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giovedì 20 luglio 2017

Grazie dei caffè: ovverossia del prete e dell'amicizia

Un mio amico mi ha riportato il commento di un conoscente che, tra le altre cose, credeva di aver scoperto il perché il bilancio dello Stato italiano è in deficit: “troppi preti in Italia: non solo non fanno niente per tutta la vita e poi pretendono pure la pensione! Qual è la loro utilità? Nessuna! E lo stato li deve pure pagare!”
Premesso che non è lo Stato che ci paga e che non toglie di tasca un centesimo ai cittadini, perché i miei 727 Euro mensili sono il frutto della generosità dei fedeli che firmano la devoluzione dell’otto per mille delle loro  tasse alla Chiesa Cattolica, e che per la misera pensione, che spero di arrivare a ricevere anch’io, il Fondo clero, che ci paghiamo direttamente noi preti, non prende niente a nessuno, la domanda sulla utilità dei preti non è da prendere sottogamba. Sia perché è indice di una mentalità ignorante, se non distorta, in materia: a Zappulla, ad esempio, una lettera anonima (il che è tutto dire) mi rimproverava che dopo anni di parroco ancora non avessi  fatto niente per la contrada e cioè non mi ero battuto per l’illuminazione delle strade, o per la piazzetta da asfaltare o per la sezione scolastica che volevano chiudere né mi ero schierato in occasione delle quote latte o della sede della discarica. Stranamente però si taceva dell’amministrazione dei sacramenti! Non è la prima volta che scrivo di questo argomento perché mi convinco sempre di più che la gente (e passi chi di fede non ne vuol sapere ma è scandaloso per la gente che si reputa di Chiesa e frequenta le nostre sacrestie) ha del prete una visione secolare, mondana e spesso opportunistica, ma non guarda al prete certo come Cristo lo ha voluto e come il Magistero della Chiesa insegna.  Purtroppo la mentalità attivistica è entrata anche in ambito ecclesiale per cui siamo spesso anche noi preti ad insinuare quell’idea che il prete è ciò che fa. Ma un  prete anzitutto vale per ciò che è. Confesso che il passare del tempo mi ha confermato ancora di più in questa idea. La domanda giusta non è cosa fa o a che serve un prete, ma sul suo essere. E il prete è l’Eucaristia che celebra. Non è qui il luogo di discettazioni teologiche in proposito, ma il senso del ministero sta tutto qui. Il prete è tutto in quella sua vita donata. In Cristo e come Cristo: “non c’è amore più grande di chi da la vita per i propri amici”. Sono stato nella chiesa di Sant’Ignazio a Praga, dove un curvo gesuita ottantenne, sostenuto dal sacrista, ha cantato in latino tutta la Messa e poi ha fatto la predica in ceco. Non ho capito una parola di quell’omelia, ma ne sono uscito edificato più di tante altre logorroiche esternazioni  fatte in casa nostra: da quegli occhi che si posavano sulla pagina evangelica e ne traevano sorridente ispirazione traspariva come   quella Messa era il canto d’amore di quel prete per il suo Dio e per i suoi fratelli a cui provava a comunicare quest’amore. Cosa avrà potuto fare negli anni dell’oppressione comunista questo povero prete? Niente! Ma è stato là a testimoniare la gratuità di una grazia che salva. E’ stato la testimonianza di un’amicizia. Perché è questo che Dio vuole: farsi amico, farci amici. E’ ciò che provo ad essere anch’io: amico, nonostante i miei limiti. Perché so che la via dell’amicizia (ma quella vera, non quella contrabbandata come tale ma che puzza di falso lontano un miglio) è la via maestra della testimonianza di fede: “vi ho chiamato amici” ci dice Gesù ed è quanto vorrei provare a ripetere a tutti quelli che mi è  dato di incontrare sulla mia strada. Per questo il peccato più grande per me è il tradimento di un’amicizia, in qualunque modo sia fatto. E confesso che la mia sofferenza più grande è il veder rifiutata la mano tesa in amicizia. Ho ricevuto dai miei genitori il grande dono del non saper tenere nessun rancore verso chi mi ha fatto del male e da loro ho appreso la grande lezione sull’amicizia: “meglio cento amici in piazza che cento onze in cassa”. Un mio altro vecchio amico venuto per le vacanze se ne è andato senza potermi offrire un caffè: in ogni bar dove entravamo c’era sempre qualcuno già pronto a farlo. Me lo ha fatto notare, dicendo che al Nord sarebbe impensabile! Ho risposto di esserne consapevole: sono anni che provo anch’io ma non c’è verso di pagare un caffè! E a volte provo un senso di timore e magari non entro nel bar o ci vado di nascosto! Però poi ringrazio il Signore e accetto il caffè non come atto di semplice cortesia ma come un vero e proprio gesto di amicizia. E prego di poter essere sempre segno di amicizia. Tanto ormai i miei parrocchiani e le brave suore ci sono abituati: sanno che i miei ritardi sono sempre dovuti  a quanti incontro lungo il  cammino e a cui credo sia giusto fare un cenno di saluto (“u salutu u lassau u Signori” mi ripetevano i miei e camminare con loro era sempre fare una via “a stazioni”), scambiare con loro qualche parola, ascoltare senza fretta quanto ti vogliono dire. Fosse per me, farei meno incontri e convegni e dibattiti e più chiacchierate con gli amici. Non è forse questo lo stile di Gesù di Nazareth a cui noi facciamo  fatica a ritornare?
Questa mia confessione ad alta voce vuole essere allora anche un grazie a tutti gli amici e compagni di strada e di piazza! Per tutti i caffè offerti e i passaggi con la macchina (ormai tutti sanno che sono uno dei due preti della diocesi di Noto che non ha patente) e anche per i semplici sorrisi e il saluto amichevole con cui sono sempre accolto quando ci incontriamo e le cortesie di cui spesso sono oggetto immeritatamente. Mi piace pensare che questi gesti provengano da una seppur a volte quasi inconsapevole consapevolezza (!) che l’essere del prete e quindi anche il rapporto con il prete si giochi tutto nella dimensione dell’amicizia. E di questo sono grato a voi e al Signore. Vi assicuro che tutti siete presenti nelle mie Messe più di quanto possiate immaginare. E’ il mio modo di ricambiare, per i miei fratelli e i miei amici “alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore”

E’ vero: il prete non lavora ed economicamente non rende. Non è utile. Come utilitaristicamente non è utile la grazia o la fede. C’è un libro a proposito dal titolo “La necessità dell’inutile”. Paradossalmente anche l’inutilità di Dio e della fede e della grazia a volte ci possono essere necessarie più del pane: perché “non di solo pane vive l’uomo”! L’inutilità della vita di un prete esprime, credo, questa paradossalità. E’ la lezione della gratuità, quanto può essere bello e gratuito un  caffè offerto in amicizia!

domenica 18 settembre 2016

DIALOGARE O CHIACCHIERARE?

 
Da Dibattito - Settembre 2016:

La rubrica che da anni tengo su questo giornale si intitola "confessioni ad alta voce". Se volete un titolo non originale, ma che scelsi per indicare ai lettori che il contenuto era da un lato strettamente privato, "confessioni" appunto, a partire dalle esperienze personali e dalle considerazioni altrettanto personali che non volevano e non vogliono coinvolgere il mio aspetto "istituzionale", ma d'altro lato confessioni proposte "in pubblico" perché motivato dalla convinzione che talune mie riflessioni, talvolta spinte fino anche alla provocazione, potessero essere utili ai miei lettori, non solo per la condivisione delle mie esperienze e riflessioni, ma anche per un confronto tra idee, seppur non sempre condivise o condivisibili, sulla linea dello stesso nome del giornale che mi ospita, Dibattito. E confesso che in questi anni non sono mancate le reazioni positive (bontà dei miei lettori) ai miei scritti, che mi hanno dato l'umana soddisfazione di sapere spesso di non essere il solo ad essersi formata una certa convinzione su un argomento, ma che il mio convincimento è compreso e condiviso anche da altri amici. Perché oggi scrivo tutto ciò ? Perché voglio mettere a parte i miei amici lettori di un'altra considerazione che sono andato via via maturando a partire dalla mia frequentazione delle rete web: mi riferisco a tutti i "luoghi" cosiddetti "social" quali Facebook, Messenger, WhatsApp e simili, per parlare solo dei più noti. Attenzione: non sono qui a fare la solita morale sulla bontà di tali mezzi o sulla loro negatività. Come ogni strumento la bontà o meno dipende da chi lo usa e come si usa: io internet lo uso ad esempio per cercare libri antichi altri per cercare invece immagini porno, ma come si dice, "ognunu arma a sua e cuscienzia a sua"! La mia considerazione va invece su un altro piano. Sul fatto che questi strumenti si dice siano nati "for connecting people" cioè per far incontrare le persone. E apparentemente sembra che siano riusciti nell'intento. Ognuno di noi su Facebook ha centinaia di amici; facciamo parte di diversi gruppi su WhatsApp e così via... Stiamo sempre a chattare in ogni ora e in ogni luogo... Questo dovrebbe aiutare e in un certo senso far crescere il confronto, la discussione, il dibattito, lo scambio di idee, la verifica su problematiche personali e comunitarie... Invece, paradossalmente, più siamo connessi, più banali sono i discorsi che si fanno: l'amico ci aggiorna di quando è come si sia alzato, di come ha fatto la cacca stamattina, l'amica della acconciatura o del piatto che farà a mezzogiorno... La mattina arrivano centinaia di buongiorno, ma mai uno che ti chieda come stai, che pena ti porti nel cuore, quale è la tua fatica di vivere, e, per chi crede, la fatica del credere. Magari c'è chi su Facebook mette "mi piace" a quello che scrivi o condividi: e questo è il massimo di quanto ci si possa aspettare, perché sono pochi quelli che hanno il coraggio di uscire allo scoperto e di manifestare apertamente le proprie idee. Ecco. Direi proprio che un nocciolo della questione stia proprio qui: nella scelta di non voler entrare mai pienamente in una questione per non esporsi, per un malinteso equivoco che tutte le idee si equivalgano e quindi "chi sono io per giudicare" se un altro ha una idea diversa dalla mia? E forse anche la paura di compromettersi, di dire cosa realmente si pensa, in cosa realmente si crede, in un mondo in cui è più facile e semplice seguire la moda dominante, pronti a cambiare idea appena il vento dell'opinione pubblica soffia in altra direzione o il politicamente corretto impone un linguaggio ipocrita buono per tutte le stagioni.
Talvolta su Facebook ho messo provocatoriamente la condivisione ad articoli proprio per provocare un dibattito, suscitando poche o nessuna reazione, poi metto una mia foto mentre mangio un vassoio di spaghetti o fumo il narghilè e allora vedo centinaia di condivisioni! Certo tutto ciò può essere pure gratificante, ma non è certo appagante.
Per me nato e cresciuto in un tempo in cui il dibattito e la dialettica erano il nostro pane quotidiano, così come la condivisione delle esperienze, anche in ambito ecclesiale, la banalità e la superficialità in cui tutti e a tutti i livelli ci si ferma, non soddisfa minimamente la mia voglia di apertura e di confronto. E perciò ho rivolto un invito ai miei amici: per favore, parliamo, di noi, dei nostri sogni, di cosa ci sta a cuore, dei problemi che ci affliggono... Per evitare che ognuno di noi se ne vada in giro chiuso come una monade nel suo mondo, senza porte e senza finestre, in mezzo agli altri ma non con gli altri. Alla ripresa delle attività dopo le ferie estive, credo che forse questo potrebbe essere un buon proposito: cercare e magari creare luoghi veri di incontro, dove si incontrino persone ed idee. Vere. Sincere. Perché tutto il resto sono chiacchiere vane.

lunedì 20 aprile 2015

del nascere...

C’è chi crede alle coincidenze e chi no, c’è chi pensa che le cose accadano per caso e chi invece vi legge il disvelarsi di un progetto divino. Senza cadere in visioni deterministiche, tuttavia penso che il nascere in un giorno piuttosto che in un altro, un qualche significato debba pure averlo. 
Io, ad esempio, sono nato a Scicli, in casa, di Venerdì santo, durante la processione tradizionale, mentre i simulacri dell’Addolorata e del Cristo morto della Chiesa di San Giovanni erano fermi davanti alla mia abitazione: e non credo che questa sia solo una coincidenza. Mi piace infatti credere che le “cifre” della mia storia, personale e sacerdotale, siano già state impresse nella mia vita a partire dal giorno della mia nascita: in tutta umiltà confesso che se non ci fosse il comune denominatore della mia nascita il venerdì santo, non saprei spiegare altrimenti le vicende della mia vita. Anzitutto infatti, nel mio nascere il venerdì santo, leggo la chiamata a condividere nella mia vita la stessa vicenda dolorosa del Servo sofferente che dà la vita per i molti: e questo sia attraverso il ministero sacerdotale, sia attraverso la partecipazione personale all’esperienza della croce, soprattutto della sofferenza spirituale. Non so quello che il Signore mi riserva per il futuro, ma so per certo che sarà inscritto nel mistero della croce e nel mistero dell’iniquità che la croce mette a nudo. Come già successo finora. Il Signore infatti mi ha dato una grazia particolare, quella che spesso la mia azione o la mia presenza riesca a far venire allo scoperto il peccato che si annida nell’animo dell’uomo, nel mio e in quello degli altri, e questo talvolta comporta sofferenza e lacerazioni. Ma è una grazia che si vive appunto nella partecipazione alla croce di Cristo. Chiamato a stare ai piedi della croce di Cristo, ho però avuto la grazia di trovarmi, come il discepolo prediletto, in compagnia della Madre Addolorata: è come se Cristo stesso il giorno della mia nascita mi avesse affidato a Maria. Potrei  dire che la devozione alla Madonna, nella mia vita, è nata con me.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché abbia raccontato oggi tutto questo: l’ho fatto perché, se la confessione, per un cristiano, come ci ricorda il grande sant’Agostino, è anzitutto confessione di lode, narrazione delle “gesta di Dio” che si sono sperimentate nella propria vita, anch’io, con queste mie - piccole e povere - confessioni ad alta voce, vorrei dare lode al Signore per le cose grandi che  ha operato in mio favore: non è proprio questo che il grande Agostino ci testimonia appunto nelle sue confessioni ? Non ho la pretesa di paragonarmi al Santo di Ippona, ma vorrei offrire umilmente la mia testimonianza perché anche altri possano essere aiutati a rileggere nella propria storia la presenza di Dio: se nella Bibbia ci viene testimoniato come il Dio che entra nella storia dell’uomo ed è presente nella vicenda esistenziale di questi fin dal suo essere concepito nel grembo della madre, allora già la nascita di un uomo (anche nelle sue modalità di tempo e luogo) porta inscritti i segni della sua  vocazione e della sua missione. Sta a noi poi riuscire a decifrarli.

Dunque il confessarsi è sempre un qualcosa che va al di là del semplice raccontare se stesso o le proprie idee o le proprie vicissitudini , è il mostrare come storia di Dio e storia dell’uomo si intrecciano nell’unica storia della salvezza 
Perché la croce non è mica uno scherzo. Ma il Signore ha voluto aiutarmi: si dice che chi nasce di venerdì sia “senza fiele”, dato che  il venerdì è il memoriale della morte del Cristo (e il fiele del peccato se 'è preso lui) e quindi del perdono per tutti i peccatori, chi nasce il venerdì si dice che non sappia odiare o tenere rancori. E meno male che io sono nato il venerdì santo: altrimenti come fare a perdonare il fratello o il confratello che ti pugnala alle spalle ?   
Ma Pasqua non è solo il venerdì santo: c’è il sabato santo, ed è il giorno del riposo nel sepolcro, del silenzio, della riflessione...
E poi c’è la domenica di Pasqua : il giorno della gioia e del rinnovamento. Anche qui il Signore mi ha voluto bene : mi ha fatto nascere il venerdì santo, ma almeno mi ha fatto nascere in un paese dove la domenica di pasqua “il gioia” della resurrezione si celebra davvero !


domenica 21 dicembre 2014

Amarcord?

Un vescovo della Campania l’anno scorso, chiacchierando sulla religiosità dei suoi fedeli, fra l’altro si lamentava dei guai che riescono a fare ogni anno gli emigranti o comunque i lontani che ritornano nei luoghi nativi per le ferie. Perché cominciano a criticare tutto in nome di un passato mitizzato al quale ci si riferisce come ad una specie di età dell’oro ! “Ah, non era così quando io ero qua, la festa del patrono non è più quella, la processione non dice più niente...” E così in nome di un preteso ricupero della memoria si cade in un fissismo che mortifica, nel caso ad esempio delle feste religiose, ogni cammino di crescita che intanto in tutti questi anni ha potuto fare la comunità ecclesiale. Quel vescovo ancora infatti mi confidava : “spesso tutto il lavoro di un parroco di un anno viene bruciato dall’arrivo di pretesi concittadini ma che di fatto sono ormai stranieri e che provocano disordini volendo riportare ad esempio lo svolgimento dei riti alle sequenze fissate nella loro memoria, dimenticando che c’è stata una riforma liturgica da cui non si può prescindere”. Queste parole mi venivano in mente nei giorni della calura estiva e più ci pensavo più mi sentivo di essere non solo d’accordo sull’analisi del vescovo in ambito ecclesiale, ma vedevo come questa analisi si potesse estendere benissimo anche a tutte le altre dimensioni del vivere investite da questo fenomeno della “rimembranza”. Se c’è un rito che confesso di mal sopportare è proprio quello di chi nostalgicamente (anche se non so se sia veramente questa la nostalgia) non fa che ripensare ai bei tempi della scuola, ai bei tempi dell’infanzia, ai bei tempi della famiglia... e allora magari non solo organizza le “rimpatriate” ma pretende anche che ogni vecchio compagno di scuola debba impersonare il solito copione : quello il buffone, quello il barzellettiere, quello l’intellettuale... dimenticando che si cresce, si cambia, e magari a chi era solito far sorridere gli altri adesso voglia di ridere ne è rimasta proprio poca ! E poi c’è chi pensando alla casa degli avi quasi ci rimane male nel trovarci la corrente elettrica e la televisione al posto della stalla e del lume a petrolio.  Ma poi ci sono i più pericolosi : quelli il cui allontanamento si è verificato non tanto in chilometri quanto in zeri nei conto correnti bancari e che il distacco dalla casa paterna è stato fatto bandendo dalla tavola fave e scorza di formaggio, salvo poi uscirsene ogni tanto con un “Ah, i sapori di una volta ! perché non fare una sagra per riassaggiare la scorza del formaggio ?” E se proprio la sagra non si può fare allora suppliscono le tante bettole e osterie e similari riciclate come sedi “agrituristiche” in cui paghi carissimo tutto il cibo che a casa non mangeresti mai e poi mai. Mi si perdoni forse la troppa ironia con cui sto trattando l’argomento, ma credo che il recupero del passato, quello vero, non sia questo. Questo sa di falso, di artefatto, di gente che magari per una sera accetta di mangiare con le mani perché fa “chic” ma che poi per tutto l’anno sarà perseguitata dalla fobia della pulizia e banchetterà con posate di marca ! Il passato, senza il recupero in un vissuto esistenziale vivo che lo rinnova e lo rilancia verso il futuro adeguandolo al presente, non è altro che una cosa morta. E come tutte le cose morte deve riposare in pace ! C’è una idolatria perniciosa del nuovo che fa distruggere il passato e così nega l’intelligenza del presente, ma c’è un’altra idolatria altrettanto pericolosa nel rimanere attaccati ad un passato che spesso in eguale misura ci fa negare il presente. C’è un momento in cui infatti bisogna avere il coraggio di lasciare che i morti seppelliscano i morti, con buona pace di tutti ! Perché credo che in chi si dedichi “all’amarcord” stagionale o duraturo che sia, sia presente sempre un non so che di adolescenziale, di un morboso legame all’infanzia che fa correre il rischio di non arrivare serenamente alla maturità. Il Dio in cui credo è un Dio che dice “non pensate più alle cose passate, ecco io ne faccio di nuove, non ve ne accorgete ?” Il mio Dio non è un archeologo e io non vorrei finire i miei giorni a fare il guardiano di un museo ! Perciò questa mia confessione ad alta voce ha stavolta quasi la valenza di un ex voto per grazia ricevuta : anche per quest’estate sono riuscito a non farmi coinvolgere nell’organizzazione di un incontro degli ex compagni di scuola, sono riuscito a dire di no a tutti gli inviti a mangiare in locali costosi,   sono riuscito a non farmi ammaliare dalle sirene dei falsi rimpianti... So che molti avranno da ridire su queste mie righe, che non saranno d’accordo...ma non posso fare a meno di essere sincero, anche se so che il prezzo dei miei rifiuti a tanti inviti è quello di farci la figura del misantropo. Ma volete mettere la pena di sentirsi ripetere per una serata “ah, ti ricordi di quando...” oppure “Ah, sei sempre lo stesso !” proprio quando tu hai fatto tu lo sforzo per dimenticare e sei cosciente di essere cambiato, al paragone di una serata al fresco (per il poco di quest’anno) sotto le stelle e nel silenzio assoluto ? Questa per me è l’estate ! O beata solitudo, o sola beatitudo !

sabato 14 dicembre 2013

La lezione evangelica del Piccolo Principe: "Se non diventerete come bambini..."

Mt 18,3 : Se non diventerete come bambini, non coglierete mai la potenza di Dio nella vostra vita.
La caratteristica del “piccolo” nel senso biblico del termine è l’atteggiamento di fiducia e di fedeltà. Fiducia nella bontà paterna di Dio che dà senso e fondamento al mondo e che lo libera dall’angoscia della pretesa autosuffcienza dei “grandi” che è aperta solo al fallimento. I piccoli della Bibbia non si lasciano abbagliare dal potere, dalla brama di notorietà, dalla carriera e dal danaro delle persone “grandi”, perché sanno che tutto ciò che è umanamente vero e serve alla pace non risiede in tutte queste cose ma può essere accessibile solo ai piccoli che non lo rubano ma lo ricevono in dono dal Padre: Mt 11,25 Ti benedico o Padre Signore del cielo e della terra perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno dei Cieli e le hai tenute nascoste ai sapienti e agli intelligenti.
Per i “grandi” sono importanti le distinzioni morali (quest’uomo è buono, quell’altro è un peccatore...), le differenze sociali (che tipo di casa ha, che automobile, quanti soldi ha in banca...) e formali (sapere quali sono le posate per il pesce, lavarsi le mani prima dei pasti...): a Gesù invece, il “piccolo” di Dio per eccellenza importa ciò che passa nel cuore di un uomo, quali pensieri e sentimenti porta in sé : Mc 7, 1-13
I “grandi” sono allora quelli che si sono adattati alla normalità della loro freddezza, del loro cinismo, della loro perdita di speranza, che si sono attaccati alle cose e al potere delle cose perché hanno perso ogni ideale, perché non attendono più nulla, che sono morti nel mezzo della vita, che sono letteralmente finiti e provocano la fine di quanto non è “adulto” come loro.
“Bambino, piccolo” nell’esperienza di fede è colui che sperimenta Dio come un Padre, e vincendo le paure degli uomini (Mt 6,27 ) ha aperto lo spazio del cuore illimitatamente a Dio.

Così mentre i “grandi” cercano di diventare adulti affrancandosi da Dio per legare la propria esistenza alle realtà mondane di cui presto o tardi si diventa schiavi, i “piccoli” della fede diventano adulti proprio perché restano bambini, in atteggiamento filiale nei confronti del Padre. E proprio la via dell’umanizzazione, fallita dai primi, è aperta ai secondi in tutta la sua pienezza: affidarsi nella fedeltà e nell’obbedienza al Padre è un’esperienza liberante, poiché è un collocarsi nella verità di Dio e della propria esistenza ed è proprio la verità a fare liberi (cfr. Gv): servire Dio è regnare, cioè possibilità di potersi realizzare compiutamente. Per questo un vero fedele è sempre “un piccolo principe”, perché è diventata pienamente padrone della propria vita e che si può incontrare come un fratello e amico per quella bontà disinteressata che non asserve e non mortifica. 

lunedì 9 dicembre 2013

Settanta anni fa Antoine de Saint Exupery pubblicava Il Piccolo Principe


 “Mi sarebbe piaciuto cominciare questo racconto come una storia di fate. Mi sarebbe piaciuto dire :
<< C’era una volta un piccolo principe che viveva su di un pianeta poco più grande di lui e aveva bisogno di un amico...>>
Per coloro che comprendono la vita, sarebbe stato molto più vero. Perché non mi piace che si legga il mio libro alla leggera.”
Settanta anni fa, esattamente il 6 aprile 1943, Antoine de Saint-Exupery pubblicava Il piccolo principe, il libro per cui la sua fama si estese e perdura tuttora in tutto il mondo. Dopo la Bibbia e altri capolavori è il libro che conosce più edizioni e traduzioni nelle più diverse lingue mondiali.
Perché un volumetto di poche pagine ha avuto tanta fortuna?
Il piccolo principe non è un libro che si può prendere alla leggera: lo esige l’autore stesso, nei panni dell’aviatore protagonista del racconto.
E questo anzitutto perché è un libro che comunica una esperienza personale che esige rispetto : “E’ un grande dispiacere per me confidare questi ricordi. Sono già sei anni che il mio amico se ne è andato con la sua pecora e io cerco di descriverlo per non dimenticarlo. E’ triste dimenticare un amico.”
Un’esperienza che, nel confronto col piccolo principe e con la sua avventura, ha aiutato il narratore aviatore/autore a riscoprire il fondamento della propria vita, nel recuperare il “bambino” che alberga nel cuore di ogni uomo e che il disincanto di una crescita sbagliata, “l’invecchiamento” come lo chiamerà Saint Exupery, fa correre il rischio di dimenticare : “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi se ne ricordano).”
Un’esperienza, nell’incontro col piccolo principe, che ha aiutato l’aviatore a rileggere e comprendere finalmente la sua vita e il rapporto con il mondo, con gli altri.
E’ – detto in parole povere – il momento della maturità. A cui non si arriva se non dopo un cammino spesso accidentato!
C’è infatti un momento nella vita in cui si è invitati a prendere quelle decisioni da cui dipenderà tutto il nostro futuro. E’ il momento della crescita, il momento in cui siamo chiamati a formarci un’identità definita. E’ il momento in cui siamo chiamati a diventare  non solo “grandi” di età ma anche adulti.
Ma non è un momento senza pericoli. Diventare adulti non è facile: c’è un modo giusto e c’è un modo sbagliato. L’aviatore/autore già da piccolo aveva intuito che il mondo dei grandi è strano, che spesso i grandi rinnegano la loro infanzia, che le valutazioni dei grandi non si accordano con quelle dei piccoli. Non era però riuscito a darsene una ragione e per questo si era rifugiato nella sua solitudine silenziosa :
“Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato <<Storie vissute della natura>>, vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale... Meditai a lungo sulle avventure della jungla. E a mia volta riuscii a tracciare il mio disegno. Il mio disegno numero uno... Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero : <<Spaventare ? Perché mai uno dovrebbe essere spaventato da un cappello ?>> Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero chiaramente che cos’era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi... Questa volta mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, all’aritmetica e alla grammatica. Fu così che a sei anni io rinunziai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore. Il fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno numero due mi aveva disanimato. I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta.”
Il problema che l’autore pone è allora questo: cosa significa essere adulti, accettare il “realismo” della gente comune (di chi è grande ma che non sa più vedere un boa che inghiotte un elefante) o starsene alla larga creandosi a propria volta un mondo dove poter spaziare nella propria solitudine?
“Allora scelsi un’altra professione e imparai a pilotare gli aeroplani. Ho volato un po’ sopra tutto il mondo: e veramente la geografia mi è stata molto utile. A colpo d’occhio posso distinguere la Cina dall’Arizona, e se uno si perde nella notte, questa sapienza è di grande aiuto. Ho incontrato molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata.
Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, ripetevo l’esperimento del mio disegno numero uno, che ho sempre conservato. Cercavo di capire così se era veramente una persona comprensiva. Ma, chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva : <<E’ un cappello>>.
E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle. Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte. E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto sensibile.”
Ma davvero bisogna  rinunciare a quello che si sente pur di “integrarsi” nel mondo dei “grandi”? E’ questo il prezzo da pagare per non sentirsi emarginati? Per sentirsi “integrati” con gli altri “grandi”?
Il tema che affronta il nostro racconto è a mio parere quanto mai attuale, in un tempo in cui anche gli stessi “adulti” spesso vivono con perplessità la loro crescita e rimandano ad un tempo indeterminato il loro addio alla adolescenza.
Il nostro autore ci testimonia infatti come si può correre il rischio di arrivare a essere “grandi” di età ma senza essere adulti, senza aver compreso niente della vita e di se stessi: rimanendo così in una specie di infantilismo in cui ci si rifiuta di crescere, di assumersi le proprie responsabilità, ci si ferma all’adolescenza (sul ponte, fra le due sponde, senza avere il coraggio di attraversarlo pienamente).
Per alcuni crescere è solo invecchiare, e per paura di invecchiare si finisce col rifiutarsi di crescere.
In psicologia viene definita la sindrome di Peter Pan! E quanti oggi se ne ammalano!
Ma ci può essere un modo per crescere mantenendo giovane lo spirito dentro di noi?
Come fare per mantenere anche da adulti uno sguardo da “infanzia spirituale” che ci permetta però il coraggio di assumere nelle proprie mani la propria crescita?
Qual è il segreto di una crescita nella giusta direzione ?
Il segreto sarà proprio il piccolo principe a svelarlo al nostro aviatore: in questo cammino di crescita, non si può fare tutto da soli,  c’è bisogno di aiuto, c’è bisogno sempre di un incontro con un altro che ti aiuti in questo lavoro di autocomprensione attraverso la comprensione dell’altro.
Nel cammino di crescita non si può essere autodidatti.
Non si cresce da soli. A crescere si impara da chi, prima di noi ha compiuto lo stesso cammino: in fondo anche il piccolo principe i segreti che rivela all’aviatore li ha appresi dall’amica volpe!
Questo è importante non solo per chi vuole crescere, ma anche per chi, come i genitori, saranno poi a loro volta i responsabili della crescita dei loro figli: non è facile accompagnare in questo cammino i piccoli che sono loro affidati.
Il rischio è quello di “navigare a vista”, alla giornata, prendendo decisioni spesso contraddittorie: per fare i genitori non ci si può abbandonare all’inventiva del momento.
Il rischio dei grandi è quello di  rinchiudersi nei propri sogni, rischiando di ingabbiare in questi sogni anche i propri figli.
L’intuizione di Saint Exupery sta proprio qua (e sta qui la fortuna del Piccolo Principe): nell’indicare un progetto educativo per se stessi e per chi è chiamato a fare il pedagogo, alla lettera, l’accompagnatore dei piccoli nella loro crescita. Educare non è facile, giacché per educare gli altri bisogna prima educare se stessi.
Non si può educare a crescere se prima a nostra volta non ci siamo fatti educare.
Non si può essere genitori se non si vive prima la figliolanza.
Per questo sono convinto che il Piccolo Principe possa rivelare ancora dopo settanta anni qualche suo segreto anche oggi a  genitori e figli il segreto della maturità umana.
Perché, come disse il suo autore, questa è una favola per adulti, non per bambini.

Ignazio La China


    La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa.   Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia...