Un detto rabbinico consiglia tre cose : “Procurati un maestro, acquistati un compagno, e giudica ogni uomo sulla bilancia del merito.” (Detti dei Padri I,6). La prima e la terza cosa sono chiare, per la seconda invece si fa notare come il verbo “acquistare” riferito ad un amico o ad un compagno suona strano. Perché acquistare vuol dire “comperare” né più né meno, e un amico difficilmente lo si compra. Così alcuni commentatori hanno concluso che qui non si tratta di un compagno in carne ed ossa, ma di un libro. Un buon libro può diventare un grande amico, perciò il consiglio si deve intendere così : “acquistati un buon libro” (cfr. Alberto Mello, Detti di rabbini, Qiqaion, 1993, Introduzione). Confesso che per me realmente la Bibbia è stato “l’amico” con cui condividere il cammino della vita e le sue fatiche. Proprio materialmente la mia Bibbia testimonia con tutte le sottolineature e i segni e gli appunti, con le pagine unte e invecchiate, come un libro ti può accompagnare nel tuo cammino di crescita e diventare il tuo punto di riferimento. Scrivo queste cose per due motivi : anzitutto per mostrare come la Bibbia può essere anche letto in modo “non bigotto” (anzi per me deve essere letto proprio in modo non bigotto !). E poi per fare una proposta,: ogni giornale in questo periodo sta consigliando ai propri lettori i libri con cui passare le ferie estive : e se fra i tanti riuscisse a trovare posto anche la Bibbia ? Ernst Bloch, uno scrittore marxista, scrive che le parole della Bibbia annoiano solo quelli che ne parlano per sentito dire : e se fosse davvero questa l’occasione per uscire dalla monotona noia estiva che a volte prende i vacanzieri ? A quelli che accoglieranno questa mia provocazione (sempre certo del mio grappolo di affezionati lettori), allora, buone vacanze !
CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
domenica 21 giugno 2015
“Acquistati un amico !”
Stavo per finire la quarta elementare. Al Carmine si organizzò una settimana biblica e per quell’occasione investii i miei risparmi dei regali pasquali (mille lire !)aiutato dal contributo di mia madre per comprare una Bibbia :benedette quelle millecinquecento lire ! Da allora è cominciata un’avventura che continua fino ad oggi ! Perché da allora mi immersi in una lettura dalla quale ancora non riesco a staccarmi ! Qualcuno penserà che è normale che un prete scriva queste cose della Bibbia : ma non è così. Anzitutto perché il mio amore per la Bibbia è nato prima e al di là di qualsiasi discorso di fede e di vocazione. Dire Bibbia ha significato per me in principio il catapultarmi nelle sue storie strane (Giona non è l’antenato di Pinocchio ?), nei racconti delle gesta di tanti eroi (Davide e Sansone e le imprese degne di Ercole e Maciste), in un mondo tanto diverso e che pure quasi inspiegabilmente sentivo a me tanto vicino. Ripenso con nostalgia alle serate estive passate a leggere la Bibbia in famiglia, di libro in libro, senza la pretesa di capire tutto, ma per il piacere di una lettura diversa che altre letture (di cui pure sono appassionato) tuttavia non possono darti. E così scoprire il peccato di Davide e Betsabea e la storia della casta Susanna e dei vecchioni impudichi censurate nella lettura liturgica al pari del Cantico dei cantici (che raggiunge invece vette di sublime poeticità). Ma scoprire anche, crescendo, come tante storie raccontano le situazioni esistenziali dell’uomo di tutte i tempi : perché nella Bibbia c’è posto ugualmente per la fede di Abramo e per l’angoscia del Qoelet secondo il quale tutto è vanità. E c’è la sapienza del popolo che viene dall’esperienza di vita e la sapienza del cuore che nasce dal profondo scrutare l’intimo dell’uomo. Così come c’è la vicenda di un Dio che rifugge dal farsi tramutare in idolo da parte dell’uomo (e per questo non gli rivela neanche il suo Nome) e che pure è sempre schierato dalla sua parte, a volte anzi decisamente troppo dalla sua parte! E c’è il grido del dolore di ogni uomo vittima della sofferenza e dell’ingiustizia : solo qui le urla dell’odio e della rabbia, il desiderio di vendetta e finanche a volte l’imprecazione e la bestemmia riescono a diventare salmo e preghiera autentica.
Un detto rabbinico consiglia tre cose : “Procurati un maestro, acquistati un compagno, e giudica ogni uomo sulla bilancia del merito.” (Detti dei Padri I,6). La prima e la terza cosa sono chiare, per la seconda invece si fa notare come il verbo “acquistare” riferito ad un amico o ad un compagno suona strano. Perché acquistare vuol dire “comperare” né più né meno, e un amico difficilmente lo si compra. Così alcuni commentatori hanno concluso che qui non si tratta di un compagno in carne ed ossa, ma di un libro. Un buon libro può diventare un grande amico, perciò il consiglio si deve intendere così : “acquistati un buon libro” (cfr. Alberto Mello, Detti di rabbini, Qiqaion, 1993, Introduzione). Confesso che per me realmente la Bibbia è stato “l’amico” con cui condividere il cammino della vita e le sue fatiche. Proprio materialmente la mia Bibbia testimonia con tutte le sottolineature e i segni e gli appunti, con le pagine unte e invecchiate, come un libro ti può accompagnare nel tuo cammino di crescita e diventare il tuo punto di riferimento. Scrivo queste cose per due motivi : anzitutto per mostrare come la Bibbia può essere anche letto in modo “non bigotto” (anzi per me deve essere letto proprio in modo non bigotto !). E poi per fare una proposta,: ogni giornale in questo periodo sta consigliando ai propri lettori i libri con cui passare le ferie estive : e se fra i tanti riuscisse a trovare posto anche la Bibbia ? Ernst Bloch, uno scrittore marxista, scrive che le parole della Bibbia annoiano solo quelli che ne parlano per sentito dire : e se fosse davvero questa l’occasione per uscire dalla monotona noia estiva che a volte prende i vacanzieri ? A quelli che accoglieranno questa mia provocazione (sempre certo del mio grappolo di affezionati lettori), allora, buone vacanze !
Un detto rabbinico consiglia tre cose : “Procurati un maestro, acquistati un compagno, e giudica ogni uomo sulla bilancia del merito.” (Detti dei Padri I,6). La prima e la terza cosa sono chiare, per la seconda invece si fa notare come il verbo “acquistare” riferito ad un amico o ad un compagno suona strano. Perché acquistare vuol dire “comperare” né più né meno, e un amico difficilmente lo si compra. Così alcuni commentatori hanno concluso che qui non si tratta di un compagno in carne ed ossa, ma di un libro. Un buon libro può diventare un grande amico, perciò il consiglio si deve intendere così : “acquistati un buon libro” (cfr. Alberto Mello, Detti di rabbini, Qiqaion, 1993, Introduzione). Confesso che per me realmente la Bibbia è stato “l’amico” con cui condividere il cammino della vita e le sue fatiche. Proprio materialmente la mia Bibbia testimonia con tutte le sottolineature e i segni e gli appunti, con le pagine unte e invecchiate, come un libro ti può accompagnare nel tuo cammino di crescita e diventare il tuo punto di riferimento. Scrivo queste cose per due motivi : anzitutto per mostrare come la Bibbia può essere anche letto in modo “non bigotto” (anzi per me deve essere letto proprio in modo non bigotto !). E poi per fare una proposta,: ogni giornale in questo periodo sta consigliando ai propri lettori i libri con cui passare le ferie estive : e se fra i tanti riuscisse a trovare posto anche la Bibbia ? Ernst Bloch, uno scrittore marxista, scrive che le parole della Bibbia annoiano solo quelli che ne parlano per sentito dire : e se fosse davvero questa l’occasione per uscire dalla monotona noia estiva che a volte prende i vacanzieri ? A quelli che accoglieranno questa mia provocazione (sempre certo del mio grappolo di affezionati lettori), allora, buone vacanze !
mercoledì 20 maggio 2015
Eros e agape: i racconti di amore della Bibbia
Premessa: la Bibbia non è un trattato di filosofia, né di morale.
In modo paradossale voglio
iniziare questa riflessione con una provocazione: mentre affrontiamo una
tematica legata all’eros, dobbiamo fare una costatazione: che nella Bibbia la
parola eros (nell’equivalente ebraico della idea di
sensualità-sessualità) non si trova!
Così come non si trova la
parola sesso.
E non perché la Bibbia sia un
libro pudico di meditazione per bigotti e devoti: in questo senso spazziamo via
ogni equivoco dicendo che la Bibbia non è un trattato di filosofia, né di
morale, né – oserei dire – nemmeno di religione, ma perché il linguaggio
biblico – e la mentalità ebraica che vi è sottostante – non procede per asserzioni
logiche e dimostrazioni assiomatiche, quanto invece utilizza soprattutto la
lingua del racconto e delle immagini, insieme alla riflessione profetica e
sapienziale, spesso giocata su parabole ed allegorie. Senza dimenticare che poi
c’è anche un consistente numero di testi prescrittivi e legislativi inseriti
nella parte storico-narrativa.
Questa triplice tipologia di
linguaggio pressappoco distingue le tre parti della Bibbia:
- Il Pentateuco e i libri
storici;
- I libri profetici;
- I libri poetico-sapienziali.
Con una avvertenza: che il
Pentateuco è chiamato complessivamente tutto Torà, cioè Legge – Insegnamento, e
ha tutto valore prescrittivo, non solo nelle parti di corpi legislativi
contenuti in esso.
Haggadah e halakah
Mi si permetta qui una digressione
per far comprendere cosa intendo dire: quando noi pensiamo alle parole “Legge”
oppure “comandamenti” pensiamo subito ai 10 comandamenti e facciamo una
equivalenza tra questi e la Legge. In verità per gli ebrei la Torà è tutto il
pentateuco e sono quindi “legge” tutti i verbi scritti all’imperativo, in tutto
613, tra positivi (365 come i giorni dell’anno) e negativi (248 come le membra
del corpo umano): ed esempio il 1° comando storicamente in assoluto è “crescete
e fruttificate” dato all’uomo e alla donna per cui per l’ebraismo è impensabile
che un uomo non si sposi e non faccia figli! E infatti non ci sono parole
equivalenti per esprimere l’idea di castità, celibato e simili …
Perciò quando si studia la
Bibbia e la ricerca è finalizzata a scoprirvi norme di vita si parla di halakah
(che viene dal verbo camminare) cioè del rinvenimento in esso di regole per
il cammino della vita.
Si parla invece di haggadah
(cioè del racconto) per riferirsi alle parti storico – narrative del testo
biblico spesso rilette con il metodo del midrash che è invece il modo
con cui si ricerca la comprensione del testo biblico ( viene dal verbo darash
che significa appunto investigare) e la ricerca è fatta cercando anzitutto di
spiegare una storia biblica mettendola in confronto con altre storie bibliche,
in una situazione di contemporaneità: ad esempio nella Bibbia letta dal midrash
è sempre lo stesso asino nelle storie di Isacco, di Salomone, della fuga in
Egitto e dell’ingresso a Gerusalemme! Ma anche qui dobbiamo fare una avvertenza:
per gli ebrei la Bibbia non è solo il testo scritto, ma è anche la sua
interpretazione rabbinica tramandata in principio per via orale , perciò detta
ancora oggi Torà orale rispetto alla Torà scritta, la cui origine si fa
risalire allo stesso Mosè. Perciò leggere oggi il testo biblico significa non
solo fare riferimento alla Parola scritta ma anche al complesso di
interpretazione e commento di questa da parte dei rabbini che ha originato il
complesso sistema ad esempio della Mishnà e del Talmud e che forma
l’equivalente della nostra Tradizione.
Dunque, sinteticamente si può
dire che la Bibbia narra anzitutto storie, storie di uomini, a volte proprio
umane, troppo umane direbbe qualcuno, ed è in queste storie che poi la fede
legge l’evento della rivelazione, il modo di agire di Dio con gli uomini. Ed è
anche da queste storie che vengono tratte fuori i principi etici e le norme
morali del comportamento umano.
I mille nomi dell’amore
In questo senso allora
dobbiamo dire che la Bibbia, pur non tematizzando il sesso (cioè non facendone
un argomento in sé indipendente), di fatto racconta storie in cui l’amore,
l’eros e il sesso svolgono un ruolo importante se non addirittura talvolta
principale. E se ne comprende il motivo, giacché se il 1° imperativo è il
crescere e fruttificare, allora gran parte delle storie girano intorno alla
ricerca di una moglie, di un marito, di un figlio.
E perciò la lingua ebraica non
avrà solo una parola ma saranno tante per indicare l’amore e il sesso in tutte
le sue varianti.
·
Hahav
·
shekav
Le “storie” della Bibbia
Se diamo dunque una scorsa alle storie d’amore della
Bibbia ne troviamo un vasto repertorio:
·
L’amore di Abramo e Sara;
·
Rebecca che si innamora a
prima vista di Isacco che la introduce nella sua tenda amandola e consolandosi
così della morte della madre;
·
L’amore di Giacobbe per
Rachele, che per averla deve sposare pure la sorella Lia;
·
L’amore di Mosè e Sefora;
·
L’amore tragico di Sansone
per la bella filistea che lo condurrà alla morte;
·
La predilezione di Elkana per
la sterile moglie Anna da cui nascerà il profeta Samuele;
·
L’amore di Tobia e Sara che
sconfigge il demone Asmodeo;
Non c’è sesso senza amore?
Ma abbiamo anche storie che
per la nostra sensibilità risultano quanto meno strane o ai limiti della
moralità:
·
le prime donne che sposano
gli angeli da cui nascono i giganti;
·
Il figlio di Noè che scopre
la nudità del padre;
·
il modo con cui Abramo si
comporta davanti al Faraone e al Re, nascondendo che Sara è sua moglie;
·
le vicende di Abramo per
avere un figlio tra Sara e la sua schiava Agar;
·
le figlie di Lot offerte
dal padre allo stupro di gruppo degli abitanti di Sodoma e Gomorra in cambio
della salvezza degli ospiti, episodio che ha un parallelo nel libro dei
Giudici, nella richiesta degli abitanti di Gabaa di abusare di un levita ospite
di ebreo, il quale concede loro in cambio la sua concubina vergine poi
violentata per tutta la notte;
·
le stesse figlie di Lot che
giacciono a turno col padre dopo averlo ubriacato per avere una discendenza;
·
la vedova Tamar che si
traveste da prostituta e seduce il suocero Giuda per avere una prole legittima
ed evitare la sua esclusione dal clan, dopo che Dio punisce il cognato Onan
perché disperdeva il seme a terra per evitare di mettere incinta la cognata;
·
la vendetta dei figli di
Giacobbe per lo stupro della sorella Dina da parte di Sichem nonostante la sua
voglia di riparare sposando la ragazza;
·
la moglie del funzionario
egiziano che vuole sedurre Giuseppe che deve fuggire nudo per sottrarsi alle
sue voglie;
·
Rachab la prostituta di
Gerico che salva gli esploratori mandati da Giosuè;
·
la concubina del levita di
Efraim offerta allo stupro in cambio della salvezza del compagno, il cui corpo
diviso in pezzi è inviato alle tribù d’Israele e diventa motivo di guerra
tribale;
·
la sventurata figlia di
Jefte offerta in voto dal padre, che piange la sua verginità con arrivata alle
nozze;
·
Acsa la furba figlia di Caleb
data in sposa come premio di guerra;
·
Debora che diventa giudice
di Israele meglio di un uomo;
·
Giaele che vince su Sisarà;
·
Rut la moabita che seduce
il parente per non essere scacciata da Israele;
·
Davide che rifiuta di avere
figli dalla moglie Mikal, figlia di Saul, che pur aveva voluto al prezzo dei mille
prepuzi dei filistei, per non dare all’odioso suocero una discendenza;
·
Davide che viene sedotto da
Abigail e che la sposa dopo che il marito muore.
·
Davide che seduce la moglie
del suo generale Urìa, facendolo morire avendolo messo in prima fila per
l’attacco alle mura di una città sotto assedio: e sarà questa Betsabea che
diventerà madre di Salomone;
·
E ancora Davide che in
vecchiaia per sopportare il freddo ha bisogno di una giovane vergine che gli
riscaldi il letto e lo riscaldi: però il testo biblico è attento a dire che non
si unì a letto e i rabbini a ribadire che non lo fece perché impotente ma
perché non volle!
·
Il figlio di Davide che si
ribella al padre e gli ruba le concubine e le possiede sul terrazzo della
reggia davanti a tutti mettendo in bella mostra il suo grande membro,
affermando che quello del padre al massimo poteva competere col dito mignolo
della sua mano;
·
I tre vecchioni invaghitosi
della casta Susanna, sbugiardati dal piccolo Daniele;
·
La storia di Ester ed
Assuero che usa il suo fascino a favore del suo popolo per cambiarne le sorti;
·
La storia di Giuditta che
usa la sua bellezza come arma contro Oloferne;
La storia: un ricordo lungo le generazioni
Le storie dei patriarchi
prima, e le storie delle dinastie regali che si sono succedute nel Regno di
Israele e Giuda, sono dunque storie non solo di battaglie e di conquiste, ma
anzitutto storie di uomini e donne che amano e si innamorano, storie di fedeltà
e infedeltà, di amicizie e tradimenti. Sono storie in cui l’affettività e la
spinta sessuale rivelano la grandezza e la miseria del cuore umano e si
intrecciano nel desiderio del figlio, della discendenza, della posterità che
assicura il futuro nella perpetuità di una memoria legata alla carne, specie in
tempi in cui nessuna riflessione aveva aperto le porte alla dimensione
trascendente e ultraterrena della vita.
Basti pensare al fatto che
nella Bibbia la parola storia non esiste e il suo posto è occupato dalla parola
“generazione (letteralmente: il frutto del parto)”: la Bibbia non dice “questa
è la storia di Abramo” ma “questa è la generazione di Abramo. Si comprende
perché Matteo, da buon ebreo, cominci il suo vangelo scrivendo “Libro della
generazione di Gesù Cristo”, cioè “libro della storia di Gesù Cristo.
Perché nella genealogia c’è il
passato, il presente e il futuro: Santucci nella sua vita di Cristo ha scritto
che in fondo siamo davanti alla storia del “seme” che da Abramo, di
eiaculazione in eiaculazione arriva fino al Cristo. Nessuna meraviglia che
allora in ebraico il verbo “ricordare” – zakar – sia usato pure per la parola
“maschio”, giacché il ricordo di un uomo passa di generazione in generazione di
padre in figlio.
Tante storie, dunque, nella
Bibbia sono storie di questa ricerca di memoria e di futuro, ricerca di
discendenza dove il sesso e la dimensione erotica sono finalizzati proprio alla
ricerca del figlio, magari superando lo scoglio della sterilità della donna.
E Dio vide che ciò era bello
Ma sbaglierebbe chi pensasse
che l’eros e la sessualità nella Bibbia siano finalizzati solo a quello che poi
il diritto canonico chiamerà il bonum prolis.
Questo bonum è
inseparabilmente legato al bonum coniugum cioè al benessere vitale dei
coniugi stessi: e non solo perché lo dice il codice, ma perché è la
testimonianza che ci viene dalla Bibbia che guarda alla dimensione sessuale ed
affettiva del maschio e della femmina come alla dimensione esistenziale
fondamentale e costitutiva della coppia, e non tanto come remedium
concupiscientiae – secondo la lettura pessimistica di Agostino – perché fondamentalmente per la Bibbia il corpo, il
sesso, l’eros e l’amore sono realtà positive, anzi col linguaggio della genesi
possiamo dire “buone e belle”.
Qualcuno si meraviglierà di
questa affermazione, magari pensando a taluni pregiudizi contro una certa
“sessuofobia” – presunta o tale della Chiesa – che qui non voglio toccare se
non per accenni e se non per dire che in ogni caso si tratta di deformazioni,
di percorsi deviati dal fiume principale della tradizione biblica, in epoche in
cui la Bibbia fa incontri sfortunati con certe ideologie: si pensi alla gnosi, al
platonismo e neoplatonismo, al protestantesimo che genera il rigido
puritanesimo che nega ogni gioia della vita, paradossalmente contro la lettera
della Bibbia esaltata nel sola Scriptura!
E invece la Bibbia è tutto un
canto alla gioia dell’amore e alla bellezza-bontà della creazione.
Lo fa anzitutto nel racconto
della creazione dove alla fine di ogni giornata creativa è detto: <<e
Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa buona>>.
Ricordo che in ebraico la
parola tov indica sia il buono che il bello: estetica ed etica, bontà e
bellezza coincidono, quindi si può dire che la creazione è buona ma anche
bella!
E inoltre, dopo che Dio crea
maschio e femmina, viene detto stavolta: tov meod, molto bella, molto
buona.
In Genesi c’è dunque non solo
una demitizzazione del cosmo – ridotto da espressione delle teogonie pagane a
semplice materiale naturale – ma anche il rifiuto di ogni dualismo manicheo o
qualsiasi altra negazione della bontà della creazione stessa in favore di uno
spiritualismo astratto.
Dare un corpo all’anima
Anzi, chi legge attentamente
la Genesi vede che qui siamo ad un ribaltamento delle posizioni: mentre in
filosofia tanti parlavano del valore dello spirito, dell’anima, negandolo al
corpo, fino alla distinzione perniciosa e non biblica che l’uomo ha un’anima e
un corpo come due cose distinte e separate, quando Dio insuffla il suo soffio
di vita nell’Adam impastato di polvere viene detto che l’Adam diventa “un’anima
vivente” cioè non un corpo “abitazione” dell’anima (da cui questa vuole uscire
al più presto) ma un corpo “animato” in un unicum indistinguibile (qui forse
più che a Platone siamo vicini ad Aristotele con l’idea che l’anima è forma del
corpo, in una sinole di materia e forma).
Questo per spiegare come
l’antropologia biblica è refrattaria ad ogni forma di dualismo e perché,
giacché dunque anche il corpo ha il suo valore, la bibbia più che parlare di
immortalità dell’anima – che pure conosce – quando parla del destino finale,
nell’escatologia, parla di resurrezione della carne.
La “carne”: caro cardo salutis
Sottolineo qui l’uso della
parola carne perché è significativo che si parli di carne e non di corpo: carne
in ebraico è sinonimo di persona umana nella sua individualità e concretezza
storica (al punto che la parola corpo è usata generalmente per indicare il
cadavere inanimato). Non per nulla nel prologo di Giovanni viene detto che il Logos
si fa carne, sarx, e non soma/corpo: et verbum caro factum est.
Chi non comprende ciò non comprenderà mai la resurrezione di Cristo né tutta la
storia della salvezza riassunta nell’incisivo detto di Ireneo: caro cardo
salutis, la carne è il cardine della salvezza. E ciò spiega anche
l’incarnazione, perché, ancora secondo Ireneo “ciò che non è assunto non è
salvato”. Il Logos salva l’uomo/carne assumendo anche lui la carne!
E dunque la carne è buona e bella come tutta la
creazione è buona e bella.[1]
Ciò significa che ogni dimensione
dell’essere umano è di per sé buona e bella, ha cioè una valenza positiva di
fondo che nemmeno un suo uso distorto o fallimentare (è questa l’etimologia
della parola peccato in ebraico: una freccia scagliata che non riesce a
raggiungere il bersaglio o che ne colpisce un altro sbagliato).
Mi baci coi baci della sua bocca
Ecco perché la Bibbia canta la
vita, la bellezza della vita e delle cose belle, canta l’amore e la passione
dei fidanzati e degli sposi: basti l’esempio più alto, quello del Cantico dei
Cantici. Un poema che ha valore proprio nel suo essere un canto erotico, che
canta l’amore umano e perciò fatto di sesso, di baci e di amplessi in quanto
tali, senza nessun altro scopo che esprimere l’amore che spasima nel desiderio
dell’amato e che gioisce nel trovarlo e soffre nel timore di perderlo di nuovo.
Un gioco d’amore come lo chiama Giovanni della Croce che tanto avrà poi valenza
simbolica in quanto espressione dell’autenticità creaturale dei due amanti. Lo
ha compreso bene Bonhoeffer che scrive al proposito che il Cantico si deve
leggere anzitutto come espressione dell’amore umano: sic et simpliciter.
Perché il divino nella Scrittura non è agli antipodi o in antagonismo con
l’umano, ma la condizione stessa perché l’umano si possa esprimere in modo
compiuto.
L’uno e il due, due in uno e uno in due
Anzi, se l’amore umano è
bello/buono, se l’uomo è molto bello/buono, è proprio perché l’uomo è stato
creato “come immagine di Dio, secondo una certa somiglianza”.
Se vogliamo dunque sapere cosa
la Bibbia pensa dell’amore, dobbiamo andare al racconto (in verità il secondo
anche se messo per primo) genesiaco della creazione.
Il greco dei LXX traduce
appunto con icona l’ebraico tzelem che richiama l’immagine della
statua degli dei o degli imperatori che nel tempio o nelle piazze
rappresentavano, nel senso pieno di ri-presentare, cioè rendevano presente i
regnanti o la divinità in un luogo ben preciso.
Anche se attenuata dal “secondo
una certa somiglianza” che chiarisce come l’immagine non sarà mai
pienamente coincidente con la realtà rappresentata, l’idea che qui viene
espressa è forte ed innovativa e direi quasi laica e secolare: viene detto che
Dio nel mondo non abita nei templi o nella natura ma rimane sempre Altro
rispetto alla sua creazione, anche se nel mondo l’uomo è in grado renderlo
presente.
Renderlo presente: già, ma in
quale modo l’uomo può rendere presente Dio?
Il racconto lo specifica
subito dopo: “e Dio creò l’uomo a immagine sua, a immagine sua li creò,
maschio e femmina li creò”.
Qui dunque vengono dette
alcune delle verità fondamentali che reggeranno tutto il successivo impianto
biblico.
Puntuto e bucata li creò
Anzitutto che la diversità
sessuale non è un accidente, ma la realizzazione concreta dell’uomo in quanto
tale: nella creazione l’uomo può essere solo o maschio o femmina. Tertium
non datur.
E ciò per un motivo
fondamentale: che la diversità è il fondamento della complementarietà.
Il maschio e la femmina si
possono attrarre ed incontrare reciprocamente perché sono complementari.
Gli uguali si respingono, gli
opposti si attraggono, dirà poi la scienza.
E perciò la stessa componente
genitale non è un mero accessorio ma la determinazione ultima della stessa
identità di maschio e femmina, al punto che letteralmente in ebraico femmina
significa “bucata” e maschio “puntuto”.
Dio separa – è questo il
significato dell’altro racconto della creazione in cui Eva è separata dal
fianco di Adamo – affinché poi i due si incontrino in una unità più alta, come
vedremo.
Ma il racconto non vuole
spiegare solo la diversità genitale di maschio e femmina: ciò è comune ad ogni
animale nel creato e non spiegherebbe pienamente dove sta l’immagine
somigliante con Dio.
La somiglianza è data invece
nella dimensione affettiva e dalla capacità di vivere con consapevolezza la
stessa dimensione sessuale inserendola appunto nella cornice affettiva capace
di dar pienamente conto della radicale alterità dell’essere umano rispetto ad
ogni altra creatura.
In pratica, dalla capacità di
sperimentare l’amore e in ciò è la somiglianza con Dio, perché Dio è amore, Dio
è l’amore, in questo concorda tutta la Bibbia.
Dio – dicono i rabbini – ama
con la testa e il cuore di un maschio, ma con le viscere di misericordia di una
femmina incinta che porta in grembo la sua creatura e perciò è vero che Dio è
padre e madre: è volitivo e determinato come un padre deve essere ma insieme è
tenero e affettuoso come solo una madre sa fare.
Si veda il quadro del
Rembrandt dell’abbraccio del padre/madre al figliol prodigo!
Il sesso quindi, nella sua
dualità di maschio-femmina, serve in realtà a manifestare/dimostrare l’essenza
stessa di Dio e perciò dell’amore.
Dio è l’amore dunque: e
l’amore ha sempre una duplice valenza, è amore-dono, amore in uscita, amore che
va incontro all’altro … amore estroverso, amore-maschio (e la sua conformazione
genitale vuole esprimere proprio tutto ciò); ma è anche amore-accoglienza,
amore che sa introiettare l’altro, amore-comprensivo (letteralmente abbracciante),
amore-femmina. E l’incontro di questi due amori/persone genera fecondità e
l’alterità si ricompone in unità: ora tutto ciò avviene nel Dio biblico in cui
l’unità è plurale, è trinitaria (Dio – Ruach – Logos). Ma nel mondo la
riproposizione di questa dinamica trinitaria dell’amore può essere attuata solo
a partire dal ricongiungimento dei due amori così come rappresentati dal
maschio e dalla femmina.
Ciò vuol dire che il solo
maschio non può rappresentare Dio (contro ogni forma di maschilismo), ma che
nemmeno la femmina da sola può rappresentare Dio (contro ogni forma di
femminismo), ma che nemmeno si può immaginare Dio come un essere indistinto
(contro ogni forma di neutralità o in distinzione sessuale) o confondere la
natura di Dio e le sue persone in una monade solitaria (perché la sua
ripresentazione dovrebbe essere affidata non alla coppia maschio-femmina ma ad
un essere androgino, come la gnosi ieri e oggi propone).
E alla fine Dio sarà uno
La riflessione rabbinica parte
da qui per affermare non solo l’uguaglianza fra i sessi, ma la capacità del
maschio e della femmina di poter attingere, nella loro esperienza di amore,
umano-erotico-sessuale, allo stesso amore divino.
Ci si ama tra maschio e
femmina e si sperimenta Dio.
Per la tradizione ebraico-cristiana
la Bibbia insegna ciò.
Anzi, di più, la qabalà
ebraica avrà il coraggio di andare oltre: se maschio e femmina
ripresentano solo insieme Dio, vuol dire
Dio è diviso – se così si può dire, direbbero i rabbini – a metà, nei due amori
e quindi nei due sessi e quindi metà nel maschio e metà nella femmina. Per sperimentare
il vero amore bisogna riunificare i suoi due aspetti: quindi nella copula
sessuale non si uniscono solo maschio e femmina, si uniscono i due lati di Dio,
le due facce della medaglia, si riunisce – se così si può dire – Dio stesso.
L’affermazione prende le mosse
dal detto profetico “alla fine Dio sarà uno”.
Perciò l’atto sessuale tanto è
profano quanto è sacro: facendo l’amore marito e moglie non solo unificano se
stessi diventando “una sola carne” ma contribuiscono a “unificare Dio”.
In questa realtà ebrei e
cristiani vedono la sacramentalità del matrimonio.
E qui è spiegato pure perché
viene dato un significato essenziale alla consumazione del matrimonio: perché
l’unione della coppia in una sola carne ha valore non solo fisico ma anche
spirituale.
Adamo ed Eva e il piacere della carne
Questo è il senso del racconto[2]
in cui finalmente Adamo riconosce in Eva “un aiuto che gli stesse di fronte”:
cosa era successo? Adamo è
invitato a scegliersi tra gli animali un “aiuto” ma tra questi non ne aveva
trovato nessuno “che gli stesse di fronte”. Un rabbino tra il serio e il faceto
afferma che Adamo aveva provato ad accoppiarsi, ma siccome tutti gli animali si
accoppiano di spalle, Adamo non si era sentito soddisfatto perché voleva
qualcuno da guardare negli occhi. Dio gli leva dal fianco Eva e gliela mette
davanti: qui un gioco di parole mette in risalto l’uguaglianza ma insieme
l’alterità-complementarietà tra maschio e femmina “si chiamerà maschia
perché dal maschio è stata tolta”. La Vulgata per rendere l’assonanza ish/
maschio e ishah (femminile di ish)/ dirà “si chiamerà virago perché dal vir
è stata tratta” La femmina è l’altra metà dell’uomo, è il suo specchio:
“per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si incollerà alla sua donna
e i due saranno una sola carne”.
In verità, quello che sembra
un semplice racconto è giocato tutto sulla valenza dei simboli e in un gioco di
parole e allitterazioni che solo la ricca riflessione rabbinica ha potuto e
saputo mettere in luce.
Basti pensare al nome del
giardino: gan eden, giardino del piacere, che ha una connotazione
sessuale, basti pensare che proprio il femminile di eden, ednah, indichi
il piacere sessuale dell’accoppiamento.
Così come il sonno che scende
su Adamo, letteralmente non è un sonno qualsiasi ma è il momento dell’estasi
sessuale e della sonnolenza/torpore che scende subito dopo l’orgasmo. Da notare
– tra l’altro - come è la stessa parola che in ebraico indica l’estasi mistica
del rapporto con Dio: sul rapporto tra le due cose ci sarebbe molto da dire …
E pure la parola “costola” che
siamo abituati a leggere nelle nostre traduzioni non rende ragione del senso
pieno del racconto. Difatti si parla di fianco e si usa una parola di origine
sumerica che significa anche “vita”. Qui siamo di fronte ad un gioco di parole
giacché subito dopo Adamo chiamerà la sua donna Eva, che in ebraico significa
proprio “vita” e difatti in greco viene tradotto con Zoe. Si capisce così
l’intera frase: “e Adamo chiamò sua moglie Vita perché essa fu la madre di
tutti i viventi.
Dunque Dio prende la donna di
fianco ad Adamo e gliela mette di fronte e Adamo finalmente la riconosce come
sua carne e sue ossa: secondo la tradizione rabbinica siamo qui di fronte al primo
atto sessuale della storia! Come dire che l’uomo non prende coscienza di se
stesso se non nell’esperienza della sua alterità sessuale e proprio grazie a
questa esperienza.
Tutto ciò è buono: la
tradizione rabbinica ha insistito sempre sul fatto che il primo rapporto
sessuale di Adamo ed Eva fosse avvenuto subito dopo la loro creazione e prima
del fattaccio della tentazione e della colpa.
Ciò è evidenziato dalla
sottolineatura che entrambi erano nudi e non ne provavano vergogna, mentre
subito dopo il peccato la prima conseguenza è data dal fatto che si accorsero
che erano nudi, si vergognarono e si fecero le cinture di foglie di fico per coprirsi.
Cosa è cambiato tra il prima e
il dopo?
Anche qui il messaggio è
nascosto nella ambivalenza della parola ‘arum che significa sia nudo che astuto,
o meglio, l’ambivalenza della astuzia, e con questo significato è applicato al
serpente che ora entra in scena, quando vien detto che il serpente era il più
astuto di tutte le creature.
Il seduttore
La tradizione rabbinica dice
che il serpente vide Adamo mentre si accoppiava con Eva e si invaghì di lei.
Non dobbiamo pensare al
serpente – animale così come lo vediamo oggi: la tradizione rabbinica parla del
serpente come la più bella della creature (e tale deve essere per avere la
capacità di sedurre e affascinare Eva: la stessa parola “nacash/serpente” in
ebraico viene dal verbo ammaliare, incantare con la magia), solo dopo la
punizione il serpente sarà ridotto a strisciare a terra senza gambe e braccia.
Perché proprio il serpente?
Anzitutto per indicare che il male è una realtà esterna all’uomo. Se fosse un
qualcosa di connaturale e interno a lui, l’uomo non vi potrebbe resistere (si
vedano tutte le teorie odierne sulle pulsioni dove qualsiasi inclinazione
sarebbe inscritta nel DNA di ognuno) con la conseguenza che ciò toglierebbe
qualsiasi forma di libertà e di scelta dell’uomo e quindi ogni responsabilità personale.
Da un agente esterno invece
l’uomo si può difendere, anzitutto con la vigilanza.
E la tradizione rabbinica
imputa il peccato alla mancanza di vigilanza di Adamo, dovuta al fatto che lui
si era addormentato subito dopo aver avuto il primo rapporto sessuale con la
sua donna. Il serpente – dice il midrash – arriva mentre Adamo ed Eva hanno il
rapporto e subito fu pieno di lussuria e di invidia: voleva la donna! Allora
attese che Adam si addormentasse dopo il coito. E qui Adam si rivela egoista
perché pensa solo a se stesso e al suo piacere: ma questo è il momento in cui
la donna è più debole e richiede affetto! Nessuna sorpresa se il serpente
riesce a sedurla! Il midrash a questo punto ammonisce i mariti a non essere
egoisti come Adamo per non avere la stessa punizione!
E così la donna si fa sedurre
dal serpente: ma in cosa consiste il mangiare del frutto? Nel farsi arbitri al
posto di Dio del bene e del male, cioè nel voler alterare a proprio piacimento
l’equilibrio della creazione e la sua bontà. Nell’uso distorto della stessa
capacità di conoscenza che viene data loro.
Infatti cosa avviene? Che dopo
il mangiare del frutto “conobbero la loro nudità”.
Il verbo conoscere è da
prendere nella sua pienezza di significato, e quindi di esperienza concreta: dunque,
prima l’esperienza sessuale serve alla conoscenza reciproca, ora grazie
all’ambivalenza dell’astuzia (la chiameremmo volentieri malizia, come il titolo
di un famoso film molto illuminante sul tema), la conoscenza si ferma alla
nudità in sé, senza che questa si faccia sacramento dell’incontro con l’altro.
Fuor di metafora: dalla bontà
dell’amore come esperienza realizzante della coppia, alla realtà del sesso fine
a se stesso, e ciò in forza di quella astuzia/nudità che di per sé non è ancora
peccato, ma diventa peccaminosa nella misura in cui si accondiscende alla
provocazione della malizia.
Per comprendere ciò ricordo la
nozione di peccato originale spiegata sempre in termini di analogia: cioè il
peccato originale non è un peccato già commesso, ma indica l’inclinazione al
male che diventa peccato solo se vi si accondiscende.
E ciò avviene col cattivo uso
della conoscenza e alla voglia di essere altro da cui si è.
Volendo si potrebbe continuare
il gioco di ambivalenza tra nudo/astuto: prima i due erano nudi/astuti ma non
se ne vergognavano, è cioè un’accettazione del loro stato di uomini in tutta la
positività della loro finitezza. Ma il nudo/astuto serpente ha fatto uscire
fuori anche l’altra faccia della finitezza e del sapere che degenera in malizia.
Si comprende perché la prima realtà ad essere intaccata è proprio la sfera più
intima dell’essere umano: l’affettività e l’eros.
Godi la vita con la donna che ami: la sapienza in Israele
Che fare dunque? La tradizione
rabbinica trae dal racconto biblico della tentazione anche le indicazioni per
superare tale rischio.
Come abbiamo anticipato, la
colpa di Adamo è non essere stato vigilante. Una corretta gestione della
sessualità è data dalla necessità di un controllo degli occhi e delle orecchie,
vien detto, perché sono il mezzo con cui si fa esperienza dell’altro e di ciò
che ci circonda.
Uno sguardo distorto, un
sentire distorto, conducono ad un agire distorto, ad una conoscenza distorta.
Ricordiamo che yadah,
conoscenza, per alcuni, viene da yad che significa mano: se la mano non è
guidata rettamente dagli occhi e dalle orecchie corre il rischio di toccare
cose cattive o di toccare cose buone ma in modo sbagliato!
In pratica l’indicazione che
viene data è quella di una purificazione dello sguardo, fuor di metafora di una
educazione sentimentale che educhi l’uomo e la donna a vivere la stessa
pulsione erotica nel contesto più grande di un amore inteso come esperienza di
dono interpersonale e scambievole nella gratuità assoluta, senza nessun ritorno
egoistico.
In questo credo che la lezione
della Bibbia sia veramente attuale oggi in cui si è passati dall’educazione
sentimentale all’educazione sessuale che in verità è solo istruzione ad alcune
tecniche sessuali.
Si veda invece la letteratura sapienziale in Israele e il
ritratto della moglie perfetta/del marito beato e della famiglia ideale.
Voci di sposo e voci di sposa
Perché dunque nella Bibbia la
sessualità abbiamo detto è un bene, ma ciò va vissuto all’interno del legittimo
rapporto tra marito e moglie, cioè in un naturale contesto di amore. Ogni altro
uso al di fuori di questo contesto sponsale corre il rischio di rendere muto o
distorto il linguaggio dell’eros.
E anche le leggi in proposito
sono date per salvaguardare l’identità peculiare di maschio e femmina, l’unità
della coppia e la sicurezza della discendenza nella certezza della paternità e
della maternità.
Esce eros, entra agape
Credo che sia per questo che
nella Bibbia, nella traduzione greca dei LXX la parola eros si trovi solo due
volte (una per indicare gli amanti, una per indicare i baci/approcci sessuali):
per eliminare ogni tipo di ambiguità legata a questa parola.
I traduttori preferiscono
usare la parola agape, quasi sconosciuta al greco ellenistico, per tradurre
l’ebraico hahavah che indica l’amore sano, pulito, disinteressato, e perciò talvolta è usato in ebraico anche
come sinonimo di amicizia. Infatti in ebraico hahav indica sia l’amico, sia l’amato, sia
l’amante.
Si veda ad esempio l’amore di
Gionata e Davide, “più che amore di donna”: i pirké avot lo presentano ad
esempio come il tipo dell’amore disinteressato.
Chi volesse, può vedere la
sintesi del percorso di eros e agape nell’enciclica di Benedetto XVI Deus
caritas est.
Divino perché umano
Ma non c’è solo questo livello
narrativo, dobbiamo poi dire che la Bibbia usa il linguaggio erotico per
parlare di molti di quei concetti che invece tematizza.
E’ il livello della rilettura
in chiave simbolica dell’esperienza umana: dalla semplice religiosità alla
teo-drammatica della storia tra Dio e Israele, vista come il racconto delle
vicissitudini del rapporto sponsale, tra il Dio-Sposo e la Sposa-Israele. Ma,
ricordiamolo, non ci potrebbe essere questa rilettura simbolica se non ci
fossero le concrete vicissitudini umane a supportarla.
E così tutta la tradizione
profetica rilegge il rapporto tra Dio e Israele come una lunga storia di
fidanzamento, di tradimenti e di riappacificazione in vista del matrimonio
finale.
Si vedano i testi di
Isaia
Geremia
Osea
Ma soprattutto quelli di un
realismo crudo e duro di Ezechiele in cui l’idolatria del popolo è letta in
termini di tradimento se non addirittura di prostituzione.
Senza di questi non si
comprenderebbe nemmeno il perché il Cantico dei cantici sia entrato a far parte
della sacra Scrittura.
E ancora una volta questo
fatto ci riporta alla realtà dell’amore come realtà divina – umana fondamento
della stessa identità personale dell’uomo e della donna.
Vi fu uno sposalizio a Cana di Galilea …
Per concludere.
Il percorso fatto nelle storie dell’AT ci aiuta a
comprendere perché nel vangelo di Giovanni il primo miracolo sia alle nozze di
Cana
E poi ci sia la samaritana e l’adultera…
E Paolo parli del rapporto tra moglie e marito come delle
nozze tra Cristo e la Chiesa.
Eros redento
Benedetto XVI: in Cristo eros e agape coincidono. La croce
come talamo.
[1] (Vinicio
Capossela - IL ROSARIO DE LA CARNE)
Carne..
Consolate la mia carne
Nella carne che sei
Nella carne che ritornerai
Solitudine della carne
Dalle anime di ogni carne
Patimento della carne
Corpo sacro della carne
Compassione della carne
Fuoco fatuo della carne
Carne e carne
La morte della carne...
Pietà della carne
Lutto della carne
Il buio della carne
La passione della carne
La penitenza della carne
L'estasi della carne
Il caos della carne
Scandalo della carne
Sacrifico della carne
E la carne che vuole carne
Santuario della carne
La morte della carne
Estasi della carne
Sacrificio della carne
Marcire della carne
Fiorire della carne
Consolate la mia carne
Nella carne che sei
Nella carne che ritornerai
Non è morto
Non sei morto
Nella carne
[2]
non uso di proposito ad esempio la parola mito per i racconti genesiaci per
l’ambivalenza che ha assunto ormai da noi questa parola
venerdì 1 maggio 2015
SONO SOLO CANZONETTE?
Il nostro caro direttore mi ha
scritto: "con riferimento ai fatti che hanno fatto assurgere il nostro
Vescovo agli onori delle cronache, ti prego di preparare un articolo su come
accompagnare i giovani oggi nella crescita verso la maturità cristiana".
Inutile ripetere qui che ciò che "ha
fatto assurgere il nostro Vescovo agli onori delle cronache" è stata
la notizia dell'aver cantato in una predica per una cresima, a Scicli, alcuni
brani di autori contemporanei, per aiutarsi a tradurre il suo messaggio in un
linguaggio creduto più comprensibile per i ragazzi di oggi.
I media ne hanno fatto un caso,
ma noi sappiamo che non è la prima volta, e che ciò rientra in una scelta ben
precisa di predicazione del nostro vescovo di usare un approccio vicino al
parlato e all'immaginario della gente.
Nessuna meraviglia in ciò.
Nonostante lo scalpore.
In fondo, se si pensa alla stessa
legge dell'incarnazione, come la chiamano i teologi per spiegare la modalità
della kenosis del Verbo nella natura umana, lo sforzo di Dio di parlare
al suo popolo, quello del Cristo che usa le parabole, l'impegno dei grandi
predicatori (si pensi ad un Sant'Antonio di Padova o a un san Bernardino da
Siena) vanno tutti in questa direzione.
Ciò spiega anche le opposte
reazioni, di plauso o di sconcerto, perché in verità questo ci riporta al
problema più grande non solo delle modalità dell'evangelizzazione, ma allo
stesso modo con cui il cristianesimo pensa la sua collocazione nel mondo.
Il cattolicesimo occidentale ha
spinto, ad esempio, tale linea dell'incarnazione nella cultura e nell'arte da
darci, da un lato, splendidi capolavori
(basti pensare all'esplorazione di tutti i linguaggi filosofici,
musicali ed estetici) ma, dall'altro, correndo il rischio di ridurre il
"divino" a "umano". Faccio un esempio: si pensi alle
rappresentazioni della natività medievali che, passando per le rappresentazioni
dei secoli successivi, in cui i protagonisti sono rivestiti degli abiti della
loro epoca, arrivano alle rappresentazioni di un bimbo che nasce in una
famiglia qualsiasi; così come tante Madonne con Bambino si sono ridotte ad
anonime mamme con figlio; così come si è arrivati alla rappresentazione del
Cristo come un bel giovanotto in jeans e t-shirt in una copertina di Jesus di
qualche anno fa.
Debbo confessare che questo
tentativo ha un suo fascino, specie quando si tratta di tradurlo in scelte
pastorali. E anche un suo valore intrinseco. Perché mostra la spinta genuina di
una “fede che ama la terra” come direbbe Karl Rahner. E la necessità di
rimanere legati al “patois de Canaan”, al linguaggio del popolo, come direbbe Pino Ruggieri. E in questo dobbiamo
atto al nostro vescovo di aver coraggio, nell’inoltrarsi cantando “in partibus
infidelium”! lo ha ben compreso la giornalista Pinella Drago che in un suo
commento (su Il Giornale di Sicilia) ha paragonato l’omelia “cantata” del
vescovo alla pala d'altare che si trova nella stessa chiesa di Jungi a Scicli,
dell'artista Angelo Buscema, raffigurante la Passione di Cristo, iniziando da
Cristo davanti a Pilato, con la successione della salita al Calvario, della
Crocifissione per concludersi con la Resurrezione in una sequenza in cui si
intessono i fatti della vita di Cristo e le tragedie del mondo contemporaneo,
in particolare della seconda metà del Novecento, dai fatti d’Ungheria, al muro
di Berlino, dalla guerra in Vietnam ai carri armati di Piazza Tienanmen:
<<Un modo artistico – ha scritto -, quello del pittore Buscema, di
attualizzare il racconto della passione rendendolo contemporaneo. E lo stesso
ha fatto il vescovo Staglianò nell'omelia>>.
Più che nel primo annuncio, la
difficoltà credo invece nasca dal riuscire a conciliare questo linguaggio “di
approccio” con altri linguaggi pur necessari per un itinerario di fede
conseguente al primo annuncio, cioè per una pedagogia di fede atta ad “accompagnare
i giovani oggi nella crescita verso la maturità cristiana”.
Non credo ci siano ricette e
soluzioni valide per sempre e poi un pastore deve costruirsi la sua pastorale
spesso a partire dai tentativi falliti e dai propri errori.
Io qui posso solo portare la mia
esperienza, a proposito di educazione alla fede dei giovani. Senza che ciò
comporti disistima per altre esperienze e modalità di annuncio e di
accompagnamento.
Giovane prete anch'io provai un
approccio per lo più "mondano" col mondo giovanile, fatto di
condivisione di birre al pub, schitarrate in spiaggia et similia. Fino a
costruire intere veglie e celebrazioni tutte con pezzi di canzoni di autore: ai
miei tempi si andava dai Beatles a Dylan, da De Andrè ai Nomadi... E magari
alla fine ci scappava pure l'applauso! E sempre pronto a rispondere a chi
criticava che anche Cristo era stato preso per mangione e beone e passava le
notti con Nicodemo.
Però. Però pian piano ho scoperto
sempre più che i giovani, oltre l'amicone non riuscivano ad andare. E per chi
vuole annunciare il Signore questo è un fallimento. Trovai una lettera di don
Milani che mi illuminò: egli scriveva ad un giovane prete che gli chiedeva
consigli. E lui gli rispose che non deve mascherare il prete da giocoliere né
riporre le sue speranze nei ping-pong (di cui ai suoi tempi erano piene le
sacrestie): "Ecco dunque l'unica cosa decente da fare che ci resta:
stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto ( per noi è per gli
altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira in basso.
Rinceffargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la
sua incoerenza. Star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e
dopo Cristo. Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli
che non vogliono aprire gli occhi sulla luce. E splendenti e attraenti solo per
quelli che hanno grazia sufficiente da gustare altri valori che non siano
quelli del mondo. La gente viene a Dio solo se Dio ce la chiama. E se invece
che Dio la chiama il prete (cioè l'uomo,
il simpatico, il ping-pong) allora la gente viene all'uomo e non trova
Dio."
Appesi questo brano in un
foglietto in sacrestia e la mia meraviglia fu grande nel vedere che i giovani
lo condividevano. Allora proposi una cosa impensabile: leggere la Bibbia
insieme. Ci abbiamo messo tredici anni, tutti i sabati, feste e vacanze ed
estati comprese. Tutta, da Genesi ad Apocalisse. Non si creò un gruppo
giovanile parrocchiale, neanche un'ora persa in chiacchiere al limite
dell'autoerotismo mentale. Ma ognuno cominciò un suo cammino di accompagnamento
spirituale. Personale. Chi doveva andarsene se ne andò ma chi rimase oggi
magari è papà e mamma e ho avuto la gioia di accompagnarli al matrimonio e di
battezzare i figli. Ora siamo ad una nuova lettura della Bibbia. E scopro
sempre di più che i giovani hanno bisogno di Parola e non di parole. Il mondo
offre già loro pizze e balli e canzonette e tutto il variegato divertissement
possibile e immaginabile. Se non diamo noi loro la Parola altra, chi gliela
darà? Così come ho scoperto, anche per la mia esperienza di assistente scout,
che i giovani vogliono esperienze forti di preghiera (la scommessa vinta di
Papa Benedetto sull'adorazione eucaristica alle GMG insegna) e di servizio (nel
far loro toccare con mano le tante piaghe del corpo di Cristo). Alla mia
domanda ad un giovane di ritorno da una GMG nostrana se si fosse divertito, mi
rispose che forse si erano divertiti più i giovani preti che ballavano sul
palco. Ecco perché mi sono convinto anche - e non me ne vogliano i miei
carissimi amici preti giovani che stimo e apprezzo per i loro sforzi di
pastorale giovanile - che una pastorale giovanile seria non può essere fatta
solo da giovani né solo da preti giovani: il giovane, oggi più che mai oggi
cerca il padre e non il coetaneo, e nemmeno l'amico, cerca chi gli possa aprire
nuovi orizzonti di senso, testimoniando con la sua esperienza la sua personale
ricerca di fede nel contesto ecclesiale.
Per chiudere, ritornando
all'immagine dell'arte sacra occidentale, forse oggi questa non riesce più a
comunicare il sacro perché ha talmente assunto l'Urlo di Munch che non riesce
più a comunicare il volto trasfigurato del Verbo incarnato, così come ancora
un'icona bizantina riesce a fare. Così credo sia l'attuale impasse della nostra
pastorale giovanile. Partire dall'umano, certo, ma ricordando che l'umano
ferito dal peccato ha bisogno della grazia per recuperare tutta la sua
autenticità. Per non cadere in una sorta di monofisismo alla rovescia: cioè che, nel tentativo di usare
nell’evangelizzazione, e finanche in teologia, il linguaggio del mondo, si
possa cadere nel rischio che lo stesso linguaggio “teologico”, fattosi esso
stesso mondano, non riesca più a comunicare la radicale alterità di Dio
rispetto all'uomo e al mondo.
domenica 26 aprile 2015
Il coraggio di riconoscere il genocidio degli armeni
Il Papa parla di "genocidio armeno " e subito
la Turchia reagisce duramente come se fosse stato attaccato intenzionalmente lo
stato turco. Eppure precedentemente Papa Francesco era stato accolto in Turchia
con segni di stima e di amicizia mai visti prima nei riguardi di un pontefice.
Cosa è successo? Nel 2016 la nazione armena commemorerà quello che dagli stessi
armeni viene definito "il grande male ". Cioè un progetto di distruzione di
massa della popolazione armena presente nell'impero ottomano perpetrato un
secolo fa. Ricordiamo che i turchi ottomani avevano occupato l'Armenia (ancora
oggi quella che viene detta "l'Armenia storica" è inglobata nel territorio dello
stato turco e l'Armenia attuale è solo un piccolo residuo del grande regno di
Armenia) e tra fine '800 ed inizi del '900 c'è il tentativo turco di creare una
grande Turchia che si estendesse fino al Turkmenistan. Per cui cominciarono le
prime stragi. A complicare le cose fu anche la prima guerra mondiale in cui i
turchi si trovarono alleati della Germania e gli armeni della Russia. Questo
fece si che gli armeni presenti in Turchia fossero considerati tendenzialmente
come nemici e fosse avviata una "guerra preventiva" nei loro confronti col
tentativo di eliminare la loro presenza fisica stessa dalla Turchia. Si cominciò
dalle classi dirigenziali, dagli intellettuali, dalle gerarchie ecclesiastiche,
per finire poi a tutte le classi del popolo, dagli uomini in grado di combattere
per finire a donne e bambini. Si contarono da un milione e mezzo a un milione e
ottocentomila caduti. È la cifra dei morti già indica il genocidio. Con coraggio
già allora - lo ha ricordato Papa Francesco nella sua omelia - Papa Benedetto
XV, che condannò come «inutile strage» la Prima Guerra Mondiale (AAS, IX [1917],
429), si prodigò fino all’ultimo per impedirlo, riprendendo gli sforzi di
mediazione già compiuti dal Papa Leone XIII di fronte ai «funesti eventi» degli
anni 1894-96. Egli scrisse per questo al sultano Maometto V,
implorando che fossero risparmiati tanti innocenti (cfr Lettera del 10 settembre
1915) e fu ancora lui che, nel Concistoro Segreto del 6 dicembre 1915, affermò
con vibrante sgomento: «Miserrima Armenorum gens ad interitum prope
ducitur», (AAS, VII [1915], 510). Cioè: "la miserissima popolazione
armena è condotta quasi all'annientamento". Di fatto è l'allarme per il
compiersi di un delitto atroce, quello che poi nel diritto internazionale verrà
codificato come genocidio. La Chiesa di Roma è stata sempre vicino a quella
Armena e da sempre ha sostenuto gli sforzi del popolo armeno nel veder
riconosciuto il genocidio perpetrato nei suoi confronti dalla comunità
internazionale. Lo stesso papa Francesco nella sua omelia non fa che riprendere
la Dichiarazione Comune, sottoscritta a Etchmiadzin il 27 settembre
2001 da Giovanni Paolo II e Karekin II quando dice: "Questa fede
ha accompagnato e sorretto il vostro popolo anche nel tragico evento di cento
anni fa che «generalmente viene definito come il primo genocidio del XX
secolo».
Nell'intento del Papa non c'è dunque nessuna
strategia politica né alcun attacco all'attuale stato turco. È un invito,
semmai, alla purificazione della memoria da entrambe le parti, perché tali
tragedie non si ripetano più, come lui stesso afferma: " Fare
memoria di quanto accaduto è doveroso non solo per il popolo armeno e per la
Chiesa universale, ma per l’intera famiglia umana, perché il monito che viene da
questa tragedia ci liberi dal ricadere in simili orrori, che offendono Dio e la
dignità umana. Anche oggi, infatti, questi conflitti talvolta degenerano in
violenze ingiustificabili, fomentate strumentalizzando le diversità etniche e
religiose. Tutti coloro che sono posti a capo delle Nazioni e delle
Organizzazioni internazionali sono chiamati ad opporsi a tali crimini con ferma
responsabilità, senza cedere ad ambiguità e compromessi. ...
Dio
conceda che si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e
quello turco, e la pace sorga anche nel Nagorno Karabakh. Si tratta di popoli
che, in passato, nonostante contrasti e tensioni, hanno vissuto lunghi periodi
di pacifica convivenza, e persino nel turbine delle violenze hanno visto casi di
solidarietà e di aiuto reciproco. Solo con questo spirito le nuove generazioni
possono aprirsi a un futuro migliore e il sacrificio di molti può diventare seme
di giustizia e di pace."
Il problema nasce
oggi dal fatto che la Turchia è pronta a riconoscere le singole stragi dei
civili armeni fatte, e per questo Erdogan l'anno scorso ha finalmente fatto le
condoglianze al popolo armeno, ma non la definizione di genocidio. Qui forse per
problemi di politica interna e di equilibri tra partiti in cui i conservatori
nazionalisti e islamisti fanno sentire il loro peso. Ma il coraggioso richiamo
di Papa Francesco ricorda che solo la verità farà libere due nazioni che un
opposto rancore tiene ancora incatenate al passato e che solo un perdono
reciproco e una riconciliazione sincera potrà aprire ad un futuro di
pace.
lunedì 20 aprile 2015
del nascere...
C’è chi crede alle coincidenze e
chi no, c’è chi pensa che le cose accadano per caso e chi invece vi legge il
disvelarsi di un progetto divino. Senza cadere in visioni deterministiche,
tuttavia penso che il nascere in un giorno piuttosto che in un altro, un
qualche significato debba pure averlo.
Io, ad esempio, sono nato a
Scicli, in casa, di Venerdì santo, durante la processione tradizionale, mentre
i simulacri dell’Addolorata e del Cristo morto della Chiesa di San Giovanni
erano fermi davanti alla mia abitazione: e non credo che questa sia solo una
coincidenza. Mi piace infatti credere che le “cifre” della mia storia,
personale e sacerdotale, siano già state impresse nella mia vita a partire dal
giorno della mia nascita: in tutta umiltà confesso che se non ci fosse il
comune denominatore della mia nascita il venerdì santo, non saprei spiegare
altrimenti le vicende della mia vita. Anzitutto infatti, nel mio nascere il
venerdì santo, leggo la chiamata a condividere nella mia vita la stessa vicenda
dolorosa del Servo sofferente che dà la vita per i molti: e questo sia
attraverso il ministero sacerdotale, sia attraverso la partecipazione personale
all’esperienza della croce, soprattutto della sofferenza spirituale. Non so quello che il Signore
mi riserva per il futuro, ma so per certo che sarà inscritto nel mistero della
croce e nel mistero dell’iniquità che la croce mette a nudo. Come già successo finora. Il Signore infatti
mi ha dato una grazia particolare, quella che spesso la mia azione o la mia
presenza riesca a far venire allo scoperto il peccato che si annida nell’animo
dell’uomo, nel mio e in quello degli altri, e questo talvolta comporta
sofferenza e lacerazioni. Ma è una grazia che si vive appunto nella
partecipazione alla croce di Cristo. Chiamato a stare ai piedi della croce di
Cristo, ho però avuto la grazia di trovarmi, come il discepolo prediletto, in
compagnia della Madre Addolorata: è come se Cristo stesso il giorno della
mia nascita mi avesse affidato a Maria. Potrei
dire che la devozione alla Madonna, nella mia vita, è nata con me.
Qualcuno potrebbe chiedersi
perché abbia raccontato oggi tutto questo: l’ho fatto perché, se la
confessione, per un cristiano, come ci ricorda il grande sant’Agostino, è
anzitutto confessione di lode, narrazione delle “gesta di Dio” che si sono
sperimentate nella propria vita, anch’io, con queste mie - piccole e povere -
confessioni ad alta voce, vorrei dare lode al Signore per le cose grandi
che ha operato in mio favore: non è
proprio questo che il grande Agostino ci testimonia appunto nelle sue
confessioni ? Non ho la pretesa di paragonarmi al Santo di Ippona, ma
vorrei offrire umilmente la mia
testimonianza perché anche altri possano essere aiutati a rileggere nella
propria storia la presenza di Dio: se nella Bibbia ci viene testimoniato
come il Dio che entra nella storia dell’uomo ed è presente nella vicenda
esistenziale di questi fin dal suo essere concepito nel grembo della madre,
allora già la nascita di un uomo (anche nelle sue modalità di tempo e luogo)
porta inscritti i segni della sua
vocazione e della sua missione. Sta a noi poi riuscire a decifrarli.
Dunque il confessarsi è sempre un
qualcosa che va al di là del semplice raccontare se stesso o le proprie idee o
le proprie vicissitudini , è il mostrare come storia di Dio e storia
dell’uomo si intrecciano nell’unica storia della salvezza
Perché la croce non è mica uno
scherzo. Ma il Signore ha voluto aiutarmi: si dice che chi nasce di
venerdì sia “senza fiele”, dato che il
venerdì è il memoriale della morte del Cristo (e il fiele del peccato se 'è preso lui) e quindi del perdono per tutti i
peccatori, chi nasce il venerdì si dice che non sappia odiare o tenere rancori.
E meno male che io sono nato il venerdì santo: altrimenti come fare a
perdonare il fratello o il confratello che ti pugnala alle spalle ?
Ma Pasqua non è solo il venerdì
santo: c’è il sabato santo, ed è il giorno del riposo nel sepolcro, del
silenzio, della riflessione...
E poi c’è la domenica di
Pasqua : il giorno della gioia e del rinnovamento. Anche qui il Signore mi
ha voluto bene : mi ha fatto nascere il venerdì santo, ma almeno mi ha
fatto nascere in un paese dove la domenica di pasqua “il gioia” della
resurrezione si celebra davvero !
domenica 19 aprile 2015
CONTRO LE MISTIFICAZIONI SUL MATRIMONIO E LA FAMIGLIA
E’
inutile negare che sia in atto una grave mistificazione sul concetto di
matrimonio e di famiglia. Da più parti infatti si sente affermare che il
concetto di matrimonio quale unione tra uomo e donna sia un concetto legato ad
una idea peculiare della tradizione ebraico-cristiana e che ci sarebbero poi altre
concezioni egualmente rispettabili di matrimonio slegate dalla identità
sessuale dei partner. Ma se si guarda, senza lasciarsi fuorviare da alcun
pregiudizio, alle varie tipologie socioculturali e religiose, sia a livello
diacronico che sincronico, che nei vari luoghi del pianeta hanno dato vita
all’istituto matrimoniale, si vede come tutte queste hanno sempre compreso il
matrimonio come l’unione sponsale tra l’uomo e la donna. Di fatto sarebbe
meglio dunque parlare di famiglia naturale. Nel senso più proprio del termine,
cioè parliamo di una definizione di famiglia che non ha niente di
sovrastruttura ideologica ma che non fa altro che prendere atto di un dato
oggettivo, quello della natura, appunto, in cui il dato originario in cui il
rapporto affettivo è intrinsecamente legato alla dimensione biologica (e quindi
anche genitale) e antropologica nel suo complesso.
Ed è
inutile negare che questa mistificazione parte da certe lobby culturali che vorrebbero
slegare la sessualità (nel senso anche della identità genitale corrispondente)
e il suo esercizio dalla dimensione antropologica e affettiva. Come dire che
chiunque potrebbe scegliere di essere chiunque e di amare (anche sessualmente)
chiunque, al di là della identità naturale che lo caratterizza.
Non
più maschio e femmina, ma l’interpretazione di ruoli maschili e femminili (e di
una variegatissima lista di “gender” diversi) al di là dello stesso essere
maschi o femmine.
E’
dunque in atto una rivoluzione, la pretesa di imporre questi nuovi modelli
culturali “praeter naturam” se non addirittura “contra naturam” a discapito dei
tradizionali modelli antropologici “secundum naturam”.
E
per far ciò si sta concentrando l’attacco sul livello più vulnerabile della
società che è quello educativo.
Col
tentativo di servirsi delle strutture educative dello Stato, la scuola
anzitutto, per far crescere le nuove generazioni secondo questi nuovi
convincimenti, dando per assodato come sia più facile “educare” un bambino che
“rieducare” un adulto alle nuove teorie.
Ma
può davvero uno stato democratico permettere tutto ciò? No, a meno che non si
voglia trasformare esso stesso in uno Stato “etico” (che antinomia con la
realtà dei fatti!) con la pretesa di imporre una dottrina antropologica
particolare, sostituendosi in questo al ruolo originale e primario della
educazione dei figli che spetta ai genitori, nel luogo educativo fondamentale
che è la famiglia.
In
Italia ciò è riconosciuto dalla stessa Costituzione repubblicana, basti pensare
ai seguenti articoli:
<<Art.
2 - La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia
come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e
richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale.
Art.
29. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e
giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità
familiare.
Art.
30. È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli,
anche se nati fuori del matrimonio>>.
Ai
quali fa eco il conosciutissimo art. 147 del codice civile letto in ogni
celebrazione di matrimonio, la cui nuova formulazione è la seguente:
<<Il
matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire,
educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità,
inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo
315-bis>>.
Ciò
presuppone dunque non solo la rinuncia di uno Stato a imporre una sua ideologia
educativa (gli Stati che nel ‘900 hanno fatto questo, hanno generato esiti
drammatici, dal comunismo al nazismo al fascismo …) e a vigilare perché
nessuno, singoli o gruppi, vogliano usare lo Stato per prevaricare sugli altri,
generando di fatti una dittatura ideologica e dettando così la fine delle
regole del gioco democratico; ma suppone anche di converso, l’impegno dello
stesso Stato perché risulti difeso e mantenuto il concetto oggettivo e naturale
di matrimonio e famiglia.
Uno
stato serio dovrebbe impegnare tutte le sue energie proprio nel riconoscimento
del ruolo primario della famiglia e quindi nel riconoscimento del diritto-
dovere primario dei genitori circa l’educazione dei figli secondo le loro
convinzioni e credenze, compresa la sfera sessuale ed affettiva. E proprio nel
rispetto di tale diritto – dovere hanno il diritto di essere coinvolti dalla
scuola, e da tutte le agenzie educative nella educazione dei propri figli: il
futuro della famiglia si gioca infatti tutto nella capacità di recupero della
dimensione educativa con cui i genitori passano ai figli il testimone della
vita e la gioia di assumerne la relativa responsabilità senza fughe e timori.
Il recupero e/o la difesa di un concetto vero
e reale di famiglia interessa infatti anche la società civile e la salvaguardia
del bene comune, cosa di cui si dovrebbe occupare principalmente uno stato e
una classe politica e dirigente seria. Perché anche in uno stato laico
(autenticamente e non ideologicamente laico) per il principio di sussidiarietà
su cui si fonda la convivenza sociale, la salvaguardia del matrimonio e della
famiglia significa la salvaguardia del primo mattone su cui si regge tutta la
società.
Anche
chi è laico e non credente sa che la salvaguardia della famiglia è la premessa
per la salvaguardia di uno stato civile.
In
questo senso le famiglie cristiane e le stesse parrocchie e aggregazioni
ecclesiali, nell’impegno di una cittadinanza leale e veritiera nella vita
democratica dello stato hanno sicuramente un ruolo da svolgere nell’offerta di
una proposta educativa umanizzante e non ideologica e rispettosa di ogni
identità particolare.
domenica 5 aprile 2015
SCICLI O LA CITTA’ DEL GIOIA
Solo chi non è sciclitano può pensare che nel nostro titolo ci sia un errore : sì, perché non è della gioia astratta che stiamo parlando, ma dell’appellativo che tradizionalmente viene dato al Cristo Risorto nella nostra città. Oggi è Pasqua e sappiamo tutti cosa questa parola rappresenti per la cristianità, ma sappiamo anche cosa significhi per Scicli. Dire Pasqua a Scicli significa non solo richiamare il Cristo Risorto in generale, ma indicare un simulacro - quello del Cristo Risorto - e la sua esposizione alla venerazione dei fedeli nella notte di Pasqua ( “a risuscita” che non comprendiamo perché non si faccia più durante la veglia pasquale) e soprattutto la sua traslazione nella Chiesa del Carmine nel mezzogiorno della Domenica : un simulacro che, insieme a quello dell’Addolorata, rappresenta nell’immaginario collettivo sciclitano un forte e fondamentale momento di coesione e di rappresentazione di una identità particolare. Non si può essere sciclitani senza sentirsi ribollire il sangue nelle vene alla vista del Cristo Risorto, specie se accompagnata dalle note musicali della marcia di Busacca. Perché la Pasqua a Scicli è tutta sintetizzata in questo simulacro e in quello che è il momento “clou” della festa : cioè l’attimo in cui “il Gioia” dall’antro buio della Chiesa di Santa Maria La Nova esce balzando fuori trasportato dall’incontenibile fercolo di mani e braccia nerborute, quasi a rappresentare plasticamente il momento della resurrezione, della vita che non si lascia trattenere dalla morte ! Il resto del giorno e della festa non è che commento, esplicitazione, variazioni su tema e contrappunto di questa esperienza fondamentale che si vorrebbe quasi prolungare all’infinito nel moto perpetuo dei giri in Piazza Busacca e dell’avanti-indietro per le strade adiacenti per succhiarne fino in fondo forza ed energia per tutto l’anno ! Pasqua è quindi la data che più di ogni altra ha fatto e continua a far fare conti alla rovescia a generazioni di giovani e adolescenti che aspettano con ansia il momento in cui potranno dar prova della loro forza e resistenza alle prese con la “vara” del Cristo Risorto. E’ l’appuntamento atteso da un’intera città che aspetta questo giorno per far esplodere nel suo cuore tutta la voglia di nuovo che si porta dentro.
E’ il giorno in cui la voglia di gioia, pace, serenità che ogni uomo si porta dentro può essere messa fuori e gridata e invocata al di là della stessa consapevolezza che si ha. Ogni anno, si dice ed è vero, c’è sempre più gente che viene ad assistere a questa celebrazione. Folklore ? Certo, anche. Ma se anche dai paesi vicini vengono in tanti lasciando altre manifestazioni pasquali a loro dire più fredde e compassate, per farsi coinvolgere dalla passione e dall’esuberanza degli sciclitani, crediamo che sia non solo per una nota di colore. Proprio nel momento in cui la “pena di vivere” , come qualcuno ha chiamato il difficile compito di realizzare ogni giorno la sua umanità, sembra frustrare i desideri più intimi e autentici di ogni uomo mortificandone giorno dopo giorno la dignità, crediamo venga quasi spontaneo guardare a Colui che invece viene salutato come l’Uomo Vivo, quasi a dire l’Uomo per eccellenza. “Ecco l’uomo” sembra sentirsi ripetere chi guarda il Gioia. L’Uomo Vivo che è uscito vincitore dalla lotta con la vita e con la morte. E allora ognuno è spinto a non cercare fra i morti colui che è vivo, a non cercare, a non lasciarsi ancorare dal vecchiume di una vita che vuole, che deve continuamente rinascere, risorgere, rinnovarsi. E’ la Pasqua tempo allora in cui - mentre le situazioni politiche, sociali, economiche del mondo intero come delle vicende personali di ognuno vorrebbero indurci nella tentazione della disperazione - siamo invitati ad aprirci alla speranza, anche contro ogni speranza : e questo è quello che ci testimonia il Cristo Risorto. Oggi più che mai l’uomo ha bisogno di modelli di umanità vera : per questo l’Uomo Vivo ha la capacità di riproporsi ogni anno come “l’uomo riuscito” a cui ognuno può guardare con speranza. E solo questa speranza può essere fonte di gioia : perché la gioia non ha prezzo e non si acquista e non consiste nelle frivolezze del mondo, è il frutto di un incontro con qualcuno capace di aprirti il cuore e aiutarti a rileggere la tua storia, in positivo, nel segno della speranza appunto, come fece il Risorto con i due discepoli di Emmaus. Perciò a Scicli il Risorto è Il Gioia : mai appellativo fu più azzeccato ! E a Scicli ogni anno abbiamo la ventura di rivivere questo “dramma sacro” in cui tutto il popolo è protagonista, in cui - superata la distanza di spazio e di tempo - siamo riportati a quell’evento che duemila anni fa ha sconvolto la storia : di chi crede come di chi non crede ! Scicli come Gerusalemme (non l’aveva intuito già forse Vittorini ?) : Gerusalemme, città della pace, Scicli città del Gioia : non sembri un accostamento azzardato ! Vuole essere solo un augurio : di pace e di gioia, oggi più che mai per Scicli e gli sciclitani e per quanti vengono a condividere la Pasqua con noi, ma insieme e - oggi più che mai ce n’è di bisogno - per tutto il mondo. Buona pasqua !
Iscriviti a:
Post (Atom)
La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa. Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia...
-
Oggi ricorre l'anniversario della morte di mio padre: da lui sono stato educato al culto dell'onestà e della responsabilità, dell...
-
Permettetemi una riflessione ancora una volta sulla storia e sulla nostra incapacità tante volte di non saperla leggere fino in fondo e, so...
-
La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa. Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia...