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martedì 14 novembre 2017

Sperimentare la salvezza nell’oggi della storia: la Chiesa e i sacramenti

 
C'è un principio in teologia che è anche principio per la spiritualità e per la catechesi: Actus credendi non terminat ad enuntiabile sed ad rem ipsam. Come dire: l'atto del credere non finisce nella enunciazione di cosa o in chi si crede, ma nella esperienza stessa dell'oggetto del credere.

Cioè dire che il credere non è semplicemente un fatto di "enunciazione" di dogmi di fede (un tempo si parlava di fides quae creditur, cioè di contenuti di fede che sono creduti appunto dal "credente") anche se questo aspetto, che comporta l'impegno a rendere intelligibile la stessa fede, a mostrane le ragioni e perciò la sua razionalità, è certamente importante e necessario, giacchè - e ce lo ha ricordato papa Benedetto XVI - la fides non può mai essere separata o prescindere dalla ratio.

Ma l'atto del credere non può mai essere ricondotto ad un puro atto - illuministicamente - di comprensione intellettuale: il comprendere razionalmente, ad esempio, come il dogma fondi ed esprima la coesistenza in Gesù Cristo della divinità con l'umanità, è certamente fondamentale ed importante, ma questo non significa ipso facto che questo sia automaticamente un atto di fede, un actus credendi.

Anzitutto perchè a questa comprensione può addivenire anche un ateo, senza implicare alcunchè di fede. Ma poi, soprattutto, perchè l'esperienza della salvezza (cioè il perdono dei peccati e il dono della vita eterna) non è il frutto della comprensione intellettuale del fedele: se così fosse saremmo in presenza non più della fede cristiana ma di una pura e semplice esperienza di gnosi (che in greco significa conoscenza), cioè appunto di conoscenza intellettuale, in cui si crede che per il semplice fatto che io ho compreso una verità di vita (ho cioè avuto - come si dice in gergo - una "illuminazione" intellettuale) io sia automaticamente già salvo!

La gnosi è stato il pericolo più sottile e insidioso del cristianesimo, nei suoi duemila anni di storia, e anche oggi si ricicla nella teoria dei "valori" o dei "principii" del cristianesimo, estrapolati e resi autonomi dal Vangelo e dalla Chiesa. Ma ridurre la fede ad alcune enunciazioni di alti ideali (più o meno condivisibili anche da chi vive in altre fedi o non è animato da nessuna fede), quali quelle oggi di moda: la pace, la giustizia, i diritti, la natura, e via di seguito, significa snaturare l'essenza stessa del cristianesimo.

Il cristiano non è colui chiamato a vivere di belle idee! E' colui che è chiamato a vivere l'incontro con una persona, Gesù Cristo, capace di cambiarti la vita, anzi di salvarti dal male e di darti la vita eterna: quello che in gergo si chiama “salvezza”.

Per questo noi parliamo di "esperienza di fede": cioè di un atto del credere che coinvolge non solo l'intelletto ma tutte le dimensioni dell'esistenza (e perciò oltre alla fides quae creditur occorre sempre anche la fides qua creditur cioè la fede per mezzo della quale si crede, in pratica quell'atteggiamento fondamentale di affidamento della propria persona nelle mani di colui che si riconosce come il proprio Signore e Salvatore).

Allora si capisce meglio il principio enunciato all'inizio.

L'atto del credere, cioè il mio cammino di fede, non finisce quando io comprendo che Gesù è il Signore e il Salvatore, ma quando io di questa stessa salvezza concessami in Cristo e per Cristo ne faccio una esperienza piena,completa, personale.

Che questo sia un principio fondamentale per la teologia dovrebbe essere evidente di per sè: perchè la vera teologia non è mai riconducibile solamente ad una dotta discussione "su Dio" (questa la può fare anche un ateo, abbiamo detto) ma è sempre anche intelligenza piena e quindi esperienza vitale di Dio! Cosicchè non ci può essere vero credente che non sia anche "teologo" e non ci può essere teologo senza che sia anche un vero credente.

E' la lezione di San Tommaso d'Aquino, capace di innalzare la mente nelle esplorazione delle alte vette di Dio, ma poi anche di saper piegare le ginocchia davanti al Santissimo Sacramento e di saper dire che davanti al mistero della transustanziazione dove falliscono la vista, il tatto e il gusto, solo la fede è capace di fondare l'atto del credente: e forse il dramma di oggi è quello di avere tanti sedicenti teologi ma pochi veri credenti!

Se questo è dunque un principio teologico non astratto ma esistenziale, allora è anche il fondamento della vita spirituale: non si comprende come si possa avere vita spirituale (che poi significa vita di grazia, nello Spirito Santo, cioè esperienza della presenza salvifica di Dio in Cristo nella nostra persona) senza che questa sia per l'appunto esperienza, e non solo precomprensione razionalista di tecniche e metodi mentali di "accaparramento del sacro" che si fermano al chiacchiericcio senza attingere alla rem ipsam cioè alla stessa esperienza della grazia e della salvezza, riducendosi a forme di autogratificazione personale, al limite dell'autoerotismo psicologico.

E la garanzia che si arriva a vivere, a sperimentare il dono della grazia, cosa in cui consiste di fatto l'esperienza della salvezza, è data dall'inveramento del principio, cioè dalla sua concretizzazione nell'esperienza liturgico-sacramentale.

La domanda soggiacente allora sarà: “Come posso ottenere la salvezza oggi?” (diamo qui per scontata la voglia di salvezza, anche se crediamo che il far prendere coscienza di dover essere salvati - e da che cosa - sia il vero problema della nuova evangelizzazione):  e meglio “Come e dove posso incontrare oggi il Cristo che mi salva?” La domanda non è oziosa, perché significa interrogarsi sulle esatte modalità della salvezza: la salvezza non è un gesto ripetitivo di Cristo ogni volta applicato ad un uomo diverso, la salvezza è l’evento pasquale compiuto “una volta per tutte (Ebrei 1). Si tratta quindi di trovare un “modo” che mi renda “contemporaneo” alla pasqua di Cristo: ora questo “modo” è la Liturgia. Se solo la Liturgia e non altro permette di attingere alla salvezza: il contenuto fondamentale della catechesi liturgica sarà anzitutto una corretta  nozione di Liturgia e poi contenuti specifici saranno le peculiarità che la celebrazione della Liturgia comporta.

Il termine LITURGIA indica una azione (specie se onerosa) fatta da qualcuno in favore del popolo: cfr. le opere pubbliche che magistrati e cittadini facoltosi erano obbligati a fare nell’antichità.

Per questo nel linguaggio biblico indica anzitutto L’OPERA SALVIFICA DI DIO IN FAVORE DEGLI UOMINI

perciò si può dire che LITURGIA E’ LA STESSA ECONOMIA SALVIFICA REALIZZATA NEL MISTERO PASQUALE.

Si parla infatti di

·      Liturgia nascosta (il mistero di Cristo nascosto nei secoli = il piano salvifico di Dio)

·      Liturgia rivelata (l’economia salvifica nella storia di Israele fino al compimento in Cristo)

·      Liturgia attuata (la realizzazione nell’evento Pasquale)


1.    la dimensione trinitaria della liturgia: (dal Padre) -  Per Cristo - Nello Spirito - Al Padre

2.    dimensione sacramentale (legge dell’incarnazione): Cristo Dio-Uomo, sacramento(segno e strumento)  dell’incontro tra Dio e l’uomo.


·      A partire dalla pasqua-ascensione-pentecoste Cristo associa a sé i battezzati (= salvati) nel suo Corpo che è la Chiesa: tramite questo Corpo continua la sua missione salvifica nel mondo e nei secoli.

·      La Chiesa ha, analogamente a Cristo, una dimensione “teandrica” (umano-divina): come Cristo è sacramento del Padre, così la Chiesa è sacramento di Cristo.

·      Celebrando la Liturgia e i sacramenti la Chiesa santifica i fedeli: “Nella liturgia...con segni sensibili è significata e in modo proprio a ciascuno realizzata la santificazione dell’uomo...”

·      Con segni e simboli

- attenzione al linguaggio simbolico tratto dalla creazione (fuoco, luce, acqua), dalla vita umana (olio - unzione,  pane - frazione..., acqua - lavare), dalla stooria della salvezza (es. riti pasquali e la stessa Pasqua ebraica)

=> significato naturale > religioso > cristiano

=> recupero della dimensione simbolica per uscire dalle liturgie chiaccherate

·      Con Parola e azione

- Legge dell’incarnazione: Verbo si fa carne

- Verbis gestisque: la Parola apre all’intelligenza del gesto, il gesto nel suo linguaggio simbolico dice ciò che la parola non riesce a dire: La Parola di Dio che “risuona” nella Liturgia e dalla Liturgia: La liturgia è luogo privilegiato della catechesi del Popolo di Dio

=> Importanza fondamentale della Liturgia della Parola

=> Tutta la Liturgia è impregnata di parola di Dio

·      nello Spirito Santo

- lo Spirito opera nella creazione e nell’incarnazione, così opera nella liturgia: l’attualizzazione della salvezza è dovuta oggi alla epiclesi consacratoria.

·      Il Mistero di Cristo nell’Oggi della salvezza: la Pasqua eterna

·      Il giorno del Signore: la Pasqua settimanale

Giacchè l'esperienza della salvezza di Cristo è possibile oggi solo attraverso i sacramenti e nella liturgia della Chiesa, dire oggi che l'atto del credere non si conclude con l'enunciazione del dogma ma deve arrivare alla ipsam rem della salvezza, vuol dire concretamente che la confessione della fede deve terminare nell'esperienza sacramentale.

Non c'è fede senza Sacramento.

Non c'è proclamazione di fede che non nasca dunque dalla Parola e dal suo accoglimento, ma che non si concluda nel Sacramento. 

Nel Battesimo-Confermazione, anzitutto, come a conclusione del cammino di conversione (e nei sacramenti collegati del perdono che sono la Confessione e l'Unzione dei malati); e poi nei sacramenti della vita nuova del servizio ecclesiale (Ordine e Matrimonio) ma soprattutto nel Sacramento dell'Eucaristia che della vita nuova in Cristo è centro. 

Ciò vuol dire allora che questo principio teologico è anche il principio che sottostà a tutto l'impegno di evangelizzazione e catechesi. A cosa deve tendere infatti la evangelizzazione e la catechesi se non ad una pedagogia della fede che accompagni il cristiano non solo a saper confessare la sua fede e a renderne ragione, cioè a saper interiorizzare ed esprimere i contenuti del suo credere perchè ne risulti tutta la sua razionalità e credibilità e il credere non sia ridotto a miti e favole per bimbi, ma che arrivi anche e soprattutto a far fare di quella fede confessata una esperienza celebrata nei sacramenti e vissuta nelle varie dimensioni dell'esistenza personale del credente?

Una evangelizzazione e catechesi che non sbocchi nella celebrazione sacramentale dà solo l'illusione di un cammino compiuto, che si arresta invece proprio davanti alla porta dell'esperienza della salvezza che pur vorrebbe favorire!

Non solo: staccando poi l'esperienza di fede dal percorso dell'intellectus la stessa esperienza sacramentale viene ridotta ad una esperienza o magica o puramente estetica o ad una pura esperienza celebrativa ridotta ad una cerimonia avulsa dalla realtà del credente, incapace di produrre frutti di grazia (cioè di attingere alla pienezza dell'esperienza di salvezza se non per il minimo vitale dell'ex opere operato) e quindi anche di sostenere l'impegno del credente in una coerente testimonianza di vita (o i rischi della pietà popolare). 

Così abbiamo percorsi catechistici che si riducono solo all' enuntiabile (quasi percorsi scolastici paralleli incapaci di toccare il cuore dei credenti) oppure modelli di presunta evangelizzazione ispirati solo ad una esperienza di fraternità cristiana ridotta però al solo humanum del "vogliamoci bene, come è bello stare insieme!"

Questo spiega perchè tanti bambini e ragazzi, pur frequentando il catechismo il sabato non riescano poi a comprendere le ragioni della partecipazione alla Messa domenicale; o perchè tanti ragazzi e giovani abbandonino la vita sacramentale al culmine della iniziazione cristiana, quando questa vita dovrebbe prendere le mosse proprio dalla pienezza della iniziazione che dovrebbe vedere nell'Eucaristia (e non nella Cresima) la fonte ed il culmine di tutta la vita cristiana, come insegna il Concilio Vaticano II.

mercoledì 12 novembre 2014

Per il futuro? Ritornare a scommettere sull'educazione.

Viviamo in tempi in cui abbiamo assistito - per dirla schematicamente - alla fine degli assolutismi, alla perdita dei valori, al crollo degli ideali, alla  crisi delle istituzioni, al dilagare di una illegalità diffusa a tutti i livelli, al lento ma a prima vista inarrestabile traballare di famiglia, Stato, scuola....e aggiungerei anche Chiesa...
Conseguentemente abbiamo davanti a noi ad esempio giovani sempre più insicuri (vedi l’innalzamento e l’allargamento del periodo adolescenziale), personalità fragili (vedi l’incapacità di fare scelte, specie se durature, e i sacrifici conseguenti alle scelte, o di portarle avanti nel tempo : emblematico è il fallimento di tanti matrimoni di coppie giovani, ),  giovani vittime di manipolazioni ( vedi l’influenza sempre più alta dei mass media),  giovani contesi o dissociati tra le diverse agenzie educative o pseudoeducative ( vedi i giovani che fanno musica, sport, scautismo etc o che appartengono insieme  a gruppi di matrice diversa...incapaci di stabilire una gerarchia di valori o che rispondono ai valori/pseudovalori come Zelig, il personaggio di Woody Allen, a seconda delle situazioni).
Il compromesso così sembra essere diventato la regola, l’incoerenza tra valori e scelte concrete sembra quasi connaturata ad uno stile di vita sempre più illuministicamente dissociato tra il dire e il fare (se è detto è fatto?!).
Risultato di tutto ciò è la frammentazione dell’identità: spesso si vive quasi a compartimenti stagni, incapaci di operare una vera “reductio ad unum”, cioè incapaci di ricondurre la diversità delle esperienze ad un unico punto attorno al quale fare ruotare e dal quale ricevere senso, per leggere se stessi come il soggetto unico della propria storia. Abbiamo bisogno di quel “centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente...” che cercava, cantando, Battiato.
Emblematica, a proposito, è la confusione dei ruoli (vedi il rapporto uomo-donna o la crisi  dell’identità personale), oppure il relativismo etico (se ogni persona ha la propria verità, allora fa quello che vuole: è i trionfo del “secondo me”, del “mi piace, quindi è così”, del “così è bello” o del “il corpo è mio e me lo gestisco io”) che sfocia, per alcuni aspetti, nella pluriappartenenza (vedi il caso del Baggio “buddista” o il fenomeno del New Age) e, per altri aspetti, nella privatizzazione dei comportamenti.
Come definire allora un giovane che vive in questa rete, spesso groviglio, di problemi che si riversano nella sua esistenza e che la connotano e la condizionano spesso in modo tragico e irreversibile, specie in situazioni socioculturali quali quelle della Sicilia dominate da piaghe quali la disoccupazione, sacche di povertà ancora estese, micro e maxi delinquenza, criminalità organizzata, mafia, inquinamento sociopolitico ed ecclesiale, diffidenza verso le istituzioni, mancanza di senso civico, religiosità popolare  e costumi ancora fortemente tradizionalistici?
Io lo definirei un “giovane a rischio”, dove però la categoria “a rischio” prima che essere sociologica è esistenziale: quello infatti che si mette a rischio non è qualche aspetto della vita, materiale o no che sia, è anzitutto la vita stessa, nella sua qualità, nella chiamata alla realizzazione piena di sé che ogni vita porta inscritta nella propria esistenza.
In questo senso  i giovani della Sicilia oggi sono a rischio, perché il mondo è a rischio: la Sicilia è specchio di quello che oggi è il mondo!
Eppure, pur parlando di situazioni a rischio, non vorrei mancare al mio dovere di scout di saper vedere anche il 5% di buono presente in quest’oggi e in questo mondo. Sarebbe infatti ingiusto tacere di quelle tante realtà che viaggiano nella direzione opposta a quella precedentemente vista: sono ad esempio l’impegno per la pace di tanti, la cooperazione e lo sviluppo tra i popoli, l’impegno per la salvaguardia del creato, per una società più giusta e solidale e più a misura d’uomo (vedi   l’AVS, il servizio civile, il volontariato) e poi la rinascita di una coscienza politica, il fermento antimafia, e , al livello ecclesiale, il risveglio e l’impegno per una vera esperienza di fede in una Chiesa-Popolo di Dio e Corpo di Cristo che vive nella testimonianza -a volte letteralmente vero e proprio martirio - il proprio servizio dell’annuncio del vangelo del Regno al mondo.
Come ingiusto sarebbe inoltre non riconoscere nel volto della Sicilia, per rimanere nell’ambiente che ci interessa più da vicino, assieme alle tante rughe che lo deturpano, anche i tratti della intelligenza, della forza e della tenacia con i quali spesso la rassegnazione si trasforma in laboriosità; i tratti della  generosità che si coniuga in termini di solidarietà, ospitalità, accoglienza, tolleranza, integrazione razziale (è questa la lezione della storia!), i tratti dell’ironia che pirandellianamente sa elevare un innato pessimismo ad un  sano realismo ...sono tratti questi che rappresentano una risorsa, una riserva, assieme a quelle realtà di bene cui prima accennavamo più in generale, da cui trarre ricche suggestioni per il lavoro che ci apprestiamo a fare.
A questo punto, chi deve essere e come un cristiano che vuole scommettere sulla formazione e sull’educazione delle nuove generazioni?
E’ uno che ha anzitutto il coraggio  dell’intelligenza: cioè il coraggio di andare dentro le cose (intus-legere), di superare le apparenze, di andare al nocciolo, alla sostanza delle cose (sub-stantia:ciò che sta sotto), ricordando l’ammonimento della volpe al Piccolo Principe: “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Questo significa, per un educatore, la capacità di superare ogni superficialità, in noi stessi e negli altri, il rifiuto di farci ingannare dagli specchietti per le allodole...per andare alla interiorità: è il rifiuto del “look”, dell’apparenza per ritornare all’essere.
E chi ha il coraggio dell’intelligenza ha anche il  coraggio del discernimento. Proprio nell’epoca della contraddizione, della confusione e del relativismo il dovere del discernimento si impone più che mai come il coraggio di scegliere e di saper scegliere, distinguendo tra bene e male: “tutto provate, ritenete ciò che è buono” ammonisce San Paolo.
Mi sembra che una delle urgenze più grandi per gli educatori sia quella di aiutare a superare l’indifferentismo e di educare alle scelte, alle scelte responsabili. Questo significa, per un educatore, la capacità di un atteggiamento critico nei confronti di se stesso anzitutto e poi degli altri e della realtà che ci circonda, non per seminare dubbi o zizzania per partito preso, ma per sottoporre ogni cosa al vaglio critico della Parola di Dio, che mettendo in luce le ombre del peccato e le tentazioni al compromesso ci spinge a continua conversione.
Ma intelligenza e discernimento si pagano con un altro coraggio: quello di ricercare sempre, senza posa, la verità. Solo infatti chi ha l’umiltà di riconoscere di non essere depositario di verità precostituite, avrà il coraggio di superare ogni dogmatismo, di uscire dalle proprie sicurezze, spesso false, per impegnarsi in un pellegrinaggio alla ricerca della verità, che diventa, per chi ha il coraggio di compierlo fino in fondo, un cammino di liberazione, se vero, come è vero, che la verità ci farà liberi (Gv).
Questo significa, per un educatore che aspira a diventare formatore di personalità autentiche, la capacità anzitutto di mettersi a nudo, di gettare la maschera, di sciogliere i tanti legami dell’ipocrisia per ripartire da una vita sentita e vissuta nella  sincerità del cuore.
E dato poi che per noi che ci diciamo cristiani la verità non è un ideale astratto, o peggio un “flatus vocis”, ma una persona ben concreta, Gesù di Nazareth che noi confessiamo come il Cristo di Dio, allora potremo dire che l’educatore cristiano è uno che, oggi più che mai, ha il coraggio  di mettersi con più decisione alla sequela di Cristo, nell’esperienza della fede, nella docilità allo Spirito, nell’obbedienza della Parola, nella appartenenza ecclesiale, nella libertà della coscienza.
Chi deve essere l’educatore cristiano infatti se non colui che nella coerenza della propria vita testimonia una sempre rinnovata fedeltà a Cristo che lo ha liberato? “liberi e fedeli in Cristo” dice P. Haring a proposito della vita dei cristiani: libero e fedele in Cristo deve essere un Capo, per essere a sua volta nella Chiesa e nel mondo segno e strumento di liberazione. Poiché infatti oggi l’educazione non può non coniugarsi in termini di liberazione, di superamento cioè delle contraddizioni tra fede-vita, ideale-reale, interiore - esteriore, pubblico-privato, personale-comunitario, materiale-spirituale...superamento in vita della realizzazione dell’uomo integrale...
Questo significa per noi in questa sede, avere il coraggio di una revisione critica del nostro modo di essere e delle nostre scelte: prima di guardare ai ragazzi dobbiamo guardare a noi stessi, con onestà! Ci dice infatti il Vangelo che “se un cieco guida un altro cieco, entrambi finiscono in una fossa”: allora molto onestamente dobbiamo dire oggi che i frutti del nostro servizio dipendono dalla qualità di noi Capi. Dobbiamo allora puntare sulla qualità, come primo impegno: sulla qualità dell’essere che si traduce in termini di una spiritualità cristiana sempre più sperimentata, vissuta, incarnata... e che sfocia nella qualità del servizio che si traduce in termini di una competenza sempre maggiore (sono finiti i tempi del pressappochismo e delle buone intenzioni!!!).
Noi purtroppo siamo figli e vittime di quello che in filosofia oggi viene detto il “pensiero debole”: cosa viene insegnato oggi? Che non esistono valori - certezze e che è inutile cercarle e che se anche esistessero la nostra  mente non riuscirebbe a coglierli in pieno dati  i suoi limiti, e che se anche riuscisse a capire qualcosa non saprebbe né comunicarla né viverla: e allora? Allora accontentiamoci di vivere alla giornata, di non pensare a mete irraggiungibili: gli ideali? E chi li ha mai visti o toccati? Meglio altre mete che, guarda caso, devono essere tangibili: beni, denaro, potere...si potrebbe continuare, ma credo che ci siamo capiti: oggi assistiamo al trionfo della mediocrità, al ripiego dell’uomo su se stesso, al rifiuto della sua chiamata ad essere Altro, e alla conseguente tragedia della perdita dell’identità stessa dell’uomo. Eppure il Poeta (!) ci aveva ammoniti: “fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza...”: A parte la citazione dotta ,
Dobbiamo osare pensare in grande, dobbiamo liberare i sogni e ritornare a giocare con le stelle: come paradossalmente veniva suggerito a Peter Pan per crescere, per riuscire a volare!


venerdì 1 novembre 2013

Actus credendi non terminat ad enuntiabile sed ad rem ipsam.


C'è un principio in teologia che è anche principio per la spiritualità e per la catechesi:
Come dire: l'atto del credere non finisce nella enunciazione di cosa o in chi si crede, ma nella esperienza stessa dell'oggetto del credere.
Cioè che il credere non è semplicemente un fatto di "enunciazione" di dogmi di fede (un tempo si parlava di fides quae creditur, cioè di contenuti di fede che sono creduti appunto dal "credente") anche se questo aspetto, che comporta l'impegno a rendere intelligibile la stessa fede, a mostrane le ragioni e perciò la sua razionalità, è certamente importante e necessario, giacchè - e ce lo ricorda continuamente papa Benedetto - la fides non può mai essere separata o prescindere dalla ratio.
Ma l'atto del credere non può mai essere ricondotto ad un puro atto - illuministicamente - di comprensione intellettuale: il comprendere razionalmente, ad esempio, come il dogma fondi ed esprima la coesistenza in Gesù Cristo della divinità con l'umanità, è certamente fondamentale ed importante, ma questo non significa ipso facto che questo sia automaticamente un atto di fede, un actus credendi. Anzitutto perchè a questa comprensione può addivenire anche un ateo, senza implicare alcunchè di fede. Ma poi, soprattutto, perchè l'esperienza della salvezza (cioè il perdono dei peccati e il dono della vita eterna) non è il frutto della comprensione intellettuale del fedele: se così fosse saremmo in presenza non più della fede cristiana ma di una pura e semplice esperienza di gnosi (che in greco significa conoscenza), cioè appunto di conoscenza intellettuale, in cui si crede che per il semplice fatto che io ho compreso una verità di vita (ho cioè avuto - come si dice in gergo - una "illuminazione" intellettuale) io sia automaticamente già salvo!
La gnosi è stato il pericolo più sottile e insidioso del cristianesimo, nei suoi duemila anni di storia, e anche oggi si ricicla nella teoria dei "valori" o dei "pricipii" del cristianesimo.
Ma ridurre la fede ad alcune enunciazioni di alti ideali (più o meno condivisibili anche da chi vive in altre fedi o non è animato da nessuna fede), quali quelle oggi di moda: la pace, la giustizia, i diritti, la natura, e via di seguito, significa snaturare l'essenza stessa del cristianesimo.
Il cristiano non è colui chiamato a vivere di belle idee! E' colui che è chiamato a vivere l'incontro con una persona, Gesù Cristo, capace di cambiarti la vita.
Per questo noi parliamo di "esperienza di fede": cioè di un atto del credere che coinvolge non solo l'intelletto ma tutte le dimensioni dell'esistenza (e perciò oltre alla  fides quae creditur   
occorre sempre anche la   fides qua creditur  cioè la fede per mezzo della quale si crede, in pratica quell'atteggiamento fondamentale di affidamento della propria persona nelle mani di colui che si riconosce come il proprio Signore e Salvatore).
Allora si capisce meglio il principio enunciato all'inizio.
L'atto del credere, cioè il mio cammino di fede, non finisce quando io comprendo che Gesù è il Signore e il Salvatore, ma quando io di questa stessa salvezza concessami in Cristo e per Cristo ne faccio una esperienza piena,completa, personale.
Che questo sia un principio fondamentale per la teologia dovrebbe essere evidente di per sè: perchè la vera teologia non è mai riconducibile solamente ad una dotta discussione "su Dio" (questa la può fare anche un ateo, abbiamo detto) ma è sempre anche intelligenza piena e quindi esperienza vitale di Dio! Cosicchè non ci può essere vero credente che non sia anche "teologo" e non ci può essere teologo senza che sia anche un vero credente.
E' la lezione di San Tommaso d'Aquino, capace di innalzare la mente nelle esplorazione delle alte vette di Dio, ma poi anche di saper piegare le ginocchia davanti al Santissimo Sacramento e di saper dire che davanti al mistero della transustanziazione dove falliscono la vista, il tatto e il gusto, solo la fede è capace di fondare l'atto del credente: e forse il dramma di oggi è quello di avere tanti sedicenti teologi ma pochi veri credenti!
Se questo è dunque un principio teologico non astratto ma esistenziale, allora è anche il fondamento della vita spirituale: non si comprende come si possa avere vita spirituale (che poi significa vita di grazia, nello Spirito Santo, cioè esperienza della presenza salvifica di Dio in Cristo nella nostra persona) senza che questa sia per l'appunto esperienza, e non solo precomprensione razionalista di tecniche e metodi mentali di "accaparramento del sacro" che si fermano al chiacchiericcio senza attingere alla rem ipsam cioè alla stessa esperienza della grazia e della salvezza, riducendosi a forme di autogratificazione personale, al limite dell'autoerotismo psicologico.
E la garanzia che si arriva a vivere, a sperimentare il dono della grazia, cosa in cui consiste di fatto l'esperienza della salvezza, è data dall'inveramento del principio nell'esperienza liturgico-sacramentale. Giacchè l'esperienza della salvezza di Cristo è possibile oggi solo attraverso i sacramenti e nella liturgia della Chiesa, dire oggi che l'atto del credere non si conclude con l'enunciazione del dogma ma deve arrivare alla ipsam rem  della salvezza, vuol dire concretamente che la confessione della fede deve terminare nell'esperienza sacramentale. Non c'è fede senza Sacramento. Non c'è proclamazione di fede che non nasca dunque dalla Parola e dal suo accoglimento, ma che non si concluda nel Sacramento. 
Nel Battesimo-Confermazione anzitutto come a conclusione del cammino di conversione (e nei sacramenti collegati del perdono che sono la Confessione e l'Unzione dei malati); e poi nei sacramenti della vita nuova del servizio ecclesiale (Ordine e Matrimonio) ma soprattutto nel Sacramento dell'Eucaristia che della vita nuova in Cristo è centro. 
Ciò vuol dire allora che questo principio teologico è anche il principio che sottostà a tutto l'impegno catechistico. A cosa deve tendere infatti la catechesi se non ad una pedagogia della fede che accompagni il cristiano non solo a saper confessare la sua fede e a renderne ragione, cioè a saper interiorizzare ed esprimere i contenuti del suo credere perchè ne risulti tutta la sua razionalità e credibilità e il credere non sia ridotto a miti e favole per bimbi, ma che arrivi anche e soprattutto a far fare di quella fede confessata una esperienza celebrata nei sacramenti e vissuta nelle varie dimensioni dell'esistenza personale del credente?
Una catechesi che non sbocchi nella celebrazione sacramentale dà solo l'illusione di un cammino compiuto, che si arresta invece proprio davanti alla porta dell'esperienza della salvezza che pur vorrebbe favorire! Non solo: staccando poi l'esperienza di fede dal percorso dell' intellectus la stessa esperienza sacramentale viene ridotta ad una esperienza o magica o puramente estetica o ad una pura esperienza celebrativa ridotta ad una cerimonia avulsa dalla realtà del credente, incapace di produrre frutti di grazia (cioè di attingere alla pienezza dell'esperienza di salvezza se non per il minimo vitale dell' ex opere operato) e quindi anche di sostenere l'impegno del credente in una coerente testimonianza di vita. 
Così abbiamo percorsi catechistici che si riducono solo all' enuntiabile (quasi percorsi scolastici paralleli incapaci di toccare il cuore dei credenti) oppure ispirati solo ad una esperienza di fraternità cristiana ridotta però al solo humanum del "vogliamoci bene, come è bello stare insieme!".
Questo spiega perchè tanti bambini e ragazzi, pur frequentando il catechismo il sabato non riescano poi a comprendere le ragioni della partecipazione alla Messa domenicale; o perchè tanti ragazzi e giovani abbandonino la vita sacramentale al culmine della iniziazione cristiana, quando questa vita dovrebbe prendere le mosse  proprio dalla pienezza della iniziazione che dovrebbe vedere nell'Eucaristia (e non nella Cresima) la fonte ed il culmine di tutta la vita cristiana, come insegna il Concilio Vaticano II.
Riscoprire l'impegno educativo della Chiesa - come è detto nel progetto delle Chiese in Italia per questo decennio - significa a mio avviso ripartire anzitutto da una comprensione della catechesi come accompagnamento pedagogico che aiuti ad entrare pienamente nel mistero della salvezza, che niente altro è che la stessa esperienza della misericordia divina rivelata a noi nel Cristo e diffusa nel nostri cuori dallo Spirito Santo. E' per questa misericordia che noi siamo salvi e ci è data in dono la vita nuova.  E perciò una catechesi vera conduce a sperimentare la misericordia divina nei sacramenti della Chiesa. E solo una sapiente mistagogia (cioè di introduzione ai sacramenti per ritus et preces) saprà rendere l'esperienza sacramentale della misericordia la base per una coerente testimonianza di vita. Se vogliamo cristiani capaci di essere annunciatori dell'amore di Dio, dobbiamo avere prima cristiani che di questo amore ne facciano esperienza vera e sincera.
L'impegno è dunque quello di non essere solo enunciatori, quanto sperimentatori della salvezza. 
Per poi vivere l’impegno della vita nuova.           

    La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa.   Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia...