Volesse il Cielo!
sarebbe il più bel regalo per il suo compleanno!
Regalo fatto al Papa e perciò fatto a tutta la Chiesa!
Il crescente numero di anglicani che sta passando alla fede cattolica è sempre più in aumento e questo dimostra che l'indirizzo ecumenico scelto da Benedetto XVI sta dando i suoi frutti.
E a questi nostri fratelli diamo di cuore il nostro caldo benvenuto.
Ma se quanto sussurrano le voci delle ultime ore si dimostrerà vero, di un imminente accordo tra la FSSPX e la Santa Sede la nostra gioia sarà piena!
Dai, cari fratelli, un ultimo sforzo! da entrambe le parti: in tutti i riti della Settimana Santa abbiamo pregato per voi, adesso attendiamo con trepidante attesa.
Lo vuole la Chiesa, lo vuole il Signore: essere uno in lui affinchè il mondo creda!
Rinunciamo tutti a qualcosa, quello che importa è la salvezza delle anime!!!
Interceda per tutti la Madre dell'unità, Vergine della Pentecoste, dell'unica Chiesa.
CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
sabato 14 aprile 2012
mercoledì 11 aprile 2012
AD MULTOS ANNOS SANTITA'
Il Papa si avvicina al compimento dell'ottantacinquesimo anno di età.
E ci ha fatto dei regali stupendi.
La predica della messa crismale dimostra come Benedetto XVI tiene saldamente il timone della Chiesa, nonstante siano in tanti a non volerlo o a tentare di far credere che non sia più in grado di farlo.
Con garbo e dolcezza di padre, ma con la stessa fermezza che un vero padre deve avere quando occorre ha detto no all'appello alla disobbedienza che partito da un prete dell'Austria sta trovando seguaci in Nord Europa, nel silenzio dei vescovi interessati.
Stranamente i vescovi si lamentano del centralismo romano e vorrebbero avocare a sè tutti i poteri possibili ed immaginabili, relegando il Papa in un ruolo ideale di rappresentanza senza più vera voce in capitolo: poi però sono sempre gli stessi vescovi a tenere paurosamente chiusa la bocca quando occorre proteggere il gregge dei fedeli dall'attacco dei lupi: in questo caso allora meglio che a fare il duro sia Papa, così se qualcuno reagisce, ci si può subito tirarsene fuori!
E' per questo che davanti all'ignavia di tanti vescovi la mia prima reazione è stata quella di esclamare - mi si scusi l'apparente volgarità del termine - "abbiamo un papa con le palle!!!"
Un papa coraggioso, che non teme di attirarsi addosso gli strali di tanti cattolici, di fatto già passati tra le file di un protestantesimo a la carte.
Aveva già parlato in modo forte in occasione del concistoro, nelle due lectio ai seminaristi e ai parroci di Roma: adesso il suo no chiaro al sacerdozio alle donne e il rifiuto di stare a mercanteggiare sulla fede e le scelte pastorali ha fatto apparire l'atteggiamento di tanti per quello che è: una rottura della communio ecclesiale nella disobbedienza di fatto al magistero ecclesiale, seppur ammantato di amore per la chiesa.
Ma lo stesso amore per la chiesa non potrà mai sostituire l'amore per la verità.
Per questo ha indicato a tutti l'unica via possibile del vero rinnovamento ecclesiale: la via della conversione e della santità personale.
I veri riformatori della Chiesa sono i santi!
E giacchè l'esperienza della fede ecclesiale si vive nella liturgia, specie l'eucaristia, forma essa stessa della Chiesa, il Papa ha lanciato altri due forti segnali a vivere la Messa realmente come la fons ed il culmen della vita cristiana. E perchè lo sia sempre più bisogna recuperare la dimensione contemplativa, l'adorazione; bisogna ritornare ad inginocchiarsi davanti all'eucaristia, perchè la comunione diventi realmente l'espressione dell'incontro con Qualcuno e non la semplice condivisione di un pasto sacro.
E poi la celebrazione dell'eucaristia stessa non è il risultato di un bricolage in cui ognuno si ordina il rito come meglio gli aggrada: il no del papa è contro ogni creatività selvaggia, ma anche contro l'archeologismo liturgico giudeizzante dei neocatecumenali che finalmente ha sottoposto ad un giudizio critico da parte dei dicasteri competenti.
Bene ha fatto il papa in questi suoi interventi.
Era ora.
E il papa deve sapere che siamo con lui.
Il suo coraggio ci da coraggio.
E magari di fargli il più bel regalo da lui atteso per il suo compleanno: la celebrazione eucaristica ad orientem o almeno ad crucem e la comunione sulla lingua, in piedi o in ginocchio, ma mai più sulla mano?
Solo gesti formali? Non dimentichiamo che la forma contiene sempre la sostanza!
E dunque, grazie, santità!
E auguri: Dio lo conservi ancora a lungo fra noi, ne abbiamo bisogno!
AD MULTOS ANNOS PAPA BENEDETTO!
E ci ha fatto dei regali stupendi.
La predica della messa crismale dimostra come Benedetto XVI tiene saldamente il timone della Chiesa, nonstante siano in tanti a non volerlo o a tentare di far credere che non sia più in grado di farlo.
Con garbo e dolcezza di padre, ma con la stessa fermezza che un vero padre deve avere quando occorre ha detto no all'appello alla disobbedienza che partito da un prete dell'Austria sta trovando seguaci in Nord Europa, nel silenzio dei vescovi interessati.
Stranamente i vescovi si lamentano del centralismo romano e vorrebbero avocare a sè tutti i poteri possibili ed immaginabili, relegando il Papa in un ruolo ideale di rappresentanza senza più vera voce in capitolo: poi però sono sempre gli stessi vescovi a tenere paurosamente chiusa la bocca quando occorre proteggere il gregge dei fedeli dall'attacco dei lupi: in questo caso allora meglio che a fare il duro sia Papa, così se qualcuno reagisce, ci si può subito tirarsene fuori!
E' per questo che davanti all'ignavia di tanti vescovi la mia prima reazione è stata quella di esclamare - mi si scusi l'apparente volgarità del termine - "abbiamo un papa con le palle!!!"
Un papa coraggioso, che non teme di attirarsi addosso gli strali di tanti cattolici, di fatto già passati tra le file di un protestantesimo a la carte.
Aveva già parlato in modo forte in occasione del concistoro, nelle due lectio ai seminaristi e ai parroci di Roma: adesso il suo no chiaro al sacerdozio alle donne e il rifiuto di stare a mercanteggiare sulla fede e le scelte pastorali ha fatto apparire l'atteggiamento di tanti per quello che è: una rottura della communio ecclesiale nella disobbedienza di fatto al magistero ecclesiale, seppur ammantato di amore per la chiesa.
Ma lo stesso amore per la chiesa non potrà mai sostituire l'amore per la verità.
Per questo ha indicato a tutti l'unica via possibile del vero rinnovamento ecclesiale: la via della conversione e della santità personale.
I veri riformatori della Chiesa sono i santi!
E giacchè l'esperienza della fede ecclesiale si vive nella liturgia, specie l'eucaristia, forma essa stessa della Chiesa, il Papa ha lanciato altri due forti segnali a vivere la Messa realmente come la fons ed il culmen della vita cristiana. E perchè lo sia sempre più bisogna recuperare la dimensione contemplativa, l'adorazione; bisogna ritornare ad inginocchiarsi davanti all'eucaristia, perchè la comunione diventi realmente l'espressione dell'incontro con Qualcuno e non la semplice condivisione di un pasto sacro.
E poi la celebrazione dell'eucaristia stessa non è il risultato di un bricolage in cui ognuno si ordina il rito come meglio gli aggrada: il no del papa è contro ogni creatività selvaggia, ma anche contro l'archeologismo liturgico giudeizzante dei neocatecumenali che finalmente ha sottoposto ad un giudizio critico da parte dei dicasteri competenti.
Bene ha fatto il papa in questi suoi interventi.
Era ora.
E il papa deve sapere che siamo con lui.
Il suo coraggio ci da coraggio.
E magari di fargli il più bel regalo da lui atteso per il suo compleanno: la celebrazione eucaristica ad orientem o almeno ad crucem e la comunione sulla lingua, in piedi o in ginocchio, ma mai più sulla mano?
Solo gesti formali? Non dimentichiamo che la forma contiene sempre la sostanza!
E dunque, grazie, santità!
E auguri: Dio lo conservi ancora a lungo fra noi, ne abbiamo bisogno!
AD MULTOS ANNOS PAPA BENEDETTO!
giovedì 5 aprile 2012
Ai fratelli presbiteri
Mons. Moraglia, nel saluto ai suoi preti nel suo ingresso a Venezia li ha invitati ad un esame di coscienza, dicendo tra l'altro: "amiamo più le nostre reti e le nostre barche che non il pescare, la fatica e l’impegno della pesca (cfr Lc 5, 9). Fuori di metafora, si rischia d’amare più le opere, i titoli accademici, le nostre pubblicazioni, le strutture che abbiamo costituito e ci circondano e servono alla nostra attività pastorale che non il fine per cui quelle cose sono state costituite, ossia le anime. Il rischio è essere organizzatori, impresari, docenti, intellettuali, psicologi, assistenti sociali e non pastori".
In questo giovedì santo un augurio ai miei confratelli presbiteri perchè il Signore ci rende sempre degni di essere pescatori di uomini.
In questo giovedì santo un augurio ai miei confratelli presbiteri perchè il Signore ci rende sempre degni di essere pescatori di uomini.
giovedì 22 marzo 2012
Ut unum sint: l'ecumenismo vale anche per la fraternità sacerdotale San Pio X
Spesso parlando di fratelli separati di cui attendiamo il ritorno nell'unico ovile della Chiesa di Cristo si pensa alle divisioni secolari passate, e non si pensa alle lacerazioni più recenti.
Questo non è il luogo per discutere sulle ragioni dell'una o dell'altra parte.
Il comando di Cristo e la sua preghiera per essere uno è più impellente e ha la priorità su qualsiasi altra disquisizione.
Proprio in questo impegno a 360° si sta spendendo - e impegnando tutta la sua credibilità - il nostro caro papa Benedetto XVI.
Si veda il riavvicinamento con gli Ortodossi per la comune sensibilità circa la Tradizione, si veda l'accoglienza verso i fratelli anglicani che chiedono di essere riammessi nella comunione cattolica.
Si vedano in particolare le concessioni oltre ogni misura pensabile fatte in favore della Fraternità di San Pio X.
Il Papa ha fatto quanto era in suo potere.
Sinceramente ci aspettavamo una pronta risposta da parte di questa Fraternità, se è vero che in loro è forte la nostalgia di casa.
Qualche remora - a nostro parere ingiustificata - ancora li trattiene.
Ma noi speriamo che abbiano il coraggio di sciogliere le vele e di fidarsi della parola del Papa!
Perciò riprendiamo qui di seguito la lettera che Mons. Bux ha loro rivolto e che condividiamo in pieno.
Voglia il Signore, per intercessione di Maria Santissima e di san Giuseppe, il loro pronto rientro per il ristabilimento della comunione nella Chiesa Una Santa Cattolica Apostolica.
Questo non è il luogo per discutere sulle ragioni dell'una o dell'altra parte.
Il comando di Cristo e la sua preghiera per essere uno è più impellente e ha la priorità su qualsiasi altra disquisizione.
