mercoledì 16 ottobre 2013

Che fare? la tragedia dei profughi eritrei ci interpella

“Ma noi a Scicli, finita l’emergenza e il momento delle lacrime per i morti, cosa possiamo fare?” E’ questa la domanda che i ragazzi delle quinte classi delle scuole superiori ci hanno rivolta in un incontro tenutosi venerdì scorso nei locali del Liceo di Scicli, organizzato dal preside Enzo Giannone con il Sindaco di Scicli, il sottoscritto in qualità di vicario foraneo, don Manlio Savarino giovane prete ex alunno dello stesso liceo e un sacerdote eritreo in missione subito accorso a Scicli appena saputo dello sbarco e della morte di tredici suoi compatrioti e che si è messo subito a disposizione come interprete per l’accoglienza degli eritrei al centro di Pozzallo e per il riconoscimento delle povere vittime, tutti giovani tra i 20 e i 24 anni.
L’intento del preside, - già espresso a conclusione della veglia organizzata il martedì precedente davanti al Municipio di Scicli, con la fiaccolata della comunità civile e la preghiera della comunità cristiana espressa dal sottoscritto e dal pastore della chiesa evangelica di Scicli David Zomer e con la lettura dei messaggi del Presidente della Repubblica, del Presidente della Camera dei deputati e del nostro Vescovo – era quello di far diventare questo tragico evento l’occasione per un’esperienza educativa per i ragazzi delle scuole in quanto cittadini e futuri responsabili della cosa pubblica.
In questo l’intento è stato raggiunto perché i ragazzi, dopo aver ascoltato la testimonianza del missionario eritreo che ha illustrato le ragioni della fuga dalla loro patria di tanti giovani alla ricerca di un luogo dove poter professare liberamente la fede e vivere una vita libera e dignitosa, hanno riflettuto sulla esigenza di educarsi a promuovere un nuovo stile di vita che faccia dell’accoglienza, nello stile del dialogo e dell’arricchimento reciproco, di qualsiasi altra persona, al di là di razza o confessione religiosa. E questo lo si può fare da subito e con chiunque.
Così i ragazzi si sono mobilitati per una iniziativa a favore degli eritrei ospiti del centro di Pozzallo, nell’attesa di poter partecipare ai funerali dei loro giovani coetanei, ma anche per studiare percorsi di integrazione con gli extracomunitari o comunque bisognosi presenti in città.
Ignazio La China


Omelia per i 13 giovani eritrei annegati nello sbarco a Sampieri e Letture della Parola di Dio

La vista di quelle imbarcazioni oscillanti sulle onde mi ha richiamato alla mente l’episodio evangelico della tempesta sul mare di Galilea: gli apostoli impauriti per la paura di affondare e annegare e il Cristo che dorme sul cuscino. Alla fine chiedono: “Signore, non ti importa che noi moriamo?” Gesù si alzerà e metterà a tacere il mare.
Ma oggi, davanti a questo stillicidio di morti che il mare inghiotte come il biblico Leviatano, siamo noi a chiedere, a chiederci, a chiedergli: “Signore, ma non ti importa che questi tuoi figli, questi nostri fratelli muoiano? Signore, ma tu dormi? Signore dove sei?”
La scena straziante cui abbiamo appena assistito mi ha richiamato quella degli altri giorni, quando da tutti i fratelli e le sorelle eritrei venuti per la penosa processione per il riconoscimento dei cadaveri si è levato alto un unico e ripetuto grido. “Signore, dove sei? Perché permetti tutto questo?”
Un non credente qui potrà sentire un fardello minore, ma chi crede in Dio sa che questo è il momento oscuro della fede, l’ora in cui alla domanda dell’uomo risponde il silenzio di Dio: come alla protesta accorata di Giobbe Dio risponde col silenzio, anzi richiedendo altrettanto silenzio da parte dell’uomo.
Giustamente il salmo ci fa dire: “Per te o Dio il silenzio è lode”: oggi è il giorno del silenzio, perché, come ammoniscono le Lamentazioni: “è bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore”.
E se noi osiamo rompere sommessamente questo silenzio lo facciamo solo perché spinti dal desiderio di trovare conforto nelle parole della Scrittura per il nostro dolore, per trovare in queste parole l’eco della sua Parola.
Anzi per ridire con le sue parole la nostra domanda, la nostra ricerca del senso di quanto sta avvenendo.
Ecco perché abbiamo voluto rileggere nelle parole di Isaia anzitutto il dolore e lo sgomento per quanto sta avvenendo, per le scene di orrore inesprimibile che in questi giorni sono davanti ai nostri occhi: la fuga di fugge l’oppressione e la spada, l’invito a soccorrere chi peregrina nel deserto dandogli da bere, porgendogli del pane…
Ma è proprio in questo buio del dolore che Isaia invita ad accendere la luce della fede: anche questo ha un termine, anche per questo ci sarà una fine: Dio riscatterà il suo popolo, riscatterà il dolore innocente.
Ci verrebbe da chiedere: e quando Signore? “Ma mille anni per te sono come il giorno di ieri che è passato”.
Ma in fondo non ci interessa saperlo: sappiamo solo che Dio mantiene le sue promesse.
E dunque tutto questo finirà.
Oggi importa invece rialzare di nuovo lo sguardo, aprirsi alla speranza, guardare al futuro: a ciò che verrà.
Anzi, a Colui che verrà!
Oggi siamo qui per rinnovare la nostra confessione di fede in Colui che ha preso sulla sua croce tutto il dolore del mondo: anche la morte di questi nostri fratelli è assunta e riscattata nella sua croce.
E Lui oggi si rivela a noi come Alfa e Omega, cioè come il principio e il fine della storia, cioè il senso stesso del vivere e del morire.
Lo abbiamo ascoltato nella seconda lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse.
Noi oggi guardiamo a lui come al risorto e al vivente, come all’escaton, il compimento di tutta la storia, anzi della creazione stessa.
No, oggi non stiamo registrando un fallimento: siamo qui per dire che stiamo andando incontro a Colui che è il veniente, colui che sempre viene, viene a salvare: no la morte non avrà l’ultima parola.
Noi attendiamo i cieli nuovi e la terra nuova.
Alla fine il mare restituirà i suoi morti, anzi scomparirà del tutto: perché nella Bibbia il mare è simbolo del male che tutti vorrebbe trascinare nei suoi vorticosi abissi. Ma alla fine dovrà arrendersi, davanti alla vittoria di Colui che siederà vincitore sul trono della storia.
E sarà asciugata ogni lacrima. E non ci sarà più né pianto né morte.
Ma il Cristo che siederà sul trono siederà come giudice: per dare ad ognuno secondo le proprie opere.
E allora ne siamo certi anche i nostri tredici fratelli ascolteranno il suo invito: venite benedetti dal Padre mio.
E davvero saranno beati, la loro sorte sarà invidiabile, perché riceveranno quanto promesso dal Cristo, come abbiamo oggi ascoltato nel vangelo secondo  Matteo: beati i perseguitati, beati coloro che hanno fame e sete di giustizia…
Sì, saranno veramente saziati: quella fame e sete che pensavano poter estinguere qui sulla terra, sarà finalmente saziata in Cielo da colui che per noi si è fatto pane di vita e fonte di grazia.
E sarà fatta giustizia.
Solo così sarà fatta giustizia per i poveri e gli oppressi, contro i potenti e gli oppressori: non dimentichiamoci del giudizio di Dio. Giacché ognuno sarà esaminato sulla propria condotta.
Oggi ci viene ricordato che ognuno deve vivere e agire responsabilmente per contribuire a condurre la storia verso l’incontro col suo Signore.
Se noi oggi volgiamo lo sguardo inorriditi davanti a queste immani tragedie è perché sentiamo che questo non rientra nel progetto divino: lo ha ricordato anche papa Francesco a Lampedusa e nuovamente per la veglia per la pace in Siria e in tutto il mondo.
No non era questo, non è questo il progetto di Dio: Dio ha affidato all’uomo la creazione per custodirne la vita, non per coltivarne la morte!
Dio rivelandosi Padre ci rivela come fratelli chiamati a servire non a servirci l’uno dell’altro.
Chi stravolge il progetto di Dio, chi calpesta l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, dovrà rendere conto di questo a Dio.
Noi oggi qui non esprimiamo giudizi, non gridiamo alla vendetta, ma ci affidiamo dunque al Dio giudice dei vivi e dei morti: nella Bibbia Dio è colui che giudica, libera e riscatta: a lui affidiamo la sorte dei nostri fratelli e le sorti del mondo intero.
Ma noi oggi, mentre affidiamo alla misericordia del Signore questi nostri fratelli, chiediamo la grazia di vivere responsabilmente, ognuno nel suo ruolo, e per quanto sta ad ognuno di noi di adoperarci per costruire un mondo più umano, quel mondo che lui ha voluto come anticipo e primizia del regno di fraternità e di pace.
Solo così la morte di questi tredici, come delle altre centinaia di fratelli non sarà stata vana.

Il Signore dia la grazia a quanti soffrono e piangono di sperimentare la sua vicinanza e la sua consolazione e di superare con coraggio questo momento di prova, poiché, come abbiamo pregato, il Signore è la forza del suo popolo.

PRIMA LETTURA
Dal Libro del profeta Isaia

Oracolo sul deserto del mare. 
Una visione angosciosa mi fu mostrata: 
il saccheggiatore che saccheggia, 
il distruttore che distrugge. 
Per questo i miei reni tremano, 
mi hanno colto i dolori come di una partoriente; 
sono troppo sconvolto per udire, 
troppo sbigottito per vedere. 
Smarrito è il mio cuore, 
la costernazione mi invade; 
il crepuscolo tanto desiderato 
diventa il mio terrore. 

Oracolo sull'Arabia. 

Nel bosco, nell'Arabia, passate la notte, 
carovane di Dedan; 
andando incontro agli assetati, 
portate acqua. 
Abitanti del paese di Tema, 
presentatevi ai fuggiaschi con pane per loro. 
Perché essi fuggono di fronte alle spade, 
di fronte alla spada affilata, 
di fronte all'arco teso, 
di fronte al furore della battaglia. 
Poiché mi ha detto il Signore: "Ancora un anno, contato alla maniera degli anni di un salariato, e scomparirà tutta la potenza gloriosa di Kedàr. 
Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE  PER IL FUNERALE DELLE 13 VITTIME DEL NAUFRAGIO
Rit.  Il Signore è la forza del suo popolo
Sorga Dio, i suoi nemici si disperdano 
e fuggano davanti a lui quelli che lo odiano. 
I giusti invece si rallegrino, 
esultino davanti a Dio e cantino di gioia. 
Rit.  Il Signore è la forza del suo popolo
Padre degli orfani e difensore delle vedove 
è Dio nella sua santa dimora. 
Ai derelitti Dio fa abitare una casa, 
fa uscire con gioia i prigionieri; 
Rit.  Il Signore è la forza del suo popolo
Dio, quando uscivi davanti al tuo popolo, 
quando camminavi per il deserto, 
la terra tremò, stillarono i cieli 
davanti al Dio del Sinai, davanti al Dio di Israele. 
Rit.  Il Signore è la forza del suo popolo
Pioggia abbondante riversavi, o Dio, 
rinvigorivi la tua eredità esausta. 
E il tuo popolo abitò il paese 
che nel tuo amore, o Dio, preparasti al misero. 
Rit.  Il Signore è la forza del suo popolo
Benedetto il Signore sempre; 
ha cura di noi il Dio della salvezza. 
Il nostro Dio è un Dio che salva; 
il Signore Dio libera dalla morte. 
Rit.  Il Signore è la forza del suo popolo
Sì, Dio schiaccerà il capo dei suoi nemici, 
la testa altèra di chi percorre la via del delitto. 
Ha detto il Signore: "Da Basan li farò tornare, 
li farò tornare dagli abissi del mare, 
Rit.  Il Signore è la forza del suo popolo
Dispiega, Dio, la tua potenza, 
conferma, Dio, quanto hai fatto per noi. 
Verranno i grandi dall'Egitto, 
l'Etiopia tenderà le mani a Dio. 
Rit.  Il Signore è la forza del suo popolo
Regni della terra, cantate a Dio, 
cantate inni al Signore; 
Riconoscete a Dio la sua potenza, 
la sua maestà su Israele

SECONDA LETTURA PER IL FUNERALE DELLE 13 VITTIME DEL NAUFRAGIO
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo
Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso.
Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé. 
Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono.
Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita.
I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. 
Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. 
Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. 
E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco. 
Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. 
Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 
Udii allora una voce potente che usciva dal trono: 
"Ecco la dimora di Dio con gli uomini! 
Egli dimorerà tra di loro 
ed essi saranno suo popolo 
ed egli sarà il "Dio-con-loro". 
E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; 
non ci sarà più la morte, 
né lutto, né lamento, né affanno, 
perché le cose di prima sono passate". 
E Colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose";
e soggiunse: "Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci. 
Ecco sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega, 
il Principio e la Fine. 
A colui che ha sete darò gratuitamente 
acqua della fonte della vita. 
Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; 
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. 
Parola di Dio

VANGELO PER IL FUNERALE DELLE 13 VITTIME DEL NAUFRAGIO
« Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli »   (
Matteo 5,3-12)

giovedì 3 ottobre 2013

Card. Biffi: "l'anticristo è sempre vegetariano"


Nel corso degli Esercizi spirituali al Pontefice e alla Curia Romana, martedì 27 febbraio, il Cardinale Giacomo Biffi ha riflettuto su “L’ammonimento profetico di Vladimir S. Solovev”. (cosa che, ricordiamo, fece già alcuni anni orsono n.d.r.)

Facendo riferimento in particolare all’opera del filosofo russo “I tre dialoghi e il racconto dell'anticristo”, l’Arcivescovo emerito di Bologna ha ricordato che “l’anticristo si presenta come pacifista, ecologista ed ecumenista. Convocherà un Concilio ecumenico e cercherà il consenso di tutte le confessioni cristiane concedendo qualcosa ad ognuno. Le masse lo seguiranno, tranne dei piccoli gruppetti di cattolici, ortodossi e protestanti”.

Secondo la sintesi del discorso del porporato offerto dalla “Radio Vaticana”, il Cardinale Biffi avrebbe spiegato che “l’insegnamento lasciatoci dal grande filosofo russo è che il Cristianesimo non può essere ridotto ad un insieme di valori. Al centro dell’essere cristiani c’è infatti l’incontro personale con Gesù Cristo”.

“Verranno giorni in cui nella cristianità si tenterà di risolvere il fatto salvifico in una mera serie di valori”, ha scritto nella sua ultima opera nell’anno 1900 il filosofo russo Vladimir Solovev, che con grande acume aveva profetizzato le tragedie del XX secolo.

Nel “racconto breve dell’Anticristo” Solovev scrive che “Incalzati dall’anticristo, quel piccolo gruppetto di cattolici, ortodossi e protestanti risponderanno all’anticristo: 'Tu ci dai tutto, tranne ciò che ci interessa, Gesù Cristo'”.

Per il Cardinale Biffi questo racconto è un ammonimento. “Oggi, infatti, corriamo il rischio di avere un Cristianesimo che mette tra parentesi Gesù con la sua Croce e Risurrezione”.

L’Arcivescovo emerito di Bologna ha spiegato che se i cristiani si “limitassero a parlare di valori condivisibili saremmo ben più accettabili nelle trasmissioni televisive come nei salotti. Ma così avremmo rinunciato a Gesù, alla realtà sconvolgente della Risurrezione”.

Per il Cardinale Biffi è questo il “pericolo che i cristiani corrono nei nostri tempi”, perché “il Figlio di Dio, non è traducibile in una serie di buoni progetti omologabili con la mentalità mondana dominante”.

“Tuttavia - ha precisato il porporato - tutto ciò non significa una condanna dei valori, che tuttavia vanno sottoposti ad un attento discernimento. Ci sono, infatti, valori assoluti come il bene, il vero, il bello. Chi li percepisce e li ama, ama anche Cristo, anche se non lo sa, perché Lui è la verità, la bellezza, la giustizia”.

Il Predicatore degli Esercizi spirituali per la Quaresima di quest'anno ha quindi precisato che “ci sono valori relativi come la solidarietà, l’amore per la pace e il rispetto per la natura. Se questi si assolutizzano, sradicandosi o perfino contrapponendosi all’annuncio del fatto salvifico, allora questi valori diventano istigazioni all’idolatria e ostacoli sulla strada della Salvezza”.

In conclusione, il Cardinale Biffi ha affermato che “se il cristiano per aprirsi al mondo e dialogare con tutti, stempera il fatto salvifico, preclude la sua connessione personale con Gesù e si ritrova dalla parte dell’anticristo”.

Sull’anticristo e sul romanzo di Solovev, il Cardinale Biffi aveva già svolto una dettagliata relazione il 4 marzo del 2000 in una conferenza organizzata dal centro Culturale E. Manfredini e dalla Fondazione Russia Cristiana. Il testo del suo intervento è stato poi riportato per intero nel libro “Pinocchio, Peppone, l’Anticristo” (Cantagalli 2005).

In quell’intervento Ricordando le parole profetiche del filosofo russo, il Cardinale di Bologna aveva detto: “Soprattutto è stupefacente la perspicacia con cui (Solovev) descrive la grande crisi che colpirà il cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento, crisi che Soloviev vede come l'Anticristo che riesce a influenzare e a condizionare un pò tutti, quasi emblema, ipostatizzazione della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni”.

“L'Anticristo – proseguiva – sarà 'convinto spiritualista', un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo”.

E ancora, ironizzava il Cardinale Biffi, quell'Anticristo sarà “anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea honoris causa a Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare 'con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza'".

E finalmente De Marco su Papa Francesco canta fuori coro! E come non dargli ragione?

UN MESSAGGIO ALLO STATO LIQUIDO

di Pietro De Marco

In coscienza devo rompere il coro cortigiano, composto da nomi laici ed ecclesiastici fin troppo conosciuti, che accompagna da mesi gli interventi pubblici di papa Jorge Mario Bergoglio, per segnalare solo alcune delle reiterate approssimazioni in cui cade il suo eloquio.

Nessuno è esente, nel conversare quotidiano e privato e tra pochi, da approssimazioni e forzature, ma non vi è persona che abbia responsabilità di fronte a molti – chi insegna ad esempio – che non adotterà in pubblico altro registro e cerchi di evitare l’improvvisazione.

Ora, invece, abbiamo letto di un papa che esclama: “Chi sono io per giudicare?”, come si può dire enfaticamente a tavola o anche predicando esercizi spirituali. Ma di fronte alla stampa e al mondo un “Chi sono io per giudicare?” detto da un papa stride oggettivamente con l’intera storia e la natura profonda della funzione petrina, dando in più la sgradevole sensazione di un’uscita incontrollata. Poiché papa Francesco ha consapevolezza almeno dei propri poteri come papa, si tratta – qualsiasi cosa volesse dire – di un grosso errore comunicativo.

Abbiamo letto poi nell’intervista a “La Civiltà Cattolica” la frase: “L’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile”, che sembra accomunare sotto la figura liberal-libertaria della “ingerenza” sia il giudizio teologico-morale, sia la valutazione pubblica della Chiesa, quando necessaria, e persino la cura di un confessore o direttore spirituale nell’indicare, prevenire, sanzionare condotte intrinsecamente cattive.

Bergoglio adotta involontariamente qui in un luogo comune tipico della postmodernità, secondo la quale la decisione individuale è, come tale, sempre buona o almeno sempre dotata di valore, in quanto personale e libera come si pensa ingenuamente che essa sia, quindi insindacabile.

Questo scivolamento è coperto, non solo in Bergoglio, da formule relative alla sincerità e al pentimento del singolo, quasi che sincerità e pentimento cancellino la natura del peccato e vietino alla Chiesa di chiamarlo col suo nome. Inoltre, che tacere e rispettare quello che ognuno fa perché libero e sincero nel farlo siano misericordia è dubbio: abbiamo sempre saputo che il chiarire, non il nascondere, la natura di una condotta di peccato è un atto eminente di misericordia, perché permette al peccatore il discernimento di sé e del proprio stato, secondo la legge e l’amore di Dio. Che anche un papa sembri confondere il primato della coscienza con una sorta di ingiudicabilità, anzi, di immunità dal giudizio della Chiesa è un rischio magisteriale che non può essere sottovalutato.

Ieri poi, su “la Repubblica” del 1 ottobre, abbiamo letto troppe battute azzardate. Abbiamo appreso che “il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso”, come risposta al tema della conversione proposto un poco ironicamente da Eugenio Scalfari. Cercare la conversione dell’altro non è una “sciocchezza”; lo si può fare in maniera sciocca, oppure sublime come in molti santi. Ricordo che i coniugi Jacques e Raïssa Maritain, anch’essi dei convertiti, desideravano ardentemente e operavano per il ritorno alla fede di loro grandi amici.

Poi abbiamo letto che, di fronte alla obiezione relativistica di Scalfari: “Se vi è un’unica visione del Bene, chi la stabilisce?”, il papa concede che “ciascuno di noi ha una sua visione del bene” e “noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il bene”.

Ora, ragionando, se ognuno ha “una sua visione del bene” che deve realizzare, tali visioni non possono che risultare le più diverse, in contrasto e in conflitto spesso mortale, come provano la cronaca e la storia. Incitare a procedere secondo la personale visione del bene è in realtà incitare alla lotta di tutti contro tutti, una lotta strenua, perché compiuta per il Bene e non per l’utile o altro contingente. È per questo che le visioni particolari – anche quelle guidate dalle intenzioni più rette – devono essere regolate da un sovrano, o modernamente dalle leggi, e in ultimo dalla legge di Cristo, che non ha alcuna sfumatura concessiva in termini individualistici.

Forse papa Francesco voleva dire che l’uomo, secondo la dottrina cattolica della legge naturale, ha la capacità originaria, un impulso primario e fondamentale dato (non “suo” particolare, ma universalmente dato) da Dio, di distinguere ciò che è in sé Bene da ciò che è in sé Male. Ma qui si inserisce il mistero del peccato e della grazia. Si può esaltare Agostino, come il papa fa, e omettere che in “ciò che l’uomo può pensare sia il bene” opera sempre anche il peccato? Che ne è della dialettica tra la città di Dio e la città dell’uomo e del diavolo, “civitas” dell’amore di sé? Se il Bene fosse ciò che l’individuo pensa sia bene, e la convergenza di questi ‘pensieri’ salvasse l’uomo, che necessità vi sarebbe stata della legge positiva in genere, della legge di Dio in particolare, e dell’incarnazione del Figlio?

Sostiene ancora il papa che “il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco (!) in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare”.

Tutto ciò suona come un a priori poco critico: quanto distruttivo “ecumenismo” e quanto “dialogo” subalterno alle ideologie del Moderno abbiamo visto all’opera nei decenni passati: ad essi solo Roma, da Paolo VI a Benedetto XVI, ha posto un argine! Il Bergoglio che criticò le teologie della liberazione e della rivoluzione non può non sapere che il “dialogo con la cultura moderna” attuato dopo il Concilio fu ben altra cosa da garbato “ecumenismo”.

Sorvolo le autoconcessioni del papa a una mediocre polemica antipapale (“i papi spesso narcisi”, “malamente eccitati dai cortigiani”), le battute sul “clericalismo” (che c’entra san Paolo? Giacomo era un clericale?), la concessione affrettata che il “solo” modo di amare Dio sia l’amore degli altri, proposizione che altera Mc. 12, 28-34, e legittima un cristianesimo sociale-sentimentale che da secoli fa così a meno del mistero di Dio.

Papa Francesco si conferma un tipico religioso della Compagnia di Gesù, nella sua fase recente, convertito dal Concilio negli anni di formazione, specialmente da ciò che io chiamo il “Concilio esterno”, il Vaticano II delle attese e delle letture militanti, creato da alcuni episcopati, dai loro teologi e dai media cattolici più influenti. Uno di quegli uomini di Chiesa che, nel loro tono accostante e duttile, nei loro valori indubbi, sono anche i “conciliari” più rigidi, convinti dopo mezzo secolo che il Concilio sia ancora da realizzare e che le cose vadano fatte come fossimo ancora negli anni Sessanta, alle prese con la chiesa “pacelliana”, la teologia neoscolastica e il modernismo laico o marxista.

Al contrario: ciò che quello “spirito conciliare” voleva e poteva attivare è stato nei decenni detto o sperimentato e oggi si tratta anzitutto di fare un consuntivo critico dei suoi risultati, talora disastrosi. Ritengo che la strada per la vera attuazione del Concilio sia stata riaperta dall’opera magisteriale di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, talora anche contro sensibilità cattoliche ed episcopali alla Bergoglio.

Qualcuno sostiene che Francesco possa essere, in quanto papa postmoderno, l’uomo del futuro della Chiesa, al di là di tradizionalismi e modernismi. Ma il postmoderno che può allignare in lui – come liquidificazione delle forme, spontaneità dell’apparire pubblico, attenzione al villaggio globale –  è di superficie. Con la sua duttilità e i suoi estetismi il postmoderno è poco plausibile in un vescovo dell’America Latina, dove ha dominato a lungo, fino a ieri, nell’intelligencija il Moderno marxista. Il nucleo solido di Bergoglio è e resta “conciliare”. Sulla strada intrapresa da questo papa, se confermata, vedo anzitutto la cristallizzazione del “conciliarismo” pastorale dominante nei cleri e nei laicati attivi.

Certo, se Bergoglio non è postmoderno, la sua recezione mondiale lo è: il papa piace a destra e a sinistra, a praticanti e a non credenti, senza discernimento. Il suo messaggio prevalente è “liquido”. Su questo “successo”, però, non può essere edificato niente, solo reimpastato qualcosa di già esistente, e non il meglio.

Di tale apparire “liquido” sono segnali preoccupanti per chi non sia prono alla chiacchiera politicamente corretta e relativistica della tarda modernità:

a) il cedimento a frasi fatte tipo “ognuno è libero di fare …”, “chi dice che le cose debbano essere così …”, “chi sono io per …”, lasciate sfuggire nella convinzione che siano dialogiche e aggiornate;

b) il mancato controllo da parte di persone di fiducia, ma sagge e colte, e italiane, dei testi destinati a circolare, forse nella convinzione papale che non ve ne sia bisogno;

c) una certa inclinazione autoritaria (“io farò di tutto per …”), in singolare contrasto con i frequenti assunti pluralistici, ma tipica dei “rivoluzionari” democratici, col rischio di imprudenti collisioni con la tradizione millenaria.

In più, resta incongruo in papa Francesco questo prendere iniziative di comunicazione pubblica e questo volersi senza filtri (la sintomatica immagine dell’appartamento papale come un imbuto), che rivelano indisponibilità a sentirsi uomo di governo (cosa più difficile che essere riformatore) in un’istituzione altissima e “sui generis” come la Chiesa cattolica. Le battute del papa su curia e Vaticano lo evidenziano.

Il suo è, a tratti, un comportamento da manager moderno e informale, di quelli che si concedono molto alla stampa. Ma questo aggrapparsi a persone e cose che stanno fuori – collaboratori, amici, stampa, opinione pubblica, lo stesso appartamento a Santa Marta è “fuori” – come se l’uomo Bergoglio temesse di non sapere che fare una volta rimasto solo, da papa, nell’appartamento dei papi, non è positivo. E non potrà durare. Anche i media si stancheranno di fare da sponda a un papa che ha troppo bisogno di loro.

Firenze, 2 ottobre 2013

mercoledì 2 ottobre 2013

Preghiera per la veglia cittadina per i tredici eritrei morti nello sbarco a Sampieri

O Padre, tu hai voluto oggi  che i giovani fratelli eritrei che ci hanno lasciato, morendo sulla spiaggia alla ricerca di una vita migliore, lontano dalla loro casa e dalle loro famiglie
siano oggi coloro che ci riuniscono.
Raccolti dalla nostre occupazioni  in cui ogni giorno siamo dispersi,
siamo qui riuniti al di là di ogni distinzione di lingua, di razza o di fede:
ora il pensiero della loro tragica morte  ci ha fatti sostare in silenzio e in preghiera
per aprirci al dolore gli uni degli altri.
Dio di ogni novità, ti affidiamo questi nostri giovani fratelli, chiamati improvvisamente  nel fiore della vita, accoglili come Padre nella tua casa;
noi ti preghiamo: dona loro la felicità che li attende: l’eterna giovinezza.

Tu che sei il Dio dei vivi e dei morti, ascolta la nostra preghiera anche per gli altri fratelli superstiti che ora piangono la sorte dei loro compagni di viaggio,
perché possano vivere il momento della prova come strada che conduce
a significati autentici e profondi per l’esistenza, nell’esperienza della nostra accoglienza e dell’amore vicendevole.
Ma oggi ti preghiamo anche per  tutte le vittime innocenti, uccise dalla fame,
dalla miseria, dalla guerra, per tutte le vittime dell’odio e della violenza,
per i morti senza volto, senza voce e senza nome,
perché  tu,  Padre della vita accolga il sangue innocente
sparso sulla terra da Abele fino all’ ultimo uomo:
perché il loro sacrificio ci risparmi la follia di ogni genere di nuovi conflitti
e il mondo ritrovi le strade della pace, della concordia, della solidarietà,

E ti preghiamo ancora per questo nostro mondo, spesso distratto e attirato da ciò che non dura,
per gli uomini del nostro tempo: spesso schiavi di un materialismo che tutto appiattisce, lacerati da tante divisioni a causa dell’egoismo che infiacchisce ogni costruttivo dialogo, per coloro che si illudono di tenere per sé la vita nell’individualismo che divide, nell’indifferenza che fa morire i rapporti, perch coloro che strumentalizzano gli altri per i loro fini, per coloro che calpestano la dignità umana e rendono schiavi i fratelli, affinchè  vincano le resistenze alla chiamata all’amore e al dono di sé e si aprano alla riconciliazione, al perdono, als ervizio a i fratelli.

O Dio che in Cristo che ha preso su di sé il dolore di tutta l’umanità e che  giudicherà ogni uomo  in base all’amore che si è fatto azione e vita, rendi ognuno di noi operatori fattivi di carità in mezzo ai fratelli,
Tu, che riservi ai tuoi figli un regno di luce e di pace,
guarda a noi ancora in cammino sulle strade della vita:
fa' che la fede nella nuova creazione
ci renda operosi costruttori di bene e di pace
nell'attesa del ritorno alla tua casa.

Amen.

lunedì 23 settembre 2013

Mah! Propenderei per il si!


La stampa francese non è tutta affetta da bergoglite allo stato acuto, come molti media nostrani. Quello che segue è un articolo apparso nei giorni scorsi su La Vie, nella traduzione di finesettimana.org che riporta molte considerazioni che andiamo facendo da tempo. E, comunque, non può non risentire nelle conclusioni dell'ambiente progressista da cui proviene.

                                  Jean Mercier. Il papa è demagogo?

Carismatico e popolare, Francesco non esita a compiere gesti che fanno centro e a lanciare formule che attirano l'attenzione. Non esagera un po' troppo?

La strategia mediatica ha la soluzione. Papa Francesco è un tipo come si deve. A sei mesi dalla sua elezione, il profluvio di critiche che si sono riversate su Benedetto XVI sono un lontano ricordo. Infine, i cattolici hanno un papa accettabile, Cosa che non si vedeva da più di 30 anni ...
E se Francesco fosse un po' demagogo, almeno in base ai nostri parametri culturali? L'idea mi solletica da alcune settimane... Mentre mi meraviglia la capacità di questo papa di parlarci con piena umanità, del suo contatto fisico con la "carne di Cristo" che sono poveri, sono a volte imbarazzato dalla sua capacità di seduzione che non è priva di una certa forma di manipolazione, che lui ne sia cosciente o meno.

Penso al suo modo di chiedere a quel giovane sconosciuto che chiama al telefono, di dargli del tu. Non c'è dubbio, è il genere di aneddoto che piace nelle redazioni francesi e del mondo intero!

Il colmo del genere è la conferenza stampa improvvisata sull'aereo al ritorno dalla GMG. Alcune parole hanno scatenato un'eccitazione senza precedenti. Quando si chiede al papa di posizionarsi sull'omosessualità, risponde: “Chi sono io per giudicare...?”
Tutto sta nel “Chi sono io?”. Ebbene, molto semplicemente: il papa... Ed è per questo che gli viene posta la domanda. E per questo la sua risposta fa discutere.
Anche se sono pienamente d'accordo con ciò che Francesco ha detto sull'atteggiamento della Chiesa nei confronti dei gay, non posso far a meno di storcere il naso. La sua risposta è o un modo di non assumere il suo stato, o una piroetta destinata a sedurre la totalità del pianeta mediatico per la sua umiltà – e fare pensare ad una “rivoluzione” sull'atteggiamento della Chiesa.

Il massimo è stato raggiunto nella famosa lettera ai non-credenti pubblicata su la Repubblica, destinata a Eugenio Scalfari. Magnifico colpo mediatico. Tuttavia, quando il papa spiega che il non credente può trovarsi libero da debiti davanti a Dio perché è stato fedele alla sua coscienza, non posso fare a meno di trovare l'argomentazione molto debole da tutti i punti di vista. Perché l'inferno è lastricato di buone intenzioni. I torturatori senza fede né legge vi dicono di avere la coscienza tranquilla. Senza dubbio sarebbe stato necessario che il papa entrasse un po' più addentro alla complessità dell'argomento...

Penso anche alla sua retorica contro il clericalismo, la ricchezza, i cristiani che tengono il broncio, l'ipocrisia dei cattolici, la banca del Vaticano (“San Pietro non aveva un conto in banca”, ecc...).
Tutto ciò che dice è vero, ma accarezza il lato “anti-istituzione” di diversi cattolici e non-credenti.
Lungi da me l'idea di ridurre il papa ad una sorta di saltimbanco che ci dice solo quello che vogliamo sentire. Ha parole esigenti, del genere che impedisce di dormire, come a Lampedusa, sul nostro egoismo. Lo chiamo addirittura il “defibrillatore”.

Sì, il papa è demagogo. Può essere davvero diversamente? I cardinali, il 13 marzo 2013, hanno scelto una personalità forte, su un programma di riconquista di fiducia nella Chiesa, sia della base cattolica che dell'opinione pubblica internazionale. Un papa capace di attirare l'attenzione in maniera positiva. Partendo da questa realtà, è normale e legittimo che Francesco stia al gioco esercitando una seduzione a 360 gradi.

Stare al gioco, disposto a giocare con i suoi interlocutori... Sull'aereo dell'andata a Rio, Francesco spiega che ha paura dei giornalisti e non concederà loro interviste. Al ritorno, si offre loro come nessun papa aveva mai osato fare, per 1h20, rispondendo a tutte le loro sollecitazioni. Manovra calcolata? Impossibile saperlo. In ogni caso, il successo di comunicazione è stato totale: la Chiesa, sembra, non è più omofoba. Bravo Francesco! E pazienza per la manipolazione del “Chi sono io?”

Allo stesso modo non servirebbe a niente voler ritrovare la stima degli atei, degli agnostici, delle persone “del dubbio” senza dir loro subito che sono brave persone e che Dio li benedice se sono fedeli alla loro coscienza. Perché se dovesse spiegar loro che devono illuminarla con la Rivelazione cristiana, cioè introdurre dei bemolle ed una batteria di condizioni, il potenziale di simpatia sarebbe intaccato, e l'operazione sarebbe annullata.

Il papa è quindi di una coerenza temibile. Bisogna pur mettere dalla propria parte le persone – in particolare quelli che costituiscono la doxa mediatica – prima di sollecitare la loro apertura del cuore su questioni cruciali. Ecco perché sono a favore della demagogia papale. Almeno all'inizio del pontificato.
Ricordiamoci che Bergoglio viene “dall'altro capo del mondo”, e più particolarmente dall'Argentina, un paese la cui cultura è caratterizzata dal populismo. Senza sorpresa, è normale che il papa approfitti della riconquista delle periferie esistenziali basandosi su quella cultura. Tanto più che quella strategia populista si basa su qualcosa di vero, di tangibile. Non si tratta di una “comunicazione pura”. Il papa non seduce solamente con discorsi choc, ma con gesti concreti e rotture reali (nella semplicità della vita).

Come si dice in Inghilterra: “He can talk the talk, but also walk the walk”. Cioè: il papa non è una persona che si accontenta di parlar bene, traccia la strada e la percorre fino in fondo, riconquistando una credibilità che l'uomo della strada non riconosceva al suo predecessore.

Un'altra cosa che rafforza il profilo di leader populista di Francesco: il suo lato leggermente autocratico. Nessuno si è agitato oltremisura quando il papa ha deciso di sopprimere il premio generalmente devoluto ai dipendenti del Vaticano in seguito alla sua elezione, né al modo con il quale ha deciso di canonizzare Giovanni XXIII senza il miracolo che sarebbe stato necessario, trascurando le regole vigenti.

Si potrebbe anche disquisire sul modo in cui ha deciso di rompere con la tradizione della lavanda dei piedi liturgica a San Pietro a Roma, con 12 preti che simboleggiano gli apostoli, ossia il memoriale dell'istituzione del sacerdozio da parte di Cristo, per trasferirlo alla prigione (includendo della donne). È molto forte, perché il papa “riapre” il gesto di Cristo sotto l'angolatura profetica, il che mi ha molto colpito personalmente. Ma sarebbe stato normale che un papa appena eletto (solo da 15 giorni) spiegasse questa rottura. Dei commentatori hanno allora sottolineato il rischio dell'arbitrario in materia liturgica... (A partire da questo, tutti i nostri preti hanno sufficiente possibilità di interpretare a loro modo il messale romano).

Bergoglio, nonostante la sua reputazione di “papa aperto” - per opposizione all' “oscurantista” Benedetto XVI!  - era conosciuto, come vescovo di Buenos Aires, per fare sempre di testa sua.

Come fa notare Andrea Gagliarducci in un articolo, gestisce ormai le cose in maniera diretta, poco collegiale, avendo la tendenza a evitare le mediazione...
Alcuni esempi. I cardinali che si ritroveranno per discutere del futuro della Chiesa all'inizio di ottobre a Roma sono stati scelti da lui e riferiranno solo a lui. Stessa cosa per la “pulizia” della Banca del Vaticano o l'audit finnziario e amministrativo. Si può capire che il papa non desideri che dei collaboratori “ben intenzionati” soffochino gli scandali scoperti man mano. Ma la verità è che impone un potere regale scomparso dalla fine del regno di Giovanni Paolo II, e sotto Benedetto XVI.

Nel suo articolo, Gagliarducci considera le recenti nomine del papa. Sottolinea che è andato al di là della legge scritta secondo la quale un segretario di Stato deve essere un cardinale, e il segretario generale dello Stato del Vaticano un arcivescovo. Il problema non è sapere se il papa ha torto o ragione, ma constatare che si prende delle libertà con il codice. “La riforma si fa per gradi, ma Francesco occupa la torre di controllo, e tutti seguono. Questo mostrerebbe che ascoltare le persone non implica un modo decisionale collegiale”. Così succede che la segreteria di Stato si trovi scaricata di un certo numero di dossier che andrebbero sulla scrivania del papa. E che incentri il suo lavoro sulla sua missione diplomatico-statale, perdendo una grande parte del potere acquisito sotto Benedetto XVI.


Autocrate, in maniera gentile ma certa, Francesco tiene fermamente le leve del comando. Chi mai se ne lamenterebbe? Nelle speculazioni prima del conclave, numerosi osservatori confidavano che la Chiesa aveva bisogno di un papa energico. “Il Panzer Kardinal” Ratzinger era stato troppo gentile con i cattivi, e il caos aveva avuto il sopravvento. Avevamo bisogno di un nuovo Pio XI, capace di far “paura” a coloro che, in Vaticano, volevano che niente cambiasse. Ma ce l'abbiamo, anche se con caratteristiche di Francesco d'Assisi. Lo Spirito Santo farà il resto.

venerdì 6 settembre 2013

In preghiera per la Siria e per tutti i cristiani perseguitati nei paesi islamici

Carissimi,
raccogliamo l'appello del papa per il giorno di digiuno e di preghiera, domani 7 settembre.

Abbiamo messo il nostro Blog sotto l'intercessione di san Giovanni di Damasco e perciò "siriano".

Interceda lui per il suo popolo e per tutti i cristiani perseguitati dall'integralismo islamico.




martedì 20 agosto 2013

una Fides: «Ormai, ci può salvare solo il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Siamo nel tempo che padre Pio diceva delle “quattro T”: tutte tenebre» (P. Stefano M. Manelli)

una Fides: «Ormai, ci può salvare solo il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Siamo nel tempo che padre Pio diceva delle “quattro T”: tutte tenebre» (P. Stefano M. Manelli)

Se avessimo ascoltato la lezione di Benedetto a Ratisbona!!!


Al Cairo torna attuale la lezione di Ratisbona

Mai nessun papa è stato così chiaro e coraggioso nello svelare le radici della violenza nell'islam, prima di Benedetto XVI. E nemmeno dopo. Due riletture d'obbligo, per decifrare la crisi egiziana

di Sandro Magister


ROMA, 20 agosto 2013 – In pochi giorni molte decine di chiese, conventi, abitazioni di cristiani in Egitto sono stati presi d'assalto o incendiati. Una tragedia nella tragedia, dopo il colpo di Stato che ha precipitato la nazione del Nilo in una guerra civile con centinaia se non migliaia di vittime.

Nel dare notizia dei numerosi appelli per la cessazione delle violenze, "L'Osservatore Romano" del 18 agosto non è però riuscito a elencare tra queste invocazioni nemmeno una che provenisse dal mondo musulmano.

Questo silenzio pubblico delle guide spirituali islamiche non sorprende. Accompagna quasi ogni atto di violenza politica che veda in azione dei musulmani, nell'una o nell'altra regione del globo.

È un silenzio che non si spiega con soli calcoli di opportunità, o col timore di ritorsioni. Né per il solo fatto che oggi in Egitto lo scontro maggiore è tra opposte fazioni musulmane entrambe convinte di inverare con la forza i precetti dell'islam: perché non solo i Fratelli Musulmani del deposto presidente Mohamed Morsi hanno una concezione della lotta politica come jihad, come guerra santa, ma la ha anche il loro avversario Abdel Fattah Al Sisi, il generale messo a capo delle forze armate dallo stesso Morsi perché ritenuto il più fedele islamista di tutti.

Per capire la radice ultima del silenzio delle guide spirituali musulmane di fronte all'esplodere della violenza islamicamente ispirata basta fare una cosa semplice. Basta rileggere la parte iniziale della lezione tenuta da Benedetto XVI il 12 settembre 2006 nell'aula magna dell'università di Ratisbona.

Gli atti aggressivi con cui uomini e gruppi musulmani reagirono a quella lezione furono la tragica conferma della giustezza della tesi esposta da papa Joseph Ratinzger. Secondo cui la violenza associata alla fede è l'inevitabile prodotto del fragile legame tra fede e ragione nella dottrina musulmana.

Nessun papa prima di Benedetto XVI aveva mai avuto la chiarezza di visione e il coraggio di esprimere un giudizio così netto sull'islam, né di formulare con tale rigore la diversità tra islam e cristianesimo.

Dentro la Chiesa cattolica Benedetto XVI fu molto criticato per avere tanto osato. Lo si accusò di aver distrutto il "dialogo" col mondo musulmano.

In realtà appena due mesi dopo Ratisbona papa Ratzinger si raccolse in silenziosa preghiera nella Moschea Blu di Istanbul. E poté compiere quel gesto – altrimenti incomprensibile – proprio per aver detto chiaro qual era il suo pensiero in proposito.

E proprio dalla lezione di Ratisbona prese vita quel germoglio di dialogo islamo-cristiano che trovò espressione nella "lettera dei 138 saggi" scritta al papa da esponenti musulmani di vario orientamento.

Non solo. Sempre in quell'autunno del 2006, durante il suo viaggio in Turchia, Benedetto XVI disse chiaro al mondo musulmano che esso aveva davanti a sé la stessa sfida che il cristianesimo aveva già affrontato e superato positivamente: quella di "accogliere le vere conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio".

Anche qui, mai nessun papa s'era spinto così avanti, prima di Benedetto XVI. E nemmeno dopo. Fino ad oggi.

Alla guerra civile che infiamma l'Egitto papa Francesco ha dedicato queste parole, dopo l'Angelus del giorno dell'Assunta:

"Giungono purtroppo notizie dolorose dall’Egitto. Desidero assicurare la mia preghiera per tutte le vittime e i loro familiari, per i feriti e per quanti soffrono. Preghiamo insieme per la pace, il dialogo, la riconciliazione in quella cara terra e nel mondo intero".

E tre giorni dopo, all'Angelus di domenica 18 agosto, vi ha forse alluso:

"Il Vangelo non autorizza affatto l’uso della forza per diffondere la fede. È proprio il contrario: la vera forza del cristiano è la forza della verità e dell’amore, che comporta rinunciare ad ogni violenza. Fede e violenza sono incompatibili".

Ma torniamo al Ratzinger del 2006 e a quelle sue memorabili parole sull'islam, decisive anche per comprendere la tragedia egiziana.

Ecco qui di seguito che cosa egli disse nella lezione di Ratisbona del 12 settembre e come commentò – una volta tornato a Roma – il suo viaggio in Turchia di quello stesso autunno.

__________



1. A RATISBONA


[…] Recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. […]

Nel settimo colloquio ("dialexis", controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihad, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa.

Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue – egli dice –, non agire secondo ragione, 'sun logo', è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".

L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.

A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia.

Modificando il primo versetto del libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il logos". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce "sun logo", con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio. […]



2. DI RITORNO DALLA TURCHIA


[…] In un dialogo da intensificare con l'Islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell'illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica. [...]

Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l'uomo di suoi specifici criteri di misura.

D'altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l'autenticità della religione. Come nella comunità cristiana c'è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte.

Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s'impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà. […]

mercoledì 31 luglio 2013

Come volevasi dimostrare!

Se ogni  tanto non avessero inquadrato il papa e poi anche l'ostensorio, chi avesse acceso la tv sulla veglia dei giovani avrebbe potuto scambiarla per una di quelle preghiere pentecostali che ormai si vedono in tutte le tv commerciali. Americanismo protestante puro!
Certo gli organizzatori si son detti: dobbiamo far vedere che anche noi preghiamo e cantiamo come loro. Bene: qui è lo sbaglio perché non si capisce che si stimola un meccanismo del genere: se noi e loro siamo uguali, nessuna differenza tra essere cattolici o pentecostali!
Proprio l'opposto di un vescovo indiano che l'anno scorso proibì ai suoi uno stile di preghiera alla pentecostale perché non aiutava a cogliere l'identità cattolica.
Quel vescovo l'animo di pastore e la puzza delle pecore ce l'aveva, a Rio no!
Ecco come commenta Magister:
 "Naturalmente, la coreografia della veglia eucaristica e della messa papale a Copacabana poteva anche essere letta in termini diametralmente opposti. Come l'immagine di una Chiesa arresa a modelli altrui, con il "musical" fatto irrompere nel cuore stesso della liturgia, con solisti, cori e ritmi da "Gospel" pentecostale. Una Chiesa che lungi dall'agire "controcorrente" – come continuamente il papa la esorta a fare – imita le forme espressive dei movimenti carismatici protestanti che in America latina e particolarmente in Brasile erodono parti consistenti della sua base popolare.
Che quello inaugurato a Copacabana rappresenti il nuovo corso liturgico dell'attuale pontificato è azzardato dire. Ma l'interrogativo è stato posto sotto lo sguardo del mondo intero.
Nel volo di ritorno a Roma, Francesco ha sfiorato l'argomento quando ha detto, a proposito dei movimenti carismatici presenti anche dentro la Chiesa cattolica:
"Alla fine degli anni Settanta e nei primi Ottanta io non li potevo vedere. Una volta avevo detto che questi confondono una celebrazione liturgica con una scuola di samba! Poi li ho conosciuti meglio, mi sono convertito".
Così come, viceversa, quando ha espresso ammirazione per le liturgie orientali:
"Le Chiese ortodosse hanno conservato quella pristina liturgia, tanto bella. Noi abbiamo perso un po' il senso dell'adorazione. Loro lo conservano, loro lodano Dio, loro adorano Dio. Abbiamo bisogno di questo rinnovamento, di questa luce dell’Oriente".
Con tutto rispetto parlando, il papa forse non si rende conto della posta in gioco. Vero che un gesuita non rubricat: ma si vuole convincere ora che è papa e spetta a lui la moderazione della liturgia che è l'anima della Chiesa? Papa Benedetto ha curato personalmente la liturgia della GMG in Spagna e la sua mano si è vista. Papa Francesco lascia andare ma non ha capito che la vera riforma della chiesa non comincia dallo IOR ma dalla liturgia (perché tocca il cuore): papa Benedetto ce lo aveva ricordato, ora corriamo il rischio di dimenticarlo di nuovo.
E poi se il papa tirasse le dirette conseguenze di quello che dice: noi abbiamo perso il senso dell'adorazione, le liturgie orientali l'hanno  mantenuto: e allora da papa cosa aspetta a dire che dobbiamo andare verso liturgie vere? chi ha distrutto la dimensione adorativa della liturgia se non un malinteso spirito del Concilio che ha appiattito anche la liturgia nella sua sola dimensione orizzontale?
La samba certo non esprime adorazione.
Ci pensino quelli che stanno in alto!

Anche sant'Ignazio di Loyola è patrono di Scicli!


Electio patronorum - ASRG – Notaio Aparo – 17 novembre V indictionis 1633 –<<Electio patronorum Siclis – Die 17 novembris V indictionis 1633 – Coram Don Matthia Ribera, Gaspare De Rosa, et Thoma de Michelio pro testibus - Presentes coram nobis VID Don Hieronymus Ribera, Vincentio Carrera, Antoninus Celestis, et Mazzullus de Rosa Siclenses mihi Notario cogniti ad hoc devenientes vti judices et jurati huius Vniuersitatis Siclis sp: juratorio dicto nomine exposuerunt quod cum Vniuersitas preditta tutusque populus Siclensis ingenti deuotione ac maximo cultu veneretur santos  Jgnatium et Franciscum Xauerium Societatis Jesu volentes talem deuotionem et cultum jn posterum et jn perpetuum semper  continuari illos nomine dicte Vniuersitatis et populi preditti vi presentis  actus nominauerunt et nominant et jnuocauerunt et jnuocant tertio loco jn patronos et perpetuos protectores Vniuersitatis et populi preditti siclensis post Beatum Guilelmum et Sanctam Rosaleam primum et secundam patronos dicte Vniuersitatis ad hoc ut eorum meritis et precibus ac multiplicatis jntercessoribus semper populus et Vniuersitas preditta ab omnibus aduersis anime et corporis tueatur apud Deum eiusque Jmmaculatam Matrem Mariam vnde et jn futuras de presentis appareat fattum fuit presentis electionis et jnuocationis jnstrumentum manu mea Vincentii Aparo publici et apostolico Notario coram supradictis testibus ad hoc rogatis >>

lunedì 29 luglio 2013

Il concilio ad usum delphini e la privatizzazione dei sacramenti

Tutti parlano (e straparlano) di concilio, di riforma liturgica, dei principi solennissimi della partecipazione attiva, fruttuosa e consapevole alle celebrazioni, della dimensione ecclesiale e non privata di ogni celebrazione e di ogni sacramento.
Ho l'impressione però che questi principi valgano solo per fare la guerra alla messa in latino in entrambe le forme e in specie alla messa secondo il messale di Pio V.
Perché si dice, l'assemblea sarebbe esclusa dalla partecipazione attiva ecc. ecc.
Ora a me qui non interessa la messa di Pio V (non l'ho mai celebrata e non penso di farlo in futuro) però io mi chiedo perché questi principi poi non si applichino alle altre celebrazioni.
Ad esempio: un matrimonio in cui si permette che la famiglia si inviti i suoi musicisti (di ogni genere), che si suoni musica (di ogni genere: ho celebrato un matrimonio in cui tutti i brani erano le colonne sonore di film famosi), che ci sia la cantante solista o il solista "famoso" che scambiano le chiese per il palcoscenico di Sanremo e ti passino pure canti profani per musica sacra... quando tutta l'assemblea è mortificata perché non può unirsi nemmeno al canto delle acclamazioni più comuni (alleluia, santo, agnello di Dio) ed è ridotta al ruolo di spettatrice delle performance canore (e non solo) che non hanno niente di liturgico: si può parlare ancora di partecipazione attiva solo perché la messa è celebrata in italiano? Ma non prendiamoci in giro! Nei nostri matrimoni non c'è nessuna dimensione ecclesiale: gli sposi scelgono chiesa, orario, musiche e canti in barba alle nostre indicazioni (mi è pure toccata a volte la presa in giro che a te annuiscano su certi brani e poi te ne eseguano altri a piacimento!!!): però questo non ci scandalizza! Le chiese sono ridotte alla stregua di sale da ricevimento prese in affitto (prete compreso) che gli sposi addobbano e usano a loro gusto (tanto pagano!).
Se c'è stato un frutto meritorio della riforma liturgica è stata la abolizione delle "classi" delle celebrazioni: nelle premesse ad ogni rito è prescritto che la celebrazione sia uguale per tutti, senza differenza di ceto, classe, ecc. senza differenza tra ricchi e poveri, tra chi si può permettere la chiesa addobbata e illuminata e chi no! Ma di fatto non è così: si permette che le nostre chiese siano trasformate dalle scenografie floreali (e da ogni orpello che la fantasia dei fiorai si inventa) di chi deve fare sfoggio della sua "abbienza" obbligando di fatto anche chi non può a mostrare altrettanto "per non scomparire alla faccia degli altri": ma questo non è che mortificazione dei poveri e spreco che grida vendetta al cospetto di Dio! Non è un ritorno in pratica alle vecchie classi di una volta?
E ancora: quando tutta la celebrazione è gestita dalla regia del fotografo, fioraio e animatore (già, ormai dappertutto c'è l'animatore ma non liturgico!) che si permettono di contraddire le stesse indicazioni del celebrante, qui la riforma liturgica dov'è? E tutti i pseudo "segni" inventi da lor signori di cui sopra e che ti sono imposti nonostante la tua volontà contraria: qui la liturgia con le sue regole dov'è? Come il fatto che tutte le spose ti giurano che verranno con abiti decenti e poi alla fine ti ritrovi con l'abito scollacciato di cattivo gusto, anche estetico!
E però tutto questo non ci fa problema, l'unico guaio della riforma liturgica è la messa in latino! Il resto è a posto!
E tra un po' per i funerali sarà come ai matrimoni: già abbiamo organisti e cantanti a la page richiesti dalle famiglie, con ennesima mortificazione della assemblea e della comunità ecclesiale.
Ma questo non fa problema.
Il Concilio ha voluto tutti i defunti con la bara a terra (tutti uguali davanti a Dio): eppure si continua con l'uso del catafalco, tranne poi sentirti richiedere da alcuni che il loro defunto deve essere posto a terra perché "nobile": e noi lo accontentiamo, e di fatti siamo alla distinzione tra le classi!!!
Ma questo non ci fa problema.
Il problema è la messa in latino, levata quella tutte le nostre liturgie sono attive, fruttuose, consapevoli, ecclesiali ecc. ecc.!
Attive, consapevoli, ecclesiali non so, ma certo fruttuose si: per le casse delle parrocchie (e...).
Il Signore ci salvi da questo clericalismo ipocrita.
E ci guidi alla conversione, finché c'è tempo.

domenica 28 luglio 2013

Quando il latino e la sua comprensione è solo una scusa

Dicono che il latino non lo capisce più nessuno.
Dicono: e per un attino facciamo finta di crederci.
E quindi è giusto che chi prega e celebra debba pregare e celebrare nella sua lingua per poter capire cosa e perché si prega.
Giustissimo.
Così tutti i partecipanti vivranno una celebrazione pia, devota e consapevole.
Benissimo.
Il principio non fa una grinza in una normale messa domenicale.
Provate ad applicarlo in una celebrazione della Giornata Mondiale della Gioventù e vedrete!
Prima declinazione del principio: siccome siamo in Brasile allora la lingua ufficiale della Messa sarà in portoghese: dimenticando che ci sono giovani dal resto del mondo!
Risultato: una mortificazione di tutti gli altri che non parlano tale lingua.
Seconda declinazione del principio: usare a turno per le letture e le preghiere le varie lingue presenti.
Risultato: mortificazione a turno dei presenti.
Corollario sul principio: tutti usano il portoghese, siccome il papa non lo sa si ammetta l'eccezione che lui parli lo spagnolo. Ma gli altri papi che si preparavano a parlare e a leggere i loro discorsi nella lingua degli ospitanti, che erano folli a voler fare ciò?
Un dubbio: togliere il latino che non si capisce per inserire un canto in inglese in una celebrazione in portoghese aiuta la comprensione o solo incentiva il clima folk-pentecostalista del tutto?

Una preghiera in latino che desse il senso a tutti di appartenere all'unica Chiesa, questa no, vero? Ci fosse il pericolo che i giovani vi si affezionino!

Scusatemi se lo dico latino-latino: io ieri sera non sono riuscito a pregare, "loro" invece sono riusciti a farmi incazzare (così, Parigi, così le altre GMG prima di Benedetto): che senso ha richiamarsi a Benedetto e poi di fatto vanificare tutto il lavoro che con sudore e solo e con sacrificio ha fatto?
E non solo lui: chi si riempie la bocca di collegialità: e le decisioni dei sinodi dei vescovi al riguardo dell'eucaristia e della sua celebrazione, della lingua ad esempio negli incontri internazionali?

O è il vizietto (uno tra i tanti) tutto clericale di richiamare il magistero solo quando ci fa comodo?

Ma che Chiesa è questa dopo il parroco nuovo smonta il lavoro del parroco di prima, dove il vescovo nuovo elimina le fatiche del vescovo di prima, dove il papa nuovo ignori il cammino del papa di prima?

Scusatemi lo sfogo.

lunedì 22 luglio 2013

Che strano: il papa che da quando è stato eletto non ha detto una parola contro il matrimonio gay lasciando i francesi e gli inglesi a combattere da soli. E ora la stampa ricambia col silenzio sul primo scandalo in vaticano sotto Francesco. Fosse stato ai tempi di Benedetto giornali, radio e tv non avrebbero parlato d'altro! Chiamatemi pure dietrologo ma a me la faccenda puzza.

Il prelato della lobby gay

Fatti e personaggi dello scandaloso passato dell'uomo che Francesco, ignaro, ha delegato a rappresentarlo nello IOR. Ecco come vive e prospera in Vaticano un potere parallelo che trama ai danni del papa

di Sandro Magister



ROMA, 18 luglio 2013 – "Nella curia si parla di 'lobby gay'. Ed è vero, c'è. Vediamo cosa possiamo fare", disse Francesco il 6 giugno a dei religiosi latinoamericani ricevuti in udienza.

E ancora: "Non è facile. Qui ci sono molti ‘padroni’ del papa e con molta anzianità di servizio", ha confidato qualche giorno fa all'amico argentino ed ex alunno Jorge Milia.

Effettivamente, alcuni di questi "padroni" hanno tramato ai danni di Jorge Mario Bergoglio il più crudele e subdolo inganno da quando è stato eletto papa.

L'hanno tenuto all'oscuro delle rilevanti informazioni che, se da lui conosciute per tempo, l'avrebbero trattenuto dal nominare monsignor Battista Ricca "prelato" dell'Istituto per le Opere di Religione.

Con questa nomina, resa pubblica il 15 giugno, Francesco intendeva collocare all'interno dello IOR una persona di sua fiducia in un ruolo chiave. Col potere di accedere a tutti gli atti e documenti e di assistere a tutte le riunioni sia della commissione cardinalizia di vigilanza, sia del consiglio di sovrintendenza, cioè del board della disastrata “banca” vaticana. Insomma, col compito di farvi pulizia.

Ricca, 57 anni, originario della diocesi di Brescia, proviene dalla carriera diplomatica. Ha prestato servizio per quindici di anni in nunziature di vari paesi, prima di essere richiamato in Vaticano, in segreteria di Stato. Ma ha conquistato la fiducia di Bergoglio in un'altra veste, inizialmente come direttore della residenza di via della Scrofa nella quale l'arcivescovo di Buenos Aires alloggiava durante le sue visite a Roma, e ora anche come direttore della Domus Sanctæ Marthæ nella quale Francesco ha scelto di abitare da papa.

Prima della nomina, a Francesco era stato fatto vedere, come è consuetudine, il fascicolo personale riguardante Ricca, dove non aveva trovato nulla di disdicevole. Aveva anche ascoltato varie personalità della curia e nessuna aveva sollevato obiezioni.

Appena una settimana dopo aver nominato il "prelato", però, negli stessi giorni in cui incontrava i nunzi apostolici convenuti a Roma da tutto il mondo, il papa è venuto a conoscenza, da più fonti, di trascorsi di Ricca a lui fin lì ignoti e tali da recare seri danni allo stesso papa e alla sua opera di riforma.

Dolore per essere stato tenuto all'oscuro di fatti tanto gravi e volontà di rimediare alla nomina da lui compiuta, sia pure non definitiva ma "ad interim": sono stati questi i sentimenti espressi da papa Francesco una volta conosciuti questi fatti.

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Il buco nero, nella storia personale di Ricca, è il periodo da lui trascorso in Uruguay, a Montevideo, sulla sponda nord del Rio de la Plata, di fronte a Buenos Aires.

Ricca arrivò in questa nunziatura nel 1999, quando il mandato del nunzio Francesco De Nittis volgeva al termine. In precedenza aveva prestato servizio nelle missioni diplomatiche del Congo, dell'Algeria, della Colombia e infine della Svizzera.

Qui, a Berna, aveva stretto amicizia con un capitano dell'esercito svizzero, Patrick Haari. I due arrivarono in Uruguay assieme. E Ricca chiese che anche al suo amico fossero dati un ruolo e un alloggio nella nunziatura.

Il nunzio respinse la richiesta. Ma pochi mesi dopo andò in pensione e Ricca, rimasto come incaricato d'affari "ad interim" in attesa del nuovo nunzio, assegnò l'alloggio in nunziatura a Haari, con regolare assunzione e stipendio.

In Vaticano lasciarono fare. All'epoca, in segreteria di Stato era sostituto per gli affari generali Giovanni Battista Re, futuro cardinale, anche lui originario della diocesi di Brescia.

L'intimità di rapporti tra Ricca e Haari era così scoperta da scandalizzare numerosi vescovi, preti e laici di quel piccolo paese sudamericano, non ultime le suore che accudivano alla nunziatura.

Anche il nuovo nunzio, il polacco Janusz Bolonek, arrivato a Montevideo all'inizio del 2000, trovò subito intollerabile quel "ménage" e ne informò le autorità vaticane, insistendo più volte con Haari perché se ne andasse. Ma inutilmente, dati i legami di questi con Ricca.

Nei primi mesi del 2001 Ricca incappò in più di un incidente per la sua condotta sconsiderata. Un giorno, recatosi come già altre volte – nonostante gli avvertimenti ricevuti – in Bulevar Artigas, in un locale di incontri tra omosessuali, fu picchiato e dovette chiamare in aiuto dei sacerdoti per essere riportato in nunziatura, con il volto tumefatto.

Nell'agosto dello stesso 2001, altro incidente. In piena notte l'ascensore della nunziatura si bloccò e di prima mattina dovettero accorrere i pompieri. I quali trovarono imprigionato nella cabina, assieme a monsignor Ricca, un giovane che le autorità di polizia identificarono.

Il nunzio Bolonek chiese l'immediato allontanamento di Ricca dalla nunziatura e il licenziamento di Haari. E ottenne il via libera dal segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano.

Ricca, pur recalcitrante, fu trasferito alla nunziatura di Trinidad e Tobago, dove rimase fino al 2004. Anche lì entrando in urto col nunzio. Per essere infine richiamato in Vaticano e tolto dal servizio diplomatico sul campo.

Quanto a Haari, all'atto di lasciare la nunziatura pretese che dei suoi bauli fossero inviati in Vaticano come bagaglio diplomatico, all'indirizzo di monsignor Ricca. Il nunzio Bolonek rifiutò e i bauli finirono depositati in un edificio esterno alla nunziatura. Dove rimasero per qualche anno, fino a che, da Roma, Ricca disse di non voler più avere a che fare con essi.

Una volta aperti i bauli per eliminarne il contenuto – come deciso dal nunzio Bolonek – vi furono trovate una pistola, consegnata alle autorità uruguayane, e, oltre agli effetti personali, una quantità ingente di preservativi e di materiale pornografico.

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In Uruguay i fatti sopra riferiti sono noti a decine di persone: vescovi, sacerdoti, religiose, laici. Senza contare le autorità civili, dalle forze di sicurezza ai vigili del fuoco. Molte di queste persone hanno avuto di quei fatti un'esperienza diretta, in vari momenti.

Ma anche in Vaticano c'è chi ne è a conoscenza. Il nunzio dell'epoca, Bolonek, si è sempre espresso con severità nei confronti di Ricca, nel riferire a Roma.

Eppure una coltre di pubblico silenzio ha coperto fino ad oggi questi trascorsi del monsignore.

In Uruguay c'è chi rispetta la consegna del silenzio per scrupolo di coscienza. Chi per dovere d'ufficio. Chi tace perché non vuole mettere in cattiva luce la Chiesa e il papa.

Ma in Vaticano c'è chi ha promosso attivamente questa operazione di copertura. Frenando le indagini dall'epoca dei fatti ad oggi. Occultando i rapporti del nunzio. Tenendo immacolato il fascicolo personale di Ricca. In tal modo ha agevolato allo stesso Ricca una nuova prestigiosa carriera.

Dopo il suo ritorno a Roma, il monsignore è stato inquadrato nel personale diplomatico in servizio presso la segreteria di Stato: inizialmente, dal 2005, nella prima sezione, quella degli affari generali, poi, dal 2008, nella seconda sezione, quella dei rapporti con gli Stati, e poi di nuovo, dal 2012, nella prima sezione, con una qualifica di alto livello, quella di consigliere di nunziatura di prima classe.

Tra i compiti che gli sono stati assegnati c'è stato il controllo delle spese delle nunziature. È anche da ciò è nata quella fama di incorruttibile moralizzatore che gli è stata assegnata dai media di tutto il mondo, alla notizia della sua nomina a "prelato" dello IOR.

In più, a partire dal 2006, è stata affidata a monsignor Ricca la direzione prima di una, poi di due e infine di tre residenze per cardinali, vescovi e sacerdoti in visita a Roma, tra cui quella di Santa Marta. E questo gli ha consentito di tessere una fitta rete di relazioni con i più alti gradi della gerarchia cattolica di tutto il mondo.

La nomina a "prelato" dello IOR è stata per Ricca il coronamento di questa sua seconda carriera.

Ma è stata anche l'inizio della fine. Per le tante persone rette che sapevano dei suoi trascorsi scandalosi, la notizia della promozione è stata motivo di estrema amarezza, ancor più acuta perché vista gravida di danni per l'ardua impresa che papa Francesco ha in corso d'opera, di purificazione della Chiesa e di riforma della curia romana.

Per questo alcuni hanno ritenuto doveroso dire al papa la verità. Sicuri che ne trarrà le decisioni conseguenti.

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Questo articolo è uscito su "L'Espresso" n. 29 del 2013, in edicola dal 19 luglio:

> L'Espresso

Sullo stesso tema, l'editoriale del direttore Bruno Manfellotto:

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