martedì 3 novembre 2026

RADICATI E COSTRUITI IN CRISTO - Le scelte pastorali di una Chiesa locale nell’orizzonte del cammino sinodale delle Chiese in Italia

 

1. Radicati e costruiti in Cristo: il frutto del Cammino sinodale

Approvato durante l'82ª Assemblea Generale della CEI, nel maggio 2026 e pubblicato il 10 giugno 2026, “Radicati e costruiti in Cristo” (RCC) è il documento della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) che traccia le linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia per il prossimo quinquennio (2027-2031). 

Il testo offre priorità e indicazioni concrete per attuare il Documento di sintesi “Lievito di pace e di speranza” (LPS) frutto del Cammino sinodale italiano, << nel processo di recezione del Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi>> dal titolo “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione” e << nel solco della attuazione del Vaticano II portata avanti dalla CEI>>, come è detto nell’introduzione al Documento stesso (RCC 1).

L’ecclesiologia comunionale del Concilio Vaticano II, dunque, e la riscoperta della dimensione sinodale del vissuto ecclesiale, sono i due orizzonti in cui va letto e compreso sia tutto il cammino sinodale, sia lo stesso “Radicati e costruiti in Cristo”, come è dichiarato nella premessa dello stesso Documento.

Il Cammino sinodale delle Chiese in Italia, lo ricordiamo, si è sviluppato attraverso le tre fasi narrativa, sapienziale, profetica e le tre Assemblee nazionali con la elaborazione delle 75 aree tematiche di Orientamenti da sottoporre alla Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana, confluite nel Documento di sintesi Lievito di pace e di speranza.

E’ su questa sintesi di temi e proposte che si è svolta dunque l’opera di discernimento collegiale dei Vescovi delle Chiese italiane consegnata a noi nel Documento Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia.

Radicati e costruiti in Cristo – però è bene ricordare - non sostituisce il Documento di sintesi del Cammino sinodale che rimane e deve rimanere il punto di riferimento del discernimento compiuto e da compiere e la cornice che inquadra le priorità individuate dalla Assemblea dei Vescovi in queste Linee di orientamento.

 

2. Radicati e costruiti in Cristo: i destinatari

Se consideriamo poi i destinatari delle 126 Proposte del Documento di sintesi, circa la loro attuazione,

-          72 richiedono l’impegno diretto e principale delle Chiese locali;

-          9 riguardano le Chiese locali nel loro rapporto di comunione e collaborazione a livello interdiocesano, metropolitano, regionale;

-          10 riguardano le Chiese locali per impegni supportati dagli organismi nazionali della CEI;

-          32 riguardano adempimenti richiesti direttamente alla CEI;

-          2 sono espresse in modo generico senza indicazione di destinatario;

-          1 riguardante direttamente le Caritas.

Si vede chiaramente che destinatarie principali delle Proposte sono le Chiese locali, singolarmente intese o nei loro raggruppamenti, mentre di fatto alla CEI sono richiesti adempimenti di supporto, diretti o indiretti, per le Chiese locali.

Questo spiega perché nelle Linee di orientamento è detto chiaramente che Radicati e costruiti in Cristo non intende sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali, delle Metropolie e/o delle Conferenze Episcopali Regionali ed è perciò specificato che

<< A essere interpellate sono, soprattutto, le Chiese locali, come è facile evincere da una lettura attenta delle mozioni presentate: a esse spetta in prima istanza la recezione di quanto emerso dal Cammino sinodale nella concretezza dei diversi contesti. Agli Uffici della Cei sono state poi sottoposte specifiche richieste, in genere più tecniche, per rispondere alle quali si sono messe e si metteranno a disposizione le risorse necessarie. (RCC 1)>>.

Proprio per favorire e non sostituirsi al lavoro di discernimento delle Chiese locali e di contestualizzazione nella realtà storica di ognuna, è poi detto che le Linee di orientamento sono state redatte <<volutamente sintetiche e mettono in luce pochi aspetti su cui appare necessario convergere e su cui sentirci tutti impegnati a camminare>>, lasciando così ampio spazio alla libertà e alla discrezionalità di intervento e di scelta di ambiti, modalità e mezzi di intervento nelle attuazione delle stesse Linee.

<< In questa prospettiva, le priorità indicate in questo testo - afferma il Documento nella Conclusione (RCC 6) - vogliono essere un orientamento per il cammino, non un punto di arrivo >>.

E questo anche per superare il falso convincimento che basterebbe attuare in modo meccanico e acritico qualche Proposta o indicazione pratica suggerita dal Documento di Sintesi o dalle Linee di Orientamento, che dia almeno la parvenza del cambiamento, magari col pensiero gattopardiano che bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come prima, per credere o far credere di aver attuato il cammino sinodale.

Infatti, le indicazioni fornite non intendono offrire conclusioni precostituite, quante avviare processi:

<< Avviare processi – è ancora detto nella Conclusione - significa accettare che il rinnovamento ecclesiale richiede tempo, pazienza, discernimento, conversione e perseveranza; significa non cedere alla tentazione di cercare soluzioni immediate o assetti soltanto funzionali; significa generare dinamismi, capaci di incidere realmente nella vita delle comunità, di formare coscienze credenti, di rendere più evangeliche le relazioni ecclesiali, di favorire una presenza cristiana più viva nei contesti quotidiani>> (RCC 6).   

A partire da questa osservazione, i Vescovi, facendo tesoro del Cammino sinodale compiuto (RCC 1.1.) e spiegando il senso di questo documento (RCC 1.2) indicheranno le quattro priorità che dovranno illuminare la vita e il cammino ecclesiale delle Chiese locali che sono in Italia negli anni a venire: 1) Riportare al centro il dono della fede e la formazione per una coerenza tra la fede professata e la vita vissuta; 2) puntare sulla vita comunitaria vitale e attrattiva come testimonianza di fede profetica nel mondo; 3) dare impulso alla "corresponsabilità differenziata" di chierici e laici, con attenzione a presenza missionaria dei laici nelle realtà mondane, agli organismi di partecipazione e all’attivazione di ministeri battesimali; 4) verificare l’adeguatezza delle strutture, soprattutto diocesane e parrocchiali, "nella trasmissione della fede".

 

2. Puntare sulla vita comunitaria

        I.            In ogni esperienza vitale è la forma che veicola la sostanza. << Sono dunque decisive, per la vita, la celebrazione e la trasmissione della fede, la forma che la Chiesa assume e la sua capacità di strutturarsi per favorire la vita comunitaria in Cristo>>. Il Cammino sinodale ha mostrato l’urgenza di rinnovare la forma delle parrocchie, perché la forma attuale non riesce a rispondere più in modo adeguato alle esigenze della realtà odierna. <<Mantenere una parvenza di comunità cristiane che, per più motivi, non sono più autentiche e non operare dei coraggiosi cambiamenti è disattendere l’urgenza di vivere, celebrare e trasmettere la fede>>.

 

Rinnovamento che passa anche dalla <<riconfigurazione coraggiosa della Chiesa sul territorio>> … <<con una visione rinnovata della parrocchia, intesa come “comunità di comunità” variamente configurata (vicariato, zona pastorale, etc.; cfr. LPS 68), favorendo una pluralità di esperienze della sua stessa forma oggi>>.

 

3. Dare impulso alla corresponsabilità differenziata

Il terzo nucleo prioritario parte da quattro osservazioni:

        I.            <<a nulla varrebbe una ristrutturazione della presenza ecclesiale sul territorio o l’eventuale accorpamento di Diocesi se ciò non favorisse e non fosse dettato dalla necessità di implementare un tessuto di relazioni fraterne che vedono protagonisti tutti coloro che intendono vivere e camminare nella fede in Cristo, con un coinvolgimento sempre più massiccio delle laiche e dei laici, con una particolare attenzione alle aggregazioni laicali>>.

 

Da qui le proposte di impegno:

        I.            << Uno dei luoghi in cui la corresponsabilità trova espressione è certamente rappresentato dagli Organismi di partecipazione. Pertanto, risulta realmente prioritario nella vita delle Chiese in Italia dei prossimi anni che tali Organismi vengano sviluppati e siano effettivi, a livello parrocchiale e diocesano (cfr. LPS 69; DFS 103-107). Così come è decisiva (cfr. DFS Parte III) per le comunità cristiane e per i suoi Organismi di partecipazione, in particolare per i Consigli pastorali, la promozione del discernimento ecclesiale per la missione (cfr. DFS 81-86), dell’articolazione dei processi decisionali (cfr. DFS 87-94), della trasparenza, della rendicontazione, della valutazione (cfr. DFS 95-102)>>.

      II.            La << ricerca di quali ministeri battesimali siano necessari e possano essere eventualmente istituiti, oltre a quelli già previsti dalla CEI e ai molti ministeri di fatto (cfr. LPS 72; DFS 75-77). Tale prospettiva potrà favorire in modo concreto e plastico, nelle nostre Chiese, la corresponsabilità differenziata dei battezzati (cfr. DFS 26.36.77.89), che è alla radice di tutto il Cammino sinodale. Si tratta di un input che dovrà trovare applicazione in modi diversificati nelle Chiese locali, perché rappresenti una risposta alle necessità reali delle concrete comunità cristiane e perché sia sempre evitato il rischio – paventato dallo stesso Documento di sintesi – di favorire un processo di clericalizzazione di alcuni laici>>.

    III.            Per <<superare definitivamente la logica ancora perdurante del clericalismo, che peraltro non minaccia solo i ministri ordinati, ma anche i laici>> aprire <<all’esperienza di “diaconie pastorali” in cui si attua «il servizio di animazione pastorale della comunità sempre di più come lavoro di squadra tra presbiteri, diaconi, ministri istituiti e di fatto, laici e laiche, sposi, consacrati e consacrate, anche attraverso la formazione di ‘équipe pastorali’ o ‘gruppi ministeriali’ a servizio di una o più parrocchie o di una unità pastorale (cfr. LPS 70). Tale scelta, peraltro, permette di superare forme di isolamento nella vita dei preti. Alla luce di tale corresponsabilità, è opportuno che in Seminario i futuri presbiteri siano formati alla collaborazione con altri fedeli>>.

 

4. Verificare l’adeguatezza delle strutture

Il Documento parte dalla costatazione che

 <<In un contesto fortemente mutato, c’è il pericolo che alcune “strutture” non rispondano più alle necessità della vita reale delle nostre Chiese o possano essere addirittura di ostacolo, invece che di supporto, alla missione della Chiesa. Appare, dunque, indispensabile avviare una revisione di alcuni aspetti strutturali>>.

Si segnalano così due urgenze:

        I.            La verifica per comprendere << quali forme permettono di realizzare al meglio la collegialità episcopale>> e   <<se le strutture esistenti siano le più adatte a esprimere l’indole missionaria della Chiesa>>.

      II.            La verifica sulla reale funzionalità delle strutture delle diocesi e delle parrocchie <<affinché tali strutture non costituiscano mai quella zavorra di cui il Signore invita a disfarsi, per essere davvero liberi di annunciare il Vangelo>>.

E vengono avanzate tre proposte:

        I.            La revisione degli statuti della Conferenza episcopale italiana e delle Conferenze episcopali regionali per coniugare meglio collegialità e sinodalità;

       II.            <<estendere la riflessione sulle attuali Commissioni Episcopali, verificando la possibilità di integrarle con altri membri (non Vescovi) e di trasformarle, perciò, in “Commissioni ecclesiali”>>;

    III.            Provare con coraggio a <<immaginare modi nuovi di gestire e amministrare le strutture esistenti>> delle diocesi e delle parrocchie.

5. Radicati e costruiti in Cristo: le prospettive

 

 

 

Una Chiesa che rilegge il suo cammino e si proietta verso la missione

 

1. Guardando al futuro

Siamo in cammino. Le scelte concrete e le indicazioni specifiche sia del Cammino sinodale italiano che del Sinodo universale dei Vescovi, alcune stanno maturando, altre chiedono il lavorio del discernimento. Il discernimento dovrà condurre – lo abbiamo visto - a rispondere a domande capitali: quale nuovo volto per le diocesi e per le parrocchie? Quali nuovi ruoli per gli uffici e gli organismi diocesani e parrocchiali? Quali nuovi ruoli per gli organismi di corresponsabilità e partecipazione? Quale nuovo ruolo di presbiteri e laici nell’ottica della ministerialità? Quale formazione ai nuovi ruoli ecclesiali? Quali nuovi luoghi formativi? Come celebrare una liturgia incarnata nella vita? Come far sì che ancora oggi la Parola di Dio interpelli l’uomo nelle concrete situazioni in cui si trova? Quale collocazione della Chiesa nella società? Come vivere la compagnia della fede nel mondo? Se affrontate con coraggio e con la fantasia dello Spirito, le risposte a queste domande potrebbero fornire il modo per consentire alle Chiese locali un balzo in avanti, per diventare Chiese “in uscita” impegnate davvero nella nuova evangelizzazione.

Per realizzare tutto ciò bisogna però superare quella certa diffidenza e “resistenza” iniziale – in parte risolta mi auguro, ma in alcuni ancora persistente da parte di tanti parroci e fedeli, che hanno considerato e forse ancora considerano il Cammino sinodale una ulteriore attività da aggiungere alle altre e di chi, magari, ha pensato che fosse l’ennesimo polverone ecclesiale che poi avrebbe lasciato le cose invariate. Alcune comunità si sono attestate al minimo, senza lasciarsi davvero coinvolgere in questa occasione di rinnovamento ecclesiale, a volte proprio per non farsi sconvolgere i propri piani pastorali in cui tutto è già perfettamente previsto e preordinato. Questo atteggiamento, quanto meno di ritrosia, è stato forse dovuto al fraintendimento di chi, tra i chierici e i laici, ha pensato al cammino sinodale come ad un percorso in vista di nuove iniziative, da intraprendere o talvolta da subire. In realtà, l’intero processo sinodale presuppone non l’aggiunta di nuove attività ma l’apprendimento di un nuovo stile di vita ecclesiale. La domanda concerne non tanto cosa fare, ma cosa e come cambiare perché la Chiesa possa con efficacia annunciare oggi il vangelo in modo più efficace e al passo con i tempi.

Non si tratta quindi di elaborare attività da calendarizzare, ingolfando la vita delle comunità con pastoie burocratiche falsamente etichettate come pastorali; non si tratta nemmeno di ripetere esperienze ecclesiali già viste e ormai fuori tempo massimo, come certe forme di clericalismo dure a morire vorrebbero indurci a credere. La questione centrale sembra l’assimilazione di un habitus da praticare da parte di tutti all’interno delle comunità ecclesiali.

Papa Francesco ha coniato per questo il verbo sinodar, un neologismo che indica, appunto, la prassi ecclesiale sinodale a partire dall’atteggiamento personale con cui ognuno deve vivere.  È questo stile che aspetta sempre più di essere recepito e vissuto nelle scelte pastorali da parte dei vescovi, dei parroci, del laicato attivo nelle nostre parrocchie e nei gruppi ecclesiali. È lo sforzo del cambio di paradigma, a volte una vera e propria conversione di tipo ecclesiologica. È la sfida di rendere la Chiesa pronta e agile per intraprendere la strada della nuova evangelizzazione. Il Cammino sinodale non sarà allora un’operazione di maquillage ecclesiale, ancora una volta autoreferenziale, lo strumento per dar vita ad una Chiesa missionaria, autenticamente in uscita verso il mondo, sempre più fedele al Signore morto e risorto.

sabato 5 aprile 2025

 

 

La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa.

 

Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia e invece ce ne sarà una terza! La seconda assemblea del cammino sinodale in Italia (31 marzo – 3 aprile 2025) ha infatti deliberato di riformulare il testo delle proposizioni sinodali presentate dalla Segreteria e che, dopo la discussione nell’Aula Paolo VI e la votazione sulle eventuali mozioni doveva produrre il testo finale delle proposizioni che doveva essere sottoposto all’Assemblea ordinaria dei vescovi della CEI a maggio (e che per questo motivo è stata annullata e spostata a novembre). Le proposizioni da approvare dovevano rappresentare, infatti, la base del Documento finale del cammino contenente le scelte e le mete operative future delle Chiese italiane. Così, invece, le proposizioni riformulate confluiranno nel documento che, come ora è stato deciso, sarà presentato per il voto all’assemblea nazionale dei delegati diocesani sabato 25 ottobre 2025, nella cornice del pellegrinaggio giubilare mondiale dei referenti sinodali e dei membri degli organismi di partecipazione. Il nuovo testo votato sarà poi posto all'attenzione dell'Assemblea dei vescovi della CEI nel novembre 2025.

Non è stata una bocciatura del testo, come alcuni media hanno sbrigativamente (e maliziosamente) riportato, con una lettura che non riesce a cogliere il taglio spirituale dell'avvenimento. E ce da dispiacersene. Il Card. Zuppi, d’altronde, lo aveva anticipato, nell'omelia conclusiva, quando avvertiva che avrebbero diviso i membri dell’Assemblea in progressisti e conservatori, di destra e di sinistra, che avrebbero parlato di laicato in rivolta contro l’episcopato, che avrebbero calato dall'alto sull’evento griglie mondane di rivalse di potere tra minoranze e maggioranza, non avendo altre ottiche con cui leggere la vita e le dinamiche ecclesiali.

La inadeguatezza delle proposizioni, in verità, era apparsa subito evidente alla ricezione del testo da parte dei delegati, prima dell’assemblea, a partire anzitutto dalla constatazione che la stringatezza delle proposizioni, e da qui la loro genericità, non rendeva conto della ricchezza e della vitalità delle diocesi emersa in questi quattro anni di cammino e condensata nelle relazioni finali, inviate entro il 2 marzo 2025, alla segreteria del cammino sinodale.

Come la segreteria ha riferito, alla scadenza erano pervenute relazioni da 196 diocesi (sulla totalità delle poco più di 200 diocesi italiane): e questo è già indice del grande coinvolgimento con cui nelle chiese locali si è vissuto il cammino sinodale.

È comprensibile come non sia stato possibile esaminare con serenità tutto il materiale e farne una sintesi adeguata, in due settimane, spinti dalla fretta di giungere appunto alla formulazione delle proposizioni, che sono state anticipate ai referenti diocesani solamente nel pomeriggio di sabato 29 marzo, appena due giorni prima dell’apertura dell’Assemblea.

Oltre la fretta, forse è stata presa troppo alla lettera e con troppo “zelo”, da parte di chi aveva avuto il compito della redazione, l’indicazione di formulare proposizioni sintetiche, così alla fine sono venute fuori proposizioni fredde e “asciutte”, in cui non era più riconoscibile il retroterra ecclesiale e l’afflato missionario che pur era evidenziato nelle premesse alle proposizioni, riprendendo l’evangelico “perché la gioia sia piena”.

La considerazione, poi, che le proposizioni di per sé non erano il Documento finale ma dovevano servire solo da “ponte” per la scrittura vera e propria di detto Documento nell’Assemblea dei Vescovi a maggio, avrà certo influito e fatto sì che i compilatori rimanessero al livello del generico e del superficiale. Una considerazione, questa, fatta circolare da chi in ogni caso voleva che si distinguesse il ruolo decisionale dei vescovi dalle proposizioni formulate dall’assemblea, richiamando l’indicazione codiciale per cui nel Sinodo diocesano “l’unico legislatore è il vescovo” e spetta a lui accogliere e promulgare in modo ufficiale le proposte dei membri del sinodo diocesano. Una analogia forzata e non confacente a questo caso, perché, mentre nel sinodo diocesano l’assemblea è composta da chierici, religiosi e laici della diocesi, e il vescovo che lo presiede, in senso stretto non si può dire “membro dell’assemblea” e infatti non partecipa alle votazioni delle proposte di deliberazioni sinodali, in questa Assemblea sinodale nazionale i vescovi facevano parte delle delegazioni diocesane e hanno partecipato come membri a tutti gli effetti ai lavori dell’Assemblea. Se si voleva mantenere l’analogia col sinodo diocesano, allora i vescovi non avrebbero dovuto partecipare all’assemblea dei delegati diocesani e riservarsi l’esame (con accoglimento o rigetto) delle proposizioni nella loro assemblea di tutta la conferenza episcopale italiana. Forse qui non si è compreso bene che ci si trovava davanti alla esperienza di una nuova “soggettività” ecclesiale, in cui con più coerenza l’analogato principale doveva essere non il sinodo diocesano, ma il Sinodo dei vescovi, così come rimodulato da Papa Francesco e vissuto nelle due ultime sessioni del 2023 e del 2024. La “rivoluzione” sinodale di Francesco ha ispirato infatti il Regolamento dell’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia così che i vescovi italiani condividessero i lavori assembleari insieme agli altri delegati. Ed è stato edificante vedere i vescovi inseriti nei vari gruppi sinodali a dialogare e confrontarsi, addirittura essere stati tra i primi a chiedere la riformulazione del documento. Prova ne sia che la mozione della riformulazione delle proposizioni è stata approvata a maggioranza (835 voti favorevoli su 854 votanti, con soli 12 voti contrari e 7 astenuti) formata, lo ricordiamo da vescovi, chierici, consacrati e laici insieme.

Questo insieme di cose ha fatto sì che ai delegati sinodali sia arrivato in mano un testo delle proposizioni così generico che sembrava riportare il tutto all’inizio del cammino, quasi alla “fase sapienziale”. E ciò è sembrato ai delegati non solo irricevibile, ma anche irriguardoso verso quanti in questi anni si erano impegnati con coraggio e passione nei lavori dei tavoli sinodali, credendo e sperando davvero che il cammino sinodale potesse diventare un’opportunità per un “salto di qualità” nella pastorale delle Chiese in Italia.

Per cui già all’apertura dei lavori assembleari emerse subito il desiderio della stragrande maggioranza dei delegati di una riformulazione del testo delle proposizioni. Magari si sperava che ciò potesse avvenire tramite le mozioni di contenuto e di stile che sarebbe emerse nei gruppi di studio dei giorni a venire. Ma fu subito chiaro all’assemblea, dopo le due mezze giornate di confronto nei gruppi di studio (poche, anche perché ridotte di un giorno, visto che il progetto primitivo prevedeva di chiudere i lavori non il 3 ma il 4 aprile) che non si trattava di modificare con alcune mozioni questo o quell’altro testo delle singole 50 proposizioni, di correggere, aggiungere o togliere un verbo o un aggettivo, quanto invece di rimodulare tutto il testo e riformulare le tutte le proposizioni, anche diminuendole o aumentandole nel numero, se ciò si fosse reso necessario, magari spostando le proposizioni da uno all'altro delle tre parti tematiche previste, raggruppando o anche uniformando proposizioni aventi lo stesso soggetto o la stessa materia e dando alle proposizioni un ordine di priorità che rispecchiasse le urgenze segnalate dai referenti sinodali, affinché queste urgenze non rimanessero confuse e indistinte in mezzo alle altre meno specifiche.

La riformulazione avrebbe così potuto correggere anche un certo squilibrio delle tre parti del documento, sia per l’aspetto contenutistico che linguistico. Tra le tre parti e tra le stesse proposizioni era poi evidente l’uso di un linguaggio non omogeneo: da qui la richiesta di una uniformità linguistica e di contenuti.

Inoltre, considerata la stessa formulazione delle proposizioni, con troppi congiuntivi esortativi e pochi indicativi, si è riconosciuto che non c’era bisogno di un nuovo ma “solito” documento con inviti generici e pie esortazioni, quanto di un testo che arrivasse a scelte condivise e indicazioni precise e determinate, pur nel rispetto del cammino delle singole Chiese locali, ma che avesse il coraggio della profezia, frutto del cammino sinodale di quest’ultima fase che per l’appunto è stata denominata “profetica”.

