1. Radicati e
costruiti in Cristo: il frutto del Cammino sinodale
Approvato durante
l'82ª Assemblea Generale della CEI, nel maggio 2026 e pubblicato il 10 giugno
2026, “Radicati e costruiti in Cristo” (RCC) è il documento della
Conferenza Episcopale Italiana (CEI) che traccia le linee di orientamento
per il cammino delle Chiese in Italia per il prossimo quinquennio
(2027-2031).
Il testo offre
priorità e indicazioni concrete per attuare il Documento di sintesi
“Lievito di pace e di speranza” (LPS) frutto del Cammino sinodale
italiano, << nel
processo di recezione del Documento finale della Seconda Sessione della XVI
Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi>> dal titolo “Per
una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione” e << nel
solco della attuazione del Vaticano II portata avanti dalla CEI>>,
come è detto nell’introduzione al Documento stesso (RCC 1).
L’ecclesiologia comunionale
del Concilio Vaticano II, dunque, e la riscoperta della dimensione sinodale del
vissuto ecclesiale, sono i due orizzonti in cui va letto e compreso sia tutto
il cammino sinodale, sia lo stesso “Radicati e costruiti in Cristo”,
come è dichiarato nella premessa dello stesso Documento.
Il Cammino sinodale delle Chiese
in Italia, lo ricordiamo, si è sviluppato attraverso le tre fasi narrativa,
sapienziale, profetica e le tre Assemblee nazionali con la
elaborazione delle 75 aree tematiche di Orientamenti da sottoporre alla Assemblea della
Conferenza Episcopale Italiana, confluite nel Documento di sintesi
Lievito di pace e di speranza.
E’ su questa
sintesi di temi e proposte che si è svolta dunque l’opera di discernimento
collegiale dei Vescovi delle Chiese italiane consegnata a noi nel Documento Radicati
e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di
sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia.
Radicati e
costruiti in Cristo – però è bene ricordare - non sostituisce il Documento
di sintesi del Cammino sinodale che rimane e deve rimanere il punto di
riferimento del discernimento compiuto e da compiere e la cornice che inquadra
le priorità individuate dalla Assemblea dei Vescovi in queste Linee di
orientamento.
2. Radicati e
costruiti in Cristo: i destinatari
Se consideriamo poi i destinatari
delle 126 Proposte del Documento di sintesi, circa
la loro attuazione,
-
72 richiedono l’impegno diretto e principale
delle Chiese locali;
-
9 riguardano le Chiese locali nel loro
rapporto di comunione e collaborazione a livello interdiocesano,
metropolitano, regionale;
-
10 riguardano le Chiese locali per
impegni supportati dagli organismi nazionali della CEI;
-
32 riguardano adempimenti richiesti direttamente
alla CEI;
-
2 sono espresse in modo generico senza
indicazione di destinatario;
-
1 riguardante direttamente le Caritas.
Si vede
chiaramente che destinatarie principali delle Proposte sono le
Chiese locali, singolarmente intese o nei loro raggruppamenti, mentre di fatto
alla CEI sono richiesti adempimenti di supporto, diretti o indiretti, per le
Chiese locali.
Questo spiega
perché nelle Linee di orientamento è detto chiaramente che
Radicati e costruiti in Cristo non intende sovrapporsi al
discernimento delle Chiese locali, delle Metropolie e/o delle Conferenze
Episcopali Regionali ed è perciò specificato che
<< A essere interpellate
sono, soprattutto, le Chiese locali, come è facile evincere da una lettura
attenta delle mozioni presentate: a esse spetta in prima istanza la recezione
di quanto emerso dal Cammino sinodale nella concretezza dei diversi contesti. Agli
Uffici della Cei sono state poi sottoposte specifiche richieste, in genere più
tecniche, per rispondere alle quali si sono messe e si metteranno a
disposizione le risorse necessarie. (RCC 1)>>.
Proprio per
favorire e non sostituirsi al lavoro di discernimento delle Chiese locali e di
contestualizzazione nella realtà storica di ognuna, è poi detto che le Linee
di orientamento sono state redatte <<volutamente sintetiche e mettono in luce
pochi aspetti su cui appare necessario convergere e su cui sentirci tutti
impegnati a camminare>>, lasciando così ampio spazio alla libertà e
alla discrezionalità di intervento e di scelta di ambiti, modalità e mezzi di
intervento nelle attuazione delle stesse Linee.
<< In questa prospettiva,
le priorità indicate in questo testo - afferma il Documento nella Conclusione
(RCC 6) - vogliono essere un orientamento per il cammino, non
un punto di arrivo >>.
E questo anche per superare il
falso convincimento che basterebbe attuare in modo meccanico e acritico qualche
Proposta o indicazione pratica suggerita dal Documento di Sintesi
o dalle Linee di Orientamento, che dia almeno la parvenza del
cambiamento, magari col pensiero gattopardiano che bisogna che tutto cambi
perché tutto rimanga come prima, per credere o far credere di aver attuato il
cammino sinodale.
Infatti, le indicazioni fornite non intendono offrire
conclusioni precostituite, quante avviare processi:
<<
Avviare processi – è ancora detto nella Conclusione
- significa accettare che il rinnovamento ecclesiale richiede tempo, pazienza,
discernimento, conversione e perseveranza; significa non cedere alla tentazione
di cercare soluzioni immediate o assetti soltanto funzionali; significa
generare dinamismi, capaci di incidere realmente nella vita delle comunità, di
formare coscienze credenti, di rendere più evangeliche le relazioni ecclesiali,
di favorire una presenza cristiana più viva nei contesti quotidiani>> (RCC
6).
A partire da
questa osservazione, i Vescovi, facendo tesoro del Cammino sinodale compiuto (RCC
1.1.) e spiegando il senso di questo documento (RCC 1.2) indicheranno le quattro
priorità che dovranno illuminare la vita e il cammino ecclesiale delle Chiese
locali che sono in Italia negli anni a venire: 1) Riportare al centro il dono
della fede e la formazione per una coerenza tra la fede professata e la vita
vissuta; 2) puntare sulla vita comunitaria vitale e attrattiva come
testimonianza di fede profetica nel mondo; 3) dare impulso alla "corresponsabilità
differenziata" di chierici e laici, con attenzione a presenza missionaria
dei laici nelle realtà mondane, agli organismi di partecipazione e all’attivazione
di ministeri battesimali; 4) verificare l’adeguatezza delle strutture,
soprattutto diocesane e parrocchiali, "nella trasmissione della
fede".
2. Puntare sulla
vita comunitaria
I.
In ogni esperienza vitale è la forma che veicola
la sostanza. << Sono dunque decisive, per la vita, la celebrazione e
la trasmissione della fede, la forma che la Chiesa assume e la sua capacità di
strutturarsi per favorire la vita comunitaria in Cristo>>. Il Cammino
sinodale ha mostrato l’urgenza di rinnovare la forma delle parrocchie, perché
la forma attuale non riesce a rispondere più in modo adeguato alle esigenze della
realtà odierna. <<Mantenere una parvenza di comunità cristiane che,
per più motivi, non sono più autentiche e non operare dei coraggiosi
cambiamenti è disattendere l’urgenza di vivere, celebrare e trasmettere la fede>>.
Rinnovamento che passa anche dalla <<riconfigurazione
coraggiosa della Chiesa sul territorio>> … <<con una visione
rinnovata della parrocchia, intesa come “comunità di comunità” variamente
configurata (vicariato, zona pastorale, etc.; cfr. LPS 68), favorendo una
pluralità di esperienze della sua stessa forma oggi>>.
3. Dare impulso
alla corresponsabilità differenziata
Il terzo nucleo
prioritario parte da quattro osservazioni:
I.
<<a nulla varrebbe una ristrutturazione
della presenza ecclesiale sul territorio o l’eventuale accorpamento di Diocesi
se ciò non favorisse e non fosse dettato dalla necessità di implementare un
tessuto di relazioni fraterne che vedono protagonisti tutti coloro che
intendono vivere e camminare nella fede in Cristo, con un coinvolgimento sempre
più massiccio delle laiche e dei laici, con una particolare attenzione alle
aggregazioni laicali>>.
Da qui le proposte di impegno:
I.
<< Uno dei luoghi in cui la
corresponsabilità trova espressione è certamente rappresentato dagli Organismi
di partecipazione. Pertanto, risulta realmente prioritario nella vita delle
Chiese in Italia dei prossimi anni che tali Organismi vengano sviluppati e
siano effettivi, a livello parrocchiale e diocesano (cfr. LPS 69; DFS 103-107).
Così come è decisiva (cfr. DFS Parte III) per le comunità cristiane e per i
suoi Organismi di partecipazione, in particolare per i Consigli pastorali, la
promozione del discernimento ecclesiale per la missione (cfr. DFS 81-86),
dell’articolazione dei processi decisionali (cfr. DFS 87-94), della
trasparenza, della rendicontazione, della valutazione (cfr. DFS 95-102)>>.
II.
La << ricerca di quali ministeri
battesimali siano necessari e possano essere eventualmente istituiti, oltre a
quelli già previsti dalla CEI e ai molti ministeri di fatto (cfr. LPS 72; DFS
75-77). Tale prospettiva potrà favorire in modo concreto e plastico, nelle
nostre Chiese, la corresponsabilità differenziata dei battezzati (cfr. DFS
26.36.77.89), che è alla radice di tutto il Cammino sinodale. Si tratta di un
input che dovrà trovare applicazione in modi diversificati nelle Chiese locali,
perché rappresenti una risposta alle necessità reali delle concrete comunità
cristiane e perché sia sempre evitato il rischio – paventato dallo stesso
Documento di sintesi – di favorire un processo di clericalizzazione di alcuni
laici>>.
III.
Per <<superare definitivamente la
logica ancora perdurante del clericalismo, che peraltro non minaccia solo i
ministri ordinati, ma anche i laici>> aprire <<all’esperienza
di “diaconie pastorali” in cui si attua «il servizio di animazione pastorale
della comunità sempre di più come lavoro di squadra tra presbiteri, diaconi,
ministri istituiti e di fatto, laici e laiche, sposi, consacrati e consacrate,
anche attraverso la formazione di ‘équipe pastorali’ o ‘gruppi ministeriali’ a
servizio di una o più parrocchie o di una unità pastorale (cfr. LPS 70). Tale
scelta, peraltro, permette di superare forme di isolamento nella vita dei
preti. Alla luce di tale corresponsabilità, è opportuno che in Seminario i
futuri presbiteri siano formati alla collaborazione con altri fedeli>>.
4. Verificare
l’adeguatezza delle strutture
Il Documento parte dalla costatazione che
<<In un contesto fortemente mutato, c’è
il pericolo che alcune “strutture” non rispondano più alle necessità della vita
reale delle nostre Chiese o possano essere addirittura di ostacolo, invece che
di supporto, alla missione della Chiesa. Appare, dunque, indispensabile avviare
una revisione di alcuni aspetti strutturali>>.
Si segnalano così due urgenze:
I.
La verifica per comprendere << quali forme permettono di
realizzare al meglio la collegialità episcopale>> e <<se le strutture esistenti siano
le più adatte a esprimere l’indole missionaria della Chiesa>>.
II.
La verifica sulla reale funzionalità delle
strutture delle diocesi e delle parrocchie <<affinché tali strutture non
costituiscano mai quella zavorra di cui il Signore invita a disfarsi, per
essere davvero liberi di annunciare il Vangelo>>.
E vengono avanzate tre proposte:
I.
La revisione degli statuti della
Conferenza episcopale italiana e delle Conferenze episcopali regionali per
coniugare meglio collegialità e sinodalità;
II.
<<estendere la riflessione sulle attuali Commissioni
Episcopali, verificando la possibilità di integrarle con altri membri (non
Vescovi) e di trasformarle, perciò, in “Commissioni ecclesiali”>>;
III.
Provare con coraggio a <<immaginare
modi nuovi di gestire e amministrare le strutture esistenti>> delle
diocesi e delle parrocchie.
5. Radicati e costruiti
in Cristo: le prospettive
Una Chiesa che
rilegge il suo cammino e si proietta verso la missione
1. Guardando al
futuro
Siamo in cammino. Le scelte concrete e le indicazioni specifiche sia del
Cammino sinodale italiano che del Sinodo universale dei Vescovi, alcune stanno
maturando, altre chiedono il lavorio del discernimento. Il discernimento dovrà
condurre – lo abbiamo visto - a rispondere a domande capitali: quale nuovo
volto per le diocesi e per le parrocchie? Quali nuovi ruoli per gli uffici e
gli organismi diocesani e parrocchiali? Quali nuovi ruoli per gli organismi di
corresponsabilità e partecipazione? Quale nuovo ruolo di presbiteri e laici
nell’ottica della ministerialità? Quale formazione ai nuovi ruoli ecclesiali?
Quali nuovi luoghi formativi? Come celebrare una liturgia incarnata nella vita?
Come far sì che ancora oggi la Parola di Dio interpelli l’uomo nelle concrete
situazioni in cui si trova? Quale collocazione della Chiesa nella società? Come
vivere la compagnia della fede nel mondo? Se affrontate con coraggio e con la
fantasia dello Spirito, le risposte a queste domande potrebbero fornire il modo
per consentire alle Chiese locali un balzo in avanti, per diventare Chiese “in
uscita” impegnate davvero nella nuova evangelizzazione.
Per realizzare tutto ciò bisogna però superare quella certa
diffidenza e “resistenza” iniziale – in parte risolta mi auguro, ma in alcuni
ancora persistente da parte di tanti parroci e fedeli, che hanno considerato e
forse ancora considerano il Cammino sinodale una ulteriore attività da
aggiungere alle altre e di chi, magari, ha pensato che fosse l’ennesimo
polverone ecclesiale che poi avrebbe lasciato le cose invariate. Alcune comunità
si sono attestate al minimo, senza lasciarsi davvero coinvolgere in questa
occasione di rinnovamento ecclesiale, a volte proprio per non farsi
sconvolgere i propri piani pastorali in cui tutto è già perfettamente previsto
e preordinato. Questo atteggiamento, quanto meno di ritrosia, è stato
forse dovuto al fraintendimento di chi, tra i chierici e i laici, ha pensato al
cammino sinodale come ad un percorso in vista di nuove iniziative, da
intraprendere o talvolta da subire. In realtà, l’intero processo sinodale
presuppone non l’aggiunta di nuove attività ma l’apprendimento di un nuovo
stile di vita ecclesiale. La domanda concerne non tanto cosa fare, ma cosa e
come cambiare perché la Chiesa possa con efficacia annunciare oggi il vangelo
in modo più efficace e al passo con i tempi.
Non si tratta quindi di elaborare attività da
calendarizzare, ingolfando la vita delle comunità con pastoie burocratiche
falsamente etichettate come pastorali; non si tratta nemmeno di ripetere
esperienze ecclesiali già viste e ormai fuori tempo massimo, come certe forme
di clericalismo dure a morire vorrebbero indurci a credere. La questione
centrale sembra l’assimilazione di un habitus da praticare da parte di
tutti all’interno delle comunità ecclesiali.
Papa Francesco ha coniato per questo il verbo sinodar,
un neologismo che indica, appunto, la prassi ecclesiale sinodale a partire
dall’atteggiamento personale con cui ognuno deve vivere. È questo stile che aspetta sempre più di
essere recepito e vissuto nelle scelte pastorali da parte dei vescovi, dei parroci,
del laicato attivo nelle nostre parrocchie e nei gruppi ecclesiali. È lo sforzo
del cambio di paradigma, a volte una vera e propria conversione di tipo
ecclesiologica. È la sfida di rendere la Chiesa pronta e agile per
intraprendere la strada della nuova evangelizzazione. Il Cammino sinodale non
sarà allora un’operazione di maquillage ecclesiale, ancora una volta
autoreferenziale, lo strumento per dar vita ad una Chiesa missionaria,
autenticamente in uscita verso il mondo, sempre più fedele al Signore morto e
risorto.