venerdì 6 novembre 2026

La collaborazione dei presbiteri diocesani nella chiesa locale? Quali fondamenti?

 

PREMESSA: ALCUNI EQUIVOCI DA EVITARE

 

Il tema che mi è stato affidato, nel contesto del programma di formazione del presbiterio di Noto, porta come titolo Sinodalità presbiterale: la fraternità sacerdotale impegna a camminare insieme nel servizio pastorale. E poi specifica ulteriormente: Il ministero del parroco in forma sinodale.

Ringraziando il Vescovo e i delegati per la pastorale e la formazione dei presbiteri per avermi invitato a tenere oggi questo incontro, non vi nascondo, sinceramente, che ho avuto difficoltà nella impostazione della mia riflessione per una serie di perplessità legate al rischio di alcuni equivoci che, già a partire dal titolo che mi è stato affidato, possono generarsi nel trattare un tema che, volere o non volere, tocca da vicino non solo il modo di vivere ma lo stesso modo di concepire il nostro ministero presbiterale.

Il titolo, di fatto, mette insieme, forse anche in modo un po’ confuso, tre tematiche differenti per significato e contenuto:

Ø  anzitutto il tema della sinodalità,

Ø  poi quello della fraternità presbiterale,

Ø  infine quello dell’esercizio del ministero pastorale di parroco, con l’invito alla collaborazione tra parroci, che, se ho compreso bene, dovrebbe essere, concretamente, l’argomento propriamente oggetto di questa chiacchierata.

Proprio per questo mi sono permesso di semplificare ed esplicitare il titolo di questa relazione, per evidenziare la domanda di fondo che sottostà alla presente riflessione: su cosa fondare la collaborazione tra i presbiteri, particolarmente tra i parroci, nella chiesa locale?

Diciamo anzitutto che la collaborazione tra parroci non può essere vista solo opportunisticamente come una soluzione per compensare la riduzione del numero dei presbiteri. Se così fosse non se ne dovrebbero preoccupare le diocesi in cui c’è ancora abbondanza di vocazioni o comunque si è ancora in grado di gestire la pastorale ordinaria delle singole parrocchie. Sarebbe, infatti, sbagliato parlare di collaborazione tra preti solo in ragione della mancanza di forze o perché i numeri delle forze in campo non permettono più di assicurare il servizio pastorale di un parroco per ogni parrocchia.

Men che meno la collaborazione tra parroci, e più in generale tra presbiteri, può essere considerata come una necessità pratica di razionalizzazione di risorse solamente per una migliore efficienza pastorale, né è un problema solo di organizzazione ecclesiastica.

Se così fosse si tratterebbe solo dell’ennesima operazione di “marketing” o “maquillage” pastorale che dir si voglia.

Una collaborazione fondata solo su questi presupposti empirici, finirebbe per cadere in balìa degli umori e delle idiosincrasie dei singoli presbiteri, e se anche si pervenisse ad una cooperazione circa le attività pastorali, non riuscirebbe a spiegarne la motivazione più profonda.

Qui, perciò, dobbiamo ribadire con forza che la collaborazione non nasce dalla fattualità del “particulare”, da una idea di pastorale “evenementielle”, ma può e deve essere compresa solo

Ø  anzitutto nell’orizzonte dell’ecclesiologia comunionale che fonda la stessa sinodalità

Ø  e poi nell’ottica della comune radice ontologica del presbiterato.

Partendo da queste considerazioni, mi permetterò di articolare la mia riflessione in alcuni passi da compiere per trovare, o meglio ancora recuperare, i fondamenti teologici della collaborazione tra presbiteri, scusandomi fin da ora per la ripetizione di concetti che certamente ognuno di noi porta nel suo bagaglio di conoscenze e di studi.

PRIMO PASSO: RECUPERARE L’ECCLESIOLOGIA EUCARISTICA-COMUNIONALE  

 

1. Il Concilio Vaticano II: la Chiesa Popolo di Dio e Corpo di Cristo

Mons. Luigi Mansi, vescovo di Andria, in un suo intervento sulla rivista Orientamenti Pastorali già nel 2016[1] scriveva:

<<Decisamente non è più tempo (se mai lo è stato) di una conduzione solitaria della pastorale, ciascuno nella propria parrocchia… soprattutto, perché è ora di attuare l’ecclesiologia conciliare, senza aspettare più, soprattutto senza «se» e senza «ma» >>.

Il primo passo del nostro viaggio perciò non può non cominciare dal rinnovamento ecclesiologico operato dal Concilio Ecumenico Vaticano II nel suo insieme, e in particolare dalla Costituzione Dogmatica Lumen Gentium, e dai documenti attuativi di questo rinnovamento, fino al nuovo Codice di diritto canonico che, come disse lo stesso Giovanni Paolo II nella sua promulgazione, ha cercato di recepire questa ecclesiologia conciliare, cercando di tradurla in istituzioni giuridiche.

Non riprenderemo qui tutto il materiale teologico e canonico frutto di questa ecclesiologia, che diamo ormai per acquisito da parte di tutti, ma sarà necessario, per la comprensione del nostro discorso, ricordare che è questa ecclesiologia conciliare che farà e deve fare da sfondo alle nostre riflessioni.

Nella Costituzione Sacrae Disciplinae Leges, di promulgazione del CJC il papa, infatti, afferma che tutte le norme dovranno essere lette alla luce:

1.                  della comprensione della Chiesa come Popolo di Dio, nell’uguaglianza sostanziale per dignità di tutti i battezzati e nella loro diversità e complementarietà funzionale;

2.                  della comprensione della Chiesa come Corpo di Cristo in cui tutte le membra partecipano, ognuno nel modo suo proprio, al triplice munus di Cristo, sacerdotale, profetico e regale;

3.                  della comprensione della Chiesa come comunione gerarchica nella articolazione tra primato e collegialità a livello di Chiesa universale (tra Papa e vescovi) e in analogia nella Chiesa locale (tra vescovo e presbiteri) e poi nel rapporto tra chierici e laici;

4.                  della comprensione dell’autorità gerarchica come servizio.

Purtroppo dobbiamo ammettere che, nonostante sia trascorso del tempo e i papi, da Paolo VI a Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI a Francesco, abbiamo speso le loro forze per una ricezione vitale del magistero conciliare, ancora possiamo registrare delle resistenze al recupero di quelle dimensioni essenziali e identitarie di Popolo di Dio e Corpo di Cristo che, vale la pena ricordarlo, non sono una invenzione del Concilio Vaticano II – basterebbe riandare almeno alla Mystici Corporis di Pio XII che è il Papa più citato nel Vaticano II - e che, come tutti sappiamo sono le dimensioni costitutive del “mysterium Ecclesiae”, fondate sulla stessa Parola di Dio e già individuate e illustrate, ad esempio, nelle Lettere di San Paolo, e anche nell’immagine Petrina del non-popolo radunato in popolo tutto sacerdotale ed edificato come unico edificio spirituale sul Cristo Pietra angolare. 

La Chiesa è dunque la qahal/ekklesìa, la convocazione organica del Popolo di Dio, “congregavit nos in unum” cantiamo infatti, e perciò niente altro è che partecipazione della “communio” trinitaria, come ci ricorda il detto di Cipriano “Ecclesia de Trinitate”.

Ma la Chiesa Popolo di Dio è anche Corpo di Cristo e ogni battezzato ne è un membro.

Chiesa-Popolo-di-Dio e Chiesa-Corpo-di-Cristo sono due immagini complementari che vanno lette e tenute sempre insieme.

2. La “hierarchica communio”

Un Popolo/Corpo che si relaziona nella communio delle sue membra.

Una communio non indistinta ma organica, una “hierarchica communio” dei christifideles, dove cioè la “communio”, che sottolinea l’uguaglianza essenziale e di dignità di tutti i battezzati, si esprime poi nella differenziazione “hierarchica” di funzioni, di carismi e ministeri delle diverse membra dell’unico Corpo.

Da qui il dovere/diritto[2] di ogni fedele del popolo di Dio di compartecipare alla edificazione della Chiesa/Corpo di Cristo attraverso la propria testimonianza di fede e l’apporto dei suoi carismi. Da cui discende l’obbligo fondamentale del vivere e mantenere la comunione.[3]

La comunione così diventa vera nella partecipazione e la partecipazione diventa efficace nell’esercizio della corresponsabilità di tutti nella missione della Chiesa.

3. L’ecclesiologia eucaristica della Chiesa locale

La ripresa dell’ecclesiologia eucaristica ci aiuta proprio nella comprensione di questo dinamismo, sia a livello di Chiesa universale, come comunione di Chiese una cum la Chiesa di Roma, sia a livello delle Chiese locali in quibus et ex quibus si manifesta l’unica Chiesa di Cristo.

Il Concilio, infatti, recupera l’essenza della Chiesa locale, secondo il dettato di Ignazio di Antiochia, come comunità eucaristica, come è affermato nel Decreto Christus Dominus al n. 11, ripreso integralmente nel Can. 369:

<<La diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale del Vescovo con la cooperazione del presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui riunita nello Spirito Santo mediante il Vangelo e l'Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare in cui è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica>>.

Questa ripresa del pensiero ignaziano, ha fatto sì che l’icona di Chiesa, che si realizza e si manifesta quando e dove il Vescovo celebra l’eucaristia con i suoi presbiteri e i suoi diaconi e tutto il popolo di Dio nella sua variegata composizione, si affermasse come l’immagine-tipo capace di dare fondamento e senso a tutto l’essere e l’agire della comunità ecclesiale. E’ questa immagine che sottostà, ad esempio, alla nuova concezione della messa crismale che, nella nuova fisionomia, attribuitale dalla riforma post-conciliare, nel Messale di Paolo VI, la principale manifestazione, quasi la “messa per eccellenza”, epifania della Chiesa, corpo di Cristo, organicamente strutturato, che nei vari ministeri e carismi esprime, per la grazia dello Spirito, i doni nuziali di Cristo alla sua sposa pellegrina nel mondo[4], come si esprime il nuovo Pontificale Romano.

E’ proprio a partire da questa “icona eucaristica” che da ora in poi noi dobbiamo comprendere l’essenza della Chiesa ed è a questa icona che si dovrà far riferimento per tradurre questa essenza in scelte pastorali concrete.

Cosa dunque dice questa icona? Dice che l’Eucaristia è “forma” della Chiesa, secondo il detto dei Padri “la Chiesa celebra l’Eucaristia ma è l’Eucaristia che fa la Chiesa”.

In pratica potremmo formulare questo principio di fondo in questo modo: “così come è (celebrata) l’Eucaristia, così è (costituita) la Chiesa” che, tradotto concretamente, diventa: “così come la comunità ecclesiale si struttura nella celebrazione eucaristica, così si deve strutturare nella vita e nel servizio pastorale”.

Per intenderci, possiamo così esemplificare: ecclesiologia eucaristica vuol dire che

1.                  chi presiede l’Eucaristia è anche chi presiede la comunità ecclesiale in tutti i suoi aspetti della vita istituzionale e pastorale;

2.                  chi nell’Eucaristia esercita un ministero, è a partire da questo ministero stesso che ha un ruolo peculiare anche nella vita della comunità ecclesiale;

3.                  come tutta l’assemblea è chiamata a celebrare in modo attivo e fruttuoso l’Eucaristia, così tutta la comunità è chiamata a partecipare in modo attivo e fruttuoso alla vita ecclesiale secondo i carismi di ognuno;

4.                  così come il frutto della celebrazione eucaristica è la comunione, così la struttura ecclesiale (attraverso le sue istituzioni) deve esprimere la comunione in vista della missione.

Questo significa che bisogna formarsi e formare ad una partecipazione “attiva, fruttuosa, consapevole” del singolo fedele che diventi, nell’esperienza della communio, sempre una com-partecipazione all’unica missione della Chiesa nel mondo.

Ciò in concreto comporta:

1.      il riconoscimento del servizio della responsabilità del vescovo come dell’esercizio del munus di pastore proprio della Chiesa locale e da qui il riconoscimento del servizio della responsabilità del parroco, come cooperatore del vescovo, come dell’esercizio del munus di pastore proprio della parrocchia e di quanto tutto questo comporta;

2.      il riconoscimento del servizio di corresponsabilità dei laici nella vita parrocchiale e diocesana;

3.      il riconoscimento del ruolo effettivo e non solo formale del Consiglio Pastorale diocesano e del Consiglio Pastorale Parrocchiale, e degli altri organismi collegati, come forme partecipazione, di discernimento e di condivisione di responsabilità.

4. Presbiteri da, con e per il Popolo di Dio

Chiaramente, in quest’ottica, il ruolo del presbitero, particolarmente del parroco, deve essere riconsiderato.

Nell’ottica della sana tradizione ecclesiale che siamo chiamati a recuperare, occorre un “ribaltamento della piramide” ecclesiologica, come lo definì Papa Francesco, in cui il ruolo di chi è investito dell’ordine sacro è esercitato in modo da favorire la comunione di tutti i fedeli, nella partecipazione attiva alla vita ecclesiale e alle attività pastorali e nella assunzione delle proprie responsabilità, ognuno per la sua parte, particolarmente dei fedeli laici. 

Ciò significa che bisogna formarsi e formare ad un sano esercizio della responsabilità e della corresponsabilità, ricordando che il capo – vescovo o presbitero che sia - non è staccato dal corpo e che il capo è a servizio di tutto il corpo e che l’obbedienza del singolo membro, se è richiesta dal capo è e deve essere finalizzata non tanto alla gratificazione del capo quanto al benessere di tutto il corpo.

Forse in questi ultimi decenni, dobbiamo ammetterlo, abbiamo visto una eccessiva accentuazione dell’aggettivo “hierarchica” sul sostantivo “communio”!

Una sottolineatura, ma direi più una forzatura, della figura del presbitero come agente “in persona Christi”, e ancor di più “in persona Christi capitis”, che ha generato, a mio parere, un’immagine di presbitero disancorata e disarticolata rispetto a tutta la compagine ecclesiale del Corpo di Cristo e delle altre membra, sfociando talvolta in un esercizio “monarchico” e solitario della pastorale.

Una spia di questo atteggiamento, ad esempio, è individuabile nel continuare a chiamare “celebrante” e non “presidente” il vescovo o il presbitero che presiedono l’assemblea eucaristica, dimenticando che è tutta l’assemblea ad essere il soggetto celebrante l’Eucaristia, come preghiamo nella Seconda Preghiera eucaristica, dove è tutto il popolo sacerdotale che rende grazie al Signore:

<<ti rendiamo grazie perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale>>.

E se è vero che la lex orandi statuat legem credendi è proprio guardando alla sinassi eucaristica che noi, dunque, possiamo attingere alla verità della communio ecclesiale e del servizio presbiterale.

5. Presbiteri al servizio della comunione, promotori della collaborazione dei fedeli

E Mons. Delpini, l’arcivescovo di Milano, parlando ai membri dei Consigli presbiterali delle diocesi lombarde in occasione del convegno Discepoli, fratelli al servizio della missione, promosso dalla Conferenza episcopale lombarda[5], in uno dei passaggi più significativi del suo intervento ha riconosciuto che una lunga prassi ecclesiale ha finito per accentuare nel prete, soprattutto nel parroco, una responsabilità personale “solitaria”:

<<Si deve costatare anche che ci sono preti che stentano ad apprezzare la condivisione delle responsabilità, per paura o per inerzia o per scarsa stima verso gli altri fratelli e sorelle, laici o consacrati>>.

 

E guardando al servizio specifico del presbitero nella comunità ecclesiale, Mons. Delpini continua:

<< La articolazione delle responsabilità richiede di riconoscere il servizio del ministero ordinato come servo dell’unità, garante della fedeltà, promotore della vocazione di ciascuno. Ciascuno, pertanto, ha ricevuto una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,7). “Mettere a servizio dell’utilità comune” il proprio dono spirituale comporta anche prendere parte ai processi decisionali per riconoscere le strade della missione. >>.

 

Questo dunque comporta, in pratica, promuovere la corresponsabilità dei laici.

Papa Benedetto, nel discorso di apertura del convegno pastorale della diocesi di Roma il 26 maggio 2009 affermò:

«La corresponsabilità esige un cambiamento di mentalità riguardante, in particolare, il ruolo dei laici nella Chiesa, che vanno considerati non come “collaboratori” del clero, ma come persone realmente “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa».

Non si tratta qui di misconoscere il ministero del presbitero, che, lo ricordiamo, differisce dal sacerdozio comune “essentia, non gradu tantum”, essendo radicato sul sacramento dell’ordine, quanto di rivederne alcune modalità di esercizio, più ispirate alla visione “piramidale” radicatasi nella Chiesa ma solo nell’ultimo secolo che non alla vera tradizione millenaria della Chiesa. A saper leggere la storia, la stessa riforma tridentina ci ha consegnato, ad esempio nella prassi dei concistori e nella nascita delle congregazioni, nella Santa Sede, e nella condivisione del governo diocesano coi Capitoli cattedrali e altre forme collegiali e anche laicali, un esercizio della corresponsabilità, di fatto se non di nome, erede di simili forme medievali, a cui oggi forse sarebbe istruttivo fare riferimento.

La “hierarchica communio” ci ricorda infatti che diversi sono i gradi di questa responsabilità. E che la stessa responsabilità è sempre condivisa secondo il principio dei padri: “mai i molti senza il primo, mai il primo senza i molti!” Se la chiesa non è democrazia non è neanche monarchia assoluta: la stessa Trinità, se si può dire, è espressione di comunione e corresponsabilità nell’unica missione.

Commenta Papa Leone nella sua Lettera apostolica per i LX di Presbyterorum Ordinis:

<< Per attuare sempre meglio un’ecclesiologia di comunione, occorre che il ministero del presbitero superi il modello di una leadership esclusiva, che determina l’accentramento della vita pastorale e il carico di tutte le responsabilità affidate a lui solo, tendendo verso una conduzione sempre più collegiale, nella cooperazione tra i presbiteri, i diaconi e tutto il Popolo di Dio, in quel vicendevole arricchimento che è frutto della varietà dei carismi suscitati dallo Spirito Santo. Come ci ricorda Evangelii gaudium, il sacerdozio ministeriale e la configurazione col Cristo Sposo non devono portarci a identificare la potestà sacramentale con il potere, poiché «la configurazione del sacerdote con Cristo Capo – vale a dire, come fonte principale della grazia – non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto»>>.

Recuperare l’ecclesiologia conciliare, significa quindi recuperare in pieno la dimensione costitutiva della Chiesa e il fondamento della partecipazione responsabile dei fedeli alla vita e alla missione della Chiesa.

Ora, questa comunione-partecipazione-missione richiede di essere vissuta concretamente nella forma della “sinodalità”.

Per comprendere meglio dunque le ragioni della collaborazione tra fedeli (tra laici, tra presbiteri e laici, tra presbiteri e vescovo) c’è un ulteriore passo da fare: bisogna recuperare lo stile sinodale.

SECONDO PASSO: RECUPERARE LO STILE SINODALE

 

1. Comunione e sinodalità

E’ famosa la definizione di Giovanni Crisostomo[6] in chi afferma che la Chiesa è sinodo: <<Εκκλησία γάρ συστήματος και συνόδου έστιν όνομα>> (Ecclesia enim est nomen conventus et congregationis), la Chiesa è “sistema” e sinodo ne è il nome. 

Nell’affermazione che la Chiesa è “composizione”, “sistema”, è contenuta l’immagine del Corpo e dell’edificio spirituale che sarà ripresa nella Lumen Gentium nella definizione della Chiesa come communio. E nel dire che questa è “Sinodo” si richiama il camminare insieme del Popolo di Dio nei sentieri della storia come espressione della communio ecclesiale: sinodalità quindi non è altro che communio in atto.

Perciò Ignazio d’Antiochia, nella lettera che indirizza alla comunità di Efeso, afferma che tutti i membri della Chiesa sono σύνοδοι che percorrono la odòs dell’agape con il synodòs per antonomasia che è il Cristo[7].

Così si esprimeva Papa Benedetto XVI nel 2008:

<<la sinodalità è una caratteristica dell’autocomprensione ecclesiale, perché una Chiesa che cammina come popolo e come corpo, è per essenza sinodale. La dimensione sinodale è costitutiva della Chiesa: essa consiste nel con-venire da ogni popolo e cultura per diventare uno in Cristo e camminare insieme dietro a Lui, che ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Infatti, la parola greca sýnodos, composta dalla preposizione syn, cioè “con”, e da odòs, che significa “via, strada”, suggerisce l’idea del “fare strada insieme”, ed è proprio questa l’esperienza del Popolo di Dio nella storia della salvezza>>[8].

 

2. Sinodalità come stile

Sinodalità è allora uno stile con cui vivere le relazioni tra i christifideles e le modalità della pastorale.

Non si tratta di immaginare nuove attività da fare ma si tratta di vivere le attività “ordinarie” della pastorale con stile nuovo, riscoprendo la gioia dello stare e del camminare insieme!

Se si pensa alla “sinodalità” come a nuove iniziative volte ad adempiere nuove incombenze pastorali, a “imposizioni” di attività o scelte più calate dall’alto che sentite dal basso, si provocherà solo un rigetto da parte degli operatori pastorali – tra parentesi credo una sorta di equivoco in questo senso abbia giocato a sfavore, nella confusione tra la celebrazione delle due Sessioni del Sinodo sulla Sinodalità e la sovrapposizione del Cammino sinodale delle Chiese in Italia – allora, per una sorta di maquillage pastorale “sinodalità” e  “sinodale” saranno le parole alla moda da appiccicare alle nostre attività, senza alcun coinvolgimento e condivisione interiore.

Confesso, infatti, di condividere la preoccupazione di Mons. Mansi che già esprimeva all’inizio della riflessione sulla sinodalità voluta da papa francesco:

 <<Vorrei iniziare questo contributo esprimendo innanzitutto una preoccupazione o meglio, se vogliamo, un auspicio: che la parola sinodalità, in questa stagione che la Chiesa sta vivendo in seguito alle sollecitazioni che le vengono dal magistero e dalla guida di papa Francesco, non diventi una parola da mettere a ogni costo in ogni contesto, per continuare poi a dire e a fare sempre le stesse cose e, in definitiva, non cambiare niente. È un pericolo reale che chi pratica cose di Chiesa, ed è familiare con il cosiddetto ecclesialese, non fa fatica a percepire>>.

3. Sinodalità è far (ri)diventare protagonista la comunità

Per vivere invece in stile sinodale autenticamente siamo chiamati ad uscire anzitutto da una spiritualità intimistica e individualista verso una spiritualità ecclesiale e comunionale. Dire “sinodo”, significa dire comunità: Tertulliano scriveva che <<unus christianus, nullus christianus>>, ovvero, che il cristiano esiste sempre in un corpo, in un insieme, in una relazione, non da solo. Luciano Manicardi sottolinea che se questo vale per tutti i fedeli,

<< quanto più questo vale per il presbitero che è a servizio della comunione del corpo ecclesiale>>[9].

Afferma il succitato Mons. Mansi:

[…] Non è difficile ritrovarsi tutti d’accordo sul fatto che uno degli ostacoli più seri alla realizzazione della sinodalità come stile di Chiesa sia una certa tendenza al protagonismo di certa parte del clero (…anche nell’episcopato?). Protagonismo inteso come tendenza a sentirsi e a proporsi come il centro della parrocchia. Abituati a essere al centro dell’altare nelle celebrazioni, ci si convince di essere il centro in tutto il resto della vita della Chiesa. E si dimenticano alcuni dati essenziali. Innanzitutto, che il centro della Chiesa è Cristo Signore e non noi, e poi che presiedere non equivale semplicemente a comandare, o ad aver sempre e comunque ragione su tutto. Il protagonismo fa sì che tante volte i preti non vogliono ascoltare i laici, i confratelli, tanto meno il vescovo, come si diceva pocanzi. «Faccio io, così faccio prima», è l’espressione che talvolta si ascolta nei nostri ambienti. Inutile nascondercelo: in molti ragioniamo così; l’ascolto degli altri è concepito come una perdita di tempo>>.

Questo significa che come presbiteri noi siamo chiamati non solo a saper camminare insieme come christifideles con tutti gli altri fratelli, ma che come parroci, o comunque responsabili della formazione degli altri fedeli, educarci ed educare a camminare insieme, a non pensare più e agire in modo solitario, cosa che spesso si riflette poi in comunità parrocchiali chiuse, spesso con atteggiamenti campanilistici e competitivi nei confronti delle altre parrocchie.

Ma c’è ancora un altro passo da fare.  Questo stile sinodale, il camminare insieme dei presbiteri e dei parroci, il collaborare nelle attività, se esternamente può essere visto come espressione della sinodalità di tutta la Chiesa, espressione della comunione ecclesiale, dalla parte dei presbiteri c’è un fondamento in più che deve essere considerato.

E questo fondamento, specifico e peculiare per i presbiteri è il sacramento dell’Ordine, che fa sì che il Vescovo con i suoi presbiteri formino un unico collegio: il presbiterio.

 Mons. Delpini, nell’intervento già citato, sottolineava come la ragione della collaborazione e del camminare insieme dei presbiteri, è però fondamentalmente sacramentale. Per questo ha osservato che oggi è richiesta

     <<una conversione dal presbitero al presbiterio […]>>.

Questo è il terzo passo che siamo chiamati a fare nella ricerca del fondamento della collaborazione tra presbiteri, tra parroci: dal presbitero al presbiterio.

TERZO PASSO: RECUPERARE IL SENSO DI APPARTENENZA AL PRESBITERIO DELLA PROPRIA CHIESA LOCALE.

 

1. PRIMA DEL PRESBITERO C’E’ IL PRESBITERIO

Prima del presbitero, infatti, ontologicamente c’è il presbiterio. Afferma Presbyterorum Ordinis[10]:

<<Tutti i presbiteri, costituiti nell'ordine del presbiterato mediante l'ordinazione, sono uniti tra di loro da un'intima fraternità sacramentale; ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio vescovo.

Infatti, anche se si occupano di mansioni differenti, sempre esercitano un unico ministero sacerdotale in favore degli uomini. Tutti i presbiteri, cioè, hanno la missione di contribuire a una medesima opera, sia che esercitino il ministero parrocchiale o sopraparrocchiale, sia che si dedichino alla ricerca dottrinale o all'insegnamento, sia che esercitino un mestiere manuale, condividendo la condizione operaia - nel caso ciò risulti conveniente e riceva l'approvazione dell'autorità competente -, sia infine che svolgano altre opere d'apostolato od ordinate all'apostolato. È chiaro che tutti lavorano per la stessa causa, cioè per l'edificazione del corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi. Pertanto è oltremodo necessario che tutti i presbiteri, sia diocesani che religiosi, si aiutino a vicenda in modo da essere sempre cooperatori della verità. Di conseguenza ciascuno è unito agli altri membri di questo presbiterio da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità: il che viene rappresentato liturgicamente fin dai tempi più antichi nella cerimonia in cui i presbiteri assistenti all'ordinazione sono invitati a imporre le mani, assieme al vescovo che ordina, sul capo del nuovo eletto, o anche quando concelebrano unanimi la sacra eucaristia[11]. Ciascuno dei presbiteri è dunque legato ai confratelli col vincolo della carità, della preghiera e della collaborazione nelle forme più diverse, manifestando così quella unità con cui Cristo volle che i suoi fossero una sola cosa, affinché il mondo sappia che il Figlio è stato inviato dal Padre>>.

Il concetto di presbiterio, occorre ricordarlo, è centrale non solo in questo numero 8 ma in tutto il Decreto, e compare in passaggi chiave, per descrivere l'unità dei presbiteri diocesani per indicarne la forma specifica di collegialità. Basti ricordare che il termine presbyteri al plurale compare 111 volte e solo 7 volte presbyter al singolare. Il messaggio è chiaro: il Decreto intende liberare il presbiterato da una visione individualistica e recuperarne la dimensione comunitaria.

Commenta Papa Leone nella succitata Lettera apostolica per i LX di Presbyterorum Ordinis[12]:

<<… La fraternità presbiterale, quindi, prima ancora di essere un compito da realizzare, è un dono insito nella grazia dell’Ordinazione. Va riconosciuto che questo dono ci precede: non si costruisce soltanto con la buona volontà e in virtù di uno sforzo collettivo, ma è dono della Grazia, che ci rende partecipi del ministero del Vescovo e si attua nella comunione con lui e con i confratelli.

Proprio per questo, però, i presbiteri sono chiamati a corrispondere alla grazia della fraternità, manifestando e ratificando con la vita quanto è stipulato tra loro non solo dalla grazia battesimale ma anche dal sacramento dell’Ordine. Essere fedeli alla comunione significa in primo luogo superare la tentazione dell’individualismo che mal si coniuga con l’azione missionaria ed evangelizzatrice che riguarda sempre la Chiesa nel suo insieme. Non a caso il Concilio Vaticano II ha parlato dei presbiteri quasi sempre al plurale: nessun pastore esiste da solo! Il Signore stesso «ne costituì Dodici – che chiamò apostoli – perché stessero con lui» (Mc 3,14): ciò significa che non può esistere un ministero slegato dalla comunione con Gesù Cristo e con il suo corpo, che è la Chiesa. Rendere sempre più visibile questa dimensione relazionale e comunionale del ministero ordinato, nella consapevolezza che l’unità della Chiesa deriva dall’«unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», [13] è una delle sfide principali per il futuro, soprattutto in un mondo segnato da guerre, divisioni e discordie.

La fraternità presbiterale va considerata pertanto come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan, ma come un aspetto su cui impegnarsi con rinnovato vigore. In tal senso, molto si è fatto applicando le indicazioni di Presbyterorum Ordinis (cfr. n. 8), ma molto rimane da fare>>.

2. FORMARE AL PRESBITERIO

E conclude:

<<Tutto ciò richiede impegno formativo ad ogni livello, in particolare, nell’ambito della formazione iniziale e permanente dei sacerdoti>>.

Non possiamo non concordare con quanto in proposito Mons. Mansi scriveva:

<<la prima consapevolezza che va recuperata, direi con urgenza, da parte dei presbiteri è quella di essere presbiterio, e questo va realizzato a cominciare dai tempi dell’orientamento e del discernimento vocazionale e poi della formazione al ministero. Forse il tema del far parte di un corpus non è sufficientemente praticato e declinato nel tempo del primo orientamento vocazionale. Per il ministero sacro ci si accontenta del più sbrigativo «diventare prete», come se si trattasse di un qualcosa che riguarda una persona, quella persona e basta. Eppure, il cammino di formazione si svolge in un contesto di vita comunitaria (i seminari)! Evidentemente durante gli anni della formazione questo dato talvolta viene subìto come disciplinare e non vissuto come un’educazione del cuore. Ne viene che l’attitudine al camminare insieme dovrebbe essere un criterio da considerare seriamente circa l’autenticità vocazionale di tanti cammini. E ci si dovrebbe rassegnare con più lungimiranza ad avere qualche prete in meno che non averne tanti che non avvertono affatto il loro ministero come realtà collegiale. I tipi solitari che si chiudono in camera, con la scusa che hanno troppo da studiare e che mal sopportano tutto ciò che è comunitario, dovrebbero far seriamente preoccupare gli educatori>>.

3. UNA CUM EPISCOPO: COLLEGIALITA’ E SOLLECITUDINE PER TUTTA LA CHIESA LOCALE

Mons. Delpini, nella sua citata relazione affermava:

<<Non si tratta soltanto di promuovere rapporti più cordiali tra sacerdoti, ma di riconoscere che l’appartenenza al presbiterio non può restare un fatto sacramentale astratto. L’appartenenza al presbiterio non può essere solo un dato ‘dogmatico’, […] essa deve diventare evidenza nelle relazioni, nella frequentazione, nella condivisione delle responsabilità>>.

La prima conseguenza della collegialità presbiterale è la stretta unione che ne deriva non solo nella dimensione spirituale ed “affettiva”, ma nella stessa dimensione autoritativamente pastorale, nella cooperazione del presbiterio alla cura pastorale del Vescovo nei riguardi della Chiesa locale, come recita il già citato Can. 369:

<<La diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale del Vescovo con la cooperazione del presbiterio>>.

E questa non è una generica sollecitudine ma una vera collaborazione nel governo della diocesi, espresso tramite il Consiglio Presbiterale, come Senato del Vescovo, come espresso nel Can. 495 - §1:

<<In ogni diocesi si costituisca il consiglio presbiterale, cioè un gruppo di sacerdoti che, rappresentando il presbiterio, sia come il senato del Vescovo; spetta al consiglio presbiterale coadiuvare il Vescovo nel governo della diocesi, a norma del diritto, affinché venga promosso nel modo più efficace il bene pastorale della porzione di popolo di Dio a lui affidata>>.

Mi piace in proposito riprendere alcune sottolineature di Luciano Manicardi, in una riflessione su sinodalità e collaborazione nel presbiterio. Egli scrive

<<È importante che i presbiteri conoscano con chiarezza le linee di governo del vescovo, conoscano motivazioni e finalità dell’agire pastorale che viene loro richiesto, altrimenti, presto o tardi, ci si troverà di fronte a un rifiuto inconscio o anche aperto della decisione. Ci si troverà di fronte a una demotivazione, a un divorzio se non dal ministero, almeno dalla volontà di impegnarsi. Da parte dei presbiteri occorre la volontà di essere presenti alle occasioni di incontro e di fraternità e di non cedere troppo facilmente alla tentazione di dire “Non servono a nulla”, “sono inutili”, “tanto non cambia mai niente”. Occorre accettare di essere scomodati. E combattere la pigrizia, il cinismo e la sfiducia>>.

Per un presbitero ciò significa, in pratica, quanto scrive il succitato Mons. Mansi[13]:

<<ascoltare il vescovo, il suo magistero, le sue linee guida nell’organizzare il cammino di Chiesa. È molto importante tutto questo; il vescovo, infatti, ha il senso dell’insieme e di quello si fa voce nel momento in cui offre la sua lettura della realtà. Dovremo dirci con grande franchezza che noi preti non facciamo il bene della Chiesa quando non ascoltiamo o addirittura snobbiamo il vescovo e il suo magistero, il più delle volte per sostituire a esso il nostro magistero, con il quale ci costituiamo una nostra infallibilità e insindacabilità di giudizio e di operatività pastorale>>. 

4. PRIMA DELLA PARROCCHIA, LA DIOCESI

Recuperare il prius sacramentale e quindi ontologico del Presbiterio rispetto al singolo presbitero e quindi sentirsi anzitutto collegio che condivide con il vescovo la corresponsabilità della guida pastorale della diocesi, significa poi recuperare la priorità della Chiesa locale rispetto alla parrocchia. E’ la Chiesa locale che ha valenza sacramentale e teologica, come abbiamo visto nell’ecclesiologia eucaristica; la parrocchia è solo una ripartizione, una circoscrizione – mi si passi il termine – amministrativa, ma la cui esistenza ha senso solo come parte di un tutto, prova ne sia che l’immagine di parrocchia è cambiata lungo il corso dei secoli, e certamente è destinata a cambiare.

Conseguentemente, lo stesso ruolo del parroco deve essere rivisto e rivisitato in chiave collegiale. Il parroco, con la nomina, non riceve un feudo da governare absolute cioè sciolto da ogni vincolo di comunione col vescovo e col presbiterio. La parrocchia (dietro questo termine pensiamo alla comunità di fedeli che questa esprime) non può diventare la terrà di nessuno, il campo libero dove fare i propri esperimenti pastorali, il regnum in regno come si diceva un tempo della Contea di Modica, dove neanche il Re poteva mettere il naso!

Gli Orientamenti pastorali di una Chiesa locale, la programmazione diocesana, non possono essere sentiti come pastoie alla propria “fantasia pastorale”, ma devono essere visti come strumenti per vivere pienamente collegialità e sinodalità richieste dall’impegno a camminare insieme che scaturisce insieme dal sacramento dell’Ordine oltre che dal Battesimo.

Mons. Mansi:

<<non vuol dire appiattire tutto. Certo, e per fortuna, non siamo tutti uguali, ciascun prete nel suo presbiterio è portatore di carismi, di attitudini, di talenti, ed è un bene che queste ricchezze individuali non vengano azzerate ma conosciute innanzitutto, poi riconosciute e valorizzate, in modo che giovino alla causa comune>>.

Perciò dobbiamo imparare a lavorare insieme, a collaborare.

5. CON-LAVORARE

Ma già Presbyterorum Ordinis aveva avvertito[14]:

<<Nessun presbitero è quindi in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la Chiesa>>.

Mi si permetta qui di citare quanto afferma ancora il Decreto Presbyterorum Ordinis[15] a proposito di armonizzazione tra interiorità spirituale e attività pastorale:

<< per poter anche concretizzare nella pratica l'unità di vita, [i presbiteri] considerino ogni loro iniziativa alla luce della volontà di Dio vedendo cioè se tale iniziativa va d'accordo con le norme della missione evangelica della Chiesa. Infatti la fedeltà a Cristo non può essere separata dalla fedeltà alla sua Chiesa. Per questo, la carità pastorale esige che i presbiteri, se non vogliono correre invano lavorino sempre in stretta unione con i vescovi e gli altri fratelli nel sacerdozio. Se procederanno con questo criterio, troveranno l'unità della propria vita nella unità stessa della missione della Chiesa, e così saranno uniti al loro Signore, e per mezzo di lui al Padre nello Spirito Santo, per poter essere colmati di consolazione e di gioia>>.

<<Per non correre invano>> – e ricordiamo che è una espressione paolina - non possono cioè darsi fughe in avanti, camminatori solitari, invenzioni di percorsi alternativi. Bisogna percorrere lo stesso cammino e sincronizzare il passo. Commenta ancora Mons. Mansi[16]:

<< Sincronizzare il passo vuol dire che in questo popolo in cammino, in particolare nei nostri presbiterii, occorre che portiamo tutti lo stesso passo, non c’è posto per chi corre, magari perché vuole assaporare il gusto (e la gloria!) di arrivare primo e chi va piano perché non ce la fa o anche perché non è del tutto convinto che bisogna raggiungere la meta verso la quale camminano tutti. Sincronizzare il passo vuol dire avere a cuore che si cammini insieme, per il gusto e la gioia di camminare insieme, sapendo che mentre si cammina, mentre si condivide la gioia e la fatica del cammino, si parla insieme, si condividono idee, progetti da fare quando si sarà giunti alla meta, si condividono storie, desideri, sogni e speranze che la stessa meta ispira, si sperimentano insieme la fatica del camminare e la gioia delle mete conquistate>>.

Papa Leone nel suo incontro col clero di Roma ha rivolto ai presbiteri questa raccomandazione:

<<Un secondo aspetto è questo: imparare a lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza. La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grandi dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale>>.

CONCLUSIONE: PRIMA DI TUTTO LA CONVERSIONE

 

1. CONVERTIRSI ALLA FRATERNITA’

Riprendiamo ancora quanto dice Manicardi:

<<Se il vescovo e il presbitero sono servi della comunione ecclesiale, essi non possono certamente esserli chiudendosi in un dorato isolamento o in atteggiamenti ieratici o cedendo alla mondanità dell’individualismo imperante. Essi sono chiamati a vivere la comunione anzitutto tra di loro, tra di loro presbiteri, e tra presbiteri e vescovo, pena, la smentita del loro ministero, la loro non-credibilità. La loro concreta fraternità è la loro prima testimonianza e forma di evangelizzazione. Prima di ogni preoccupazione pastorale, di ogni attività organizzativa, anche di ogni celebrazione cultuale, il ministero presbiterale si caratterizza per questa fraternità>>[17].

Per vivere ciò ecco i “comandamenti “della fraternità presbiterale, proposti sempre da Manicardi:

<<1. Serietà. Si tratta di prendere sul serio ciò che si fa: il proprio e l’altrui ministero, la propria vita di fede e di preghiera, le relazioni con gli altri, … In particolare, si tratta di prendere sul serio le occasioni sinodali e i momenti assembleari disponendosi a una partecipazione convinta e attiva.

2. Rispetto. Mi riferisco al rispetto dei preti tra di loro e del prete verso il vescovo e viceversa. Ma è anche rispetto delle opinioni diverse dalla propria, rispetto delle debolezze dell’altro.

3. Fiducia. Un vescovo è il primo responsabile della creazione di un clima di fiducia reciproca nel presbiterio. La sua disponibilità all’ascolto e all’incontro dei suoi preti, il suo prendersi cura delle situazioni che gli vengono presentate, nella coscienza che la sollecitudine per i presbiteri è il suo primo compito, il suo essere “di parola”, il suo ricordarsi delle situazioni di ciascuno, tutto questo favorisce un clima di fiducia e fa sentire come affidabile il vescovo stesso. Ovvio che questa apertura di fiducia deve vigere anche nei presbiteri e tra di loro. Senza fiducia non vi è alcuna possibilità di comunione e di fraternità.

4. Lealtà. Se il vescovo è chiamato ad assumere e ad esercitare una concreta paternità nei confronti dei suoi preti, rendendosi disponibile ad incontrarli, interessandosi della loro vita, della loro salute, delle condizioni in cui vivono, così i preti sono chiamati ad entrare con il loro vescovo in un rapporto leale, onesto, schietto, rispettoso, collaborativo. Un rapporto non di adulazione, ma di rispetto, non di ribellione e di maldicenza, ma di parresía.

5. Sincerità. La sincerità accompagna la lealtà e impedisce di nascondere, celare, mentire, dire verità parziali. Sincerità rinvia anche a quella parresía che è libertà di parola e che deve contraddistinguere ogni riunione sinodale e ogni rapporto intraecclesiale autentico.

6. Responsabilità. La responsabilità mi situa in rapporto vitale con Dio e con gli altri e mi spinge a rispondere di me, di ciò che faccio, del ministero che ho ricevuto, della mia vita di fronte al Signore, di fronte alla mia coscienza, di fronte alla comunità. E anche, per il presbitero, di fronte al vescovo.

7. Discrezione. Va infine ricordata la necessaria, anzi vitale, discrezione. Discrezione da parte del vescovo che si trova a conoscere dettagli di situazioni ecclesiali e personali di presbiteri che richiedono di non essere divulgati, discrezione da parte di ogni presbitero per non cadere in quella tentazione così spesso stigmatizzata da papa Francesco della chiacchiera, della mormorazione, del parlar male degli altri, del vescovo o di altri presbiteri.

8. L’ascolto. La fraternità presbiterale e l’amore pastorale nascono dalla volontà di ascolto. Certi abbandoni della vita presbiterale forse si sarebbero potuti evitare se il prete avesse avuto l’occasione (certo, anche il coraggio) di dire ciò gli gravava sul cuore, la crisi che stava vivendo.

9. Empatia. Precomprensioni, etichette e pregiudizi sono un impedimento all’ascolto. Ascoltare significa uscire dalla pigrizia per cui etichettiamo l’altro e ingessiamo i rapporti con lui arrivando a cadere, a volte, in rapporti tra presbiteri superficiali o infantili, solamente scherzosi o banali. Rapporti regressivi.

10. Correzione fraterna>>[18]

 

2. DALLA CONVERSIONE DEL CUORE ALLA CONVERSIONE PASTORALE…

… DELLA CHIESA LOCALE

… DEI PARROCI E DELLE COMUNITÀ PARROCCHIALI

 

Solo una conversione del cuore alla fraternità e al presbiterio nella chiesa locale potrà supportare la scelta di lavorare insieme e non far diventare e rimanere il cammino sinodale compiuto e quanto ne è scaturito solo un momento di burocrazia ecclesiale.

Il nostro Piano Pastorale Diocesano, infatti, può e deve essere compreso tenendo presente tre “contestualizzazioni sinodali” e scelte conseguenziali fondamentali:

1.       Anzitutto, il contesto del cammino della Chiesa universale, in comunione con il Successore dell’Apostolo Pietro. In concreto questo significa l’inserimento del nostro Piano Pastorale nello sforzo di recupero della sinodalità come «forma» della Chiesa e stile della prassi ecclesiale, così come voluto da Papa Francesco, di felice memoria, e secondo le indicazioni elaborate dalla seconda sessione del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità nell’ottobre 2024[19] e le proposte di concretizzazione emanate per la verifica che vedrà impegnate le chiese locali nell’anno pastorale 2025 – 2026[20].

2.       Contemporaneamente, il contesto del Cammino sinodale delle Chiese in Italia compiuto in questi anni e gli orientamenti finali che le singole diocesi saranno chiamate ad adottare, nello spirito e nel rispetto della identità peculiare di ognuna.

3.       Infine, il contesto del cammino della nostra Chiesa locale di Noto, nello sforzo di attuazione del Concilio Vaticano II, confluito nel Secondo Sinodo Diocesano [21] e nella condivisione del cammino sinodale universale e nazionale da cui sono emerse le Osservazioni e le Proposte [22]  scaturite dal confronto del popolo di Dio nei tavoli sinodali parrocchiali e vicariali.

 

Il Piano Pastorale Diocesano è, dunque, uno strumento consegnato a tutta la comunità ecclesiale, al cui interno ciascun fedele, secondo la propria vocazione e responsabilità, ma in prima persona il presbiterio nel suo insieme e i presbiteri singolarmente, è chiamato a collaborare in stile sinodale per contribuire alla sua attuazione nella specifica realtà ecclesiale del territorio.

Concretamente, l’impostazione di questo Piano Pastorale Diocesano ha voluto rispettare l’indicazione, emersa dai tavoli sinodali diocesani, che la futura progettazione dovesse tener conto delle seguenti «scelte sinodali di fondo»:

1.       Il recupero del “luogo” teologico della Chiesa locale, come fondamento di comunione e di unità, favorendo la crescita del senso di appartenenza alla vita diocesana.

2.       Il recupero della centralità della parrocchia, cuore della vita e della testimonianza dei fedeli, animata da parroci capaci di valorizzare la collaborazione e la corresponsabilità dei fedeli nella varietà dei carismi, anche tramite gli organismi di comunione e partecipazione e con l’attenzione al territorio e al “decentramento” delle attività parrocchiali.

3.       Il recupero del ruolo delle zone pastorali e del vicariato come luoghi di comunione, di formazione e di collaborazione fra le parrocchie per una presenza viva e attiva in ogni città.

 

E da queste scelte le indicazioni delle priorità:

 

1.       Il ricentramento della catechesi e della vita della comunità sulla celebrazione dell’Eucaristia domenicale.

2.       La riqualificazione nelle comunità dell’ascolto della Parola che parla alla vita e fonda la testimonianza dei cristiani nel mondo.

3.       Il ridare qualità alla vita ecclesiale mediante la proposta di itinerari unitari di fede per le varie età della vita e le diverse categorie di fedeli (nelle tre dimensioni: catechesi, liturgia, testimonianza).

4.       L’integrazione dell’esperienza particolare delle aggregazioni laicali, delle associazioni e dei movimenti, nel cammino della comunità parrocchiale e diocesana.

5.       La necessità di inscrivere tutte le attività ecclesiali nell’orizzonte della missione.

 

UN AUGURIO

 

Concludo con un invito: viviamo la fraternità /sinodalità presbiterale…

… cominciando dal sentirci colleghi (etimologicamente da “collegio”) e non collegiali (mi si permetta di chiudere con una battuta)

… sincronicamente (non solo i compagni di seminario!)

… diacronicamente:

<<Per tali motivi, i più anziani devono veramente trattare come fratelli i più giovani, aiutandoli nelle prime attività e responsabilità del ministero, sforzandosi di comprendere la loro mentalità, anche se differente, e guardando con simpatia le loro iniziative. I giovani, a loro volta, abbiano rispetto per l'età e l'esperienza degli anziani, sappiano studiare assieme ad essi i problemi riguardanti la cura d'anime e collaborino volentieri>>[23].

riaffermando e sintetizzando quasi in una formula quanto qui detto: La testimonianza di comunione e di fraternità dei presbiteri tra loro e col vescovo è la prima forma di evangelizzazione…

 



[1] Numero 3(2016) di Orientamenti Pastorali. EDB

 

[2] Cfr. CDC, can. 208: Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell'agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all'edificazione del Corpo di Cristo, secondo la condizione e i cómpiti propri di ciascuno.

[3] Can. 209 - §1. I fedeli sono tenuti all'obbligo di conservare sempre, anche nel loro modo di agire, la comunione con la Chiesa.

[4] La liturgia propria di questa Messa perciò “rende ancor più evidente il clima di una vera festa del sacerdozio ministeriale all’interno di tutto il popolo sacerdotale e orienta l’attenzione verso il Cristo, il cui nome significa «consacrato per mezzo dell’unzione». Così l’unica celebrazione che comprende sia il rito eucaristico che quello crismale, manifesta la stretta unione dei presbiteri e dei diaconi con il vescovo nel sacerdozio ministeriale, insieme alla realtà dell’unico sacerdozio battesimale, che, secondo la dottrina richiamata dal Concilio, è il fondamento stesso del sacerdozio ministeriale” (Pontificale romano. Benedizione degli oli e dedicazione della chiesa e dell’altare, p. 10.11).

[5] Giovedì 19 marzo 2026, al Centro di spiritualità del Santuario Regionale di Caravaggio. La riflessione è sul sito ufficiale della diocesi di Milano

[6] Expositio in Psalmos, In Ps 149, PG 55, 493.

[7] COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, La sinodalità nella vita e nella missione della chiesa, 2018.

[8] BENEDETTO XVI, Discorso ai membri del Consiglio Ordinario della Segretaria Generale del Sinodo dei Vescovi, 21 gennaio 2008.

[9] LUCIANO MANICARDI, Fraternità presbiterale e sinodalità, Esercizi spirituali per presbiteri, Comunità di Bose, 2023.

[10] PO 8.

[11] Io aggiungerei anche l’imposizione delle mani in occasione della consacrazione del Sacro Crisma durante la messa crismale.

[12] Nn. 14-16.

[13] OP, cit.

[14] PO 7.

[15] PO 14.

[16] Ivi.

[17] L.c.

[18] L.c.

[19] Francesco - XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione. Documento finale, 26 ottobre 2024.

[20] Segreteria Generale del Sinodo, Tracce per la fase attuativa del Sinodo. 2025-2028, 29 giugno 2025.

[21] Diocesi di Noto, Secondo Sinodo Diocesano: “Incontrare Cristo lungo le strade”, Noto, 4 aprile 1996.

[22] Id., Sintesi delle osservazioni e delle proposte scaturite dai tavoli sinodali, Noto 2024.

[23] PO 8

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