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mercoledì 21 giugno 2017

I sogni della ragione generano mostri

C'era una volta un uomo che aveva un sogno. Un sogno bello, di un mondo nuovo, di una società nuova, di una nuova alba per lo spirito umano. Era un sogno che più cresceva e più carezzava, un sogno che diventava sempre più grande, al punto che gli sembrava a volte di essere lui stesso all’interno di quel sogno, di essere stato chiamato dal Fato ad essere il protagonista della realizzazione di un Progetto in cui l’Umanità nuova si sarebbe rivelata in tutta la sua pienezza. Una nuova civiltà di eguali, un’unica progenie di uomini belli, sani, forti, valorosi, pronti a combattere contro chi si fosse meschinamente opposto all’avanzare di questo nuovo Verbo in nome di interessi personali e particolaristici. Certo, si dovevano fare sacrifici, forse magari in principio imporli a chi non riusciva a capire tutta la grandiosità di questo progetto, la grande idealità nascosta in questo sogno, ma in vista di questo bene maggiore cosa sarebbe stato il sopportare un po’ di male? Avrebbe dato la vita per questo suo sogno e quando intorno a sé riuscì a radunare un numero di discepoli sempre più numeroso capì che ormai la strada per la sua realizzazione era stata imboccata in modo irreversibile. E cominciò a provare a far diventare realtà il suo sogno. Nel nuovo mondo non ci sarebbe stato spazio per la malattia e così penso di andare alla radice del problema: eliminare direttamente i malati. Si fecero così pian piano scomparire pazzi, affetti da qualsiasi genere di disturbo nervoso, handicappati e minorati fisici e psichici. Darwin aveva insegnato che la selezione della razza è il principio su cui si fonda l’evoluzione della natura e quindi del genere umano: come negare che una razza sola doveva essere selezionata tra le altre specie umane, la migliore e la portatrice di quanto di meglio c’era al mondo? Perciò nel nuovo mondo doveva rimanere solo una razza, matrice di giovani con gli occhi azzurri e i capelli d’oro, novelli principi azzurri del nuovo regno, e di belle e procaci giovani fattrici altrettanto bionde e capaci di generare figli e figli al servizio del nuovo ideale. Interi staff di medici furono incaricati di selezionare la razza, di scegliere il seme giusto per generare l’Uomo Nuovo, di provare a dare a tutti lo stesso colore degli occhi e dei capelli, lo stesso sangue di questa nuova specie. Di conseguenza poi nel nuovo mondo non ci doveva essere spazio per la diversità di ogni specie, come comporla con l’unità e l’unitarietà del nuovo popolo? E così chi praticava una fede religiosa o politica diversa, chi non riusciva a sognare lo stesso sogno,  chi aveva sogni diversi, chi si sentiva animato da sentimenti diversi, omosessuali, zingari che non provavano nessun amore di patria, e poi i diversi e traditori per eccellenza gli ebrei, considerati i cavalli di Troia di ogni società, tutti costoro dovevano lasciare spazio agli uomini nuovi. E anche qui la soluzione doveva essere radicale, finale: come si bruciano le erbacce in un campo prima della nuova semina. Chi magari oggi non comprendeva, dopo avrebbe compreso e ringraziato chi aveva avuto il coraggio di fare una così grande pulizia, di avviare la grande rivoluzione, di avviare il processo di nascita del nuovo mondo. I sogni si sa, diventano sempre più grandi, e più crescono più cresce la voglia di condividerli con altri: così ebbe la voglia e la gioia immensa di condividerli anche con gli abitanti dei paesi vicini, abbattendo le frontiere nazionali che ormai non avrebbero