CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
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giovedì 5 febbraio 2015
Sii tu uomo
C’è un libricino nella tradizione ebraica, letto nella liturgia sinagogale del sabato nel periodo che va dalla Pasqua alla Pentecoste, che raccoglie massime e sentenze di vario genere che vogliono ispirare perlopiù la condotta dell’ebreo ‘giusto’. Sono i Pirkè Avot : i Detti dei Padri, formanti quasi un anello di congiunzione tra la Torah scritta (il Pentateuco) e la susseguente Tradizione (definita anch’essa Torah) orale. È un testo affascinante nella sua lapidarietà, a volte quasi enigmatica, al quale confesso di ritornare spesso, comprendendo sempre più il perché ha avuto la fortuna in due millenni di essere commentato e proclamato come un libro della Sacra Scrittura : certamente perché è il frutto, direi il distillato, di una secolare sapienza di un popolo che ha dovuto trovare in se stesso la forza e la ragione del proprio essere e della propria ‘diversità’ in mezzo agli altri popoli. Ma questo è un frutto che viene offerto ad ogni popolo, anzi, ad ogni uomo, perché sia sempre all’altezza del proprio compito nel mondo. Recita così infatti una massima di questi Detti : “Dove non ci sono uomini, sii tu uomo”. Anche nel linguaggio comune spesso si è invitati a fare gli uomini : ma a volte i risultati non sono affatto esaltanti o il modello di umanità proposto non è certo quello ideale. Si comprende subito nel Detto che non si tratta di una mera presenza fisica da assicurare né di una esaltazione della mascolinità, quanto dell’assicurare la presenza di qualcuno che abbia il coraggio della assunzione delle proprie responsabilità, spesso lì dove si registra la fuga invece di quanti - proprio per questa mancata assunzione di responsabilità - si rivelano appunto per non uomini. “Sii tu uomo” . Ma quale uomo dunque ? I Pirkè Avot non hanno dubbi : sii l’uomo che ha il coraggio di scoprirsi creato a immagine e somiglianza di Dio. Perché solo da qui puoi sentire la grandezza della tua dignità e della tua vocazione, perché “un uomo vale quanto tutta la creazione” e “chi salva un uomo ha salvato tutto il mondo, come chi uccide un uomo fa perire tutto il mondo”. E il salvare e il far perire non sono intesi solo in senso materiale : “è colpevole di omicidio anche chi calunnia il prossimo o dice stupido al fratello” dirà poi l’esegesi rabbinica (come non ricordare qui il Gesù del Discorso della Montagna del vangeloi secondo Matteo ?). Nel “Sii tu uomo” c’è allora l’appello a non rinnegare la propria umanità, a non vendersi o svendersi, a non scendere a compromessi con la propria coscienza, ad avere il coraggio di scendere in campo... Non che io mi senta un grande uomo, ma confesso che questo Detto mi infonde coraggio nello sforzo almeno di essere uomo, specie quando ci si ritrova circondati da ominicchi e mezzi uomini di sciasciana memoria. E credo che l’impegno a vivere la propria umanità nell’onestà, nella giustizia, nella fedeltà alla parola data, tanto per fare pochi esempi, siano poi un modo concreto di vivere nella misura giusta la nostra umanità. Senza tentennamenti. Un altro Detto dei padri infatti aggiunge : “Se non ora, quando ?” E’ l’invito a vivere in pienezza nell’oggi della storia, hic et nunc, qui ed ora, ad avere il coraggio del presente, pur con tutte le sue contraddizioni. Se non vado errato fu proprio Primo Levi, erede di questa grande lezione ebraica, che nei suoi scritti rilevò la grande carica di umanità presente in questi detti : un suo libro riporta nel titolo esplicitamente l’ultima massima, mentre il primo detto è adombrato in “Se questi è un uomo”. E Levi scriveva proprio dopo la grande tragedia della Shoà e della Seconda Guerra mondiale invitando a non dimenticare come si può correre il rischio di perdere il ‘metro’ che fa di un uomo un Uomo. E in ciò siamo sempre in situazione di emergenza : non ci sono periodi in cui ci si può cullare e dare per scontato queste cose. “ Se non ora, quando ?” indica anche l’impegno a far si che ogni generazione viva con responsabilità la propria vita. Ed è penoso vedere non solo le piccinerie invece dei ‘grandi’ uomini (politici ad esempio ma anche tanti altri che scambiano il potere di qualsiasi genere come misura della statura della loro umanità) ma anche genitori che insegnano i sotterfugi ai figli o che comunque li coprono, facendo intuire che sia la furbizia di chi cerca sempre di farla franca giocando a scaricabarile, quella che connota l’umanità di un uomo (mi si permetta il gioco di parole). Mi domando perché parlando di ‘gentiluomini’ si debba aggiungere ‘d’altri tempi’ come se oggi non fosse più il tempo per vivere invece da uomini veri il nostro tempo. E’ questo l’augurio che mi faccio e che faccio ai miei lettori : di osare la misura dell’umanità, di osarla ogni giorno, anzitutto per noi stessi (“se non io per me, chi ?” recita un altro Detto) e non certo per egoismo ma per un’autentica realizzazione di quello che noi siamo, e poi per il mondo perché per dirla con Antoine de Saint Exeupery o questa terra sarà una Terra di Uomini o non sarà affatto.
giovedì 24 gennaio 2013
Del Natale e di altro ancora...
Scrivo ancora sotto l’effetto-choc del Natale, lo so, direte, si ripete ogni anno, ma io non riesco ad abituarmi alla invasione dei babbi natale e alla scomparsa delle cartoline con la natività: proprio per
quello che di per sé il Natale dovrebbe significare e che più non significa (ma ci
pensate: come si può pensare alla
nascita di un Bambino celebrando un vecchio, che sa dispensare solo regali a comando? Sono i
miracoli della civiltà dei consumi a cui cristianamente noi diamo una mano! Ma la fede è un fatto personale e su questo non voglio fare prediche a nessuno.
Ci
sono però dei risvolti che credo ci
tocchino al di là del fatto personale per diventare quasi fatti di
costume: mi domando però se i costumi sia lecito solo subirli (un po’ come
subiamo la moda che ci fa vestire una volta così e una volta cosà ) o se non ci
sia data invece la possibilità di sceglierli, di indossarli oppure rifiutarli
o, meglio ancora modificarli.
Non
capisco ad esempio la pratica generalizzata degli auguri di natale: possiamo
scambiarci auguri tra chi non crede che il Dio si sia fatto uomo o che comunque
questo gli risulta indifferente? Ma in questo caso cosa dobbiamo augurarci? Chi
mi incontra in occasione del Natale sa con quanta ritrosia mi assoggetti a
questi riti augurali, con benevoli assalti di baci e abbracci: non per paura di
contagi, ma per paura di porre gesti
ipocriti. E così a Natale finisco per augurare solo buon anno! Questo
sì, lo faccio volentieri, perché ce sempre da sperare che le cose (e gli uomini
che si nascondono dietro le cose) migliorino.
Vivo
perciò con insofferenza questi giorni di buonismo, arrabbiandomi per i
marciapiedi occupati da vasi ed alberi che ti obbligano fare pericolose gimkane
(ma i marciapiedi non erano una volta solo per i pedoni?), o rassegnandomi a
vivere in un paese di zombie perché le persone che incontri mostrano le occhiaie
e tutti gli altri visibili segni delle
lunghe veglie passate a non attendere più nessuno e niente che non sia una
vincita al gioco (ma è tutta qui la speranza?). O al vedere come anche questa
sia una buona occasione per fare un po’ di folklore quali certi “presepi
viventi” che di presepe hanno solo la grotta della natività appiccicata a scene
da museo etnografico delle tradizioni popolari. Rimpiango i grandi dipinti
della natività o i presepi dei secoli passati dove l’incarnazione era veramente
un inserimento nella storia di un popolo (i dipinti del trecento ci mostrano la
civiltà del trecento, quelli del seicento la civiltà del seicento e lo stesso
si dica dei presepi: noi nel duemila rappresentiamo l’incarnazione
nell’ottocento, non riuscendo a fare né un discorso solo storico, perché
dovremmo ricostruire solo l’ambiente giudaico dell’epoca, ma avrebbe senso?, né un discorso culturale perché
quella cultura che noi rappresentiamo, con buona pace di tutti (anche di quelli
a cui ancora piace la mangiata della ricotta calda nell’ambiente bucolico) non
c’è più. Pensavo proprio questo salendo per le stradine della cavuzza di san
Guglielmo, dove le abitazioni e le grotte artificiali si
mescolavano a quelle vere, a quelle in cui ancora oggi la gente vive in
dignitosa povertà, vedendo come persone per sbaglio entravano in queste
piuttosto che in quelle, o vedendo la gioia di un vecchietto nel vedere che
tutti si fermavano a guardare il presepe dalla porta spalancata: forse proprio
queste case sono state oggi le vere grotte del presepe, lì certamente bisognava
cercare come i pastori o i magi il Dio che si è fatto uomo, accanto ad una
mamma che ancora allatta, ad una vecchia che più non fila e che forse tesse
ormai solo la trama dei ricordi, a quelle persone umili e semplici che sanno
che non per due giorni l’anno ma per sempre Dio rende protagonisti della sua
storia.
Ora le feste sono finite (l’Epifania se le
porta via si dice) e siamo stati richiamati alla dura realtà della vita
quotidiana: e ogni volta il “rientro” non è indolore. Mi domando se questo sia
giusto, se proprio non avesse ragione Pascal quando afferma che il problema di
tante crisi di identità è proprio del divertessement, del divertimento, del
tentativo che continuamente fa l’uomo di divergere, cioè di allontanarsi dal
suo centro, dal suo io spesso non accettato, per trasferirsi in qualche paese
delle meraviglie o dei balocchi: ma sono paesi dove non si può vivere per
sempre. C’è sempre il biglietto di ritorno compreso nel prezzo, a meno che il
divertimento non diventi alienazione e qui complichiamo le cose… Ma il
divertimento non educa alla responsabilità, anzi: chi è stato a Disneyland ne
sa qualcosa del tipo di mondo che viene proposto. Mi domando se la colpa sia di
chi cerca il divertissement o di chi glielo offre. La Chiesa in questo senso forse qualche peccato deve confessarlo, ma certo non è la
sola: tanti altri pensano che al popolo basti offrire alcuni ludi circenses
ogni tanto… ma qui i discorsi vanno sul difficile. Forse è meglio
smettere qua e dirci arrivederci alla prossima volta.
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