venerdì 15 marzo 2013

Ma ora guardiamo al futuro senza dimenticare il passato!

Felice di aver sbagliato la mia previsione.
Pur sapendo che il suo nome circolava, avevo scartato il suo nome per due motivi: primo, per la sua età, perché credevo che i cardinali si stavano orientando verso uno più giovane; secondo, perché sapevo che il suo nome era già uscito per il conclave che poi elesse Ratzinger e credevo che la storia non avrebbe concesso un bis!
Però sono contenti della sorpresa che lo Spirito Santo ci ha fatto: è la prova che la Chiesa ha una capacità di rinnovamento e il coraggio di osare vie nuove, che magari li avessero quelli che si barcamenano nelle istituzioni civili!!!

Resta però il ritratto delineato che gli si confà in pieno: per ortodossia, per capacità di governo, per fermezza e coraggio, per pastoralità.

Conferma quello che la Chiesa è da sempre: per usare l'immagine della collocazione "politica", la Chiesa è di destra per quanto riguarda la salvaguardia della Tradizione della fede, ma è di sinistra per quanto riguarda la dottrina sociale e l'amore preferenziale per i poveri.
Chi dalla scelta di uno stile umile volesse inferire una "modernizzazione" nel senso di una apertura ad aborto, eugenetica, eutanasia, matrimonio omossesuali.... si sbaglia e di grosso!
E tutto nella continuità con il pontificato precedente: lo si nota dall'accento messo sul fatto che se la Chiesa si dimentica di Cristo si riduce ad una istituzione filantropica, ad una ONG e neppure di alta qualità! Stesso concetto e stesse parole usati più di una volta da papa Benedetto.

Una nota ecumenica per finire: lui è stato anche ordinario in Argentina per tutti gli orientali senza eparca proprio e perciò conosce benissimo il problema ecumenico, così come è stato molto vicino agli ebrei (in Argentina c'è una presenza molto grossa di comunità ebraiche). Il fatto che si sia presentato come vescovo di Roma, di quella Roma che - citando sant'Ignazio di Antiochia - ha ricordato essere essa stessa colei che presiede nella carità  a tutte le Chiese, insieme al fatto di essersi riferito sempre a se stesso come a vescovo di Roma senza mai pronunciare la parola "papa" è gesto ecumenico che non mancherà di dare presto i suoi frutti.
E sono questi i segnali che fedeli (e certa stampa) dovrebbero cogliere, più che i falsi segnali di croci più o meno dorate o di macchine più o meno lussuose.
La vera riforma della Chiesa e della Curia ha bisogno di ben altro e sarà fatta davvero - ne siamo convinti - su cose più sostanziali che non quelle che riguardano l'estetica.
Altrimenti si correrà il rischio di far apparire Benedetto XVI come un papa amante del potere e del lusso: cosa che sappiamo tutti non essere assolutamente vero, proprio per lo stile sobrio della sua vita povero e umile sia prima che dopo l'elezione a papa.
La rivoluzione non è la mancanza di mozzetta(che io filialmente avrei consigliato al papa di mantenere proprio per evitare di indicare alla stampa e ai meno accorti un falso indirizzo di rifporma: la mozzetta è un abito corale che usano tutti da canonici in su fino al papa al di là della foggia e perciò non è un tipico segno del potere papale!): la rivoluzione è la preghiera corale del popolo di Dio che lui stesso ha sollecitato ricordando che un vescovo ha senso solo se riconosce il sensus fidei presente nella Chiesa come sensus fidelium, se ricorda a se stesso di essere servo di quel popolo ( e il papa servus servorum Dei!).
Un gesto profetico che ogni vescovo dovrebbe assimilare ed imitare!
Questo ci fa ben sperare e di tutto ciò siamo grati al Signore: è vero, la Chiesa è sua, è viva e forse quel gabbiano, l'uccello dei mari aperti e grande simbolo di libertà, sul comignolo della Sistina l'ha mandato proprio lui, per ricordarci di prendere il largo, di non temere il mare aperto, di affidarci con fede a colui che ci apre nuovi spazi di  libertà.

martedì 12 marzo 2013

Il "mio" Benedetto XVI (terza parte)

Partecipai a Roma ai funerali di Giovanni Paolo II con grande commozione e Ratzinger che presiedeva il rito funebre pronunciò una mirabile omelia che si sentiva fosse uscita dal cuore e per niente formale.
Mi sorprese il clima di rispetto e di attenzione nei suoi riguardi da parte di tutti gli altri.
Tornato a casa seguii con attenzione i novendiali e le congregazioni preparatorie condotte dal Decano Ratzinger con una delicatezza che tutti gli riconosceranno.
Confesso che, conoscendo la falsa immagine che di lui girava nell'ambiente ecclesiale, in principio non pensai affatto che potesse avere chance come candidato al papato.
La coincidenza con la data del mio compleanno fece sì che come al solito avessi già progettato la mia permanenza a Roma e così arrivai proprio in tempo per partecipare in san Pietro alla Missa pro eligendo in cui Ratzinger fece una memorabile e coraggiosa omelia: lì c'era tutto se stesso e l'indicazione della rotta futura per la Chiesa. Non fece giri di parole, al punto che un signore vicino a me esclamò: "ma così si sta giocando il papato: se aveva qualche possibilità ora l'ha persa del tutto, nessuno lo voterà per quello che ha detto".
"no - risposi io - questo dimostra la sua correttezza e la sua onestà intellettuale. E soprattutto il fatto che non tiene al potere. Neanch'io prima pensavo a Ratzinger come papa: dopo questa omelia sono sicuro che, se i cardinali sono altrettanto seri, il papa sarà lui". Ma non riuscii a far superare al mio vicino il suo scetticismo.
Da allora decisi di pregare per lui. Rimasi nella cappella del santissimo sacramento fino a quando non cominciò il rito dell'ingresso in conclave che seguii dagli schermi in piazza. Mi piazzai in un angolo, guardavo lo schermo pregavo e non mi mossi da là se non per andare a dormire.
L'indomani feci scorta di panini, acqua e giornali e mi piazzai sotto la statua di San Paolo. Aspettando le fumate. La lunga attesa si riempì di incontri con vescovi, sacerdoti, suore e gente semplice che venivano lì a pregare. La piazza sembrava una chiesa a cielo aperto. Rimasi lì tutto il giorno, anche a pranzo, dopo la fumata grigia... Nel pomeriggio si sedette accanto a me una giovane signora: parlava con entusiasmo del Cardinale Ratzinger, quando le dissi che condividevo la sua stima, mi invitò a dire il rosario con lei per lui. Appena il tempo di finire che viene fuori la fumata bianca. Colse così di sorpresa che non partivano le campane e da dove eravamo noi seguimmo le telefonate e i gesti dei cerimonieri che dovettero far capire che il papa era stato eletto! Neanche prima di fare esami ho trepidato così tanto: i minuti sembravano interminabili... Poi l'annuncio: al "Josephum" sudai freddo e poi capii solo che la signora saltava e mi abbracciava (poi scoprii la sera chi era, intervistata in una tv a proposito della sua amicizia con Ratzinger!!!).
Chi mi conosce sa che sono un tipo compassato e riservato e che non sa mettere fuori i propri sentimenti facilmente. Invece per la prima volta in vita mia mi trovai coi piedi sulla sedia a gridare a squarciagola la mia gioia e a piangere e ridere contemporaneamente: mi meravigliavo io stesso della mia reazione! Che non fu di tutti: al sentire il suo nome due giovani tedeschi dissero "NOOO" e scapparono via di corsa come inseguiti da un cane rabbioso facendosi largo tra la folla che cominciava ad arrivare.
Quando Benedetto si affacciò notai i polsini del maglione nero sotto la talare bianca: dissi che fino alla fine ha sperato di non essere eletto, altrimenti si sarebbe preparato i gemelli! Ma l'umiltà è stata la nota dominante di tutta la sua vita: se ne è andato con lo stesso vecchio orologio col cinturino di cuoio che portava quando è stato eletto!

lunedì 11 marzo 2013

Sarà Gregorio Papa?


Frate AR che modera il blog "Cantuale Antonianum" aveva proposto per il nuovo papa il nome di Gregorio.
Poi i cardinali hanno scelto la data del 12 marzo.
Ed è singolare la coincidenza: il 12 marzo è la data della morte del grande San Gregorio Magno, il papa della riforma della Chiesa, del canto che da lui prende il nome...
Ecco come il martirologio romano lo presenta:
<<Memoria di san Gregorio Magno, papa e dottore della Chiesa: dopo avere intrapreso la vita monastica, svolse l’incarico di legato apostolico a Costantinopoli; eletto poi in questo giorno alla Sede Romana, sistemò le questioni terrene e come servo dei servi si prese cura di quelle sacre. Si mostrò vero pastore nel governare la Chiesa, nel soccorrere in ogni modo i bisognosi, nel favorire la vita monastica e nel consolidare e propagare ovunque la fede, scrivendo a tal fine celebri libri di morale e di pastorale. Morì il 12 marzo.
(12 marzo: A Roma presso san Pietro, deposizione di san Gregorio I, papa, detto Magno, la cui memoria si celebra il 3 settembre, giorno della sua ordinazione)>>.
Frate AR può essere felice.
Ma sarà e saremo ancor più felici tutti se il nuovo papa sarà davvero Gregorio.
Magari anche nel nome.
Ma speriamo, al di là del nome, che sia un Gregorio di fatto: santità di vita, solidità di dottrina, vero Liturgo del popolo cristiano, riformatore dei costumi corrotti della Chiesa, annunciatore di Cristo povero al mondo.

Oremus pro eligendo pontifice: Veni Creator Spiritus, Veni Sancte Spiritus!

domenica 10 marzo 2013

PER COMPRENDERE LA RINUNCIA DI PAPA BENEDETTO XVI AL MINISTERO PETRINO



Non si riuscirà a comprendere a pieno la portata profetica del gesto di Papa Benedetto, se non si parte dalla comprensione fondamentale di cosa sia realmente il papa e il papato.
Il papa niente altro è che il Vescovo della diocesi di Roma. Una diocesi sui generis perché è la sede di Pietro, creato primo tra gli Apostoli da Cristo e pertanto, nella tradizione della Chiesa, chi succede a Pietro nella cattedra episcopale di Roma eredita anche il suo munus particolare, non solo di guida della diocesi di Roma ma di guida e centro visibile della comunione di tutta la chiesa cattolica. In pratica la Chiesa qui sulla terra è costituita dalla diocesi di Roma e da tutte le diocesi in comunione con essa, così che il vescovo di Roma, successore di Pietro, e i tutti i vescovi, successori degli apostoli, in comunione con lui ripresentino il primitivo collegio di Pietro con gli Apostoli, e perciò come Pietro fu capo degli apostoli, così il papa è il capo del collegio dei vescovi.
Il fatto che il papa sia vescovo di Roma è ancora indicato dal fatto che la sua elezione sia riservata ai cardinali. Chi sono questi? Idealmente questi costituiscono il clero della diocesi di Roma, cui da sempre è spettato il diritto di eleggersi il suo vescovo. Un tempo erano effettivamente i diaconi, i parroci e i vescovi delle città vicine (suburbicarie) a Roma, adesso il titolo di cardinale-diacono è dato ai capi dicastero della Curia, quello di cardinale-presbitero ai vescovi delle città più importanti del mondo (ad esempio il Cardinale di Palermo ha il titolo di Santa Maria Odegitria dei Siciliani), quello di cardinale-vescovo alle più alte cariche della Curia. Inoltre al collegio cardinalizio sono aggiunti i patriarchi delle antiche chiese orientali: questo fa sì che da un lato sia mantenuta la tradizione antica della elezione del papa dal clero di Roma e dall’altro assicura che la sua figura sia veramente espressione della chiesa universale.
Il romano pontefice è quindi un vescovo: la sacramentalità è connessa all’episcopato e non tanto al ministero petrino in sé, perciò, sacramentalmente parlando, la dignità del vescovo di Roma è pari alla dignità di un qualsiasi vescovo della Chiesa di Cristo. In questo senso, come successore di un apostolo, è costituito vicario di Cristo, così come qualsiasi altro vescovo, giacchè è il collegio apostolico nel suo insieme ad essere vicario di Cristo. Che questo titolo sia rimasto nell’uso frequente al papa, non ci deve ingannare sul suo significato teologico, così come lo stesso titolo di papa, che significa “padre”, di per sé è un residuato di un titolo greco che fino ad oggi è dato (papàs) ad ogni prete, e finanche il titolo di “santità” nella chiesa antica era un titolo con cui ci si salutava scambievolmente tra cristiani. Rimanere legati ai titoli, ma decontestualizzati, potrebbe portarci ad una comprensione sbagliata del ministero petrino.
Quindi il papato non è un sacramento, così come il cardinalato non è un sacramento: il sacramento dell’ordine ha solo tre gradi, episcopato, presbiterato e diaconato.
Diversa è invece la considerazione da fare per quanto riguarda la giurisdizione, cioè la capacità di esercitare una auctoritas, una potestas regiminis nella Chiesa. Il sacramento è alla base (che comporta il munus docendi e il munus sanctificandi ma non il munus regendi), per cui non si può esercitare una vera potestas ecclesiastica senza essere ordinati, ma la potestas non risiede nel sacramento dell’ordine. Per l’ininterrotta tradizione della Chiesa, il papa appena accettata la sua elezione, riceve la potestà di governare la diocesi di Roma e la potestà di governare tutta la Chiesa col ministero petrino, direttamente da Dio e sarà da lui che ogni vescovo riceverà la potestà di governare la sua diocesi particolare, ma solo la sua diocesi e basta. Invece il munus docendi e sanctificandi, come qualsiasi altro vescovo, li riceve con la sua consacrazione episcopale: ecco perché il canone prescrive che se l’eletto papa non è vescovo deve essere immediatamente ordinato vescovo prima di compiere qualsiasi altro atto.
Perciò, dato che la sua potestas è ricevuta da Dio all’atto dell’elezione, il papa può anche rinunciare all’esercizio di questo ministero rimettendolo nelle mani di Dio (e perciò non occorre che nessuno riceva o accetti la rinuncia e non si può parlare di dimissioni). Questo comporta anche la rinuncia alla sede episcopale di Roma perché di fatto i due ruoli sono connessi anche se distinti (ad esempio il Papa ha due Curie: una per guidare la Chiesa univerale e un’altra per guidare la diocesi di Roma): il pensare il papa come ad un super vescovo o come ad un capo dei capi (mi si passi l’espressione) potrebbe indurre a pensare erroneamente che il papato sia un sacramento ulteriore (che metta in secondo piano l’essere vescovo di Roma), o che si possa rinunciare a fare il papa rimanendo per assurdo vescovo di Roma! Quindi, a proposito della discussione su quali titoli dare in futuro a Benedetto XVI è chiaro che sarà solo "vescovo emerito di Roma" o anche "Romano Pontefice emerito" e perciò "papa emerito": che poi per cortesia lo si continui a chiamare "santità" e col nome di Benedetto (come un ex primo ministro o ex capo dello Stato si continui a chiamare "presidente") questo non inficia il titolo che gli compete per diritto o ipoteca l'esercizio di un potere nei riguardi del nuovo papa, giacché emerito significa nel diritto proprio chi non esercita più un ufficio, e quindi nessun pericolo che ci siano nella Chiesa due papi come non ci sono mai in una diocesi due vescovi ma solo uno nel suo ufficio e l'altro solo emerito.
Quanto detto finora ci porta alla considerazione del papato come l’esercizio del ministero petrino a servizio della Chiesa universale: cioè ad un ruolo per il bene della Chiesa tutta, un ruolo le cui modalità possono anche variare nel tempo ma che non ne intaccano l’essenza.
Una cosa sola è essenziale in questo servizio: la promozione dell’unità della Chiesa nella confessione di una sola fede. Il resto è contorno.
Questo ci spinge a mettere da parte qualsiasi concezione devozionale riguardante più il papa in sé che non il suo ministero e il fine stesso del suo ministero: il bene della chiesa. Ogni altra visione, per quanto affascinante che sia, ci fa correre il rischio di non vedere l’essenza del ministero papale.
Si racconta che San Giovanni Bosco abbia rimproverato aspramente i suoi ragazzi che gridavano “Viva Pio IX” ammonendoli di dover gridare sempre e solo “viva il papa”: perché ciò che interessa è non il nome del papa, ma il suo ruolo. Non chi siede sulla Sede di Pietro, quanto la stessa Sede. C’è stato purtroppo uno scivolamento negli ultimi tempi nella considerazione della figura del papa che non ha fatto bene al papato! Una sacralizzazione della figura del papa stesso che ha fatto correre il rischio di staccare il papa dal contesto ecclesiale di riferimento: paradossalmente era meno sacrale la figura del papa quando questi era recato col triregno sulla sedia gestatoria e ci si chinava davanti a lui “al bacio del sacro piede” e si sperimentava l’esercizio di una potestas in un continuo confronto nel concistoro coi cardinali collaboratori (perché se un Re può arrivare a dire “lo Stato sono io”, un Papa non può mai dire “la Chiesa sono io”) che non nell’ultimo secolo, quando un’apparente desacralizzazione ha invece dato la stura ad un’interpretazione monocratica della chiesa a tutti i livelli (dal papa ai tutti i vescovi che si sono sentiti sostenuti nella loro interpretazione monarchica e falsamente conciliare dell’episcopato).
Ed eccoci arrivati al dunque: se quello che conta è il ministero e il fine per cui è esercitato, il bene della Chiesa, allora si può rinunciare al ministero, qualunque sia? Certo, anzi a volte, proprio per il bene della Chiesa è doveroso. E anche il papa deve sempre porsi questa domanda, come qualsiasi altro nella Chiesa svolga qualche servizio. Perché quello che interessa è che la Chiesa, in ogni momento debba essere all’altezza della sua missione nel mondo. La Chiesa non può “perdere tempo”, perché sa che siamo ormai nel tempo dell’attesa della Sua venuta, per cui si deve mantenere sveglia ed attiva. Non è una considerazione attivistica, efficientistica, ma teologica, sacramentale. E’ questa considerazione che ha portato il Concilio e Paolo VI a fissare, ad esempio, l’età dei 75 anni per le dimissioni dei parroci e dei vescovi: date le condizioni della società e dei tempi moderni, si può continuare ad avere la responsabilità di una comunità, anche se si fosse in buona salute, ma certo non più con quelle energie intellettive e spirituali che occorrono per il bene della Chiesa e la salvezza delle anime? Non è sotto gli occhi di tutti che tante diocesi e parrocchie nascono – crescono - si sviluppano - e muoiono insieme all’età e all’invecchiamento dei loro pastori?
Ecco perché Papa Benedetto ha rinunciato al suo ministero. Ed è una idea che ha sempre avuta. Lo ha scritto in tempi non sospetti, lo ha detto in interviste, lo aveva suggerito a Giovanni Paolo II nell’ultimo periodo della sua decadenza fisica. Lo aveva fatto intuire quando depose sull’urna di Celestino V il suo pallio usato per la messa di intronizzazione.
Non c’è nessuna dietrologia da fare e non sono stati gli ultimi avvenimenti drammatici che lo hanno spinto e quasi obbligato a rinunciare: chi scrive ciò sa di mentire, perché la sua decisione era presa da più di un anno e lui la voleva rendere operativa per il compimento del suo 85° compleanno. Se è rimasto è perché non ha voluto lasciare la barca di Pietro durante il mare in tempesta degli scandali: ha detto che si può scendere solo quando il mare è sereno. E’ stato il suo modo di rimanere abbracciato alla croce di Cristo: con Giuda il traditore accanto. Se lo ha fatto invece ora è perché ha riconosciuto che la tempesta è passata: il suo è dunque un messaggio di speranza: la Chiesa è viva ed è pronta a riprendere nuovamemente il largo. Con nuove forze e un nuovo papa. E’ il contrario di quanto vorrebbe farci credere la coltre dei mass media puntando su una chiesa vecchia, corrotta e moribonda. Ma noi sappiamo che non è così. 

sabato 9 marzo 2013

Vi parlo del "mio" Papa Benedetto XVI (seconda parte)

Ho avuto la fortuna di avere un amico a Roma che spesso mi ha ospitato in un appartamentino proprio a ridosso quasi del Palazzo del Sant'Uffizio. E tante volte quando sono stato libero da altri impegni ho voluto trascorre il giorno del mio compleanno a San Pietro. Confesso che dopo la colazione, la mattina mi avviavo all'inizio del colonnato giusto in tempo per bearmi di una scena sempre uguale che per me era di grande consolazione: un po' prima delle nove, arrivava il Cardinale Ratzinger da Borgo Pio dove abitava, talare nera da semplice prete, basco nero, una vecchia cartella di cuoio, attraversava in diagonale piazza S. Pietro e poi passando per l'altro colonnato arrivava puntuale alle nove al suo ufficio. Tante volte mi sono detto: ecco ora lo fermo e gli parlo. Poi però non riuscivo a pronunciare nemmeno una parola: solo un cenno col capo e un flebile buon giorno e comunque lui sempre umilissimo e gentilissimo rispondeva sorridendo e chinando anche lui il capo, col suo "buonciorno"! Mi faceva impressione quel cardinale che andava a lavorare a piedi come un semplice prete, quando tanti monsignorini di curia arrivavano con macchine di lusso, agghindati e azzimati. 
L'anno che uscì il suo libro sullo spirito della Liturgia avrei voluto fermarlo per dirgli quanto gli ero grato per avermi aperto un orizzonte nuovo nella comprensione dell'esperienza liturgica, però quando lo incontrai lì in piazza mi sembrò più curvato e pensieroso del solito, per cui incrociandolo gli dissi solo "buon giorno eminenza, buon lavoro", lui rispose al solito "buonciorno", però alzando lo sguardo si accorse dal colletto che ero prete e sorridendo nuovamente mi disse "grazie padre, buon lavoro anche a lei".
Erano gli anni in cui stava combattendo la sua solitaria battaglia contro lo scandalo della pedofilia nella Chiesa, chiedendo al papa norme più rigide e adeguate, che tardavano ad arrivare anche per la grande opposizione della Curia (Segretario di Stato in testa, Sodano e dell'entourage di Giovanni Paolo II). 
Era un bubbone cresciuto nella Chiesa degli anni '80 e che tutti conoscevano ma di cui nessuno aveva il coraggio di parlare. Un mio compagno di studi alla Gregoriana tra il 1986 e il 1988 proveniente dagli Stati Uniti mi aveva raccontato tutto e mi aveva detto che tempo 15-20 anni sarebbe scoppiata questa bomba nella Chiesa. I fatti gli hanno dato ragione. Però quando lui disse cosa stava avvenendo nel suo e negli altri seminari, a Roma lo misero a tacere dandogli del lefevriano: il suo - così fu definito  - era un attacco alla modernizzazione della Chiesa e rivelava un'idea nostalgica e tradizionalista del sacerdozio, al punto che prima della ordinazione sacerdotale la Curia gli impose di giurare sull'accettazione de Concilio Vaticano II. Questo conferma la lucida analisi fatta da Ratzinger sul rapporto tra un certo modo di intendere la sessualità, la Chiesa e il sacerdozio nel post-concilio.
Ma Ratzinger non si è dato mai per vinto. Fino ad ottenere le nuove norme sui Delicta Graviora per la Congregazione della Dottrina della fede. Ma lo ha indicato anche con gesti che già da allora furono dirompenti: quando ad esempio fu l'unico cardinale a non prendere parte ai festeggiamenti per quel Maciel, prete fondatore dei Legionari di Cristo, scoperto poi come drogato, alcolizzato, bigamo, pedofilo, incestuoso e tanto altro ancora di innominabile. Festa a cui fecero partecipare Giovanni Paolo II (cosa inaudita nella storia) e con un tentativo di subornare Ratzinger con una busta di migliaia di euro che lui respinse subito al mittente!
Si capisce che il suo primo atto da papa fu mandare Maciel in una cella di clausura fino alla morte e di commissariare l'ordine da lui fondato (mentre altri prelati partecipavano alle nozze solenni della figlia del Maciel!).
Non per nulla il suo gesto di denuncia arriva a farsi quasi grido profetico in quella via crucis del venerdì santo quando lui denuncerà al mondo la sporcizia della chiesa, specie dei preti che usurpano del loro ministero, specie del sacramento dell'eucaristia e della confessione: questo gli provocò il rispetto dei fedeli di tutto il mondo e anche di tanto onesto mondo laico; ma anche la vendetta della Curia che - come ogni vendetta gli fu servita fretta - dopo averlo acclamato papa per farne un capro espiatorio di malefatte avvenute tutte sotto i pontificati precedenti, specie l'ultimo, ma che non potevano e non dovevano essere addossati su un papa che, per metterlo al riparo da ogni critica- fu fatto acclamare "santo subito" fin dalla sua morte, con un'abile strategia quasi da marketing mondano. (2 continua)

Non siamo ingenui...

...perché il cristianesimo ci fa essere realisti, coi piedi a terra: e perciò sappiamo che se anche l'alta direzione, per così dire, del conclave è dello Spirito Santo che soffia  dove vuole, però c'è sempre il rischio che l'uomo, nella sua libertà non risponda alla ispirazione dello Spirito e diriga i suoi passi verso altre strade!
Perciò, pur nella fede piena nel Dio che guida il cammino dell'uomo facendo alla fine diventare dritte  le vie storte, è lecito nutrire alcune perplessità sul modo con cui è stata gestita e vissuta la fase del preconclave e della sede vacante.
Se fosse morto un papa all'improvviso avremmo potuto comprendere alcune cose, ma il papa ha annunciato la sua rinuncia l'undici febbraio e la sede è diventata vacante il 28.
Quindi c'era tutto il tempo ad esempio per i cardinali, anche i più lontani di programmare il loro viaggio a Roma.
Già mi è sembrato un grandissimo atto di scortesia umana (per non dire altro) che non tutti i cardinali siano stati presenti il 28 a salutare il papa: comprendo chi è in Vietnam, ma che non ci fossero il tedesco Lehmann e un polacco e altri la dice lunga sulla vera qualità dei rapporti tra cardinali e papa Benedetto. 
Così come è impensabile che altri abbiano ritardato il loro arrivo a quasi un mese dopo la rinuncia del papa.
Altro fatto: sappiamo che l'allora decano Ratzinger era favorevole ad un maggior contatto con la stampa e che furono i cardinali ad imporre il segreto sulle congregazioni generali prima del conclave dopo la morte di Giovanni Paolo II. 
Lo abbiamo detto anche prima è il vizietto tutto curiale di imporre il segreto per poi far uscire da fonti "anonime" quello che si vuole far arrivare per gestire macchinazioni che tutto hanno tranne che di parresia evangelica. 
Ancora da papa, Benedetto XVI ha sempre ringraziato i giornalisti perché fanno il loro dovere (anche quando da questi è stato trattato male ingiustamente): il problema è un non risoluto e sereno rapporto con "l'opinione pubblica" ecclesiale nel senso più alto e più bello del termine, cioè della condivisione e della partecipazione del sensus fidei che è sempre sensus fidelium. 
Se tutti siamo Chiesa, abbiamo diritto che tutto si dica e si svolga alla luce del sole: quale scandalo ci potrebbe essere per un fedele il sentire un cardinale che in una congregazione parla della situazione più o meno bella della Chiesa è indica prospettive future di rinnovamento e conversione? Ne potrebbe uscire solo edificato. 
O un certo clericalismo pensa ancora a fedeli sempre piccoli ed immaturi?
O ancora l'idea tutta curiale che i panni sporchi si lavano in casa? 
Ma papa Benedetto ci ha insegnato (contro la curia) che i panni sporchi la chiesa non ha paura di lavarli e stenderli all'aperto davanti a tutti: perché non dovremmo avere niente da nascondere o di cui vergognarci. 
Ecco perché a suo tempo pubblicai ad esempio un post encomiastico sul cardinale Dolan. 
Questo è il momento in cui la Chiesa è chiamata ad abbandonare alcune logiche mondane: ora o mai più, se non si vuole vanificare lo stesso gesto di rinuncia di Papa Benedetto.

venerdì 8 marzo 2013

CAVOLATA O COS'ALTRO?

Cari amici lettori,
ero sul punto di riprendere il mio ricordo di papa Benedetto, quando ho letto di un twitt, un cinquettio venuto guarda un po' dalla Segreteria di Stato che invita a pregare per il nuovo pontefice.
Fosse così niente di male.
Però mi chiedo: che senso ha che un primo cinguettio lo mandi la Segreteria proprio ora, in stato di Sede Vacante. Bertone è Camerlengo e non più segretario di Stato. Ma allora chi ha deciso di mandare il twitt?
E poi tra tutti gli account da scegliere perché proprio Terza Loggia?
Chi sa che la Segreteria di stato è situata proprio nella Terza Loggia del Palazzo Pontificio?
Purtroppo in Italia la parola Loggia evoca ben altra realtà: le logge massoniche.
E se fosse un messaggio in codice?
Una mobilitazione per orientare l'elezione del nuovo papa?
Che alcuni cardinali e monsignori siano iscritti alla massoneria questo lo sanno tutti anche se tutti lo negano.
Ma non vorrei scoprire dopo la P2 che la P3 sia proprio la Terza Loggia in Vaticano.
Fantapolitica?
Forse.
Ma questo spiegherebbe il silenzio imposto ai cardinali statunitensi per far sì che i cardinali italiani continuino il giochino tutto curiale di fornire informazioni anonime a giornalisti amici, così da poter gettare vigliaccamente il sasso nascondendo la mano. E bruciando probabili candidature.
Se così fosse proprio non vorrei svegliarmi domani con un papa massone.
E siccome tutti sappiamo che tante manovre sono tutte italiane, di italiani o anche di stranieri che per aver lavorato in Curia hanno imparato tutti i vizietti italiani dei loro colleghi, allora tifo sempre di più per un papa straniero e che in Curia a Roma non ci abbia mai messo piede.
Solo così la pulizia imposta da Papa Benedetto potrà continuare.
Perciò cari amici, pregare pregare pregare!

venerdì 1 marzo 2013

E ora finalmente lasciate che vi parli del "mio" Benedetto XVI (Prima parte)


Quando gli vidi mettere il pallio della sua elezione papale sull’urna di papa Celestino V, all’Aquila, capii subito che lo avrebbe seguito in quel gesto: perché il dono di quel pallio era in un certo senso il modo per riabilitare la figura dell’eremita Pietro da Morrone (qualora ce ne fosse di bisogno, perché la Chiesa venera Celestino come Santo, ma forse per spingere la tradizione tutta italiana a smetterla di applicare a Celestino il verso dantesco “di colui che per viltà fece il gran rifiuto” e che in verità non indica affatto la figura di questo santo papa) e quindi di far leggere positivamente il gesto della rinuncia al papato da parte di un romano pontefice. Fu un pensiero che non osai confessare nemmeno a me stesso e che, quando ritornava, per la suggestione di altri segnali che il papa mandava, rifiutavo di accettare perché l’affetto che ho sempre provato per lui mi spingeva a sperare che questo gesto fosse stato da lui ipotizzato ma non realizzato o comunque messo in atto il più tardi possibile.
Il mio timore (ma anche la mia certezza) si sono acuiti quando l’anno scorso due giornalisti, Socci e Ferrara, avevano il primo dato la notizia che il papa si stava preparando alla rinuncia e il secondo che la considerava come verosimile, anzi la auspicava come il colpo d’ala che avrebbe dato visibilità e futuro al magistero di Benedetto XVI facendolo uscire dalle secche in cui una curia inefficiente e un episcopato inetto l’avevano fatto incagliare. Li presero per sciacalli che infierivano impietosi su un papa ancora vivo e un papato fecondo. Ma questo rivelava il fatto che tanti, dentro e fuori la Chiesa avevano (e hanno) continuato a leggere l’operato di questo papa in modo superficiale e sbrigativo, lasciandolo ingabbiato in quei pregiudizi con cui la stampa, ma anche una parte dell’opinione pubblica ecclesiale, lo aveva rinserrato, prima nel servizio alla Congregazione per la Dottrina della fede, e poi nel suo ministero petrino.
E’ come se, per applicare la sua stessa immagine da lui usata a proposito del Concilio, ci fossero stati il Papa Benedetto “vero” e quello “mediatico”, cioè quella mediato dai mass media (a volte magari strumentalmente usati da certe frange di ecclesiastici senza scrupoli: ricordate il caso Boffo?) che ci hanno data del papa un’immagine falsa e preconfezionata, o quantomeno superficiale perché il peccato originale di tanti vaticanisti (ma di tanti giornalisti e non giornalisti in genere) è quello di parlare per stereotipi e luoghi comuni, applicando cliché e frasi fatte, senza mai prendersi la briga, ad esempio, di andare a verificare quello che veramente avesse detto il papa in un suo discorso o in una sua omelia. Così se un giornalista fa un lancio facendo dire al papa una evidente e impensabile scempiaggine, tutti lì pronti a seguirlo senza scrupolo alcuno.
Invece il pensiero del teologo prima e del papa dopo è stato un pensiero così lineare e limpido che ci voleva poco a comprenderlo per quello che era realmente. Ma per chi è ammalato di dietrologia o è vittima dei suoi stessi pregiudizi, non c’è chiarezza che tenga: proprio per ciò si è avverato il paradosso evangelico che proprio i dotti non hanno compreso la grandezza di questo papa, e invece è stato amato e compreso dalla gente semplice, come dimostrano i suoi viaggi, dati sempre in partenza per fallimentari dalle intellighenzie  e poi rivelatisi sempre come veri trionfo di popolo; come dimostrano le sue udienze del mercoledì sempre super affollate in cui ha superato gli stessi record di presenza stabiliti dal pontefice precedente (ma chi lo ha mai detto?); ma come dimostra soprattutto l’affetto della gente umile che nelle due ultime settimane di pontificato ha voluto far sentire al papa la sua gratitudine e la sua vicinanza (e questo ha talmente commosso il cuore del papa che nella sua ultima udienza ha detto che più che dalle lettere dei potenti della terra è stato toccato dalle lettere della gente semplice che gli hanno aperto il cuore come ad un padre, un fratello un amico, ché questo si è sempre considerato e mai il re dell’ultima monarchia assoluta dell’Occidente).
A ben considerare, appunto, il fascino di questo papa è stato il saper conservare il suo animo di fanciullo, di un credere così ampio e articolato, fecondato dalla ratio,  che dalle alte cime della speculazione filosofica e teologica sa trarre il nutrimento per la sua fede, di una fede che niente altro vuole essere se non l’esperienza di un abbandono filiale tra le braccia del Padre. Una fede riassunta proprio in quella preghiera del mattino che magari tanti teologi e preti snobbano come esempio di una pietà devozionistica e che lui invece ha citato proprio nella sua ultima udienza come espressione della confessio fidei della Chiesa e del singolo credente. Confesso che in questo ho sentito ancora di più la sua vicinanza: perché quel “Ti adoro mio Dio e ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano...” ha tutto il sapore dell’infanzia, sono le parole che la mamma ti mette in bocca per educarti a sentire la tua vita sotto lo sguardo di Dio (ma lo fanno ancora?), sono le parole con cui ancora io prego, le prime parole al risveglio, nelle mie albe solitarie, spesso le uniche quando l’amarezza ti spezza il cuore, e tu in quella preghiera ti senti accanto mamma e papà e insieme nel grembo di Dio.
Già, papà e mamma, i genitori e l’esperienza di una famiglia serena che Papa Benedetto ha portato sempre nel suo cuore, al punto di rispondere, a chi glielo domandava, che per lui il Paradiso sarà il recupero di quella gioia serena di quando da piccolo andava per i boschi con i suoi genitori e suo fratello e sua sorella nei giorni di festa. Se per assurdo avesse detto solo queste parole nel suo magistero lo avrei amato solo per queste: perché in queste ho ritrovato anche la mia pena e il mio dolore e tutta la voglia di andare in cielo dove poter riprendere a passeggiare coi mie genitori.
Che questa è stata la grandezza di papa Benedetto: di saper dare suono e parola e forma a quanto ognuno di noi ha spesso sentito e non è mai riuscito ad articolare ed esprimere. Parlando col cuore, dal suo cuore, per toccare il cuore della gente. Cor ad cor: con le parole del Cardinale Newman che lui ha voluto beato.
E un cuore così non può concepire il male (a proposito del suo maggiordomo ha appunto detto che gli riesce proprio incomprensibile quanto ha fatto): quanto siamo lontani dal panzercardinal o dal pastore tedesco, come ci hanno far voluto credere concepisse il suo ruolo di difensore della fede! Un difensore che non ha mai condannato nessun eretico né ha mai mandato al rogo (nemmeno mediatico) nessun teologo: l’unica punizione che riuscì ad “infliggere” a Leonardo Boff, uno dei preti marxisti padri della teologia della liberazione in America latina, fu invitarlo a Roma a prendere il caffè con lui mentre cercava di comprendere le sue tesi, che erano più manifesti politici che riflessioni teologiche, tanto mondane che da lì a poco il detto lasciò i francescani e prese moglie.
Perché se c’è una caratteristica di base, che tutti ammettono, anche chi è lontano dalla fede ed ha avuto modo di incontrarlo, è la sua dolcezza e la sua umiltà.
Ero diacono, e fui chiamato a servire presso la chiesa dei Rogazionisti a Roma per la festa di Sant’Antonio da Padova. La doveva celebrare il cardinale Ratzinger. In sacrestia eravamo tutti tesi e in silenzio aspettando il suo arrivo. Poi abbiamo visto un volto che si affacciava ed un uomo minuto che entrava in punta di piedi, facendo un cenno di stare comodi, quasi scusandosi lui di stare per scomodarci. Lo aiutai a rivestirsi dei paramenti in silenzio, intuii che lui già pregava. Sono stato così coinvolto ed ammirato del suo modo di celebrare che rimasi quasi imbambolato. Tra me e me dicevo: starà ridendo di me per la mia goffagine. Perché non potevi fare a meno di farti attrarre dai suoi occhi. Perché lui ti guardava: si, ti parlava con lo sguardo. Ho incontrato tre volte Giovanni Paolo II ma non sono mai riuscito ad intercettare il suo sguardo: in tutte le foto ricordo che ho si vede come non ti guarda, fissa altrove… al punto da chiederti se realmente ti avesse visto, lo avessi  incontrato. Con Ratzinger no: tutta la sua minuta figura è là, concentrata nel suo sguardo…
Dopo la messa ci fu la processione e lui inaspettatamente disse che rimaneva: girammo per il quartiere tuscolano e sembrava una delle nostre processioni, la banda dei vigili urbani di Roma, i canti della gente, le bombe… e lui divertito e sorridente come un bambino (poi compresi dai suoi scritti che questo gli ricordava la sua Baviera, la sua infanzia, l’essenza del cattolicesimo che mette insieme per la festa del santo la messa e la sagra paesana: ah quanto abbiamo ancora da apprendere da lui!).
Avevo letto la sua intervista a Messori, Rapporto sulla fede, gli avrei voluto dire che condividevo la sua analisi sulla situazione della Chiesa… ma gli rimasi accanto imbambolato senza saper pronunciare una parola, solo guardandolo… ogni tanto certo  si accorgeva che lo guardavo e mi sorrideva. Poi al rientro ci salutò timidamente uno per uno, informandosi: gli dissi che ero al Collegio Lituano per studiare diritto canonico alla Gregoriana: “bene, bello, auguri per i suoi studi”. Riuscii a dire solo grazie e notai che dava del Lei a tutti, anche ai giovani ministranti. Non volle rimanere per il rinfresco e allora scoprii una cosa: mi dissero che mai nessun parroco era riuscito a fargli accettare una busta, un’offerta, un invito a cena dopo una festa, dopo una cresima, mai! Mi dissero: fa una vita parca, ritirata, da monaco. E quanto non spende per libri va in carità. Non frequenta salotti, non si è fatto intruppare in nessuna cordata curiale, non è espressione di nessuna lobby, si tiene al largo dal chiacchiericcio mondano, specie da quello ecclesiale.
Se prima ero stato conquistato dal Ratzinger intellettuale, adesso cominciava ad affascinami anche da uomo e sacerdote.
                                                  (continua)

giovedì 28 febbraio 2013

IL NOSTRO GRAZIE A PAPA BENEDETTO XVI...


... che con umiltà e coraggio, mosso dallo Spirito, ha guidato la barca di Pietro tra i marosi e le tempeste del mondo, confermando la Chiesa sulla roccia della fede cattolica, perché sull'orizzonte della storia degli uomini ritorni visibile il volto del Padre da tutti anelato e udibile la voce del Figlio che chiama all'unico ovile con un'unico pastore. Il Signore lo assista con la sua consolazione, gli dia vita e salute e non lo lasci nella mano dei suoi nemici.

martedì 26 febbraio 2013

PAPA BENEDETTO E LA CARITA’ CHE E’ DIO


Forse solo in un futuro riusciremo a comprendere pienamente la grandezza e la profondità del magistero di Papa Benedetto XVI.
Perché se prima la sua teologia era dotta e illuminante, da Papa ha assunto l’autorevolezza, come qualcuno ha detto, di un Padre della Chiesa.
Certo il suo magistero è stato ordinario (nel senso canonico di non irreformabile) ma non per questo ha assunto meno valore: anzi, sono sicuro che da alcune acquisizioni a cui si è arrivati per suo merito la Chiesa non potrà più recedere.
Vorrei provare ad indicarne qualcuna, ad esempio la ricomprensione della carità non come una attività della Chiesa (in questo ha stigmatizzato con forza il “fare la carità” riducendo la Chiesa ad una istituzione di beneficenza fra tante) ma quanto nel suo aspetto teologale di esperienza stessa del Dio Unitrino che nella sua essenza è carità.
Pochissimi commentatori hanno colto la rivoluzione a partire dalla sua prima enciclica: Deus charitas est, in cui (e lo sapeva bene lui che veniva dalla terra protestante) ha invitato a superare la separazione tutta luterana di eros e agape, riprendendo l’affermazione (dall’esatta etimologia di eros: ricerca) che il Cristo esprime l’eros di Dio nei riguardi dell’uomo (e perciò simmetricamente anche l’eros/ricerca dell’uomo nei riguardi di Dio). E’ in questa ricerca dell’uomo da parte di Dio che Dio rivela il suo amore gratuito e sovrabbondante che è agape e charis/grazia, e cioè charitas. Un amore che rende possibile la risposta altrettanto amorosa dell’uomo verso Dio. In questo senso l’esperienza di fede si rivela per quello che è e deve essere nella sua pienezza esistenziale: l’esperienza mistica di un incontro erotico e agapico insieme tra Dio e l’uomo. Quell’esperienza del “gioco d’amore” cantato nel Cantico dei cantici e mirabilmente compreso dai mistici, appunto, quali ad esempio San Giovanni della Croce. Qui, solo qui, nella ricerca del volto dell’Amato è possibile l’esperienza della charitas che ti fa scorgere nel volto sfigurato del fratello il volto del Dio che in Cristo ha assunto il dolore del mondo nel suo annichilirsi in forma di servo.
A quanti pensavano ancora che Dio è Dogma, nel senso che la rivelazione di Dio è la rivelazione di un sapere di/su Dio, Papa Benedetto ha ricordato l’assunto giovanneo che Dio è amore e che la rivelazione del Figlio niente altro è che questo disvelamento dell’amore di Dio per gli uomini: una “passio” che trova il suo culmine proprio nella croce come rivelazione ultima del “Deus pro nobis”. Se Dio è amore/charitas allora la Chiesa non può non essere altrimenti. La Chiesa è carità. Perché solo la carità è capace di dare senso e carne e sangue ai vincoli della communio ecclesiale. Perché solo ponendosi come carità può presentarsi al mondo come serva della fraternità umana e della dignità di ogni singolo uomo immagine del volto di Dio.
Solo così si comprendono le altre encicliche del papa e tutto il suo successivo magistero. Fino ad un Motu proprio passato quasi inosservato: quello sulla ridefinizione proprio del ruolo del servizio di carità nella Chiesa.
Significativamente il papa parte dalla considerazione che nel Codice di diritto Canonico, nella parte che riguarda il vescovo diocesano, il legislatore è stato attento al suo ruolo di maestro della dottrina e di liturgo, ma ha tralasciato di indicare il vescovo come colui che presiede nella chiesa a lui affidata anche al servizio della carità, perché la fede annunciata e celebrata non può non essere vissuta e testimoniata come carità.
E questo non è un problema canonico. E’ ecclesiologico. Oserei dire che qui Papa Benedetto è stato profetico, nello spingere la Chiesa ad un rinnovamento non delle strutture e istituzioni (di cui ha sempre diffidato) ma della sua essenza stessa. La Chiesa del futuro non è chiamata a fare carità, ma ad essere carità: o sarà carità o non sarà affatto.

domenica 24 febbraio 2013

LA FRATERNITA' SAN PIO X? SOLO SUPERBIA E SACCENTERIA. PAROLA DI PAPA BENEDETTO

Fino alla fine ha teso loro la mano per invitarli a rientrare, forse più del dovuto, ma la sua preoccupazione di padre non è stata mai capita: papa Benedetto ha voluto fino all'ultimo (ora si comprende la lettera inviata loro in Avvento in cui con urgenza si chiedeva loro un gesto di fiducia, affidamento nelle mani del papa per Natale) tentare di chiudere lo scisma, ma dall'altra parte solo giochi di parole, un rialzare sempre la posta, il tentativo di fare le "pulci" a tutto il magistero attuale. Fino al 22, data simbolica della Cattedra di Pietro le mani sono state aperte in attesa. Ma l'ennesimo diniego mostra allora che, come scrivevamo in un precedente post il problema non è di carattere liturgico, ma, e lo aveva intuito il papa nella sua lettera ai vescovi della Chiesa dopo la remissione delle scomuniche ai loro quattro vescovi, eminentemente dottrinale. A ben riflettere la questione è qua: come si può dire di riconoscere la Roma eterna, il Magistero di Pietro, senza poi riconoscere di fatto che Pietro è il papa che siede sulla sua cattedra? Altrimenti si fanno solo sofismi. E qui entra in gioco la dimensione antropologica: il convincimento di essere gli unici nel giusto e di pretendere che siano gli altri ad addivenire alle nostre posizioni. Lo riconosce il papa nella stessa lettera: <<da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc.>>. E questo annulla anche il buono che ci potrebbe essere in quella comunità. Ma la Tradizione è Roma, è il Papa. Non sono loro. Il resto sono chiacchiere. 
Noi ce ne occupiamo dal punto di vista di un ecumenismo a 360° nella tensione di un recupero di ogni scisma nel vero abbraccio cattolico. 
Era stato di fatto concesso loro di poter criticare il Vaticano II ma che era ed è in ogni caso un atto di magistero, in qualunque modo lo si voglia poi intendere.
Perché come lucidamente scrive papa Benedetto, non si può fermare il magistero al 1962. Un'affermazione del genere di fatto significa riconoscere che si è in una situazione di sede vacante da allora: abbiano il coraggio di dirlo. Non si può dire di riconoscere come Papa vero Benedetto e poi di fatto negarlo. 
La FSSPX è di fatto scismatica. E fin quando lo sarà faranno bene tutti i vescovi a proibire  loro l'apertura di case e chiese ai fedeli di frequentarli. C'è un equivoco che sta andando avanti da molti anni. E un modo per superarlo è un largo uso del Summorum Pontificum nell'ambito della catholica perché spunta le armi della Fraternità.
Peccato. 
Anzitutto per il grande sgarbo fatto a Papa Benedetto e al suo cuore di Padre, nel respingere ogni tipo di offerta che venisse da lui. Ma soprattutto per la Chiesa. Davanti a Dio dovranno sentire tutto il peso del loro rifiuto e del far permanere una grave frattura della communio ecclesiale. 
Il giudizio storico su di loro lo ha già dato il papa: in loro ci sono molte cose stonate, superbia e saccenteria. Ormai la loro si è ridotta ad una storia di puro orgoglio: non è vero amore per la Chiesa il loro, ma ormai solo attaccamento a se stessi e alle loro idee. L'umiltà vera è quella che ci sta insegnando Papa Benedetto: che non meritava proprio di essere trattato così dalla FSSPX. 
Sarebbe bello che questa fraternità, per dimostrare di aver capito la lezione, appena eletto il nuovo papa, chiunque sarà, facesse un atto di affidamento nelle sue mani: senza se e senza ma, senza condizioni. Perché non si può dire "credo ecclesiam" senza fidarsi di Pietro a cui Cristo ha affidato le chiavi della Chiesa. Osiamo sperarlo?

sabato 23 febbraio 2013

SOCCI INVITA IL PAPA A RINUNCIARE PROPONENDO AI CARDINALI DI OFFRIRGLI LE LORO DIMISSIONI...

... dicendo che se anche è impensabile che il papa ritorni sui suoi passi almeno il gesto dei cardinali sarebbe il segno che hanno compreso la lezione...
io mi accontenterei che i vescovi e i parroci si dimettessero arrivati ai 75 anni senza fare storie né richiamare indissolubilità di nozze con diocesi e parrocchie teologicamente fuori luogo...

martedì 19 febbraio 2013

I VESCOVI TEDESCHI CHIEDONO PERDONO AL PAPA PER GLI ERRORI FATTI NEI SUOI CONFRONTI: QUANDO LO FARANNO TUTTI GLI ALTRI, ITALIANI IN TESTA?


L'arcivescovo presidente della Conferenza episcopale tedesca sul pontificato di Benedetto XVI

Verità chiarezza e misericordia

di Robert Zollitsch

In un certo senso tutta la Germania è stata partecipe dell'onore che toccò in sorte al cardinale Joseph Ratzinger, quando il 19 aprile 2005 i cardinali riuniti in conclave lo elessero vescovo di Roma e successore di Pietro. «Siamo Papa» si sentì dire in un misto di orgoglio e di gioia. Oggi, otto anni dopo, prevale il senso di profondo rispetto e riconoscenza, al quale però si mescola anche una certa malinconia. Un commiato è sempre doloroso, soprattutto quando si tratta di una persona conosciuta e stimata.
Papa Benedetto XVI ha lottato durante tutta la sua vita per cercare di penetrare nell'inafferrabile mistero di Dio. In grande umiltà vuole avvicinarsi a Dio e farsi svelare con tutti i sensi da Lui stesso chi è Dio e che cosa Dio vuole per gli uomini. Con la preghiera e nella celebrazione dei sacramenti, ma anche con i mezzi propri dell'uomo, quelli della ragione, e nella sempre nuova penetrazione della Sacra Scrittura, della dottrina dei Padri e delle regole della Chiesa, la sua vita è tutta dedicata all'avvicinamento a Dio.
Questa scelta fondamentale della sua vita segna il nostro Santo Padre in un modo così trasparente che tutti ne stimano l'autorità spirituale e intellettuale. Lo fa perfino la maggior parte di coloro che, a causa di singole decisioni o modi di vedere, non possono o non vogliono capirlo. Pertanto faremmo bene a vedere nella sua decisione di deporre tra qualche giorno la carica episcopale ciò che essa vuole essere: espressione di una vita di credente, che è ben consapevole di due cose: che conosce la dignità dell'uomo -- la quale consiste nel testimoniare Dio in questo mondo, sostenuto dal mandato della Chiesa -- ma che conosce anche la finitezza dell'uomo, che lo porta a riconoscere gli stretti limiti delle proprie forze e infine a vivere con la fiducia che è Dio, e non l'uomo, colui da cui dipende la riuscita.
Durante la sua visita in Germania di due anni fa, il Santo Padre ha ripetutamente affermato che la Chiesa attinge l'acqua della sua vitalità dalle proprie sorgenti trascendenti divine e non pesca nel torbido di un uso ingenuo e a rischio di delusioni delle forze di questo mondo. Ha particolarmente insistito sul giusto rapporto della Chiesa con il mondo nel suo discorso programmatico nella nostra Konzerthaus a Friburgo. Oggi sappiamo meglio di allora che egli voleva far risaltare il giusto e importante messaggio della sua vita: attingete alle sorgenti della salvezza e non accettate la salvezza da nessun altro che dal Signore.
In realtà questo messaggio ha caratterizzato i suoi discorsi e il suo comportamento durante tutto il periodo del suo pontificato. La concezione dell'uomo viene definita dalla fede in Dio e Benedetto XVI ha avuto una concezione dell'uomo molto positiva durante tutta la sua vita; l'uomo infatti rispecchia Dio, in quanto fatto a sua immagine, ed è stato redento e ricondotto vicino a Dio grazie a nostro Signore Gesù Cristo. Sono in particolar modo le forze estetiche e la ragione a caratterizzare l'uomo e Papa Benedetto XVI aggiungerebbe: la sua capacità d'amore. Per questo motivo è stato con tutto il cuore teologo: un uomo che vorrebbe comprendere e mettere in evidenza l'autorivelazione di Dio. Tutti noi ci siamo fatti guidare e prendere per mano dalla forza di persuasione e dell'espressione del-l'opera di Joseph Ratzinger, l'ultima volta in occasione dell'ultimo Natale, quando a conclusione della sua trilogia su Gesù ci ha regalato il prologo sulla storia dell'infanzia di Gesù.
Sono certo che l'alta opinione che il Santo Padre nutre nei confronti dell'uomo ha il suo fondamento nelle esperienze della sua casa paterna e nella vita religiosa del giovane Joseph Ratzinger.
La sicurezza affettiva in uno spazio d'amore fa maturare in lui le convinzioni basilari della sua vita. Con altrettanta chiarezza Papa Benedetto XVI avverte anche ciò che è mortificante nella cattiveria e nel fallimento dell'uomo. Non che lui si limiti a condannare e a denunciare con freddezza sviluppi tragici e dolorosi nell'uomo e nella società. È andato a visitare in prigione chi in passato era stato uno dei suoi più stretti collaboratori. Ma ha voluto esprimere con chiarezza le sue valutazioni riguardo alla superficialità e alle deformazioni di una società che si separa dalle sue radici cristiane, così come sul fallimento di coloro che non lavorano per la riconciliazione e la pace giusta, ma che lasciano corso alla violenza nelle sue molteplici forme. No, Papa Benedetto XVI non ha voluto rinunciare a chiamare con il loro nome le forze distruttrici e ostili alla vita del mondo e degli uomini.
Tutto ciò però nello spirito della sincerità e dell'autocritica. Nessuno come lui ha espresso apertamente il fatto che la Chiesa è fallibile e sottoposta a tentazioni. Con onestà ha parlato delle terribili, permanenti ferite, che sacerdoti e altri rappresentanti della Chiesa hanno inferto a giovani umiliandoli con atti di violenza sessuale. A Roma e nei suoi molti viaggi ha trovato chiare parole di condanna degli abusi sessuali e alle parole ha fatto seguire anche i fatti, incontrandosi con le vittime.
Se Papa Benedetto XVI, con la libertà che viene dalla fede, ha parlato apertamente di aspetti distruttivi e falsi della società e della vita religiosa, non lo ha mai fatto a voce alta e tanto meno con presunzione. Egli voleva -- lo ha detto ripetutamente -- essere «un umile operaio nella vigna del Signore» e uno che conosce la meravigliosa forza della misericordia. Anche la forza della compassione, per la quale ricordiamo quale esempio le belle parole pronunciate durante l'incontro delle famiglie a Milano nel 2012, quando raccontò di come lo tormentasse il fatto che nella società moderna la vita familiare fosse diventata così fragile e difficile e che la Chiesa deve essere vicina a tutte le vittime di queste situazioni come a fratelli e sorelle. Verità, chiarezza e misericordia sono le tre colonne del pensiero e del comportamento che ci restano particolarmente impresse da questo Pontificato che sta per terminare. 
Quanto può essere infinitamente difficile esercitare la compassione lo ha dovuto recentemente provare Benedetto XVI stesso quando venne ingannato da persone nella stretta cerchia dei suoi collaboratori: non gli fu concesso neppure questo importante spazio di protezione e di personale intimità.
Il Santo Padre è riuscito anche a porre accenti politici, innanzitutto in occasione dei suoi viaggi. Quali esempi vorrei citare solo i viaggi in Polonia dove lui, il Papa tedesco, ha visitato il campo di concentramento di Auschwitz, o i soggiorni nel Vicino Oriente, specialmente in Israele e Palestina o anche negli Stati Uniti d'America e in Australia. Ma anche in relazione all'avvicinamento ecumenico delle Chiese e delle comunità il Santo Padre non ha fatto mancare passi e iniziative coraggiose. Ciò vale soprattutto per le Chiese ortodosse, soprattutto della Russia. Il Papa è andato incontro alle grandi religioni, che gliene sono state grate, soprattutto gli ebrei e il mondo dell'islam.
Non tutto è andato bene a Papa Benedetto XVI. È stato criticato e naturalmente non poteva soddisfare le numerosissime aspettative, l'una dipendente dall'altra, di tante persone in tutto il mondo. Dirlo è una cosa ovvia e parte della sincerità che Papa Benedetto XVI desidera e pratica. Nel gesto dell'avvicinamento alla Fraternità sacerdotale San Pio X, ad esempio, ha investito molte energie, ma non ha raggiunto lo scopo. È esposto alla loro incomprensione come alla delusione di altri sull'altra sponda dello spettro religioso, che si aspettavano determinate riforme nella Chiesa.
Papa Benedetto XVI ne ha sofferto molto, pur portando avanti il suo servizio con fermezza e costanza, sapendo che lavora su mandato di un Altro, di Uno più grande. Sul modello di Cristo ha quindi sopportato anche ostilità e ingiustizia. Nel suo discorso di Roma, all'inizio della settimana, il Papa ha chiesto perdono per tutti i suoi errori. 
Nella mia qualità di presidente della nostra Conferenza episcopale vorrei invece chiedergli perdono per tutti gli errori che forse sono stati fatti nei suoi confronti dalla Chiesa in Germania. 
Mi faccio soprattutto portavoce dei molti milioni di persone in Germania e di tutti i credenti che sentono una grande gratitudine per il suo servizio, che si sentono spiritualmente nutriti e sostenuti nei loro sforzi di fede, che hanno visto il suo servizio come quello di un buon pastore e costruttore di ponti. Con grande forza vorrei dire anche grazie per il fatto che il nostro Santo Padre ha alimentato la nostra gioia di essere cattolici e di trovare nella Chiesa una patria che non ci possono togliere né la morte né nessuna potenza di questo mondo.

(©L'Osservatore Romano 20 febbraio 2013)

lunedì 18 febbraio 2013

SE RAVASI RIDUCE I FEDELI A PUBBLICO...

Cari amici, come avete compreso la commozione mi ha impedito di finire il mio post precedente su Papa Benedetto XVI. ma vi prometto che sarà ripreso e completato.
Intanto nella confusione di questi giorni in cui tutti (umanamente ma logicamente) ci chiediamo (perché nasconderlo dietro un velo di ipocrisie?) chi sarà chiamato a reggere il timone di Pietro, c'è chi pensa già a possibili candidati al soglio pontificio. Anche io ne ho in mente alcuni. ma non mi pronunzio per evitare di far loro il danno di vederli entrare papi in conclave e uscirne cardinali, come si suol dire.
Però posso dire chi non mi piacerebbe fosse eletto. 
E lo dico senza remore: Ravasi.
Che potrà avere una cultura enciclopedica e imbottire tutti i suoi discorsi delle più disparate citazioni, ma lasciarti col cuore freddo: oltre le citazioni gli avete mai sentito fare una riflessione che fosse sua? cioè dico uscita dal suo cuore, espressione di una sua meditazione? Mai!
Parla sempre: ma sempre con le parole degli altri, attento a non scontentare il suo uditorio radical chic dei salotti dei perbenisti borghesi (così come delle testate giornalistiche) che ama frequentare.
Potrei fare una disamina di pagine del suo comportamento. Ma credo che a volte una personalità si possa comprendere anche da pochissimi e piccolissimi segni.
Allora ve ne indico tre.
Primo. Che bisogno c'era di dire che il papa subito dopo la sua rinuncia si era affrettato ( ma davvero?) a confermargli personalmente che in ogni caso gli esercizi spirituali dettati da lui sarebbero rimasti? Cosa voleva darci ad intendere? 
Secondo. Processione del mercoledì delle ceneri. Tutti i cardinali incedono con occhi bassi e sguardo contrito. L'unico ad incedere col suo volto rubicondo  e teso a lanciare saluti e sguardi sorridenti e ammiccanti ai fedeli era lui: mi è venuto spontaneo chiedermi se davvero avesse capito cosa stesse succedendo... 
Terzo. Ieri sera guardo una intervista fatta a lui sulle priorità del futuro papa. Risposta: i giovani. E spiega: dato che io non ho una diocesi "mia" e sono sempre in giro, vedo che nelle chiese il "pubblico" è fatto solo di anziani. Penso: sarà stato un lapsus, ma lui continua per altre due tre volte: quando celebro "il pubblico"... sempre e solo "il pubblico". Mi chiedo se lui abbia mai sentito parlare della categoria di "christifidelis", di assemblea celebrante... l'idea che dava è quella di chi si crede, qualunque cosa faccia, anche il pontificale in una cattedrale, di stare sempre lì sul palco, a fare la sua performance, davanti al suo "pubblico. Come se si fosse a teatro. Perché forse  più di tutto ama recitare. 
Che realmente abbia ragione chi lo definisce cardinal vanesio?
Ma credo che la chiesa in quest'ora abbia bisogno d'altro.

martedì 12 febbraio 2013

LA PIU' BELLA ENCICLICA DI PAPA BENEDETTO: IL GESTO UMILE E CORAGGIOSO DI UN PAPA CHE HA MOSTRATO DI AMARE CRISTO E LA CHIESA PIU' DI SE STESSO

Che il gesto del Papa ieri ci abbia lasciati umanamente attoniti è più che comprensibile. Specie per chi l'ha da sempre amato e ammirato, ancor prima che fosse eletto al soglio pontificio, per la sua intelligenza coniugata alla sua grande fede e ad un tratto di signorile gentilezza che è sempre più difficile trovare nelle nostre frequentazioni.
Confesso che non sono riuscito a trattenere le lacrime, pensando alla mia gioia, lì in piazza San Pietro per la sua elezione e per la sua prima messa da papa. 



mercoledì 6 febbraio 2013

Là dove tutto ha avuto inizio: pellegrini della fede nell'anno della fede


PARROCCHIA SAN GIUSEPPE – SCICLI – Pellegrinaggio speciale in TERRA SANTA nell’anno della fede 

PROGRAMMA

22 agosto 2013- 1° giorno: Sicilia – Tel Aviv – Galilea

Ritrovo dei Sigg. Partecipanti all’aeroporto di Catania. Disbrigo delle formalità d’imbarco e partenza con volo ITC per Tel Aviv. Arrivo all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, incontro con la guida e inizio del pellegrinaggio verso Nazaret. Tel Aviv ingloba la antica Jaffa, luogo dove Pietrò aprì la fede ai Gentili. Lungo il percorso attraverso la “via maris” si ammireranno dall’alto le rovine di Cesarea Marittima, e proseguendo si scorgerà il Monte Carmelo Carmelo che sovrasta la moderna città di Haifa. Pranzo durante il trasferimento. Arrivo ad Akko, l’antica san Giovanni d’Acri e visita della cittadella crociata. Partenza per la Galilea, arrivo nell’hotel a Nazaret e sistemazione nelle camere riservate. Cena e pernottamento.

23 agosto - 2° giorno: Galilea – Monte Tabor

Prima colazione in hotel. Partenza per il Monte Tabor con visita al Santuario della Trasfigurazione e con sosta a Cana di Galilea per il rinnovo delle promesse matrimoniali. Proseguimento per Sefforis, la città ellenistica dove secondo la tradizione apocrifa lavorava San Giuseppe. Pranzo. Pomeriggio dedicato alla visita di Nazareth: Fontana della Vergine, Chiesa di S. Giuseppe, Basilica dell'Annunciazione. Cena e pernottamento in hotel.

24  agosto - 3° giorno: Lago di Galilea – Giordano

Prima colazione in hotel. Al mattino partenza per Cesarea di Filippo, dove san Pietro confessò il Cristo come Figlio di Dio e dove rinnoveremo la nostra professione di fede. Ci troviamo alle pendici del monte Hermon e alle sorgenti del Giordano. Visita di Banias e del santuario del dio Pan. Proseguimento per il Monte delle Beatitudini. Pranzo. Di seguito visita di Tabga: chiese del Primato sulla sponda del lago di Galilea,  e della Moltiplicazione dei pani e dei pesci. Proseguimento per Cafarnao, visita ai resti della sinagoga e della casa di Pietro. Breve sosta a Cafarnao alla tomba di Maimonide, il “compilatore” della professione di fede ebraica. Rientro in hotel, cena e pernottamento.

25 agosto - 4° giorno : Qumran – Gerusalemme

Prima colazione in hotel. Partenza per Gerusalemme attraverso la Samaria. Si passa per Nablus e si sosta alla vicina Sichem al pozzo di Giacobbe luogo dell’incontro di Gesù con la samaritana. Si scende verso la valle del Giordano attraverso il deserto di Giuda. Sosta al sito di Qasr Yahud sulla sponda del Giordano, luogo storico del battesimo di Gesù, sito riaperto da soli due anni, di fronte alla Betania al di là del Giordano dove predicava Giovanni il Battista. Proseguimento per Gerico ed al Monte della Quarantena. Pranzo in corso di escursione. Continuazione per  la visita del monastero Greco-Ortodosso della Quarantena, sul luogo del digiuno e delle tentazioni di Gesù. Proseguimento per il Mar morto. Lungo il percorso si scorge Qumran, con le antiche grotte dei ritrovamenti dei papiri più antichi della Bibbia. Sosta al Mar Morto e proseguimento lungo il Deserto di Giuda. Partenza per Gerusalemme passando per Betania e Betfage. Arrivo a Gerusalemme, sistemazione nelle camere riservate dell’ hotel. Cena e pernottamento.

26 agosto - 5° giorno: Gerusalemme - Betlemme – Ein Karem

Prima colazione in hotel. Mattinata dedicata a Betlemme passando per l’Herodion e il campo dei pastori: visita della Basilica della Natività e della Grotta del latte. Pranzo. Nel pomeriggio visita di Abu Gosh dove sorge la Chiesa dell’Arca della Alleanza e visita di Latrun, la Emmaus dei crociati. In serata rientro in hotel per la cena ed il pernottamento.

27 agosto - 6° giorno: Gerusalemme

Pensione completa. Intera giornata dedicata alla visita della città vecchia: Muro del Pianto, Spianata del Tempio, esterno della Moschea di Omar e El Aqsa. Porta di S. Stefano. Visita di S. Anna e Piscina Probatica. Itinerario della Via Crucis: visita alla Flagellazione coi resti del Litostrotos, visita della Basilica dell'Ecce Homo, Via Dolorosa e arrivo al S. Sepolcro: visita del Calvario, dell’edicola della resurrezione e degli altri luoghi santi. Pranzo a metà percorso. Rientro per la cena ed il pernottamento.

28 agosto - 7° giorno: Gerusalemme - Monte degli Ulivi – Monte Sion

Pensione completa. In mattinata scendendo per il Monte degli Ulivi, visita dell’ Edicola dell'Ascensione, al Santuario del Pater Noster, al Dominus Flevit, all’Orto degli Ulivi, alla Basilica del Getsemani detta delle Nazioni, dove pregheremo per l’unità dei cristiani, alla  Grotta della Cattura, alla Tomba della Madonna. Pranzo.  Salita al Monte Sion cristiano, Visita del Cenacolo, Visita della Tomba del Re David, del Santuario della Dormizione della Madonna. Visita del Museo dei Rotoli di Qumran. Rientro per la cena ed il pernottamento.

29 agosto - 8° giorno: Gerusalemme – Tel Aviv – Sicilia

Prime colazione in hotel e trasferimento all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Disbrigo delle formalità
d’imbarco e partenza per l’aeroporto designato. Arrivo e fine dei ns. servizi.

Avviso: L’ordine delle visite potrebbe essere variato in base alla disponibilità dei santuari e delle messe da celebrare

Quota di partecipazione € 1.315,00 in camera doppia
Supplemento singola € 350,00

Anticipo all’atto di iscrizione € 100,00; 50% della quota entro il 1° aprile; saldo entro il 1° luglio.


La quota comprende:
         Trasferimento da Scicli in autobus per l’aeroporto e viceversa*
         Trasporto aereo con voli ITC Sicilia - Tel Aviv e viceversa;
         Sistemazione in hotel 4 stelle in camera doppia con servizi privati;
         Pensione completa come da programma;
         Tour in pullman con guida di lingua italiana;
         Mance;
         Assicurazione Europ Assistance medica con franchigia € 35,00 e bagaglio;

La quota non comprende:
Visite ed ingressi ove previsti come da programma per un totale di € 35,00 da versare all’atto dell’iscrizione;*
*Nota: il presente pellegrinaggio non è il tour standard della Terrasanta ma è stato studiato appositamente su nostra richiesa per vedere i luoghi più significativi della professione della fede nel contesto dell’anno della fede che stiamo celebrando. Questo comporta l’ingresso in musei e siti archeologici non previsti negli altri tour di base.

• Le bevande ai pasti, i facchinaggi, le escursioni facoltative e gli extra di carattere personale;
• Costi di trasporto da e per centri medici e strutture di ricovero;
• Tutto quanto non espressamente menzionato alla voce “la quota comprende”.


Importante:
Per recarsi in Israele è necessario essere in possesso del passaporto individuale, tale documento non deve essere in via di scadenza ma avere almeno sei mesi di validità rispetto alla data di partenza. Al momento dell’iscrizione, all’atto della firma del contrattino di impegnativa del viaggio, si prega di consegnare una fotocopia di tutte le pagine del passaporto.

PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI RIVOLGERSI A PADRE IGNAZIO LA CHINA TEL. 3493539515

Organizzazione tecnica: ECUMENIA PELLEGRINAGGI di OBY WHAN TOUR OPERATOR - Catania

giovedì 31 gennaio 2013

NELL'ANNO DELLA FEDE NEI LUOGHI DELLA FEDE


PARROCCHIA SAN GIUSEPPE - SCICLI

PELLEGRINAGGIO IN TERRASANTA


Dal 22 al 29 agosto 2013  

Quota di partecipazione
€ 1.315,00*
8 giorni in formula tutto compreso:

·        Trasferimento bus da e per l’ aeroporto;
·        Trasporto aereo con voli ITC Sicilia/Tel Aviv e viceversa;
·        Sistemazione in hotel 4 stelle in camere doppie con servizi privati;
·        Trattamento di pensione completa come da programma;
·        Assistenza in loco;
·        Assicurazione medica no-stop e bagaglio;


Supplemento camera singola:  € 350,00

E’ necessario essere in possesso del passaporto individuale.

RIVOLGERSI A PADRE IGNAZIO LA CHINA 3493539515

Anticipo all’atto di iscrizione € 100,00

* più € 35 per ingressi nei siti archeologici da pagare in loco

giovedì 24 gennaio 2013

Del Natale e di altro ancora...


Scrivo ancora sotto l’effetto-choc del Natale, lo so, direte, si ripete ogni anno, ma io non riesco ad abituarmi alla invasione dei babbi natale e alla scomparsa delle cartoline con la natività: proprio per quello che di per sé il Natale dovrebbe significare e che più non significa (ma ci pensate: come si può  pensare alla nascita di un Bambino celebrando un vecchio, che sa dispensare solo regali a comando? Sono i miracoli della civiltà dei consumi a cui cristianamente noi diamo una mano! Ma la fede è un fatto personale e su questo non voglio fare prediche a nessuno.
Ci sono però dei risvolti che credo ci  tocchino al di là del fatto personale per diventare quasi fatti di costume: mi domando però se i costumi sia lecito solo subirli (un po’ come subiamo la moda che ci fa vestire una volta così e una volta cosà ) o se non ci sia data invece la possibilità di sceglierli, di indossarli oppure rifiutarli o, meglio ancora modificarli.
Non capisco ad esempio la pratica generalizzata degli auguri di natale: possiamo scambiarci auguri tra chi non crede che il Dio si sia fatto uomo o che comunque questo gli risulta indifferente? Ma in questo caso cosa dobbiamo augurarci? Chi mi incontra in occasione del Natale sa con quanta ritrosia mi assoggetti a questi riti augurali, con benevoli assalti di baci e abbracci: non per paura di contagi, ma per paura di porre gesti  ipocriti. E così a Natale finisco per augurare solo buon anno! Questo sì, lo faccio volentieri, perché ce sempre da sperare che le cose (e gli uomini che si nascondono dietro le cose) migliorino.
Vivo perciò con insofferenza questi giorni di buonismo, arrabbiandomi per i marciapiedi occupati da vasi ed alberi che ti obbligano fare pericolose gimkane (ma i marciapiedi non erano una volta solo per i pedoni?), o rassegnandomi a vivere in un paese di zombie perché le persone che incontri mostrano le occhiaie e tutti gli altri visibili segni  delle lunghe veglie passate a non attendere più nessuno e niente che non sia una vincita al gioco (ma è tutta qui la speranza?). O al vedere come anche questa sia una buona occasione per fare un po’ di folklore quali certi “presepi viventi” che di presepe hanno solo la grotta della natività appiccicata a scene da museo etnografico delle tradizioni popolari. Rimpiango i grandi dipinti della natività o i presepi dei secoli passati dove l’incarnazione era veramente un inserimento nella storia di un popolo (i dipinti del trecento ci mostrano la civiltà del trecento, quelli del seicento la civiltà del seicento e lo stesso si dica dei presepi: noi nel duemila rappresentiamo l’incarnazione nell’ottocento, non riuscendo a fare né un discorso solo storico, perché dovremmo ricostruire solo l’ambiente giudaico dell’epoca, ma avrebbe  senso?, né un discorso culturale perché quella cultura che noi rappresentiamo, con buona pace di tutti (anche di quelli a cui ancora piace la mangiata della ricotta calda nell’ambiente bucolico) non c’è più. Pensavo proprio questo salendo per le stradine della cavuzza di san Guglielmo, dove le abitazioni e le grotte artificiali si mescolavano a quelle vere, a quelle in cui ancora oggi la gente vive in dignitosa povertà, vedendo come persone per sbaglio entravano in queste piuttosto che in quelle, o vedendo la gioia di un vecchietto nel vedere che tutti si fermavano a guardare il presepe dalla porta spalancata: forse proprio queste case sono state oggi le vere grotte del presepe, lì certamente bisognava cercare come i pastori o i magi il Dio che si è fatto uomo, accanto ad una mamma che ancora allatta, ad una vecchia che più non fila e che forse tesse ormai solo la trama dei ricordi, a quelle persone umili e semplici che sanno che non per due giorni l’anno ma per sempre Dio rende protagonisti della sua storia.
 Ora le feste sono finite (l’Epifania se le porta via si dice) e siamo stati richiamati alla dura realtà della vita quotidiana: e ogni volta il “rientro” non è indolore. Mi domando se questo sia giusto, se proprio non avesse ragione Pascal quando afferma che il problema di tante crisi di identità è proprio del divertessement, del divertimento, del tentativo che continuamente fa l’uomo di divergere, cioè di allontanarsi dal suo centro, dal suo io spesso non accettato, per trasferirsi in qualche paese delle meraviglie o dei balocchi: ma sono paesi dove non si può vivere per sempre. C’è sempre il biglietto di ritorno compreso nel prezzo, a meno che il divertimento non diventi alienazione e qui complichiamo le cose… Ma il divertimento non educa alla responsabilità, anzi: chi è stato a Disneyland ne sa qualcosa del tipo di mondo che viene proposto. Mi domando se la colpa sia di chi cerca il divertissement o di chi glielo offre. La Chiesa in  questo senso forse qualche   peccato deve confessarlo, ma certo non è la sola: tanti altri pensano che al popolo basti offrire alcuni ludi circenses ogni  tanto… ma qui i discorsi vanno sul difficile. Forse è meglio smettere qua e dirci arrivederci alla prossima volta.

    La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa.   Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia...