PREMESSA: ALCUNI
EQUIVOCI DA EVITARE
Il
tema che mi è stato affidato, nel contesto del programma di formazione del
presbiterio di Noto, porta come titolo Sinodalità presbiterale: la fraternità sacerdotale
impegna a camminare insieme nel servizio pastorale. E poi specifica ulteriormente: Il
ministero del parroco in forma sinodale.
Ringraziando il Vescovo e i delegati per la
pastorale e la formazione dei presbiteri per avermi invitato a tenere oggi
questo incontro, non vi nascondo, sinceramente, che ho avuto difficoltà nella
impostazione della mia riflessione per una serie di perplessità legate al
rischio di alcuni equivoci che, già a partire dal titolo che mi è stato
affidato, possono generarsi nel trattare un tema che, volere o non volere,
tocca da vicino non solo il modo di vivere ma lo stesso modo di concepire il
nostro ministero presbiterale.
Il titolo, di fatto, mette insieme, forse anche in modo un
po’ confuso, tre tematiche differenti per significato e contenuto:
Ø anzitutto il tema della sinodalità,
Ø poi quello della fraternità
presbiterale,
Ø infine quello dell’esercizio del ministero
pastorale di parroco, con l’invito alla collaborazione tra parroci, che, se
ho compreso bene, dovrebbe essere, concretamente, l’argomento propriamente oggetto
di questa chiacchierata.
Proprio per questo mi sono permesso di
semplificare ed esplicitare il titolo di questa relazione, per evidenziare la
domanda di fondo che sottostà alla presente riflessione: su cosa fondare la
collaborazione tra i presbiteri, particolarmente tra i parroci, nella
chiesa locale?
Diciamo anzitutto che la collaborazione tra
parroci non può essere vista solo opportunisticamente come una soluzione per
compensare la riduzione del numero dei presbiteri. Se così fosse non se ne
dovrebbero preoccupare le diocesi in cui c’è ancora abbondanza di vocazioni o
comunque si è ancora in grado di gestire la pastorale ordinaria delle singole
parrocchie. Sarebbe, infatti, sbagliato parlare di collaborazione tra preti
solo in ragione della mancanza di forze o perché i numeri delle forze in campo
non permettono più di assicurare il servizio pastorale di un parroco per ogni
parrocchia.
Men che meno la collaborazione tra parroci, e
più in generale tra presbiteri, può essere considerata come una necessità
pratica di razionalizzazione di risorse solamente per una migliore efficienza
pastorale, né è un problema solo di organizzazione ecclesiastica.
Se così fosse si tratterebbe solo
dell’ennesima operazione di “marketing” o “maquillage” pastorale che dir si
voglia.
Una collaborazione fondata solo su questi
presupposti empirici, finirebbe per cadere in balìa degli umori e delle
idiosincrasie dei singoli presbiteri, e se anche si pervenisse ad una
cooperazione circa le attività pastorali, non riuscirebbe a spiegarne la
motivazione più profonda.
Qui, perciò, dobbiamo ribadire con forza che
la collaborazione non nasce dalla fattualità del “particulare”, da una
idea di pastorale “evenementielle”, ma può e deve essere compresa solo
Ø anzitutto nell’orizzonte dell’ecclesiologia
comunionale che fonda la stessa sinodalità
Ø e poi nell’ottica della comune radice
ontologica del presbiterato.
Partendo da queste considerazioni, mi permetterò di
articolare la mia riflessione in alcuni passi da compiere per trovare, o meglio
ancora recuperare, i fondamenti teologici della collaborazione tra presbiteri,
scusandomi fin da ora per la ripetizione di concetti che certamente ognuno di
noi porta nel suo bagaglio di conoscenze e di studi.
PRIMO PASSO: RECUPERARE L’ECCLESIOLOGIA EUCARISTICA-COMUNIONALE
1. Il Concilio Vaticano II: la
Chiesa Popolo di Dio e Corpo di Cristo
Mons. Luigi Mansi, vescovo di Andria, in un
suo intervento sulla rivista Orientamenti Pastorali già nel 2016[1]
scriveva:
<<Decisamente
non è più tempo (se mai lo è stato) di una conduzione solitaria della
pastorale, ciascuno nella propria parrocchia… soprattutto, perché è ora di
attuare l’ecclesiologia conciliare, senza aspettare più, soprattutto senza «se»
e senza «ma» >>.
Il primo passo del nostro viaggio
perciò non può non cominciare dal rinnovamento ecclesiologico operato dal
Concilio Ecumenico Vaticano II nel suo insieme, e in particolare dalla
Costituzione Dogmatica Lumen Gentium, e dai documenti attuativi di
questo rinnovamento, fino al nuovo Codice di diritto canonico che, come disse
lo stesso Giovanni Paolo II nella sua promulgazione, ha cercato di recepire
questa ecclesiologia conciliare, cercando di tradurla in istituzioni giuridiche.
Non riprenderemo qui tutto il materiale teologico e canonico
frutto di questa ecclesiologia, che diamo ormai per acquisito da parte di
tutti, ma sarà necessario, per la comprensione del nostro discorso, ricordare
che è questa ecclesiologia conciliare che farà e deve fare da sfondo alle
nostre riflessioni.
Nella Costituzione Sacrae Disciplinae Leges, di
promulgazione del CJC il papa, infatti, afferma che tutte le norme dovranno
essere lette alla luce:
1.
della
comprensione della Chiesa come Popolo di Dio, nell’uguaglianza
sostanziale per dignità di tutti i battezzati e nella loro diversità e
complementarietà funzionale;
2.
della
comprensione della Chiesa come Corpo di Cristo in cui
tutte le membra partecipano, ognuno nel modo suo proprio, al triplice
munus di Cristo, sacerdotale, profetico e regale;
3.
della
comprensione della Chiesa come comunione gerarchica nella
articolazione tra primato e collegialità a livello di Chiesa universale (tra
Papa e vescovi) e in analogia nella Chiesa locale (tra vescovo e presbiteri) e
poi nel rapporto tra chierici e laici;
4.
della
comprensione dell’autorità gerarchica come servizio.
Purtroppo dobbiamo ammettere che, nonostante sia trascorso
del tempo e i papi, da Paolo VI a Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI a
Francesco, abbiamo speso le loro forze per una ricezione vitale del magistero
conciliare, ancora possiamo registrare delle resistenze al recupero di quelle dimensioni essenziali e
identitarie di Popolo di Dio e Corpo di Cristo che, vale la pena ricordarlo,
non sono una invenzione del Concilio Vaticano II – basterebbe riandare almeno
alla Mystici Corporis di Pio XII che è il Papa più citato nel Vaticano
II - e che, come tutti sappiamo sono le dimensioni costitutive del “mysterium
Ecclesiae”, fondate sulla stessa Parola di Dio e già individuate e illustrate,
ad esempio, nelle Lettere di San Paolo, e anche nell’immagine Petrina del non-popolo
radunato in popolo tutto sacerdotale ed edificato come unico edificio
spirituale sul Cristo Pietra angolare.
La
Chiesa è dunque la qahal/ekklesìa, la convocazione organica del Popolo
di Dio, “congregavit nos in unum” cantiamo infatti, e perciò niente altro
è che partecipazione
della “communio” trinitaria, come ci ricorda il detto di Cipriano
“Ecclesia de Trinitate”.
Ma la Chiesa Popolo di
Dio è anche Corpo di Cristo e ogni battezzato ne è un membro.
Chiesa-Popolo-di-Dio
e Chiesa-Corpo-di-Cristo sono due immagini complementari che vanno lette e
tenute sempre insieme.
2. La “hierarchica communio”
Un
Popolo/Corpo che si relaziona nella communio delle sue membra.
Una
communio non indistinta ma organica, una “hierarchica
communio” dei christifideles, dove cioè la “communio”, che sottolinea
l’uguaglianza essenziale e di dignità di tutti i battezzati, si esprime poi
nella differenziazione “hierarchica” di funzioni, di carismi e ministeri delle diverse
membra dell’unico Corpo.
Da qui il dovere/diritto[2] di ogni
fedele del popolo di Dio di compartecipare alla edificazione della Chiesa/Corpo
di Cristo attraverso la propria testimonianza di fede e l’apporto dei suoi
carismi. Da cui discende l’obbligo fondamentale del vivere e mantenere la comunione.[3]
La comunione così diventa vera nella partecipazione
e la partecipazione diventa efficace nell’esercizio della corresponsabilità
di tutti nella missione della Chiesa.
3. L’ecclesiologia eucaristica della Chiesa locale
La ripresa dell’ecclesiologia eucaristica ci aiuta proprio nella
comprensione di questo dinamismo, sia a livello di Chiesa universale, come
comunione di Chiese una cum la Chiesa di Roma, sia a livello delle
Chiese locali in quibus et ex quibus si manifesta l’unica Chiesa di
Cristo.
Il Concilio, infatti, recupera l’essenza della Chiesa
locale, secondo il dettato di Ignazio di Antiochia, come comunità
eucaristica, come è affermato nel Decreto Christus Dominus al n. 11,
ripreso integralmente nel Can. 369:
<<La
diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale
del Vescovo con la cooperazione del presbiterio, in modo che, aderendo al suo
pastore e da lui riunita nello Spirito Santo mediante il Vangelo e
l'Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare in cui è veramente presente e
operante la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica>>.
Questa ripresa del pensiero ignaziano, ha fatto sì che l’icona
di Chiesa, che si realizza e si manifesta quando e dove il Vescovo celebra
l’eucaristia con i suoi presbiteri e i suoi diaconi e tutto il popolo di Dio
nella sua variegata composizione, si affermasse come l’immagine-tipo capace
di dare fondamento e senso a tutto l’essere e l’agire della comunità
ecclesiale. E’ questa immagine che sottostà, ad esempio, alla nuova concezione
della messa crismale che, nella nuova fisionomia, attribuitale dalla riforma
post-conciliare, nel Messale di Paolo VI, la principale manifestazione, quasi la
“messa per eccellenza”, epifania della Chiesa, corpo di Cristo, organicamente
strutturato, che nei vari ministeri e carismi esprime, per la grazia dello
Spirito, i doni nuziali di Cristo alla sua sposa pellegrina nel mondo[4],
come si esprime il nuovo Pontificale Romano.
E’ proprio a partire da questa “icona eucaristica” che da ora
in poi noi dobbiamo comprendere l’essenza della Chiesa ed è a questa icona che
si dovrà far riferimento per tradurre questa essenza in scelte pastorali
concrete.
Cosa dunque dice questa icona? Dice che l’Eucaristia è
“forma” della Chiesa, secondo il detto dei Padri “la Chiesa celebra
l’Eucaristia ma è l’Eucaristia che fa la Chiesa”.
In pratica potremmo formulare questo principio di fondo in
questo modo: “così come è (celebrata) l’Eucaristia, così è (costituita) la
Chiesa” che, tradotto concretamente, diventa: “così come la comunità
ecclesiale si struttura nella celebrazione eucaristica, così si deve
strutturare nella vita e nel servizio pastorale”.
Per intenderci, possiamo così esemplificare: ecclesiologia
eucaristica vuol dire che
1.
chi
presiede l’Eucaristia è anche chi presiede la comunità ecclesiale in tutti i
suoi aspetti della vita istituzionale e pastorale;
2.
chi
nell’Eucaristia esercita un ministero, è a partire da questo ministero stesso
che ha un ruolo peculiare anche nella vita della comunità ecclesiale;
3.
come
tutta l’assemblea è chiamata a celebrare in modo attivo e fruttuoso l’Eucaristia,
così tutta la comunità è chiamata a partecipare in modo attivo e fruttuoso alla
vita ecclesiale secondo i carismi di ognuno;
4.
così
come il frutto della celebrazione eucaristica è la comunione, così la struttura
ecclesiale (attraverso le sue istituzioni) deve esprimere la comunione in vista
della missione.
Questo significa che bisogna formarsi e
formare ad una partecipazione “attiva, fruttuosa, consapevole” del singolo
fedele che diventi, nell’esperienza della communio, sempre una
com-partecipazione all’unica missione della Chiesa nel mondo.
Ciò in concreto comporta:
1. il riconoscimento del servizio della
responsabilità del vescovo come dell’esercizio del munus di pastore
proprio della Chiesa locale e da qui il riconoscimento del servizio della
responsabilità del parroco, come cooperatore del vescovo, come dell’esercizio
del munus di pastore proprio della parrocchia e di quanto tutto questo comporta;
2. il riconoscimento del servizio di
corresponsabilità dei laici nella vita parrocchiale e diocesana;
3. il riconoscimento del ruolo effettivo e non
solo formale del Consiglio Pastorale diocesano e del Consiglio Pastorale
Parrocchiale, e degli altri organismi collegati, come forme partecipazione, di
discernimento e di condivisione di responsabilità.
4. Presbiteri da, con e per il Popolo di Dio
Chiaramente, in quest’ottica, il ruolo del
presbitero, particolarmente del parroco, deve essere riconsiderato.
Nell’ottica della sana tradizione ecclesiale
che siamo chiamati a recuperare, occorre un “ribaltamento della piramide”
ecclesiologica, come lo definì Papa Francesco, in cui il ruolo di chi è
investito dell’ordine sacro è esercitato in modo da favorire la comunione di
tutti i fedeli, nella partecipazione attiva alla vita ecclesiale e alle
attività pastorali e nella assunzione delle proprie responsabilità, ognuno per
la sua parte, particolarmente dei fedeli laici.
Ciò significa che bisogna formarsi e formare
ad un sano esercizio della responsabilità e della corresponsabilità, ricordando
che il capo – vescovo o presbitero che sia - non è staccato dal corpo e che il
capo è a servizio di tutto il corpo e che l’obbedienza del singolo membro, se è
richiesta dal capo è e deve essere finalizzata non tanto alla gratificazione
del capo quanto al benessere di tutto il corpo.
Forse in questi ultimi decenni, dobbiamo
ammetterlo, abbiamo visto una eccessiva accentuazione dell’aggettivo “hierarchica”
sul sostantivo “communio”!
Una sottolineatura, ma direi più una
forzatura, della figura del presbitero come agente “in persona Christi”,
e ancor di più “in persona Christi capitis”, che ha generato, a mio
parere, un’immagine di presbitero disancorata e disarticolata rispetto a tutta
la compagine ecclesiale del Corpo di Cristo e delle altre membra, sfociando
talvolta in un esercizio “monarchico” e solitario della pastorale.
Una spia di questo atteggiamento, ad esempio,
è individuabile nel continuare a chiamare “celebrante” e non “presidente” il
vescovo o il presbitero che presiedono l’assemblea eucaristica, dimenticando
che è tutta l’assemblea ad essere il soggetto celebrante l’Eucaristia, come
preghiamo nella Seconda Preghiera eucaristica, dove è tutto il popolo
sacerdotale che rende grazie al Signore:
<<ti rendiamo grazie perché ci hai
resi degni di stare alla tua presenza a compiere il servizio
sacerdotale>>.
E se è vero che la lex orandi statuat legem credendi è
proprio guardando alla sinassi eucaristica che noi, dunque, possiamo attingere
alla verità della communio ecclesiale e del servizio presbiterale.
5. Presbiteri al servizio della comunione,
promotori della collaborazione dei fedeli
E
Mons. Delpini, l’arcivescovo di Milano, parlando ai membri dei Consigli
presbiterali delle diocesi lombarde in occasione del convegno Discepoli,
fratelli al servizio della missione, promosso dalla Conferenza episcopale
lombarda[5], in uno
dei passaggi più significativi del suo intervento ha riconosciuto che una lunga
prassi ecclesiale ha finito per accentuare nel prete, soprattutto nel parroco,
una responsabilità personale “solitaria”:
<<Si deve costatare anche che
ci sono preti che stentano ad apprezzare la condivisione delle responsabilità,
per paura o per inerzia o per scarsa stima verso gli altri fratelli e sorelle,
laici o consacrati>>.
E guardando
al servizio specifico del presbitero nella comunità ecclesiale, Mons. Delpini
continua:
<< La articolazione delle responsabilità richiede di riconoscere
il servizio del ministero ordinato come servo dell’unità, garante della
fedeltà, promotore della vocazione di ciascuno. Ciascuno, pertanto, ha ricevuto
una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,7).
“Mettere a servizio dell’utilità comune” il proprio dono spirituale comporta
anche prendere parte ai processi decisionali per riconoscere le strade della
missione. >>.
Questo
dunque comporta, in pratica, promuovere la corresponsabilità dei laici.
Papa Benedetto, nel discorso di apertura del
convegno pastorale della diocesi di Roma il 26 maggio 2009 affermò:
«La corresponsabilità esige un cambiamento
di mentalità riguardante, in particolare, il ruolo dei laici nella Chiesa, che
vanno considerati non come “collaboratori” del clero, ma come persone realmente
“corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa».
Non si tratta qui di misconoscere il ministero
del presbitero, che, lo ricordiamo, differisce dal sacerdozio comune “essentia,
non gradu tantum”, essendo radicato sul sacramento dell’ordine, quanto di
rivederne alcune modalità di esercizio, più ispirate alla visione “piramidale”
radicatasi nella Chiesa ma solo nell’ultimo secolo che non alla vera tradizione
millenaria della Chiesa. A saper leggere la storia, la stessa riforma
tridentina ci ha consegnato, ad esempio nella prassi dei concistori e nella
nascita delle congregazioni, nella Santa Sede, e nella condivisione del governo
diocesano coi Capitoli cattedrali e altre forme collegiali e anche laicali, un
esercizio della corresponsabilità, di fatto se non di nome, erede di simili
forme medievali, a cui oggi forse sarebbe istruttivo fare riferimento.
La “hierarchica communio” ci ricorda
infatti che diversi sono i gradi di questa responsabilità. E che la stessa
responsabilità è sempre condivisa secondo il principio dei padri: “mai i
molti senza il primo, mai il primo senza i molti!” Se la chiesa non è
democrazia non è neanche monarchia assoluta: la stessa Trinità, se si può dire,
è espressione di comunione e corresponsabilità nell’unica missione.
Commenta Papa Leone nella sua Lettera apostolica per i LX di Presbyterorum
Ordinis:
<< Per attuare sempre meglio
un’ecclesiologia di comunione, occorre che il ministero del presbitero superi
il modello di una leadership esclusiva, che determina l’accentramento
della vita pastorale e il carico di tutte le responsabilità affidate a lui solo,
tendendo verso una conduzione sempre più collegiale, nella cooperazione
tra i presbiteri, i diaconi e tutto il Popolo di Dio, in quel vicendevole
arricchimento che è frutto della varietà dei carismi suscitati dallo Spirito
Santo. Come ci ricorda Evangelii gaudium, il sacerdozio ministeriale e la
configurazione col Cristo Sposo non devono portarci a identificare la potestà
sacramentale con il potere, poiché «la configurazione del sacerdote con Cristo
Capo – vale a dire, come fonte principale della grazia – non implica
un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto»>>.
Recuperare l’ecclesiologia conciliare,
significa quindi recuperare in pieno la dimensione costitutiva della Chiesa e
il fondamento della partecipazione responsabile dei fedeli alla vita e alla
missione della Chiesa.
Ora, questa comunione-partecipazione-missione
richiede di essere vissuta concretamente nella forma della “sinodalità”.
Per comprendere meglio dunque le ragioni della
collaborazione tra fedeli (tra laici, tra presbiteri e laici, tra presbiteri e
vescovo) c’è un ulteriore passo da fare: bisogna recuperare lo stile sinodale.
SECONDO PASSO: RECUPERARE LO
STILE SINODALE
1. Comunione e sinodalità
E’ famosa la definizione di Giovanni
Crisostomo[6] in chi
afferma che la Chiesa è sinodo: <<Εκκλησία γάρ συστήματος και συνόδου έστιν όνομα>> (Ecclesia enim est nomen conventus et
congregationis), la Chiesa è “sistema”
e sinodo ne è il nome.
Nell’affermazione
che la Chiesa è “composizione”, “sistema”, è contenuta l’immagine del Corpo e
dell’edificio spirituale che sarà ripresa nella Lumen Gentium nella definizione
della Chiesa come communio. E nel dire che questa è “Sinodo” si richiama il camminare insieme del
Popolo di Dio nei sentieri della storia come espressione della communio
ecclesiale: sinodalità quindi non è altro che communio in atto.
Perciò Ignazio d’Antiochia, nella lettera che
indirizza alla comunità di Efeso, afferma che tutti i membri della Chiesa sono σύνοδοι
che percorrono la odòs
dell’agape con il synodòs per antonomasia che è il Cristo[7].
Così si esprimeva Papa Benedetto XVI
nel 2008:
<<la sinodalità è una caratteristica dell’autocomprensione
ecclesiale, perché una Chiesa che cammina come popolo e come corpo, è per
essenza sinodale. La dimensione sinodale è costitutiva della Chiesa: essa
consiste nel con-venire da ogni popolo e cultura per diventare uno in Cristo e
camminare insieme dietro a Lui, che ha detto: “Io sono la via, la verità e la
vita” (Gv 14,6). Infatti, la parola greca sýnodos, composta dalla preposizione
syn, cioè “con”, e da odòs, che significa “via, strada”, suggerisce l’idea del
“fare strada insieme”, ed è proprio questa l’esperienza del Popolo di Dio nella
storia della salvezza>>[8].
2. Sinodalità come stile
Sinodalità
è allora uno stile con cui vivere le relazioni tra i christifideles
e le modalità della pastorale.
Non si tratta di immaginare nuove attività da
fare ma si tratta di vivere le attività “ordinarie” della pastorale con stile
nuovo, riscoprendo la gioia dello stare e del camminare insieme!
Se si pensa alla “sinodalità” come a nuove iniziative
volte ad adempiere nuove incombenze pastorali, a “imposizioni” di attività o
scelte più calate dall’alto che sentite dal basso, si provocherà solo un
rigetto da parte degli operatori pastorali – tra parentesi credo una sorta di
equivoco in questo senso abbia giocato a sfavore, nella confusione tra la celebrazione
delle due Sessioni del Sinodo sulla Sinodalità e la sovrapposizione del Cammino
sinodale delle Chiese in Italia – allora, per una sorta di maquillage
pastorale “sinodalità” e “sinodale” saranno
le parole alla moda da appiccicare alle nostre attività, senza alcun
coinvolgimento e condivisione interiore.
Confesso, infatti, di condividere la
preoccupazione di Mons. Mansi che già esprimeva all’inizio della riflessione
sulla sinodalità voluta da papa francesco:
<<Vorrei iniziare questo contributo esprimendo
innanzitutto una preoccupazione o meglio, se vogliamo, un auspicio: che la
parola sinodalità, in questa stagione che la Chiesa sta vivendo in seguito alle
sollecitazioni che le vengono dal magistero e dalla guida di papa Francesco,
non diventi una parola da mettere a ogni costo in ogni contesto, per continuare
poi a dire e a fare sempre le stesse cose e, in definitiva, non cambiare
niente. È un pericolo reale che chi pratica cose di Chiesa, ed è familiare con
il cosiddetto ecclesialese, non fa fatica a percepire>>.
3. Sinodalità è far (ri)diventare protagonista la comunità
Per vivere invece in stile sinodale autenticamente
siamo chiamati ad uscire anzitutto da una spiritualità intimistica e
individualista verso una spiritualità ecclesiale e comunionale. Dire “sinodo”, significa
dire comunità: Tertulliano
scriveva che <<unus christianus, nullus christianus>>,
ovvero, che il cristiano esiste sempre in un corpo, in un insieme, in una
relazione, non da solo. Luciano Manicardi sottolinea che se questo vale per
tutti i fedeli,
<< quanto più questo vale per il
presbitero che è a servizio della comunione del corpo ecclesiale>>[9].
Afferma il succitato Mons. Mansi:
[…] Non è difficile
ritrovarsi tutti d’accordo sul fatto che uno degli ostacoli più seri alla
realizzazione della sinodalità come stile di Chiesa sia una certa tendenza al
protagonismo di certa parte del clero (…anche nell’episcopato?). Protagonismo
inteso come tendenza a sentirsi e a proporsi come il centro della parrocchia.
Abituati a essere al centro dell’altare nelle celebrazioni, ci si convince di
essere il centro in tutto il resto della vita della Chiesa. E si dimenticano
alcuni dati essenziali. Innanzitutto, che il centro della Chiesa è Cristo
Signore e non noi, e poi che presiedere non equivale semplicemente a comandare,
o ad aver sempre e comunque ragione su tutto. Il protagonismo fa sì che tante volte
i preti non vogliono ascoltare i laici, i confratelli, tanto meno il vescovo,
come si diceva pocanzi. «Faccio io, così faccio prima», è l’espressione che
talvolta si ascolta nei nostri ambienti. Inutile nascondercelo: in molti
ragioniamo così; l’ascolto degli altri è concepito come una perdita di
tempo>>.
Questo significa che come presbiteri noi siamo chiamati non
solo a saper camminare insieme come christifideles con tutti gli altri
fratelli, ma che come parroci, o comunque responsabili della formazione degli
altri fedeli, educarci ed educare a camminare insieme, a non pensare più e
agire in modo solitario, cosa che spesso si riflette poi in comunità
parrocchiali chiuse, spesso con atteggiamenti campanilistici e competitivi nei
confronti delle altre parrocchie.
Ma c’è ancora un altro passo da fare. Questo stile sinodale, il camminare insieme
dei presbiteri e dei parroci, il collaborare nelle attività, se esternamente
può essere visto come espressione della sinodalità di tutta la Chiesa, espressione
della comunione ecclesiale, dalla parte dei presbiteri c’è un fondamento in più
che deve essere considerato.
E questo fondamento, specifico e peculiare per i presbiteri è
il sacramento dell’Ordine, che fa sì che il Vescovo con i suoi presbiteri
formino un unico collegio: il presbiterio.
Mons. Delpini, nell’intervento già citato, sottolineava
come la ragione della collaborazione e del camminare insieme dei presbiteri, è
però fondamentalmente sacramentale. Per questo ha osservato che oggi è richiesta
<<una conversione dal presbitero al
presbiterio […]>>.
Questo è il terzo passo che siamo chiamati a fare nella
ricerca del fondamento della collaborazione tra presbiteri, tra parroci: dal
presbitero al presbiterio.
TERZO PASSO: RECUPERARE IL
SENSO DI APPARTENENZA AL PRESBITERIO DELLA PROPRIA CHIESA LOCALE.
1. PRIMA DEL PRESBITERO C’E’
IL PRESBITERIO
Prima del presbitero, infatti, ontologicamente
c’è il presbiterio. Afferma Presbyterorum Ordinis[10]:
<<Tutti i presbiteri, costituiti nell'ordine del
presbiterato mediante l'ordinazione, sono uniti tra di loro da un'intima
fraternità sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio
nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio vescovo.
Infatti, anche se si occupano di mansioni differenti, sempre
esercitano un unico ministero sacerdotale in favore degli uomini. Tutti i presbiteri,
cioè, hanno la missione di contribuire a una medesima opera, sia che
esercitino il ministero parrocchiale o sopraparrocchiale, sia che si dedichino
alla ricerca dottrinale o all'insegnamento, sia che esercitino un mestiere
manuale, condividendo la condizione operaia - nel caso ciò risulti conveniente
e riceva l'approvazione dell'autorità competente -, sia infine che svolgano
altre opere d'apostolato od ordinate all'apostolato. È chiaro che tutti
lavorano per la stessa causa, cioè per l'edificazione del corpo di Cristo, la
quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi
tempi. Pertanto è oltremodo necessario che tutti i presbiteri, sia
diocesani che religiosi, si aiutino a vicenda in modo da essere sempre
cooperatori della verità. Di conseguenza ciascuno è unito agli altri
membri di questo presbiterio da particolari vincoli di carità apostolica, di
ministero e di fraternità: il che viene rappresentato liturgicamente fin
dai tempi più antichi nella cerimonia in cui i presbiteri assistenti
all'ordinazione sono invitati a imporre le mani, assieme al vescovo che ordina,
sul capo del nuovo eletto, o anche quando concelebrano unanimi la sacra
eucaristia[11].
Ciascuno dei presbiteri è dunque legato ai confratelli col vincolo della
carità, della preghiera e della collaborazione nelle forme più diverse,
manifestando così quella unità con cui Cristo volle che i suoi fossero una
sola cosa, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal
Padre>>.
Il
concetto di presbiterio, occorre ricordarlo, è centrale non solo in questo
numero 8 ma in tutto il Decreto, e compare in passaggi chiave, per descrivere
l'unità dei presbiteri diocesani per indicarne la forma specifica di
collegialità. Basti ricordare che il termine presbyteri al plurale compare 111 volte e
solo 7 volte presbyter al singolare. Il messaggio è chiaro: il Decreto
intende liberare il presbiterato da una visione individualistica e recuperarne
la dimensione comunitaria.
Commenta Papa Leone nella succitata Lettera apostolica per i
LX di Presbyterorum Ordinis[12]:
<<… La fraternità presbiterale,
quindi, prima ancora di essere un compito da realizzare, è un dono insito nella
grazia dell’Ordinazione. Va riconosciuto che questo dono ci precede: non si
costruisce soltanto con la buona volontà e in virtù di uno sforzo collettivo,
ma è dono della Grazia, che ci rende partecipi del ministero del Vescovo e si
attua nella comunione con lui e con i confratelli.
Proprio per questo, però, i presbiteri sono
chiamati a corrispondere alla grazia della fraternità, manifestando e
ratificando con la vita quanto è stipulato tra loro non solo dalla grazia
battesimale ma anche dal sacramento dell’Ordine. Essere fedeli alla comunione
significa in primo luogo superare la tentazione dell’individualismo che mal si
coniuga con l’azione missionaria ed evangelizzatrice che riguarda sempre la
Chiesa nel suo insieme. Non a caso il Concilio Vaticano II ha parlato dei
presbiteri quasi sempre al plurale: nessun pastore esiste da solo! Il
Signore stesso «ne costituì Dodici – che chiamò apostoli – perché stessero con
lui» (Mc 3,14): ciò significa che non può esistere un ministero slegato dalla
comunione con Gesù Cristo e con il suo corpo, che è la Chiesa. Rendere sempre
più visibile questa dimensione relazionale e comunionale del ministero
ordinato, nella consapevolezza che l’unità della Chiesa deriva dall’«unità del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», [13] è una delle sfide principali per
il futuro, soprattutto in un mondo segnato da guerre, divisioni e discordie.
La fraternità
presbiterale va considerata pertanto come elemento costitutivo dell’identità
dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan, ma come un aspetto su
cui impegnarsi con rinnovato vigore. In tal senso, molto si è fatto applicando
le indicazioni di Presbyterorum Ordinis (cfr. n. 8), ma molto rimane da fare>>.
2. FORMARE AL PRESBITERIO
E conclude:
<<Tutto ciò richiede impegno formativo
ad ogni livello, in particolare, nell’ambito della formazione iniziale e
permanente dei sacerdoti>>.
Non possiamo
non concordare con quanto in proposito Mons. Mansi scriveva:
<<la prima consapevolezza che va
recuperata, direi con urgenza, da parte dei presbiteri è quella di essere
presbiterio, e questo va realizzato a cominciare dai tempi dell’orientamento e
del discernimento vocazionale e poi della formazione al ministero. Forse il
tema del far parte di un corpus non è sufficientemente praticato e declinato
nel tempo del primo orientamento vocazionale. Per il ministero sacro ci si
accontenta del più sbrigativo «diventare prete», come se si trattasse di un
qualcosa che riguarda una persona, quella persona e basta. Eppure, il cammino
di formazione si svolge in un contesto di vita comunitaria (i seminari)!
Evidentemente durante gli anni della formazione questo dato talvolta viene
subìto come disciplinare e non vissuto come un’educazione del cuore. Ne viene
che l’attitudine al camminare insieme dovrebbe essere un criterio da
considerare seriamente circa l’autenticità vocazionale di tanti cammini. E ci
si dovrebbe rassegnare con più lungimiranza ad avere qualche prete in meno che
non averne tanti che non avvertono affatto il loro ministero come realtà collegiale.
I tipi solitari che si chiudono in camera, con la scusa che hanno troppo da
studiare e che mal sopportano tutto ciò che è comunitario, dovrebbero far
seriamente preoccupare gli educatori>>.
3. UNA CUM EPISCOPO:
COLLEGIALITA’ E SOLLECITUDINE PER TUTTA LA CHIESA LOCALE
Mons. Delpini, nella sua citata
relazione affermava:
<<Non si tratta soltanto di promuovere
rapporti più cordiali tra sacerdoti, ma di riconoscere che l’appartenenza al
presbiterio non può restare un fatto sacramentale astratto. L’appartenenza al
presbiterio non può essere solo un dato ‘dogmatico’, […] essa deve diventare
evidenza nelle relazioni, nella frequentazione, nella condivisione delle
responsabilità>>.
La prima conseguenza della collegialità
presbiterale è la stretta unione che ne deriva non solo nella dimensione
spirituale ed “affettiva”, ma nella stessa dimensione autoritativamente
pastorale, nella cooperazione del presbiterio alla cura pastorale del Vescovo
nei riguardi della Chiesa locale, come recita il già citato Can. 369:
<<La diocesi è la porzione del popolo
di Dio che viene affidata alla cura pastorale del Vescovo con la cooperazione
del presbiterio>>.
E questa non è una generica sollecitudine ma
una vera collaborazione nel governo della diocesi, espresso tramite il
Consiglio Presbiterale, come Senato del Vescovo, come espresso nel Can. 495 -
§1:
<<In ogni diocesi si costituisca il
consiglio presbiterale, cioè un gruppo di sacerdoti che, rappresentando il
presbiterio, sia come il senato del Vescovo; spetta al consiglio presbiterale
coadiuvare il Vescovo nel governo della diocesi, a norma del diritto, affinché
venga promosso nel modo più efficace il bene pastorale della porzione di popolo
di Dio a lui affidata>>.
Mi piace in
proposito riprendere alcune sottolineature di Luciano Manicardi, in una
riflessione su sinodalità e collaborazione nel presbiterio. Egli scrive
<<È importante che i presbiteri
conoscano con chiarezza le linee di governo del vescovo, conoscano motivazioni
e finalità dell’agire pastorale che viene loro richiesto, altrimenti, presto o
tardi, ci si troverà di fronte a un rifiuto inconscio o anche aperto della
decisione. Ci si troverà di fronte a una demotivazione, a un divorzio se non
dal ministero, almeno dalla volontà di impegnarsi. Da parte dei presbiteri
occorre la volontà di essere presenti alle occasioni di incontro e di
fraternità e di non cedere troppo facilmente alla tentazione di dire “Non
servono a nulla”, “sono inutili”, “tanto non cambia mai niente”. Occorre
accettare di essere scomodati. E combattere la pigrizia, il cinismo e la
sfiducia>>.
Per un presbitero ciò significa, in pratica,
quanto scrive il succitato Mons. Mansi[13]:
<<ascoltare il vescovo,
il suo magistero, le sue linee guida nell’organizzare il cammino di Chiesa. È
molto importante tutto questo; il vescovo, infatti, ha il senso dell’insieme e
di quello si fa voce nel momento in cui offre la sua lettura della realtà.
Dovremo dirci con grande franchezza che noi preti non facciamo il bene della
Chiesa quando non ascoltiamo o addirittura snobbiamo il vescovo e il suo
magistero, il più delle volte per sostituire a esso il nostro magistero, con il
quale ci costituiamo una nostra infallibilità e insindacabilità di giudizio e
di operatività pastorale>>.
4. PRIMA DELLA PARROCCHIA, LA DIOCESI
Recuperare il prius sacramentale e
quindi ontologico del Presbiterio rispetto al singolo presbitero e quindi
sentirsi anzitutto collegio che condivide con il vescovo la corresponsabilità
della guida pastorale della diocesi, significa poi recuperare la priorità della
Chiesa locale rispetto alla parrocchia. E’ la Chiesa locale che ha valenza
sacramentale e teologica, come abbiamo visto nell’ecclesiologia eucaristica; la
parrocchia è solo una ripartizione, una circoscrizione – mi si passi il termine
– amministrativa, ma la cui esistenza ha senso solo come parte di un tutto,
prova ne sia che l’immagine di parrocchia è cambiata lungo il corso dei secoli,
e certamente è destinata a cambiare.
Conseguentemente, lo stesso ruolo del parroco
deve essere rivisto e rivisitato in chiave collegiale. Il parroco, con la
nomina, non riceve un feudo da governare absolute cioè sciolto da ogni
vincolo di comunione col vescovo e col presbiterio. La parrocchia (dietro
questo termine pensiamo alla comunità di fedeli che questa esprime) non può
diventare la terrà di nessuno, il campo libero dove fare i propri esperimenti
pastorali, il regnum in regno come si diceva un tempo della Contea di
Modica, dove neanche il Re poteva mettere il naso!
Gli Orientamenti pastorali di una Chiesa
locale, la programmazione diocesana, non possono essere sentiti come pastoie
alla propria “fantasia pastorale”, ma devono essere visti come strumenti per
vivere pienamente collegialità e sinodalità richieste dall’impegno a camminare
insieme che scaturisce insieme dal sacramento dell’Ordine oltre che dal
Battesimo.
Mons. Mansi:
<<non vuol dire appiattire tutto. Certo, e per fortuna,
non siamo tutti uguali, ciascun prete nel suo presbiterio è portatore di
carismi, di attitudini, di talenti, ed è un bene che queste ricchezze
individuali non vengano azzerate ma conosciute innanzitutto, poi riconosciute e
valorizzate, in modo che giovino alla causa comune>>.
Perciò dobbiamo imparare a lavorare insieme, a
collaborare.
5. CON-LAVORARE
Ma già Presbyterorum Ordinis aveva avvertito[14]:
<<Nessun presbitero è
quindi in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da
solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri
presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la Chiesa>>.
Mi si permetta qui di citare quanto afferma
ancora il Decreto Presbyterorum Ordinis[15]
a proposito di armonizzazione tra interiorità spirituale e attività pastorale:
<< per poter anche
concretizzare nella pratica l'unità di vita, [i presbiteri] considerino ogni
loro iniziativa alla luce della volontà di Dio vedendo cioè se tale iniziativa
va d'accordo con le norme della missione evangelica della Chiesa. Infatti la
fedeltà a Cristo non può essere separata dalla fedeltà alla sua Chiesa. Per
questo, la carità pastorale esige che i presbiteri, se non vogliono correre
invano lavorino sempre in stretta unione con i vescovi e gli altri fratelli nel
sacerdozio. Se procederanno con questo criterio, troveranno l'unità della
propria vita nella unità stessa della missione della Chiesa, e così saranno
uniti al loro Signore, e per mezzo di lui al Padre nello Spirito Santo, per
poter essere colmati di consolazione e di gioia>>.
<<Per
non correre invano>> – e
ricordiamo che è una espressione paolina - non possono cioè darsi fughe in
avanti, camminatori solitari, invenzioni di percorsi alternativi. Bisogna
percorrere lo stesso cammino e sincronizzare il passo. Commenta ancora Mons.
Mansi[16]:
<< Sincronizzare il
passo vuol dire che in questo popolo in cammino, in particolare nei nostri
presbiterii, occorre che portiamo tutti lo stesso passo, non c’è posto per chi
corre, magari perché vuole assaporare il gusto (e la gloria!) di arrivare primo
e chi va piano perché non ce la fa o anche perché non è del tutto convinto che
bisogna raggiungere la meta verso la quale camminano tutti. Sincronizzare il
passo vuol dire avere a cuore che si cammini insieme, per il gusto e la gioia
di camminare insieme, sapendo che mentre si cammina, mentre si condivide la
gioia e la fatica del cammino, si parla insieme, si condividono idee, progetti
da fare quando si sarà giunti alla meta, si condividono storie, desideri, sogni
e speranze che la stessa meta ispira, si sperimentano insieme la fatica del
camminare e la gioia delle mete conquistate>>.
Papa Leone
nel suo incontro col clero di Roma ha rivolto ai presbiteri questa
raccomandazione:
<<Un secondo aspetto è questo:
imparare a lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione
in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo
solitario. In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e
ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e
gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone,
oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere,
vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di
appartenenza. La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso
di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata
partecipazione. In un territorio di grandi dimensioni come quello romano,
occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera
sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente
tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità,
programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative. Serve un
coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende
esprimere la nostra comunione presbiterale>>.
CONCLUSIONE: PRIMA DI TUTTO LA CONVERSIONE
1. CONVERTIRSI ALLA FRATERNITA’
Riprendiamo
ancora quanto dice Manicardi:
<<Se il
vescovo e il presbitero sono servi della comunione ecclesiale, essi non possono
certamente esserli chiudendosi in un dorato isolamento o in atteggiamenti
ieratici o cedendo alla mondanità dell’individualismo imperante. Essi sono
chiamati a vivere la comunione anzitutto tra di loro, tra di loro presbiteri, e
tra presbiteri e vescovo, pena, la smentita del loro ministero, la loro
non-credibilità. La loro concreta fraternità è la loro prima testimonianza e
forma di evangelizzazione. Prima di ogni preoccupazione pastorale, di ogni
attività organizzativa, anche di ogni celebrazione cultuale, il ministero
presbiterale si caratterizza per questa fraternità>>[17].
Per vivere ciò ecco i “comandamenti “della fraternità
presbiterale, proposti sempre da Manicardi:
<<1. Serietà. Si
tratta di prendere sul serio ciò che si fa: il proprio e l’altrui ministero, la
propria vita di fede e di preghiera, le relazioni con gli altri, … In
particolare, si tratta di prendere sul serio le occasioni sinodali e i momenti
assembleari disponendosi a una partecipazione convinta e attiva.
2. Rispetto. Mi riferisco
al rispetto dei preti tra di loro e del prete verso il vescovo e viceversa. Ma
è anche rispetto delle opinioni diverse dalla propria, rispetto delle debolezze
dell’altro.
3. Fiducia. Un vescovo è il
primo responsabile della creazione di un clima di fiducia reciproca nel
presbiterio. La sua disponibilità all’ascolto e all’incontro dei suoi preti, il
suo prendersi cura delle situazioni che gli vengono presentate, nella coscienza
che la sollecitudine per i presbiteri è il suo primo compito, il suo essere “di
parola”, il suo ricordarsi delle situazioni di ciascuno, tutto questo favorisce
un clima di fiducia e fa sentire come affidabile il vescovo stesso. Ovvio che
questa apertura di fiducia deve vigere anche nei presbiteri e tra di loro.
Senza fiducia non vi è alcuna possibilità di comunione e di fraternità.
4. Lealtà. Se il vescovo è
chiamato ad assumere e ad esercitare una concreta paternità nei confronti dei
suoi preti, rendendosi disponibile ad incontrarli, interessandosi della loro
vita, della loro salute, delle condizioni in cui vivono, così i preti sono
chiamati ad entrare con il loro vescovo in un rapporto leale, onesto, schietto,
rispettoso, collaborativo. Un rapporto non di adulazione, ma di rispetto, non di
ribellione e di maldicenza, ma di parresía.
5. Sincerità. La sincerità
accompagna la lealtà e impedisce di nascondere, celare, mentire, dire verità
parziali. Sincerità rinvia anche a quella parresía che è libertà di parola e
che deve contraddistinguere ogni riunione sinodale e ogni rapporto
intraecclesiale autentico.
6. Responsabilità. La
responsabilità mi situa in rapporto vitale con Dio e con gli altri e mi spinge
a rispondere di me, di ciò che faccio, del ministero che ho ricevuto, della mia
vita di fronte al Signore, di fronte alla mia coscienza, di fronte alla
comunità. E anche, per il presbitero, di fronte al vescovo.
7. Discrezione. Va infine
ricordata la necessaria, anzi vitale, discrezione. Discrezione da parte del
vescovo che si trova a conoscere dettagli di situazioni ecclesiali e personali
di presbiteri che richiedono di non essere divulgati, discrezione da parte di
ogni presbitero per non cadere in quella tentazione così spesso stigmatizzata
da papa Francesco della chiacchiera, della mormorazione, del parlar male degli
altri, del vescovo o di altri presbiteri.
8. L’ascolto. La fraternità
presbiterale e l’amore pastorale nascono dalla volontà di ascolto. Certi
abbandoni della vita presbiterale forse si sarebbero potuti evitare se il prete
avesse avuto l’occasione (certo, anche il coraggio) di dire ciò gli gravava sul
cuore, la crisi che stava vivendo.
9. Empatia. Precomprensioni,
etichette e pregiudizi sono un impedimento all’ascolto. Ascoltare significa
uscire dalla pigrizia per cui etichettiamo l’altro e ingessiamo i rapporti con
lui arrivando a cadere, a volte, in rapporti tra presbiteri superficiali o
infantili, solamente scherzosi o banali. Rapporti regressivi.
10. Correzione fraterna>>[18]
2. DALLA CONVERSIONE DEL CUORE ALLA CONVERSIONE PASTORALE…
…
DELLA CHIESA LOCALE
…
DEI PARROCI E DELLE COMUNITÀ PARROCCHIALI
Solo una conversione del cuore alla fraternità e al presbiterio nella
chiesa locale potrà supportare la scelta di lavorare insieme e non far
diventare e rimanere il cammino sinodale compiuto e quanto ne è scaturito solo
un momento di burocrazia ecclesiale.
Il nostro Piano Pastorale Diocesano, infatti, può e deve essere
compreso tenendo presente tre “contestualizzazioni sinodali” e scelte
conseguenziali fondamentali:
1.
Anzitutto,
il contesto del cammino della Chiesa universale, in comunione con il Successore
dell’Apostolo Pietro. In concreto questo significa l’inserimento del nostro
Piano Pastorale nello sforzo di recupero della sinodalità come «forma» della
Chiesa e stile della prassi ecclesiale, così come voluto da Papa Francesco, di
felice memoria, e secondo le indicazioni elaborate dalla seconda sessione del
Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità nell’ottobre 2024[19] e le proposte di concretizzazione emanate
per la verifica che vedrà impegnate le chiese locali nell’anno pastorale 2025 –
2026[20].
2.
Contemporaneamente,
il contesto del Cammino sinodale delle Chiese in Italia compiuto in
questi anni e gli orientamenti finali che le singole diocesi saranno chiamate
ad adottare, nello spirito e nel rispetto della identità peculiare di ognuna.
3.
Infine,
il contesto del cammino della nostra Chiesa locale di Noto, nello sforzo
di attuazione del Concilio Vaticano II, confluito nel Secondo Sinodo
Diocesano [21] e nella condivisione del cammino sinodale
universale e nazionale da cui sono emerse le Osservazioni e le Proposte [22]
scaturite dal confronto del popolo di Dio nei tavoli sinodali
parrocchiali e vicariali.
Il Piano Pastorale Diocesano è, dunque, uno strumento consegnato a
tutta la comunità ecclesiale, al cui interno ciascun fedele, secondo la propria
vocazione e responsabilità, ma in prima persona il presbiterio nel suo insieme
e i presbiteri singolarmente, è chiamato a collaborare in stile sinodale per
contribuire alla sua attuazione nella specifica realtà ecclesiale del
territorio.
Concretamente, l’impostazione di questo Piano Pastorale Diocesano ha
voluto rispettare l’indicazione, emersa dai tavoli sinodali diocesani, che la
futura progettazione dovesse tener conto delle seguenti «scelte sinodali
di fondo»:
1.
Il
recupero del “luogo” teologico della Chiesa locale,
come fondamento di comunione e di unità, favorendo la crescita del senso di appartenenza alla vita diocesana.
2.
Il
recupero della centralità della parrocchia,
cuore della vita e della testimonianza dei fedeli, animata da parroci capaci di valorizzare la
collaborazione e la corresponsabilità dei fedeli nella varietà dei carismi,
anche tramite gli organismi di comunione e partecipazione e con l’attenzione al
territorio e al “decentramento” delle attività parrocchiali.
3.
Il
recupero del ruolo delle zone pastorali e del vicariato
come luoghi di comunione, di formazione e di collaborazione fra le parrocchie
per una presenza viva e attiva in ogni città.
E da queste scelte le
indicazioni delle priorità:
1.
Il
ricentramento della catechesi e della vita della comunità sulla celebrazione
dell’Eucaristia domenicale.
2.
La
riqualificazione nelle comunità dell’ascolto della Parola che parla alla
vita e fonda la testimonianza
dei cristiani nel mondo.
3.
Il
ridare qualità alla vita ecclesiale mediante la proposta di itinerari
unitari di fede per le varie età della vita e le diverse categorie di
fedeli (nelle tre dimensioni: catechesi, liturgia, testimonianza).
4.
L’integrazione
dell’esperienza particolare delle aggregazioni laicali, delle associazioni e
dei movimenti, nel cammino della comunità parrocchiale e diocesana.
5.
La
necessità di inscrivere tutte le attività ecclesiali nell’orizzonte della
missione.
UN AUGURIO
Concludo con un invito: viviamo
la fraternità /sinodalità presbiterale…
… cominciando dal sentirci colleghi (etimologicamente
da “collegio”) e non collegiali (mi si permetta di chiudere con una battuta)
… sincronicamente (non solo i compagni di
seminario!)
… diacronicamente:
<<Per tali motivi, i più anziani devono
veramente trattare come fratelli i più giovani, aiutandoli nelle prime attività
e responsabilità del ministero, sforzandosi di comprendere la loro mentalità,
anche se differente, e guardando con simpatia le loro iniziative. I giovani, a
loro volta, abbiano rispetto per l'età e l'esperienza degli anziani, sappiano
studiare assieme ad essi i problemi riguardanti la cura d'anime e collaborino
volentieri>>[23].
riaffermando e sintetizzando
quasi in una formula quanto qui detto: La testimonianza di comunione e di
fraternità dei presbiteri tra loro e col vescovo è la prima forma di
evangelizzazione…
[1]
Numero 3(2016) di Orientamenti Pastorali. EDB
[2]
Cfr. CDC, can. 208: Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in
Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell'agire, e per tale
uguaglianza tutti cooperano all'edificazione del Corpo di Cristo, secondo la
condizione e i cómpiti propri di ciascuno.
[3] Can. 209
- §1. I fedeli sono tenuti all'obbligo di conservare sempre, anche nel loro
modo di agire, la comunione con la Chiesa.
[4]
La liturgia propria di questa Messa perciò “rende ancor più evidente il
clima di una vera festa del sacerdozio ministeriale all’interno di tutto il
popolo sacerdotale e orienta l’attenzione verso il Cristo, il cui nome
significa «consacrato per mezzo dell’unzione». Così l’unica celebrazione che
comprende sia il rito eucaristico che quello crismale, manifesta la stretta
unione dei presbiteri e dei diaconi con il vescovo nel sacerdozio ministeriale,
insieme alla realtà dell’unico sacerdozio battesimale, che, secondo la dottrina
richiamata dal Concilio, è il fondamento stesso del sacerdozio ministeriale” (Pontificale
romano. Benedizione degli oli e dedicazione della chiesa e dell’altare, p.
10.11).
[5] Giovedì
19 marzo 2026, al Centro di spiritualità del Santuario Regionale di Caravaggio.
La riflessione è sul sito ufficiale della diocesi di Milano
[6] Expositio in Psalmos, In Ps
149, PG 55, 493.
[7]
COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, La sinodalità nella vita e nella
missione della chiesa, 2018.
[8] BENEDETTO
XVI, Discorso ai membri del Consiglio Ordinario della Segretaria Generale
del Sinodo dei Vescovi, 21 gennaio 2008.
[9] LUCIANO MANICARDI,
Fraternità presbiterale e sinodalità, Esercizi spirituali per
presbiteri, Comunità di Bose, 2023.
[10] PO 8.
[11] Io
aggiungerei anche l’imposizione delle mani in occasione della consacrazione del
Sacro Crisma durante la messa crismale.
[12] Nn.
14-16.
[13] OP,
cit.
[14] PO 7.
[15] PO 14.
[16] Ivi.
[17] L.c.
[18] L.c.
[19] Francesco - XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei
Vescovi, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione,
missione. Documento finale, 26 ottobre 2024.
[20]
Segreteria Generale del Sinodo, Tracce
per la fase attuativa del Sinodo. 2025-2028, 29 giugno 2025.
[21]
Diocesi di Noto, Secondo Sinodo
Diocesano: “Incontrare Cristo lungo le strade”, Noto, 4 aprile 1996.
[22]
Id., Sintesi delle osservazioni
e delle proposte scaturite dai tavoli sinodali, Noto 2024.
[23] PO
8
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