di fede le stesse opere di misericordia e gli atti di carità che siamo chiamati
a porre come segno della vita nuova in Cristo, si riducono a meri gesti di
filantropia.
Accogliamo dunque oggi
l’appello alla conversione che ci viene da Dio tramite la Chiesa:
Ascolterò che cosa
dice Dio, il Signore:
egli annuncia la
pace.
Sì, la sua salvezza
è vicina a chi lo teme,
perché la sua
gloria abiti la nostra terra.
Cari fratelli e care sorelle,
quest’anno santo celebreremo
in modo speciale la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di
salvezza. Che questo tempo giubilare sia per ognuno di noi tempo di autentica
conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere
ogni giustizia e a rivelare il cuore misericordioso del Padre.
A lui sia gloria nei
secoli dei secoli. Amen.
mercoledì 16 dicembre 2015
L'asino, il bue... e la nuova creazione
Alluvioni e disboscamento, sconvolgimenti climatici … C’è di che parlare, anzi
se parla già molto. Forse troppo. E come al solito tanti parlano per tirare le
ragioni dalla propria parte. Io direi che anzitutto c’è di che pensare. Perché
molti riducono il tutto ad un problema “tecnico”: quasi fosse solo un problema
di migliore organizzazione, di protocolli di comportamento da definire. E con
buona pace di tutti – per me - non è nemmeno politico ( se non per qualche suo
aspetto). Prima ancora io direi che è un problema culturale e – per chi crede –
un problema teologico. Ma non in senso riduttivo (come una lettura
fondamentalista della Bibbia potrebbe indurre a credere) , falsamente apocalittico,
per cui la rovina del creato sarebbe l’indizio della prossima fine del mondo,
ma secondo una vera lettura del testo biblico in cui i dati dell’Apocalisse (ma
anche alcuni significativi testi paolini) riprendono le idee della Genesi e di
tutta la tradizione biblica. Tradizione che si potrebbe sintetizzare nella
seguente affermazione: pur avendo in sé anche una radice ontologica diversa,
l’uomo condivide il suo essere “animale” (nel senso etimologico di possessore
del “respiro della vita”) con tutte le altre creature, e per il suo essere
fatto di polvere del suolo condivide poi la stessa finitudine di tutta la
materia del creato. Per questo c’è una solidarietà tra l’uomo, gli animali
e il creato più stretta (e quindi più vincolante) di quanto si possa immaginare
a prima vista. Per questo un salmo può affermare “uomini e bestie tu salvi,
Signore”. Anzi il destino della salvezza per Paolo si estenderà a tutta la
creazione che per ora geme e soffre “le doglie del parto” finché “Dio sarà
tutto in ogni cosa del creato”. Il ruolo dell’uomo allora qui non è certo
quello di un dominio (che si è in pratica tradotto in sfruttamento irrazionale
del creato) ma di una salvaguardia “attiva” che conduce pian piano il creato
tutto verso la consapevolezza piena (la “noosfera” di Theilard De Chardin)
della sua finalità teo-logica. Perché il “paradiso” non sarà il luogo della
beatitudine solo delle anime (ahi! Dante, quanti danni hai fatto!): sarà la
“nuova creazione”, cioè l’universo interamente rinnovato e giunto alla pienezza
per cui era stato creato. Il racconto del primo capitolo della Genesi ci mostra
un principio che è anche la descrizione della meta finale. Ecco perché la
Bibbia ci parla non solo di immortalità dell’anima (ahi! Benedetta filosofia
greca infiltrata nella teologia, anche tu quanti danni hai fatto!) ma ci parla
di resurrezione dei corpi: il che già a dirsi è radicalmente diverso!
Confesso che il tema del creato
è, anche per un prete, un tema difficile da affrontare senza aver prima
superato tanti pregiudizi, primo fra tutti un “antropocentrismo” sbagliato che
ci fa sentire al centro del mondo e isolati dominatori dell’universo. Non è un
problema di ecologia o ambientalismo o animalismo, né si può risolvere il tutto
dell’unico destino dell’uomo e del creato facendolo discendere dalle scimmie.
E’ il problema di reimpostare un nuovo rapporto con tutta la creazione, a
partire dagli animali. La Bibbia testimonia episodi quale quello dell’asina di
Balaam capace di vedere l’angelo del Signore e di rimproverare il profeta che
invece non l’aveva visto (bellissima la meditazione di Paolo de Benedetti in
proposito). E gli animali a Ninive faranno anch’essi penitenza per la
predicazione di Giona. Ma anche la tradizione – e ci fermiamo a Scicli – ci
parla dei buoi che tiravano il carro col feretro di San Guglielmo che decidono
la chiesa dove deve essere seppellito, o dei buoi che a Jungi si inginocchiano
indicando il luogo dove era stata sepolta la pisside con il Santissimo
Sacramento rubata a Santa Maria La Nova. Per non parlare del Francesco che
predica agli uccelli e parla col lupo. E se non fossero solo fioretti?
E’ questa la domanda che mi sto
portando dentro in questi giorni: “e se la storia della mucca pazza ci dovesse
costringere non solo a cambiare abitudini alimentari ma il nostro stesso
rapporto con gli animali? E se il buco dell’ozono ci dovesse costringere non
solo a trovare fonti non inquinanti ma a ritornare a trovare nei cieli anche la
sede di Dio?”
Allora forse l’asino e il bue, la
stella e gli angeli del presepe quest’anno ci diranno qualcosa di più. E forse
diventeremo non soli più buoni.
Buon Natale.
lunedì 14 dicembre 2015
Natale festa della pace
Il tema può
sembrare a prima vista o banalmente scontato o sottilmente provocatorio.
Scontato, giacché per chi è cristiano è ovvio che
l’incarnazione del Verbo e la sua Nascita, così come tutta la sua storia di
salvezza culminata nella morte e risurrezione di Cristo, è l’evento da cui è
scaturita e può ancora scaturire una esperienza di pacificazione ai vari
livelli di relazione umana (con Dio, con gli altri uomini, con tutto il creato).
Provocatorio, perché – specie per chi non crede affatto o è
seguace di qualche altra religione – il nesso tra nascita di Gesù Cristo, e
quindi dell’affermarsi dell’esperienza cristiana, con la pace non sembra così
consequenziale. Anzi, addirittura proprio per stare in pace, specie nel
rapporto con altre istanze religiose, qualcuno ad esempio ha proposto di non
celebrare più il Natale o di non porre i segni della memoria natalizia di Gesù
nei luoghi pubblici. In questo senso sembrerebbe che proprio il Natale sia alla
base di litigi e contese. Ma è davvero così?
Per sgombrare il campo da ogni equivoco, chiariamo anzitutto
come la memoria del Natale, e quindi del suo rimando alla persona di Gesù di
Nazaret, solo da chi pensa in modo ignorantemente acritico e superficiale può
essere erroneamente intesa in modo offensivo nei riguardi delle altre due fedi
dichiaratamente monoteiste.
L’ebraismo ufficiale ed ortodosso ha da tempo superato e sue
preclusioni nei riguardi di Gesù, considerato oggi in tutta la sua ebraicità
come un grande ed illustre Rabbi, anzi, ci sono studi in cui è in piena
riconsiderazione e rivalutazione il suo rapporto con Dio e la sua
“messianicità”, seppur in senso lato: in questo senso certo non dispiace agli
ebrei la celebrazione di un loro fratello illustre.
Come pure è solo frutto di pregiudizio il fatto che si creda
che la realizzazione del presepe in classe o l’organizzazione di recite
scolastiche con la rievocazione della nascita di Gesù possa urtare od offendere
il credo o la sensibilità dei fedeli musulmani.
Al contrario
invece bisogna sottolineare cinque punti fondamentali per la fede islamica a
partire dai dati presenti nel Corano: Maria è considerata donna eletta da Dio
ed è onorata perché sempre vergine; Dio è lodato per la sua onnipotenza perché
ha fatto partorire una vergine senza intervento umano; Gesù, il figlio di
Maria, è dopo Maometto, il più grande profeta di tutti i tempi antichi; Maria e
Gesù ancora oggi sono molto venerati nel mondo islamico come figure di vera
obbedienza e sottomissione a Dio.
Nello stesso
Corano grande spazio è dato poi al racconto della nascita miracolosa di Gesù,
ispirata non ai vangeli canonici ma a quelli apocrifi, in particolare al
protovangelo di Giacomo. Il racconto del Natale di Gesù è descritto nella sura
19 detta “sura di Maria”, il cui nome deriva dal versetto 16 della stessa sura.
Maria è la donna
tramite la quale Allah ha voluto dare un segno particolare: “In verità o Maria
Allah ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del
mondo” (III, 42) e il segno è stato Gesù suo figlio, nato per volontà
dell'Altissimo, divina creazione nella generazione umana: “...un segno per le
genti e una misericordia da parte Nostra” (XIX, 21). Tutta la vicenda di Maria
è dolcemente contraddistinta dall'abbandono ad Allah e da una purezza delle
intenzioni che ne fa una figura angelicata;
Maometto disse che Maria, insieme a Fâtima, Khadîja e Asiya (la sposa di
Faraone che salvò Mosè dal Nilo) è una delle signore del Paradiso.
La festa del Natale dunque non può essere portata a pretesto
per fomentare uno scontro tra le religioni.
Anzi, più che muro potrebbe diventare un ponte per gettare le
basi di una pacifica convivenza civile nel rispetto e nella collaborazione tra
credenti di fedi diverse.
Ma credo che, al di sopra di questo livello interreligioso,
ci sia un altro livello su cui riflettere sul senso della celebrazione del
Natale di Gesù oggi.
Proprio guardando all’evento stesso di cui si fa memoria a
Natale.
La fede cristiana afferma che Gesù è il Logos, il Verbo di
Dio, che si fa carne, che si fa uomo: pur nella difficoltà di dire in parole e
concetti umani il mistero indicibile dell’eterno, qui si vuole dire che il
Logos, o se si vuole la Ratio, la divina sapienza, con cui il mondo è stato
creato e ordinato e che continua a reggere e dare fondamento a tutta la
creazione, proprio questo Logos si è fatto carne ed è venuto come uomo ad
abitare in mezzo a noi, come ci ricorda il Prologo del vangelo di Giovanni.
Proprio questa affermazione è capace di riconciliare, e
quindi essere fonte di pace, diverse istanze che a prima vista a qualcuno
potrebbero sembrare inconciliabili.
Giacché è lo stesso Logos, la stessa Ratio presente nella
creazione e nell’incarnazione, non ci dovrebbero essere contraddizioni o lotte
tra ragione e fede cristiana, tra scienza e fede, tra natura e grazia.
Una falsa concezione di secolarizzazione e di laicità ha
creduto e crede che queste realtà siano invece irriducibili e irriconducibili
al dialogo l’una con l’altra, quando invece si dovrebbe riconoscere che c’è
ragionevolezza nella fede cristiana e che ci sono le ragioni della fede che la
stessa ragione non comprende, per dirla con Pascal.
Se la fede senza ragione diventa integralismo, la stessa
ragione se non è purificata dalla fede diventa pure integralismo intollerante.
Il rifiuto del Logos come cifra che misura l’esistenza non è forse
all’origine della follia drammatica dei nostri giorni: ricordiamo che proprio
“il sonno della ragione genera i mostri”.
Anche chi non crede può, dunque, unirsi ai cristiani in
questa celebrazione del Logos/Ragione che è e deve essere a fondamento della
vita umana privata e sociale. A tal fine Joseph Ratzinger, come teologo prima e
come papa Benedetto XVI dopo, si è battuto per un dialogo col mondo
contemporaneo, invocando il recupero del Logos a livello etico, politico e
religioso.
Non invitò forse Benedetto a Ratisbona l’Islam a farsi
purificare dalla Ragione contro ogni integralismo?
Non invitò forse Benedetto al Parlamento tedesco a ricondurre
la politica nel solco della Ragione che solo può fondare una moralità per il
bene comune?
La celebrazione del Logos incarnato allora davvero può essere
fonte di pace.
“Gloria a Dio nelle altezze dei cieli e pace in terra agli
uomini destinatari della buona volontà, della buona disposizione di Dio nei
loro confronti!”
Così cantarono gli angeli al campo dei pastori.
Questo è il senso dell’incarnazione del Logos: l’annuncio e
il dono della pace per tutti gli uomini senza distinzione alcuna, perché tutti
oggetto della benevolenza di Dio.
L’augurio è dunque che ogni celebrazione del Natale di Gesù
sia un passo verso la pace e la fraternità, la giustizia e l’uguaglianza di tutti
nel mondo intero.
sabato 12 dicembre 2015
Essere parroco
Sono Parroco di San Giuseppe di Scicli.
Una nomina che per primo ha sorpreso
proprio me ! E che mi ha riempito
di gioia non tanto perché diventai parroco nella mia stessa città natale, ma
perché mi diede l’occasione di ‘sdebitarmi’ in un certo senso con il carissimo P.
Angelo Cargnin, di venerata memoria, per quanto lui ha fatto per me e per la
mia vocazione. Il ritornare a lavorare in quella stessa parrocchia di cui P.
Angelo è stato primo parroco e per cui ha speso tutte le sue energie fino alla
morte e dove io ho svolto il mio ministero di catechista fino all’accolitato,
ha per me il valore di un segno forte: come prete ho donato le forze in
qualsiasi luogo il Signore, tramite l’obbedienza al vescovo, mi ha chiamato e il
mio impegno sarebbe rimasto invariato anche se il vescovo mi avesse mandato
in qualsiasi altro luogo della diocesi, ma il fatto di essere stato chiamato
proprio a Scicli, e proprio a San Giuseppe, lo colsi come un rinnovato appello
a dare la vita certo per Cristo e la sua Chiesa, ma per quella Chiesa, per quel
popolo di Dio che vive, soffre e spera a Scicli. Una città di cui mi sento
figlio e che porto sempre con me nel cuore e per cui il giorno della mia prima
Messa ho offerto il mio sacerdozio. Quell’undici settembre 1988 infatti alla
consacrazione ho fatto un “patto” con il Signore: “io ti offro la mia
vita e il mio sacerdozio per la conversione di Scicli: non mi importa se
io sarò parroco a Scicli o meno, purché Scicli
si rinnovi nella fede dei padri”. E’ la prima volta che parlo di questo
(anche se tante volte in passato avrei voluto dirlo a quelli che mi
attribuivano mire di ‘conquista’ ora su questa ora su quell’altra parrocchia di
Scicli !!!) e lo faccio
per rimettermi ancora una volta nelle mani del Signore: come già dissi nella Messa di ingresso in parrocchia la mia gioia grande è stata anzitutto la
possibilità di poter rinnovare in questa occasione le promesse della mia
ordinazione. Per me è stato infatti quasi un rivivere il giorno della mia
ordinazione e come già per la mia prima messa salendo i gradini dell’altare ho
ripetuto quel versetto che ormai non si recita più: “salirò all’altare di Dio,
del Dio che rallegra la mia giovinezza !” (ma che io sottovoce continuo a recitare all'inizio di ogni messa). Da quel giorno sono passati anni : voglio approfittare di questo spazio per ringraziare quanti
(e più di quanto io stesso potessi immaginare) mi sono stati accanto in questo
momento importante della mia vita e che continuamente fino ad oggi mi fanno regalo della loro
stima. Ma scrivo anche per rispondere ad una domanda che molti mi fanno su come intendo il mio stile e il mio programma di parroco. Io qui confesso di non pensare
ad altri stili e ad altri programmi se non a quelli che il Cristo stesso ci
suggerisce con il suo esempio. Non penso a tante organizzazioni, a tante
attività, quanto ad offrire ai miei parrocchiani quella “compagnia della fede”
che sola la Chiesa può dare: la vicinanza del Cristo compagno’ di strada
che ci offre il viatico del suo Corpo e della sua Parola e che si fa carico
della pena di vivere dei fratelli. E poi, soprattutto, l’impegno-dono della
pace.
E' il tema che ho scelto fin dalla messa di ordinazione, con le parole di Paolo: noi fungiamo da ambasciatori di Cristo... vi scongiuriamo, lasciatevi riconciliare!
A fondamento di un ministero importante quale quello di parroco, in questo anno giubilare che stiamo per cominciare, credo che i sentimenti con cui un sacerdote si
appresti a vivere il suo ufficio non possano che essere quelli stessi del Papa:
cioè di sentirsi strumento di pace e di riconciliazione, della misericordia di Dio e per questo chiedere e
offrire perdono, a tutti, indistintamente. Solo cristiani
pacificati con se stessi e con gli altri
saranno portatori di pace nel mondo. Questo me lo auguro per la mia parrocchia,
per tutte le parrocchie di Scicli, per il bene della Chiesa, per il bene di
Scicli.
sabato 5 dicembre 2015
Il presepe? Un ponte, non un muro!
DEDICATO A TUTTI GLI IGNORANTI (PRESIDI, MAESTRE ED AFFINI) CHE CREDONO CHE IL NATALE OFFENDA I MUSULMANI: IN VERITA' L'ISLAM AMMIRA MARIA E LA SUA VERGINITA' E IL PARTO VERGINALE DI GESU' GRANDE PROFETA INVIATO DA DIO COME SEGNO PER LA CONVERSIONE DEGLI UOMINI.
IL CORANO SURA XIX “DI MARIA”
Il nome della sura deriva dal versetto 16 .
Maria è la donna tramite la quale Allah (gloria a Lui l'Altissimo) ha voluto dare un segno particolare: “In verità o Maria Allah ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del mondo” (III, 42) e il segno è stato Gesù suo figlio, nato per volontà dell'Altissimo, divina creazione nella generazione umana: “...un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra” (XIX, 21). Tutta la vicenda di Maria è dolcemente contraddistinta dall'abbandono ad Allah e da una purezza delle intenzioni che ne fa una figura angelicata; l'Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse che Maria, insieme a Fâtima, Khadîja e Asiya (la sposa di Faraone che salvò Mosè dal Nilo) è una delle signore del Paradiso.
In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.
Il nome della sura deriva dal versetto 16 .
Maria è la donna tramite la quale Allah (gloria a Lui l'Altissimo) ha voluto dare un segno particolare: “In verità o Maria Allah ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del mondo” (III, 42) e il segno è stato Gesù suo figlio, nato per volontà dell'Altissimo, divina creazione nella generazione umana: “...un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra” (XIX, 21). Tutta la vicenda di Maria è dolcemente contraddistinta dall'abbandono ad Allah e da una purezza delle intenzioni che ne fa una figura angelicata; l'Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) disse che Maria, insieme a Fâtima, Khadîja e Asiya (la sposa di Faraone che salvò Mosè dal Nilo) è una delle signore del Paradiso.
In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.
1. Kâf, Hâ', Ya', Aîn, Sâd.
LA NASCITA DÌ GESU’ DA MARIA VERGINE
16. Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente.
17. Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro Spirito* che assunse le sembianze di un uomo perfetto.
*[“il Nostro Spirito”: l'angelo Gabriele (pace su di lui)]
18. Disse [Maria]: “Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole, se sei [di Lui] timorato!”.
19. Rispose: “Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un figlio puro”.
20. Disse: “Come potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono certo una libertina?”.
21. Rispose: “È così. Il tuo Signore ha detto: "Ciò è facile per Me... Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. È cosa stabilita"”.
22. Lo concepì e, in quello stato, si ritirò in un luogo lontano.
23. I dolori del parto la condussero presso il tronco di una palma. Diceva: “Me disgraziata! Fossi morta prima di ciò e fossi già del tutto dimenticata!”.
24. Fu chiamata da sotto: “Non ti affliggere, ché certo il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi;
25. scuoti il tronco della palma: lascerà cadere su di te datteri freschi e maturi.
26. Mangia, bevi e rinfrancati. Se poi incontrerai qualcuno, di': "Ho fatto un voto al Compassionevole e oggi non parlerò a nessuno"”.
27. Tornò dai suoi portando [il bambino]. Dissero: “O Maria, hai commesso un abominio!
28. O sorella di Aronne, tuo padre non era un empio, né tua madre una libertina”.
29. Maria indicò loro [il bambino]. Dissero: “Come potremmo parlare con un infante nella culla?”,
30. [Ma Gesù] disse: “In verità, sono un servo di Allah. Mi ha dato la Scrittura e ha fatto di me un profeta.
31. Mi ha benedetto ovunque sia e mi ha imposto l'orazione e la decima finché avrò vita,
32. e la bontà verso colei che mi ha generato. Non mi ha fatto né violento, né miserabile.
33. Pace su di me, il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morrò e il Giorno in cui sarò resuscitato a nuova vita”.
34. Questo è Gesù, figlio di Maria, parola di verità della quale essi dubitano.
LA NASCITA DÌ GESU’ DA MARIA VERGINE
16. Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente.
17. Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro Spirito* che assunse le sembianze di un uomo perfetto.
*[“il Nostro Spirito”: l'angelo Gabriele (pace su di lui)]
18. Disse [Maria]: “Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole, se sei [di Lui] timorato!”.
19. Rispose: “Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un figlio puro”.
20. Disse: “Come potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono certo una libertina?”.
21. Rispose: “È così. Il tuo Signore ha detto: "Ciò è facile per Me... Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. È cosa stabilita"”.
22. Lo concepì e, in quello stato, si ritirò in un luogo lontano.
23. I dolori del parto la condussero presso il tronco di una palma. Diceva: “Me disgraziata! Fossi morta prima di ciò e fossi già del tutto dimenticata!”.
24. Fu chiamata da sotto: “Non ti affliggere, ché certo il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi;
25. scuoti il tronco della palma: lascerà cadere su di te datteri freschi e maturi.
26. Mangia, bevi e rinfrancati. Se poi incontrerai qualcuno, di': "Ho fatto un voto al Compassionevole e oggi non parlerò a nessuno"”.
27. Tornò dai suoi portando [il bambino]. Dissero: “O Maria, hai commesso un abominio!
28. O sorella di Aronne, tuo padre non era un empio, né tua madre una libertina”.
29. Maria indicò loro [il bambino]. Dissero: “Come potremmo parlare con un infante nella culla?”,
30. [Ma Gesù] disse: “In verità, sono un servo di Allah. Mi ha dato la Scrittura e ha fatto di me un profeta.
31. Mi ha benedetto ovunque sia e mi ha imposto l'orazione e la decima finché avrò vita,
32. e la bontà verso colei che mi ha generato. Non mi ha fatto né violento, né miserabile.
33. Pace su di me, il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morrò e il Giorno in cui sarò resuscitato a nuova vita”.
34. Questo è Gesù, figlio di Maria, parola di verità della quale essi dubitano.
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