C’è
una certa mentalità devozionistica e pietistica mai veramente superata, che
ogni anno trova il suo centro nella commovente visione di un Bambinello che se
ne sta nudo “al freddo e al gelo”, messo lì apposta a intenerire il cuore, ma
poi subito da accantonare finite le feste, per paura che quel Bambino possa
crescere e che magari poi da adulto ci obblighi a provare altri sentimenti che
non sono più il ciarpame melenso di un buonismo di bassa lega. Allora bisogna
“addomesticare” il cresciuto Bambinello così che non ci dia troppi grattacapi e
ci lasci in pace, perché in fondo, non è veramente questo che vogliamo? Una
lacrimuccia ogni tanto fa bene, ma averlo sempre tra i piedi…! E così il
Bambinello bianco e rosa, tutto biondo oro e occhi azzurri diventa un Gesù
tutto zucchero e miele, ai limiti della effeminatezza, che parla con le frasi
d’amore come se fossero i bigliettini che si trovano nei baci perugina: non ha
detto lui stesso di essere “mite ed umile di cuore”? Un Cristo buono per tutti e per tutte le stagioni! Un Gesù che non
scomoda più nessuno, che non incrina più nessuna certezza, che non provoca più
alcuna reazione! Ma voi credete che se fosse stato veramente così “innocuo”
sarebbe finito in croce? Io confesso di avere una grande paura: che se oggi il
Cristo che noi predichiamo è davvero questo “sacrocuore” sdolcinato che non
guasta più i sonni a nessuno, noi stiamo rendendo vana la stessa sua croce, e
questo è un ammonimento di Paolo che forse una certa parte di Chiesa non sta
tenendo in dovuta considerazione. Perché, e lo sapeva bene Paolo, tutta
l’esperienza di fede cristiana o è vissuta all’insegna dello “scandalo” (e, per
chi lo incontra, Cristo è e deve essere sempre pietra di inciampo, cioè
scandalo) e della “follia” (e conversione in greco è appunto “metà-noia”, cioè
letteralmente un “andare fuori di testa”) o altrimenti si riduce alla sua
antitesi che è il perbenismo borghese e moraleggiante, proprio ciò che Cristo
prima e Paolo dopo combatteranno nel fariseismo giudaico. Scrivo questa mia confessione
dietro l’ennesima accusa di essere “rigido” e “poco duttile”, ma mi chiedo se l’aspetto serio
e mai sdolcinato e mai ipocrita e mai affettato può mai essere una colpa? E il richiedere ai fedeli che mi sono stati
affidati coerenza con il vangelo, il chiedere, a volte anche ammonire che non
si possono servire due padroni, non è compito del buon Pastore? Ricordare ai fedeli di venire a
Messa è rimproverare? Chiedere la frequenza a Messa specie ai ragazzi del
catechismo è trattarli male? Dire di no a chi mi chiede un certificato falso
d’idoneità alla cresima per un figlio che non conosco nemmeno è negare un
favore? Negare la cresima a chi è venuto solo il giorno dell’iscrizione è
commettere ingiustizia? e allora sono
andato a rileggermi in due notti tutti e quattro i vangeli per vedere se il mio
comportamento fosse così a volte “poco evangelico”. E così vi ho ritrovato il volto di un Cristo
che forse qualcuno non immagina o non vuole immaginare. E’ un Cristo cosciente
del suo ruolo (“Vi è stato detto ma io vi
dico”) e che pone con decisione agli ascoltatori la richiesta di non restare
indifferente alle sue parole (“Convertitevi”) e che subordina la conversione,
cioè il cambiamento di vita all’ingresso nel suo Regno (“se non vi convertirete
non entrerete); un regno il cui ingresso è stretto (“entrate per la porta
stretta”) e comporta rinunce (“chi non lascia casa…”) e sacrifici (“se la tua
mano ti è di inciampo tagliala”). E’ un Cristo che ai suoi interlocutori pone davanti l’irrevocabilità della scelta (“o
con me o contro di me”) senza compromessi (“non si possono servire due
signori”) e senza “inciuci” (“non si mette vino nuovo in otri vecchi”) di una
sequela in un cammino in cui egli stesso è il primo a mettere in pratica i suoi
insegnamenti (“chi mi vuol seguire prenda la sua croce…”) e che non assicura
altro ai suoi discepoli che lo stesso trattamento che hanno riservato a lui:
odio e persecuzione (“Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”). E’ un Cristo che sconvolgerà la sua famiglia
(credevano che fosse diventato pazzo), i suoi concittadini di Nazaret (che lo
scacceranno dalla sinagoga e dalla stessa sua città), e soprattutto poi la
schiera dei benpensanti: scribi, farisei, sacerdoti e affini (diremmo oggi:
teologi, laici impegnati e clero!) che, prima di intuire pienamente tutta la
sua pericolosità di sovvertitore dell’ordine stabilito, bontà loro lo
considerarono un indemoniato e ai quali riserverà gli appellativi più duri
(“Ciechi guide di ciechi”, “Razza di vipere”, “serpenti”, “figli del diavolo”,
“uomini senza amore di Dio” e più frequente “ipocriti”, “stolti”). E’ il Cristo
che biasima le città che non lo hanno accolto, che piange di rabbia e di
delusione su Gerusalemme, la cui collera spesso trabocca per l’incredulità di
chi viene a lui solo per tendergli tranelli (“Generazione malvagia/adultera/
incredula/perversa fino a quando vi sopporterò?”), che non esita a minacciare e
rimproverare e finanche ad abbandonare gli stessi apostoli quando si vede
incompreso anche da loro per ritirarsi nella sua solitudine. E’ il Cristo che
scaccia con una frusta di cordicelle i venditori del tempio e maledice e fa
seccare un fico! E’ il Cristo non solo delle beatitudini ma anche del grido
profetico tremendo e temibile del “Guai” (guai ai ricchi, a chi è sazio, a chi
ride, a colui di cui tutti parlano bene, agli scribi e farisei ipocriti) che fa
presagire l’arrivo imminente del giudizio di Dio, del giorno del Signore in cui
per chi non sarà trovato pronto sarà solo “pianto e stridore di denti”. E’ il
Cristo che sa che la sua venuta serve a mettere in chiaro i meandri misteriosi
dei cuori e a farne uscire le contraddizioni (“Non crediate che sia venuto a
gettare pace sulla terra, non sono venuto a gettare pace ma spada/ fuoco e
divisione”): e per questo chi vorrà seguirlo scoprirà che la prima divisione è
quella della famiglia! Questo è il Cristo dei vangeli, non certo l’uomo dei
pannicelli caldi che purtroppo siamo abituati a pensare! Ma allora la pace di Cristo, la sua bontà, il perdono e
tutto il resto? Certo, ci sono anche quelli nel vangelo, ma guai a far
diventare questi suoi doni come il frutto di accomodamenti della verità, di
silenzi complici del peccato, di rinunce a praticare la giustizia. Questo è il Cristo in cui credo, che non
abbassa la qualità delle sue richieste pur di aumentare il numero dei suoi
seguaci: dopo che l’ha abbandonato il popolo a Cafarnao, ai discepoli che si
lamenteranno che il suo era un “discorso troppo duro” non dirà “ora vedo di
alleggerirlo” ma “volete andarvene anche voi?” Perché lui ci ha dato il massimo
ed è giusto che a noi chieda il massimo! E io penso che un prete questo massimo
debba tentare di darlo lui e di chiederlo dai suoi parrocchiani. Perché gli
sconti non li ha fatti Cristo né li può fare la Chiesa. Si fanno solo al
supermercato. E allora, cari miei soliti quattro lettori, questo è il mio
augurio per il Natale (che, ricordiamolo, è la sua festa): vi
interessino o meno le esternazioni di un povero prete, poco importa, ma almeno
abbiate il coraggio, credenti o non credenti, quest’anno, di lasciarvi
provocare dalla venuta del Cristo, quello vero!
CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
sabato 16 dicembre 2017
venerdì 24 novembre 2017
Non si può uccidere in nome di Dio
A qualche anno di distanza dal Documento sulla radice
religiosa della violenza, l’augurio della Commissione Teologica Internazionale sembra
quasi essere ripreso da una pubblicazione, quella del Rabbino Jonathan Sacks,
dal significativo titolo Non nel nome di
Dio[1].
Con questo libro, che sembra quasi ripetere il grido, purtroppo tanto
inascoltato dei Pontefici dagli inizi di questo secolo fino a Benedetto XVI e
Francesco, che non si può uccidere nel nome di Dio, anche Sacks, stavolta dal
punto di vista ebraico, ha voluto confrontarsi, come dice nel sottotitolo
stesso, con questa provocazione ideologica sulla radice religiosa della
violenza.
Il saggio del Rabbino Sacks è davvero una voce forte e
chiara che si leva per disinnescare la miccia della violenza terroristica
attribuita indistintamente a tutti i monoteismi. Nato per reagire all’ondata di
terrorismo di matrice islamica che sta scuotendo da alcuni anni l’Occidente[2], il
libro si apre con questa fondamentale affermazione: <<Quando la religione trasforma gli uomini in
assassini, Dio piange>>[3].
Ed è inoltre significativo perché viene da parte di un ebreo che cerca di
superare pure l’idea che ebraismo ed islamismo debbano per forza essere nemici
e che l’islam debba per forza imboccare la strada della intolleranza e della
violenza. Per argomentare le sue tesi, Sacks svolge il suo saggio con un lungo
itinerario su più piani, dallo storico all’esegetico allo spirituale, che si
intersecano tra loro (magari con qualche ripetizione o semplificazione) ma che
alla fine conducono il lettore a convincersi davvero che, se si vuole, ci sono
davvero alternative alla violenza e che tante vie di dialogo rimangono aperte e
tante se ne possono ancora aprire.
Il libro è articolato in tre parti.
La prima parte si intitola Malafede e parte dalla costatazione dell’uso strumentale che spesso
si è fatto e si fa della religione per fini utilitaristici o per logiche di
potere o anche per certe letture ideologiche e fondamentaliste dei libri sacri.
Anche Sacks reagisce alla tesi per cui il politeismo sia la religione della
tolleranza, affermando invece che <<la
religione, sotto forma del politeismo è entrata nel mondo come giustificazione
del potere>>[4]
rilevando come nei riguardi di questa concezione <<il monoteismo abramitico emerse come una
potente protesta>>[5].
Così come reagisce alla tesi che per superare la violenza di cui si dà per
scontato la sua matrice religiosa, si debba togliere la religione dallo
scenario della vita pubblica della società, per sradicarla dalla coscienza
dell’uomo o quantomeno relegarla nella sfera intima e privata della persona.
L’autore cita in proposito[6] la
famosa canzone di John Lennon Imagine che
sogna un mondo in cui non ci sarà più la religione e quindi non ci sarà più
bisogno di uccidere o morire per essa: un sogno che ha affascinato l’intera beat generation ma che ha radici ben più
antiche che partono dall’epoca moderna e dalla rivoluzione illuminista e
passano per lo scientismo positivista, il darwinismo, per sfociare nel
nichilismo di Nietzsche, nei totalitarismi, in ogni laicismo di sorta
accumunati dal solo grido “Dio è morto”
e nel tentativo di imporre con la forza e la violenza un nuovo ordine di
cose. Ironicamente Sacks chiama questo tentativo la malvagità altruistica perché in nome di un presunto beneficio
per l’umanità si perpetrano i più atroci delitti contro la stessa umanità:
basti pensare non solo all’intollerante illuminismo che imponeva il culto alla
Ragione, ma anche alle nuove idolatrie del nazismo e delle varie forme di
comunismo realizzate in alcune contesti geopolitici del mondo, in cui in
definitiva si rivela invece la logica violenta del potere[7].
Pur ammettendo che ci sono stati determinati periodi storici in cui la logica
di potere si è insinuata anche nel cuore dell’esperienza religiosa (si vedano
ad esempio le guerre di religione che hanno insanguinato l’Europa nei secoli
passati) il rabbino americano nega che la soluzione stia nel sognare un futuro
senza religione. La vera domanda, scrive, è chiedersi <<cos’è che, in primo luogo, rende le persone
violente?>>[8].
Per cui nel capitolo secondo Violenza e
identità si riconosce che la violenza è generata dalla malvagità, cioè dal
tentativo egoistico di affermazione e sopraffazione di un individuo sull’altro,
perciò si ribadisce invece la necessità di una esperienza etica che fondi le
regole della convivenza civile, creando le basi per una fiducia reciproca che
superi l’homo homini lupus, magari
supportata da una esperienza religiosa genuina. Cosa si intende qui per
genuinità? Anzitutto il superamento di una concezione dualistica della
religione in cui bene e male sono contrapposti e provengono da opposte radici,
così da far leggere dualisticamente non solo la divinità ma anche il mondo e i
rapporti umani: il rischio è che quando un gruppo umano, ad esempio, identifica
se stesso con il bene, ne deriverà che tutti gli altri gruppi saranno visti
come il male e da qui l’inevitabilità dell’antagonismo che spesso degenera in violenza.
E’ quanto vien detto nel capitolo terzo, Dualismo.
In una concezione dualista, l’identità personale è sempre letta in
contrapposizione all’altro: si pensa sempre con un “io e gli altri” o “noi e
loro”. In fondo, scrive l’autore è un modo semplicistico di ragionare e di
risolvere la complessità dell’esistenza: ecco perché <<il dualismo è un’idea pericolosa, e la
visione tradizionale della Chiesa e della Sinagoga fecero bene a respingerla…
Il dualismo patologico fa tre cose. Fa disumanizzare e demonizzare il nemico.
Porta a vedere te stesso come una vittima. E ti permette di commettere della
malvagità altruistica, uccidendo in nome del Dio della vita, odiando nel nome
del Dio dell’amore e praticando la crudeltà nel nome del Dio della compassione>>[9].
Il superamento del dualismo nell’autentico monoteismo è la condizione,
dunque, per uscire da queste logica di contrapposizione. Monoteismo autentico
si dice, perché, ci avverte Sacks, il dualismo è un virus che si può annidare
nello stesso monoteismo e perciò bisogna sempre vigilare che ciò non accada.[10]
Inoltre, si comincia a comprendere proprio da ciò la radicale diversità del
monoteismo di origine biblica: nel Dio che si rivela nella storia del popolo
ebraico, il dualismo è ricompreso nell’unità stessa di Dio che crea il bene e
il male (per richiamare Isaia), la luce e le tenebre, che sa mettere insieme
sempre in modo originale la giustizia e la misericordia, la vendetta e il
perdono. E’ il superamento del dualismo che può far uscire dalla logica della
ricerca del capro espiatorio,
fenomeno analizzato nel capitolo quarto, e della rivalità fraterna, fenomeno analizzato nel capitolo quinto e
ampiamente studiato da Renè Girard. Ci può essere dunque un modo diverso di
intendere il rapporto personale, che non cada nella contrapposizione dualistica
e nella conflittualità radicale apparentemente insita nella stessa esperienza
della fraternità, come apparentemente sembra suggerirci lo stesso testo biblico
a partire dalle storie della rivalità tra fratelli, da Caino e Abele in poi per
arrivare a Isacco e Ismaele e a Giacobbe ed Esaù Sacks analizza qui i vari
racconti biblici spingendo il lettore ad andare nella profondità del testo,
senza fermarsi alla superficie, per cogliere un senso non apparente e non
scontato del racconto, che anzi spesso si rivela essere l’opposto di quanto
comunemente si intende.
Questa, crediamo, sia la parte veramente originale e
creativa del contributo di Sacks al dialogo e per una spiritualità di pace e
non violenza. E’ la seconda parte del saggio, dal significativo titolo di Fratelli. Il nostro rabbino entra subito nel cuore del
problema, col capitolo sesto I
fratellastri, in cui esamina la vicenda di Agar col figlio Ismaele e di
Sara col figlio Isacco e si chiede se davvero i fratellastri figli di Abramo
siano condannati, e con loro anche i loro discendenti (non dimentichiamo che i
musulmani si rifanno ad Ismaele come al figlio che Abramo stava per sacrificare
e da cui discenderebbero i popoli della Arabia e a cui si attribuirebbe la
stessa fondazione del culto alla Mecca), alla rivalità e alla violenza
reciproca ieri come oggi. Come dicevamo prima, una lettura superficiale
sembrerebbe far dire alla Bibbia che Dio faccia preferenze tra i due fratelli e
che, nella elezione di Isacco ci sia, di risvolto, il respingimento di Ismaele.
Ma Sacks ci aiuta a leggere con attenzione il testo e ci fa notare come, già
nel racconto, Dio accordi protezione ad Agar e al figlio, con la promessa di
una benedizione accordata ad Ismaele e mai revocata. Così che, se Dio poi
scelga di proseguire il patto fatto con Abramo con il figlio Isacco, ciò non
significa l’abbandono di Ismaele al suo destino. E’ la dimostrazione che siamo
in presenza di due vocazioni, di due ruoli storicamente diversi ma che non
sfociano necessariamente nella contrapposizione. Sacks lo dimostra non solo
facendo ricorso al midrash, tecnica eminentemente rabbinica per leggere la
Bibbia anche fra le sue righe, in cui si vede come il padre Abramo, pur nella
scelta obbligata di tenere con sé solo Isacco, non smise mai di amare e di
interessarsi della sorte dell’altro figlio; ma Sacks lo mostra ancor meglio
ricordando un testo biblico spesso tralasciato se non ignorato, quello in cui,
in Genesi 25, si parla della morte di Abramo e si dice che lo seppellirono
entrambi i figli insieme: ciò fa intendere come, in nome dell’unica paternità,
i due figli, pur con destini diversi, sono in grado di vivere una vera
esperienza di fraternità.
Nel segno di una fraternità ritrovata è letta poi, nel
capitolo settimo La lotta con l’angelo, la vicenda di Giacobbe ed Esaù. La storia
dell’inganno e della fuga di Giacobbe è risaputa. Anche qui Sacks, rileggendo
le pagine sacre, mostra come, a ben vedere, le vocazioni e i destini dei due
fratelli sono già delineati e distinti, per cui non ci sarebbe stata ragione
per Giacobbe di invidiare Esaù e insidiarlo per avere la sua benedizione,
quando in realtà per ogni fratello era prevista una benedizione, e quindi una
vocazione diversa. In questo senso, la lotta misteriosa con l’angelo da cui
Giacobbe esce vincitore, seppur sciancato, rappresenta anche il momento in cui
Giacobbe prende consapevolezza del suo ruolo nell’economia del popolo che da
lui si chiamerà Israele, ben diverso da quello del fratello, che perciò può
incontrare in una rinnovata esperienza di fraternità, ricevendo, proprio dal
fratello ingannato, una lezione di magnanimità e di accoglienza, dimentica
della rivalità passata.
Dove poi il recupero della fraternità, nel rifiuto della
vendetta e nella disponibilità al perdono, è messo ancora più in luce, è nel
capitolo ottavo, Il rovesciamento dei
ruoli, con la rilettura della vicenda di Giuseppe venduto schiavo dai suoi
fratelli. E’ una storia che inizia con la gelosia e l’invidia, ma che si chiude
nel segno della fraternità. Per arrivare a ciò Giuseppe trova l’unico modo
pedagogicamente valido: far sperimentare ai fratelli la stessa sofferenza della
prigione, del sospetto, della accusa calunniosa. Spesso, è la considerazione di
Sacks, il superamento della rivalità potrebbe darsi nella misura in cui ognuno
provasse a mettersi nei panni degli altri e con ciò scoprire come noi stessi
siamo ora vittima di uno stesso trattamento che noi per primi abbiamo inferto
agli altri. E’ l’esperienza della verità della regola d’oro: non fare agli
altri quello che non vuoi sia fatto a te / fai agli altri quello che vuoi sia
fatto a te. In questo cammino di conversione, di rientro in se stessi, il
perdono accordato da Esaù a Giacobbe come quello di Giuseppe ai suoi fratelli,
dimostra come nessuno, se lo vuole, è destinato a rimanere legato al suo
passato: chi vuole può essere anche in grado di rileggere il passato in modo
che non blocchi il suo cammino ma che lo apra alle tappe nuove della vita
futura, senza blocchi che gli impedirebbero di crescere.
