lunedì 23 settembre 2013

Mah! Propenderei per il si!


La stampa francese non è tutta affetta da bergoglite allo stato acuto, come molti media nostrani. Quello che segue è un articolo apparso nei giorni scorsi su La Vie, nella traduzione di finesettimana.org che riporta molte considerazioni che andiamo facendo da tempo. E, comunque, non può non risentire nelle conclusioni dell'ambiente progressista da cui proviene.

                                  Jean Mercier. Il papa è demagogo?

Carismatico e popolare, Francesco non esita a compiere gesti che fanno centro e a lanciare formule che attirano l'attenzione. Non esagera un po' troppo?

La strategia mediatica ha la soluzione. Papa Francesco è un tipo come si deve. A sei mesi dalla sua elezione, il profluvio di critiche che si sono riversate su Benedetto XVI sono un lontano ricordo. Infine, i cattolici hanno un papa accettabile, Cosa che non si vedeva da più di 30 anni ...
E se Francesco fosse un po' demagogo, almeno in base ai nostri parametri culturali? L'idea mi solletica da alcune settimane... Mentre mi meraviglia la capacità di questo papa di parlarci con piena umanità, del suo contatto fisico con la "carne di Cristo" che sono poveri, sono a volte imbarazzato dalla sua capacità di seduzione che non è priva di una certa forma di manipolazione, che lui ne sia cosciente o meno.

Penso al suo modo di chiedere a quel giovane sconosciuto che chiama al telefono, di dargli del tu. Non c'è dubbio, è il genere di aneddoto che piace nelle redazioni francesi e del mondo intero!

Il colmo del genere è la conferenza stampa improvvisata sull'aereo al ritorno dalla GMG. Alcune parole hanno scatenato un'eccitazione senza precedenti. Quando si chiede al papa di posizionarsi sull'omosessualità, risponde: “Chi sono io per giudicare...?”
Tutto sta nel “Chi sono io?”. Ebbene, molto semplicemente: il papa... Ed è per questo che gli viene posta la domanda. E per questo la sua risposta fa discutere.
Anche se sono pienamente d'accordo con ciò che Francesco ha detto sull'atteggiamento della Chiesa nei confronti dei gay, non posso far a meno di storcere il naso. La sua risposta è o un modo di non assumere il suo stato, o una piroetta destinata a sedurre la totalità del pianeta mediatico per la sua umiltà – e fare pensare ad una “rivoluzione” sull'atteggiamento della Chiesa.

Il massimo è stato raggiunto nella famosa lettera ai non-credenti pubblicata su la Repubblica, destinata a Eugenio Scalfari. Magnifico colpo mediatico. Tuttavia, quando il papa spiega che il non credente può trovarsi libero da debiti davanti a Dio perché è stato fedele alla sua coscienza, non posso fare a meno di trovare l'argomentazione molto debole da tutti i punti di vista. Perché l'inferno è lastricato di buone intenzioni. I torturatori senza fede né legge vi dicono di avere la coscienza tranquilla. Senza dubbio sarebbe stato necessario che il papa entrasse un po' più addentro alla complessità dell'argomento...

Penso anche alla sua retorica contro il clericalismo, la ricchezza, i cristiani che tengono il broncio, l'ipocrisia dei cattolici, la banca del Vaticano (“San Pietro non aveva un conto in banca”, ecc...).
Tutto ciò che dice è vero, ma accarezza il lato “anti-istituzione” di diversi cattolici e non-credenti.
Lungi da me l'idea di ridurre il papa ad una sorta di saltimbanco che ci dice solo quello che vogliamo sentire. Ha parole esigenti, del genere che impedisce di dormire, come a Lampedusa, sul nostro egoismo. Lo chiamo addirittura il “defibrillatore”.

Sì, il papa è demagogo. Può essere davvero diversamente? I cardinali, il 13 marzo 2013, hanno scelto una personalità forte, su un programma di riconquista di fiducia nella Chiesa, sia della base cattolica che dell'opinione pubblica internazionale. Un papa capace di attirare l'attenzione in maniera positiva. Partendo da questa realtà, è normale e legittimo che Francesco stia al gioco esercitando una seduzione a 360 gradi.

Stare al gioco, disposto a giocare con i suoi interlocutori... Sull'aereo dell'andata a Rio, Francesco spiega che ha paura dei giornalisti e non concederà loro interviste. Al ritorno, si offre loro come nessun papa aveva mai osato fare, per 1h20, rispondendo a tutte le loro sollecitazioni. Manovra calcolata? Impossibile saperlo. In ogni caso, il successo di comunicazione è stato totale: la Chiesa, sembra, non è più omofoba. Bravo Francesco! E pazienza per la manipolazione del “Chi sono io?”

Allo stesso modo non servirebbe a niente voler ritrovare la stima degli atei, degli agnostici, delle persone “del dubbio” senza dir loro subito che sono brave persone e che Dio li benedice se sono fedeli alla loro coscienza. Perché se dovesse spiegar loro che devono illuminarla con la Rivelazione cristiana, cioè introdurre dei bemolle ed una batteria di condizioni, il potenziale di simpatia sarebbe intaccato, e l'operazione sarebbe annullata.

Il papa è quindi di una coerenza temibile. Bisogna pur mettere dalla propria parte le persone – in particolare quelli che costituiscono la doxa mediatica – prima di sollecitare la loro apertura del cuore su questioni cruciali. Ecco perché sono a favore della demagogia papale. Almeno all'inizio del pontificato.
Ricordiamoci che Bergoglio viene “dall'altro capo del mondo”, e più particolarmente dall'Argentina, un paese la cui cultura è caratterizzata dal populismo. Senza sorpresa, è normale che il papa approfitti della riconquista delle periferie esistenziali basandosi su quella cultura. Tanto più che quella strategia populista si basa su qualcosa di vero, di tangibile. Non si tratta di una “comunicazione pura”. Il papa non seduce solamente con discorsi choc, ma con gesti concreti e rotture reali (nella semplicità della vita).

Come si dice in Inghilterra: “He can talk the talk, but also walk the walk”. Cioè: il papa non è una persona che si accontenta di parlar bene, traccia la strada e la percorre fino in fondo, riconquistando una credibilità che l'uomo della strada non riconosceva al suo predecessore.

Un'altra cosa che rafforza il profilo di leader populista di Francesco: il suo lato leggermente autocratico. Nessuno si è agitato oltremisura quando il papa ha deciso di sopprimere il premio generalmente devoluto ai dipendenti del Vaticano in seguito alla sua elezione, né al modo con il quale ha deciso di canonizzare Giovanni XXIII senza il miracolo che sarebbe stato necessario, trascurando le regole vigenti.

Si potrebbe anche disquisire sul modo in cui ha deciso di rompere con la tradizione della lavanda dei piedi liturgica a San Pietro a Roma, con 12 preti che simboleggiano gli apostoli, ossia il memoriale dell'istituzione del sacerdozio da parte di Cristo, per trasferirlo alla prigione (includendo della donne). È molto forte, perché il papa “riapre” il gesto di Cristo sotto l'angolatura profetica, il che mi ha molto colpito personalmente. Ma sarebbe stato normale che un papa appena eletto (solo da 15 giorni) spiegasse questa rottura. Dei commentatori hanno allora sottolineato il rischio dell'arbitrario in materia liturgica... (A partire da questo, tutti i nostri preti hanno sufficiente possibilità di interpretare a loro modo il messale romano).

Bergoglio, nonostante la sua reputazione di “papa aperto” - per opposizione all' “oscurantista” Benedetto XVI!  - era conosciuto, come vescovo di Buenos Aires, per fare sempre di testa sua.

Come fa notare Andrea Gagliarducci in un articolo, gestisce ormai le cose in maniera diretta, poco collegiale, avendo la tendenza a evitare le mediazione...
Alcuni esempi. I cardinali che si ritroveranno per discutere del futuro della Chiesa all'inizio di ottobre a Roma sono stati scelti da lui e riferiranno solo a lui. Stessa cosa per la “pulizia” della Banca del Vaticano o l'audit finnziario e amministrativo. Si può capire che il papa non desideri che dei collaboratori “ben intenzionati” soffochino gli scandali scoperti man mano. Ma la verità è che impone un potere regale scomparso dalla fine del regno di Giovanni Paolo II, e sotto Benedetto XVI.

Nel suo articolo, Gagliarducci considera le recenti nomine del papa. Sottolinea che è andato al di là della legge scritta secondo la quale un segretario di Stato deve essere un cardinale, e il segretario generale dello Stato del Vaticano un arcivescovo. Il problema non è sapere se il papa ha torto o ragione, ma constatare che si prende delle libertà con il codice. “La riforma si fa per gradi, ma Francesco occupa la torre di controllo, e tutti seguono. Questo mostrerebbe che ascoltare le persone non implica un modo decisionale collegiale”. Così succede che la segreteria di Stato si trovi scaricata di un certo numero di dossier che andrebbero sulla scrivania del papa. E che incentri il suo lavoro sulla sua missione diplomatico-statale, perdendo una grande parte del potere acquisito sotto Benedetto XVI.


Autocrate, in maniera gentile ma certa, Francesco tiene fermamente le leve del comando. Chi mai se ne lamenterebbe? Nelle speculazioni prima del conclave, numerosi osservatori confidavano che la Chiesa aveva bisogno di un papa energico. “Il Panzer Kardinal” Ratzinger era stato troppo gentile con i cattivi, e il caos aveva avuto il sopravvento. Avevamo bisogno di un nuovo Pio XI, capace di far “paura” a coloro che, in Vaticano, volevano che niente cambiasse. Ma ce l'abbiamo, anche se con caratteristiche di Francesco d'Assisi. Lo Spirito Santo farà il resto.

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