In questo contesto di rimodulazione, poiché la forma incide anche sulla sostanza, si è domandato che il linguaggio esprimesse anche il fondamento ecclesiologico alla base delle singole proposizioni. In particolare si è rilevato che, essendo tutta la comunità ecclesiale il soggetto dell'azione pastorale, si dovesse superare il linguaggio "dell'inclusione" che continua a dividere il popolo di Dio in "noi" (già dentro e buoni) e "gli altri" (da integrare), o paternalisticamente in “accompagnatori” e “accompagnati”, per descrivere invece la Chiesa come “la casa di tutti”, dove tutti (ricordiamo l’appello di papa Francesco: todos, todos, todos) hanno diritto a vivere e agire da protagonisti, dove si cammina insieme, (bambini, adolescenti, giovani, adulti, uomini e donne …), senza distinzione di età, etnia (cittadini, immigrati, stranieri..), di situazione sociale di qualsiasi natura (povertà e fragilità di vario genere), di situazioni personali circa l’affettività e lo status personale (ad es. riguardanti matrimonio e famiglia), e nel rispetto per l’orientamento sessuale e dell’identità di genere di ognuno.

Ma è stato pure chiesto che fosse riaffermato con forza come sia tutta la comunità ecclesiale (senza deleghe a gruppi o categorie particolari) a recuperare il primato dell’ascolto della Parola, la bellezza della liturgia e dell’ars celebrandi, la responsabile in solidum della iniziazione cristiana di fanciulli e di adulti, dell’adozione di nuovi linguaggi che si aprano al mondo e all’impegno per la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato: basti pensare che la fretta della sintesi aveva fatto dimenticare di inserire il richiamo alla cultura, alla politica e alla dottrina sociale della Chiesa.

Come si può evincere, il giudizio di inadeguatezza è stato dato su tutto l’impianto delle proposizioni e non solo su alcune di quelle contenenti tematiche particolari, come purtroppo alcuni lanci giornalistici hanno insinuato. Nessuna spaccatura nell'assemblea, nessun contrasto, nessun antagonismo tra laicato ed episcopato.

Nell’assemblea si è sentito il soffio dello Spirito e respirata l'aria del Concilio Vaticano II. La decisione, frutto di un dibattito franco e sincero, ci ha fatto vivere la bellezza dello stare insieme nel cammino sinodale come fratelli e sorelle. Il sinodo è anzitutto stile e scuola di comunione. E i responsabili del coordinamento del cammino sinodale hanno dato prova di umiltà nel riconoscere l’insufficienza delle sintesi prodotte. Ma la meta non era l'approvazione delle proposizioni, in modo che ognuno poi ritornasse tranquillo (e magari continuare la sua esperienza ecclesiale come prima). La meta è il Regno, e perciò la missione, e perciò la conversione personale ed ecclesiale. In questa assemblea sinodale in fondo si è vissuto, proprio nello sfondo giubilare, una esperienza di conversione e di obbedienza allo Spirito. Nessuno ha perso o è stato sconfitto. Ha vinto la chiesa "semper reformanda". Ha "vinto" la voglia di un reale cambiamento nella pastorale delle chiese in Italia. Chi, anche nella nostra diocesi, pensava che il sinodo fosse solo questione di ritocchi formali per lasciare tutto come prima è stato smentito. Il cammino sinodale è irreversibile. E chiede a tutti noi, anche in diocesi, una conversione ad uno stile di comunione, condivisione, collaborazione, corresponsabilità, a tutti i livelli, da imparare. In questi giorni sono stato edificato dal dibattito in cui con coraggio, sincerità, rispetto e franchezza vescovi e laici ci siamo messi in gioco. Vogliamo augurarci che lo stesso coinvolgimento e la stessa parresia siano sperimentati nelle prossime tappe della nostra chiesa locale.

 

 

 

giovedì 3 settembre 2020

IO ACCUSO…

Tra epidemia e calura estiva è passato sotto silenzio un importante responso della Congregazione della Dottrina della fede e approvato in prima persona da Papa Francesco. E’ la dichiarazione della nullità dei battesimi amministrati con la formula “Noi ti battezziamo…”. Che perciò dovranno essere tutti rifatti. Il problema e l’abuso a cui il papa ha voluto mettere (giustamente) fine è complesso. Non si tratta solo di mantenersi fedeli alla tradizione di una formula usata per millenni. Si tratta di un grande fraintendimento a livello teologico-sacramentale (non si capisce il significato della salvezza di Cristo e del modo come questa sia comunicata agli uomini e quindi il valore dei sacramenti) e sia a livello ecclesiologico (non si capisce il ruolo di mediazione svolto dalla Chiesa nel trasmettere qui ed ora, hic et nunc, la salvezza ai fedeli). Ma il fraintendimento è anche sul ruolo sacerdotale, del ministro che celebra e amministra i sacramenti. Ora io qui non voglio fare disquisizioni teologiche (che però sarebbe opportuno fare in altre sedi) ma fare una riflessione proprio sulla incomprensione del loro ruolo che questi parroci hanno dimostrato (e non pensate subito ai luoghi lontani delle sperimentazioni eterodosse dell’America – nord o sud che sia – perché anche in Italia abbiamo avuto di queste belle teste gloriose). A partire anche dalla condivisione del dolore di alcune famiglie che stanno vivendo questa triste disavventura e che mi hanno fatto partecipe della loro sofferenza e dello sbigottimento dei loro piccoli. A questi confratelli io vorrei dire:

- Caro confratello, quindi dopo almeno sei anni di studi (e magari di più se sei Licenziato o Dottorato) non hai capito che il sacerdote agisce “in nome della Chiesa e di Cristo” e quindi dietro la formula “Io ti battezzo…” c’è il Cristo e tutta la Chiesa? (e, nel caso del battesimo, anche se il ministro non è un prete). Oppure, nella tua supponenza, credevi che l’Io si riferisse a te, e tu, per mortificare il tuo orgoglio – ma che umiltà! – hai voluto usare il Noi per dire che non sei tu ma è tutta la Chiesa che battezza? E per dare risalto a questa insana idea hai magari pensato che il Noi sarebbe stato più ecclesiale, come espressione di papà mamma nonni zie nipoti cugini padrini e madrine e il solito contorno di bizzocchi e pie donne che in ogni parrocchia non mancano mai. E magari ti sei illuso che la formula “Caro N. la nostra comunità cristiana ti accoglie…” (traduzione già ambigua messa in luce dal fine intelletto di papa Benedetto) ti suggerisse che foste proprio tu e la tua conventicola ad accogliere l’infante nell’esperienza di fede e a dargli salvezza! Il guaio, caro confratello, è proprio questa smisurata mania di grandezza e protagonismo che ti ha portato a credere che il vero attore fosti tu, e gli altri fossero tutte comparse, e non solo, ma che la tua fosse una recita a soggetto e manco su un copione ma su un semplice canovaccio da poter manipolare a piacere! Si, perché non ti è sfiorato (nel tuo nominalismo per cui un nome ne vale un altro e una formula ne vale un’altra) che tu non sei né l’autore né il regista, ma sei chiamato ad essere un fedele amministratore di beni che non ti appartengono. E che la fedeltà alla stessa formula sacramentale, lungi dal coartare la tua libertà e creatività liturgica (orribile dictu) è invece la garanzia per la sua efficacia: ma tant’è, tu sarai di quelli che credono che concetti come liceità, validità, nullità, siano stati creati dalle menti bacate dei canonisti fissati in un legalismo antievangelico! Invece il tuo agire sarebbe stato tutto impregnato di pastoralità, come oggi si usa dire! Ma dimmi, quale carità pastorale hai avuto nell’amministrare un sacramento invalido? E quindi inefficace? Non senti di aver fatto vivere per anni genitori e figli in un inganno diabolico? Quale attenzione pastorale verso i genitori che, magari non erano venuti se non per il battesimo del piccolo, e che ora scoprono che per le tue manie teologiche il sacramento amministrato al loro caro è nullo e si deve rifare? Ma dimmi ancora, quale amore per i piccoli c’è in questo tuo gesto? Come dire ora ad una bambina di dieci anni, che magari ha già fatto la prima comunione, che per la tua smania di novità il suo battesimo si deve rifare e quindi la prima e le altre volte che ha ricevuto l’Eucaristia non ha fatto in realtà niente? Ecco, a pensare al cuore infranto di uno di questi bambini penso a quel Gesù che ammoniva di non scandalizzare i piccoli! E tu hai sporcato l’innocenza di fede dei piccoli allo stesso modo di quei pedofili che ne macchiano la purezza. Non te ne vergogni? Ti confesso che non solo mi ha fatto male il tuo gesto, ma mi scandalizza ancora di più il tuo, e dei tuoi compari, silenzio: mi sarei aspettato un gesto di scuse, una richiesta di perdono alle famiglie, e, ancor di più ai piccoli caduti nel tuo inganno (e mi chiedo come questi e le loro famiglie potranno mai più avere fiducia nella Chiesa e nei preti, se non fosse per la grazia e la misericordia di Dio). E a dirla tutta, mi fa star male di più l’ignavia del tuo vescovo, se allora sapeva e non ti ha mai ripreso, e ora che sa e non ti ha mandato a fare il pastore errante ( ma delle vere pecore, quelle a quattro zampe) negli altopiani più remoti della terra. Io da parte mia sento tutto lo sgomento e il dolore delle famiglie cui, per tua responsabilità, è occorsa questa dis-grazia nel senso letterale della parola. A loro non posso non mostrare e assicurare la mia vicinanza di sacerdote di una Chiesa che, nonostante tutto,  rimane Madre, ma insieme a loro io prego che tu ti penta di quanto hai fatto e perché quanto è successo non si ripeta più! E perciò ti accuso, ma per amore di quel sacramento che condividiamo per l’imposizione delle mani, e per amore tuo, perché seppur non conoscendoti ti sento vicino nella fraternità sacerdotale, perché vorrei che queste mie parole di arrivassero al cuore e tu possa ritrovare, nella Chiesa che hai ferito la via vera del ritorno al Padre e nel cui nome permettimi di abbracciarti - .

 

martedì 19 maggio 2020

QUARANTENA E QUARESIMA


Un mio caro amico mi ha fatto rilevare il rapporto tra quarantena e quaresima. Ma è solo per l'etimologia del nome dal numero 40. A parte che la quaresima è finita e la quarantena è continuata'. Ma non è un problema di giorni ma di esperienza interiore. Si può vivere aspettando che passino. Oppure facendo diventare la quarantena una vera quaresima. Come? Come momento di revisione di vita e di conversione cioè di cambiamento. L'epidemia non è una punizione di Dio. Ma forse Dio sta permettendo questa prova per farci comprendere che alcuni stili di vita sono sbagliati e quindi da correggere. E che il vero virus di cui avere paura è l'egoismo in tutte le sue forme. E finché c'è vita c'è speranza di cambiare. Altrimenti avremo sprecato quaresima quarantena e vita

Dio ha promesso a Noè che non avrebbe più distrutto l'umanità nonostante la cattiveria umana. L'arcobaleno ce lo ricorda. Dio non ha mandato il virus per distruggere gli uomini. È la natura che fa il suo corso. Ma sostenere che dobbiamo aspettare che faccia il suo corso in attesa passiva non è da credenti. Perciò non solo dobbiamo pregare che Dio ci sostenga nella prova e illumini le menti degli scienziati per trovare presto rimedi efficaci ma dobbiamo pregare che Dio metta fine al contagio. Non pregare significherebbe negare che il Dio creatore non può più intervenire nella sua creazione. Ma questo dipende dalla conversione dei cuori. La fine è tanto in Dio quanto nelle nostre mani.


 

A PROPOSITO DI DIGIUNO EUCARISTICO


Vi confesso che ho riflettuto molto su quanto sta accadendo e sulle sue ripercussioni circa la vita "eucaristica" dei cristiani.

Mi ero ripromesso di rimanere in silenzio per evitare che anche le mie parole aumentassero il chiacchiericcio che forse non ci sta aiutando a discernere questo "segno del tempo" per leggervi il mistero della Volontà di Dio. Se lo faccio ora è perché spinto da due motivazioni. Una, perché l'Eucaristia è segno di comunione e non ci si può dividere e litigare proprio sul fatto di celebrare o non celebrare le messe. L'altra, perché ho trovato in uno scritto dell'allora teologo Joseph Ratzinger la consonanza con quanto mi sono portato dentro nel cuore dall'inizio del divieto di celebrare la messa e perciò ho trovato anche le parole giuste per esprimerlo. Anzitutto sul senso del digiuno eucaristico che da sempre i padri hanno considerato il vero digiuno (più che del cibo e della carne, al punto che in tanti Riti Orientali e nel Rito Ambrosiano il venerdì di Quaresima non si celebra la Messa): noi, a mio parere (dimenticando che Dio non ha legato la sua grazia ai soli sacramenti, come ricordava san Tommaso) abbiamo banalizzato l'Eucaristia, riducendola ad una devozione fra le tante, una pia pratica inserita tra Rosario e Via Crucis e una partecipazione abitudinaria che non coglie più la differenza essenziale tra quella feriale e quella domenicale e forse questo epidemia ci aiuterà a riscoprirla nella sua verità più profonda. E poi perché vi confido che ho sentito fin da subito la necessità di condividere la fame del pane eucaristico con tutti i miei fedeli e gli altri amici cristiani. In tempi normali celebro la messa tutti i giorni, anche da solo, ma il solo pensiero di celebrarla a porte chiuse mi ha fatto star male, come il sentirmi quasi un privilegiato rispetto ad altri che per ora ne restano esclusi. Ecco perché (pur nel rispetto di chi ha fatto una scelta diversa dalla mia) ho scelto di non celebrare nei giorni feriali (la domenica è tutt'altra cosa e la Pasqua domenicale in un modo o nell'altro va salvaguardata) e di farmi carico, nel mio desiderio, del desiderio dei fratelli. Il Signore ci sta facendo vivere il Venerdì Santo della Morte di Dio e il lungo Sabato Santo del suo silenzio e della sua avvertita assenza e credo che, più che addolcire questo "Tremendum Mysterium" con parole di sdolcinata pseudo spiritualità laicale o sacerdotale che sia, dobbiamo avere il coraggio di assumere in noi questa lunga attesa davanti al Sepolcro. Con un solo grido al Custode d'Israele: <<Shomèr ma Mi-llailah?>> Custode, quanto resta della notte?

Certo, questa, per tanti versi, è l'ora delle tenebre: ma sappiamo che più avanzano le tenebre più la luce dell'alba è vicina.

Io prego perché grazie a questa prova risorga la fede assopita, si rinfranchi la speranza di chi è disilluso, ritorni ad ardere la carità nei cuori.

Ora leggete le belle parole di Benedetto XVI e magari pregate per me, come io mi ricordo di voi tutti nelle mie preghiere.

<<In questo contesto mi si impone una riflessione che ha un più forte carattere di pastorale generale. Quando Agostino sentì avvicinarsi la morte, «scomunicò» se stesso, prese su di sé la penitenza della Chiesa. Nei suoi ultimi giorni si pose in solidarietà con i pubblici peccatori che cercano perdono e grazia mediante la sofferenza per la rinuncia alla comunione . Egli volle incontrare il suo Signore nell’umiltà di chi ha fame e sete di giustizia, di Lui, il giusto e il misericordioso. Sullo sfondo delle sue prediche e dei suoi scritti che descrivono grandiosamente il mistero della Chiesa come comunione con il corpo di Cristo e come corpo di Cristo a partire dall’eucarestia, questo gesto ha in sé qualcosa di commovente. Esso mi rende tanto più pensoso quanto più spesso vi rifletto.

Noi, oggi, non riceviamo spesso con eccessiva facilità il santissimo sacramento? Talvolta questo digiuno spirituale non sarebbe utile o addirittura necessario al fine di approfondire e rinnovare il nostro rapporto col corpo di Cristo?

In questa direzione la Chiesa antica conosceva una pratica di grande capacità espressiva: già a partire dall’epoca apostolica il digiuno eucaristico del venerdì santo era frutto della spiritualità comunionale della Chiesa. Proprio la rinuncia alla comunione in uno dei giorni più santi dell’anno liturgico, trascorso senza messa e senza comunione ai fedeli, era un modo particolarmente profondo di partecipare alla passione del Signore: il lutto della sposa alla quale è tolto lo sposo (cfr. Mc. 2, 20) .

Io penso che anche oggi un tale digiuno eucaristico, nel caso fosse determinato da riflessione e sofferenza, avrebbe un notevole significato in determinate occasioni, da ponderare con cura, come nei giorni di penitenza (perché non, ad esempio, di nuovo il venerdì santo?) …

Un tale digiuno … potrebbe favorire un approfondimento del rapporto personale col Signore nel sacramento; potrebbe essere anche un atto di solidarietà con tutti coloro che hanno desiderio del sacramento, ma non lo possono ricevere…

Naturalmente, con questo non vorrei proporre un ritorno ad una specie di giansenismo: il digiuno presuppone una condizione normale del mangiare tanto nella vita spirituale come in quella biologica. Ma talvolta abbiamo bisogno d’una medicina contro la caduta nella semplice abitudine e nella sua assenza di spiritualità. Talvolta abbiamo bisogno della fame — fisicamente e spiritualmente — per capire di nuovo i doni del Signore e per comprendere la sofferenza dei nostri fratelli che hanno fame. La fame tanto spirituale come fisica può essere uno strumento dell’amore>>.

(Joseph Ratzinger)

 

lunedì 18 maggio 2020

FESTEGGIARE IL COMPLEANNO IN QUARANTENA


Mi sono fatto da solo una torta con un rimasuglio di colomba pasquale e le candeline sopra per dire che anche in tempo di epidemia non può mancare il rispetto per noi stessi e che si deve pur continuare a cogliere ogni piccola gioia che la vita ci offre. Ma soprattutto per reagire ad una specie di mainstream che si è diffuso e temo si possa diffondere sempre di più sul modo di vivere questo periodo. Non voglio entrare in polemica con nessuno né entro nel merito dei provvedimenti più o meno appropriati. Ma vorrei andare alla radice. Che è la libertà interiore che ognuno di noi deve avere e conservare al di là di ogni situazione esterna. Io mi sono sentito sempre libero e mi sento libero a casa e fuori. Si può essere liberi in un carcere e prigionieri di se stessi anche nella massima libertà esteriore. Paradossalmente ho visto lamentarsi persone che si sentivano private delle relazioni con lo stare in casa quando per esperienza personale in tempi normali ho sperimentato la loro chiusura e incapacità di relazione e apertura umana. Chi avrebbe impedito loro in tempi normali di avviare percorsi di amicizia e di dialogo? A meno che non ci si lamenti del fatto di non poter uscire perché uscire, più che la ricerca di rapporti, è anzitutto fuga da se stessi, dall'obbligo di pensare, di farsi le grande domande.

Ti lamenti di essere coartato? Ma chi ti impedisce di riflettere? Di pensare? E se credi, di pregare? Anche qui, paradossalmente si lamenta della chiusura delle chiese gente che non proprio faceva la fila le domeniche per venire a messa. Quando anche questo potrebbe essere un modo per recuperare il vero senso dell'esperienza di fede. Nei primi quattro secoli i cristiani non ebbero chiese e in Unione sovietica il cristianesimo è rimasto a dispetto di chiese e icone bruciate. Non lamentiamoci di essere coartati a casa. E magari, se pensi che da un giorno all'altro il prossimo contagiato potresti essere tu, magari approfittane per fare le cose che non hai fatto, dire le cose che non hai detto: abbracciare e dire "ti voglio bene" ai tuoi cari, ai tuoi amici, o magari chiedere perdono... pensieri macabri? No, liberatori, perché umani. Io ieri non potendo far altro ho offerto virtualmente un pezzo di colomba pasquale secca ai miei amici (molti dei quali virtuali) per dire loro semplicemente grazie perché ci siete. Perché il virus passa. Solo l'amore resta.

 



COSA CI LASCERA' L'EPIDEMIA?


Confesso che ho difficoltà ad avviarmi a scrivere queste righe dopo la pausa che ci ha imposto la quarantena. Perché ho paura che, impelagati in questioni che sembrano importanti ma che in realtà spesso sono solo pretestuose,  stiamo perdendo anzitutto una occasione per riflettere seriamente su cosa il virus ha portato allo scoperto. Questa dunque vorrebbe essere una riflessione sulla pandemia che non vuole farsi irretire nella polemica se aprire o chiudere e in che misura aprire o chiudere. Perché vuole andare ad alcune considerazioni spero più profonde.

In primo luogo credo che la pandemia abbia fatto cadere alcune maschere, perché (e io non mi ero fatto illusioni) chi era buono si è rivelato migliore (penso alla generosità e solidarietà di tanti in ogni campo) e chi aveva un animo bacato si è rivelato ancora peggiore.

Perché il problema non è quello che accade fuori, ma come reagisce l’animo umano: come davanti ai miracoli di Gesù: chi credeva aumentava la fede, chi non credeva diventava più incredulo, magari attribuendo i miracoli al diavolo pur di non cedere davanti a Gesù.  

Il problema è l’animo e dal modo in cui si fa interrogare dagli eventi (lieti o tristi).

Infatti, se un frutto positivo dobbiamo cogliere da questa situazione, è che (mi auguro), anzitutto, ci stiamo ricordando che siamo mortali. Che si muore. Che la morte fa parte della vita.

Avrebbero dovuto ricordarlo quelli che in tempi normali volevano nascondere o edulcorare la morte, ad esempio, nascondendo la visione dei nonni morti ai nipotini (che è l'unico modo per elaborare il sentimento della morte pedagogicamente e psicologicamente efficace) o non portandoli ai funerali e, magari, ora, si lamentano perché i morti sono portati senza riti funebri al cimitero. Avrebbero dovuto ricordarlo quelli che fino a ieri hanno propugnato teorie esoteriche e riti new age e neopagani e ora si lamentano perché si vedono recapitare i loro cari in urne cinerarie.

O il virus ti ricorda che sei mortale o sarà un'altra occasione sprecata di migliorare la tua vita. Questa situazione può essere per noi quello che in passato avevano le grandi raffigurazioni dei trionfi della morte. E gli ammonimenti della Chiesa: “ricordati che devi morire, ricordati che polvere sei e in polvere ritornerai!”

Non per fare terrorismo psicologico, ma perché a partire da ciò può scattare l'altra domanda: se devo morire, ha senso attaccarmi a cose che passano,  e lottare per cose che accumulo ma che mi possono essere tolte da un giorno all'altro?

Un mio amico mi ha detto: alla fine ringrazieremo il virus se ci avrà aiutato a riscoprire i veri valori, gli affetti, la famiglia, la solidarietà, il senso del limite umano.

Ammettiamolo, è da un po' che eravamo presi dal delirio di onnipotenza, magari alimentato dalla nuova religione della scienza novella salvatrice dell'umanità. E ora che abbiamo scoperto che la scienza non ha in mano tutte le chiavi della vita?

E magari ora (ri)scopriamo che il senso della vita sta in un orizzonte più ampio che (in qualsiasi modo lo si voglia intendere) per definizione chiamiamo Dio.

Il virus lo si vince ammettendo che non siamo dei. Punto.

Ma per fare ciò bisogna essere onesti intellettualmente e avere l'umiltà di cambiare. Altrimenti avremo perso solo tempo.

Perché il problema non è né il virus né la quarantena. Il problema è la capacità di sapersi mettere in crisi e magari di cambiare il proprio stile di pensare e vivere.

Cambiare.

Non solo per il fatto di abituarci a portare la mascherina. Ma a riconsiderare le grandi scelte di fondo.

Una lezione della pandemia che dobbiamo imparare è che, in ogni caso, abbiamo scoperto che con i vecchi sistemi ideologici (e quindi di vita) non si può continuare.

Sia a livello ecclesiale (si pensi, ad esempio, al vecchio modo di fare pastorale, specie sacramentale che si è rivelato inadeguato e la catechesi ha mostrato tutte le lacune accumulate dagli anni ’70 fino ad oggi, sfornando pseudo fedeli che non hanno retto all’impatto con la secolarizzazione).

Sia a livello civile (si pensi, ad esempio, al ruolo abnorme giocato in questo caso dalle oligocrazie economiche e quindi ad un ruolo che la politica deve recuperare sulla stessa economia, sia al ripensamento del principio di sussidiarietà nello Stato tra centralizzazione e delocalizzazione).

Sia, mi si permetta di fare un esempio riportato alla attenzione in questi giorni, nel rapporto tra Chiesa e Stato, senza riprese di vecchi collateralismi ma neanche subalternità strumentali, ma proprio per recuperare lo spazio di autonomia - non privilegi - che permetta una azione pastorale efficace e completa dove liturgia (il culto e i sacramenti), evangelizzazione (l’annuncio della Parola in tutte le sue forme) e servizio (la vicinanza ai piccoli e ai poveri) devono stare necessariamente insieme. Richiamare lo Stato ad una sana laicità è la garanzia perché la Chiesa continui a dare a Cesare quello che è di Cesare ma a Dio quello che è di Dio: in fondo era questo il richiamo della CEI al Governo, letto purtroppo solo come protesta per la riapertura delle chiese, quasi come rivendicazione sindacale; ma la Chiesa non può accettare di essere ridotta ad un club di volontariato che si occupa di distribuire viveri e aiuti, né i preti possono essere ridotti ad assistenti sociali, se poi non si dà modo di poter annunciare il Vangelo e amministrare i sacramenti.

Direi che siamo chiamati ad un impegno quasi da nuova “costituente”, sia a livello nazionale che, per non allargarci troppo, a livello europeo (visto la brutta immagine che la vecchia Europa sta dando di sé).

E’ certo, infatti, che si devono ripensare non solo il sistema sanitario ma anche il sistema scolastico ed educativo e il ruolo della famiglia.

Cioè si deve partire da un ruolo pedagogico e formativo che, giocando a rimpallino tra scuola e famiglia, ad esempio, alla fine non ha assolto più nessuno. Col risultato che abbiamo davanti a noi nuove generazioni non solo ignorantissime, ma anche fragili, vuote e inconcludenti.

Tutti inneggiano al grande modello della democrazia ateniese, dimenticando che lo stesso statuto politico e l’ideale di libertà erano solo le premesse per la realizzazione di una personalità armonica (mente e anima, corpo e spirito) e completa in tutte le sue dimensioni. Quello che i greci chiamavano “paideia”.

E in ciò una collaborazione tra Stato e Chiesa (ma direi Chiese, anzi, Religioni) in Italia è fondamentale e necessario (ma direi anche in Francia e in Spagna dove un malinteso laicismo ha esinanito questa collaborazione). E ciò a partire dalla riconsiderazione del ruolo essenziale che la religione, in qualsiasi modo venga intesa, svolge nella vita dell’uomo. Ma ciò può avvenire a partire da un recupero di una corretta antropologia. Mi azzarderei a dire che abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, se non fossi consapevole che nel nome di nuovi umanesimi si sono sacrificati milioni di vite umane, sotto ogni latitudine e ogni bandiera. Perciò mi limito a dire che abbiamo bisogno di una visione dell’uomo che renda ragione di tutte le sue componenti. Che se l’uomo è solo un tubo digerente (come ancora pensano i nipotini di Feuerbach, e qualche strabico destrorso o sinistrorso che sia) capisco la sorpresa di quelli che si meravigliano di chi si è lamentato che i supermercati rimanevano aperti e le chiese no. C’è chi ha scritto infatti che di mancanza di cibo si muore, senza pregare non si muore. E’ la riprova, questa, di quanto materialista di fatto sia diventata la nostra società sazia e opulenta. E non mi stupisco che i morti siano stati avviati agli inceneritori come qualsiasi altro rifiuto organico. Tranne poi aprire numeri verdi e centralini di consulenza psicologica per aiutare le persone a superare la depressione che, lo ripeto, è venuta fuori non tanto per mancanza di soldi, quanto perché abbiamo scoperti che il re è nudo, o meglio ancora, ci siamo scoperti con le vergogne di fuori come Adamo ed Eva dopo il loro delirio di onnipotenza nel volersi mettere al posto di Dio e stabilire loro ciò che è bene e ciò che è male. Non è questo il peccato di origine che è venuto fuori? Abbiamo chiamato bene ciò che è male (non è così per aborto, eutanasia, eugenetica? Ripensate all’idea abnorme che col virus gli anziani si potevano anche non curare e far morire…). Abbiamo falsificato non solo e le misure e i pesi delle bilance, per dirla con Isaia, ma le nostre stesse vite giocando il gioco delle tre carte tra essere-avere-apparire.

Nonostante tutto non sono qui a paventare esiti tragici della storia, ma dato che, come mi ripete sempre un mio amico prete, sono un inguaribile ottimista, sono dell’idea che abbiamo ancora un margine (perché c’è sempre un margine) di risorse umane e spirituali per poterci riprendere la vita in mano. Lo spero. Per noi. Perché è la vera eredità da lasciare alle generazioni future.

 

 

sabato 8 febbraio 2020

BENIGNI IL FURBETTO CHE SFRUTTA L’IGNORANZA DELLA GENTE

L’operazione fatta da Benigni, nel presentare il Cantico dei Cantici a Sanremo, è una azione da rigettare con tutte le forze, ma non per quello che potrebbe sembrare a prima vista, cioè lo scandalo di aver citato scene a forte connotazione erotica: queste ci sono ed è innegabile e, diciamolo subito, né la tradizione ebraica né la susseguente tradizione cristiana ha mai cercato di negarlo o di nasconderlo, come il nostro furbetto insinua (altrimenti non avremmo avuto una santa Teresa d’Avila o un San Giovanni della Croce, se la Chiesa avesse censurato la cantica biblica per eccellenza!).

Solo chi non conosce la Bibbia si sarà meravigliato di questo: perché ci sono altri passi in cui il linguaggio dell’autore è altrettanto “spudorato” per franchezza e plasticità di immagini.

Si veda ad esempio il rimprovero che Dio fa al suo popolo tramite il profeta Ezechiele quando rimprovera Israele, immaginata come una promessa sposa infedele, che rimpiange i maschi di Egitto perché hanno il loro membro come quello degli asini e montano con la foga degli stalloni (Ez 23,20).

Ma è qui il punto: che la lettura del rapporto tra Dio e il suo popolo come un rapporto tra sposo e sposa è già insita nella Bibbia a partire da tutta la tradizione profetica (si veda Ez 16 ma anche Isaia, Geremia,Osea e tanti altri) e non è una operazione di rivestimento censorio operato dopo dai rabbini o dai preti in un secondo momento!

E’ proprio per questa dimensione simbolica che rabbi Akiba nel primo secolo dimostrò che il Cantico ha un posto, e preminente, nella sacra Scrittura.

E la valenza simbolica sta proprio nel suo essere anzitutto il richiamo ad una esperienza reale, vera, e qui aggiungo, umana. Lo dice anche a chiare lettere il protestante Bonhoeffer.

D’altronde non potrebbe essere altrimenti per una esperienza, quella dell’amore sponsale di coppia tra marito e moglie, anche e proprio nella sua dimensione carnale (“e i due saranno una carne una”) che Dio ha benedetto fin dalla creazione e a cui la Chiesa lungi dal censurare riconosce talmente un valore sacramentale (cioè simbolico) da dichiarare nulle quelle nozze dove non c’è stata consumazione sessuale!

E immaginate: la Chiesa ha così censurato il Cantico da farlo proclamare come prima lettura nel rito del matrimonio e la Sinagoga ha così censurato il Cantico da farlo leggere nel giorno di Pasqua!

E sarebbe ora di dire che il cristianesimo non ha paura della carne, anzi: la amiamo talmente da credere che il Dio si sia incarnato e da proclamare la resurrezione della carne e non la sola immortalità dell’anima! Chi pensa alle belle anime e non ai corpi non è cristiano, è gnostico: che lo si sappia.

Ecco perché l’operazione di Benigni è subdola (e ha fatto bene Diego Fusaro a rilevarlo): perché ha voluto insinuare che la Chiesa è la solita oscurantista di sempre, che nega la bellezza dell’amore sponsale. E il nostro comico lo ha fatto fra l’altro suggerendo di stare leggendo da un testo che non sarebbe quello contenuto nelle edizioni ufficiali! Ma sarei curioso di sapere a quale ur-redaktion, redazione originale primitiva extrabiblica lui si riferisca, quando il testo (masoretico ebraico, traduzione greca dei LXX, Vulgata latina) è disponibile in tutte le librerie! E di grazia, converrete che il proclamare in chiesa o in sinagoga traduzioni poetiche e non letterali (evitando di parlare dall’ambone di peni, testicoli e monti di venere) è solo questione di estetica e di buon gusto e non certo operazione censoria!

Ma per me, lo scandalo più grave è ancora un altro: che pur di addossare tutte le colpe alla Chiesa Benigni ha strappato il Cantico al suo legittimo proprietario che è Israele, e vi dico il perché. Perché è lui, si lui, che ha invece ha censurato il testo: perché l’invito della bella Sulamita ad aiutarla a cercare lo sposo non è rivolto genericamente a “figlie”, ma l’invito è rivolto alla “figlie di Gerusalemme”, cosa che lui ha deliberatamente omesso tutte le volte che ha citato il testo.

E in questa omissione sta il peccato più grave: decontestualizzando il Cantico dal popolo che lo ha espresso (ma d’altronde, dicendo che leggeva da un testo extra biblico più antico, lo aveva già strappato dalla Bibbia), ha reso così un canto, espressione della più alta spiritualità biblica (e quindi espressione della fede secondo la tradizione ebraica prima e cristiana dopo), un inno generico all’amore che, con un po’ di impegno un bravo poeta avrebbe potuto fare: ridotto così cosa c’è di diverso tra una poesia di Baudelaire o una di Garcia Lorca dal Cantico?

Ma siamo in fondo al vero punto in questione: l’operazione più subdola ancora, quella di insinuare che il cantico inneggia all’amore, ad ogni tipo di amore (sponsale, efebico, saffico).

Comprendetemi: non si tratta in questa sede di dare un giudizio morale su cui qui non voglio entrare, ma anzitutto di rilevare una scorrettezza di metodo, esegetica.

Benigni doveva qui dire, necessariamento che il Cantico dei cantici narra la storia di un fidanzato e di una fidanzata innamorati: per onestà, come per onestà io debbo dire che dal balcone di Verona si affacciava una Giulietta che spasimava per il suo Romeo (e non posso parlare di due Giuiette o di due Romeo). Punto.

Che se poi voleva cogliere l’occasione per parlare l’amore omoerotico tra maschi (non mi risultano seguaci della poetessa di Lesbo nella Bibbia) poteva citare la storia di Davide e Gionata (perché nella Bibbia c’è pure questo e nessuno ha mai avuto timore di ammetterlo) ma non il Cantico.

E ripeto, qui la morale non c’entra (né tanto meno, per favore, si tirino in ballo omofobia e simili), ma solo il dato oggettivo di quello che è il racconto, la trama del Cantico dei cantici.

Certo, Benigni fa furbescamente il suo mestiere e strizza l’occhio ai suoi ascoltatori, ma quello che mi preoccupa è come sia facile abbindolare le persone sfruttando la loro ignoranza e giocando sui sentimenti e oscurando l’intelligenza (ma come anche facilmente la gente si lascia abbindolare).

Questo è pericoloso. Non solo per la fede. Ma anche per la democrazia e il dialogo che si basano sul rispetto della persona e l’onesta intellettuale per rigettare con forza ogni tipo di manipolazione.

Per questo temo questi applausi a scena aperta, ma anche il silenzio di chi dovrebbe parlare eppure tace, atei o cristiani o ebrei che siano.

giovedì 6 febbraio 2020

INCONTRARE CRISTO OGGI: 4. INCONTRARE CRISTO NEL PECCATORE


·         Gesù, facendosi incontrare nel fratello (cfr. <<ogni volta…l’avete fatto a me>>) ci rivela sempre un aspetto di se stesso: es. povertà, umiltà…=> ma come riconoscere Cristo nel peccatore? cosa ci rivela di se stesso?

<<sembra infatti che il peccatore abbia una natura tale che Cristo, assolutamente, non possa assumerla in sé>>[1]: non è lui il senza peccato?

=> la vicinanza di Cristo ai peccatori fa scandalo:  <<Costui riceve i peccatori e mangia con loro>>! <<non si accontenta di rivolgere loro sermoni e prediche>>[2]

=> <<E’ così evidente la sua amicizia per chi commette peccato che la sua amicizia coi santi sembra, al confronto relativamente ridotta; “Non sono venuto a chiamare i giusti” egli dice “ma i peccatori”>>

cfr. la dracma perduta; la pecorella smarrita; il figlio ribelle; cfr. il buon ladrone; Maddalena; Giuda “Amico”; cfr. Levi, Zaccheo…

·         Quale lezione ci da Cristo? come leggere la sua identificazione col peccatore? <<Colui che non conobbe peccato si fece peccato>> (2 Cor 5,21)

=> nell’incarnazione, assumendo la natura umana, ha assunto in se ogni uomo, anche il peccatore: <<Cristo è ancora presente nel peccatore nonostante il peccato: se fosse sufficiente il peccato per scacciare Cristo dal peccatore, potremmo lasciarlo perdere…è un uomo in uno stato di prova e a lui il nostro e suo salvatore è ancora legato tramite un misterioso e reale vincolo di unità>>[3]: non spezza la canna incrinata né il lucignolo fumigante!

=> <<Dunque c’è Cristo vivo sotto le spoglie di un uomo che lo ha rifiutato>>[4]

·         l’amore per i peccatori è il più grande atto di carità cristiana

Come fare? riconoscere nel peccatore il Cristo che grida <<ho sete>>!

=> <<se ci limitiamo a discutere col peccatore, oppure se unica nostra risposta a lui è il nostro rifiuto, il nostro rapporto con lui non soltanto sarà inutile, ma ancor peggio gli sarà dannoso>>[5]

=> <<Eppure come è penoso vedere quanto i cristiani siano lontani dall’agire in questo modo! e non comprendono neppure la necessità di agire in questo modo.

E’ troppo facile convincere un uomo ad assistere a una funzione liturgica… dove si onora il Signore nel Sacramento dell’altare, dove si rivive la sua figura nel sacerdote… è facile riconoscerlo nella figura grandiosa di un santo…E’ difficile, invece, convincere un uomo a mettere mano a un’opera tutta circondata di disonore. …

Siamo terribilmente disposti a tenerci stretta la nostra fede abbandonando i peccatori a se stessi; teniamo le finestre chiuse, facciamo qualche cinico apprezzamento e dimentichiamo, così che l’attenzione alla domanda nascosta dei pagani e dei pubblicani è attenzione al Signore, a colui che diciamo di voler servire offrendogli quell’amicizia che egli da noi desidera. …

Tutta la devozione del mondo verso l’ospite dell’ostensorio e tutta l’adorazione del mondo per quel fanciullo puro, tra le braccia di una madre pura, sono nulla, se non contengono pietà per e anime che disonorano Cristo: dietro la miseria e la morte dei loro peccati sta, infatti, quel Cristo che è sacramento eucaristico, che dorme nella culla di una stalla, che ci chiama in suo aiuto.

Ed è opportuno ricordare, infine, che, se abbiamo pietà del Cristo nel peccatore, sapremo avere pietà anche del Cristo che è in noi>>[6]

Ø    <<In una parola: dobbiamo fare con il peccatore tutto il possibile, così come il Signore fa con noi ogni volta che perdona il nostro peccato. Perdonare il peccato compiuto, così come speriamo che il Signore perdoni il nostro: ecco il nostro lavoro>>.[7]



[1] BENSON, L’amicizia di Cristo, p. 85.
[2] BENSON, L’amicizia di Cristo, p. 86.
[3] BENSON, L’amicizia di Cristo, p. 88.
[4] BENSON, L’amicizia di Cristo, p. 89.
[5] BENSON, L’amicizia di Cristo, p. 89.
[6] BENSON, L’amicizia di Cristo, p. 91.
[7] BENSON, L’amicizia di Cristo, p. 89.

RADICATI E COSTRUITI IN CRISTO - Le scelte pastorali di una Chiesa locale nell’orizzonte del cammino sinodale delle Chiese in Italia

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