CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
venerdì 11 aprile 2014
SUL DIGIUNO
Sul digiuno
1. Il digiuno cristiano
J. Gnilka, paideia, il vangelo di Matteo , p. 496: <>
Giovanni Cassiano, Conferenze, 21, 14-15: <>
A cosa ci educa in specifico?
Alla moderazione. Scrive Evagrio monaco (Filocalia I, 105) : << Sappi digiunare secondo le forze davanti al Signore: il digiuno purificherà le tue iniquità e i tuoi peccati; esso dà dignità all'anima, santifica il sentimento, allontana i demoni, avvicina a Dio. Se hai mangiato una volta durante la giornata, non desiderare di mangiare di nuovo… >>
E con più incisività Diadoco di Fotica (Filocalia, I, 365) … il digiuno comporta in sé un certo vanto, ma non presso Dio; infatti è solo uno strumento che indirizza per così dire, alla temperanza coloro che lo vogliono. Dunque i lottatori della pietà non devono insuperbire per esso ma solamente attendere con fede in Dio il termine del nostro scopo>>.
E la moderazione aiuta la continenza
Diadoco di Fotica (Filocalia, I, 365) … Quando il nostro intelletto nuota nell'onda del molto bere, non solo si ferma ad osservare con passione le immagini che i demoni gli raffigurano nel sonno, ma plasmando anche in esso alcuni bei volti, usa delle proprie fantasie come di donne da amare con ardore. Infatti, infiammandosi gli organi dell'unione, per il fervore del vino, è assolutamente inevitabile che l'intelletto offra a se stesso l'ombra gioiosa della passione. Dunque, bisogna che fuggiamo il danno dell'eccesso usando la moderazione, perché l'intelletto, quando non ha il piacere che lo trascina giù verso la raffigurazione del peccato, permane tutto privo di fantasia e, quel che è meglio, non effeminato. Tutte le bevande artefatte - che gli autori di questa invenzione chiamano aperitivi perché, come sembra guidano al ventre l'insieme dei cibi - non devono prenderle coloro che vogliono castigare le parti del corpo che si gonfiano. Infatti non solo la loro qualità è dannosa ai corpi dei lottatori, ma anche la stessa mistura sofisticata ferisce troppo la coscienza timorosa di Dio. Infatti che cos'è che manca alla natura del vino perché il suo vigore debba essere effeminato da la mescolanza di odori variati?
Non solo castità!
Basilio il grande, Lettera 361, al monaco Urbicio: <>.
Non si tratta della bontà del cibo in sé o meno
L’antica distinzione tra cibi puri e impuri è superata: Agostino, Lettera a Gennaro:<< Alcuni fratelli si astengono dal mangiare le carni, ritenendole immonde; ciò è evidentemente contrario alla fede e alla retta dottrina … L’apostolo parla di queste cose … “tutto è puro per i puri” … non devono perciò rifiutare di astenersi dal mangiare alcuni cibi per tenere a freno la concupiscenza carnale sotto il pretesto che non è loro permesso di agire nel modo superstizioso e proprio degli infedeli>>.
semmai si tratta di un ritorno alla stato “genesiaco”: dice Evagrio monaco (Filocalia I, 105) <>
E anche Diadoco di Fotica (Filocalia, I, 365) <>.
Non per rifiutare la corporeità si digiuna
Agostino, la dottrina cristiana, 1:<>. C’è chi lo fa non per rifiuto del corpo ma per estinguere i piaceri che usano male del corpo; c’è invece chi fa guerra al corpo quasi fosse un nemico naturale: questi comprendono falsamente quando leggono che lo spirito e la carne hanno desideri opposti. Nessuno deve odiare il proprio corpo ma i desideri cattivi della propria carne!
Come digiunare : la regola è la libertà e la coscienza dei propri limiti
Barsanufio e Giovanni di Gaza, Epistolario, 138: <>
Cassiano il Romano (filocalia I, 129): <<… diremo ciò che abbiamo ricevuto dai padri. Essi non avevano un'unica regola per il digiuno, né un unico modo per prendere cibo e neppure ci hanno trasmesso l'indicazione di un'unica misura: perché non tutti hanno l a stessa forza, vuoi per età o per malattia, vuoi per una costituzione fisica particolarmente delicata… un certo digiuno quotidiano è stato giudicato più vantaggioso e più atto a condurre alla purezza di quanto non sia un digiuno protratto per tre quattro giorni o anche per una settimana… infatti il digiuno protratto senza misura spesso poi è seguito da eccesso nel prendere il cibo… la regola di continenza e la norma esatta trasmessaci dai padri è questa: che chi prende un qualsiasi cibo si arresti quando ancora ha appetito senza aspettare di giungere alla sazietà. … Inoltre per la perfetta purezza dell'anima non vale certo l'astenersi nei cibi soltanto, se non vi concorrono anche le altre virtù. Perciò molto giova l'umiltà mediante l'ubbidienza del lavoro e la fatica del corpo, come pure giova il tenersi lontani dall'amore per il denaro, che non vuol dire solo il non aver denaro ma anche il non essere bramosi di possederne… l'astenersi dalla collera, dalla tristezza, dalla vanagloria, dalla superbia. Non basta infatti il solo digiuno del corpo per acquisire la perfetta temperanza e la vera castità se non vi è anche la contrizione del cuore, perseverante preghiera a Dio, assidua meditazione delle scritture, dura fatica e lavoro manuale… ma più di tutto giova l'umiltà dell'anima…>>
Niceta Stethatos << Le malattie vengono spesso ai più, in seguito ad una dieta irregolare e non equa, propria di uno zelante teso a una estrema astinenza dai cibi e alle fatiche delle virtù senza misura e discernimento>> (Filocalia III, 419)
san Massimo il Confessore: << Non mettere tutto il tuo studio in ciò che riguarda la carne, ma fissale un'ascesi secondo le tue possibilità e volgi il tuo intelletto alle cose interiori. Infatti l'esercizio del corpo è utile a poco, ma la pietà è utile a tutto>> (Filocalia, IV, 204)
San Massimo il Confessore: << Se uno digiuna, sta lontano da un regime di vita che ecciti le passioni e fa quant'altro può contribuire alla liberazione dal male, costui ha preparato la via che abbiamo detto [al Signore]. Ma se ha coltivato queste cose per vanagloria o per cupidigia o adulazione o per qualche altro motivo che non sia il divino compiacimento, costui ha "fatto retti i sentieri di Dio". Ha sopportato la fatica di "preparare la strada" ma non ha Dio che cammina nei suoi sentieri.>> (Filocalia 2)
Al di sopra di tutto la carità
Evagrio monaco (Filocalia I, 105) <>
Diadoco di Fotica (Filocalia, I, 365) … quando la vanagloria si accende con forza contro di noi, cogliendo a pretesto della propria malizia l'arrivo di alcuni fratelli o di un ospite qualunque, allora è bene concedere una moderata tregua alla dieta consueta. Infatti rimanderemo il demonio con niente di fatto e, ancor di più in lutto, riguardo al suo tentativo; e compiremo con approvazione la legge divina della carità e custodiremo non svelato il segreto della continenza, attraverso la condiscendenza.
Attenti a non nutrire l’orgoglio
Girolamo, lettere 1, 22, 37: <>
Agli antipodi dell’orgoglio: l’umiltà
Giovanni Climaco: << non ho digiunato, non ho vegliato, non ho dormito per terra, ma mi sono umiliato: e in poco tempo il Signore mi ha salvato>> (Filocalia, IV, 206)
Un digiuno non ipocrita:
Basilio il Grande, Omelia sul digiuno 1: <>
Il vero digiuno
Il discorso sull’umiltà ci apre la strada verso una considerazione più generale: che il digiuno vero è quello dal peccato e dall’ingiustizia: non c’è un padre che non leghi il discorso sul vero digiuno alla reprimenda di Isaia “questo è il digiuno che io voglio….
Giovanni Cassiano, Conferenze: <>.
Attenti a non fare del digiuno un idolo
Macario l’egiziano, testamento ai figli spirituali, Bose, 24<>.
La concretezza del digiuno
Erma, Il pastore, Allegoria V: <>.
Per un digiuno spirituale
Basilio il grande, Omelia sul digiuno,1: <>.
2. Il digiuno quaresimale: la vera penitenza e la novità di vita
Il brano appena citato di Basilio ci permette di passare così al secondo livello del digiuno: quello quaresimale.
La liturgia, il mercoledì delle ceneri, ci presenta i tre pilastri della ascesi della Quaresima: preghiera personale, digiuno, elemosina. Sembrerebbe dunque che questi tre elementi abbiano in sé, ed esprimano, la dimensione penitenziale della sola quaresima.
Però di per se abbiamo visto come la tradizione ecclesiale non qualifica questi tre pilastri solo come quaresimali ma come dimensioni essenziali (seppure in rapporto gerarchico e dialogico con altre dimensioni) della vita cristiana e dunque non solo del tempo quaresimale.
Qual è allora lo specifico del digiuno quaresimale?
Anzitutto c’è un richiamo tipologico alla quarantena di Gesù nel deserto. Ma attenti: anche questa ripresa tipologica non è pacifica. Ad esempio, copti, armeni, siri e altre liturgie conservano memoria di una quaresima di Gesù computata subito dopo il Battesimo, così come cronologicamente è collocata in tutti i vangeli, distinta ad esempio da un periodo penitenziale detto di Ninive o di Giona che apre il cammino verso la Pasqua (gioca qui il segno di Giona!).
Ancora al tempo di Agostino e Girolamo questa era una quaestio disputata!
Sant’Agostino, omelia 207 sulla quaresima: <>
San Tommaso D’Aquino, glossa aurea sopra i vangeli <>
3. Il digiuno dello sposo tolto e i figli della camera nuziale
E siamo finalmente al terzo livello.
P. 493
Forse un richiamo al digiuno del venerdì santo. ... Non sono contrapposti digiuno e non digiuno ma due diversi intendimenti , forse anche tempi diversi di digiuno. Finalità giudaiche erano umiliazione di fronte a Dio espiazione e preghiera. La novità del digiuno cristiano e in pratica il suo riferimento alla croce. ... Il vino nuovo è il simbolo del tempo di salvezza.
Qui si vede come il digiuno pasquale ha una radice diversa.
Come poi ad esempio non si avverte più la differenza tipologica del digiuno del Venerdì santo, che a detta degli studiosi, sembra essere il più antico e tipicamente cristiano: è il digiuno dello "sposo tolto".
E' da qui che poi diversi padri prenderanno avvio per la loro riflessione sul digiuno, anche perché è da qui che emerge la radicale diversità, nel contrasto con i discepoli di Giovanni, tra digiuno cristiano e altri tipi di digiuno.
Agostino: <<… su questo doppio tipo di digiuno il Signore rispose a quanti gli chiedevano perché i suoi discepoli non digiunassero. In rapporto al primo, quello che riguarda l’umiliazione dell’anima, il –Signore disse: gli amici dello sposo non possono piangere [ matteo parla di pianto invece di digiuno] fintanto che lo sposo è con loro, ma viene l’ora quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. In rapporto poi all’altro che riguarda il nutrimento della mente, a ragione si espresse così: nessuno cuce un panno nuovo su un vestito vecchio … E dunque, dal momento che lo sposo già fu tolto a noi non ci resta che piangere quello sposo bello. …
Alcune considerazioni finali
A ben considerare le cose, la prima cosa che dovremmo dunque dire è che la dimensione penitenziale della vita cristiana non è riservata solo alla quaresima ma abbraccia tutto l'arco dell'anno liturgico e l'intera esistenza del credente. Purtroppo oggi questo non è più un dato rilevabile dalla prassi ecclesiale, perché a mio parere questa dimensione ascetica non è più avvertita dal popolo di Dio, o meglio dalla maggior parte del mondo cattolico e protestante: sia perché il protestantesimo, con la disistima delle opere (anche se poi riprese in un certo atteggiamento pietista) non ha prodotto una riflessione ulteriore sulla dimensione penitenziale della Chiesa, sia perché il cattolicesimo, nella sua smania di adattarsi e di rendersi comprensibile al mondo, specie dopo il Vaticano II, ha finito per generare una operazione postconciliare, che forse, come le altre cose, era buona negli intenti, ma che di fatto ha generato una perdita della dimensione penitenziale nella Chiesa cattolica. In verità non dobbiamo sempre dare tutte le colpe dell'incomprensione ai nostri fedeli e alla secolarizzazione, quanto ad un ingenuo ottimismo che a mio modesto parere non ha niente a che fare con l'attenzione pastorale che si nutre invece di sano realismo! Specie quando le riforme nella Chiesa sono fatte da professori e burocrati che non hanno mai avuto un contatto pastorale con la gente!
Di fatti, la riduzione dei giorni di penitenza fatta da Paolo VI, che volle -disse - adeguare la prassi penitenziale alle rinnovate esigenze contemporanee: aprendo però una maglia pericolosa nel lasciare tutto nell'ambito indistinto delle scelte personali con la commutazione ad esempio del digiuno e dell'astinenza con un'opera di bene, mettendo pericolosamente in rivalità le due cose che per millenni erano andate sempre insieme, cioè il digiuno e l'astinenza da un lato con l'elemosina e le altre opere di bene dall'altro.
Un conto però è mettere in guardia dall'ipocrisia, un conto è immettere un principio soggettivista di origine - diciamolo pure - protestante nell'impianto tradizionale della Chiesa.
Per comprendere ciò, basti pensare alla riduzione attuale della Quaresima ad una sorta di Ramadan cristiano, nel senso che ormai è nel comune sentire di tanti cristiani che il solo periodo penitenziale della Chiesa è la quaresima, e che poi questa stessa santa quarantena si sia ridotta di fatto ai soli venerdì quaresimali con l'astinenza dalla carne e il digiuno si sia ridotto solo alle ceneri e al venerdì santo intesi, come inizio e fine della quaresima.
Che poi in concreto questi venerdì siano osservati ho i miei dubbi, data la stessa incomprensione della motivazione di fondo che soggiace alla astinenza dalla carne.
Faccio un esempio per capire: conosciamo tutti il ritornello sulla carne, il suo costo e quello del pesce, - come dicono i fedeli - e allora meglio mangiare carne, o fare un'altra penitenza che poi in verità non viene fatta!
C'è in ciò una totale distonia tra la liturgia della chiesa e la prassi dei cristiani che non comprende più la stessa dimensione penitenziale e ascetica non solo della quaresima ma di tutta la vita cristiana.
A mio avviso occorre dunque non tanto ribadire la norma isolata sul digiuno o sull'astinenza quaresimali, quanto operare il recupero della dimensione penitenziale e ascetica della vita cristiana. E questo a partire dall'insegnamento dei Padri e della prassi tradizionale bimillenaria della chiesa cattolica, e anche dal confronto con l'esperienza mantenuta inalterata della prassi penitenziale delle chiese d'oriente.
Per finire:
Annuncio Pasquale (catechesi attribuita a san Giovanni Crisostomo) nel rito bizantino: <>
martedì 8 aprile 2014
dove esporre il crocifisso?
Adesso
che la bufera si è un po’ calmata, vorrei riflettere su quel trambusto che la
sentenza sul crocefisso appeso nelle aule pubbliche ha provocato. Anzitutto voglio esprimere il mio
convincimento che si tratti di una ennesima “querelle” “all’italiana”, cioè con
quella capacità tutta nostra di sapere mettere insieme problemi di ordine
diverso e di creare un pastrocchio in cui tutti simultaneamente hanno ragione e
non si capisce più dove stia il bandolo della matassa.
Perché
in questo caso abbiamo contemporaneamente il problema della laicità dello
Stato, con la questione connessa del rapporto di questo Stato con la religione
cristiana e la confessione cattolica in particolare, in un secondo momento
abbiamo poi i rapporti che uno Stato laico deve intrattenere con tutte le
organizzazioni religiose, e poi il problema attuale dell’immigrazione dal mondo
islamico che ha riaperto la questione tra civiltà islamica e civiltà cristiana
(si badi bene che qui parlo di civiltà e non di religione) connesso a tutta la dialettica
interna al mondo islamico di un difficile rapporto con la modernità che gli
appartenenti a questo mondo si trovano a vivere. Perciò non si può fare di tutta l’erba un
fascio e ogni problema deve essere
doverosamente studiato a parte. Premetto dunque che almeno per il momento non
voglio entrare nel problema del rapporto col mondo musulmano perché, se me ne
viene data occasione, vorrei trattarlo in separata sede. Qui voglio fermarmi
alla sentenza con cui un giudice ha creduto di garantire da un lato la laicità
dello stato e dall’altro ad un musulmano la libertà della sua espressione di
fede, volendo proteggere entrambi da ogni tentativo di ingerenze confessionali.
Diamo
per buone le sue intenzioni di fondo, anche se in realtà non supportate da una altrettanta
tecnica giuridica all’altezza del problema: anche i più sprovveduti di diritto
sanno che quella del 1983 non è stata la stipula di un nuovo concordato tra la
S. Sede ma solo la revisione di alcuni punti particolari dell’unico concordato
che rimane in vigore con la Repubblica
italiana. Fra l’altro i Patti Lateranensi appartengono all’ambito del diritto
internazionale e come ogni patto fra Stati sovrani, non rientrano nella
disponibilità giurisdizionale dei singoli giudici per ovvie ragioni, per cui mi
chiedo come un giudice può giudicare sulla validità di questi e delle leggi e
regolamenti attuativi di questi patti. Finchè un patto non viene impugnato da
una delle due parti questo rimane in vigore per il principio del “pacta
servanda sunt” . Inoltre tutti sanno che i Patti Lateranensi sono stati
recepiti nella nostra Carta costituzionale e noi sappiamo quanto siano
intangibili i principi costituzionali. Al massimo perciò il nostro caro giudice
poteva proporre una eccezione di incostituzionalità a chi di dovere…invece…
Invece ha emanato una sentenza in cui riflessioni pseudo giuridiche si
intrecciano a meri girotondi di lingua intessuti di un generico sociologismo.
Ma
non voglio entrare nel merito della sentenza quanto fermarmi alle intenzioni
del giudice, dando per scontato che, come dicevo prima, fossero pure buone
intenzioni.
Si,
è giusto che uno Stato moderno e laico non faccia proprie le insegne e i
simboli di qualsivoglia confessione religiosa e/o comunque di qualsiasi
organizzazione filosofica o ideologica perché significherebbe in un certo senso
essere di parte, lo si voglia o meno.
Io
mi chiedo però se questa azione di preservazione della laicità dello Stato sia
fattibile nel modo in cui il nostro giudice l’ha intesa oppure se sono praticabili
altre vie.
E’
un problema annoso questo, in cui il nostro giudice si trova nella (buona?)
compagnia di tutti gli anticlericali d.o.c. che hanno paura finanche ad
accogliere il Capo di Stato del Vaticano nel parlamento italiano: imperterriti
nell’ancoramento al loro statalismo ottocentesco. Per tutti questi la soluzione
consiste nel togliere i simboli, ma di simboli cristiani è costellata tutta la
nostra bellitalia: allora che ce ne facciamo dei presepi allestiti nelle aule
scolastiche e negli ospedali, di quadri a soggetto cristiano nei pubblici
musei, delle facciate delle chiese con le loro croci che spiccano sulle
pubbliche piazze, dei nomi dei santi dati alle pubbliche vie? E poi ci pensate
che uno Stato laico come il nostro mantiene ancora un calendario scandito dalle
domeniche e dalle festività cristiane? E allora che facciamo, togliamo tutto?
Però
poi per doveroso atto di giustizia, già che ci siamo dovranno essere emanati
decreti per eliminare anche gli altri simboli che potrebbero arrecare danno
alla serenità dei cittadini: se va via la croce devono scomparire pure le
mezzelune islamiche e le stelle di
David, ma anche quanto ancora sa di residuo di paganesimo (come la
mettiamo con uno stato laico che utilizza immagini pagane?). Perciò via dalle
farmacie quel brutto bastone coi serpenti (Freud avrebbe da dire qualcosa in
proposito) e via dalle aule dei tribunali quella dea bendata che tiene in mano
la bilancia, via dalle pubbliche piazze anche gli obelischi egiziani e tutto
quanto ancora ci riporta ai tempi
oscuri in cui l’uomo era vittima delle superstizioni!
E
già che ci siamo, sempre per il principio di uguaglianza davanti allo Stato,
perché non fare pure qualcosa per cambiare lo stemma della Repubblica Italiana?
Poiché i cristiani si potrebbero sentire offesi e in un certo senso intimiditi
da quella persecuzione occulta che il mondo massonico e anticlericale porta
avanti ogni volta che sventola una bandiera con lo stemma della nostra
Repubblica: lo sanno tutti che la stella a cinque punte è un simbolo massonico.
E perché io me lo debbo ritrovare in tutte le carte bollate, nei francobolli,
nelle pagelle e in tutti i documenti? E se nello Stato laico la Massoneria come
associazione segreta è proibita, perché poi lo Stesso governo ne ha assunto i
simboli? Pensate anche alle stellette dei nostri soldati e alle stelle che
trionfano sul marciapiede di Montecitorio!
E
allora che facciamo, leviamo? Leviamo,
per riportare il nostro Stato alla laica purezza delle origini?
Solo
che arrivati a questo punto mi viene fortemente un dubbio: ma siamo proprio
sicuri di preservare così la laicità dello Stato? Ma cosa sarà poi mai questa laica purezza delle origini?
Qualcuno dice che lo stato moderno è nato con la Rivoluzione francese, ma confesso che io proprio di questo ho paura e
ne spiego il motivo.
Chi
certo ha studiato più di me ricorderà come anche gli illuministi
incominciarono col levare: levarono prima i crocefissi e poi le statue dalle
chiese e poi le stesse chiese e poi per sicurezza tagliarono la testa ai preti
e ai cristiani, levarono il calendario e lo sostituirono con un altro in cui
non c’era né venerdi perché islamico, né sabato perché ebraico, né domenica
perché cristiana, e non c’erano settimane ma decadi…e poi levarono anni alla
storia e secoli e millenni e finì che qualcuno pensò che la storia stesse
incominciando con loro. E levarono le feste e levarono… tutto! Ecco, confesso
che di questo leva leva ho paura: e se
poi rimaniamo nudi, senza niente?
Ripeto:
si è proprio sicuri che la soluzione sia nel levare?
Qualche
tempo fa, si dice, un signore stanco
delle umiliazioni che provava nel dover esibire ogni volta il proprio
certificato di nascita dove purtroppo la
vita gli aveva negato la gioia di poter trascrivere il nome della madre, se ne
lamentò con qualcuno in alto: e così, poiché in uno stato laico e fondato
sull’uguaglianza di tutti i cittadini non ci può essere diversità, fu
stabilito che nei certificati non si
annotassero più la paternità e la maternità dei cittadini. Diventammo pertanto
tutti figli di NN!!!
Ora
io ho proprio paura che se noi cominciamo col togliere ora questo e ora quello,
va a finire che culturalmente tutta la nostra civiltà diventerà figlia di
“m.ignota”, come si scriveva un tempo.
Perché
il problema non è religioso, dice il falso chi afferma che il problema sia la
religione: e mente sapendo di mentire perché sono certo che a qualcuno una
nuova bella guerra di religione (magari per stornare l’attenzione dai problemi
veri) farebbe comodo e piacere!
No,
il problema non è religioso, è di cultura e di civiltà.
Cosa
è la civiltà se non il sedimentarsi lungo il corso dei secoli di ideali,
principi, valori, credenze religiose, sentimenti di appartenenza ad una cultura
peculiare, nel cuore dei popoli: e l’uguaglianza tra culture e civiltà non si
fa mai negandone la diversità, negandone le radici e i frutti. Ora, lo si
voglia o meno, è innegabile che la civiltà europea è impregnata di
cristianesimo come è impregnata del pensiero classico greco e del pensiero
giuridico romano. Io oggi potrò credere o non credere nel Dio di ebrei e
cristiani, ma non posso negare che nel mio patrimonio genetico scorra pure
quella linfa. Negarlo significa essere come un figlio che nega la propria
maternità e paternità: ma non perché io abbia rifiutato i miei genitori,
questi finiscono di essere tali!
L’Occidente
oggi, e l’Europa in particolare, soffre proprio a partire dall’Illuminismo del
tipico complesso adolescenziale del disconoscimento delle proprie origini,
credendo che solo un tale misconoscimento possa portare alla piena maturità:
cosa è infatti se non questo il rifiuto di scrivere nella Carta costituzionale
europea che noi siamo figli anche della matrice giudeocristiana? Imbroglia le
carte chi dice che si vuole imporre Dio nella costituzione come chi dice che il
crocifisso nelle aule è un’imposizione. No, qui non si tratta di imporre una
fede, si tratta di riconoscere che, per cultura e civiltà noi europei “non
possiamo non dirci cristiani”. E questo lo chiedono non solo il Papa, ma tutte
le confessioni cristiane insieme (cioè per chi ancora non vuol capire
cattolici, luterani, anglicani e quanti ancora si sentono legati insieme dal
cristianesimo per un motivo o per un altro).
Nessuno
vuole imporre niente all’altro, si tratta solo di capire che uguaglianza non
significa uniformità, che laicità non significa monolitismo nudo e vuoto ma un
pluralismo che arricchisce tutti nella
diversità. E promuovere il pluralismo non significa togliere, eliminare, ma
semmai comporre, aggiungere, operare sintesi ad un livello più alto.
L’esporre
allora un crocefisso in pubblico non sarà mai e poi mai l’espressione della
volontà di imporre la mia fede ad un altro, quanto il riconoscere che la mia
civiltà è figlia anche di questa esperienza. E che, diciamolo chiaro, se io
rimuovo le tracce di questa esperienza, tante espressioni di cultura della mia
civiltà mi diventeranno non intelligibili, dall’arte alla letteratura, ma la
stessa scienza e la stessa storia.
E
poi lo sappiamo, quando qualcosa diventa simbolo, in un certo senso già
trascende il contesto stesso in cui è nato per assurgere ad un significato
universale: anche in questo senso, paradossalmente la dimensione simbolica del
crocefisso per la nostra civiltà è stata sottolineata più da pensatori laici
che cristiani.
E
allora? Credo che ci voglia una coraggiosa apertura del laicismo nostrano a
saper integrare anche il crocifisso come tutti gli altri simboli che parlano
all’uomo e dell’uomo e della sua dignità nel vivere e nel morire e nel soffrire
per un alto ideale e per i valori dello spirito.
Ho
scritto “integrare anche” perché questa per me è la via: perché invece quel
giudice non faceva un’altra proposta, quella di esporre insieme al crocifisso
anche i simboli delle altre credenze religiose dei bambini di quella classe o
comunque di quelle ormai presenti nella nostra società? Io da cristiano non mi
sarei scandalizzato nel vedere accanto alla croce la Stella di David o la
Menorah ebraica insieme alla invocazione dei 99 nomi dell’unico Dio. Così avrebbe
dato un esempio di una integrazione fra popoli e culture in cui chi accoglie ma
anche chi viene accolto impara a conoscere e riconoscere e rispettare l’altro
nella sua interezza. E avrebbe insegnato
a riconoscere i veri dai falsi problemi!
andiamo a Lourdes
Pellegrini verso… LOURDES DAL 23 AL 26 GIUGNO 2014 Programma Lunedì: Catania – Lourdes Raduno dei Sigg. partecipanti all’aeroporto “Fontanarossa” di Catania. Disbrigo delle formalità d'imbarco e partenza per Lourdes con volo speciale ITC. Arrivo, trasferimento in hotel e sistemazione nelle camere riservate. Pranzo. S. Messa d’apertura del pellegrinaggio, Via Crucis. Di seguito recita del Santo Rosario alla Grotta. Dopo cena partecipazione alla fiaccolata. Martedì: Lourdes Pensione completa in hotel. Mattinata dedicata alla S. Messa nella Grotta delle Apparizioni, foto di Gruppo e visita dei luoghi di S. Bernardette. Nel pomeriggio possibilità di accostarsi alla Cappella delle Confessioni e alle Piscine. Processione Eucaristica. Video illustrativo di Lourdes in una delle sale del Santuario. Dopo cena partecipazione alla fiaccolata. Mercoledì: Lourdes Pensione completa in hotel. Mattinata dedicata alla S. Messa Internazionale. Pomeriggio libero con possibilità di effettuare escursioni facoltative (a pagamento): Grotte di Betharram, Ponte di Spagna, Gavarnie, etc... Dopo cena partecipazione alla fiaccolata. Giovedì: Lourdes – Catania Prima colazione in hotel. Celebrazione della S. Messa conclusiva del Pellegrinaggio e trasferimento in aeroporto, disbrigo delle formalità d'imbarco, e partenza per Catania con volo speciale ITC. Arrivo e fine dei ns. servizi. La quota comprende: • Trasporto aereo con voli speciali ITC Catania/Lourdes e viceversa; • Trasferimenti da e per l'aeroporto di Lourdes; • Sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie; • Trattamento di pensione completa come da programma; • Assistenza tecnico-religiosa; • Assicurazione Europ Assistance medica con franchigia € 35,00 e bagaglio; La quota non comprende: • Bevande ai pasti, mance, facchinaggi, escursioni facoltative ed extra di carattere personale; • Costi di trasporto da e per centri medici e strutture di ricovero; • Quanto non espressamente menzionato alla voce “la quota comprende”. Avvertenze: • Gli orari dei voli potrebbero subire variazioni; • Il programma giornaliero dettagliato (es.: orario funzioni religiose, visite, ecc…) sarà riconfermato dall’assistente tecnico in loco; • E’ necessario inoltre essere in possesso della carta d’identità valida per l’espatrio. • Si precisa che in tutti i nostri tour potrebbero essere celebrate delle Sante Messe. Per informazioni rivolgersi a: Padre La China Ignazio Cell. 349 3539515
martedì 1 aprile 2014
Presbiterato: vocazione al servizio ecclesiale
Can. 1025 § 2: che il candidato risulti utile per il ministero della Chiesa
1.
QDE: “si riafferma un principio fondamentale del sacramento
dell’ordine: esso non è conferito primariamente per la santificazione personale
del singolo, ma per il servizio alla Chiesa.”
ð rectius:
della Chiesa.
ð ON
14 “il presbiterato è quindi per il
ministero ecclesiale e non per una dignità personale”
Il prius ontologico: la Chiesa e il servizio che essa deve rendere al
mondo.
Prima del presbiterato c’è la Chiesa : cfr. LG 1: il
sacramento (segno e strumento) della salvezza di Cristo per tutto il genere
umano.
Cristo unico salvatore del genere umano => Chiesa, suo
Corpo, sacramento di salvezza.
La via della salvezza è una via sacramentale: è la
rivelazione dell’unica e grande Liturgia divina:
Liturgia = servizio per il popolo: Dio vuole far attingere
tutti alle sorgenti del suo amore
per il suo popolo il Padre manda il Figlio
per il suo popolo il Figlio dà la vita ed effonde lo Spirito
per gli uomini ancora oggi tramite la Chiesa e per mezzo dei
sacramenti è aperta a tutti gli uomini la possibilità di attingere con gioia
alle sorgenti della salvezza.
Salus animarum
suprema lex: il sacramento dell’ordine = “ordinatio ad”
ð la
Chiesa ministra di salvezza
ð i
presbiteri: ministri della Chiesa ministra
ð amministratori della salvezza di Cristo,
nella Chiesa.
ð Amministriamo
beni non nostri:
indisponibilità sui beni
responsabilità
ð Cfr. JEAN CORBON, Liturgia alla sorgente, p. 154+155
Dimensione cristologico-ecclesiale del presbiterato:
“in persona Christi” / “ad ministerium Ecclesiae”: due
aspetti inscindibili
ð Conformazione
a Cristo: l’ amoris officium
ð Dimensione
ecclesiale del ministero del presbiterato: al di là di ogni individualismo e
particolarismo.
ð Vocazione
al presbiterato: chiamata di Cristo nella Chiesa
ð Cfr.
la richiesta di ordinazione fatta a nome della Chiesa (Rito Ord.): “la Santa Madre Chiesa chiede…”
(vedi invece la professione dei consigli evangelici che parte dalla richiesta
personale del candidato).
ð
Non si tratta di compiere un cammino di
ascesi/vocazione personale in cui il presbiterato è un aspetto della
spiritualità personale, quanto di riconoscere una chiamata ad un servizio vero
e proprio nella Chiesa e a nome della Chiesa (e quindi in nome di
Cristo), in cui doni e carismi sono finalizzati al ministero: per questo mentre
la Chiesa è
pronta sempre a riconoscere ad ogni battezzato la possibilità di vivere una
forma di vita spirituale propria, sente il bisogno di indicare criteri cogenti
per il riconoscimento della vocazione sacerdotale.
ð
Basta sognare di voler diventare preti per
essere preti?
ð
La chiesa deve dire sempre di si a chi afferma
di avere la vocazione al presbiterato?
ð
Cfr. la Chiesa ha chiamato chi magari non riconosceva in
se alcuni segni: vedi Agostino, Ambrogio…
ð
E la santificazione personale? Il dovere e i
mezzi sono uguali per tutti: “con voi sono cristiano…”. (in questa dimensione
il prete deve avere una vita sacramentale come ogni battezzato).
ð
Ma allora il quid
del presbitero dov’è? E’ nel “pro vobis”: “per voi sono presbitero”
ð
E’ il pro vobis di Cristo (perché configurati a
Cristo)
ð
E’ il pro vobis della Chiesa (perché ministri
della Chiesa)
ð
“per loro consacro me stesso”: ci santifichiamo
aiutando gli altri ad essere santi, ci sacrifichiamo perché ognuno possa
offrire se stesso come sacrificio a Dio (cfr. Rm 12)
ð
La santificazione del presbitero si attua
attraverso l’esercizio del ministero
Il sacerdozio non è mai un dono pro me.
Il sacerdozio non è mai arpagmon - frutto di rapina
Pur essendo in me, nelle mie mani: “tu
sei la possibilità di una fonte dove essi hanno il diritto di dissetarsi dalle
loro fatiche.” (David Maria Turoldo).
E’ qualcosa da condividere, da
mettere a disposizione
ð
PASSIONE PER CRISTO
ð
PASSIONE PER LA CHIESA
Contro ogni illusione di
realizzazione/autorealizzazione (gli autoerotismi cerebrali!!!) personale:
il presbiterato non è la
coronazione di un mio sogno, quanto la consapevolezza di essere chiamati a
condividere il sogno di Dio: la salvezza dell’uomo.
Innamorati di Gesù: si = “tu lo
sai che ti voglio bene”
Ma la richiesta di amore non è
per un ripiegamento affettivo tra i due amanti: “se mi ami, pasci le mie
pecorelle”: è per il ministero, per la Chiesa.
Cfr. Presbyteri 2/2007 p. 152
In persona Christi
Verbum caro factum est: la legge dell’incarnazione
L’umanità: la nostra carne
“homo sum nihil humani alienum a
me puto”
Maturità umana: equilibrati
perché consapevoli dei nostri squilibri
Uomo tra gli uomini:
l’attenzione al destinatario
la cultura
ritornare a pensare: cfr.
Presbyteri 7/2007 p. 488
maturità intellettuale e serietà
dello studio
la fecondità della Parola: verbis
gestisque.
Secondo il cuore di Cristo:
venite a me…
“Cumannari è miegghju ri futtiri”: la tentazione e le tentazioni
Il potere:
non spadroneggiate sul gregge
C’è una “spiritualità” del presbitero?
Cfr. Presbyteri 2/2007 p. 152:
1. la Chiesa
locale: la Chiesa
che serviamo
ð imprescindibile
la diocesanità come matrice dell’essere in Cristo
ð la
rincorsa di altre spiritualità non è un segno positivo (cfr. Presbyteri 2/2004
p. 125)
ð no
al contenitore vuoto da riempire a piacere (presbiteri 2/2002 157)
2. Il vescovo: “Noi presbiteri…”:
3. Il collegio dei presbiteri: il corpo del vescovo (sic!)
Il servizio collegiale => per uscire dal protagonismo
individualista => L’obbedienza al presbiterio
Lavarsi i piedi gli uni gli altri
No alle fughe isolate… camminare col passo del più lento
4. La fraternità sacerdotale: non è bene che il prete sia solo
Presbiteri 2/2002 p. 133
5. l’inveramento della comunione: dall’ecclesiologia eucaristica ad una chiesa eucaristica
Preti, ossia dell’Eucaristia
1. per la realizzazione del Corpo di Cristo
“conficere sacramentum”
Edificare la chiesa
Realizzare la communio
2. Vivere il mistero posto nelle nostre mani
“vivi ciò che celebri”
3. vita eucaristica
L’eucaristia come forma del sacerdozio
Per una integrazione
La traditio sacerdotale: un prete è sempre figlio di … un prete!
DON LORENZO MILANI
Lettere, p. 46-47; 112-113-114 +133
DON PRIMO MAZZOLARI
Lettera sulla parrocchia p. 84+85, 94+95, 102
GIACOMO BIFFI
Le cose di lassù: innamorati del Christus totus (Cristo e il
suo corpo, la Chiesa )
BERNANOS, Diario di un
curato di campagna , p. 38 + 269+272+274
BERNANOS, L’impostura 78+81+82+84
GRAHAM GREEN, Il
potere e la gloria 274+275+276+277…282+285…290+303+305
NOVOSELOV, Lettere
agli amici, p. 32: il rinnovamento?
PARAZZOLI, per queste
strade familiari e feroci (risorgerò) 40+41+44: li perdiamo, l’essenziale
per un giovane prete 65
Non scandalizzarti della tua debolezza 89
Il sesso dei preti 134 + 159
L’imitazione di Cristo ? 247-248
La mia chiesa, la mia parrocchia
LA CHIESA
La Chiesa di San Giuseppe fu costruita nel 1504 da
parte di un devoto nel suo podere sito nel quartiere medievale extra moenia
detto del Casale. La cura della Chiesa e lo sviluppo della devozione a San
Giuseppe furono affidate alla nata confraternita di cui facevano parte i
nobili, i cavalieri e tutti gli artigiani di Scicli. Nei primi del 1600 la
Confraternita di Santa Agrippina, dopo aver ceduto il proprio oratorio e il
proprio orto ai Frati minori cappuccini perché vi costruissero il loro convento
con annesso lazzaretto per la cura degli appestati, si fuse con la
Confraternita di San Giuseppe e trasferì il suo altare con il simulacro della
santa presso la chiesa di S. Giuseppe. A partire da questo periodo la chiesa fu
elevata a Gancia della Matrice come succursale per l’amministrazione del
battesimo, dell’unzione degli infermi e del viatico ai fedeli che non potevano
salire sul colle dirimpetto alla chiesa di San Matteo. Perciò ebbe il
privilegio di poter avere il fonte battesimale e la conservazione degli olei
sacri e del Santissimo Sacramento pur non essendo chiesa parrocchiale. Come
tutte le altre chiese del Val di Noto crollò in buona parte nel terremoto del
1693 e i lavori di ricostruzione furono ripresi già ai primi del 1700 con
l’impianto di una nuova chiesa in stile barocco in armonia con tutte le altre
chiese ed edifici della città. I lavori furono terminati nel 1772 così che al
presente abbiamo una chiesa a navata unica con cinque nicchie per lato dove
sono collocati gli altari laterali e un grande catino absidale con l’altare
maggiore e un presbiterio spazioso. La decorazione dello spazio interno è
pregevole per gli stucchi e la tenue colorazione delle volte secondo il nuovo
gusto dell’epoca. Purtroppo un primo restauro degli anni ’60 ha un po’ tradito
l’armonia primigenia e il primitivo progetto della chiesa settecentesca con la
distruzione dell’altare maggiore e di tutta la decorazione absidale e dei
quattro altari laterali. La chiesa è stata elevata a parrocchia il 1 dicembre
1950 ed è tuttora aperta a tutte le attività pastorali. Di interesse artistico nella chiesa si trovano la
statua marmorea di Santa Agrippina,
in marmo bianco colorato, su una base che porta in bassorilievo la storia del
martirio della santa, datata 1497 e
attribuita al famoso scultore Donatello Gagini, inserita in una parete
abbellita da un panneggio in stucco dorato con al centro la colomba dello
Spirito Santo; il fonte
battesimale con catino in unico pezzo in pietra dura locale sormontato da
copertura lignea a cupola ottogonale; due
angeli che reggono una conchiglia a mo’ di acquasantiera in pietra dura locale ai due lati dell’ingresso della
chiesa di pregevole fattura; un
crocifisso ligneo attualmente conservato in una nicchia laterale; La statua lignea di San Giuseppe, realizzata
tra il 1773 e il 1780, rivestita
parzialmente con lamine di argento decorate con motivi floreali a cura di Don
Giuseppe Iemmolo e del Barone Penna che donarono dieci once d’argento ad hoc.
L’incarico della statua fu dato al napoletano Pietro Padula, autore del presepe
ligneo conservato nella chiesa di San Bartolomeo di Scicli. L’opera, interrotta
a causa della morte del Padula avvenuta nel 1778 fu ultimata dallo scultore
sciclitani Pietro Cultraro (o Cultrera). Un quadro con la Madonna delle Grazie tra le sante martiri siciliane Agata e Lucia
e le anime del Purgatorio, ex voto di un certo D’Antonio di Lorenzo datato 1745
di buona fattura locale; Un quadro della stessa epoca raffigurante la cacciata dei venditori dal tempio in una ricca
cornice lignea dorata di stile barocco; La balconata lignea del coro dove era
situato l’organo a canne della stessa epoca, con pregevoli decorazioni
barocche. la sede lignea del celebrante e i due sgabelli decorati a foglie di
oro zecchino e le due consolle laterali dell’altare maggiore in legno.
LA RETTORIA DEL CALVARIO
Poco più in alto della chiesa parrocchiale si trova la
chiesa rupestre di Santa Maria al Monte calvario. Scavata nella roccia ha un
abside arricchito da un altare barocco con un paliotto con un altorilievo della
Deposizione. Sull’altare è collocato un sepolcro in pietra con una scultura
anche essa lapidea del Cristo morto. Ai lati del presbiterio in due nicchie
laterali si trovano i busti in pietra della vergine Addolorata e di San Giovanni.
Nelle pareti rimangono tracce di una ricca decorazione a pannelli colorati.
Ancora oggi nella chiesa si tengono le Ufficiature della settimana santa. Dopo
il crollo di San Matteo e delle altre chiese, questa chiesa ebbe il privilegio
di fungere da matrice per tutto il periodo della ricostruzione dopo il
terremoto.
LA FESTA
La chiesa di San Giuseppe a Scicli è il centro della
devozione cittadina al Santo Patriarca. La festa di San Giuseppe a Scicli
infatti è una delle più tradizionali e antiche non solo della città ma
dell’intera provincia. E’ all’estendersi della devozione a San Giuseppe in
epoca post-tridentina dovuta ai vari ordini religiosi presenti nella nostra
Isola che anche a Scicli prese forma la festa nella sua configurazione attuale
che ha i due punti peculiari nella Cavalcata e nella Cena, oltre alle consuete
espressioni religiose legate alla processione e agli altri riti liturgici. In
tante feste patronali non solo isolane ma anche nel meridione d’Italia noi
troviamo una Cavalcata di Nobili che vanno a rendere omaggio al Santo Patrono
sontuosamente vestiti e con cavalli riccamente bardati. La peculiarità della
cavalcata di Scicli in onore di San Giuseppe è data anzitutto dalle gualdrappe
delle cavalcature che sono realizzate non in stoffa ma decorate interamente con
il fiore della violacciocca, in dialetto locale “BALUCU”. La scelta di questo
fiore è determinata dal fatto di essere conosciuto, per la sua forma, come
“bastone di San Giuseppe” (a ricordo del miracolo della sua elezione a sposo
della Vergine Maria) come ricorda il nome stesso: Balucu da “BACULUM (=
bastone)”. Secondo la tradizione quindi ancora al presente la vigilia della
festa un gruppo di cavalieri vestiti con gli antichi costumi contadini
(pantaloni e gilet di velluto nero, camicia bianca ricamata, fascia multicolore
intessuta ai fianchi, fazzoletto rosso, burritta, stivali e pipa di canna) e a
cavallo di queste cavalcature riccamente addobbate si danno appuntamento nella
piazza centrale della città da dove, all’ora stabilita, il corteo si muove
dirigendosi verso la chiesa di San Giuseppe. Sul sagrato ci si ferma insieme
per ricevere la benedizione e prendere “in consegna” tre figuranti che
interpretano la Santa Famiglia. Infatti nel corso degli anni la seconda parte
della Cavalcata si è rivestita di un particolare significato religioso,
passando da un semplice atto di omaggio alla rievocazione della FUGA IN EGITTO.
I cavalieri dunque faranno quasi da scorta alla Santa Famiglia che con un
asinello farà il giro della città rievocando le tappe della fuga e della
ricerca di ospitalità, mentre al passaggio del corteo tutti gridano: Patriarca,
Patriarca!!! Dietro di loro segue ogni tipo di cavalcatura: cavalli, muli e
asini e, dopo quelli bardati, anche quelli con solo campanacci o niente
semplicemente, tutti con in mano le tradizionali ciaccare, le fiaccole per
illuminare la strada fatte con gli steli del locale ampelodesmo. Lungo il
percorso la Cavalcata si fermerà in vari punti della città dove sono accesi i
“PAGGHIARA” caratteristici FALO’ per illuminare e riscaldare la Famiglia in
fuga. Gli abitanti del quartieri che curano il falò offriranno così ospitalità
e qualcosa da mangiare ai membri della cavalcata che poi riprenderà il suo giro
della città per concludersi nuovamente sul sagrato della Chiesa di San
Giuseppe. I falò accesi, dal loro significato apotropaico antico, passeranno
poi a costituire i punti di ritrovo e di incontro delle famiglie del quartiere
e degli amici e dei passanti che saranno ospitati cortesemente in una serata in
cui la condivisione del cibo diventa elemento aggregante e fonte di comunione e
gratuità. Della festa in passato si sono occupati storici locali come il nostro
Carioti e poi il Pitrè e Serafino Amabile Guastella. Vedere infatti i cavalli
coperti dai manti infiorati in mezzo ai bagliori delle fiaccole e dei falò e
fra lo scampanio assordante delle sonagliere e il vociare dei cavalieri
rappresenta certamente uno spettacolo eccezionale e di grande attrazione
turistica. La festa liturgica che ha i
suoi prodromi nei sette mercoledi precedenti si concentra poi nella
celebrazione della festa esterna con le Messe e nella processione pomeridiana del
Simulacro del Patriarca cui intervengono di nuovo i cavalieri, stavolta senza
le bardature (esposte come atto di omaggio sul sagrato della chiesa) ma ai
cavalli sono messi solamente i FILARI al collo con tante campane appese e dal
suono caratteristico. La serata è conclusa dalla CENA (vendita all’incanto cioè
dei doni offerti per i poveri e per i bisogni della chiesa: ceste di primizie e
di frutta, formaggi, animali dolci tipici locali, vini, centrini ricamati e
prodotti dell’artigianato locale) e dallo spettacolo pirotecnico. A queste
manifestazioni principali ogni anno sono connesse altre attività di vario genere
che ne costituiscono quasi la cornice.
LA PARROCCHIA
Il territorio della parrocchia comprende l’antico quartiere del Casale (la
cui caratteristica delle viuzze che si arrampicano sul lato della collina della
Croce e rimasta soprattutto nel quartiere dell’Altobello) a cui man mano si
sono aggiunti gli altri quartieri storici della Villa Penna, di San Marco,del
Gesso e, in basso le vie parallele all’ex via larga di San Giuseppe. La
parrocchia si estende però ampiamente verso tutte le contrade di campagna che
fanno capo alle due strade per Sampieri e per Cava d’Aliga. Proprio per le sue
vicende storiche nel quartiere di San Giuseppe sono convissuti sempre insieme
la parte nobiliare ed alto borghese (di cui rimangono gli eleganti palazzotti)
con la parte popolare formata da artigiani di vario genere ed agricoltori. Dopo
gli anni della fuga verso le nuove zone adesso si registra un ritorno verso le
vecchie case che vengono riadattate per le moderne esigenze. Inoltre in questi
ultimi anni si registra anche un notevole incremento della presenza di
immigrati polacchi, marocchini, tunisini e senegalesi. Nel guarire la comunità
islamica ha aperto pure una moschea per la preghiera e gli incontri comunitari.
Il tasso di natalità non è basso come
altrove per cui ancora si possono vedere bambini giocare insieme nelle stradine
della parrocchia. Come alto è il numero delle persone anziane e sole. Certo,
una attenzione maggiore da parte della pubblica amministrazione verso questo
quartiere non dispiacerebbe (pulizia strade, recupero villa penna, migliore
illuminazione, aiuti per chi vuole recuperare le abitazioni antiche…). La parrocchia sta cercando, pur nella povertà
di mezzi (fondi disponibili, mancanza di locali adatti, atteggiamento passivo
di tante persone), di diventare non solo centro di evangelizzazione ma anche di
promozione umana, specie in casi di disagio familiare. Inoltre si sta facendo
un lavoro per stimolare, specie i
giovani, ad un senso di appartenenza che
si sta perdendo: crediamo che le nuove generazioni devono essere aiutate e
invogliate a recepire e a continuare i tesori di tradizione, di pietà popolare
e di folklore patrimonio della nostra terra: e il quartiere di San Giuseppe e
la sua festa sono proprio ricchi di quanto di meglio la nostra storia locale ci
possa dare. Da un sano orgoglio in questo senso penso potrà nascere anche la
voglia per gli abitanti di un riscatto sociale del quartiere.
venerdì 14 marzo 2014
Perchè la discussione sui divorziati è inutile. A meno di dimenticare il pronunciamento dogmatico del Concilio di Trento. E diventare protestanti!
FRANCESCO ARZILLO
(Magistrato amministrativo a Roma. Il suo ultimo libro: “Esperienza giuridica e senso comune. Sul fondamento ontologico del diritto”)
Lo scritto di Giovanni Onofrio Zagloba si segnala per un approccio pacato al tema dei divorziati risposati, che oggi è all’attenzione dell’opinione pubblica ecclesiale: approccio accompagnato dalla sua manifestazione di disponibilità – in spirito autenticamente cattolico, oltre gli opposti integralismi dei tradizionalisti e dei progressisti – a recepire le decisioni che saranno adottate in merito dalla suprema autorità ecclesiale.
Non intendo qui soffermarmi sulla particolare declinazione che la nota di Zagloba offre in ordine alla prima delle ipotesi prospettate dal cardinale Kasper, la quale rimane ancorata al classico profilo della nullità del primo matrimonio.
Voglio piuttosto segnalare una carenza del dibattito pubblico corrente in merito alla seconda ipotesi avanzata da Kasper, la quale attiene alla possibilità di un cammino penitenziale che conduca alla riammissione all’Eucarestia di un divorziato risposato in casi particolari, anche in assenza della dichiarazione di nullità del primo matrimonio.
Il dibattito tende a concentrarsi sui profili pastorali, letti in relazione a quelli storici, intendendo per tali soprattutto quelli concernenti la prassi e la dottrina della Chiesa antica.
In parallelo si accenna spesso ai profili morali. Su questo punto – che attiene principalmente al foro interno – ci sarebbe molto da dire. I riferimenti all’equiprobabilismo e all’epicheia andrebbero seriamente approfonditi, dato che non si tratta di chiavi che possano aprire tutte le porte. Per fare un esempio un po’ forte ma chiaro, è evidente a tutti che nessun criterio tratto dai sistemi morali classici o dall’epicheia potrà mai legittimare un aborto volontario, come tutti sanno e come risulta chiaramente dai principi enunciati – tra l’altro – dall’enciclica “Veritatis splendor”.
Non è però su questo che vorrei richiamare l’attenzione.
Mi preme piuttosto ricordare che alla base di tutto ci sono problemi dogmatici gravissimi, che risultano dalla pura e semplice lettura dei canoni tratti dal Concilio di Trento, e in particolare di due di essi:
- “Se qualcuno dirà che per motivo di eresia o a causa di una convivenza molesta o per l’assenza esagerata dal coniuge si può sciogliere il vincolo matrimoniale, sia anatema”.
- “Se qualcuno dirà che la Chiesa sbaglia quando ha insegnato ed insegna che secondo la dottrina evangelica ed apostolica (cfr. Mt 5, 32; 19,9; Mc 10, 11 12; Lc 16, 18; 1 Cor 7,11) non si può sciogliere il vincolo del matrimonio per l’adulterio di uno dei coniugi, e che l’uno e l’altro (perfino l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio) non possono, mentre vive l’altro coniuge, contrarre un altro matrimonio, e che, quindi, commette adulterio colui che, lasciata l’adultera, ne sposa un’altra, e colei che, scacciato l’adultero, si sposa con un altro, sia anatema”.
Non occorre essere teologi di professione per comprendere che l’attuale posizione ufficiale della Chiesa ha un retroterra che attinge in ultima analisi alla sfera del dogma.
E non potrebbe essere altrimenti, dato che il matrimonio cristiano è un sacramento. Come del resto lo è anche l’Eucarestia, per la quale vigono parimenti dei precisi pronunciamenti – anchessi di natura dogmatica e non meramente disciplinare – che ne riservano, sulla scia di San Paolo, la ricezione ai soli fedeli che non si trovino in peccato mortale.
Ogni ipotesi di superamento della disciplina attuale deve confrontarsi con questi dati.
Certamente i teologi potranno approfondire ulteriormente l’interpretazione di questi come di altri testi rilevanti, fornendo materiale di riflessione utile per gli ulteriori pronunciamenti vincolanti del magistero.
Si tratta peraltro di un lavoro eccezionalmente complesso, che non può essere banalizzato nella sede del dibattito pubblico e giornalistico, dando l’erronea impressione che tutto sia disponibile e modificabile a piacere. O che si tratti di comprendere oggi, come se fosse la prima volta, questioni studiate e approfondite da secoli, in contesti e in epoche molto difficili.
In questo modo non si renderebbe un buon servizio né alla verità né alla carità, sempre indissolubilmente congiunte nell’azione pastorale della Chiesa.
A quest’ultimo riguardo, infine, non bisogna fraintendere il ruolo dell’opinione pubblica ecclesiale, in ordine al quale occorre ricordare due punti fondamentali.
Anzitutto, è noto che la dottrina classica sul matrimonio riscuote una diffusa adesione in Africa e in Asia. E non è corretto preferire metodologicamente le inquietudini europee e americane, come se solo queste e non le prime costituissero espressione dei cosiddetti segni dei tempi.
Inoltre, e da ultimo, va ricordato il documento “Donum veritatis“, nel quale si censura quella argomentazione sociologica secondo la quale l’opinione di un gran numero di cristiani sarebbe un’espressione diretta ed adeguata del “senso soprannaturale della fede”:
“In realtà le opinioni dei fedeli non possono essere puramente e semplicemente identificate con il ’sensus fidei’. Quest’ultimo è una proprietà della fede teologale la quale, essendo un dono di Dio che fa aderire personalmente alla verità, non può ingannarsi. Questa fede personale è anche fede della Chiesa, poiché Dio ha affidato alla Chiesa la custodia della Parola di Dio e, di conseguenza, ciò che il fedele crede è ciò che crede la Chiesa. Il ’sensus fidei’ implica pertanto, di sua natura, l’accordo profondo dello spirito e del cuore con la Chiesa, il ’sentire cum Ecclesia’. Se quindi la fede teologale in quanto tale non può ingannarsi, il credente può invece avere delle opinioni erronee, perché tutti i suoi pensieri non procedono dalla fede. Le idee che circolano nel Popolo di Dio non sono tutte in coerenza con la fede, tanto più che possono facilmente subire l’influenza di una opinione pubblica veicolata dai moderni mezzi di comunicazione”.
(Magistrato amministrativo a Roma. Il suo ultimo libro: “Esperienza giuridica e senso comune. Sul fondamento ontologico del diritto”)
Lo scritto di Giovanni Onofrio Zagloba si segnala per un approccio pacato al tema dei divorziati risposati, che oggi è all’attenzione dell’opinione pubblica ecclesiale: approccio accompagnato dalla sua manifestazione di disponibilità – in spirito autenticamente cattolico, oltre gli opposti integralismi dei tradizionalisti e dei progressisti – a recepire le decisioni che saranno adottate in merito dalla suprema autorità ecclesiale.
Non intendo qui soffermarmi sulla particolare declinazione che la nota di Zagloba offre in ordine alla prima delle ipotesi prospettate dal cardinale Kasper, la quale rimane ancorata al classico profilo della nullità del primo matrimonio.
Voglio piuttosto segnalare una carenza del dibattito pubblico corrente in merito alla seconda ipotesi avanzata da Kasper, la quale attiene alla possibilità di un cammino penitenziale che conduca alla riammissione all’Eucarestia di un divorziato risposato in casi particolari, anche in assenza della dichiarazione di nullità del primo matrimonio.
Il dibattito tende a concentrarsi sui profili pastorali, letti in relazione a quelli storici, intendendo per tali soprattutto quelli concernenti la prassi e la dottrina della Chiesa antica.
In parallelo si accenna spesso ai profili morali. Su questo punto – che attiene principalmente al foro interno – ci sarebbe molto da dire. I riferimenti all’equiprobabilismo e all’epicheia andrebbero seriamente approfonditi, dato che non si tratta di chiavi che possano aprire tutte le porte. Per fare un esempio un po’ forte ma chiaro, è evidente a tutti che nessun criterio tratto dai sistemi morali classici o dall’epicheia potrà mai legittimare un aborto volontario, come tutti sanno e come risulta chiaramente dai principi enunciati – tra l’altro – dall’enciclica “Veritatis splendor”.
Non è però su questo che vorrei richiamare l’attenzione.
Mi preme piuttosto ricordare che alla base di tutto ci sono problemi dogmatici gravissimi, che risultano dalla pura e semplice lettura dei canoni tratti dal Concilio di Trento, e in particolare di due di essi:
- “Se qualcuno dirà che per motivo di eresia o a causa di una convivenza molesta o per l’assenza esagerata dal coniuge si può sciogliere il vincolo matrimoniale, sia anatema”.
- “Se qualcuno dirà che la Chiesa sbaglia quando ha insegnato ed insegna che secondo la dottrina evangelica ed apostolica (cfr. Mt 5, 32; 19,9; Mc 10, 11 12; Lc 16, 18; 1 Cor 7,11) non si può sciogliere il vincolo del matrimonio per l’adulterio di uno dei coniugi, e che l’uno e l’altro (perfino l’innocente, che non ha dato motivo all’adulterio) non possono, mentre vive l’altro coniuge, contrarre un altro matrimonio, e che, quindi, commette adulterio colui che, lasciata l’adultera, ne sposa un’altra, e colei che, scacciato l’adultero, si sposa con un altro, sia anatema”.
Non occorre essere teologi di professione per comprendere che l’attuale posizione ufficiale della Chiesa ha un retroterra che attinge in ultima analisi alla sfera del dogma.
E non potrebbe essere altrimenti, dato che il matrimonio cristiano è un sacramento. Come del resto lo è anche l’Eucarestia, per la quale vigono parimenti dei precisi pronunciamenti – anchessi di natura dogmatica e non meramente disciplinare – che ne riservano, sulla scia di San Paolo, la ricezione ai soli fedeli che non si trovino in peccato mortale.
Ogni ipotesi di superamento della disciplina attuale deve confrontarsi con questi dati.
Certamente i teologi potranno approfondire ulteriormente l’interpretazione di questi come di altri testi rilevanti, fornendo materiale di riflessione utile per gli ulteriori pronunciamenti vincolanti del magistero.
Si tratta peraltro di un lavoro eccezionalmente complesso, che non può essere banalizzato nella sede del dibattito pubblico e giornalistico, dando l’erronea impressione che tutto sia disponibile e modificabile a piacere. O che si tratti di comprendere oggi, come se fosse la prima volta, questioni studiate e approfondite da secoli, in contesti e in epoche molto difficili.
In questo modo non si renderebbe un buon servizio né alla verità né alla carità, sempre indissolubilmente congiunte nell’azione pastorale della Chiesa.
A quest’ultimo riguardo, infine, non bisogna fraintendere il ruolo dell’opinione pubblica ecclesiale, in ordine al quale occorre ricordare due punti fondamentali.
Anzitutto, è noto che la dottrina classica sul matrimonio riscuote una diffusa adesione in Africa e in Asia. E non è corretto preferire metodologicamente le inquietudini europee e americane, come se solo queste e non le prime costituissero espressione dei cosiddetti segni dei tempi.
Inoltre, e da ultimo, va ricordato il documento “Donum veritatis“, nel quale si censura quella argomentazione sociologica secondo la quale l’opinione di un gran numero di cristiani sarebbe un’espressione diretta ed adeguata del “senso soprannaturale della fede”:
“In realtà le opinioni dei fedeli non possono essere puramente e semplicemente identificate con il ’sensus fidei’. Quest’ultimo è una proprietà della fede teologale la quale, essendo un dono di Dio che fa aderire personalmente alla verità, non può ingannarsi. Questa fede personale è anche fede della Chiesa, poiché Dio ha affidato alla Chiesa la custodia della Parola di Dio e, di conseguenza, ciò che il fedele crede è ciò che crede la Chiesa. Il ’sensus fidei’ implica pertanto, di sua natura, l’accordo profondo dello spirito e del cuore con la Chiesa, il ’sentire cum Ecclesia’. Se quindi la fede teologale in quanto tale non può ingannarsi, il credente può invece avere delle opinioni erronee, perché tutti i suoi pensieri non procedono dalla fede. Le idee che circolano nel Popolo di Dio non sono tutte in coerenza con la fede, tanto più che possono facilmente subire l’influenza di una opinione pubblica veicolata dai moderni mezzi di comunicazione”.
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