avuto più senso davanti al nuovo unico grande popolo nuovo. E prima o poi tutto il mondo avrebbe beneficiato degli effetti benefici del suo sogno. Peccato che non sia stato compreso! Gente incapace di guardare al futuro e al progresso, ai benefici della scienza e della tecnica, pertinacemente attaccata a ideali e valori passati, chiusa in un ghetto oscurantista, mandò in frantumi il suo sogno. E purtroppo  l’umanità è dovuta rimanere variegata per forme, colori, tradizioni, pensieri e affetti. Siamo rimasti diversi, l’uguaglianza è rimasto un mito: riusciremo mai a essere tutti identici e perfetti, l’uno simile all’altro per peso, altezza, colore di occhi e capelli, codice genetico e corredo cromosomico? Riusciremo mai a correggere gli errori di una natura matrigna e antidemocratica che non ci crea uguali gli uni con gli altri? E a correggere le differenza tra sani e malati, tra maschi e femmine, tra fertili e sterili? Perché la natura deve dare ad uno tre figli e ad uno nessuno? No, non c’è democrazia in questo! Un grande sogno bloccato da una minoranza reazionaria! Ma oggi c’è chi sta avendo il coraggio di rivivere quel sogno, di riprenderne la sua realizzazione da dove era stato interrotto: di questi uomini molti sentono il bisogno per riprendere sempre il cammino verso le magnifiche sorti e progressive dell’umanità, uomini che giustamente meriterebbero il titolo di benefattori del genere umano. Cosa che purtroppo pochi oggi comprendono. E fra questi pochi confesso di esserci anch’io. Perché il nome di quel sognatore era Adolf Hitler e se fosse andato avanti il suo sogno, io, piccolo brutto e nero, a quest’ora non sarei qui a scrivere di queste cose ma soprattutto a gioire, a piangere e ad amare qui con voi. Perché la mia esistenza è tutta un inno struggente alla vita che in ogni caso è degna di essere vissuta. Anch’io fui in principio un embrione e ringrazio i miei genitori perché ebbero il coraggio di scommettere sulla Vita. E di fidarsi del cuore. Perché “ il sogno (e non ‘il sonno’, come recita il detto filologicamente corretto del famoso monito di Goya) della ragione genera i mostri”. Goya non temeva infatti chi riconosceva che accanto all’ esprit de geometrie ha diritto di esistere anche l’ esprit de finesse e che la ratio non fosse l’ultima istanza del sapere umano: Goya temeva le pretese illuministiche che elevavano la ragione a Dea a cui sacrificare la libertà e la dignità dell’individuo. Perché se il progetto più bello per imporsi ha bisogno di sacrificare l’uomo allora non  è più un progetto umano (e ce lo ricorda proprio Kant preso a portabandiera dell’Illuminismo: l’uomo è sempre il fine, non può essere mai ridotto a mezzo per raggiungere altri fini) ma una aberrazione della ragione umana, è follia. E’ la lucida follia del sogno di Hitler (ma nel sogno folle dell’uomo nuovo da imporre con forza e con tutti i mezzi della scienza e della tecnica non c’è diversità ad esempio con Stalin e Mao e Ho Ci Min )  dei suoi epigoni che oggi ritorna in forma nuova e più subdola, alimentata dalla tentazione di Faust ( con la scusa di arrivare a curare e sconfiggere ogni malattia) che poi è la più antica delle tentazioni: “sarete come Dio”. Quando l’uomo sogna di essere un dio e vuole farsi arbitro di ciò che è bene e ciò che è male, manipolando le regole stesse della vita non fa che generare mostri. La storia del Golem di Praga (riletta nel mito cinematografico di Frankstein) ce lo insegna. E così l’uomo annichila se stesso: la manipolazione della vita umana si risolve in un suicidio. Forse ricordarlo oggi è più che mai necessario.

giovedì 3 ottobre 2013

Card. Biffi: "l'anticristo è sempre vegetariano"


Nel corso degli Esercizi spirituali al Pontefice e alla Curia Romana, martedì 27 febbraio, il Cardinale Giacomo Biffi ha riflettuto su “L’ammonimento profetico di Vladimir S. Solovev”. (cosa che, ricordiamo, fece già alcuni anni orsono n.d.r.)

Facendo riferimento in particolare all’opera del filosofo russo “I tre dialoghi e il racconto dell'anticristo”, l’Arcivescovo emerito di Bologna ha ricordato che “l’anticristo si presenta come pacifista, ecologista ed ecumenista. Convocherà un Concilio ecumenico e cercherà il consenso di tutte le confessioni cristiane concedendo qualcosa ad ognuno. Le masse lo seguiranno, tranne dei piccoli gruppetti di cattolici, ortodossi e protestanti”.

Secondo la sintesi del discorso del porporato offerto dalla “Radio Vaticana”, il Cardinale Biffi avrebbe spiegato che “l’insegnamento lasciatoci dal grande filosofo russo è che il Cristianesimo non può essere ridotto ad un insieme di valori. Al centro dell’essere cristiani c’è infatti l’incontro personale con Gesù Cristo”.

“Verranno giorni in cui nella cristianità si tenterà di risolvere il fatto salvifico in una mera serie di valori”, ha scritto nella sua ultima opera nell’anno 1900 il filosofo russo Vladimir Solovev, che con grande acume aveva profetizzato le tragedie del XX secolo.

Nel “racconto breve dell’Anticristo” Solovev scrive che “Incalzati dall’anticristo, quel piccolo gruppetto di cattolici, ortodossi e protestanti risponderanno all’anticristo: 'Tu ci dai tutto, tranne ciò che ci interessa, Gesù Cristo'”.

Per il Cardinale Biffi questo racconto è un ammonimento. “Oggi, infatti, corriamo il rischio di avere un Cristianesimo che mette tra parentesi Gesù con la sua Croce e Risurrezione”.

L’Arcivescovo emerito di Bologna ha spiegato che se i cristiani si “limitassero a parlare di valori condivisibili saremmo ben più accettabili nelle trasmissioni televisive come nei salotti. Ma così avremmo rinunciato a Gesù, alla realtà sconvolgente della Risurrezione”.

Per il Cardinale Biffi è questo il “pericolo che i cristiani corrono nei nostri tempi”, perché “il Figlio di Dio, non è traducibile in una serie di buoni progetti omologabili con la mentalità mondana dominante”.

“Tuttavia - ha precisato il porporato - tutto ciò non significa una condanna dei valori, che tuttavia vanno sottoposti ad un attento discernimento. Ci sono, infatti, valori assoluti come il bene, il vero, il bello. Chi li percepisce e li ama, ama anche Cristo, anche se non lo sa, perché Lui è la verità, la bellezza, la giustizia”.

Il Predicatore degli Esercizi spirituali per la Quaresima di quest'anno ha quindi precisato che “ci sono valori relativi come la solidarietà, l’amore per la pace e il rispetto per la natura. Se questi si assolutizzano, sradicandosi o perfino contrapponendosi all’annuncio del fatto salvifico, allora questi valori diventano istigazioni all’idolatria e ostacoli sulla strada della Salvezza”.

In conclusione, il Cardinale Biffi ha affermato che “se il cristiano per aprirsi al mondo e dialogare con tutti, stempera il fatto salvifico, preclude la sua connessione personale con Gesù e si ritrova dalla parte dell’anticristo”.

Sull’anticristo e sul romanzo di Solovev, il Cardinale Biffi aveva già svolto una dettagliata relazione il 4 marzo del 2000 in una conferenza organizzata dal centro Culturale E. Manfredini e dalla Fondazione Russia Cristiana. Il testo del suo intervento è stato poi riportato per intero nel libro “Pinocchio, Peppone, l’Anticristo” (Cantagalli 2005).

In quell’intervento Ricordando le parole profetiche del filosofo russo, il Cardinale di Bologna aveva detto: “Soprattutto è stupefacente la perspicacia con cui (Solovev) descrive la grande crisi che colpirà il cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento, crisi che Soloviev vede come l'Anticristo che riesce a influenzare e a condizionare un pò tutti, quasi emblema, ipostatizzazione della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni”.

“L'Anticristo – proseguiva – sarà 'convinto spiritualista', un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo”.

E ancora, ironizzava il Cardinale Biffi, quell'Anticristo sarà “anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea honoris causa a Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare 'con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza'".

E finalmente De Marco su Papa Francesco canta fuori coro! E come non dargli ragione?

UN MESSAGGIO ALLO STATO LIQUIDO

di Pietro De Marco

In coscienza devo rompere il coro cortigiano, composto da nomi laici ed ecclesiastici fin troppo conosciuti, che accompagna da mesi gli interventi pubblici di papa Jorge Mario Bergoglio, per segnalare solo alcune delle reiterate approssimazioni in cui cade il suo eloquio.

Nessuno è esente, nel conversare quotidiano e privato e tra pochi, da approssimazioni e forzature, ma non vi è persona che abbia responsabilità di fronte a molti – chi insegna ad esempio – che non adotterà in pubblico altro registro e cerchi di evitare l’improvvisazione.

Ora, invece, abbiamo letto di un papa che esclama: “Chi sono io per giudicare?”, come si può dire enfaticamente a tavola o anche predicando esercizi spirituali. Ma di fronte alla stampa e al mondo un “Chi sono io per giudicare?” detto da un papa stride oggettivamente con l’intera storia e la natura profonda della funzione petrina, dando in più la sgradevole sensazione di un’uscita incontrollata. Poiché papa Francesco ha consapevolezza almeno dei propri poteri come papa, si tratta – qualsiasi cosa volesse dire – di un grosso errore comunicativo.

Abbiamo letto poi nell’intervista a “La Civiltà Cattolica” la frase: “L’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile”, che sembra accomunare sotto la figura liberal-libertaria della “ingerenza” sia il giudizio teologico-morale, sia la valutazione pubblica della Chiesa, quando necessaria, e persino la cura di un confessore o direttore spirituale nell’indicare, prevenire, sanzionare condotte intrinsecamente cattive.

Bergoglio adotta involontariamente qui in un luogo comune tipico della postmodernità, secondo la quale la decisione individuale è, come tale, sempre buona o almeno sempre dotata di valore, in quanto personale e libera come si pensa ingenuamente che essa sia, quindi insindacabile.

Questo scivolamento è coperto, non solo in Bergoglio, da formule relative alla sincerità e al pentimento del singolo, quasi che sincerità e pentimento cancellino la natura del peccato e vietino alla Chiesa di chiamarlo col suo nome. Inoltre, che tacere e rispettare quello che ognuno fa perché libero e sincero nel farlo siano misericordia è dubbio: abbiamo sempre saputo che il chiarire, non il nascondere, la natura di una condotta di peccato è un atto eminente di misericordia, perché permette al peccatore il discernimento di sé e del proprio stato, secondo la legge e l’amore di Dio. Che anche un papa sembri confondere il primato della coscienza con una sorta di ingiudicabilità, anzi, di immunità dal giudizio della Chiesa è un rischio magisteriale che non può essere sottovalutato.

Ieri poi, su “la Repubblica” del 1 ottobre, abbiamo letto troppe battute azzardate. Abbiamo appreso che “il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso”, come risposta al tema della conversione proposto un poco ironicamente da Eugenio Scalfari. Cercare la conversione dell’altro non è una “sciocchezza”; lo si può fare in maniera sciocca, oppure sublime come in molti santi. Ricordo che i coniugi Jacques e Raïssa Maritain, anch’essi dei convertiti, desideravano ardentemente e operavano per il ritorno alla fede di loro grandi amici.

Poi abbiamo letto che, di fronte alla obiezione relativistica di Scalfari: “Se vi è un’unica visione del Bene, chi la stabilisce?”, il papa concede che “ciascuno di noi ha una sua visione del bene” e “noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il bene”.

Ora, ragionando, se ognuno ha “una sua visione del bene” che deve realizzare, tali visioni non possono che risultare le più diverse, in contrasto e in conflitto spesso mortale, come provano la cronaca e la storia. Incitare a procedere secondo la personale visione del bene è in realtà incitare alla lotta di tutti contro tutti, una lotta strenua, perché compiuta per il Bene e non per l’utile o altro contingente. È per questo che le visioni particolari – anche quelle guidate dalle intenzioni più rette – devono essere regolate da un sovrano, o modernamente dalle leggi, e in ultimo dalla legge di Cristo, che non ha alcuna sfumatura concessiva in termini individualistici.

Forse papa Francesco voleva dire che l’uomo, secondo la dottrina cattolica della legge naturale, ha la capacità originaria, un impulso primario e fondamentale dato (non “suo” particolare, ma universalmente dato) da Dio, di distinguere ciò che è in sé Bene da ciò che è in sé Male. Ma qui si inserisce il mistero del peccato e della grazia. Si può esaltare Agostino, come il papa fa, e omettere che in “ciò che l’uomo può pensare sia il bene” opera sempre anche il peccato? Che ne è della dialettica tra la città di Dio e la città dell’uomo e del diavolo, “civitas” dell’amore di sé? Se il Bene fosse ciò che l’individuo pensa sia bene, e la convergenza di questi ‘pensieri’ salvasse l’uomo, che necessità vi sarebbe stata della legge positiva in genere, della legge di Dio in particolare, e dell’incarnazione del Figlio?

Sostiene ancora il papa che “il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco (!) in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare”.

Tutto ciò suona come un a priori poco critico: quanto distruttivo “ecumenismo” e quanto “dialogo” subalterno alle ideologie del Moderno abbiamo visto all’opera nei decenni passati: ad essi solo Roma, da Paolo VI a Benedetto XVI, ha posto un argine! Il Bergoglio che criticò le teologie della liberazione e della rivoluzione non può non sapere che il “dialogo con la cultura moderna” attuato dopo il Concilio fu ben altra cosa da garbato “ecumenismo”.

Sorvolo le autoconcessioni del papa a una mediocre polemica antipapale (“i papi spesso narcisi”, “malamente eccitati dai cortigiani”), le battute sul “clericalismo” (che c’entra san Paolo? Giacomo era un clericale?), la concessione affrettata che il “solo” modo di amare Dio sia l’amore degli altri, proposizione che altera Mc. 12, 28-34, e legittima un cristianesimo sociale-sentimentale che da secoli fa così a meno del mistero di Dio.

Papa Francesco si conferma un tipico religioso della Compagnia di Gesù, nella sua fase recente, convertito dal Concilio negli anni di formazione, specialmente da ciò che io chiamo il “Concilio esterno”, il Vaticano II delle attese e delle letture militanti, creato da alcuni episcopati, dai loro teologi e dai media cattolici più influenti. Uno di quegli uomini di Chiesa che, nel loro tono accostante e duttile, nei loro valori indubbi, sono anche i “conciliari” più rigidi, convinti dopo mezzo secolo che il Concilio sia ancora da realizzare e che le cose vadano fatte come fossimo ancora negli anni Sessanta, alle prese con la chiesa “pacelliana”, la teologia neoscolastica e il modernismo laico o marxista.

Al contrario: ciò che quello “spirito conciliare” voleva e poteva attivare è stato nei decenni detto o sperimentato e oggi si tratta anzitutto di fare un consuntivo critico dei suoi risultati, talora disastrosi. Ritengo che la strada per la vera attuazione del Concilio sia stata riaperta dall’opera magisteriale di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, talora anche contro sensibilità cattoliche ed episcopali alla Bergoglio.

Qualcuno sostiene che Francesco possa essere, in quanto papa postmoderno, l’uomo del futuro della Chiesa, al di là di tradizionalismi e modernismi. Ma il postmoderno che può allignare in lui – come liquidificazione delle forme, spontaneità dell’apparire pubblico, attenzione al villaggio globale –  è di superficie. Con la sua duttilità e i suoi estetismi il postmoderno è poco plausibile in un vescovo dell’America Latina, dove ha dominato a lungo, fino a ieri, nell’intelligencija il Moderno marxista. Il nucleo solido di Bergoglio è e resta “conciliare”. Sulla strada intrapresa da questo papa, se confermata, vedo anzitutto la cristallizzazione del “conciliarismo” pastorale dominante nei cleri e nei laicati attivi.

Certo, se Bergoglio non è postmoderno, la sua recezione mondiale lo è: il papa piace a destra e a sinistra, a praticanti e a non credenti, senza discernimento. Il suo messaggio prevalente è “liquido”. Su questo “successo”, però, non può essere edificato niente, solo reimpastato qualcosa di già esistente, e non il meglio.

Di tale apparire “liquido” sono segnali preoccupanti per chi non sia prono alla chiacchiera politicamente corretta e relativistica della tarda modernità:

a) il cedimento a frasi fatte tipo “ognuno è libero di fare …”, “chi dice che le cose debbano essere così …”, “chi sono io per …”, lasciate sfuggire nella convinzione che siano dialogiche e aggiornate;

b) il mancato controllo da parte di persone di fiducia, ma sagge e colte, e italiane, dei testi destinati a circolare, forse nella convinzione papale che non ve ne sia bisogno;

c) una certa inclinazione autoritaria (“io farò di tutto per …”), in singolare contrasto con i frequenti assunti pluralistici, ma tipica dei “rivoluzionari” democratici, col rischio di imprudenti collisioni con la tradizione millenaria.

In più, resta incongruo in papa Francesco questo prendere iniziative di comunicazione pubblica e questo volersi senza filtri (la sintomatica immagine dell’appartamento papale come un imbuto), che rivelano indisponibilità a sentirsi uomo di governo (cosa più difficile che essere riformatore) in un’istituzione altissima e “sui generis” come la Chiesa cattolica. Le battute del papa su curia e Vaticano lo evidenziano.

Il suo è, a tratti, un comportamento da manager moderno e informale, di quelli che si concedono molto alla stampa. Ma questo aggrapparsi a persone e cose che stanno fuori – collaboratori, amici, stampa, opinione pubblica, lo stesso appartamento a Santa Marta è “fuori” – come se l’uomo Bergoglio temesse di non sapere che fare una volta rimasto solo, da papa, nell’appartamento dei papi, non è positivo. E non potrà durare. Anche i media si stancheranno di fare da sponda a un papa che ha troppo bisogno di loro.

Firenze, 2 ottobre 2013

martedì 20 agosto 2013

Se avessimo ascoltato la lezione di Benedetto a Ratisbona!!!


Al Cairo torna attuale la lezione di Ratisbona

Mai nessun papa è stato così chiaro e coraggioso nello svelare le radici della violenza nell'islam, prima di Benedetto XVI. E nemmeno dopo. Due riletture d'obbligo, per decifrare la crisi egiziana

di Sandro Magister


ROMA, 20 agosto 2013 – In pochi giorni molte decine di chiese, conventi, abitazioni di cristiani in Egitto sono stati presi d'assalto o incendiati. Una tragedia nella tragedia, dopo il colpo di Stato che ha precipitato la nazione del Nilo in una guerra civile con centinaia se non migliaia di vittime.

Nel dare notizia dei numerosi appelli per la cessazione delle violenze, "L'Osservatore Romano" del 18 agosto non è però riuscito a elencare tra queste invocazioni nemmeno una che provenisse dal mondo musulmano.

Questo silenzio pubblico delle guide spirituali islamiche non sorprende. Accompagna quasi ogni atto di violenza politica che veda in azione dei musulmani, nell'una o nell'altra regione del globo.

È un silenzio che non si spiega con soli calcoli di opportunità, o col timore di ritorsioni. Né per il solo fatto che oggi in Egitto lo scontro maggiore è tra opposte fazioni musulmane entrambe convinte di inverare con la forza i precetti dell'islam: perché non solo i Fratelli Musulmani del deposto presidente Mohamed Morsi hanno una concezione della lotta politica come jihad, come guerra santa, ma la ha anche il loro avversario Abdel Fattah Al Sisi, il generale messo a capo delle forze armate dallo stesso Morsi perché ritenuto il più fedele islamista di tutti.

Per capire la radice ultima del silenzio delle guide spirituali musulmane di fronte all'esplodere della violenza islamicamente ispirata basta fare una cosa semplice. Basta rileggere la parte iniziale della lezione tenuta da Benedetto XVI il 12 settembre 2006 nell'aula magna dell'università di Ratisbona.

Gli atti aggressivi con cui uomini e gruppi musulmani reagirono a quella lezione furono la tragica conferma della giustezza della tesi esposta da papa Joseph Ratinzger. Secondo cui la violenza associata alla fede è l'inevitabile prodotto del fragile legame tra fede e ragione nella dottrina musulmana.

Nessun papa prima di Benedetto XVI aveva mai avuto la chiarezza di visione e il coraggio di esprimere un giudizio così netto sull'islam, né di formulare con tale rigore la diversità tra islam e cristianesimo.

Dentro la Chiesa cattolica Benedetto XVI fu molto criticato per avere tanto osato. Lo si accusò di aver distrutto il "dialogo" col mondo musulmano.

In realtà appena due mesi dopo Ratisbona papa Ratzinger si raccolse in silenziosa preghiera nella Moschea Blu di Istanbul. E poté compiere quel gesto – altrimenti incomprensibile – proprio per aver detto chiaro qual era il suo pensiero in proposito.

E proprio dalla lezione di Ratisbona prese vita quel germoglio di dialogo islamo-cristiano che trovò espressione nella "lettera dei 138 saggi" scritta al papa da esponenti musulmani di vario orientamento.

Non solo. Sempre in quell'autunno del 2006, durante il suo viaggio in Turchia, Benedetto XVI disse chiaro al mondo musulmano che esso aveva davanti a sé la stessa sfida che il cristianesimo aveva già affrontato e superato positivamente: quella di "accogliere le vere conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio".

Anche qui, mai nessun papa s'era spinto così avanti, prima di Benedetto XVI. E nemmeno dopo. Fino ad oggi.

Alla guerra civile che infiamma l'Egitto papa Francesco ha dedicato queste parole, dopo l'Angelus del giorno dell'Assunta:

"Giungono purtroppo notizie dolorose dall’Egitto. Desidero assicurare la mia preghiera per tutte le vittime e i loro familiari, per i feriti e per quanti soffrono. Preghiamo insieme per la pace, il dialogo, la riconciliazione in quella cara terra e nel mondo intero".

E tre giorni dopo, all'Angelus di domenica 18 agosto, vi ha forse alluso:

"Il Vangelo non autorizza affatto l’uso della forza per diffondere la fede. È proprio il contrario: la vera forza del cristiano è la forza della verità e dell’amore, che comporta rinunciare ad ogni violenza. Fede e violenza sono incompatibili".

Ma torniamo al Ratzinger del 2006 e a quelle sue memorabili parole sull'islam, decisive anche per comprendere la tragedia egiziana.

Ecco qui di seguito che cosa egli disse nella lezione di Ratisbona del 12 settembre e come commentò – una volta tornato a Roma – il suo viaggio in Turchia di quello stesso autunno.

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1. A RATISBONA


[…] Recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. […]

Nel settimo colloquio ("dialexis", controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihad, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa.

Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue – egli dice –, non agire secondo ragione, 'sun logo', è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.

A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia.

Modificando il primo versetto del libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il logos". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce "sun logo", con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio. […]



2. DI RITORNO DALLA TURCHIA


[…] In un dialogo da intensificare con l'Islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell'illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica. [...]

Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l'uomo di suoi specifici criteri di misura.

D'altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l'autenticità della religione. Come nella comunità cristiana c'è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte.

Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s'impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà. […]

    La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa.   Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia...