martedì 3 novembre 2026

RADICATI E COSTRUITI IN CRISTO - Le scelte pastorali di una Chiesa locale nell’orizzonte del cammino sinodale delle Chiese in Italia

 

1. Radicati e costruiti in Cristo: il frutto del Cammino sinodale

Approvato durante l'82ª Assemblea Generale della CEI, nel maggio 2026 e pubblicato il 10 giugno 2026, “Radicati e costruiti in Cristo” (RCC) è il documento della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) che traccia le linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia per il prossimo quinquennio (2027-2031). 

Il testo offre priorità e indicazioni concrete per attuare il Documento di sintesi “Lievito di pace e di speranza” (LPS) frutto del Cammino sinodale italiano, << nel processo di recezione del Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi>> dal titolo “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione” e << nel solco della attuazione del Vaticano II portata avanti dalla CEI>>, come è detto nell’introduzione al Documento stesso (RCC 1).

L’ecclesiologia comunionale del Concilio Vaticano II, dunque, e la riscoperta della dimensione sinodale del vissuto ecclesiale, sono i due orizzonti in cui va letto e compreso sia tutto il cammino sinodale, sia lo stesso “Radicati e costruiti in Cristo”, come è dichiarato nella premessa dello stesso Documento.

Il Cammino sinodale delle Chiese in Italia, lo ricordiamo, si è sviluppato attraverso le tre fasi narrativa, sapienziale, profetica e le tre Assemblee nazionali con la elaborazione delle 75 aree tematiche di Orientamenti da sottoporre alla Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana, confluite nel Documento di sintesi Lievito di pace e di speranza.

E’ su questa sintesi di temi e proposte che si è svolta dunque l’opera di discernimento collegiale dei Vescovi delle Chiese italiane consegnata a noi nel Documento Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia.

Radicati e costruiti in Cristo – però è bene ricordare - non sostituisce il Documento di sintesi del Cammino sinodale che rimane e deve rimanere il punto di riferimento del discernimento compiuto e da compiere e la cornice che inquadra le priorità individuate dalla Assemblea dei Vescovi in queste Linee di orientamento.

 

2. Radicati e costruiti in Cristo: i destinatari

Se consideriamo poi i destinatari delle 126 Proposte del Documento di sintesi, circa la loro attuazione,

-          72 richiedono l’impegno diretto e principale delle Chiese locali;

-          9 riguardano le Chiese locali nel loro rapporto di comunione e collaborazione a livello interdiocesano, metropolitano, regionale;

-          10 riguardano le Chiese locali per impegni supportati dagli organismi nazionali della CEI;

-          32 riguardano adempimenti richiesti direttamente alla CEI;

-          2 sono espresse in modo generico senza indicazione di destinatario;

-          1 riguardante direttamente le Caritas.

Si vede chiaramente che destinatarie principali delle Proposte sono le Chiese locali, singolarmente intese o nei loro raggruppamenti, mentre di fatto alla CEI sono richiesti adempimenti di supporto, diretti o indiretti, per le Chiese locali.

Questo spiega perché nelle Linee di orientamento è detto chiaramente che Radicati e costruiti in Cristo non intende sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali, delle Metropolie e/o delle Conferenze Episcopali Regionali ed è perciò specificato che

<< A essere interpellate sono, soprattutto, le Chiese locali, come è facile evincere da una lettura attenta delle mozioni presentate: a esse spetta in prima istanza la recezione di quanto emerso dal Cammino sinodale nella concretezza dei diversi contesti. Agli Uffici della Cei sono state poi sottoposte specifiche richieste, in genere più tecniche, per rispondere alle quali si sono messe e si metteranno a disposizione le risorse necessarie. (RCC 1)>>.

Proprio per favorire e non sostituirsi al lavoro di discernimento delle Chiese locali e di contestualizzazione nella realtà storica di ognuna, è poi detto che le Linee di orientamento sono state redatte <<volutamente sintetiche e mettono in luce pochi aspetti su cui appare necessario convergere e su cui sentirci tutti impegnati a camminare>>, lasciando così ampio spazio alla libertà e alla discrezionalità di intervento e di scelta di ambiti, modalità e mezzi di intervento nelle attuazione delle stesse Linee.

<< In questa prospettiva, le priorità indicate in questo testo - afferma il Documento nella Conclusione (RCC 6) - vogliono essere un orientamento per il cammino, non un punto di arrivo >>.

E questo anche per superare il falso convincimento che basterebbe attuare in modo meccanico e acritico qualche Proposta o indicazione pratica suggerita dal Documento di Sintesi o dalle Linee di Orientamento, che dia almeno la parvenza del cambiamento, magari col pensiero gattopardiano che bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga come prima, per credere o far credere di aver attuato il cammino sinodale.

Infatti, le indicazioni fornite non intendono offrire conclusioni precostituite, quante avviare processi:

<< Avviare processi – è ancora detto nella Conclusione - significa accettare che il rinnovamento ecclesiale richiede tempo, pazienza, discernimento, conversione e perseveranza; significa non cedere alla tentazione di cercare soluzioni immediate o assetti soltanto funzionali; significa generare dinamismi, capaci di incidere realmente nella vita delle comunità, di formare coscienze credenti, di rendere più evangeliche le relazioni ecclesiali, di favorire una presenza cristiana più viva nei contesti quotidiani>> (RCC 6).   

A partire da questa osservazione, i Vescovi, facendo tesoro del Cammino sinodale compiuto (RCC 1.1.) e spiegando il senso di questo documento (RCC 1.2) indicheranno le quattro priorità che dovranno illuminare la vita e il cammino ecclesiale delle Chiese locali che sono in Italia negli anni a venire: 1) Riportare al centro il dono della fede e la formazione per una coerenza tra la fede professata e la vita vissuta; 2) puntare sulla vita comunitaria vitale e attrattiva come testimonianza di fede profetica nel mondo; 3) dare impulso alla "corresponsabilità differenziata" di chierici e laici, con attenzione a presenza missionaria dei laici nelle realtà mondane, agli organismi di partecipazione e all’attivazione di ministeri battesimali; 4) verificare l’adeguatezza delle strutture, soprattutto diocesane e parrocchiali, "nella trasmissione della fede".

 

2. Puntare sulla vita comunitaria

        I.            In ogni esperienza vitale è la forma che veicola la sostanza. << Sono dunque decisive, per la vita, la celebrazione e la trasmissione della fede, la forma che la Chiesa assume e la sua capacità di strutturarsi per favorire la vita comunitaria in Cristo>>. Il Cammino sinodale ha mostrato l’urgenza di rinnovare la forma delle parrocchie, perché la forma attuale non riesce a rispondere più in modo adeguato alle esigenze della realtà odierna. <<Mantenere una parvenza di comunità cristiane che, per più motivi, non sono più autentiche e non operare dei coraggiosi cambiamenti è disattendere l’urgenza di vivere, celebrare e trasmettere la fede>>.

 

Rinnovamento che passa anche dalla <<riconfigurazione coraggiosa della Chiesa sul territorio>> … <<con una visione rinnovata della parrocchia, intesa come “comunità di comunità” variamente configurata (vicariato, zona pastorale, etc.; cfr. LPS 68), favorendo una pluralità di esperienze della sua stessa forma oggi>>.

 

3. Dare impulso alla corresponsabilità differenziata

Il terzo nucleo prioritario parte da quattro osservazioni:

        I.            <<a nulla varrebbe una ristrutturazione della presenza ecclesiale sul territorio o l’eventuale accorpamento di Diocesi se ciò non favorisse e non fosse dettato dalla necessità di implementare un tessuto di relazioni fraterne che vedono protagonisti tutti coloro che intendono vivere e camminare nella fede in Cristo, con un coinvolgimento sempre più massiccio delle laiche e dei laici, con una particolare attenzione alle aggregazioni laicali>>.

 

Da qui le proposte di impegno:

        I.            << Uno dei luoghi in cui la corresponsabilità trova espressione è certamente rappresentato dagli Organismi di partecipazione. Pertanto, risulta realmente prioritario nella vita delle Chiese in Italia dei prossimi anni che tali Organismi vengano sviluppati e siano effettivi, a livello parrocchiale e diocesano (cfr. LPS 69; DFS 103-107). Così come è decisiva (cfr. DFS Parte III) per le comunità cristiane e per i suoi Organismi di partecipazione, in particolare per i Consigli pastorali, la promozione del discernimento ecclesiale per la missione (cfr. DFS 81-86), dell’articolazione dei processi decisionali (cfr. DFS 87-94), della trasparenza, della rendicontazione, della valutazione (cfr. DFS 95-102)>>.

      II.            La << ricerca di quali ministeri battesimali siano necessari e possano essere eventualmente istituiti, oltre a quelli già previsti dalla CEI e ai molti ministeri di fatto (cfr. LPS 72; DFS 75-77). Tale prospettiva potrà favorire in modo concreto e plastico, nelle nostre Chiese, la corresponsabilità differenziata dei battezzati (cfr. DFS 26.36.77.89), che è alla radice di tutto il Cammino sinodale. Si tratta di un input che dovrà trovare applicazione in modi diversificati nelle Chiese locali, perché rappresenti una risposta alle necessità reali delle concrete comunità cristiane e perché sia sempre evitato il rischio – paventato dallo stesso Documento di sintesi – di favorire un processo di clericalizzazione di alcuni laici>>.

    III.            Per <<superare definitivamente la logica ancora perdurante del clericalismo, che peraltro non minaccia solo i ministri ordinati, ma anche i laici>> aprire <<all’esperienza di “diaconie pastorali” in cui si attua «il servizio di animazione pastorale della comunità sempre di più come lavoro di squadra tra presbiteri, diaconi, ministri istituiti e di fatto, laici e laiche, sposi, consacrati e consacrate, anche attraverso la formazione di ‘équipe pastorali’ o ‘gruppi ministeriali’ a servizio di una o più parrocchie o di una unità pastorale (cfr. LPS 70). Tale scelta, peraltro, permette di superare forme di isolamento nella vita dei preti. Alla luce di tale corresponsabilità, è opportuno che in Seminario i futuri presbiteri siano formati alla collaborazione con altri fedeli>>.

 

4. Verificare l’adeguatezza delle strutture

Il Documento parte dalla costatazione che

 <<In un contesto fortemente mutato, c’è il pericolo che alcune “strutture” non rispondano più alle necessità della vita reale delle nostre Chiese o possano essere addirittura di ostacolo, invece che di supporto, alla missione della Chiesa. Appare, dunque, indispensabile avviare una revisione di alcuni aspetti strutturali>>.

Si segnalano così due urgenze:

        I.            La verifica per comprendere << quali forme permettono di realizzare al meglio la collegialità episcopale>> e   <<se le strutture esistenti siano le più adatte a esprimere l’indole missionaria della Chiesa>>.

      II.            La verifica sulla reale funzionalità delle strutture delle diocesi e delle parrocchie <<affinché tali strutture non costituiscano mai quella zavorra di cui il Signore invita a disfarsi, per essere davvero liberi di annunciare il Vangelo>>.

E vengono avanzate tre proposte:

        I.            La revisione degli statuti della Conferenza episcopale italiana e delle Conferenze episcopali regionali per coniugare meglio collegialità e sinodalità;

       II.            <<estendere la riflessione sulle attuali Commissioni Episcopali, verificando la possibilità di integrarle con altri membri (non Vescovi) e di trasformarle, perciò, in “Commissioni ecclesiali”>>;

    III.            Provare con coraggio a <<immaginare modi nuovi di gestire e amministrare le strutture esistenti>> delle diocesi e delle parrocchie.

5. Radicati e costruiti in Cristo: le prospettive

 

 

 

Una Chiesa che rilegge il suo cammino e si proietta verso la missione

 

1. Guardando al futuro

Siamo in cammino. Le scelte concrete e le indicazioni specifiche sia del Cammino sinodale italiano che del Sinodo universale dei Vescovi, alcune stanno maturando, altre chiedono il lavorio del discernimento. Il discernimento dovrà condurre – lo abbiamo visto - a rispondere a domande capitali: quale nuovo volto per le diocesi e per le parrocchie? Quali nuovi ruoli per gli uffici e gli organismi diocesani e parrocchiali? Quali nuovi ruoli per gli organismi di corresponsabilità e partecipazione? Quale nuovo ruolo di presbiteri e laici nell’ottica della ministerialità? Quale formazione ai nuovi ruoli ecclesiali? Quali nuovi luoghi formativi? Come celebrare una liturgia incarnata nella vita? Come far sì che ancora oggi la Parola di Dio interpelli l’uomo nelle concrete situazioni in cui si trova? Quale collocazione della Chiesa nella società? Come vivere la compagnia della fede nel mondo? Se affrontate con coraggio e con la fantasia dello Spirito, le risposte a queste domande potrebbero fornire il modo per consentire alle Chiese locali un balzo in avanti, per diventare Chiese “in uscita” impegnate davvero nella nuova evangelizzazione.

Per realizzare tutto ciò bisogna però superare quella certa diffidenza e “resistenza” iniziale – in parte risolta mi auguro, ma in alcuni ancora persistente da parte di tanti parroci e fedeli, che hanno considerato e forse ancora considerano il Cammino sinodale una ulteriore attività da aggiungere alle altre e di chi, magari, ha pensato che fosse l’ennesimo polverone ecclesiale che poi avrebbe lasciato le cose invariate. Alcune comunità si sono attestate al minimo, senza lasciarsi davvero coinvolgere in questa occasione di rinnovamento ecclesiale, a volte proprio per non farsi sconvolgere i propri piani pastorali in cui tutto è già perfettamente previsto e preordinato. Questo atteggiamento, quanto meno di ritrosia, è stato forse dovuto al fraintendimento di chi, tra i chierici e i laici, ha pensato al cammino sinodale come ad un percorso in vista di nuove iniziative, da intraprendere o talvolta da subire. In realtà, l’intero processo sinodale presuppone non l’aggiunta di nuove attività ma l’apprendimento di un nuovo stile di vita ecclesiale. La domanda concerne non tanto cosa fare, ma cosa e come cambiare perché la Chiesa possa con efficacia annunciare oggi il vangelo in modo più efficace e al passo con i tempi.

Non si tratta quindi di elaborare attività da calendarizzare, ingolfando la vita delle comunità con pastoie burocratiche falsamente etichettate come pastorali; non si tratta nemmeno di ripetere esperienze ecclesiali già viste e ormai fuori tempo massimo, come certe forme di clericalismo dure a morire vorrebbero indurci a credere. La questione centrale sembra l’assimilazione di un habitus da praticare da parte di tutti all’interno delle comunità ecclesiali.

Papa Francesco ha coniato per questo il verbo sinodar, un neologismo che indica, appunto, la prassi ecclesiale sinodale a partire dall’atteggiamento personale con cui ognuno deve vivere.  È questo stile che aspetta sempre più di essere recepito e vissuto nelle scelte pastorali da parte dei vescovi, dei parroci, del laicato attivo nelle nostre parrocchie e nei gruppi ecclesiali. È lo sforzo del cambio di paradigma, a volte una vera e propria conversione di tipo ecclesiologica. È la sfida di rendere la Chiesa pronta e agile per intraprendere la strada della nuova evangelizzazione. Il Cammino sinodale non sarà allora un’operazione di maquillage ecclesiale, ancora una volta autoreferenziale, lo strumento per dar vita ad una Chiesa missionaria, autenticamente in uscita verso il mondo, sempre più fedele al Signore morto e risorto.

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