Proprio in questo impegno a 360° si sta spendendo - e impegnando tutta la sua credibilità - il nostro caro papa Benedetto XVI.
Si veda il riavvicinamento con gli Ortodossi per la comune sensibilità circa la Tradizione, si veda l'accoglienza verso i fratelli anglicani che chiedono di essere riammessi nella comunione cattolica.
Si vedano in particolare le concessioni oltre ogni misura pensabile fatte in favore della Fraternità di San Pio X.
Il Papa ha fatto quanto era in suo potere.
Sinceramente ci aspettavamo una pronta risposta da parte di questa Fraternità, se è vero che in loro è forte la nostalgia di casa.
Qualche remora - a nostro parere ingiustificata - ancora li trattiene.
Ma noi speriamo che abbiano il coraggio di sciogliere le vele e di fidarsi della parola del Papa!
Perciò riprendiamo qui di seguito la lettera che Mons. Bux ha loro rivolto e che condividiamo in pieno.
Voglia il Signore, per intercessione di Maria Santissima e di san Giuseppe, il loro pronto rientro per il ristabilimento della comunione nella Chiesa Una Santa Cattolica Apostolica.
A Sua Eccellenza Mons. Bernard Fellay
e alla Fraternità sacerdotale san Pio X
Eccellenza Reverendissima,
cari Fratelli,
la fraternità cristiana è più potente della carne e del sangue, perché in essa si anticipa, grazie alla Divina Eucaristia, la vita del Paradiso.
Gesù Cristo ci ha chiamati a fare l'esperienza della comunione: è in questa che il nostro io consiste. Comunione è stima a priori per l'altro, perché abbiamo in comune l'unico Signore. Perciò la comunione è disponibile ad ogni sacrificio per l'unità: una unità che deve essere visibile, secondo l'anelito finale di nostro Signore nella preghiera al Padre: “ut unum sint, ut credat mundus”; visibile, perché è la testimonianza decisiva degli amici di Cristo.
E' indubbio che non pochi fatti del Concilio Ecumenico Vaticano II e del periodo successivo, legati all’elemento umano di questo avvenimento, abbiano rappresentato vere calamità ed addolorato grandi uomini di Chiesa. Ma Iddio non permette che la Sua Chiesa giunga all’autodistruzione.
Non possiamo considerare la durezza dell’elemento umano senza avere fiducia in quello divino, cioè nella Provvidenza che, pur nel rispetto della libertà umana, guida la storia, e in particolare la storia della Chiesa.
La Chiesa è istituzione divina, divinamente garantita ed è pure un fatto umano. L’aspetto divino non nuoce all’elemento umano – personalità e libertà - e non lo inibisce necessariamente; l’aspetto umano, rimanendo integro, ed anche compromettente, non nuoce mai all’aspetto divino.
Per motivo di Fede, ma anche per le conferme che, sia pur lentamente, si manifestano sul piano della storia, crediamo che Dio, in questi anni, abbia preparato e prepari uomini degni per rimediare ai tanti errori ed ai tanti cedimenti che tutti deploriamo, che già spuntino e sempre più spunteranno opere sante, secondo una strategia divina che collega l’opera di anime lontane e che neppure si conoscono, ma il cui agire costituisce un disegno, come è meravigliosamente accaduto nel secolo in cui si ebbe la dolorosa rivolta di Lutero.
Si tratta di divini interventi che pare si moltiplichino quanto più si intorbidano i fatti. Di tutto questo parlerà soprattutto l’avvenire. Ma noi ne siamo già certi e di tutto questo si vede l’alba.
Per qualche tempo l’incertezza dell’alba combatte con le tenebre, lente a ritirarsi, ma quando si vede l’alba si sa che c’è il sole e che il sole continua ad incedere nei Cieli!
Con le parole di Santa Caterina da Siena, possiamo quindi dirvi: “Venite sicuramente a Roma”, presso la casa del Padre comune, che ci è stato donato come perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità cattolica.
Venite a partecipare di questo benedetto avvenire, di cui, pur in mezzo a tenebre persistenti, già si intravede l’alba.
Il vostro rifiuto aumenterebbe lo spazio delle tenebre, non quello della luce. Molteplici sono gli sprazzi di luce che già ammiriamo, primo fra tutti il delinearsi della grande restaurazione liturgica, operata dal Motu Proprio “Summorum Pontificum”, che sta suscitando in tutto il mondo un ampio movimento, di cui fanno parte soprattutto giovani, che intendono zelare il culto del Signore.
Come dimenticare però altri gesti concreti e significativi del Santo Padre, come la remissione delle scomuniche ai Vescovi ordinati da Mons. Lefebvre, l’apertura di un confronto aperto sulla interpretazione del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione, e per questo anche il rinnovamento della Commissione Ecclesia Dei?
Certamente possono restare ancora perplessità, punti da approfondire, da meglio chiarire, come il discorso sull’ecumenismo e sul dialogo interreligioso (che ha già comunque ricevuto un’importante precisazione dalla dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, Dominus Jesus del 6 agosto 2000), e quello sulla maniera in cui intendere la libertà religiosa.
Anche su questi punti, la vostra presenza, canonicamente garantita, nella Chiesa aiuterà a portare maggiore luce.
Come non valutare l’apporto che potrete dare, grazie alle vostre risorse pastorali e dottrinali, alle vostre capacità e sensibilità, al bene di tutta la Chiesa?
Questo è il momento opportuno, questa è l’ora favorevole per ritornare: Timete Dominum transeuntem: non lasciatevi sfuggire l’occasione di grazia che il Signore vi offre, non lasciate che passi accanto a voi e non la riconosciate.
Potrà il Signore concederne un’altra?
Non dovremo tutti un giorno comparire di fronte al Suo Tribunale, e rispondere non solo del male compiuto, ma anche di tutto il bene che avremmo potuto fare e che non abbiamo fatto?
Il cuore del Santo Padre palpita: Egli vi attende con ansia, perché vi ama, perché la Chiesa ha bisogno di voi per una comune testimonianza di fede in un mondo sempre più secolarizzato e che sembra volgere le spalle al Suo Creatore e Salvatore.
Nella piena comunione ecclesiale con la grande famiglia, che è la Chiesa cattolica, la vostra voce non sarà disprezzata, il vostro impegno non sarà né trascurabile né trascurato, ma potrà portare, con quello di tanti altri, frutti abbondanti; al di fuori verrebbe invece disperso.
L'Immacolata ci insegna che troppe grazie si perdono perché non vengono richieste: siamo convinti che con una risposta favorevole alla proposta del Santo Padre, la Fraternità Sacerdotale San Pio X diventerà uno strumento per accendere nuovi raggi alle dita della nostra Madre celeste.
In questo giorno a Lui dedicato, voglia San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria, Patrono della Chiesa Universale, ispirare e sostenere i vostri buoni propositi: “Venite sicuramente a Roma”.
Roma, 19 marzo 2012
Solennità di San Giuseppe
d. Nicola Bux
sabato 10 marzo 2012
SALVIAMO LA DOMENICA
Apparentemente sembra solo un piccolo provvedimento di economia in tempi di crisi.
In realtà è un permesso che scardina tutta la nostra civiltà.
Mi riferisco all'autorizzazione di questo governo di poter lavorare e tenere aperti i negozi 24 ore al giorno per 7 giorni la settimana: cioè sempre, giorno e notte, inclusi domeniche e feste.
Qualche testata cattolica ha già alzato la sua voce di allarme: ad esempio la Bussola. Ma poche rispetto a quello che c'era da aspettarsi: quanto meno una rivoluzione.
Perché scardinare la domenica non è un fatto che riguarda solo quei pochi bigotti di cattolici che ancora si incaponiscono ad andare a messa la domenica e le feste comandate (i laici "adulti" già si sono emancipati da questa "imposizione") ma significa eliminare l'ultimo presidio a favore del primato della persona umana e della famiglia, se proprio non si vuol parlare di Dio.
E' la vittoria della logica del profitto su tutto: non importa che tu ti riposi, pensi a te stesso, ad altre tue dimensioni... quello che interessa è che faccia soldi.
La portata reale della cosa credo sia sotto gli occhi di tutti.
Potremmo scriverci sopra dei libri: ma credo che anche poche parole come le mie già siano sufficienti a delineare l'ulteriore sconfitta umana che ci siamo inflitti.
Già perché dicevano che questo doveva essere un governo cattolico o quantomeno vicino ai cattolici, visti i ministri cattolici che ci sono: ma, scusate, davvero ci sono ministri cattolici in questo governo?
In realtà è un permesso che scardina tutta la nostra civiltà.
Mi riferisco all'autorizzazione di questo governo di poter lavorare e tenere aperti i negozi 24 ore al giorno per 7 giorni la settimana: cioè sempre, giorno e notte, inclusi domeniche e feste.
Qualche testata cattolica ha già alzato la sua voce di allarme: ad esempio la Bussola. Ma poche rispetto a quello che c'era da aspettarsi: quanto meno una rivoluzione.
Perché scardinare la domenica non è un fatto che riguarda solo quei pochi bigotti di cattolici che ancora si incaponiscono ad andare a messa la domenica e le feste comandate (i laici "adulti" già si sono emancipati da questa "imposizione") ma significa eliminare l'ultimo presidio a favore del primato della persona umana e della famiglia, se proprio non si vuol parlare di Dio.
E' la vittoria della logica del profitto su tutto: non importa che tu ti riposi, pensi a te stesso, ad altre tue dimensioni... quello che interessa è che faccia soldi.
La portata reale della cosa credo sia sotto gli occhi di tutti.
Potremmo scriverci sopra dei libri: ma credo che anche poche parole come le mie già siano sufficienti a delineare l'ulteriore sconfitta umana che ci siamo inflitti.
Già perché dicevano che questo doveva essere un governo cattolico o quantomeno vicino ai cattolici, visti i ministri cattolici che ci sono: ma, scusate, davvero ci sono ministri cattolici in questo governo?
sabato 3 marzo 2012
TRA RABBIA E SCONCERTO
E' stato presentato il nuovo rito delle esequie della CEI.
Dopo il cervellotico nuovo rito del matrimonio (pensato a mio parere da chi non ha mai celebrato un matrimonio in vita sua) in cui non si può parlare più di traduzione e di adattamento ma di invenzione di un nuovo rito (con incoronazione che certo non è di tradizione romana) adesso la CEI ci regala il nuovo rito delle esequie.
Ma il danno per il rito del matrimonio è risibile, considerato quello che qui è stato fatto.
Specie riguardo ad una resa di fronte alla nuova moda della cremazione.
Sottoscrivo in pieno quello che è pubblicato su cantualeantonianum da frate A.R. e ogni mio ulteriore commento sarebbe una ripetizione.
Vi prego di leggerlo e di vedere anche i video allegati.
Per quanto mi risulta da altre fonti riservate ho l'impressione che il pensiero massonico, coniugato con nuove forme di gnosi e new age, abbia segnato un ulteriore punto a suo favore.
Non mi meraviglio della CEI: anche se temo per la traduzione della terza edizione del Messale Romano, ma mi chiedo come la Santa Sede possa dare la Recognitio a queste aberrazioni.
Il fumo di Satana ha offuscato un po' tutti?
Povero Papa nostro Benedetto!
Come non dargli ragione nel pensare che la Chiesa cattolica deve essere salvata anzitutto da se stessa?
Dopo il cervellotico nuovo rito del matrimonio (pensato a mio parere da chi non ha mai celebrato un matrimonio in vita sua) in cui non si può parlare più di traduzione e di adattamento ma di invenzione di un nuovo rito (con incoronazione che certo non è di tradizione romana) adesso la CEI ci regala il nuovo rito delle esequie.
Ma il danno per il rito del matrimonio è risibile, considerato quello che qui è stato fatto.
Specie riguardo ad una resa di fronte alla nuova moda della cremazione.
Sottoscrivo in pieno quello che è pubblicato su cantualeantonianum da frate A.R. e ogni mio ulteriore commento sarebbe una ripetizione.
Vi prego di leggerlo e di vedere anche i video allegati.
Per quanto mi risulta da altre fonti riservate ho l'impressione che il pensiero massonico, coniugato con nuove forme di gnosi e new age, abbia segnato un ulteriore punto a suo favore.
Non mi meraviglio della CEI: anche se temo per la traduzione della terza edizione del Messale Romano, ma mi chiedo come la Santa Sede possa dare la Recognitio a queste aberrazioni.
Il fumo di Satana ha offuscato un po' tutti?
Povero Papa nostro Benedetto!
Come non dargli ragione nel pensare che la Chiesa cattolica deve essere salvata anzitutto da se stessa?
giovedì 1 marzo 2012
ELOGIO DEL SILENZIO
Il Santo Padre è solito inviare agli operatori della comunicazione, proprio ogni anno nel giorno della memoria di San Francesco di Sales, patrono degli operatori della comunicazione, un Messaggio in vista della Giornata delle comunicazioni sociali che sarà poi celebrata ogni anno il giorno della Ascensione del Signore.
Il tema scelto dal Papa per il 2012 è SILENZIO E PAROLA.
Si tratta, spiega il Papa, di cogliere il rapporto tra il silenzio e la parola: <<due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi>> giacchè <<Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato.>>
Per operatori che lavorano con la parola e vivono di parole, il tema può sembrare provocatorio, ma è certo una salutare provocazione. Dice infatti il Papa: << Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio.>>
Come non essere d’accordo col Papa?
E’ sotto gli occhi di tutti il fatto che un surplus di comunicazione – dalla miriade di servizi di informazione a tutte le ore, ai talk show televisivi, a tutta la miriade di siti internet e a tutte le altre applicazioni che corrono in rete, a Tweet e roba simile… - ci sta facendo correre il rischio di una svalutazione della comunicazione stessa, del suo appiattimento, della perdita della stessa gerarchia di notizie e dei valori cui devono essere legate, dello svincolarsi della ocmunicazione dai criteri della verità e della oggettività per relegare la comunicazione nell’ambito della soggettività e della pura e semplice opinione.
Ma, scrive il Papa, << L’uomo non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita: tutti siamo cercatori di verità e condividiamo questo profondo anelito, tanto più nel nostro tempo in cui "quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali">>.
Il rischio che si corre infatti è proprio quello individuato dal Papa e che sfocia in un relativismo superficiale, in cui avrebbero ben presto facile gioco l’insinuarsi di interessi di parte e logiche lontane dal rispetto della dignità dell’uomo, della sua vera libertà e della sua retta coscienza.
Solo facendo un salto indietro, nel recupero del silenzio, che significa non solo recupero della interiorità da parte di chi si trova ad operare nei mass media – interiorità di cui tutti abbiamo bisogno-, ma anche il recupero del rispetto per l’altro, giacchè il silenzio reca con sé la capacità dell’ascolto dell’altro, c’è il modo di superare il rischio su cui ci ammonisce il Papa.
Aggiunge infatti il Papa: solo <<Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee>>.
Penso qui a tanti modi di fare giornalismo da parte di certi conduttori che interpretano più la parte dello show man che non quella di seri operatori della comunicazione, al modo di condurre certi programmi televisivi, al modo di “lanciare” un pezzo sui quotidiani… in cui l’altro, il soggetto di cui si parla, invece non è né ascoltato né quindi rispettato ma è solo il pretesto per fondare il nostro pregiudizio e portare vanti tesi già precostituite.
Il recupero del silenzio e dell’ascolto dell’altro consente invece il recupero di una dimensione della comunicazione più riflessiva: continua in proposito il Papa: << Una profonda riflessione ci aiuta a scoprire la relazione esistente tra avvenimenti che a prima vista sembrano slegati tra loro, a valutare, ad analizzare i messaggi; e ciò fa sì che si possano condividere opinioni ponderate e pertinenti, dando vita ad un’autentica conoscenza condivisa>>.
E dunque, conclude il Papa: <<Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare>>.
Non è questo il contesto in cui siamo chiamati a trovare soluzioni e indicazioni pratiche, né il Papa vuole entrare nel merito delle scelte che ognuno in coscienza crederà di fare, ma credo che sia stimolante la nuova modalità con cui il Papa chiama a contestualizzare il servizio della comunicazione: egli afferma che per recuperare la comunicazione al suo vero ruolo << è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di "ecosistema" che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni>>.
Si tratta dunque di una sorta di autoeducazione in cui di volta in volta l’operatore della comunicazione dovrà collocarsi per poter discernere se parlare, se tacere, come parlare, quando parlare, come ammonisce il Qoelet.
Non si tratta qui di inventarsi forme di censure o autocensure nella comunicazione, ma nel sapiente equilibrio tra silenzio e parola, ritornare ad una sorta di pudore per cui sapere quando una comunicazione può essere affidata alla parola – e quindi all’immagine - piuttosto che al silenzio, ma anche viceversa quando il silenzio a volte può essere una forma di comunicazione altrettanto eloquente quanto la parola e a volte anche di più.
Nella tradizione rabbinica si dice che la Torà sia stata scritta con inchiostro nero e con inchiostro bianco, cioè non solo con le lettere ma anche con gli spazi bianchi che sono tra le lettere.
Il saggio sa leggere entrambe le scritture!
Un bravo operatore della comunicazione sociale dovrebbe saper adoperare e scrivere con entrambi gli inchiostri!
Certo, qualcuno dirà, qui il nostro riferimento è stato finora il Papa e quindi un contesto di fede. Ma credo che anche dalla stessa sapienza umana, chi vuole possa recuperare un invito alla sobrietas nell’uso di silenzio e parola, quale ad esempio ci è testimoniato dalla classicità greca.
C’è un senso infatti nella regola che prescrive di non rappresentare mai nelle tragedie greche sulla scena la morte di un personaggio: è il senso è che – data la funzione catartica del teatro greco – l’assistere alle scene di morte violenta più che aiutare il cittadino a crescere, lo spingesse ancor più verso l’abbrutimento, cioè verso una condizione subumana.
La paideia greca è infatti l’impegno di una educazione e di una cultura che mira a crescere nella bellezza e per la bellezza.
Dove bellezza sta per l’esperienza dell’armonia dell’uomo con se stesso, con la natura, con la divinità.
Che poi è quell’ecosistema di cui parla il Papa.
Il mio augurio è che allora ognuno di noi, ogni operatore delle comunicazioni sociali, sappia leggere e interpretare se stesso come un servitore della parola, come ministro di paideia, cioè sappia vivere il suo ruolo in chiave pedagogica al servizio della bellezza, anche in quelle occasioni in questa sembra essere inficiata dal male che per definizione è colui che la nega.
Ma, ce lo ricorda Dostoewskij, è proprio la bellezza che salverà il mondo.
giovedì 23 febbraio 2012
GRAZIE, SANTITA'
Ho seguito oggi la lectio divina del papa ai suoi sacerdoti (che TV2000 si è guardata bene dal mandare in diretta!).
Il papa è stato magistrale come sempre.
La sua lectio non ha nulla da invidiare a quella dei grandi padri della Chiesa: teologo, vescovo, pastore e padre!
Ci sarebbe da commentarla passo per passo.
Ma a me preme sottolinearne uno solo: quello in cui fa piazza pulita di un dualismo inaccettabile, quello per cui da una parte ci sono i carismi, e quindi una chiesa carismatica, e dall'altra i ministeri, e quindi una chiesa ministeriale, in cui il ministeriale è inteso come semplicemente "burocratico" e perciò opposto al carismatico dove solamente aleggerebbe lo Spirito coi suoi doni.
In questo dualismo, in fondo la struttura gerarchica della chiesa e quindi il sacerdozio (come anche la sua dimensione istituzionale e canonica) sarebbe sì necessaria, ma non vivificata dallo Spirito.
Per cui la Chiesa, quella viva, sarebbe quella "carismatica".
Il papa oggi nella lectio, commentando San Paolo che dice che ci sono nella chiesa apostoli e profeti, ha fatto rilevare come tutti provengono dalla charis, cioè dalla grazia, e quindi sono doni di grazia, cioè carismi: per cui anche il mio sacerdozio, se è dono, è carisma!
E finalmente!
Allora io prete secolare, diocesano, non sono l'impiegato di una istituzione: anche io vivo di un carisma, per un carisma, un carisma che come ogni altro carisma è al servizio della comunità ecclesiale.
Non che io non ne fossi convinto!
Ma penso a tanti sacerdoti secolari caduti nella trappola per cui il ministero sacerdotale, nella sua dimensione diocesana, - che per me, nell'ottica della ecclesiologia eucaristica della chiesa universale e locale, è invece fondamentale, - non abbia una "spiritualità" sua, non ha una dimensione carismatica, per cui tanti preti sono andati e vanno a cercarla in questo o quel gruppo, associazione, movimento, dove alcuni dicono di aver trovato o ritrovato il senso del loro sacerdozio.
Significa ignorare la dimensione carismatica e perciò spirituale della chiamata al sacerdozio.
Il papa oggi ce lo ricorda: non si tratta di cercare dunque fuori, altrove, quello che ci è stato dato.
Si tratta di mantenersi saldi, cioè nella verità, della vocazione ricevuta.
Il papa è stato magistrale come sempre.
La sua lectio non ha nulla da invidiare a quella dei grandi padri della Chiesa: teologo, vescovo, pastore e padre!
Ci sarebbe da commentarla passo per passo.
Ma a me preme sottolinearne uno solo: quello in cui fa piazza pulita di un dualismo inaccettabile, quello per cui da una parte ci sono i carismi, e quindi una chiesa carismatica, e dall'altra i ministeri, e quindi una chiesa ministeriale, in cui il ministeriale è inteso come semplicemente "burocratico" e perciò opposto al carismatico dove solamente aleggerebbe lo Spirito coi suoi doni.
In questo dualismo, in fondo la struttura gerarchica della chiesa e quindi il sacerdozio (come anche la sua dimensione istituzionale e canonica) sarebbe sì necessaria, ma non vivificata dallo Spirito.
Per cui la Chiesa, quella viva, sarebbe quella "carismatica".
Il papa oggi nella lectio, commentando San Paolo che dice che ci sono nella chiesa apostoli e profeti, ha fatto rilevare come tutti provengono dalla charis, cioè dalla grazia, e quindi sono doni di grazia, cioè carismi: per cui anche il mio sacerdozio, se è dono, è carisma!
E finalmente!
Allora io prete secolare, diocesano, non sono l'impiegato di una istituzione: anche io vivo di un carisma, per un carisma, un carisma che come ogni altro carisma è al servizio della comunità ecclesiale.
Non che io non ne fossi convinto!
Ma penso a tanti sacerdoti secolari caduti nella trappola per cui il ministero sacerdotale, nella sua dimensione diocesana, - che per me, nell'ottica della ecclesiologia eucaristica della chiesa universale e locale, è invece fondamentale, - non abbia una "spiritualità" sua, non ha una dimensione carismatica, per cui tanti preti sono andati e vanno a cercarla in questo o quel gruppo, associazione, movimento, dove alcuni dicono di aver trovato o ritrovato il senso del loro sacerdozio.
Significa ignorare la dimensione carismatica e perciò spirituale della chiamata al sacerdozio.
Il papa oggi ce lo ricorda: non si tratta di cercare dunque fuori, altrove, quello che ci è stato dato.
Si tratta di mantenersi saldi, cioè nella verità, della vocazione ricevuta.
mercoledì 22 febbraio 2012
Viva il cardinale Dolan
Sinceramente mi ha commosso il cardinale Dolan andato al Concistoro e poi in udienza dal Papa con la mamma accanto: con tristezza ho pensato alle volte che anche mia madre mi ha accompagnato per la celebrazione dell'eucaristia...
Dobbiamo essere grati al Cardinale Dolan per questo tocco di umanità, ma in verità la sua umanità l'abbiamo sperimentata anche in occasione della sua relazione ai cardinali riuniti in concistoro venerdì scorso.
Una relazione intrisa di gioia, come ha poi sottolineato il Papa, ma teologicamente profonda e frutto di una sensibilità pastorale di una persona che si nutre del contatto dei fedeli ai quali si è chiamati ad annunziare un messaggio di gioia.
Già, la gioia: una parola ricorrente e quasi la chiave della sua relazione e che per questo credo si trovi in sintonia con Papa Benedetto che già nel suo motto episcopale recava incisa la volontà di essere cooperatore della gioia dei fedeli a lui affidati
E si vede subito che della gioia il cardinale Dolan non solo parla ma anche la vive: come solo un animo bambino può farlo: e anche in questo, nel suo sguardo sapiente ma insieme ingenuo rispetto al mondo, credo si trovi in sintonia con papa Benedetto.
E' la prova che nella Chiesa non tutto è marcio o fa scandalo, e che le scelte della nuova generazione di vescovi fatte dal Papa cominciano a dare frutti.
Preghiamo per il Papa perché continui l'opera di rinnovamento nella Chiesa.
Preghiamo perché la Chiesa si arricchisca di tanti preti-vescovi-cardinali Dolan!
Dobbiamo essere grati al Cardinale Dolan per questo tocco di umanità, ma in verità la sua umanità l'abbiamo sperimentata anche in occasione della sua relazione ai cardinali riuniti in concistoro venerdì scorso.
Una relazione intrisa di gioia, come ha poi sottolineato il Papa, ma teologicamente profonda e frutto di una sensibilità pastorale di una persona che si nutre del contatto dei fedeli ai quali si è chiamati ad annunziare un messaggio di gioia.
Già, la gioia: una parola ricorrente e quasi la chiave della sua relazione e che per questo credo si trovi in sintonia con Papa Benedetto che già nel suo motto episcopale recava incisa la volontà di essere cooperatore della gioia dei fedeli a lui affidati
E si vede subito che della gioia il cardinale Dolan non solo parla ma anche la vive: come solo un animo bambino può farlo: e anche in questo, nel suo sguardo sapiente ma insieme ingenuo rispetto al mondo, credo si trovi in sintonia con papa Benedetto.
E' la prova che nella Chiesa non tutto è marcio o fa scandalo, e che le scelte della nuova generazione di vescovi fatte dal Papa cominciano a dare frutti.
Preghiamo per il Papa perché continui l'opera di rinnovamento nella Chiesa.
Preghiamo perché la Chiesa si arricchisca di tanti preti-vescovi-cardinali Dolan!
giovedì 16 febbraio 2012
E se Celentano avesse ragione?
Premetto che Celentano mi è profondamente antipatico per la sua smania di fare il guru e il profeta a buon mercato e certo Sanremo non è la cornice adatta per prediche a sfondo demagogico... ma giacché la verità può uscire fuori anche dalla bocca dell'asina di Balaam allora anche nella provocazione di Celentano possiamo scorgere un barlume di verità!
Sono prete e parroco: un tempo anche nella mia chiesa facevo vendere Famiglia Cristiana, ero abbonato ad Avvenire e a Jesus.
Da alcuni anni non ho rinnovato più l'abbonamento né ad Avvenire (che apprezzavo più per la pagina culturale che per l'informazione ecclesiale di fatto il più delle volte inesistente o reticente) né a Jesus (rimasto all'epoca della sua nascita sessantottina e sempre uguale a se stesso e sempre più acido verso il Magistero...) e non ho più voluto che si distribuisse Famiglia Cristiana in chiesa perché ancora non si è accorta che il Papa è cambiato e non è più GPII, che la Chiesa cammina, che un giornale che si vanta di essere cristiano qualche parola sulla fede dovrebbe pur dirla, o no? invece di buttare tutto in politica e sociologia.
E perciò adesso diffondo Il Timone, almeno chi lo legge è aiutato ad formarsi nella sua identità cattolica.
Non temo di scrivere tutto ciò perché le mie osservazioni le ho già esposte agli interessati spiegando perchè non rinnovavo più gli abbonamenti.
Ma Celentano ha dimenticato TV2000 che pure è pagata coi soldi dell'8per1000 e che per capire che è la TV della CEI se non capiti nella messa o nel rosario, sei sommerso tutto il giorno da un chiacchericcio che ti intontisce: ma mai una parola sulla fede! La vita ecclesiale? quasi zero: aspetto ancora che Boffo mi risponda perchè il TG Ecclesia che andava in onda alle 14 è scomparso: era troppo essere aggiornati sulle attività del papa ogni giorno? A malappena la meditazione dell'udienza il mercoledì ... Oppure vi aspettavate le dirette o almeno le sintesi del convegno su Cristo nostro contemporaneo? Non sia mai!
Meno male che c'è Telepace!
Ecco, Celentano ha ragione: media che si dicono cattolici ma sono inutili; pensano ad una religione civile fatta di caritas e buone azioni (che anche un ateo può fare) ma chi parla oggi della meta ultima che è Dio, di vita eterna, di inferno e paradiso? e se non lo facciamo noi chi lo fa?
Paradossalmente il Foglio, dove spesso trovo più cattolicesimo e domande esistenziali che su Avvenire!
Prima di stracciarci le vesti, allora forse sarebbe meglio interrogarci se la provocazione di Celentano non cia utile per rivedere uno stile di presenza di Chiesa che brilla per la sua...assenza!
In fondo è il grido di tanti che vogliono che la chiesa ci sia, che ritorni a esserci per rendere presente Dio nel mondo!
Il papa ha indetto l'anno della fede: se lo sono chiesti Famiglia Cristiana e & se loro stanno davvero aiutando a rendere presente la fede nel mondo?
Sono prete e parroco: un tempo anche nella mia chiesa facevo vendere Famiglia Cristiana, ero abbonato ad Avvenire e a Jesus.
Da alcuni anni non ho rinnovato più l'abbonamento né ad Avvenire (che apprezzavo più per la pagina culturale che per l'informazione ecclesiale di fatto il più delle volte inesistente o reticente) né a Jesus (rimasto all'epoca della sua nascita sessantottina e sempre uguale a se stesso e sempre più acido verso il Magistero...) e non ho più voluto che si distribuisse Famiglia Cristiana in chiesa perché ancora non si è accorta che il Papa è cambiato e non è più GPII, che la Chiesa cammina, che un giornale che si vanta di essere cristiano qualche parola sulla fede dovrebbe pur dirla, o no? invece di buttare tutto in politica e sociologia.
E perciò adesso diffondo Il Timone, almeno chi lo legge è aiutato ad formarsi nella sua identità cattolica.
Non temo di scrivere tutto ciò perché le mie osservazioni le ho già esposte agli interessati spiegando perchè non rinnovavo più gli abbonamenti.
Ma Celentano ha dimenticato TV2000 che pure è pagata coi soldi dell'8per1000 e che per capire che è la TV della CEI se non capiti nella messa o nel rosario, sei sommerso tutto il giorno da un chiacchericcio che ti intontisce: ma mai una parola sulla fede! La vita ecclesiale? quasi zero: aspetto ancora che Boffo mi risponda perchè il TG Ecclesia che andava in onda alle 14 è scomparso: era troppo essere aggiornati sulle attività del papa ogni giorno? A malappena la meditazione dell'udienza il mercoledì ... Oppure vi aspettavate le dirette o almeno le sintesi del convegno su Cristo nostro contemporaneo? Non sia mai!
Meno male che c'è Telepace!
Ecco, Celentano ha ragione: media che si dicono cattolici ma sono inutili; pensano ad una religione civile fatta di caritas e buone azioni (che anche un ateo può fare) ma chi parla oggi della meta ultima che è Dio, di vita eterna, di inferno e paradiso? e se non lo facciamo noi chi lo fa?
Paradossalmente il Foglio, dove spesso trovo più cattolicesimo e domande esistenziali che su Avvenire!
Prima di stracciarci le vesti, allora forse sarebbe meglio interrogarci se la provocazione di Celentano non cia utile per rivedere uno stile di presenza di Chiesa che brilla per la sua...assenza!
In fondo è il grido di tanti che vogliono che la chiesa ci sia, che ritorni a esserci per rendere presente Dio nel mondo!
Il papa ha indetto l'anno della fede: se lo sono chiesti Famiglia Cristiana e & se loro stanno davvero aiutando a rendere presente la fede nel mondo?
lunedì 13 febbraio 2012
Un suggerimento per l'anno della fede: leggete il libro di Leo Scheffczyk, Il mondo della fede cattolica. Verità e forma,
Il libro di Leo Scheffczyk, Il mondo della fede cattolica. Verità e forma, Milano, Vita e Pensiero, pp. 424, € 25.00, è in libreria da martedì 21 ottobre 2007, stampato dall’editrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ed è la traduzione italiana di un volume il cui originale, in lingua tedesca, è del 1977.
Scheffczyk, tedesco, scomparso nel 2005, fu teologo e poi cardinale, insignito della porpora da Giovanni Paolo II nel 2001, su consiglio dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, che di Scheffczyk aveva profonda stima.
Leo Scheffczyk e il giovane Ratzinger si conobbero quando erano studenti di teologia. E poi si tennero in contatto come docenti, il primo a Tubinga e l’altro a Bonn.
Ma si frequentarono soprattutto come membri della commissione dottrinale della Conferenza episcopale tedesca, istituita dopo il Concilio Vaticano II.
Ancora più stretta fu poi la collaborazione tra l’allora Prefetto della Congregazione della dottrina della fede e il nostro autore.
Ed è significativo il fatto che il libro si apra con un’intervista a Benedetto XVI in ricordo di Leo Scheffczyk, di cui si delineano le qualità umane, sacerdotali e teologiche, riassumibili nel suo umile ma coraggioso sentire sempre “cum Ecclesia” al cui servizio ha messo tutte le sue risorse spirituali ed intellettuali.
Pur avendo alle spalle una vasta carriera di insegnamento e di produzioni scientifiche, Scheffczyk fu una persona che scelse per la sua vita un “taglio basso”, uno stile umile e riservato, senza la ricerca di riconoscimenti mondani ed ecclesiastici.
Un merito riconosciuto da tutti è il fatto di essere stato schivo e lontano da ogni specie di carrierismo sia in ambito universitario che in ambito ecclesiastico.
Diverse le materie studiate da teologo, ma certo un tratto distintivo del nostro autore è sicuramente dato dalla volontà di ricercare e mantenere sempre il “proprium” della fede cattolica nel fecondo rapporto con la Tradizione vivente della Chiesa.
Ingenerosa, infatti, appare per lui l’etichetta di “conservatore”, quando proprio lui stesso vuole <<rivendicare per se stesso di non stare né a ‘destra’ né a ‘sinistra’, ma semplicemente di andare avanti, proseguendo lungo la strada che la stessa Chiesa cattolica ha fin qui percorso>> (p. XLI).
Anzi, va sottolineato il tentativo equilibrato, ad esempio in ambito ecclesiologico, di esprimere tutta la ricchezza delle formulazioni del Concilio Vaticano II nella continuità con tutta la Tradizione della Chiesa.
***
Il libro, introdotto da un ritratto biografico-teologico a cura di P. Johannes Nebel, si apre con una Prefazione dell’Autore in cui è indicata la finalità dell’opera, che in un’espressione sintetica può essere racchiusa in questa motivazione: la ricerca dell’identità cattolica, quale un modo specifico e caratteristico di vivere l’appartenenza ecclesiale e la stessa fede cristiana.
La riflessione parte da una constatazione: essendo il cristianesimo anzitutto una esperienza vitale, un evento vissuto nell’hic et nunc della storia, lo studio del cristianesimo non potrà mai essere fatto su teorizzazioni astratte di questo, ma sempre a partire dalla sua concretizzazione storicamente oggettivata.
Ora, queste concretizzazioni, di fatto, non sono altro che le diverse confessioni cristiane.
Realisticamente, infatti, l’autore parte dalla esistenza oggettiva non di un cristianesimo astratto, ma di un cristianesimo che si invera - o che almeno ha la pretesa di inverarsi - nelle varie confessioni cristiane così come storicamente si sono concretizzate (tralasciando per ora la domanda di quanta “verità” cristiana ci sia nelle singole confessioni cristiane). Non c’è, infatti, storicamente parlando, un modo “cristiano” sic et simpliciter di vivere oggi il cristianesimo, bensì un modo cattolico, ortodosso, protestante (nelle sue derivazioni) di vivere l’esperienza di fede cristiana.
Di conseguenza, l’autore afferma:
<<Ne deriva che è possibile analizzare e comprendere il cristianesimo solo se è qualcosa di concreto, il che è possibile solo assumendo una dimensione confessionale. Per questa ragione, sebbene ciò possa apparire insoddisfacente, anche oggi è possibile parlare soltanto di cristianesimo protestante, ortodosso oppure cattolico>> (p. 15).
Solo nella comprensione di questo dato oggettivo ci si può successivamente domandare se l’esperienza cattolica o protestante od ortodossa siano solo diverse modalità ugualmente valide ed equivalenti di vivere il cristianesimo o se l’essenza stessa del cristianesimo possa dirsi salvaguardata in modo pieno ed oggettivo in una data confessione cristiana.
E’ chiaro, certo, che per il nostro teologo la risposta sarà che ciò avviene pienamente solo nel cattolicesimo, ma non ne vuole dare una definizione aprioristica, quanto fare un cammino che risalga empiricamente dalla forma concreta del cattolicesimo alla essenza stessa del cristianesimo.
L’autore ipotizza inoltre che, non dandosi storicamente la possibilità di un cristianesimo astratto da qualsiasi concretizzazione confessionale, allora deve essere possibile risalire dalla <<concretizzazione del cattolicesimo (nella Chiesa), per cogliere, a partire da qui, l’essenza del cristianesimo, inteso come realtà vivente e come forma concreta>> (p. XXXIX).
Ed è quanto in questa sua opera egli cerca di fare.
Il fine dell’operazione è chiaro, il recupero dell’identità cattolica, e non tanto per una prospettiva intellettualistica solamente, quanto per rispondere ad un’altra domanda di fondo: è possibile ancora oggi proporre l’esperienza cattolica come esperienza di fede? E più in profondità, è possibile proporre ancora oggi al mondo l’evento cristiano? Perché, se ciò è possibile, vuol dire che il cattolicesimo ha ancora nel mondo un futuro e un ruolo da giocare! Altrimenti significa che ogni sua pretesa è finita!
L’opera intende dunque mostrare anzitutto quali siano i caratteri distintivi del cattolicesimo, non tanto in una forma teoretica astratta, quanto invece a partire dal vissuto ecclesiale: ecco perché, più che parlare di dottrina cattolica, parla di “Mondo della fede cattolica” in cui la “verità” cattolica non è intesa come qualcosa di avulso dalla vita ecclesiale stessa ma diventa la “forma” in cui si coagula e si vive l’esperienza cristiana. E’ questo il senso del titolo che richiama dunque ad una sorta di <<ricognizione fenomenologica>> (p. XL), come la definisce l’autore, del Cattolicesimo, per coglierne poi l’essenza stessa, attraverso un metodo che parta dall’esperienza della fede vissuta-celebrata-pensata nel solco di quella Tradizione che non è solo un bagaglio del passato, quanto <<un processo di trasmissione vivente e un progredire verso il futuro>>(p. XLI).
La spinta a compiere un’operazione del genere è stata data all’Autore dalla constatazione che in ambito cattolico ci sia oggi nella delineazione del cattolicesimo <<una certa ritrosia nel metterne in evidenza il significato confessionale>>: se infatti sono tante oggi le opere di teologi cattolici che cercano di definire l’essenza del cristianesimo, in queste opere non si arriva poi a dare una chiara definizione di ciò che è il carattere specifico del cattolicesimo, anzitutto per un fraintendimento di base, che fa <<presupporre, semplicemente, che il vero cristianesimo porti con sé necessariamente anche il carattere del cattolicesimo>> (p. XXXIX): ma in definitiva questo non arriva a spiegare poi perché un uomo che approdi al cristianesimo debba scegliere di viverlo in un’esperienza ecclesiale confessionale piuttosto che in un’altra!
E sempre che questo fatto non sia già la manifestazione o di un certo indifferentismo verso le singole confessioni cristiane – equiparandole in pratica nella loro valenza salvifica (quello che è definito una sorta di “cristianesimo vago” a p. 15)– oppure la manifestazione di una mentalità che crede possibile, secondo il famoso slogan “Cristo si, Chiesa no”, il poter attingere all’esperienza salvifica di Cristo (in qualunque modo venga intesa) senza passare dalla mediazione ecclesiale (cfr. ad esempio l’esame del tentativo dell’idealismo di staccare Cristo dalla Chiesa fino ad arrivare a staccare il Cristianesimo dallo stesso Cristo storico: p. 97!).
Ricerca dunque dell’identità cristiana e ricerca dell’identità cattolica stanno qui in un rapporto inscindibile in cui l’una non può essere data (pensata e vissuta) senza l’altra.
Tale ritrosia a mettere in evidenza la specificità del cattolicesimo è attribuita poi dall’autore ad una sorta di paura del cattolicesimo stesso di manifestare la propria “diversità” (p. XL) rispetto a tutte le altre proposte di fede: in un mondo che tende all’omologazione e all’uniformità, il marcare con forza le proprie caratteristiche è inteso non come atto positivo di manifestazione di identità ma come atto negativo di connotazione di una ”specificità” che rifugge dal volersi adeguare ai parametri mondani e perciò guardato con sospetto, appunto come “di-versità”, inaccettabile.
La manifestazione della propria identità è sentita, infatti, oggi dalla cultura secolarizzata, quasi come la manifestazione della volontà di respingere qualsiasi incontro e dialogo con l’altro, come se il dialogo e l’incontro fosse possibile realizzarli solo in un ambito così indistinto ed amorfo in cui, a forza di decolorare e deconnotare ogni identità specifica si finisce per cadere in quella “notte nera in cui tutte le vacche sono nere”.
In dichiarata controtendenza (p. XL) l’autore è convinto, invece, che un dialogo sia intraecclesiale (tanto all’interno stesso del cattolicesimo quanto nel dialogo ecumenico con le altre confessioni cristiane), sia extraecclesiale (nel rapporto con le altre religioni e con i non credenti) debba nascere sempre dalla chiara e dichiarata consapevolezza della propria identità da parte dei singoli interlocutori (p. 23).
Poiché il dialogo può essere fatto solo nella verità, la consapevolezza della propria identità è il frutto di questo porre al centro anzitutto la questione della verità su se stessi(pp. 21-22).
Così <<un vero ecumenismo può crescere solo nella consapevolezza del significato della propria natura e del proprio valore. Colui che non è consapevole della propria identità, non può portare all’unità che tanto desidera alcun apporto realmente suo e specifico>> (p. XL).
Ugualmente, nel rapporto con il mondo non cristiano, <<in un tempo in cui la vita della Chiesa, nella gioia della sua proposta al mondo, finisce per entrare in una sorta di “mercato delle possibilità umane”, la consapevolezza dell’essenza profonda del cattolicesimo non può essere considerata irrilevante>>.
Se dunque la possibilità del dialogo ecumenico e del dialogo con le altre religioni e con il mondo è data dalla consapevolezza della propria identità, allora la ricerca del proprium cattolico, quale ricerca del centro unitario capace di dare senso alla totalità cattolica dell’esperienza cristiana è anzitutto un impegno prioritario.
Impegno da cui deve scaturire il primo frutto di una voce univoca e non equivoca - come espressione di un cum-sentire dei molti nell’unica fede cattolica e perciò come espressione dell’identità cattolica - nel dialogo con gli altri, se vero dialogo ci deve essere.
Quindi, se l’una vox della confessione di fede è il primo impegno della ricerca e dell’espressione dell’identità, ad esempio, nel dialogo ecumenico <<l’unità all’interno della propria confessione e della propria Chiesa deve precedere ogni sforzo di riunificazione con le altre realtà confessionali ed ecclesiastiche>> (p. 22).
Questo impegno è sentito dallo Scheffczyk come prioritario anzitutto per la Chiesa cattolica.
Oltre al problema del dialogo, la ricerca dell’identità cattolica è resa poi necessaria
dal fatto che del cattolicesimo esistono oggi interpretazioni parziali e fuorvianti (cfr. l’analisi alle pp. 6-31): si pensi alla riduzione della Chiesa a pura agenzia di beneficenza o come ad un “deposito” mondano di “valori”…per la società;
dalla supina accettazione, da parte dello stesso pensiero cattolico, di queste griglie di interpretazione esterne, così che il cattolicesimo <<di fronte al mondo si trovi a dover sottostare, pressoché in modo esclusivo, alla costrizione dell’adeguamento e dell’autocritica, il che talvolta si avvicina alla prassi di una sorta di obbligatorio auto-disprezzo>> (p. 24);
dalla constatazione che, mentre <<in ambito cattolico si assiste, insomma, ad un vero e proprio smarrimento>> (p. 28) invece, da parte protestante ed evangelica si moltiplicano i tentativi di definizione di quale sia il costitutivo essenziale del protestantesimo, (dal mondo evangelico a quello anglicano), sia a livello di alta speculazione che al livello divulgativo per la massa dei fedeli;
dal farsi strada, anche nel pensiero cattolico, della possibilità della accettazione da parte dei fedeli, non tanto della totalità della proposta cristiana fatta dal cattolicesimo, quanto di quello che al singolo fedele possa apparire fondante e significativo per la sua vita: è la strada della “parziale identificazione” soggettiva con solo una parte della verità cattolica, cosa che la Chiesa non può accettare perché significherebbe svendere la pretesa di cattolicità che è insieme pretesa di totalità (p. 9) finendo col sottoporre l’oggettività della fede al gioco delle sperimentazioni <<secondo metodi di sottrazione o di addizione privi di confini>> (p. 20);
Se un tempo, difatti, afferma l’autore <<si sapeva che cosa fosse il cattolicesimo, attraverso una sorta di consapevolezza di fondo non ulteriormente riflessa, anche se non si era capaci di esprimerlo in un concetto…Per diverse ragioni oggi non è più così>> (p. 3).
Infatti, continua: <<sarebbe possibile mostrare come, in molti casi, non solo i semplici cattolici siano spesso "cattolici in forza della tradizione"– cosa che per altro è assolutamente legittima -, quanto come proprio i cosiddetti intellettuali cattolici sappiano fondare solo difficilmente il loro punto di vista religioso di uomini di fede e moderni: con ogni probabilità essi restano nella Chiesa solo per ragioni che provengono dalla tradizione, il che, però, è quantomeno contraddittorio rispetto alla loro condizione di intellettuali.
Sembra, allora, che il pensiero cattolico debba sottoporsi nuovamente a questa sorta di autointerrogazione proprio di fronte al mondo moderno e razionale, diventato così scientifico. Come nel secolo diciannovesimo… così oggi è posto al cattolicesimo l’interrogativo: “siamo ancora cattolici?”>>.
La ricerca quindi della ‘cattolicità’ si impone, secondo l’autore, come il vero problema della Chiesa cattolica e il suo primo compito oggi: è quanto vuol dimostrare nel Capitolo primo del suo libro.
Anzitutto qui si passa ad individuare le motivazioni per cui oggi non è così evidente ed evidenziata l’identità del cattolicesimo.
Tra le ragioni per cui oggi con difficoltà si riesce a delineare cosa sia nello specifico l’essenza del cattolicesimo, l’autore elenca:
l’influsso della ricerca storico-critica che sembra aver vanificato la possibilità di una risposta univoca su cosa è “cattolico”;
la rinuncia, cedimento alla moda dominante del “pensiero debole”, da parte del pensiero cattolico, ad elaborare un modello di comprensione della totalità dell’esperienza cattolica e la possibilità di una sua visione unitaria;
Questa situazione ha portato alle seguenti conseguenze:
<<La sostanza della fede cattolica ha perso solidità e sicurezza sul piano interiore sotto la spinta di un pluralismo sostenuto in modo acritico e di una molteplicità variegata di nuove interpretazioni arbitrarie>> (p. 335), così da poter parlare di annacquamento e promiscuità spirituale del cattolicesimo e nel cattolicesimo.
Il fatto che <<non è più nemmeno un dato consolidato che la fede sia, per l’appunto, qualcosa di “sostanziale”, di contenutistico e di determinato. Sembra, piuttosto, che sia una sorta di fluido atmosferico o di un nuovo contesto di senso che getterebbe alcune luci sui fatti della vita che si svolgono all’interno del mondo…così la fede e la professione relativa ad essa si risolvono in significatività esistenziali, della cui origine e selezione è titolare, alla fine, soltanto il soggetto>> (p. 335), così da poter affermare che la fede dottrinale e la confessione dogmatica, elementi specifici del cattolicesimo, sono esposti oggi ad un lento processo di erosione interna.
l’aver assecondato, sempre da parte del pensiero cattolico, l’idea di un pluralismo (intra ed extraecclesiale) innalzato a norma spirituale, cosicché la visione unitaria ceda il passo ad un’indefinita molteplicità di opinioni in cui <<la caratterizzazione del cattolicesimo tende a diventare un’etichetta estrinseca, sotto la quale combinare in modo artificioso elementi contraddittori ed eterogenei, laddove il materiale di unione (utilizzato come surrogato) consiste in realtà, in ideologie assunte dall’esterno>> (p. 5).
La riduzione poi del Cristianesimo a filantropia, a gnosi, in un orizzonte intramondano (la cosiddetta “conversione della Chiesa al mondo” postconciliare che doveva far sì che la Chiesa diventasse sempre più sale e lievito) non ha finito per cristianizzare, evangelizzandolo, il mondo, quanto invece per conformare la Chiesa stessa al mondo, per cui l’accettazione acritica di questo ne ha fatto assumere non solo virtù ma anche vizi! (p. 342). Ci si chiede se invece di un processo di umanizzazione si sia verificato al contrario un processo di auto-dissoluzione della Chiesa nel mondo.
La negazione che dall’esperienza di fede discenda un coerente ethos del credente portatore di norme e di valori propri (p. 338) ha fatto parlare di autonomia della morale dalla fede. Ma supponendo una morale “autonoma” dalla fede, con quale metro valutare l’agire del credente (per non parlare dell’impossibilità di una valutazione etica dello stesso agire umano, dato che poi l’autonomia della morale si traduce in una molteplicità di morali)?
La privatizzazione infine dell’esperienza di fede ha fatto perdere la consapevolezza dell’agire ecclesiale del credente.
Il recupero dell’identità del cattolicesimo è dunque oggi quanto mai necessario: l’Autore passa quindi a delineare, nel Capitolo secondo, gli elementi e la forma del cattolicesimo, proprio nel tentativo di illustrarne la sua peculiarità.
Dopo aver definito la forma del pensiero <<come un principio formale e strutturante che caratterizza tutti i contenuti del pensare, conferendo ad essi la forma, l’ordine e la tipicità loro peculiari…qualcosa di simile allo stile nel parlare e nello scrivere…>> (p. 43), l’autore si chiede se si possa parlare di una forma del cattolicesimo e in cosa consista.
Rispondendo affermativamente, illustra gli elementi essenziali di questa forma del cattolicesimo:
il pensiero ellittico dell’et – et, contrapposto al “solamente” protestante, dove la polarità non dà mai luogo a dualismi hegelianamente o manicheisticamente pericolosi, giacché è risolta sempre dal principio che, pur dandosi i due poli – come i due fuochi di un’ellisse - però ‘Deus est semper maior’ (p. 47-66), recuperando così anche la possibilità di un discorso su Dio a partire dall’analogia entis tanto vituperata in ambito protestante ma salvando sempre così il primato di Dio e della grazia;
la fondazione storica dell’esperienza della fede ecclesiale e l’universalità (come dato storico-geografico e come proposta universale alle ‘genti’ in senso sia sincronico che diacronico) (p. 67-94);
il realismo della salvezza, come accettazione del dato creaturale e della logica dell’incarnazione, contro ogni riduzione dell’idealismo (e quindi del cristianesimo a gnosi, religione razionale, programma etico) per cui Cristo e cristianesimo sono ridotti a simbolo, oppure contro la riduzione dell’esistenzialismo per cui non importa il “fatto” in se stesso, cioè Cristo e il cristianesimo, ma “il fatto che” questo, cioè Cristo e il cristianesimo, sia significativo per me (ma al limite potrebbe essere significativo per me qualsiasi altro uomo o qualsiasi altro racconto o esperienza!) (p. 94-111). Da qui perciò il recupero della verità storica della vita di Cristo, della sua morte e della sua resurrezione, da cui discende l’oggettività e il realismo della salvezza (pp. 106-109: a mio parere oggi la magna et maxima quaestio);
l’uso della categoria del “mistero”, unica chiave di lettura per comprendere la storia della salvezza come il luogo dello svelarsi/ri-velarsi del Dio in Cristo, in cui la riflessione razionale e la teologia, lungi dal tentativo di una comprensione totalizzante, si risolvono nella “confessione” di fede, cioè la orto-dossia che sola può fondare l’ortoprassi (mentre non è possibile il contrario: per una giusta valutazione delle opere di fede, cfr. p. 128);
la struttura sacramentale, come il modo per concretizzare nell’oggi della storia la realtà e la visibilità (cioè la sua oggettivizzazione esterna) della salvezza, nel mistero di una salvezza donata sempre per grazia (p. 128-153): da qui discendono la dimensione sacramentale della Scrittura, per sottolineare il Primato della Parola di Dio superando la tentazione del soggettivismo (se la fede del singolo è prima della Parola, chi ci assicura che non sia un’illusione?) e del letteralismo fondamentalista (la Scrittura contiene ma non è la Parola); e anche la sacramentalità del ministero ecclesiastico per assicurare l’oggettività della salvezza (se nella Chiesa e perciò nel sacerdote non opera Cristo apportatore di salvezza, l’uomo nella ricerca della grazia sarebbe abbandonato o a se stesso o al suo prossimo, p. 152);
In definitiva, esaminando questi cinque elementi essenziali della forma del cattolicesimo, si può dire che il concretissimum del Dio-uomo, cioè l’esperienza storico-salvifica dell’Incarnazione del Verbo di Dio e la sua dimensione misterico-sacramentale e quindi il divino-umano sia la struttura originaria del cattolicesimo, in tutti i suoi aspetti e tutte le sue dimensioni, pur nella consapevolezza della resistenza del pensiero al concetto ed alla possibilità del divino-umano nella storia e della sua ambivalenza(p. 154 ss.), trovando nella sintesi cristologica dell’inconfuse il bilanciamento delle due realtà sostanziali.
Ma una forma è concepibile solo come “contenitore” di una “sostanza”.
Alla forma cattolica deve corrispondere un “contenuto” cattolico.
Nel Capitolo terzo, Gli elementi dottrinali del mondo della fede cattolica, l’autore passa quindi a delineare i contenuti essenziali della fede cattolica, classicamente condensati nelle formulazioni dogmatiche.
Dopo aver mostrato la possibilità stessa del dogma come struttura “incarnata” della fede cattolica (cioè come manifestazione della confessione e professione di fede), l’autore passa all’esame dei dogmi della fede cattolica avendo sempre cura di presentare l’avvenimento di Cristo come centro e chiave di ogni formulazione dogmatica:
anzitutto è presentata la formulazione dogmatica riguardante la Trinità, letta come la realtà di un amore autosussistente e insieme come relazione interpersonale in cui la creazione (e quindi anche la storia) non sono l’espressione di una necessità dell’essere trinitario quanto ancora della conformità di un agire di Dio-amore essenzialmente proiettato alla gratuità e alla relazione, nella forma del dono e della grazia (p. 182 ss);
segue poi la trattazione del dogma cristologico (p. 183 ss.) con l’intento del superamento della falsa alternativa di cristologia dal basso e cristologia dall’alto: la salvaguardia della professione di fede del Cristo vero Dio e vero Uomo, secondo il dettato calcedonese, è infatti la garanzia della realtà del mistero della salvezza, contro ogni lettura riduzionista. Infatti <<è una tentazione ricorrente della teologia attuale quella di esprimere la verità di Cristo nelle categorie di quei non-cristiani che non potendo raggiungere il Cristo della fede, cercando tuttavia in lui un appoggio che venga incontro al loro modo di sentire l’esistenza>>(p. 198) e quindi di presentare Cristo non nella sua divinità ma solo nella sua umanità, come l’uomo più perfetto, completo ecc. ma <<se Gesù non fosse lui stesso Dio, ma unicamente un uomo che è legato a Dio come ogni altro uomo, soltanto in modo più intenso … allora l’azione salvifica di Dio in Cristo sarebbe una truffa>> (p. 197) riducendosi così la cristologia di fatto ad una “gesuologia” (p. 200). Da qui la necessità di garantire la stessa realtà storico-salvifica della resurrezione nella sua oggettività per evitare di ridurre la fede entro la sfera della pura soggettività del credente (chi toglierebbe il dubbio di un’illusione/autoillusione?) (pp. 216-217).
Da una retta comprensione del mistero di Cristo consegue anche la comprensione della Chiesa (pp. 224 ss.) come sacramento universale di salvezza, popolo di Dio in cui il “genus” è specificato dall’essere corpo di Cristo, e dell’Eucaristia come concretizzazione del mistero vitale della Chiesa (p. 236): qui il permanere della presenza del Cristo nelle specie eucaristiche è il segno del permanere del Cristo stesso nella sua Chiesa, a garanzia dell’efficacia del suo agire salvifico-sacramentale.
Infine gli stessi dogmi mariani sono riletti nel loro significato cristologico-trinitario e nella loro valenza ecclesiologica (pp. 249 ss.). Interessante è la lettura di Maria come esponente della fede cattolica, in quanto typos di quanto Dio opera nella storia della salvezza attraverso la vocazione dei singoli fedeli e della loro risposta alla grazia divina: e in ciò si rileva anche il ruolo preminente del culto mariano che manifesta la specificità di Maria nella storia della salvezza schiusa da Cristo all’umanità e alla Chiesa.
Dalla individuazione della forma e dei contenuti della fede cattolica si passa così a delineare, nel Capitolo quarto, gli elementi della vita del cattolicesimo: la fede e le opere, il personalismo e la comunione ecclesiale, la preghiera tra azione e contemplazione.
Questo ulteriore passaggio per illustrare gli elementi della vita del cattolicesimo è richiesto proprio dalla consapevolezza che il cristianesimo non è una dottrina (o solo, o anche una dottrina) ma è anzitutto una esperienza di fede vissuta, cioè l’esperienza di una vita vissuta nella sequela di Cristo. E ciò contro l’idea di una separazione tra fede e vita, dottrina e prassi. Afferma infatti l’autore: <<poiché sulla base della presentazione degli elementi dottrinali della fede abbiamo già potuto riconoscere come la comprensione cattolica della dottrina non sia intellettualistica – dal momento che nel cattolicesimo la verità è sempre qualcosa di vivente -, non è difficile capire come nel “sistema” cattolico la separazione tra fede dottrinale e realizzazione esistenziale o, come anche si può dire, tra fede e vita, sia contraddittoria e innaturale>> (p. 275). A riprova di ciò lo Scheffczyk indica sia il riconoscimento dall’esterno, già nella chiesa delle origini, della testimonianza dell’amore, sia la prassi, che la Chiesa ha mantenuto da sempre, della esclusione della comunione cristiana di quanti <<avevano sciolto l’unità di fede e vita a causa del peccato>> (p. 276).
E questa esigenza dell’unità tra fede e vita è stata e deve essere mantenuta nella sua impellenza fondativa dell’identità cattolica, nonostante i fallimenti e i tradimenti di tale ideale lungo la storia, fallimenti e tradimenti che tuttavia non possono far dimenticare i grandi esempi di martirio e di carità vissuta dalla Chiesa e nella Chiesa lungo i secoli.
Anzi, proprio l’esperienza del peccato nella esistenza dei singoli credenti, ci ricorda che il rapporto fede-vita non può darsi mai per scontato: la fede non si traduce mai in modo automatico nella realtà esistenziale dei credenti.
Quello che nella fede è dato come dono, l’esperienza della grazia, occorre poi che sia accolto, scelto, voluto come impegno, come il compito, la scelta, di camminare secondo la nuova vita ricevuta.
Questo impegno (pp. 277-278) fa sì che nel cattolicesimo la vita di grazia non si traduca solo in un quietismo passivo di fronte all’agire divino (che condurrebbe ad un intimismo separato dal mondo), né, all’opposto, ad un attivismo delle opere quasi pelagiano (nella sopravvalutazione di queste come frutto della propria capacità e non della grazia che può condurre fino ad un rigorismo etico di stampo volontarista).
In pratica, lo sforzo di tradurre la fede in vita, è letto, sempre nel cattolicesimo, nel rapporto fecondo tra natura e grazia secondo gli antichi assiomi per cui “la grazia suppone la natura” e per cui “la grazia non distrugge la natura ma la perfeziona”. Ciò significa che, nel suo risvolto prettamente etico, il rapporto tra fede e vita si traduce nel rapporto tra la libera volontà umana e la scelta di vivere nell’obbedienza della fede: così le opere buone, anche se sono frutto dell’impegno umano, non sono opere di cui vantarsi perché ultimamente ascrivibili alla vittoria della grazia nella nostra vita di peccatori, sono cioè espressioni di una vita nuova già posta in essere dalla grazia e mai un tentativo dell’uomo di meritarla o conquistarla.
E’ dunque il primato della grazia nella vita del credente ciò che deve essere sempre affermato e riaffermato con forza, in cui l’irruzione della grazia nella vita personale produce i frutti della vita nuova con la forza dello Spirito di Cristo.
In quest’ottica non c’è nessuno spazio per espressioni di eroismo ascetico, più di stampo paganeggiante che veramente cristiano.
Inoltre, nella visione della vita di fede che si esprime coi frutti della grazia, non solo viene ricondotto ad unità il falso dualismo tra amore di Dio e amore del prossimo ma superato anche il rischio che, affermando che si può solo amare Dio amando l’uomo, si possa arrivare ad una pericolosa identificazione tra Dio e l’uomo. Anzi, l’amore di Dio, lungi dall’appiattirsi sull’amore del prossimo, ne costituirà sempre la misura, la norma e l’istanza critica (p. 292).
In definitiva si può affermare che è proprio il concretissimum del divino-umano del cattolicesimo che nella vita di grazia viene vissuto come unità esistenziale, nel bipolarismo fede-vita / fede-opere / grazia-impegno etico e poi ancora tra azione e contemplazione, bilanciando la tensione all’eternità e il giusto riferimento al mondo.
L’impegno di tradurre la fede nella vita attraverso l’esercizio dell’amore conduce poi con sé l’apertura alla ecclesialità intesa come superamento dell’isolamento soggettivistico del singolo (fosse anche inteso in senso devozionistico privato) verso l’apertura alla dimensione comunionale come compimento della dinamica dell’amore (pp. 293 ss.).
E l’esperienza comunionale va qui intesa nella duplice dimensione sia di meta cui tende l’agire del singolo fedele, sia di “struttura” portante che sostiene e motiva l’agire del singolo: cioè dire, nel momento stesso in cui il fedele si impegna per l’edificazione della comunione ecclesiale, è esso stesso edificato in questa e da questa.
Afferma lucidamente l’autore: <<La Chiesa, intesa come comunione, non è, pertanto, solo lo scopo dell’auto-realizzazione nella fede del singolo, dal momento che essa è anche il “soggetto trans-individuale dell’azione”. Si comprende, così, come all’essere e all’agire del credente appartenga la struttura comunitaria e, dunque, un carattere ecclesiale>> (p. 293).
Se così non fosse la Chiesa sarebbe una somma di soggetti singoli ma non mai una comunione, un corpo sociale, anzi, lo stesso Corpo di Cristo.
Siamo dunque alla affermazione che il personalismo comunitario (cfr. Emmanuel Mounier che mutua questo concetto mondano per la comunità civile proprio dalla esperienza cristiana e cattolica) è la dimensione propria in cui nel cattolicesimo l’esperienza personale della salvezza si realizza tuttavia nell’ambito comunitario della comunione ecclesiale, contro ogni riduzione privatistica della vita di fede del singolo.
Tale consapevolezza della dimensione persale ed ecclesiale insieme della fede è poi espressa in modo massimo nel cattolicesimo nell’esperienza liturgico-sacramentale, specie nell’eucaristia, in cui la “comunione” è sempre esperienza di comunicazione vitale sia al Corpo di Cristo glorioso, sia con tutta la communio fidelium che è essa stessa Corpo mistico di Cristo! Così, anzi,nel superamento dell’io e del tu nel “noi” ecclesiale, nell’esperienza liturgico-sacramentale viene superata la falsa dicotomia tra pietà personale e culto comunitario.
Inoltre l’esperienza ecclesiale ci richiama alla dimensione non solo sincronica ma anche diacronica della fede: nella confessione della “comunione dei santi” la Chiesa sperimenta se stessa come unica comunità dei salvati, in un fecondo rapporto di preghiera e di intercessione gli uni per gli altri.
Siamo così giunti al termine di quell’analisi fenomenologica che l’autore aveva avviato sul mondo della fede cattolica e che gli ha permesso di presentare quasi un compendio della stessa fede cattolica.
Indirettamente, come dicevamo all’inizio, sulla scorta del continuo riferimento alla teologia protestante, il nostro teologo ha sciolto la prima domanda a favore del cattolicesimo: ogni sua affermazione è tesa infatti a dimostrare, nell’analisi delle tesi, ora luterane, ora evangeliche, ora anglicane, che la verità integrale del cristianesimo si è mantenuta nella tradizione cattolica.
// Esprimiamo però qui, per inciso, un rimpianto: quello che il nostro autore abbia guardato solo all’Occidente e non anche alla tradizione Orientale. Con meraviglia avremmo potuto rilevare che tante tesi della verità cattolica (la ripresa dell’umano-divino del mistero dell’Incarnazione nella affermazione fondamentale che regola la vita etica e ascetica del “Dio si è fatto uomo affinchè l’uomo diventi Dio”; oppure nell’esperienza fondamentale della comunione ecclesiale nel concetto russo di sobornost; o ancora nella dimensione eucaristica della chiesa in cui si svela la verità della chiesa stessa) sono parimenti espresse con egual forza e sentimento dalla teologia ortodossa ( si pensi alla Fede dell’esperienza ecclesiale di Christos Yannaras, o alla Esposizione del Simbolo della fede da parte del martire russo contemporaneo P. Aleksandr Men, o ancora a L’essere ecclesiale di Joannis Zizioulas), questo se da un lato ci avrebbe fatto sentire più vicini, e non solo affettivamente ma anche teologicamente, con i fratelli delle chiese ortodosse, dall’altro ci avrebbe spronato a proseguire nella ricerca di una essenza cattolica ancor più qualificante ed identificativa (se mai ci fosse) rispetto non solo al protestantesimo ma anche all’ortodossia, nella valorizzazione di quanto già ci unisce e non solo nella constatazione di ciò che ci divide. //
Ma, ritornando alla tesi del libro, l’affermazione che la verità del cristianesimo permane nella tradizione cattolica non significa che questa consapevolezza nella coscienza del cattolicesimo sia data per scontata una volta per sempre: l’impegno della custodia del “depositum fidei” è un impegno continuo e rinnovato che la Chiesa deve sentire nel quotidiano confronto con le sfide del mondo, custodia che comporta non solo una trasmissione passiva del depositum, quanto anche l’impegno a mantenere viva e vitale la verità cristiana nella sua forma cattolica nella coscienza dei credenti così da costituirne sempre il fondamento di una identità peculiare.
L’analisi dello Scheffczyk, attraverso il vaglio di teologi non solo protestanti ma anche cattolici – se non di fatto almeno di nome - mostra che ogni qualvolta si attinge in modo acritico alle ideologie mondane, senza passarle al giusto vaglio della verità cattolica, o quando nello sforzo di ridire queste verità il linguaggio usato finisca per non veicolare più tutta l’interezza del messaggio della fede cattolica, in definitiva non si fa altro che venir meno alla propria identità e quindi si perde di vista qual è proprio la funzione della Chiesa nel mondo.
Ed è questo oggi il rischio che il cattolicesimo corre.
Infatti, quella che può sembrare una visione pessimista dell’autore, è – a mio modo di vedere – una visione realista di quanto si è prodotto nella Chiesa all’indomani del Concilio Vaticano II, in verità più per i suoi fraintendimenti che per le sue affermazioni autentiche: ma come superare le deformazioni e le deviazioni del cattolicesimo contemporaneo?
E’ quanto indica l’autore nell’epilogo, dove egli affronta la questione delle prospettive del cattolicesimo: <<Non è possibile… dimenticare che si presentano anche forze di segno diverso, volte all’approfondimento del dogma, a una vita più profonda alla luce della fede e del mistero della liturgia, a un atteggiamento non conformistico nei confronti del mondo>> (p. 343) e sono forze ancora piene di vita e di energia, anche se screditate nell’opinione corrente come “forze conservatrici”, e quindi lette negativamente dall’idolatria imperante del progressismo (che il nostro autore chiama meglio “circolarismo” perché non si fa altro che ripetere errori di fede già da tempo ricusati!).
La speranza è che queste forze riescano ad imprimere al cattolicesimo il coraggio di una svolta sostanziale nel recupero della verità e della forma della fede cattolica.
C’è dunque futuro per il cattolicesimo?
E’ riproponibile l’esperienza cristiana all’uomo d’oggi?
La risposta è affermativa.
A patto che il cattolicesimo recuperi dunque la consapevolezza della sua identità.
Che fare allora?
La soluzione, per uscire da questo cristianesimo imborghesito (p. 346: e quale aggettivo più adatto di questo?), è ancora nel recupero della composizione cattolica tradizionale dell’et della fede/Chiesa con l’et del mondo, in cui l’amore del mondo può esigere che si usi nei suoi confronti anche la più dura opposizione, fino al martirio, assumendo il coraggio della diversità e la consapevolezza, contro ogni populismo e demagogismo, di dover esistere nelle dimensioni di una “minoranza cognitiva”, pur senza inclinare a pericolosi settarismi.
Il banco di prova dell’inversione di tendenza sarà la ripresa di una nozione di culto rettamente intesa: bollato come espressione di tradizionalismo reazionario, il recupero di una corretta espressione del culto cristiano può essere invece paradossalmente la via per recuperare la giusta relazione con Dio (latrìa), evitando che il rapporto col mondo si deteriori in idolatrìa, ma che la vita del credente sia sempre vissuta come “liturgia”, come atto cioè vissuto per il servizio dell’altro, come dono e sacrificio di sé in Cristo.
Ma se questo è compito di ogni fedele, la responsabilità maggiore è certo quella del Magistero: dice lo Scheffczyk: <<Per tale ragione, “tutti quelli che custodiscono la fede cattolica trasmessa dagli apostoli” dovrebbero mettere da parte ogni spensieratezza…l’unità non può essere mantenuta ad ogni costo, soprattutto al prezzo della verità>> (p. 337).
Un malcelato buonismo travestito da saggezza e prudenza pastorale o una precomprensione dell’unità ecclesiale più come atteggiamento psicologizzante (il “vogliamoci bene” cameratesco) che come dimensione pneumatica (per dirla con il Bonhoeffer de La vita comune) ha forse fatto dimenticare a taluni Pastori il loro compito di custodi della verità nella fedeltà all’unico Signore.
E’ bello infatti che proprio il libro si chiuda con il richiamo dell’Apocalisse alla fedeltà delle chiese. Che poi è l’unico vero e proprio modo per uscire dalla crisi attuale.
Non c’è altro modo infatti di essere e di esistere per una Chiesa se non quello della fedeltà: la fedeltà a Dio nella paura che il suo candelabro possa essere rimosso!
In conclusione, alcune considerazioni personali.
Definito dal vaticanista Sandro Magister <<Uno dei più importanti libri di teologia degli ultimi anni>>, considerazione che condividiamo per la lucidità delle analisi fatte, mentre ha avuto interessanti recensioni nel mondo accademico e giornalistico tedesco ed anglosassone (basta fare una ricerca su Internet), “Il mondo della fede cattolica. Verità e forma” ha avuto nell’ambito italiano poca risonanza, pur essendo stato recensito dal Card. Camillo Ruini: il testo di questa sua presentazione del libro è ora inserito in una sua nuova raccolta di testi, la prima da quando non è più presidente della CEI, dal titolo sintomatico: “Rieducarsi al cristianesimo. Il tempo che stiamo vivendo”.
E credo che proprio questo titolo ci aiuti a dare un giudizio su questo libro.
Lo sforzo del nostro autore è quello di rieducarci al cattolicesimo.
E se il suo libro è un ottimo manuale – nella sua sintesi della verità e della forma del cattolicesimo formulata nei capitoli II – III – IV - che non dovrebbe mancare dalla biblioteca di chierici e laici “impegnati”, spesso oggi “ineducati” o “maleducati” rispetto alla identità cattolica, il valore particolare del testo si impone però nell’esame fatto nel primo capitolo sulla situazione critica del cattolicesimo contemporaneo che ha generato la persistente crisi di identità da noi tutti constatata (ma di cui con abilità e arguzia teologica sa ritrovare le radici nelle problematiche poste in atto dalla teologia e filosofia moderna del secolo scorso: si pensi ad esempio all’idealismo e all’esistenzialismo, alle teologie politiche e quella della demitizzazione).
E’ innegabile, infatti, che c’è stata quasi una soluzione di continuità nella trasmissione dell’esperienza ecclesiale autentica tra le ultime generazioni, dal livello familiare a tutti gli altri livelli prettamente ecclesiali ed ecclesiastici.
Il libro è del 1977 e il Card. Ruini dice che ormai il peggio è passato.
Io non sarei così ottimista, anche perché si dice che al peggio non c’è mai fine!
Io stesso, leggendo questo libro, ho scoperto che la quasi totalità dei testi di teologia specie dogmatica sui quali ho studiato è di autori protestanti: ma se un prete cattolico si forma su libri protestanti, si può dire ancora cattolico?
Il libro è quasi la foto dei danni prodotti dallo tzunami post conciliare, tanto più pericolosi sia perchè causati spesso non da fattori esterni ma interni alla stessa compagine ecclesiale e inoltre giacché oggi spesso si trovano nei vari posti chiave della comunità ecclesiale proprio quelli che di questa visione a-cattolica se non anche anti-cattolica sono stati i fautori e gli infatuati! E alcune infatuazioni sono difficili da passare!
Se dunque la Chiesa, con Benedetto XVI, ha individuato una emergenza educativa al livello della formazione della coscienza umana, quanto più urge una rieducazione al cattolicesimo, alla bellezza del cattolicesimo (e la via della bellezza avrebbe oggi forse qualcosa da dirci anche in questo campo: le brutte chiese costruite in questi anni, non sono forse l’espressione più visibile di un cattolicesimo non più compreso né vissuto nella sua armonia?).
E il richiamo all’educazione comporta il recupero di una dimensione pensante dell’esperienza di fede, che deve essere nutrita e sa e deve nutrirsi di cibo adatto: chi lo cerca, chi lo procura? Chi sorveglia che questi sia veramente adatto? E inoltre l’educazione fa uscire dallo spontaneismo irriflesso, incoscientemente confuso oggi per l’innocente originalità della fede! Infatti l’actus credendi, pur provenendo ultimamente da una mozione della grazia non è mai una esternazione estemporanea ed immotivata, bensì sempre un habitus acquisito tramite l’educazione della fede e coltivato nel solco della Tradizione.
Il libro infine è un forte richiamo al “sentire cum ecclesia”: un richiamo che oserei dire più cogente anzitutto per noi sacerdoti prima che per i fedeli (ché spesso poi i fedeli ce li creiamo noi a nostra immagine e somiglianza). Siamo ormai così impregnati del soggettivismo imperante che quasi non ci accorgiamo di non più camminare nel solco della tradizione bimillenaria della Chiesa ma di inoltraci ognuno per un proprio modo di vivere e di intendere la fede, su cui spesso trasciniamo anche le comunità a noi affidate. Il nostro modo di celebrare l’eucaristia (c’è ancora un rito romano o non c’è ormai piuttosto un rito ad modum uniusquisque celebrantis?) o, peggio, di amministrare la riconciliazione nelle sue implicanze etiche (in cui le indicazioni del singolo confessore trasmettono le proprie convinzioni più che le indicazioni del Magistero) ne è un esempio concreto.
Il libro si può dunque condividere o meno, accettare o discutere, ma è innegabile che ci sfida a ripercorrere il cammino dell’autenticità ecclesiale e dell’identità cattolica. Lo si voglia o no è innegabile infatti che il futuro passi pure per le vie di quelle crisi oggettive che il libro ci ha indicato.
Applicherei qui quello che l’altra volta è stato detto a proposito dell’identità sacerdotale: la fedeltà personale passa dalla coscienza di questa identità cattolica. Si può vivere pienamente nella Chiesa, e nella Chiesa Cattolica, solo nella consapevolezza che nell’esperienza del cattolicesimo io posso essere raggiunto dalla grazia della salvezza e vivere l’opportunità di una vita nuova che dall’orizzonte mondano si apra verso i cieli dell’eternità.
Altrimenti meglio iscriversi ad un club.
sabato 11 febbraio 2012
PAPA BENEDETTO NOI SIAMO CON TE, LA CHIESA DI CRISTO E' CON TE!!!
AD MULTOS ANNOS SANTO PADRE!!!
A PAPA BENEDETTO XVI PACE VITA E SALUTE!!!
Non vogliamo nemmeno entrare nel merito di quanto sta succedendo in questi giorni, ma che in fondo non fa che portare allo scoperto il profondo malessere e la sporcizia nella chiesa di cui già profeticamente Joseph Ratzinger parlò ancora da cardinale nella sua famosa via crucis.
Papa Benedetto da vero cristiano sta portando la croce di Cristo e della Chiesa sulle sue spalle e sta pagando, vittima innocente, per colpe non sue e peccati commessi da altri che mascherati da pastori si stanno rivelando lupi rapaci.
Affidiamo il giudizio sulle persone alla giustizia divina.Ma vogliamo stringerci con tutto il nostro affetto intorno al "dolce Cristo in terra" che del buon Pastore incarna la bontà e la mitezza.
A Papa Benedetto assicuriamo la nostra vicinanza, la nostra preghiera, la nostra solidarietà nel suo paziente impegno di purificazione della Chiesa.
Dio lo sorregga, Dio lo aiuti, Dio lo salvi e non lo faccia cadere nelle trame dei suoi nemici!
Per Papa Benedetto imploriamo salute, pace, vita lunga, serenità e forza nella tribolazione, gioia e consolazione dello Spirito.Con Papa Benedetto ci impegniamo a convertire noi stessi per ridare bellezza al volto della Sposa di Cristo.
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