Sacks richiama poi il grande ruolo del padre nell’aiutare i
figli a vivere la fraternità, così per Abramo, così per Isacco, così per
Giacobbe, anche quando sembra che questi prendano le parti di uno a discapito
di un altro: qui davvero Sacks è illuminante nel dimostrare che l’essere di
parte di un padre per un figlio non significa mai lo schierarsi contro l’altro
figlio. Se solo lo si capisse! Altrimenti, ad esempio, non si riesce a capire
come l’elezione di Israele da parte di Dio possa andare insieme con la volontà
salvifica nei riguardi di tutti i popoli. Come comprendere ciò è detto nel
capitolo nono Il rigetto del rifiuto,
ed è esemplificato dalla storia di Lia e Rachele. L’autore fa osservare come
nel testo venga detto che Giacobbe sposi Lia e ami anche / gam Rachele. La vicenda è un modo per uscire dalla logica
dell’aut – aut per entrare in quella
dell’et – et. Per giustizia Giacobbe
sposa entrambe, e le ama. E la preferenza di un amore maggiore per una delle
due non significa, non può e non deve significare, esclusione per l’altra.
Amare uno non significa per forza odiare l’altro! Ritorna così il tema di inizio, che ne
costituisce poi il centro: l’amore per l’uno non significa il rigetto per
l’altro, l’amare uno più di un altro non significa che l’altro non sia amato o
che sia addirittura odiato e rifiutato. Anche qui Sacks è illuminante. L’amore
è una esperienza umana, quella che fonda i legami tra amici e parenti, e non
può essere elusa o disattesa: <<Un
mondo in cui amassimo gli estranei quanto gli amici, i non parenti come i
parenti, i figli di qualcun altro come i nostri, non sarebbe umano… Il quesito che pone è: come dobbiamo vivere
– noi che siamo umani, che abbiamo passioni, piaceri, desideri, amori e quindi
vulnerabilità? Un amore che non facesse distinzioni, che fosse remoto,
distante, che non facesse discriminazioni, non sarebbe affatto amore per un
altro essere umano nella sua particolarità>>[11].
Ma l’amore non è l’esperienza l’unica ed assoluta. Se
umanamente l’amore può essere misurato sempre a partire dalla sua presenza o
assenza o dal più e/o dal meno rispetto ad uno piuttosto che ad un altro, ciò
non vuol dire che ciò comporti anche il venir meno di quell’obbligo di
giustizia per cui, lo si ami o meno, occorre “dare a ciascuno il suo” come recita l’antica massima romana. Ciò
significa il riconoscimento del ruolo e della prerogativa, nel caso biblico
anche della vocazione, di tutti e di ognuno in particolare. Può anche essere
che un padre ami un figlio più di un altro, e che il pericolo della rivalità
fraterna sia naturale, ma ciò non è inevitabile: la Bibbia insegna che alla
fine i fratelli sono chiamati al superamento della rivalità. E per farlo capire,
a volte, Dio è pronto a schierarsi dalla parte del più debole o di chi sembra
essere stato rifiutato: ecco perché Sacks parla della rivalità tra Caino e
Abele[12]
solo alla fine, in quanto prototipo di ogni rivalità. Caino non capisce che
l’amore di Dio (come un padre) per Abele non significa mancare ai suoi obblighi
di giustizia verso di lui: glielo dimostrerà quando alla fine imporrà il
divieto di uccisione per l’omicida Caino. Dio ama Abele, ma non rigetta Caino!
Così come nel patto con Noè dopo il diluvio Dio, che sceglie per amore il
popolo ebraico, non rigetta per ciò tutti gli altri popoli.
Questo lungo excursus lungo le pagine della Scrittura è
servito a Sacks per poter affermare che la rivalità (e quindi la violenza) fra
i popoli non è inevitabile: e ciò lo dimostra nella terza parte del suo saggio
dal titolo Il cuore aperto.
Così nel capitolo decimo, Lo straniero, viene ricordato come, per vedere nell’altro non può
lo straniero, il rivale, il nemico, occorre la purificazione dello sguardo che
nasce dal compenetrarsi nei panni dell’altro, chiedendosi cosa proverei io se
fossi al posto dell’altro: amare l’altro in quanto altro è certo difficile, ma
se nell’altro specchio me stesso, all’ora in un certo senso si può dire che amo
l’altro come me stesso. Esemplificando: posso amare lo straniero solo se provo
a pensare cosa significhi essere esuli dalla propria patria; e se poi davvero
ho sperimentato ciò, non potrò fare a meno di avere comprensione e accoglienza
per lo straniero che chiede ospitalità a casa mia, perché anche io sono stato
straniero e forestiero, esule in Egitto. E’ in sintesi l’insegnamento della
Bibbia.
In questo contesto si capisce l’approfondimento ulteriore
fatto al capitolo undicesimo L’universalità
della giustizia, la particolarità dell’amore. E’ la spiegazione del
particolarismo del monoteismo ebraico: da un lato il Dio visto come Creatore e
Sovrano dell’universo e dall’altro il Dio come colui che sceglie Israele.
Quella che sembrerebbe una antitesi si rivela invece come la garanzia per la
libertà dei singoli e dei popoli nei riguardi Dio, per espungere alla base ogni
idea di intolleranza e quindi di violenza. Pur prendendo atto, dopo il diluvio,
che nel cuore umano si annida il male, Dio rifiuta in futuro di distruggere il
mondo con un nuovo diluvio: è la condiscendenza di Dio verso la reale
condizione dell’uomo. Ma nel rifiuto della omologazione, con l’episodio della
torre di Babele, Dio conferma il rispetto per ogni particolarismo (espresso
dalle lingue diverse) contro ogni forma di totalitarismo: <<Babele è ciò che accade quando le persone
cercano di imporre un ordine universale, obbligando Loro a diventare Noi. Il
risultato è l’imperialismo e la perdita della libertà. … Quando una singola
cultura viene imposta a tutti, sopprimendo la diversità di lingue e tradizioni,
questo è un attacco alle nostre differenze donateci da Dio>>.
Arrivando alle conclusioni, allora, si deve dire che il
punto di partenza di un autentico dialogo è il riconoscimento dell’inevitabile
diversità dell’umanità. L’identità è plurale: non c’è una umanità in astratto,
c’è l’umanità dei popoli e delle culture. Come superare la violenza, evitando
che l’incontro fra popoli degeneri in uno scontro? Il Dio della giustizia della
Bibbia ci ricorda che c’è una moralità, un’etica che riguarda tutti: <<giustizia, correttezza, e l’evitare di
recare offesa sono quello che dobbiamo a chiunque, ebreo o gentile, credente o
ateo, amico o estraneo, connazionale o straniero>>[13].
E’ in concreto, quella di Sacks, la ripresa della
distinzione ebraica tra il patto con Noè e il patto con Abramo. Lo stesso Dio
anzitutto vuole giustizia tra tutti i popoli, al di là se poi lui stesso
instauri un rapporto privilegiato con un popolo in particolare. Ma il
privilegio non esime lo stesso Israele dal rispettare gli obblighi di giustizia
fondamentali. E’ per ciò poi che Dio, rispettando la libertà, non ha imposto lo
stesso culto a tutti i popoli. Anche perché poi la stessa appartenenza alla
alleanza di Abramo, o meglio la permanenza in essa, è data, al di là dei
vincoli di sangue, dal cammino di obbedienza della fede e, in caso di
disobbedienza, dal cammino di ritorno, teshuvà, conversione.
In questo contesto Sacks ricorda che c’è sempre un cammino
di comprensione e di purificazione da fare per evitare una lettura
fondamentalista e integralista della stessa Scrittura: è quanto fa al capitolo
dodicesimo Testi difficili. E’ quanto
ha dovuto fare il giudaismo col rileggere in chiave spirituale testi nati per
altri contesti e che oggi potrebbero generare equivoci e inganni: ad esempio,
con l’intendere in Amalek non tanto un nemico storico ben preciso, quanto la
personificazione del male e del Nemico per eccellenza che tenta sempre il
popolo di Dio e che cerca di sbarrargli la strada dell’obbedienza ai suo
comandi. Una lettura che nasce anche dalla costatazione che una realizzazione
storica di una ierocrazia, di uno stato in cui sacro e profano si supportano a vicenda,
non è nelle prospettive della identità di Israele e della sua missione fra le
genti. E’ quanto però si auspica venga fatto in certe letture di passi del
Corano che potrebbero dare la stura a tentativi di imporre fanaticamente con la
violenza il culto all’unico Dio.
Per far ciò si deve Rinunciare
al potere, come è detto al capitolo tredicesimo. Si deve rinunciare ad ogni
sogno di teocrazia, cioè di esercizio del potere politico. Sacks ricorda
appunto come prima lo abbia compreso Israele, poi la stessa Chiesa, ora debba
comprenderlo l’Islam. E’ un cammino di purificazione già delineato nella
Bibbia: basti pensare all’episodio di Elia che pensa di imporre la fede in Dio
con la forza e con l’uccisione dei profeti di Baal. Ma alla radice di questa
volontà di potere c’è l’odio per il diverso: il frutto estremo dell’egoismo
narcisista.
Liberarsi dell’odio è
perciò quanto si dice al capitolo quattordici. E per far ciò bisogna superare
la volontà di potenza e riaffermare la volontà della vita, come è detto nel
capitolo finale, in cui tirando le somme di questo lungo discorso si conclude:
<<ora è giunto il tempo per gli
ebrei, i cristiani e i musulmani di dire ciò che non hanno detto nel passato:
Siamo tutti figli di Abramo. E sia che siamo Isacco o Ismaele, Giacobbe o Esaù,
Lea o Rachele, Giuseppe o i suoi fratelli siamo tutti preziosi agli occhi di
Dio. Siamo benedetti. E per essere benedetti non è necessario che qualcuno sia maledetto…
Oggi Dio ci chiama, ebrei, cristiani e musulmani, a liberarci dall’odio e dalla
sua predicazione, e a vivere, finalmente, come fratelli e sorelle, fedeli alla
nostra fede e ad essere una benedizione per gli altri a prescindere dalla loro
fede, rendendo onore al nome di Dio onorando la sua immagine,
l’umanità>>.[14]
Al di là della diversità di genere e perciò di linguaggio si
noti come questa analisi del rabbino concordi in tutto con quella fatta dal
Documento della Commissione Teologica Internazionale da noi esaminato
precedentemente.
Dal rifiuto che il monoteismo sia alla origine della
violenza, al rifiuto dell’idea del politeismo tollerante, alla costatazione che
la lotta alla religione abbia generato invece i grandi totalitarismi, alla
lucida analisi della odierna secolarizzazione e alla ripresa del fanatismo
intollerante, dall’evidenziare come la radice del male stia nel cuore
dell’uomo, dall’evidenziare come la vera matrice biblica sia un appello
all’amore, alla giustizia e alla fraternità, dal bisogno che comunque ogni
esperienza religiosa rigetti ogni tentazione di uso diretto del potere o di
connubio con chi lo detenga, dall’esigenza di sottoporre sempre l’esperienza
religiosa alla verifica critica per evitare l’annidarsi in essa di letture
integraliste, dalla voglia di mostrare il contributo che una autentica
esperienza di fede può dare alla costruzione di una società più giusta e umana,
senza chiusure e infingimenti.
In questo cammino cristiani ed ebrei ci sentiamo accomunati
dalla fede nell’unico Dio che ci chiama al banchetto preparato sul suo santo
monte e al quale sono chiamati ad affluire tutti i popoli, in un’era in cui,
per dirla con Isaia, non ci eserciterà più nell’arte della guerra e le lance
saranno trasformate in falci e le spade in vomeri.
Voglia il Signore che in questo cammino si possano unire
anche altri popoli e che sia lui stesso a dirigere i nostri passi sulla via
della pace.
[1]
SACKS JONATHAN, Non nel nome di Dio.
Confrontarsi con la violenza religiosa. Giuntina, 2017, pp. 314.
[2]
cfr. ivi, pp. 13-20.
[3]
SACKS, o.c., p. 13.
[4]
Ivi, p. 14.
[5]
Ivi.
[6]
Ivi, p. 22.
[7]
cfr. tutto il cap. 1: La malvagità
altruistica.
[8]
Ivi, p. 37.
[9]
Ivi, p. 66.
[10]
Ivi.
[11]
Ivi, p. 183.
[12]
Ivi, p. 185.
[13]
Ivi, p. 210.
[14]
Ivi, p. 280.
giovedì 16 novembre 2017
A volte ritornano
C’è un ciclico ritornare di alcune idee, nell’orizzonte del
dibattito culturale. Questo non fa meraviglia. Quello che fa meraviglia, invece,
è la virulenza con cui ne è ritornata in auge una in particolare, dietro il
tentativo di spiegare la matrice religiosa di un certo terrorismo islamico: è
la tesi per cui la radice della violenza religiosa si annida nel monoteismo. E
in particolare in quello cristiano e islamico. E’ l’idea, tanto per fare
qualche esempio, di Umberto Eco, volgarizzata qualche anno fa in diverse sue
pubblicazioni, ma è soprattutto il forte convincimento di Jan Assman, illustre
egittologo, che ha lanciato con forza, inoltre, l’idea, ripresa a tamburo battente dai media
di tutto il mondo e fatta oggetto di accesi dibattiti, che per sconfiggere la
violenza terroristica bisogna superare il monoteismo che la genera, per
ritornare al politeismo tollerante, multiculturale e multireligioso, del
passato. Ma è davvero così?
Prendendo sul serio la provocazione, la Commissione
Teologica Internazionale[1] ha
pubblicato nel 2014 un documento dal titolo Dio
Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza.
E’ un peccato che tale pubblicazione sia quasi passata sotto
silenzio, e la sua conoscenza sia rimasta nell’ambito degli addetti ai lavori,
quando avrebbe merito una più ampia diffusione, perché entra in questo
dibattito quanto mai urgente ed attuale. Da qui la necessità di riparlarne.
Vediamo dunque cosa dice la Commissione Teologica
Internazionale.
Il Documento vuole rispondere dunque all’accusa, sempre più
frequente e ripresa a più livelli, per cui è proprio il monoteismo, a generare
la violenza religiosa e l’intolleranza tra gruppi religiosi. La riflessione della
Commissione si propone perciò di offrire una chiarificazione circa << una teoria diversamente argomentata, secondo
la quale esiste un rapporto necessario fra il monoteismo e le guerre di
religione>>[2],
chiarificazione offerta come proposta di dialogo e perciò elaborata e presentata <<in chiave di argomentata testimonianza, non
di contrapposizione apologetica>>[3].
Si inizia, allora, dalla costatazione che, con un certo
corto circuito logico, da tante parti si affermi come, dato che ogni religione
monoteista presenta il proprio Dio come l’unico e l’assoluto, e sia questi posto
a fondamento della verità, allora lo scontro tra monoteismi sarà inevitabile,
perché ogni gruppo tenderà ad imporre la supremazia e l’unicità del suo dio e
quindi la propria verità su tutti gli altri. Magari con la violenza, oltre a
tutti gli altri mezzi di persuasione e di proselitismo. Come uscirne?
L’accusa in fondo, come dicevamo all’inizio, non è nuova e
l’Illuminismo cercò di superare il problema elaborando, con il Deismo[4],
un concetto di Dio, per così dire, super
partes, svincolato dalle immagini veicolate dai tre monoteismi storicamente
affermatisi: ebraismo, cristianesimo, islam.
Tuttavia, tale concezione deistica della divinità, resasi
autonoma rispetto all’immagine di Dio, quantomeno, nei riguardi dei due
monoteismi biblici, ebraismo e cristianesimo, non è riuscita ad entrare in
dialogo positivo con queste due esperienze storiche di monoteismo, anzi spesso
si è attestata su posizioni di antagonismo e scontro essa stessa, col paradosso,
talvolta, di voler superare la presupposta radice violenta del monoteismo ebraico-cristiano
con l’imposizione, anche violenta, di un nuovo monoteismo o di un altro
principio ideologico assoluto! Qui il Documento rimanda al << pregiudizio – tipico del modello
razionalistico – secondo il quale, anche sul piano esistenziale e sociale, c’è
un solo modo per affermare la verità: negare la libertà o eliminare
l’antagonista>>.[5]
La degenerazione dell’Illuminismo segna proprio il fallimento di questa
impresa.[6]
Ma il deismo - constata ancora il Documento - non fu e non è
l’unica reazione al preteso legame tra violenza e monoteismo. L’alternativa
radicale alla creduta concezione assolutizzante del monoteismo, così come nei
confronti di ogni altra idea religiosa, è data dalla teorizzazione delle varie
forme di agnosticismo, di laicismo politico, dell’ateismo umanistico e
immanentistico e naturalistico.[7]
Se però può essere comprensibile, e in parte giustificabile,
una certa posizione agnostica o ateistica nei riguardi dell’esperienza
religiosa in sé, a volte frutto di una reazione alle sue concretizzazioni
storiche, in cui la religione spesso è servita da supporto strumentale alle
varie forme di potere e alla sua gestione, appare quanto meno strana - afferma
il documento - la posizione odierna di alcuni che vedrebbero il monoteismo come
la radice di ogni violenza, e da qui il rimpianto, da parte di taluni
pensatori, di una concezione religiosa politeista che assicurerebbe il rispetto
per la diversità di idee e di forme di vita etica e sociale in un contesto,
ormai attestatosi, come pluralistico e variegato.
Stranamente, infatti, – rileva la Commissione - si sta assistendo al capovolgimento del
giudizio sul monoteismo, un tempo considerato come l’approdo della ricerca
religiosa degli uomini in una forma <<culturalmente
più evoluta>>[8],
cioè come concezione ultima della divinità a cui è pervenuto il pensiero
filosofico-teologico dopo una riflessione durata secoli, e ora invece ritenuto
come il vero ostacolo al progresso e alla piena realizzazione dell’uomo e della
società[9].
Perciò il Documento non nasconde la sua meraviglia quando rileva che <<il rovesciamento del quadro moderno è
inaspettato: ora il monoteismo è arcaico e dispotico, il politeismo è creativo
e tollerante>>.[10]
Alla base di questo ribaltamento - spiega la Commissione
Teologica - c’è certamente il cambiamento del modo di comprendere l’esercizio
della ragione e il concetto di verità. Dalla sfiducia tutta moderna sulla
possibilità che la ragione conosca una verità assoluta, o anche da una certa
indifferenza verso questa verità, e dalla riduzione dell’ambito della certezza
al solo mondo scientifico (e forse neanche più a questo) discende, anzi, l’idea
che proprio l’affermazione della verità stia alla base di un pensiero unico
sfociante nel totalitarismo e nella <<
pretesa di possesso esclusivo da parte di un soggetto o gruppo umano>>[11]
della stessa verità. Da qui, si pretende affermare da parte di
alcuni, la nascita dei conflitti a causa dei fondamentalismi religiosi, giacché
uno dei fondamenti del pensiero monoteista starebbe nel ritenersi detentore
assoluto della verità. Conseguentemente, l’unica posizione su cui attestarsi,
si ritiene, in reazione a questa pretesa assolutistica, sarebbe quella di un pensiero
relativista circa la verità, che di fatto concretamente sfocia nella
indifferenza circa qualsiasi principio o valore. Perciò la Commissione Teologica
afferma che l’idea della consequenzialità tra monoteismo e violenza,
considerata da alcuni intellettuali come una ovvietà culturale, non faccia
invece che acuire l’indifferenza della società nei riguardi della esperienza
religiosa, oscurando la vera immagine della religione e offendendo la dignità
dei credenti sinceri.[12]
Paradossalmente, inoltre, questo <<sentire relativistico totale abbandona i
rapporti umani a una gestione anonima e burocratica della convivenza civile>>
e sfocia nell’affermarsi <<di un
disegno totalitario del pensiero unico>>[13]:
così, per uscire dal preteso totalitarismo del monoteismo, si ricade nel
tentativo, altrettanto totalitaristico, di gruppi e lobby più o meno occulte
spinti da interessi di potere, non senza risvolti economici, che cercano di
imporre le loro strategie sociopolitiche e ideologiche!
Il Documento reagisce così con forza a tale concezione
sviluppando una argomentazione a più livelli.
Anzitutto, viene negato che il politeismo, così come
storicamente attestatosi, ieri e oggi, sia davvero un esempio ideale di
tolleranza: la Commissione formula infatti una <<riserva critica nei confronti di una semplificazione culturale che
riduce l’alternativa alla scelta fra monoteismo necessariamente violento e un
politeismo presuntivamente tollerante>>[14].
Anzi, si afferma che <<l’applicazione
metaforica del politeismo religioso alla democrazia civile, come antidoto alla
violenza, in verità, sembra talora stravagante dal punto di vista storico,
sociologico, e anche teorico>>[15].
Basti pensare al “tollerante” impero romano e alle persecuzioni contro i
cristiani![16]
Si rigetta, poi, la scelta di fatto di accomunare, sotto l’unica
denominazione di monoteismo, i tre grandi monoteismi storici conosciuti:
ebraismo, cristianesimo e islam. Il Documento sottolinea vivacemente come sia
profondamente ingiusto mettere insieme tre esperienze religiose che, dietro la
forma monoteista, in realtà veicolano già concezioni stesse della divinità
radicalmente diverse, da cui discendono antropologie e concezioni culturali e
socio-politiche diverse. Basti pensare al rapporto, variamente inteso e
interpretato, tra religione e Stato, in ognuna delle tre religioni in questione.[17]
Ma la Commissione, poi, concentra tutta la sua
argomentazione verso la concretizzazione della accusa della radice violenta
monoteista contro il solo cristianesimo. Di fatto, dei tre monoteismi storici,
l’ebraismo è generalmente sottratto a questa accusa, sia perché gli
intellettuali d’Occidente sono ancora sotto l’influenza del complesso di colpa
per la Shoà, sia perché, a causa della scelta del giudaismo di non puntare
sulla missione e sul proselitismo, non ci si sente “attaccati” dalla sua presenza
(fra l’altro numericamente esigua rispetto agli altri due monoteismi); mentre
il rapporto con l’Islam è interpretato sotto il riflesso del conflitto storico
fra dominio cristiano e dominio islamico, e quindi in chiave geopolitica,
mentre si stenta a farne una lettura filosofica e teologica.[18]
Così non resta che il cristianesimo <<a essere preferibilmente analizzato come
caso esemplare dell’inclinazione dispotica del monoteismo religioso>>[19].
La Commissione comincia con l’affermare che questa <<puntigliosa identificazione del
cristianesimo come ostacolo da abbattere, nella lotta contro il monoteismo che
diffonde la violenza religiosa nel mondo… non cessa di stupire>>[20]
sia perché, almeno nella cultura occidentale, il cristianesimo è la
religione che dovrebbe essere di gran lunga la più conosciuta e quindi non ci
dovrebbero essere equivoci sulla sua reale essenza e identità, sia perché
alcune acquisizioni della società occidentale, quali il primato della dignità
della persona umana, la libertà, l’uguaglianza fra gli esseri umani, la
separazione fra sfera laica dello Stato e della società civile e l’esperienza
religiosa, sono tutte radicate nei valori irrinunciabili propugnati dal
cristianesimo.
E perciò non si può pensare – afferma il Documento - che questo
attacco sia fatto in buona fede, perché tante affermazioni errate e distorte
sul cristianesimo non sono certo frutto di sola ignoranza.[21]
Ma tale attacco è sicuramente fatto in base alla concezione nichilista del
mondo impostasi in Occidente, a partire dalla modernità e che ha condotto
all’odierna società “liquida” dell’epoca postmoderna, per cui si vive in una
sorta di ripudio del cristianesimo, di cui l’Occidente è pure, in larga parte,
frutto.
La Commissione, perciò, indica come irrinunciabile per tutte
le religioni, specie le monoteiste, reagire alle accuse fatte loro di essere
generatrici di violenza e per far ciò afferma che occorre un ripensamento
critico di ognuna che ne mostri il vero volto e le faccia uscire da un
ripiegamento in se stesse e dal pericolo di una loro visione distorta, ad intra
come ad extra, della stessa loro esperienza religiosa.[22]
Il Documento, così, passa all’enunciato fondamentale:
<< Possiamo attestare, con tutta la
fermezza e l’umiltà necessaria, che il radicale ammonimento nei confronti di un
uso dispotico e violento della religione appartiene in un modo unico al nucleo
originario della rivelazione di Gesù Cristo e ne rappresenta uno degli aspetti
più inauditi ed emozionanti nella storia dell’attesa della manifestazione
personale di Dio e dell’esperienza
religiosa dell’umanità>>[23]
e questo perché <<l’unità
indissolubile del comandamento evangelico dell’amore di Dio e del prossimo
stabilisce il grado di autenticità della religione. Di ogni religione>>[24].
E pertanto la Commissione si sente di proclamare con forza
che << nella tradizione della
Chiesa il principio di questa verità cristologica di Dio non si è mai perso, a
costo di mettere il cristianesimo in contraddizione fra la sua prassi storica e
la sua autentica ispirazione>>.
Come dire che, se in qualche momento storico la Chiesa è
stata tentata da un uso violento del messaggio evangelico, ciò è stato fatto
non in ossequio a tale messaggio ma in evidente contraddizione a questo e
perciò dando aperto scandalo circa la sua fedeltà alla rivelazione di Dio in
Cristo. Ed è proprio a partire dalla verità dello stesso messaggio evangelico
che la Chiesa ha potuto convertirsi e rinnovarsi per ritornare alla purezza
originaria del vangelo.
In parole povere: se un cristiano si rifà al messaggio
evangelico per giustificare il suo agire violento, sa e deve sapere che tale
ricorso non può essere assolutamente giustificato, perché è il vangelo stesso
che rigetta e rimprovera questo uso strumentale del suo messaggio, con il suo
appello all’amore per Dio e il prossimo.
Per dimostrare tali affermazioni, la Commissione ripercorre
il cammino della rivelazione biblica, dalla iniziativa di Dio nel cammino degli
uomini (parte II), con l’offerta della alleanza destinata per tutte le genti, e
poi, operando un discernimento cristiano sull’antica rivelazione a Israele,
mettendo in risalto l’appello alla pratica dell’amore e alla custodia della
giustizia, in cui anche gli stessi passi difficili e “violenti” sono ricompresi
alla luce della pedagogia divina nei riguardi del suo popolo, sottolineando
come il senso ultimo della alleanza di Dio con Israele sia la rivelazione della
sua misericordia e della sua giustizia.
Si arriva così alla rivelazione di Dio nel Figlio (parte
III) in cui si sottolinea come lo stesso operato del Figlio sia stato fatto in
vista della riconciliazione e del superamento della inimicizia fra gli uomini.
E ciò attraverso il superamento della violenza nella morte in croce del Figlio.
In lui è tolto ogni muro di inimicizia e ogni barriera e distinzione fra gli
uomini. La croce dimostra come la lotta da sostenere non è fra popoli ma contro
il male che alberga in noi stessi e le potenze del Maligno che si oppongono
alla signoria di Dio sulla terra e nel cuore degli uomini. L’incarnazione e la croce
manifestano così l’essenza del Dio uni-trino, lui stesso comunione di amore
(radicalmente diverso ad esempio dal monismo monoteista delle altre religioni)
che vuole coinvolgere gli uomini in questa comunione di amore. Nella logica
dell’incarnazione e della rivelazione della gloria di Dio nella paradossale
potenza della croce, anche la Chiesa è chiamata a proclamare la sua fede nel
Dio della pace e così dare speranza a tutti i popoli per superare ogni
conflitto etnico e odio di civiltà. E per tutte le volte che la Chiesa ha
tradito questo ministero di pace e riconciliazione fra i popoli la Chiesa ha
fatto e fa il suo mea culpa.
Così facendo il Documento recupera (parte IV) la dimensione
della fede nel rapporto con la ragione, per superare le critiche dell’ateismo
sulla stessa esistenza di Dio, ridimostrando la validità del percorso che dalla
ragione arriva alla fede nel Dio creatore, un Dio “persona” e unico che
interpella ogni uomo e lo chiama a vivere in relazione con lui. Da qui il valore
(parte V) della dignità del singolo uomo e il legame dei molti nell’unico Dio
che fonda la dimensione etica dell’agire umano e la passione per la giustizia
dei singoli e dei popoli.
In conclusione, la Commissione tira le fila del discorso
ampiamente sviluppato nel Documento.
Il monoteismo che si realizza in questo modo nella fede
trinitaria del cristianesimo - si afferma - non solo rigetta ogni tentativo di
violenza, ma concorre a purificare ogni esperienza religiosa dalla tentazione
del dominio: in questa tentazione va riconosciuta infatti non l’autentica
esperienza religiosa ma una sua radicale corruzione, specie se proveniente da
forme di violenza generate da interessi economici e politici che
strumentalizzano la sensibilità religiosa dei popoli. E dimostrare la forza
della pace con Dio è e sarà sempre di più la missione irreversibile della
Chiesa.
L’augurio è che anche le altre religioni, in particolare
quelle monoteiste, riescano ad argomentare con altrettanta verità il ripudio di
ogni violenza, nella riflessione sulla loro esperienza religiosa: specie quelle
maggiormente esposte alla tentazione della <<chiusura su se stesse, e persino attraversate da orribili presagi di
guerra>>[25].
[1]
COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Dio
Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza. EDB,
2014.
[2]
Ivi, presentazione, p. 7.
[3]
COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Dio
Trinità…, presentazione, p. 7.
[4]
Ivi, n. 4, p. 13.
[5]
Ivi, n. 9, p. 18.
[6]
cfr. Ivi, presentazione. Si veda anche la tesi di BARRINGTON MOORE JR., Le origini religiose della persecuzione
religiosa nella storia, Sellerio editore, Palermo, 2002, pp. 175, per cui
lo stesso radicalismo violento in cui sfociò la rivoluzione francese non fu che la ripresa “laica” della stessa idea
monoteistica assolutizzante di voler imporre la propria verità con la forza e
la violenza.
[7]
cfr. Ivi, Cap. I.
[8]
Ivi, n. 3, p.12.
[9]
cfr. Ivi, n. 14, p. 21.
[10]
Ivi, n. 6, p. 15.
[11]
Ivi, n. 5, p. 14.
[12]
cfr. COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Dio
Trinità…, n. 8, p. 17.
[13]
Ivi, n. 5, pp. 14-15.
[14]
Ivi, Introduzione, p. 8.
[15]
Ivi, n. 8, p. 17.
[16] A
confermare proprio questa affermazione, mi permetto qui di segnalare certi
episodi che registra la cronaca attuale di “intolleranza” e violenza religiosa
di matrice induista o buddista che non sono certo riconducibili a fedi
monoteiste.
[17]
Infatti, tra l’altro, si fa notare come il <<rapporto tra osservanza religiosa e legislazione civile è un tema di
discussione e di ricerca sul quale tutte le culture religiose sono ancora
divise e oscillanti al loro interno. Gli eccessi del “fondamentalismo”
religioso appaiono, in Occidente come in Oriente, radicalmente problematici
anche dal punto di vista della loro genuina ispirazione religiosa. Si tratta
dunque di un tema di discussione comune alle religioni>>, a tutte le
religioni. A ragione perciò si sottolinea come la <<correlazione con la credenza monoteista appare perciò una
semplificazione eccessiva e pretestuosa, che oscura la più fondamentale
questione del rapporto fra trascendenza religiosa e secolarizzazione
civile>>: cfr. Ivi, n. 10, pp. 18-19.
[18]
Ivi, n. 10, p. 18.
[19]
Ivi, n. 11, p. 19.
[20]
Ivi, n. 12, p. 19.
[21]
cfr. Ivi, n. 12, p. 20.
[22]
cfr. Ivi, n. 18, p. 24.
[23]
Ivi, n. 15, p. 22.
[24]
Ivi,
[25]
Ivi, n. 18, p. 24.
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