martedì 14 maggio 2013

Mons. Luigi Negri: un vescovo che finalmente ha il coraggio di chiedere ai suoi confratelli chi sono e cosa vogliono!

Ho sempre apprezzato l'ex vescovo di san Marino, ora vescovo di Ferrara, per la sua onestà intellettuale, per la sua lucidità di analisi e soprattutto per la sua parresia.
E' un vescovo che ha coraggio da vendere.
Ma mi verrebbe da scrivere semplicemente: è un vescovo.
Perché se un vescovo non ha il coraggio di scendere in prima linea a combattere per difendere il suo gregge, che vescovo è?
Se c'è una caratteristica dei vescovi italiani, tranne qualche lodevole eccezione, è che abbiamo vescovi silenti: a volte anche parolai, ma silenti. 
Quasi riluttanti a farsi guide del loro gregge.
Ecco cosa Mons. Negri ha scritto in occasione degli ultimi episodi scandalistici in cui ancora una volta si è brillato per il silenzio: ma non ci sorprendiamo, tanto hanno offeso solo noi e il Cristo! avessero offeso i musulmani a quest'ora le dichiarazioni si sarebbero sprecate!

<<Per la prima volta da quando il papa Giovanni Paolo II mi ha chiamato ad essere vescovo della Chiesa cattolica in Italia sono profondamente a disagio. Chi siamo, che cosa vogliamo? Chi siamo noi vescovi in Italia e che cosa vogliamo? Educare un popolo cristiano che diventi cosciente della sua identità, e sia in grado di essere quella minoranza creativa di cui ha parlato Benedetto XVI? O siamo gente che ritaglia in questo coacervo di bestialità lo spazio per i piccoli servizi religiosi che saranno chiesti da sempre meno persone. E poi alle stesse persone diciamo cose ovvie come la necessità che ci siano governi efficienti e così via. Cose peraltro giuste, ma non è su questo che  si gioca il destino del popolo italiano, del suo presente e del suo futuro>>.

Mons. Negri ha finalmente messo il dito nella piaga.
Certo il messaggio era indirizzato ai suoi "colleghi": ma a quanto mi risulta nessuno di loro ha colto l'occasione per un confronto serio sul destino del cattolicesimo in Italia.
Mah! forse sono troppo  impegnati a fare carriera!

martedì 30 aprile 2013

L'incantesimo di papa Francesco. Tutto gli viene perdonato, anche quando dice cose che dette da Papa Benedetto furono investite dalle critiche.



La sua popolarità è in buona misura legata all'arte con cui parla. Ma le prime proteste cominciano ad affiorare

di Sandro Magister



ROMA, 29 aprile 2013 – Ha fatto rumore, sui media, il cenno critico che papa Francesco ha riservato allo IOR, Istituto per le Opere di Religione, la discussa "banca" vaticana, nell'omelia della sua messa mattutina nella Domus Sanctae Marthae, mercoledì 24 aprile:

"Quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, e fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una ONG. E la Chiesa non è una ONG. È una storia d’amore... Ma ci sono quelli dello IOR… Scusatemi, eh!… Tutto è necessario, gli uffici sono necessari… eh, va bè! Ma sono necessari fino ad un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una ONG. E questa non è la strada".

Queste sue omelie mattutine papa Jorge Mario Bergoglio le pronuncia interamente a braccio. E la frase riportata sopra è la trascrizione letterale fornita poche ore dopo dalla Radio Vaticana.

Ma lo stesso giorno, nel riferire in altro modo la stessa omelia, "L'Osservatore Romano" ha tralasciato l'inciso: "Ma ci sono quelli dello IOR… Scusatemi, eh!".

Questa disparità tra la radio e il giornale della Santa Sede è un indizio dell'incertezza che ancora regna in Vaticano su come trattare mediaticamente le omelie feriali del papa, quelle che egli pronuncia nella messa delle 7, nella cappella della residenza in cui abita.

A queste messe accede un pubblico selezionato, ogni mattina diverso. E il 24 aprile c'erano tra i presenti un buon numero di dipendenti dello IOR.

Queste omelie del papa vengono interamente registrate. Ma non seguono l'iter dei suoi discorsi ufficiali, per le parti improvvisate a braccio.

Non vengono cioè trascritte dalla registrazione audio, poi messe in bella copia nella lingua e nei concetti, poi sottoposte al papa e infine rese pubbliche nel testo approvato.

Il testo integrale delle omelie feriali di papa Bergoglio resta segreto. Ne vengono solo forniti due parziali resoconti, dalla Radio Vaticana e da "L'Osservatore Romano", redatti indipendentemente tra loro e quindi con una maggiore o minore ampiezza delle citazioni testuali.

Non si sa se questa prassi – mirata sia a tutelare la libertà di parola del papa, sia a difenderla dai rischi dell'improvvisazione – verrà mantenuta o modificata.

Sta di fatto che quanto si sa di queste omelie semipubbliche è ormai una parte importante dell'oratoria tipica di papa Francesco.

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È un'oratoria stringata, semplice, colloquiale, imperniata su parole od immagini di immediata presa comunicativa.

Ad esempio:

- l'immagine "Dio spray", usata da papa Francesco il 18 aprile per mettere in guardia dall'idea di un Dio impersonale "che è un po’ dappertutto ma non si sa cosa sia";

- oppure l'immagine "Chiesa babysitter", usata il 17 aprile per stigmatizzare una Chiesa che solo "cura il bambino per farlo addormentare", invece che agire come una madre con i suoi figli;

- oppure la formula "cristiani satelliti", usata il 20 aprile per bollare quei cristiani che si fanno dettare la condotta dal "senso comune" e dalla "prudenza mondana", invece che da Gesù.

Stefania Falasca, amica da tempo di Bergoglio – che le telefonò la sera stessa della sua elezione a papa –, gli ha chiesto dopo una messa mattutina alla Domus Sanctae Marthae: "Padre, ma come le vengono queste espressioni?".

"Un semplice sorriso è stata la sua risposta". A giudizio di Falasca, l'uso di tali formule da parte del papa "in termini letterari si chiama 'pastiche', che è appunto l’accostamento di parole di diverso livello o di diverso registro con effetti espressionistici. Lo stile 'pastiche' è oggi un tratto tipico della comunicazione del web e del linguaggio postmoderno. Si tratta dunque di associazioni linguistiche inedite nella storia del magistero petrino".

In un editoriale del 23 aprile sul quotidiano della conferenza episcopale italiana "Avvenire", Falasca ha avvicinato l'oratoria di papa Francesco al "sermo humilis" teorizzato da sant'Agostino.

Papa Bergoglio introduce questo stile anche nelle omelie e nei discorsi ufficiali. Ad esempio, nell'omelia della messa crismale del Giovedì Santo, nella basilica di San Pietro, ha molto colpito il suo esortare i pastori della Chiesa, vescovi e preti, a prendere "l'odore delle pecore".

Un'altro tratto tipico della sua predicazione è l'interloquire con la folla, sollecitandola a rispondere in coro. L'ha fatto per la prima volta e ripetutamente al "Regina Coeli" di domenica 21 aprile, ad esempio quando disse: "Grazie tante per il saluto, ma anche salutate Gesù. Gridate 'Gesù' forte!". E il grido "Gesù" salì effettivamente da piazza San Pietro. 

*

La popolarità di papa Francesco è dovuta in buona misura a questo suo stile di predicazione e alla facile, diffusa fortuna che hanno i concetti su cui egli più insiste – la misericordia, il perdono, i poveri, le "periferie" – visti riflessi nei suoi gesti e nella sua stessa persona.

È una popolarità che fa velo alle altre cose più scomode che egli pure non manca di dire – ad esempio con i suoi frequenti richiami al diavolo – e che dette da altri scatenerebbero critiche, mentre a lui si perdonano.

In effetti, i media hanno sinora coperto di indulgenza e di silenzio non solo i riferimenti dell'attuale papa al diavolo ma anche tutta una serie di altri suoi pronunciamenti su punti di dottrina tanto capitali quanto controversi.

Il 12 aprile, ad esempio, parlando alla pontificia commissione biblica, papa Francesco ha ribadito che "l'interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma dev’essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa". E quindi "ciò comporta l'insufficienza di ogni interpretazione soggettiva o semplicemente limitata ad un’analisi incapace di accogliere in sé quel senso globale che nel corso dei secoli ha costituito la tradizione dell'intero popolo di Dio".

Di questa frustata del papa contro le forme di esegesi prevalenti anche in campo cattolico praticamente nessuno si è accorto, nel silenzio generale dei media.

Il 19 aprile, nell'omelia mattutina, si è scagliato contro i "grandi ideologi" che vogliono interpretare Gesù in una chiave puramente umana. Li ha definiti "intellettuali senza talento, eticisti senza bontà. E di bellezza non parliamo, perché non capiscono nulla".

Anche in questo caso, silenzio.

Il 22 aprile, in un'altra omelia mattutina, ha detto con forza che Gesù è "l'unica porta" per entrare nel Regno di Dio e "tutti gli altri sentieri sono ingannevoli, non sono veri, sono falsi".

Con ciò ha quindi ribadito quella verità irrinunciabile della fede cattolica che riconosce in Gesù Cristo l'unico salvatore di tutti. Ma quando nell'agosto del 2000 Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger pubblicarono proprio su questo la dichiarazione "Dominus Iesus" furono contestati aspramente da dentro e fuori la Chiesa. Mentre ora che papa Francesco ha detto la stessa cosa, tutti zitti.

Il 23 aprile, festa di san Giorgio, nell'omelia della messa con i cardinali nella Cappella Paolina ha detto che "l’identità cristiana è un’appartenenza alla Chiesa, perché trovare Gesù fuori della Chiesa non è possibile".

E anche questa volta, silenzio. Eppure la tesi secondo cui "extra Ecclesiam nulla salus", da lui riaffermata, è quasi sempre foriera di polemica…

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Questa benevolenza dei media nei confronti di papa Francesco è uno dei tratti che caratterizzano questo inizio di pontificato.

La soavità con cui egli sa dire le verità anche più scomode agevola questa benevolenza. Ma è facile prevedere che prima o poi essa si raffredderà e lascerà il passo a un riaffiorare delle critiche. 

Una prima avvisaglia si è avuta dopo che papa Bergoglio, il 15 aprile, ha confermato la linea severa della congregazione per la dottrina della fede nel trattare il caso delle suore degli Stati Uniti riunite nella Leadership Conference of Women Religious.

Le proteste che si sono subito levate da queste suore e dalle correnti "liberal" del cattolicesimo non solo americano sono suonate come l'inizio della rottura di un incantesimo.

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venerdì 19 aprile 2013

Non lo hanno eletto, ma parla e pensa da papa: al card. Scola tanto di cappello!!!


Se fosse una malattia, forse si chiamerebbe depressione. Colpisce l'Europa e le Chiese europee e si manifesta con «una grande stanchezza, una difficoltà a reggere il compito», un «disagio» sentito «acutamente» e che lui stesso, dopo Natale, aveva avvertito come una «percezione dolorosa».

Il cardinale Angelo Scola fa questa analisi come una confessione con un tratto persino intimo, perché nell'immaginario collettivo ha personificato e personifica la Chiesa occidentale, tanto che molti (anche nella Conferenza episcopale italiana) erano convinti che sarebbe stato lui ad affacciarsi in piazza San Pietro dopo il conclave. Una Chiesa europea che si sente inadeguata al ruolo, eppure lo ha e continua ad averlo, anche se lo Spirito Santo ha fatto uscire dalla Cappella Sistina Papa Francesco. Perché «la giovinezza» delle Chiese africane e latinoamericane, dice l'arcivescovo di Milano, non basta.

Scola non si unisce al coro di gridolini acritici per tutto ciò che riguarda Papa Francesco, a partire dall'Argentina e dal Sud America, il continente da cui proviene il nuovo vescovo di Roma. «Io non sono di quelli che pensano che la grande giovinezza delle Chiese latinoamericane o delle Chiese africane basti. È necessaria ma non basta» le parole del cardinale alla presentazione del suo libro «Non dimentichiamoci di Dio», martedì scorso nell'affollatissimo Auditorium milanese di largo Mahler. C'è qualcosa che si chiama «complessità» di cui le Chiese quasi alla fine del mondo, le chiese del Sud America e dell'Africa, hanno ancora bisogno, e che può arrivare solo da questa Europa affaticata, dalla ragione nata dall'esperienza occidentale, dalla sua storia.

«C'è una complessità della realtà, che l'Europa si porta sulle spalle da tanti secoli che sembra esserne estenuata». La faticosa «complessità» dell'Europa è una ricchezza, come dimostra la progressiva conquista ancora in atto della libertà religiosa, il tema che è al centro della riflessione nel libro del cardinale. Tra l'editto di Costantino del 313 e oggi ci sono diciassette secoli di storia sofferta e appassionata, un lungo travaglio che ha coinvolto i più grandi pensatori cattolici, ha attraversato Crociate e guerre di religione, ha impegnato il magistero della Chiesa, dal Sillabo di Pio IX al «diritto alla libertà religiosa» del Concilio Vaticano II.

Non si tratta certamente di una critica a Papa Francesco, semmai di un arricchimento alla riflessione. La prima cura al disagio occidentale - continua la piccola confidenza» di Scola - l'ha trovata lo Spirito Santo, nel suo «gioco» che ha regalato alla società e alla Chiesa europea stanche proprio Francesco, come «grande fattore di speranza e di novità», come «un'attuazione di ciò che Benedetto XVI nella Spe Salvi aveva chiamato la necessità di una speranza affidabile, a cui ci si possa consegnare». Ma come dimostra la storia dell'Occidente, le vie sono sempre più complesse di quanto appaiano.

E se Scola usa la parola «gioco» per parlare dell'intervento dello Spirito, è perché sembra davvero un gioco provvidenziale quello che ha «proprio girato la situazione». Un gioco in cui l'Europa ha ancora il suo bel ruolo.

(Sabrina Cottone, Il giornale di giovedì 17 aprile 2013)

martedì 16 aprile 2013

Tanti auguri Benedetto!


 Gli 86 anni del Papa emerito


Oggi Sua Santità Benedetto compie la bellezza di 86 anni. 
Il fisico fa le bizze, ma l'animo è quello di sempre, dolce e limpido. 
Praticamente tutti si sono ricordati del suo compleanno e fioccano gli auguri. 
Un vero peccato che nell'Osservatore Romano di oggi si siano dimenticati
di dedicargli un ricordino, un trafiletto.... 
Eppure fino all'anno scorso questo giorno
era una festa "di una certa importanza" in Vaticano.

Cosa fare per festeggiare Benedetto?
1) Pregare per lui come ha chiesto più volte prima del suo ritiro dal mondo.
2) Subito dopo fare una preghiera per lui, che tanto ci tiene.
3) Rivolgere infine un'altra orazione al buon Dio per il nostro caro Benedetto.
Mi sembra che una tripla razione di preghiera possa piacergli come regalo. 
Lui ci ha assicurato che prega (e sta certamente pregando) per noi. E noi? 
Ci siamo ricordati di questo debito di gratitudine
che gli dobbiamo per tutto quello che ci ha dato di sé negli anni del suo pontificato?


Testo preso da: Tanti auguri Benedetto! Gli 86 anni del Papa emerito
http://www.cantualeantonianum.com 

lunedì 8 aprile 2013

Ecco il vero Francesco


SAN FRANCESCO D'ASSISI,
PRIMA LETTERA AI CUSTODI: FF 241.
2.  Vi prego, più che se riguardasse mestesso, che, quando vi sembrerà conveniente e utile, supplichiate umilmente i chierici che debbano venerare sopra ogni cosa il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e isanti nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo.
3. I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, debbano averli di materia preziosa.
4. E se in qualche luogo il santissimo corpo del Signore fosse collocato in modo troppo miserevole, secondo il comando della Chiesa venga da loro posto e custodito in un luogo prezioso, e sia portato con grande venerazione e amministrato agli altri con discrezione.

 SAN FRANCESCO D'ASSISI,
LETTERA A TUTTI I CHIERICI, I: FF 208A-209A.

4. Tutti coloro, poi, che amministrano così santi misteri, considerino tra sé, soprattutto chi li amministra illecitamente, quanto siano vili i calici, i corporali e le tovaglie, dove si compie il sacrificio del corpo e del sangue di lui.
5. E da molti viene collocato e lasciato in luoghi indecorosi, viene trasportato in forma miseranda e ricevuto indegnamente e amministrato agli altri senza discrezione.
Anche i nomi e le parole di lui scritte talvolta vengono calpestate con i piedi,
 7. perché «l’uomo animale non comprende le cose di Dio».
8. Non dovremmo sentirci mossi a pietà per tutto questo, dal momento che lo stesso pio Signore si mette nelle nostre mani e noi lo tocchiamo e lo assumiamo ogni giorno con la nostra bocca?
9. Ignoriamo forse che dobbiamo venire nelle sue mani? Orsù, di tutte queste cose e delle altre,subito e con fermezza emendiamoci;
11. e dovunque il santissimo corpo del Signore nostro Gesù Cristo sarà stato collocato e abbandonato in modo illecito, sia rimosso da quel luogo e posto e custodito in un luogo prezioso.
12. Ugualmente, dovunque i nomi e le parole scritte del Signore siano trovate in luoghi immondi, siano raccolte e debbano essere collocate in luogo decoroso.
13. Tutte queste cose, sino alla fine, tutti i chierici sono tenuti ad osservarle più di qualsiasi
altra cosa.
14. E quelli che non faranno questo, sappiano che dovranno renderne «ragione» davanti al Signore nostro Gesù Cristo «nel giorno del giudizio».

SAN FRANCESCO D'ASSISI,TESTAMENTO: FF 113–114.

8. E questi e tutti gli altri [sacerdoti] voglio temere, amare e onorare come miei signori.
9. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io discerno il Figlio di Dio e sono miei signori.
10. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo, che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri.
11. E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi.
12. E i santissimi nomi e le parole di lui scritte, dovunque le troverò in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano raccolte e collocate in luogo decoroso.

TOMMASO DA CELANO, MEMORIALE (COMUNEMENTE DETTO VITA SECONDA), 201: FF 789.

Un giorno volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero nel luogo più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedessero conservato con poco decoro.

giovedì 4 aprile 2013

Qualcuno finalmente parla!


Occhio, la liturgia non può essere povera, la sua ricchezza è simbolo di alterità e divinità

L’undicesimo volume dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger, quello sulla “Teologia della Liturgia”, riporta sul retro della copertina una neanche troppo velata dichiarazione: “Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della chiesa”. Questi primi giorni di pontificato (anzi, di episcopato?) di papa Francesco la rendono tremendamente attuale e ci impongono inevitabilmente una riflessione sul rapporto tra la povertà (e non il pauperismo) e la liturgia. Una riflessione che, non va sottovalutato, è tra una dimensione umana, la povertà, e quella divina, la liturgia. Già, perché è sfuggito, in questi anni di convulsioni post conciliari, la natura squisitamente divina della liturgia: un affacciarsi del Cielo sulla terra, la prefigurazione terrena della Gerusalemme che, pertanto, ne deve richiamare la maestà e la gloria. Nella liturgia, attualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo sulla croce, è Dio che incontra l’uomo: essa non è fatta dall’uomo – altrimenti sarebbe idolatria – ma è divina, come richiama anche il Concilio Vaticano II.
In questo quadro, assume, evidentemente, una notevole importanza anche il discorso relativo ai paramenti. Lo ha già sottolineato magistralmente Annalena Benini nelle sue “Nostalgie benedettine” sul Foglio del 23 marzo scorso: “Benedetto XVI si rivestiva di simboli e di tradizione mostrando a tutti che lui non apparteneva più a se stesso, né tantomeno al mondo”. Era di Cristo, era l’“alter Christus” quale è il sacerdote nella liturgia. Con il paramento egli non è più un uomo privato, ma “prepara” (parare) il posto a qualcun altro: e quel qualcun altro è il Re dell’Universo. Impoverire la maestosità del paramento significa, inevitabilmente, impoverire Cristo. Ed è proprio Gesù stesso ad aver separato il concetto di povertà personale da quella dell’istituzione chiesa. Lo fa nel vangelo di Giovanni, laddove accettò l’unzione di una donna di Betania: “Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Gv 12, 3-5). Innanzitutto, Egli giustifica il culto con oli costosi (e, guarda caso, Giovanni ricorda che è Giuda a lamentare lo spreco di danaro che, invece, avrebbe potuto essere destinato ai poveri) e, soprattutto, emerge l’esistenza di una cassa comune tra i dodici.
Torniamo alle origini? Allora si dovrà tornare ai drappi d’oro e porpora ritrovati nella tomba di Pietro. E’ evidente, dunque, che, non essendo il pauperismo un tratto distintivo della vita cultuale della chiesa, essa ci “trasmette ciò che ha ricevuto”, per usare un’affermazione dell’apostolo Paolo (1Cor 15, 3). Pio XII, emblema collettivo dell’opulenza liturgica, si dice che dormisse su tavole di legno nude e crude e seguisse modestissime diete. Ma in privato. L’ancoraggio liturgico alla tradizione fatta di mozzette, pianete e fanoni, è parziale manifestazione della Gerusalemme celeste, della liturgia degli angeli, come dice san Gregorio. Una tradizione fatta di canto gregoriano, che è incarnazione sonora della Parola di Dio, è garanzia di corretta risposta alla Parola stessa. Una tradizione fatta di una lingua sacra, il latino, immutabile nella quale ogni parola è già essa stessa teologia.
B-XVI, nella scuola di liturgia delle sue messe papali, ci ha insegnato magnificamente questo: ristabilire il primato della liturgia, fonte e culmine della vita della chiesa, e il primato di Cristo. “Non più io vivo, ma è Cristo che vive in me”, afferma san Paolo. Il sacerdote, coi paramenti, si “riveste” di Cristo (Gal 3, 27), dell’uomo nuovo (Ef 4, 24), per diventare per Cristo, con Cristo e in Cristo. Il Padre misericordioso, ci ha insegnato Joseph Ratzinger, dopo averlo abbracciato al suo ritorno, che è una risurrezione spirituale, ordina di andare a prendere “il vestito migliore” (Lc 15, 22).
E questo altro non è che l’applicazione di quel Concilio Vaticano II al quale molti si appellano per dimostrare il definitivo superamento dell’arte sacra della tradizione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (Sacrosanctum Concilium, 126) e precisa, inoltre, l’Ordinamento generale del Messale romano: “Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive più preziose” (n. 346).

di Mattia Rossi

Come non essere d'accordo?

Tragicomica francescanite
di Fabio Colagrande | 04 aprile 2013 
L'effetto «papolatria» è sotto gli occhi di tutti. Ma l'antidoto l'hanno indicato proprio Ratzinger e Bergoglio spostando i riflettori là dove c'è Cristo e non il Papa


"Ma, secondo te, mi metto il blazer blu o è meglio un maglioncino?". Tra i dipendenti vaticani serpeggia il nervosismo in occasione di una possibile, estemporanea, visita di Papa Francesco nel loro ufficio. Preso atto che il nuovo Papa ama improvvisare, rompendo i cerimoniali, preferisce incontrare le persone in modo informale e inaspettato, molti vagheggiano un incontro personale e vogliono subito fare buona impressione. "Forse è meglio il pullover, magari marroncino, fa più francescano". "Sì, magari con le toppe ai gomiti". "E, per carità, niente cravatta!".
Da quando poi si è sparsa la notizia che il Papa celebra Messa ogni mattina nella cappella della 'Casa Santa Marta', dove per il momento ha scelto di abitare, e invita varie categorie di lavoratori della Santa Sede, il desiderio di esserci furoreggia. E il fatto che Francesco abbia invitato subito netturbini e giardinieri ha spiazzato, ma non scoraggiato, dipendenti più illustri e stipendiati. Tutti vogliono essere in prima fila, scambiare uno sguardo di assenso e intesa con un Papa così amichevole e disponibile. Come a dire: "Santità io sto dalla sua parte. Al Conclave facevo il tifo per lei mica per quello di Milano...". Forse, all'udienza con i giornalisti in Aula Paolo VI alcuni autorevoli direttori di testate italiane e straniere ambivano ad essere ammessi al baciamano e sono arrossiti di stizza, o vergogna, quando, a sorpresa, i cerimonieri hanno invitato a salutare il Papa un semplice collega giornalista non vedente con il suo cane.
Insomma, soffia un vento impetuoso di 'papolatria' che ha, in parte, aspetti positivi, ma anche, e soprattutto, effetti rischiosi, se non tragicomici. Alle udienze ci si spintona per arrivare alle transenne, in posizione strategica, per poi, un attimo prima del passaggio della jeep papale, gettare con perfetta sincronia il proprio perplesso neonato tra le braccia dei gendarmi, affinché poi lo porgano al Santo Padre per l'agognato bacio o carezza. Ci sono genitori che fanno le prove del lancio del pupo a casa, provando la presa, calcolando distanze, angolo di espulsione e possibile velocità del mezzo papale. Pur di inserire su Facebook una propria foto con Papa Francesco i più audaci si danno da fare con 'Photoshop', addirittura sovrapponendo la propria faccina a quella del Papa emerito.
È d'obbligo aver letto almeno uno dei 34 istant-book, biografie-raccolte di discorsi del Papa argentino, appena pubblicati e citare le frasi di Bergoglio sui social network. Tanto l'impresa non è complessa perché l'80% sono testi realizzati con il copia-incolla, tanto per essere subitaneamente in libreria battendo i concorrenti. Tutti - tranne qualche coerente testardo - sono grandi appassionati delle periferie e dei poveri, dicevano da anni che le chiese devono essere sempre aperte, volevano da secoli una Chiesa povera, una liturgia essenziale, e sono, naturalmente, felici che le Messe non siano cantate e le omelie siano brevi. Impazzano anche gli esperti di tango e i tifosi della, finora sconosciuta, squadra argentina del S. Lorenzo. C'è persino chi, non senza qualche malcelato rossore, 'fa' l'album delle figurine di Papa Francesco. Mentre si moltiplicano minacciose le prime inquietanti canzoncine a lui dedicate.
Intendiamoci, questa smania porta con sé un rinnovato interesse per il ministero petrino che può condurre anche i più svagati sulle strade della conoscenza e, forse, del Vangelo. Ma sorprende la paradossalità di certi innamoramenti. Ratzingeriani duri e puri, sono improvvisamente esaltati Bergogliani; acerrimi anti-clericali, usi, fino a quindici giorni fa, ad agitare gli spauracchi di vatileaks o della pedofilia nel clero, sono ora francescanamente e inopinatamente rasserenati. Persino i più convinti progressisti, fanatici del Concilio, spesso dimenticano che, finora, il gesto più riformatore l'ha compiuto il predecessore di Francesco, con la sua rinuncia.
Insomma, pare smarrita ogni sobrietà e ogni giudizio sfumato, riflettuto. Anche se non è così. Si sa, infatti, che i contrasti e le discontinuità attirano la mente umana e fanno vendere i giornali. Ci sono però molti - credenti e non - che hanno opinioni più ragionate e fondate su Francesco e Benedetto XVI. Ma sono idee che fanno meno rumore, più sottili e interessanti. Chi, per passione o lavoro, ha avuto la possibilità di conoscere davvero questi due uomini di Chiesa non può che apprezzarne la preziosa complementarietà per la nuova evangelizzazione, al di là di ogni speculazione mediatica. Ma, soprattutto, scorge nella condanna decisa e primaria di ogni 'papolatria' il fondamento del loro magistero. Perché, ripetono entrambi, i riflettori devono essere puntati al centro. Dove c'è Cristo, e non il Papa. Non dimentichiamolo, mentre compriamo le figurine.

martedì 2 aprile 2013

non c'è due senza tre: un altro articolo di p. Scalese che sottoscrivo in pieno. Povero papa Benedetto!


Pontificati virtuali


Nei giorni scorsi mi ha scritto dalla Germania (l’ultimo post è stato ripreso dal Müsteraner Forum für Theologie und Kirche, per cui ha avuto una certa diffusione nei paesi di lingua tedesca) una signora che esprimeva il suo sconcerto per l’atteggiamento assunto dai media nei confronti del neo-eletto Papa Francesco: «Tutti a sperticarsi in elogi al nuovo Vescovo di Roma. Ma  dove erano in questi otto anni? Papa Benedetto è stato crocifisso dal primo all’ultimo giorno, salvo quando ha dato le dimissioni, allora si sono fatti sentire! Il perché di tanto entusiasmo è  dato dal fatto che il nuovo Vescovo indossa la croce di ferro, le scarpe nere, i pantaloni neri?». La signora mi chiedeva di spiegare tale diverso atteggiamento tenuto dai media nei confronti di Papa Benedetto e di Papa Francesco.

Me la sono cavata con una citazione evangelica: «Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti ... Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti» (Lc 6:22-23.26).

A parte il Vangelo, che rimane sempre valido, ho continuato a riflettere sulla domanda della signora: come si spiega che quei media, che per otto anni hanno continuato ad attaccare Ratzinger per qualsiasi motivo, oggi per qualsiasi motivo continuano a elogiare Bergoglio? Che esista una disparità di trattamento, è sotto gli occhi di tutti. Mercoledí scorso Raffaella, riferendosi al fatto che Papa Francesco nell’udienza generale aveva parlato solo in italiano, si era giustamente chiesta: «Che cosa sarebbe accaduto se Papa Benedetto, a partire dal 2005, avesse adottato lo stesso sistema? … Quando Benedetto XVI andò in Polonia (2006) fu aspramente criticato da un vaticanista perché aveva deciso di tenere discorsi ed omelie in italiano. Scrisse: “Ci si aspettava che prendesse lezioni di polacco”. Dopo il primo Messaggio Urbi et Orbi (Natale 2005) ci fu chi ironizzò perché il Santo Padre aveva salutato in sole 33 lingue, circa la metà del suo predecessore. Quando, negli anni successivi, Benedetto arrivò a battere tutti i record precedenti nessuno gli fece i complimenti». Staremo a vedere se domani sui giornali i vaticanisti avranno da ridire sul fatto che ieri Papa Francesco ha fatto gli auguri soltanto in italiano. Ho i miei dubbi; anzi sono sicuro che sarà un’ulteriore occasione per tessere le lodi del nuovo Pontefice, a cui piace la semplicità e il contatto immediato con le folle. Ci sarà anche qualcuno che darà una lettura teologica della novità, sostenendo che Papa Bergoglio si sente soprattutto Vescovo di Roma e pertanto usa la lingua che si parla a Roma (qualcuno dovrà poi spiegarmi perché si debba andare a cercare il Vescovo di Roma alla “fine del mondo”, e scomodare tanti Cardinali provenienti da ogni dove, quando si potrebbe fare tutto in casa, con tanti bravi preti a disposizione nella diocesi di Roma).

Non so se avete notato che, per i media, ogni gesto di Papa Francesco diventa un evento: abbraccia un bambino o un disabile, e sembra che sia la prima volta che questo avviene, quando gli ultimi Pontefici ci avevano abituato a gesti simili, senza che ormai nessuno ci facesse piú caso. Qualsiasi cosa dice, anche la piú banale, diventa un oracolo. L’altro giorno mi è capitato di sentire, non ricordo se alla radio o in TV: «Parole forti quelle di Papa Bergoglio: “Dobbiamo aiutarci gli uni gli altri”!». Non mi si fraintenda: non sto criticando Papa Francesco e non sto paragonando i suoi discorsi con quelli di Papa Benedetto. Ognuno si esprime a suo modo; c’è bisogno dellalectio magistralis, e c’è bisogno della semplice riflessione a braccio; ogni tipo di intervento può avere il suo valore, a seconda delle circostanze. Quel che mi dà noia sono le amplificazioni dei media.

Ho l’impressione che si stia creando un pontificato virtuale, in contrapposizione a un pontificato virtuale precedente, di segno opposto. Mi vado chiedendo in questi giorni: ma che fine hanno fatto tutti i gravissimi problemi che affliggevano la Chiesa durante il pontificato di Benedetto XVI, e che qualcuno pensa possano in qualche modo essere all’origine della sua rinuncia? Sono tre settimane che nessuno parla piú di pedofilia nella Chiesa; nessuno parla piú di Vatileaks e dei veleni della Curia Romana; nessuno parla piú dello IOR. Tutto risolto? È bastato eleggere il nuovo Papa per risolvere automaticamente tutti i problemi? Due son le cose: o era tutta una montatura mediatica allora, o è tutta una montatura mediatica adesso. Non è possibile che problemi che stavano facendo vacillare la Chiesa di punto in bianco scompaiano nel nulla. Si noti bene che, a parte le stupidaggini, finora non è stata fatta nessuna riforma; l’unica nomina che è stata fatta è quella del nuovo Arcivescovo di Buenos Aires; eppure tutto fila liscio come l’olio. Sembrerebbe che il problema fosse uno solo: Joseph Ratzinger.

Sinceramente faccio fatica a comprendere il motivo di tanta avversione. Certamente anche lui ha commesso degli errori (c’è qualcuno che ne è esente?). Personalmente ritengo che il suo maggior limite sia stata l’incapacità di scegliersi i collaboratori (basta vedere come il precedente conclave, formato da Cardinali nominati da Giovanni Paolo II, abbia preferito lui a Bergoglio; mentre questo conclave, composto in gran parte da Cardinali da lui creati, abbia eletto quello che era stato il suo “rivale”): Papa Ratzinger, che pure conosceva i meccanismi di Curia, si era circondato di carrieristi che, al momento opportuno, gli han voltato le spalle. Un’altra critica che gli si può muovere è che non è stato capace di realizzare le riforme che si era proposte: innanzi tutto la riforma della Curia Romana; poi la “riforma della riforma” in campo liturgico; infine la riconciliazione con i lefebvriani. Ma, d’altra parte, come avrebbe potuto realizzare tali riforme senza l’aiuto dei suoi collaboratori?

In ogni caso, queste o altre possibili critiche non giustificano l’avversione dei media nei confronti di Ratzinger. Ci deve essere qualche altro motivo che ci sfugge. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che il suo “peccato originale” fossero le origini tedesche. Non saprei: la Germania è stato forse il Paese dove lo si è maggiormente osteggiato. Forse la sua colpa principale è stata l’essere tradizionalista? Qualche anno fa avevo scritto un post dove sostenevo che Ratzinger fosse sempre rimasto fondamentalmente un “liberale”. Sinceramente si fa fatica a individuare il motivo reale per cui per otto anni (senza contare gli anni precedenti) i media si sono esercitati nel tiro al piattello contro Papa Benedetto.

Comunque, sono convinto che l’atteggiamento che i media hanno tenuto nei confronti di Ratzinger, da un momento all’altro potrebbero assumerlo anche nei confronti di Bergoglio. Fossi nei panni di Papa Francesco, non dormirei sonni tranquilli: mai fidarsi degli adulatori; di punto in bianco potrebbero rivoltarsi contro. Non so se vi siete accorti, ma sono già stati lanciati alcuni “avvertimenti” mafiosi: prima le accuse di aver sostenuto la dittatura militare, ora quelle di aver aderito alla “Guadia di Ferro” (senza parlare del film, del 2012, ma arrivato solo ora in Italia, Mea maxima culpa). Che poiIntrovigne o chi per lui dimostri l’inconsistenza di tali accuse, non serve a niente: nel momento in cui il New York Times decide di sferrare l’attacco, non c’è santo che tenga; può essere anche tutto falso, ma il semplice fatto che le stesse accuse rimbalzino da un giornale all’altro, le trasforma in “verità”. A quel punto anche la testimonianza dei Premi Nobel diventa superflua; ciò che conta è quanto dicono i media: una verità virtuale, come virtuale è il mondo in cui viviamo.Povero Papa 

domenica 31 marzo 2013

Buona Pasqua!


“L’uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto.
Dio ha introdotto la guarigione.
È entrato in persona nella storia.
Alla permanente fonte del male ha opposto una fonte di puro bene.
Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, oppone al fiume sporco del male un fiume di luce.”
(Papa Benedetto XVI)

lunedì 25 marzo 2013

Un altro post di P. Scalese che sottoscrivo parola per parola: Papa Francesco ha perso una bellissima occasione per ribadire il suo essere vescovo di Roma, servus servorum Dei, non celebrando l'eucaristia nella sua cattedrale il giovedì santo in coena Domini col suo presbiterio e i suoi poveri. Peccato!


DOMENICA 24 MARZO 2013

Relativismo nella Chiesa?


Fino a qualche anno fa mi sono occupato, in forma piú o meno diretta, di formazione all’interno del mio Ordine religioso. Quel che lamentavo sovente era la “molteplicità delle formazioni”: praticamente tanti erano i modi di formare, quanti erano i formatori. Nonostante ci fossero le Costituzioni, la Ratio institutionis, le delibere dei Capitoli generali, le tradizioni domestiche, di fatto ciascun novizio o studente veniva formato a seconda dei gusti personali del Padre Maestro che si ritrovava ad avere. Con quali conseguenze sull’unità della Congregazione, vi lascio immaginare. In tutte le riunioni dei formatori e nei Capitoli ho sempre insistito sulla necessità dell’unità della formazione e, devo riconoscere, delle delibere in tal senso sono state anche approvate; ma ho l’impressione che, nonostante le delibere, la situazione sia rimasta pressoché immutata.

Beh, quel che lamentavo riguardo alla formazione nel mio Ordine, in realtà costituisce un problema generale, che tocca ogni ambito, diffuso in tutta la Chiesa, soprattutto dopo il Vaticano II, col quale ciascuno si è sentito autorizzato a fare di testa propria. Non mi si fraintenda, non sto criticando il Concilio: accetto con convinzione tutte le riforme da esso promosse e successivamente realizzate; sono riforme che si rendevano necessarie per il mutamento dei tempi. Negli anni dopo il Concilio i Papi e i Dicasteri della Curia Romana hanno fatto un enorme sforzo di aggiornamento in tutti i settori, lasciando talora spazio anche alla possibilità di ulteriori adattamenti alle situazioni locali, ma sempre entro i limiti previsti dalle nuove normative. Il problema è che spesso tali normative sono state completamente ignorate dalla “base”, la quale anzi riteneva che, col Concilio, si era fatta piazza pulita di ogni legalismo e che unico criterio di azione fosse ormai l’attenzione al soffio dello Spirito, solitamente coincidente — guarda caso — con i propri gusti personali.

Perché, direte voi, questa lunga introduzione? Dove vuole arrivare Padre Scalese? È la riflessione che mi è venuta in mente quando, l’altro giorno, ho letto una notizia che mi ha lasciato alquanto perplesso: il Papa, il giovedí santo, celebrerà la Messa in Cena Domininel carcere minorile di Casal del Marmo. Beh, dove sta il problema? Non è un bellissimo gesto quello deciso da Papa Bergoglio? “Visitare i carcerati” non è forse una delle opere di misericordia corporale? Il Papa non può decidere liberamente dove celebrare la Messa del giovedí santo?

Vorrei cominciare col rispondere a quest’ultima domanda, perché credo che da una corretta risposta ad essa dipenda tutto il resto. È vero che il Papa può decidere quel che vuole: egli è il legislatore supremo. Ma può decidere, appunto, legiferando. Se esiste una legge che a lui non piace, può cambiarla; ma, se una legge esistente, fatta da lui o da uno dei suoi predecessori, lui non la cambia, non mi sembra opportuno che la disattenda. Non sono un canonista, ma non mi pare che al Papa possa applicarsi il principio “Princeps legibus solutus”: non sarebbe molto corretto nei confronti di quanti quelle leggi sono tenuti a osservarle. Questo, come principio generale.

Nel caso presente, non si tratta propriamente di leggi, ma di indicazioni pastorali, che comunque hanno, a mio parere, un valore piuttosto vincolante. Una trentina d’anni fa fu pubblicato ilCæremoniale Episcoporum, che non credo fosse destinato soltanto ai cerimonieri delle cattedrali, ma innanzi tutto ai Vescovi stessi. Faccio notare che non mi riferisco al Cerimoniale del 1600, ma a quello del 1984, “ex decreto Sacrosancti Œcumenici Concilii Vaticani II instauratum, auctoritate Ioannis Pauli PP. II promulgatum”. Ebbene, che cosa si dice nel suddetto Cerimoniale a proposito dei riti del Triduo pasquale?

«Tenendo quindi presenti la particolare dignità di questi giorni e la grande importanza spirituale e pastorale di queste celebrazioni nella vita della Chiesa, è sommamente conveniente che il Vescovo presieda nella sua chiesa cattedrale la Messa nella Cena del Signore, l’azione liturgica del venerdí santo “nella passione del Signore”, e la veglia pasquale, soprattutto se in essa si devono celebrare i sacramenti della iniziazione cristiana» (n. 296).

E, specificamente a proposito del giovedí santo, il Cerimonialeprosegue:

«Il Vescovo, anche se ha già celebrato al mattino la Messa del crisma, abbia ugualmente a cuore di celebrare anche la Messa della Cena del Signore con la piena partecipazione di presbiteri, diaconi, ministri e fedeli intorno a sé» (n. 298).

Non si tratta di norme tassative, ma di indicazioni in ogni caso pressanti, dalle quali, a mio parere, solo per gravissime ragioni ci si potrebbe discostare. Ma, a quanto è stato riferito, Papa Francesco non fa altro che continuare un’abitudine che aveva quando era Arcivescovo di Buenos Aires (il che lascia presumere che intenda ripetere il gesto ogni anno). È chiaro che il problema non sorge solo ora che Bergoglio è diventato Papa, ma esisteva già quando era Arcivescovo. Posso supporre il ragionamento che avrà fatto: “Ho già celebrato questa mattina la Messa del crisma con tutto il mio clero; questa sera la Messa in Cena Domini sarà celebrata nelle diverse parrocchie; con chi celebro io in cattedrale? Magari non ci saranno neppure i seminaristi perché mandati ad aiutare nelle rispettive parrocchie. Quindi me ne vado a celebrar Messa ai carcerati (o agli ammalati o agli anziani) e cosí faccio anche un’opera di misericordia”. Un ragionamento abbastanza comprensibile, addirittura encomiabile, ma che rischia di “smontare” tutto d’un tratto quanto il Concilio aveva autorevolmente dichiarato:

«Il Vescovo deve essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge: da lui deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo. Perciò tutti devono dare la piú grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno al Vescovo, principalmente nella chiesa cattedrale, convinti che c’è una speciale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il Vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri» (Sacrosanctum Concilium, n. 41).

Un testo che viene ripreso dal Cerimoniale, che aggiunge:

«Dunque le sacre celebrazioni presiedute dal Vescovo, manifestano il mistero della Chiesa a cui è presente Cristo; perciò non sono un semplice apparato di cerimonie … In tempi determinati e nei giorni piú importanti dell’anno liturgico si preveda questa piena manifestazione della Chiesa particolare a cui siano invitati il popolo proveniente dalle diverse parti della diocesi e, per quanto sarà possibile, i presbiteri» (nn. 12-13).

«La principale manifestazione della Chiesa locale si ha quando il Vescovo, come grande sacerdote del suo gregge, celebra l’Eucaristia soprattutto nella chiesa cattedrale, circondato dal suo presbiterio e dai ministri, con la partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio. – Questa Messa, chiamata stazionale, manifesta l’unità della Chiesa locale e la diversità dei ministeri attorno al Vescovo e alla sacra Eucaristia. – Quindi ad essa siano convocati quanti piú fedeli è possibile, i presbiteri concelebrino con il Vescovo, i diaconi prestino il loro servizio, gli accoliti e i lettori esercitino le loro funzioni» (n. 119).

«Questa forma di Messa sia osservata soprattutto nelle maggiori solennità dell’anno liturgico, quando il Vescovo confeziona il sacro crisma e nella Messa vespertina in Cena Domini, nelle celebrazioni del santo fondatore della Chiesa locale o del patrono della diocesi, nel giorno anniversario dell’ordinazione del Vescovo, nelle grandi assemblee del popolo cristiano, nella visita pastorale» (n. 120).

Nel comunicato con cui si informa della decisione di Papa Francesco, si aggiunge: «Com’è noto, la Messa della Cena del Signore è caratterizzata dall’annuncio del comandamento dell’amore e dal gesto della lavanda dei piedi» (21 marzo 2013). Anche in questo caso il Cerimoniale dei Vescovi appare piú completo e preciso:

«Con questa Messa dunque si fa memoria della istituzione dell’Eucaristia, o memoriale della Pasqua del Signore, con la quale si rende perennemente presente tra di noi, sotto i segni del sacramento, il sacrificio della nuova alleanza; si fa ugualmente memoria della istituzione del sacerdozio, con il quale si rende presente nel mondo la missione e il sacrificio di Cristo; infine si fa memoria dell’amore con cui il Signore ci ha amati fino alla morte. Il Vescovo si preoccupi di proporre opportunamente ai fedeli tutte queste verità mediante il ministero della parola, affinché possano penetrare piú profondamente con la loro pietà in cosí grandi misteri e possano viverli piú intensamente nella vita concreta» (n. 297).

La lavanda dei piedi è certamente un momento significativo della celebrazione del giovedí santo, ma sarebbe un errore considerarlo il suo elemento essenziale. Tanto è vero che non è un rito obbligatorio: esso viene compiuto solo «dove motivi pastorali lo consigliano» (n. 301). Purtroppo, negli ultimi anni, in diversi luoghi, esso è stato caricato di significati che esorbitano dal suo valore originario.

Qualcuno dirà che sto facendo di un’inezia una montagna; qualcuno mi accuserà di pignoleria, se non addirittura di rubricismo o di legalismo; qualcuno sicuramente scomoderà anche i farisei, che accusavano Gesú di non osservare la legge quando guariva di sabato; qualcuno dirà che voglio insegnare il mestiere al Papa. Ciascuno dica quel che vuole. Nessuno però può impedirmi di pensare che certe decisioni, apparentemente innocue, potrebbero avere conseguenze devastanti:
a) innanzi tutto, disattendendo le norme esistenti, anche quelle che potrebbero apparire secondarie, si rischia di mettere in discussione alcuni valori fondamentali, che il Concilio ha rimesso in luce e ha voluto che divenissero patrimonio comune della Chiesa;
b) in secondo luogo, potrebbe passare l’idea che le norme ci sono, sí, ma non è poi cosí importante rispettarle: se il Papa ritiene possibile trascurarle, significa che non sono poi cosí importanti; e se lo fa lui, perché non potrei fare io altrettanto?;
c) inoltre si potrebbe dare l’impressione che non esista alcuna norma oggettiva e stabile, valida per tutti e per sempre, ma che tutto dipenda esclusivamente dalla discrezionalità del responsabile di turno;
d) infine c’è il rischio che il relativismo, tanto osteggiato a parole nella società, diventi di fatto la norma suprema anche all’interno della Chiesa.

lunedì 18 marzo 2013

Un post di Padre scalese che io sottoscrivo dalla prima all'ultima parola


Forse qualcuno dei miei lettori stava già pensando che fossi tornato in letargo. In effetti, “una rondine non fa primavera”, ma in questo caso il mio silenzio è stato causato semplicemente da mancanza di tempo materiale. D’altronde, dopo una inattività di quasi due anni, non è facile tornare a scrivere con regolarità.
Qualcuno mi ha chiesto di dire qualcosa a proposito dell’elezione del nuovo Papa. Beh, sarei ipocrita se dicessi di aver sprizzato gioia nel momento in cui il Card. Tauran ha dato l’annuncio. Personalmente avrei preferito il Card. Scola, che stimo, o il Card. Tagle, che conosco. Sentire che era stato eletto il Card. Bergoglio è stata sicuramente una sorpresa. Talvolta le sorprese possono essere accolte gioiosamente (ed è ciò che è avvenuto per la maggior parte dei fedeli). Nel mio caso questo non è avvenuto, non perché avessi qualcosa contro il Card. Bergoglio, che non conoscevo, ma semplicemente perché condizionato da ciò che si era detto sul suo conto, a proposito del precedente conclave: sarebbe stato lui il candidato del partito anti-Ratzinger, quello per intenderci guidato dal Card. Martini. Ebbene, il fatto di sapere che era stato eletto appunto l’«anti-Ratzinger» mi ha dato lí per lí l’impressione di una deliberata scelta polemica dei Cardinali contro il precedente Pontefice. È vero che questa impressione è stata immediatamente smentita dallo stesso neo-eletto; però è altrettanto vero che tutta una serie di piccoli dettagli, astutamente amplificati dai media, sembravano confermare quella prima impressione: il rifiuto di un certo abbigliamento, il ritorno a una liturgia pre-benedettiana, ecc.

In questi casi, però, è bene non lasciarsi condizionare troppo dalle prime impressioni, dalle reazioni istintive, e cercare di riflettere e considerare le cose con una certa razionalità. Innanzi tutto, è bene non farsi condizionare dai media, che ci presentano solo certi aspetti, e lo fanno unicamente per provocare in noi determinate reazioni. Che senso ha, per esempio, insistere nel mostrarci le scarpe nere del Papa, se non per convogliare il messaggio: Benedetto XVI usava scarpe Prada e quindi era antievangelico; Francesco, al contrario, è un Papa realmente povero. Non so se avete notato come si siano volutamente messe in giro frasi, attribuite al neo-eletto Pontefice (se vere o false sinceramente non saprei), che hanno rallegrato molti, ma hanno ferito altri: Papa Bergoglio avrebbe detto a Mons. Marini, che lo stata aiutando a vestirsi, a proposito della mozzetta: «Questa se la metta lei! È finito il tempo delle carnevalate!»; l’indomani, a Santa Maria Maggiore, visto il Card. Law, Arciprete emerito della basilica, avrebbe intimato: «Allontanatelo dalla basilica!». Non credo che, cosí facendo, si renda un buon servizio al nuovo Papa.
In secondo luogo, dobbiamo liberarci dai nostri pregiudizi. Non possiamo giudicare le persone dopo pochi minuti che le abbiamo incontrate: diamo loro almeno il tempo di presentarsi e farsi conoscere. Di per sé non dovremmo mai giudicare nessuno, ma se proprio smaniamo dal farlo, aspettiamo almeno che uno incominci ad agire, e poi giudichiamo il suo operato (mai le sue intenzioni!). Questo in qualsiasi senso: sia in bene che in male. Certe esaltazioni acritiche sarebbe meglio lasciarle da parte: a Papa Francesco piace uno stile informale? Benissimo, ha tutto il diritto di usarlo (anche perché è caratteristico di certi paesi); ma non si parli di una svolta nella storia della Chiesa, quasi che basti saldare il conto in albergo per salvare la Chiesa. Ben venga la semplicità, se questa aiuterà qualcuno a riaccostarsi alla Chiesa. Ma, per favore, non identifichiamo automaticamente lo stile informale con l’umiltà. Si può essere umili anche sottomettendosi a un cerimoniere che ti mette indosso una mozzetta di velluto con l’ermellino. Lasciatemi, per un attimo, mettermi sullo stesso piano di certi acuti “osservatori”: l’attuale Pontefice, sotto la semplice talare bianca, ha sempre fatto uso finora della camicia con i polsini e i gemelli; Papa Ratzinger, sotto la talare bianca, il rocchetto e la mozzetta, spesso indossava una semplice maglia con le maniche lunghe.
Un aspetto che ha mandato in visibilio le folle è stata la scelta del nome. Certo, il Santo Padre può scegliere il nome che vuole. Non si può accusarlo di aver rotto con la tradizione: gli ultimi Papi hanno tutti scelto un nome piú o meno originale: Roncalli ha scelto un nome che non si usava piú dal Trecento; Montini, dal Seicento; Luciani ha addirittura adottato un doppio nome (cosa mai avvenuta prima nella storia della Chiesa); quindi, liberissimo Bergoglio di scegliere il nome di Francesco. È chiaro però che ogni nome è un programma; lo stesso Bergoglio lo ha spiegato ieri ai giornalisti: “Francesco”, significa povertà, pace, amore alla natura. Un programma condivisibilissimo, a patto che non si trasformi in ideologia: pauperismo, pacifismo, ecologismo. Spero di cuore che il nuovo Papa incarni il vero San Francesco, non il surrogato che ci viene solitamente proposto dai media (e spesso dagli stessi Francescani). Personalmente, di San Francesco io sottolineerei soprattutto la vocazione: «Va’ e ripara la mia Chiesa!».
Naturalmente, come non mi piacciono i facili entusiasmi, ancor meno mi piacciono le stroncature senza appello, da una parte e dall’altra. Mi hanno dato estremamente noia (ma non mi hanno meravigliato piú di tanto) i tentativi di coinvolgere Bergoglio con la dittatura militare del Generale Videla, come pure la ridicola accusa di misoginia («Le donne non sono fatte per governare!»). D’altra parte, mi lasciano di stucco le reazioni scomposte di alcuni tradizionalisti: dopo aver per anni accusato i fratelli di fede di disobbedienza al Papa, perché non si adeguavano al suo stile celebrativo, tutto d’un tratto, non appena il Papa è cambiato, hanno incominciato a offendere il nuovo Pontefice, basandosi esclusivamente su quegli elementi esteriori intenzionalmente sottolineati dai media, proprio per mettere in evidenza la discontinuità dell’attuale pontificato con quello precedente.
Certo, una qualche discontinuità nelle forme e nello stile esteriore non può essere negata; ma ciò significa reale rottura di Francesco I con Benedetto XVI e con la tradizione della Chiesa? Diciamo la verità, almeno per il momento, tutto si riduce a questioni piuttosto marginali, come il modo di abbigliarsi o di celebrare. Quanto al primo aspetto, abbiamo già detto; quanto al secondo, non credo proprio che Papa Francesco voglia distruggere la liturgia. Bisogna tener conto che è un gesuita; e chi conosce anche solo un po’ i gesuiti sa che non sono dei grandi liturgisti, non per partito preso, ma per formazione, direi per costituzione. Si direbbe che per loro il movimento liturgico e il Vaticano II non siano mai esistiti; fondamentalmente, essi sono rimasti sempre un po’ tridentini. Del resto, basta prendere gli Esercizi spirituali per rendersene conto: sembrerebbe che per Sant’Ignazio l’esame di coscienza fosse piú importante della partecipazione alla Messa. Se si voleva un Papa liturgista, allora bisognava eleggere un benedettino, non certo un gesuita. I gesuiti sono molto piú attenti alla spiritualità che non alla liturgia: essi sono dei veri “contemplativi nell’azione”, per cui possiamo aspettarci da Papa Bergoglio un grande aiuto per la nostra vita spirituale.
Sono convinto che Papa Francesco riserverà a tutti delle belle sorprese (certo non quelle anticipate dai media). Quando furono eletti Giovanni Paolo II e Benedetto XVI provai una grande gioia e nutrivo grandi attese, che però in qualche caso furono successivamente deluse. Questa volta, come detto, all’Habemus Papam non ho sperimentato lo stesso entusiasmo; spero quindi che le soddisfazioni vengano in seguito. Ma, in fondo, anche se non venissero, non cambierebbe nulla: un Papa non viene eletto per soddisfare le nostre attese, ma per confermarci nella fede e servire la Chiesa. In questo momento non ci viene chiesto né di osannare il Papa né di criticarlo; ci viene chiesto semplicemente di sottometterci a lui («Subesse Romano Pontifici … omnino esse de necessitate salutis», Bonifacio VIII, bolla Unam sanctam), di pregare per lui e di «rimanere in perfetta tranquillità … [tenendo] presente che solo Gesú Cristo governa la sua Chiesa» (Rosmini, Massime di perfezione cristiana, III massima).
Anche un eventuale scarso feeling con il nuovo Pontefice potrebbe avere effetti tutto sommato benefici, perché ci costringerebbe a non fermarci alla sua persona, ma ad andare oltre, a colui che egli rappresenta; ci costringerebbe a distinguere fra la persona e l’ufficio che essa ricopre. Può essere utile ricordare in proposito quanto si racconta di Don Bosco; sembrerebbe che si riferisca ai nostri giorni:
A Torino giungevano le notizie di Roma ed anche qui continuavano ad ogni occasione le grida frenetiche, ostinate di “Viva Pio IX!”. Mons. Fransoni [Arcivescovo di Torino] però aveva compreso tra i primi che sotto quelle esagerate espressioni di entusiasmo si celava l’artificio delle sette, e sollecitato dal Papa a muovere i fedeli in aiuto degli Irlandesi che lottavano contro la fame, il 7 giugno 1847 scriveva in una sua lettera pastorale: «Quella essere un mezzo assai acconcio di mostrare ossequio al Pontefice, e perciò averglisi a dar plauso. Non come quei tali che applaudono a Pio IX, non per quello che è, ma per quello che vorrebbero Egli fosse. Doversi ancora riflettere, che non il battere fragoroso di palma a palma, né l’incomposto acclamar tumultuoso, sono gli applausi che possono a Lui tornar graditi, bensí l’ascoltarne docilmente gli avvisi, e il pronto eseguirne, non che i comandi, gli inviti». Don Bosco non la pensava diversamente dal suo Arcivescovo. Naturalmente anche all’Oratorio era un gridare a tutta gola di viva e di osanna al gran Pontefice; tanto piú che Don Bosco parlava sempre del Papa colla massima stima; ripeteva frequentemente essere necessario di stare uniti al Papa perché egli era quell’anello che unisce i fedeli a Dio, e preconizzava fatali cadute e castighi a quelli che presumevano osteggiare o censurare anche menomamente la Santa Sede; e tanto era l’amore che sapeva infondere verso di questa ne’ suoi giovani, che sentivansi disposti ad esserle sempre obbedienti e fedeli e a difenderla anche a costo della vita. I giovani adunque ripetevano: “Evviva Pio IX!”; ma con meraviglia intesero Don Bosco che cercava di cambiar loro le parole in bocca: «Non gridate “Viva Pio IX!”, ma “Viva il Papa!”». «Ma perché, gli domandarono, Ella vuole che gridiamo “Viva il Papa!”? Pio IX non è appunto il Papa?». «Avete ragione, replicava Don Bosco: ma voi non vedete piú in là del senso naturale; vi è certa gente che vuol separare il Sovrano di Roma dal Pontefice, l’uomo dalla sua divina dignità. Si loda la persona, ma non veggo che si voglia prestar riverenza alla dignità di cui è rivestita. Dunque, se vogliamo metterci al sicuro, gridiamo “Viva il Papa!”». E tutti i giovani ripetevano: “Viva il Papa!” (Memorie biografiche, vol. III, cap. 21).

venerdì 15 marzo 2013

Ma ora guardiamo al futuro senza dimenticare il passato!

Felice di aver sbagliato la mia previsione.
Pur sapendo che il suo nome circolava, avevo scartato il suo nome per due motivi: primo, per la sua età, perché credevo che i cardinali si stavano orientando verso uno più giovane; secondo, perché sapevo che il suo nome era già uscito per il conclave che poi elesse Ratzinger e credevo che la storia non avrebbe concesso un bis!
Però sono contenti della sorpresa che lo Spirito Santo ci ha fatto: è la prova che la Chiesa ha una capacità di rinnovamento e il coraggio di osare vie nuove, che magari li avessero quelli che si barcamenano nelle istituzioni civili!!!

Resta però il ritratto delineato che gli si confà in pieno: per ortodossia, per capacità di governo, per fermezza e coraggio, per pastoralità.

Conferma quello che la Chiesa è da sempre: per usare l'immagine della collocazione "politica", la Chiesa è di destra per quanto riguarda la salvaguardia della Tradizione della fede, ma è di sinistra per quanto riguarda la dottrina sociale e l'amore preferenziale per i poveri.
Chi dalla scelta di uno stile umile volesse inferire una "modernizzazione" nel senso di una apertura ad aborto, eugenetica, eutanasia, matrimonio omossesuali.... si sbaglia e di grosso!
E tutto nella continuità con il pontificato precedente: lo si nota dall'accento messo sul fatto che se la Chiesa si dimentica di Cristo si riduce ad una istituzione filantropica, ad una ONG e neppure di alta qualità! Stesso concetto e stesse parole usati più di una volta da papa Benedetto.

Una nota ecumenica per finire: lui è stato anche ordinario in Argentina per tutti gli orientali senza eparca proprio e perciò conosce benissimo il problema ecumenico, così come è stato molto vicino agli ebrei (in Argentina c'è una presenza molto grossa di comunità ebraiche). Il fatto che si sia presentato come vescovo di Roma, di quella Roma che - citando sant'Ignazio di Antiochia - ha ricordato essere essa stessa colei che presiede nella carità  a tutte le Chiese, insieme al fatto di essersi riferito sempre a se stesso come a vescovo di Roma senza mai pronunciare la parola "papa" è gesto ecumenico che non mancherà di dare presto i suoi frutti.
E sono questi i segnali che fedeli (e certa stampa) dovrebbero cogliere, più che i falsi segnali di croci più o meno dorate o di macchine più o meno lussuose.
La vera riforma della Chiesa e della Curia ha bisogno di ben altro e sarà fatta davvero - ne siamo convinti - su cose più sostanziali che non quelle che riguardano l'estetica.
Altrimenti si correrà il rischio di far apparire Benedetto XVI come un papa amante del potere e del lusso: cosa che sappiamo tutti non essere assolutamente vero, proprio per lo stile sobrio della sua vita povero e umile sia prima che dopo l'elezione a papa.
La rivoluzione non è la mancanza di mozzetta(che io filialmente avrei consigliato al papa di mantenere proprio per evitare di indicare alla stampa e ai meno accorti un falso indirizzo di rifporma: la mozzetta è un abito corale che usano tutti da canonici in su fino al papa al di là della foggia e perciò non è un tipico segno del potere papale!): la rivoluzione è la preghiera corale del popolo di Dio che lui stesso ha sollecitato ricordando che un vescovo ha senso solo se riconosce il sensus fidei presente nella Chiesa come sensus fidelium, se ricorda a se stesso di essere servo di quel popolo ( e il papa servus servorum Dei!).
Un gesto profetico che ogni vescovo dovrebbe assimilare ed imitare!
Questo ci fa ben sperare e di tutto ciò siamo grati al Signore: è vero, la Chiesa è sua, è viva e forse quel gabbiano, l'uccello dei mari aperti e grande simbolo di libertà, sul comignolo della Sistina l'ha mandato proprio lui, per ricordarci di prendere il largo, di non temere il mare aperto, di affidarci con fede a colui che ci apre nuovi spazi di  libertà.

martedì 12 marzo 2013

Il "mio" Benedetto XVI (terza parte)

Partecipai a Roma ai funerali di Giovanni Paolo II con grande commozione e Ratzinger che presiedeva il rito funebre pronunciò una mirabile omelia che si sentiva fosse uscita dal cuore e per niente formale.
Mi sorprese il clima di rispetto e di attenzione nei suoi riguardi da parte di tutti gli altri.
Tornato a casa seguii con attenzione i novendiali e le congregazioni preparatorie condotte dal Decano Ratzinger con una delicatezza che tutti gli riconosceranno.
Confesso che, conoscendo la falsa immagine che di lui girava nell'ambiente ecclesiale, in principio non pensai affatto che potesse avere chance come candidato al papato.
La coincidenza con la data del mio compleanno fece sì che come al solito avessi già progettato la mia permanenza a Roma e così arrivai proprio in tempo per partecipare in san Pietro alla Missa pro eligendo in cui Ratzinger fece una memorabile e coraggiosa omelia: lì c'era tutto se stesso e l'indicazione della rotta futura per la Chiesa. Non fece giri di parole, al punto che un signore vicino a me esclamò: "ma così si sta giocando il papato: se aveva qualche possibilità ora l'ha persa del tutto, nessuno lo voterà per quello che ha detto".
"no - risposi io - questo dimostra la sua correttezza e la sua onestà intellettuale. E soprattutto il fatto che non tiene al potere. Neanch'io prima pensavo a Ratzinger come papa: dopo questa omelia sono sicuro che, se i cardinali sono altrettanto seri, il papa sarà lui". Ma non riuscii a far superare al mio vicino il suo scetticismo.
Da allora decisi di pregare per lui. Rimasi nella cappella del santissimo sacramento fino a quando non cominciò il rito dell'ingresso in conclave che seguii dagli schermi in piazza. Mi piazzai in un angolo, guardavo lo schermo pregavo e non mi mossi da là se non per andare a dormire.
L'indomani feci scorta di panini, acqua e giornali e mi piazzai sotto la statua di San Paolo. Aspettando le fumate. La lunga attesa si riempì di incontri con vescovi, sacerdoti, suore e gente semplice che venivano lì a pregare. La piazza sembrava una chiesa a cielo aperto. Rimasi lì tutto il giorno, anche a pranzo, dopo la fumata grigia... Nel pomeriggio si sedette accanto a me una giovane signora: parlava con entusiasmo del Cardinale Ratzinger, quando le dissi che condividevo la sua stima, mi invitò a dire il rosario con lei per lui. Appena il tempo di finire che viene fuori la fumata bianca. Colse così di sorpresa che non partivano le campane e da dove eravamo noi seguimmo le telefonate e i gesti dei cerimonieri che dovettero far capire che il papa era stato eletto! Neanche prima di fare esami ho trepidato così tanto: i minuti sembravano interminabili... Poi l'annuncio: al "Josephum" sudai freddo e poi capii solo che la signora saltava e mi abbracciava (poi scoprii la sera chi era, intervistata in una tv a proposito della sua amicizia con Ratzinger!!!).
Chi mi conosce sa che sono un tipo compassato e riservato e che non sa mettere fuori i propri sentimenti facilmente. Invece per la prima volta in vita mia mi trovai coi piedi sulla sedia a gridare a squarciagola la mia gioia e a piangere e ridere contemporaneamente: mi meravigliavo io stesso della mia reazione! Che non fu di tutti: al sentire il suo nome due giovani tedeschi dissero "NOOO" e scapparono via di corsa come inseguiti da un cane rabbioso facendosi largo tra la folla che cominciava ad arrivare.
Quando Benedetto si affacciò notai i polsini del maglione nero sotto la talare bianca: dissi che fino alla fine ha sperato di non essere eletto, altrimenti si sarebbe preparato i gemelli! Ma l'umiltà è stata la nota dominante di tutta la sua vita: se ne è andato con lo stesso vecchio orologio col cinturino di cuoio che portava quando è stato eletto!

lunedì 11 marzo 2013

Sarà Gregorio Papa?


Frate AR che modera il blog "Cantuale Antonianum" aveva proposto per il nuovo papa il nome di Gregorio.
Poi i cardinali hanno scelto la data del 12 marzo.
Ed è singolare la coincidenza: il 12 marzo è la data della morte del grande San Gregorio Magno, il papa della riforma della Chiesa, del canto che da lui prende il nome...
Ecco come il martirologio romano lo presenta:
<<Memoria di san Gregorio Magno, papa e dottore della Chiesa: dopo avere intrapreso la vita monastica, svolse l’incarico di legato apostolico a Costantinopoli; eletto poi in questo giorno alla Sede Romana, sistemò le questioni terrene e come servo dei servi si prese cura di quelle sacre. Si mostrò vero pastore nel governare la Chiesa, nel soccorrere in ogni modo i bisognosi, nel favorire la vita monastica e nel consolidare e propagare ovunque la fede, scrivendo a tal fine celebri libri di morale e di pastorale. Morì il 12 marzo.
(12 marzo: A Roma presso san Pietro, deposizione di san Gregorio I, papa, detto Magno, la cui memoria si celebra il 3 settembre, giorno della sua ordinazione)>>.
Frate AR può essere felice.
Ma sarà e saremo ancor più felici tutti se il nuovo papa sarà davvero Gregorio.
Magari anche nel nome.
Ma speriamo, al di là del nome, che sia un Gregorio di fatto: santità di vita, solidità di dottrina, vero Liturgo del popolo cristiano, riformatore dei costumi corrotti della Chiesa, annunciatore di Cristo povero al mondo.

Oremus pro eligendo pontifice: Veni Creator Spiritus, Veni Sancte Spiritus!

domenica 10 marzo 2013

PER COMPRENDERE LA RINUNCIA DI PAPA BENEDETTO XVI AL MINISTERO PETRINO



Non si riuscirà a comprendere a pieno la portata profetica del gesto di Papa Benedetto, se non si parte dalla comprensione fondamentale di cosa sia realmente il papa e il papato.
Il papa niente altro è che il Vescovo della diocesi di Roma. Una diocesi sui generis perché è la sede di Pietro, creato primo tra gli Apostoli da Cristo e pertanto, nella tradizione della Chiesa, chi succede a Pietro nella cattedra episcopale di Roma eredita anche il suo munus particolare, non solo di guida della diocesi di Roma ma di guida e centro visibile della comunione di tutta la chiesa cattolica. In pratica la Chiesa qui sulla terra è costituita dalla diocesi di Roma e da tutte le diocesi in comunione con essa, così che il vescovo di Roma, successore di Pietro, e i tutti i vescovi, successori degli apostoli, in comunione con lui ripresentino il primitivo collegio di Pietro con gli Apostoli, e perciò come Pietro fu capo degli apostoli, così il papa è il capo del collegio dei vescovi.
Il fatto che il papa sia vescovo di Roma è ancora indicato dal fatto che la sua elezione sia riservata ai cardinali. Chi sono questi? Idealmente questi costituiscono il clero della diocesi di Roma, cui da sempre è spettato il diritto di eleggersi il suo vescovo. Un tempo erano effettivamente i diaconi, i parroci e i vescovi delle città vicine (suburbicarie) a Roma, adesso il titolo di cardinale-diacono è dato ai capi dicastero della Curia, quello di cardinale-presbitero ai vescovi delle città più importanti del mondo (ad esempio il Cardinale di Palermo ha il titolo di Santa Maria Odegitria dei Siciliani), quello di cardinale-vescovo alle più alte cariche della Curia. Inoltre al collegio cardinalizio sono aggiunti i patriarchi delle antiche chiese orientali: questo fa sì che da un lato sia mantenuta la tradizione antica della elezione del papa dal clero di Roma e dall’altro assicura che la sua figura sia veramente espressione della chiesa universale.
Il romano pontefice è quindi un vescovo: la sacramentalità è connessa all’episcopato e non tanto al ministero petrino in sé, perciò, sacramentalmente parlando, la dignità del vescovo di Roma è pari alla dignità di un qualsiasi vescovo della Chiesa di Cristo. In questo senso, come successore di un apostolo, è costituito vicario di Cristo, così come qualsiasi altro vescovo, giacchè è il collegio apostolico nel suo insieme ad essere vicario di Cristo. Che questo titolo sia rimasto nell’uso frequente al papa, non ci deve ingannare sul suo significato teologico, così come lo stesso titolo di papa, che significa “padre”, di per sé è un residuato di un titolo greco che fino ad oggi è dato (papàs) ad ogni prete, e finanche il titolo di “santità” nella chiesa antica era un titolo con cui ci si salutava scambievolmente tra cristiani. Rimanere legati ai titoli, ma decontestualizzati, potrebbe portarci ad una comprensione sbagliata del ministero petrino.
Quindi il papato non è un sacramento, così come il cardinalato non è un sacramento: il sacramento dell’ordine ha solo tre gradi, episcopato, presbiterato e diaconato.
Diversa è invece la considerazione da fare per quanto riguarda la giurisdizione, cioè la capacità di esercitare una auctoritas, una potestas regiminis nella Chiesa. Il sacramento è alla base (che comporta il munus docendi e il munus sanctificandi ma non il munus regendi), per cui non si può esercitare una vera potestas ecclesiastica senza essere ordinati, ma la potestas non risiede nel sacramento dell’ordine. Per l’ininterrotta tradizione della Chiesa, il papa appena accettata la sua elezione, riceve la potestà di governare la diocesi di Roma e la potestà di governare tutta la Chiesa col ministero petrino, direttamente da Dio e sarà da lui che ogni vescovo riceverà la potestà di governare la sua diocesi particolare, ma solo la sua diocesi e basta. Invece il munus docendi e sanctificandi, come qualsiasi altro vescovo, li riceve con la sua consacrazione episcopale: ecco perché il canone prescrive che se l’eletto papa non è vescovo deve essere immediatamente ordinato vescovo prima di compiere qualsiasi altro atto.
Perciò, dato che la sua potestas è ricevuta da Dio all’atto dell’elezione, il papa può anche rinunciare all’esercizio di questo ministero rimettendolo nelle mani di Dio (e perciò non occorre che nessuno riceva o accetti la rinuncia e non si può parlare di dimissioni). Questo comporta anche la rinuncia alla sede episcopale di Roma perché di fatto i due ruoli sono connessi anche se distinti (ad esempio il Papa ha due Curie: una per guidare la Chiesa univerale e un’altra per guidare la diocesi di Roma): il pensare il papa come ad un super vescovo o come ad un capo dei capi (mi si passi l’espressione) potrebbe indurre a pensare erroneamente che il papato sia un sacramento ulteriore (che metta in secondo piano l’essere vescovo di Roma), o che si possa rinunciare a fare il papa rimanendo per assurdo vescovo di Roma! Quindi, a proposito della discussione su quali titoli dare in futuro a Benedetto XVI è chiaro che sarà solo "vescovo emerito di Roma" o anche "Romano Pontefice emerito" e perciò "papa emerito": che poi per cortesia lo si continui a chiamare "santità" e col nome di Benedetto (come un ex primo ministro o ex capo dello Stato si continui a chiamare "presidente") questo non inficia il titolo che gli compete per diritto o ipoteca l'esercizio di un potere nei riguardi del nuovo papa, giacché emerito significa nel diritto proprio chi non esercita più un ufficio, e quindi nessun pericolo che ci siano nella Chiesa due papi come non ci sono mai in una diocesi due vescovi ma solo uno nel suo ufficio e l'altro solo emerito.
Quanto detto finora ci porta alla considerazione del papato come l’esercizio del ministero petrino a servizio della Chiesa universale: cioè ad un ruolo per il bene della Chiesa tutta, un ruolo le cui modalità possono anche variare nel tempo ma che non ne intaccano l’essenza.
Una cosa sola è essenziale in questo servizio: la promozione dell’unità della Chiesa nella confessione di una sola fede. Il resto è contorno.
Questo ci spinge a mettere da parte qualsiasi concezione devozionale riguardante più il papa in sé che non il suo ministero e il fine stesso del suo ministero: il bene della chiesa. Ogni altra visione, per quanto affascinante che sia, ci fa correre il rischio di non vedere l’essenza del ministero papale.
Si racconta che San Giovanni Bosco abbia rimproverato aspramente i suoi ragazzi che gridavano “Viva Pio IX” ammonendoli di dover gridare sempre e solo “viva il papa”: perché ciò che interessa è non il nome del papa, ma il suo ruolo. Non chi siede sulla Sede di Pietro, quanto la stessa Sede. C’è stato purtroppo uno scivolamento negli ultimi tempi nella considerazione della figura del papa che non ha fatto bene al papato! Una sacralizzazione della figura del papa stesso che ha fatto correre il rischio di staccare il papa dal contesto ecclesiale di riferimento: paradossalmente era meno sacrale la figura del papa quando questi era recato col triregno sulla sedia gestatoria e ci si chinava davanti a lui “al bacio del sacro piede” e si sperimentava l’esercizio di una potestas in un continuo confronto nel concistoro coi cardinali collaboratori (perché se un Re può arrivare a dire “lo Stato sono io”, un Papa non può mai dire “la Chiesa sono io”) che non nell’ultimo secolo, quando un’apparente desacralizzazione ha invece dato la stura ad un’interpretazione monocratica della chiesa a tutti i livelli (dal papa ai tutti i vescovi che si sono sentiti sostenuti nella loro interpretazione monarchica e falsamente conciliare dell’episcopato).
Ed eccoci arrivati al dunque: se quello che conta è il ministero e il fine per cui è esercitato, il bene della Chiesa, allora si può rinunciare al ministero, qualunque sia? Certo, anzi a volte, proprio per il bene della Chiesa è doveroso. E anche il papa deve sempre porsi questa domanda, come qualsiasi altro nella Chiesa svolga qualche servizio. Perché quello che interessa è che la Chiesa, in ogni momento debba essere all’altezza della sua missione nel mondo. La Chiesa non può “perdere tempo”, perché sa che siamo ormai nel tempo dell’attesa della Sua venuta, per cui si deve mantenere sveglia ed attiva. Non è una considerazione attivistica, efficientistica, ma teologica, sacramentale. E’ questa considerazione che ha portato il Concilio e Paolo VI a fissare, ad esempio, l’età dei 75 anni per le dimissioni dei parroci e dei vescovi: date le condizioni della società e dei tempi moderni, si può continuare ad avere la responsabilità di una comunità, anche se si fosse in buona salute, ma certo non più con quelle energie intellettive e spirituali che occorrono per il bene della Chiesa e la salvezza delle anime? Non è sotto gli occhi di tutti che tante diocesi e parrocchie nascono – crescono - si sviluppano - e muoiono insieme all’età e all’invecchiamento dei loro pastori?
Ecco perché Papa Benedetto ha rinunciato al suo ministero. Ed è una idea che ha sempre avuta. Lo ha scritto in tempi non sospetti, lo ha detto in interviste, lo aveva suggerito a Giovanni Paolo II nell’ultimo periodo della sua decadenza fisica. Lo aveva fatto intuire quando depose sull’urna di Celestino V il suo pallio usato per la messa di intronizzazione.
Non c’è nessuna dietrologia da fare e non sono stati gli ultimi avvenimenti drammatici che lo hanno spinto e quasi obbligato a rinunciare: chi scrive ciò sa di mentire, perché la sua decisione era presa da più di un anno e lui la voleva rendere operativa per il compimento del suo 85° compleanno. Se è rimasto è perché non ha voluto lasciare la barca di Pietro durante il mare in tempesta degli scandali: ha detto che si può scendere solo quando il mare è sereno. E’ stato il suo modo di rimanere abbracciato alla croce di Cristo: con Giuda il traditore accanto. Se lo ha fatto invece ora è perché ha riconosciuto che la tempesta è passata: il suo è dunque un messaggio di speranza: la Chiesa è viva ed è pronta a riprendere nuovamemente il largo. Con nuove forze e un nuovo papa. E’ il contrario di quanto vorrebbe farci credere la coltre dei mass media puntando su una chiesa vecchia, corrotta e moribonda. Ma noi sappiamo che non è così. 

    La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa.   Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia...