Permettetemi una riflessione ancora una volta sulla storia e sulla nostra incapacità tante volte di
non saperla leggere fino in fondo e, soprattutto, sulla nostra incapacità di
tenerne il passo. Non mi riferisco al volgare “stare al passo coi tempi” perché
non è detto che questo sia sempre una virtù! Mi riferisco alla capacità di
quello che Papa Giovanni XXIII chiamava “aggiornamento”: cioè di saper leggere
i “segni dei tempi” per riuscire a cogliere al di là delle superficiali
contraddizioni il lento cammino di maturazione e di crescita dell’umanità.
Aggiornamento perciò significa capacità di non legarsi a schemi fissi, a pregiudizi,
a ideologie che la storia stessa spesso ha rivelato erronee o quantomeno
superate, e quindi capacità di aprirsi al nuovo, più che alle novità, con
onestà intellettuale e senza trasformismi. Aggiornamento che deve prendere le
mosse in ambito culturale da un fatto tanto semplice quanto a mio avviso tanto
importante: dallo stare attento cioè ai progressi degli studi e delle ricerche
delle varie discipline. Mi dà infatti sempre un senso di insofferenza il riscontrare in tanti una sorta di apatia
intellettuale, se non di pigrizia vera e propria, nel rimanere fermi alla
quattro cosucce imparate quando si andava a scuola senza poi la minima
preoccupazione di accrescere o rivedere criticamente il loro sapere.
Esemplifico, chiedendo scusa se mi limito solo al mio ambito di conoscenza, con
alcuni fatti riportati non certo per apologia! Già dai tempi del Concilio
Vaticano II (e quindi da più di un trentennio) ci fu il reciproco annullamento
delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli emesse con lo Scisma di Oriente, ma
i libri di storia non ne parlano ancora! anni fa è stato firmato un
documento storico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Luterana in cui si
riconosce che la dottrina luterana della giustificazione è componibile con la
fede della Chiesa con l’annullamento anche qui delle scomuniche reciproche,
facendo seguito al riconoscimento della validità delle intuizioni della Riforma
di Martin Lutero fatta da Giovanni Paolo II, ma a scuola si continua a
insegnare come se la “lite” dogmatica tra cattolici, luterani e ortodossi
continuasse e non fosse già finita. Con la revisione del processo di Galileo si
è visto come la condanna che subì fu quella di dover recitare una volta alla
settimana i sette salmi penitenziali e come alloggio cinque camere con vista sui
giardini vaticani e con cameriere personale, tutto a spese della Santa Sede:
altro che tortura e carcere! E se il rabbino capo di Roma al tempo del nazismo
alla fine della guerra si convertì al cristianesimo e prese il nome di Eugenio
in omaggio a quanto aveva fatto Papa Pio XII (Eugenio Pacelli) in favore degli
ebrei, ha ancora senso dare più credito alle fantasie di un commediografo di
parte sul silenzio della Chiesa per la Shoà? Aggiornamento in questo senso
significa allora il permettere alla verità di farsi strada, di ricomporsi dagli
strappi a cui spesso viene sottoposta, di venire fuori dalle costrizioni
partigiane e dalle tirannia delle opinioni. Perché quando, ad esempio, a non
aggiornarsi sono quei “professionisti” della cultura che dovrebbero essere gli
insegnanti, il risultato a volte è tragico: infatti si corre il rischio di
fornire agli studenti informazioni tendenziose se non addirittura false! Così
facendo non si riesce certamente né a fare un buon servizio alla verità e né
quindi a saper comprendere le vere ragioni della storia. “Pensare” la storia
credo che invece oggi sia un dovere imprescindibile per quanti non si vogliono
rassegnare a sentirsi quasi schiavi impotenti di avvenimenti che corrono il
rischio di prenderci la mano: e questo un uomo che vuole essere all’altezza del
suo ruolo nel mondo non se lo può permettere!
CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
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sabato 27 febbraio 2016
sabato 13 febbraio 2016
Chi educa oggi?
Passavamo davanti ad una casa, due bambine di un quattro
anni circa con in braccio ognuna una bambola giocano. Rallentiamo un po’ il
passo perché ormai non è più facile incontrare scene del genere. Ma il sapore
di quella scena serena dura poco. Una bambola scivola dalla mano di una bimba e
cade sul gradino della porta, la vuole raccogliere ma l’altra la ferma:
“aspetta facciamo un gioco” dice e io quasi mi fermo curioso. Nel frattempo
l’altra bimba si mette accanto alla porta e finge di telefonare: “Pronto
polizia? Si? Venite, c’è un maniaco che ha violentato una bimba. E poi le ha
staccato le mani e poi i piedi e poi la testa e poi l’ha ridotta in piccoli
pezzetti e poi ha pestato tutto coi piedi”. E questo detto con una naturalezza
e con un tono disincantato come se stesse ordinando un gelato. Vi confesso che
io e l’altro sacerdote che passeggiava con me ci siamo fermati allibiti e
sconcertati. Che dire? Che pensare? Immagine dei tempi d’oggi, frutto di ciò
che purtroppo si vede e si sente nelle nostre televisioni, evidenza di ciò che
la cronaca nera ci riporta tutti i giorni… Ci domandiamo che esempi stiamo dando
alle nuove generazioni. Ci interroghiamo sulla responsabilità educativa che
ognuno per sua parte dovrebbe sentire. Chi educa oggi? Chi dovrebbe educare
oggi? Educare: tra le altre cose significa formare ai valori. Ma nessuno oggi
ci pensa. Lo stato laico non può imporre valori, si dice: ma è proprio sicuro
che il contrario di uno stato “etico” sia uno stato amorale? La scuola non
educa più i giovani né al rispetto reciproco, né a quello per gli insegnanti e
comunque per gli adulti, né a tutti quei valori che costituiscono i fondamenti
di una civiltà: gli insegnanti scaricano la responsabilità sui genitori che
hanno abdicato al loro ruolo, e anche questo è vero. Ormai nessun padre osa
dire al figlio che un gesto o un comportamento sono sbagliati. Umilmente devo
riconoscere che anche nelle nostre parrocchie il tono si è abbassato di molto,
per paura che i giovani scappino via o per un malinteso senso di benevolenza
pastorale siamo pronti ad accettare o a subire anche comportamenti al limite
dell’educazione e della morale. Che fare? Spesso ne abbiamo parlato e non vogliamo ripeterci né fare gli eterni catoni pronti più a
censurare che ad indicare nuove strade. Un educatore tedesco dei primi del
novecento diceva che l’educazione delle nuove generazioni è ogni volta come
l’inculturazione dei barbari. I grandi devono accettare continuamente la sfida
di inculturare, cioè inserire nel solco della tradizione e della civiltà ogni
nuova generazione: perché ogni nuovo nato è un “barbaro” che deve essere
educato alle regole del gioco civile. Forse ci siamo illusi che questo
“incivilimento” avvenisse in modo automatico e senza bisogno di un intervento
degli adulti che aiutasse a “razionalizzare e interiorizzare i comportamenti”.
Abbiamo dato troppe cose per scontate: me ne accorgo quando do per scontato il
fatto che alcune esperienze, solo perché le abbia vissute io le abbiano vissute
anche gli altri, i miei alunni o i miei giovani. Poi però vedi che è
impossibile parlare di Moro se a quei tempi nessuno di loro era nato e quindi
loro la stella a cinque punte te la disegnano sulla lavagna come una decorazione
natalizia. Lo stesso, è impossibile parlare del Papa Buono dando per scontato
che ci si riferisca a Papa Giovanni se sono tutti sono i quindici anni. Perché il
guaio non è della loro piccola età, è dato dal fatto che nessuno ha mai
raccontato loro queste storie. Ugualmente nessuno ha mai detto loro come ci si
comporta in società. Gli ebrei a Pasqua invece sono obbligati a raccontare ai
figli la loro liberazione dall’Egitto: così è come se ogni generazione
ripetesse quell’esperienza. Io credo che una strada per uscire dalla barbarie
sia il recupero della memoria e della storia che ti fa sentire parte di un
popolo e di una civiltà: altrimenti sarà la fine! Immaginate cosa significhi
entrare in una classe a Scicli e scoprire che nessuno conosce S. Guglielmo o il
perché di altre tradizioni religiose come quella del Venerabile a Pasqua. Ma
domani si potrà pure dimenticare Hitler e i suoi efferati crimini, e allora
cosa succederà? “Un popolo che dimentica la sua storia è condannato a
riviverla” ha detto qualcuno. Mi auguro sinceramente che questo non avvenga.
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