L'effetto Bergoglio dice del nostro tempo
di Rino Cammilleri
23-06-2013
Continua e non sembra esaurirsi il provvidenziale «effetto Bergoglio», con adunate oceaniche ad ogni Angelus in Piazza San Pietro e confessionali che tornano a riempirsi. Gente che, dichiaratamente, era lontana dalla Chiesa da decenni, ha ripreso a frequentare i sacramenti ammaliata dalla figura del nuovo pontefice. I numeri statistici parlano chiaro e sono stati enunciati qui dal nostro Massimo Introvigne.
Questo papa gode della simpatia e del plauso universali, cosa di cui, come cattolici, non possiamo che essere felici. Anche perché papa Francesco non ha attenuato o pretermesso alcun punto della dottrina tradizionale, né pare intenzionato a spostarsi di un millimetro dalla linea tracciata dal suo predecessore Ratzinger.
Tuttavia, Benedetto XVI era un «papa teologo» e si rivolgeva soprattutto alla ragione. Francesco è un «papa parroco» e si indirizza direttamente al cuore. E’ dunque inutile nascondersi dietro un dito e non ammettere l’insuccesso del primo di fronte al successo clamoroso del secondo. Forse Ratzinger ha profeticamente (e mai termine fu più appropriato) intuito proprio questo quando ha deciso di fare un passo indietro per far posto a uno più «adatto» di lui al tempo presente. E i fatti gli hanno dato ragione. Solo che, a questo punto, occorre interrogarsi sul perché del flop di un papa teologo che cercava di rivalutare la facoltà della ragione umana e indossava il camauro, reggeva una croce d’oro e incoraggiava la comunione in ginocchio, approntava un terreno solido su cui impostare il dialogo con l’islam e puntava a restaurare la bellezza nella liturgia. E del pari chiedersi i motivi del successo mediatico di un altro papa, che indossa scarpe nere anziché rosse, porta una croce di metallo vile, scambia il suo zucchetto con quello di uno spettatore, “anima” la piazza con gesti sprizzanti gioia e simpatia umana, dice cose alla portata di tutti e dorme in albergo anziché nelle sacre stanze.
Se è questo il papa giusto per l’ora presente, allora vuol dire che è l’ora presente a costituire problema. Detto fuor dai denti: se uno non va più in chiesa, non si confessa più e non si comunica perché il parroco gli sta antipatico, ma torna dentro quando cambia il parroco e ne arriva uno di suo gradimento, costui è un infantile, perché solo i bambini accettano il cibo a condizione che venga loro somministrato su un cucchiaio a forma di aeroplanino.
Siamo dunque di fronte a una regressione antropologica senza precedenti nella storia e i conclavi futuri (lunga vita a papa Francesco, ma ricordiamoci che si avvicina già agli ottant'anni) avranno il loro bel daffare nel cavare dal loro ambito un papa che abbia come qualità precipua il fortissimo impatto mediatico.
Per duemila anni i cristiani hanno vissuto senza nemmeno sapere che faccia avesse il papa. Poi è arrivata la radio e ne hanno sentito la voce. Subito dopo, la televisione ne ha mostrato il volto e i gesti. Il primo a «bucare lo schermo» è stato Giovanni XXIII. Il vero talento in questo senso fu Wojtyla. Ora la palla è passata a Francesco, che mostra di avere ben capito la lezione. Dunque, forza e coraggio, perché ormai c’è bisogno di un papa che parli direttamente al popolo, entrando in tutte le case ed esprimendosi nella maniera più semplice possibile. Sulla testa delle conferenze episcopali, dei piani pastorali, dei cortili dei gentili, dei teologi e perfino delle omelie.
Forse il «papa teologo» parlava da intellettuale agli intellettuali. E questi, com’era prevedibile, lo hanno snobbato. Il «papa parroco» si è rivolto allora al popolo, parlando in modo semplice, da buon parroco, e la gente comune lo ha accolto.
Francesco, infatti, sta praticamente ripartendo da zero: siate buoni, ricordatevi che Gesù vi vuol bene, dite le preghiere e non sparlate del prossimo. Lo Spirito ha mandato il papa giusto per questi nostri tempi. Mala tempora. Tempi di barbari col telefonino. Tempi in cui ti linciano per una parola o una virgola. Mai come oggi l’evangelica «custodia della lingua» è stata necessaria, e non tanto per l’anima quanto per la pelle. E’ stato giustamente detto che la gente non vuole più maestri ma testimoni. Cioè, non sopporta più i primi ed è già tanto se accetta di almeno ascoltare i secondi.
Se le cose stanno così (e, ahimè, così stanno), noi apologeti, «operatori culturali» cattolici, possiamo andare a casa. Mi si consenta un aneddoto personale. La prova definitiva l’ho crudamente avuta mentre dicevo queste stesse cose a Radio Maria: un’ascoltatrice mi ha insolentito in diretta perché, secondo lei, avevo mancato di rispetto nei confronti del papa. E il direttore, padre Livio Fanzaga, ha poi ricevuto diverse lettere d’uguale tenore. Mah, speriamo che papa Francesco faccia presto a ricostituire il tessuto connettivo della cattolicità. Anche se a me personalmente non dispiaceva un Ratzinger che cercava di ricostituire il comprendonio dei cattolici. Ma io, e me ne scuso, sono un intellettuale.
CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
lunedì 24 giugno 2013
mercoledì 19 giugno 2013
MA CHI PENSA A QUESTE COSE?
Cari amici,
Come se questi non ci fosse mai stato.
Non è un problema di continuità con Francesco: che c'è, almeno nel richiamo al suo magistero.
E' come se di fatto, anche tra quelli che credevamo essere tra i più vicini a papa Benedetto, di questo papa si sia avvertito solo la sua "scomodità".
qualcuno mi ha chiesto il motivo del mio silenzio su questo blog in queste ultime settimane.
Non è semplice dirlo.
In due parole, banalmente, potrei dire che sto sentendo ancora tutto lo sconvolgimento provocato dallo choc delle dimissioni di Papa Benedetto e della elezione di Papa Francesco.
Mi spiego.
Non è per il fatto di una sintonia affettiva con questo o quel Papa. Il papa è papa e basta, chiunque sia, punto.
E dunque non è per un sentire mio personale, quanto piuttosto, direi pure ecclesiologico, se non veramente perciò teologico.
Il fatto è che ho l'impressione che ci sia quasi una voglia di "normalizzazione" nell'ambito ecclesiale (ma anche in buona parte del mondo esterno alla Chiesa) quasi a voler richiudere in fretta la parentesi del pontificato di Benedetto XVI. Come se questi non ci fosse mai stato.
Non è un problema di continuità con Francesco: che c'è, almeno nel richiamo al suo magistero.
E' come se di fatto, anche tra quelli che credevamo essere tra i più vicini a papa Benedetto, di questo papa si sia avvertito solo la sua "scomodità".
Non si tratta di croci d'oro o di scelte liturgiche diverse o di sensibilità teologiche pre o post conciliari, credo che Benedetto XVI sia stato "indigesto" un po' alla maggioranza della gente (anche vescovi e preti, anzi, forse più vescovi e preti che laici) perché invece di presentare un cristianesimo tutto zucchero e miele e buono per tutti, è andato al cuore del dramma del mondo contemporaneo: la scomparsa di Dio dall'orizzonte del cuore dell'uomo, e quindi al dovere della Chiesa di ricentrare la sua missione sull'unicum necessario, l'annuncio del vangelo. E questo comporta anche il dovere della Chiesa di convertirsi e di rinnegare il male che ne deturpa il volto e che rischia di inficiarne la testimonianza.
Benedetto ci ha riportato al "realismo cristiano" che è l'insegnamento a fondamento della fede cattolica: che significa mettere al centro l'uomo e Dio, il peccato e la grazia.
E cioè ci ha ricordato che il cristiano è nel mondo ma non del mondo.
Se il cristianesimo viene ricondotto in una cornice solamente intramondana è ridotto a filosofia, a morale, ma non è più l'evento che salva e la Chiesa non è più il Corpo di Cristo nel mondo ma solo un club (diviso tra l'altro tra chi lo vorrebbe esclusivo e chi lo pensa nazional-popolare) che pensa solo a ridurre la fame nel mondo.
Chiaramente Benedetto è stato scomodo sia per quelli che pensano solo alla fede come fuga mundi, sia per coloro che vorrebbero che la fede sia solo l'espressione dell'impegno per migliorare questo mondo.
Ma a che giova all'uomo (e alla stessa Chiesa) guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?
Ecco Benedetto ci ha fatto ripensare all'anima, all'impegno per salvarla: cioè a Dio, alla voglia di contemplare il suo volto. Ché per questo noi siamo fatti.
Contro ogni tentativo di ridurre il cristianesimo ad una sorta di religione civile o ad un umanesimo senza Dio (che solo a scriverlo sembra di un'assurdità così lampante che ci si meraviglia di come alcuni non si rendano conto di questa lapalissiana evidenza).
Quello che mi meraviglia (ma poi mica tanto) dunque è come nel mondo cattolico ci sia questo tentativo di far rientrare tutto nella ordinarietà e nella "continuità" così da esorcizzare non solo lo scandalo di un pontificato tutto vissuto da papa Benedetto all'insegna della parresia, la franchezza cristiana, ma lo stesso scandalo della sua rinuncia al papato.
Così tutto è letto come se il suo pontificato fosse stato una parentesi di nostalgia ecclesiale un po' retrò e la sua rinuncia come se fosse il pensionamento di un vecchietto che finalmente arriva all'agognato riposo.
Ma il pontificato di Benedetto brillerà sempre più nel futuro (la storia è giudice equanime) come uno dei più moderni della storia, dove moderno sta correttamente per un confronto con la contemporaneità e le istanze della secolarizzazione, e perciò come un pontificato profetico (e come tutte le profezie sarà il suo svelamento nel futuro a rivelarlo in tutta la sua grandezza).
E perciò la sua stessa rinuncia al papato ha tutti i contorni di una profezia che come Chiesa forse si stenta a comprendere (o si rinuncia a comprendere) e che pure ha una sua valenza tutta da decifrare.
Stranamente ciò che la teologia ha rinunciato a comprendere (ad oggi non mi risulta che ci sia stato qualche tentativo da parte di qualche teologo di leggere teologicamente la rinuncia - e tutto il papato - di Benedetto XVI: forse troppa fretta di chiudere il caso?) è stato oggetto di riflessione da parte di pensatori laici, e non solo del giornalista cattolico Socci o dell'ateo devoto Giuliano Ferrara. Mi riferisco al laico Massimo Cacciari col suo Il potere che frena e l'altro laico Giorgio Agamben con Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi.
Non è questo il luogo di entrare nel merito di due scritti che da opposte visioni eppure arrivano a medesime conclusioni: che il gesto del Papa vada letto in un'ottica escatologica. Che cioè vada inquadrato nella lettura che l'Apocalisse (ma non solo, anche Paolo) fa della storia, come del luogo in cui si concentra lo scontro tra il Cristo e le potenze del Male. In ultima analisi tra il Cristo e l'anticristo. E l'anticristo, pur essendo animato dalla spirito del mondo, che è il satana, nasce sempre da un contesto ecclesiale, come se lo spirito del mondo fosse riuscito a entrare nella Chiesa e quasi a trionfarne. Non è un caso che Benedetto XVI ricordasse sempre che i veri nemici che attaccano la Chiesa nascono dal suo interno e ne provocano tutta la sua sporcizia. La pedofilia, la corruzione, l'attaccamento demoniaco al denaro e al potere nella Chiesa nascono proprio come espressione anticristica: non si possono leggere come fattori sociologici ma come espressione della lunga apostasia di parte della Chiesa dal suo Signore, e quindi da decriptare teologicamente. In ciò Benedetto, come ogni profeta, è stato incompreso ed inascoltato (o dovremmo dire volutamente equivocato?).
E' come se la Chiesa non comprendesse più se stessa e a chi volesse ricondurla alla sua identità originaria opponesse un netto rifiuto.
Perché di fatto non c'è più una Chiesa ma tante chiese quante sono le teste che la pensano, siano essi vescovi, preti o laici!
Il problema si complica quando si pensa che una incomprensione del ruolo della Chiesa e del cristianesimo porta pure all'incapacità di leggere la storia del mondo o quanto meno ne provoca una lettura distorta. E al ruolo del cristiano nel mondo.
E' come se la lettura buonista del mondo che si è avuta nel postconcilio abbia provocato la rinuncia ad una lettura teologica, e quindi escatologica, della storia.
Perché un conto è dire che si aspetta il ritorno del Signore e la venuta del suo regno, un conto è dire che siamo qui sulla terra per costruire la civiltà dell'amore e rendere il mondo migliore e basta.
Perché il regno di Dio non è semplicemente questo mondo reso migliore dall'impegno degli uomini (altrimenti Dio che ci starebbe a fare?).
Una prova della rinuncia a una lettura escatologica della storia, e quindi alla incapacità di leggere teologicamente la storia stessa della Chiesa ed un evento epocale quale il pontificato e la rinuncia di Benedetto, è stata la marginalizzazione di tutta una letteratura non solo cattolica, ma anche anglicana e ortodossa, che - profeticamente - agli inizi del '900 aveva descritto con incredibile lucidità l'apostasia della Chiesa e dell'Occidente cristiano fino a preconizzare i segni della venuta dell'anticristo. Mi riferisco al Soloviev dei Tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo (scritto nel 1900), e al romanzo (scritto nel 1903) di Robert Benson, Il padrone del mondo, in cui l'apostasia ecclesiale è introdotta dal trionfo del naturalismo, dell'animalismo, del pacifismo, dell'umanitarismo, dell'unione europea in chiave anticristiana... fino alla introduzione di un governo mondiale stile Grande Fratello ante litteram: cose che scritte un secolo fa sembrano essere la cronaca di quanto ultimamente avviene ai nostri giorni. Dove la sorte finale sarà quella del trionfo, dopo la sua durissima prova, della Catholica e del papato.
Perché si è perso questo sguardo cattolico? Perché mentre un russo ortodosso e un anglicano inglese (capofila di illustri intellettuali che dopo Newman, nel '900 si convertiranno al cattolicesimo, quali Chesterton, Green...) vedono la salvezza nella chiesa cattolica, in Pietro, i cattolici oggi hanno quasi paura di dirsi tali? Ci si dice solamente cristiani, dove cristiano sta per un ondivago sentire buonista che comprende di tutto di più ma a volte senza ormai il solo Cristo!
Benedetto XVI ha confessato che proprio i libri suddetti sono stati tra quelli che hanno contribuito alla sua formazione teologica (perché a volte un buon romanzo è meglio di un libro di teologia scolastica), così come hanno nutrito le altre grandi menti del '900, anche laiche.
Ora è come se questo filo si sia spezzato.
Non so - e mi si scusi l'ardire e non vuole essere un giudizio - se questi libri concorrono ancora alla formazione del sentire cattolico dei nostri preti e dei nostri vescovi, di chi dovrebbe cioè educare alla forma cattolica del vivere la fede cristiana.
Se sento la gioia di essermi potuto formare alla scuola di questa grande tradizione cattolica, sento oggi la pena e la solitudine di non riuscire a comunicare questo sentire cattolico con altri, seppure ecclesialmente impegnati, fossero anche preti e vescovi (e se non con loro, vuoi che ci riesca con semplici laici buoni ma imbottiti di idee "moderniste"?).
Oggi sperimento quasi quella che un grande epistemologo chiamò la "incomunicabilità dell'evidenza". Come se ci fosse una sorta di follia collettiva che impedisca di vedere ciò che pure dovremmo vedere: "magari foste ciechi..."
La rinuncia di Benedetto ci provoca e ci riporta alla lotta contro l'anticristo che ognuno di noi deve condurre.
Il papato di Benedetto è stato come un grande esorcismo che lui ha condotto sul corpo malato, indemoniato, della Chiesa: e come ogni esorcista sa, ogni scontro col nemico indebolisce le forze di chi vi lotta contro. Benedetto XVI ha esaurito le sue forze in questo combattimento contro le forze del Male che gli hanno riversato contro ogni sporcizia della Chiesa fino a fargli provare lo sconforto dell'abbandono e del tradimento. Per questo si è fatto da parte, per continuare a combattere con l'unica arma efficace che è la preghiera, e per dare l'opportunità a nuove e fresche forze di subentrare in questa lotta: non dimentichiamo che non c'è predica quotidiana in cui papa Francesco non richiami i tentativi del diavolo di stravolgere l'opera del Cristo e della Chiesa.
Una cosa che vorrebbero farci dimenticare: che la maggior parte dei miracoli di Cristo sono stati esorcismi.
Il diavolo ha ingannato tanti col far credere che lui non esiste. Ma il suo gioco è stato scoperto.
Questi sono i suoi colpi di coda, i più pericolosi, prima della sconfitta finale, perciò non possiamo più essere ingenui.
Questo è il tempo dell'Armagheddon.
lunedì 3 giugno 2013
Omelia per la messa del Corpus Domini
Lauda Sion, Salvatórem, / lauda ducem et pastórem, / in hymnis et
cánticis.
Cari fratelli e sorelle,
se sempre la Chiesa è chiamata
a lodare il suo Signore, ancor di più oggi risuona in tutte le nostre assemblee
l’invito alla lode:
Loda Sion il Salvatore, la tua
guida, il tuo pastore con inni e cantici!
Quantum potes, tantum aude: /
quia maior omni laude, / nec laudáre súfficis.
Anche se il nostro canto di
lode si rivelerà sempre insufficiente perché il mistero che celebriamo sarà
sempre più grande di ogni lode, di ogni parola umana che cerca di esprimerlo.
Eppure, per quanto sta in noi,
oggi osiamo cantare il mistero ineffabile, indicibile, del santissimo
Sacramento dell’Eucaristia.
Laudis thema speciális, / panis vivus et
vitális, / hódie propónitur.
Oggi è proposto a noi un tema
speciale di lode al Signore: oggi si celebra quel pane vivo e vitale che è dato
a noi ogni volta che si celebra il memoriale del sacrificio del Signore.
Oggi si celebra il sacrificio
e il patto di riconciliazione sigillato sulla croce col dono del suo sangue, dal
Cristo, sommo ed eterno Sacerdote della nuova ed eterna alleanza, come lo
abbiamo cantato nel salmo responsoriale.
Dalla sua istituzione, la sera
dell’ultima cena di Cristo con i dodici apostoli, ad ogni Santa Messa che fino
ad oggi e nei secoli è stata, è, e sarà celebrata.
E’ quanto ci ricorda oggi San
Paolo nella seconda lettura che abbiamo appena ascoltata: infatti, tutte le
volte che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte
del Signore fino a quando Egli verrà.
Oggi celebriamo il permanere
del dono del Corpo e del Sangue del Signore nella sua Chiesa sotto i segni del
pane e del vino resi vivificanti dal soffio dello Spirito.
Segni del sacrificio mistico
che il popolo di Dio è chiamato ad offrire al suo Signore già prefigurati da
quel pane e da quel vino presentati da Melchisedek al Dio Altissimo, come ci ha
ricordato la prima lettura che abbiamo ascoltato in principio.
Anzitutto dunque la nostra
celebrazione è e vuole essere un atto di fede, una confessione: Dogma datur
Christiánis, / quod in carnem tránsit panis, / et vinum in sánguinem.
Ai Cristiani è dato il dogma: che il pane si muta in carne, e il vino
in sangue.
- Ciò che non capisci, ciò che non vedi, lo afferma pronta la fede,
oltre l’ordine naturale. - Sotto
specie diverse, che son solo segni e non sostanze, si celano realtà
sublimi. - La carne è cibo, il
sangue bevanda, ma Cristo è intero sotto l’una e l’altra specie.
Si, noi confessiamo oggi di
credere che nel pane e nel vino consacrati c’è la presenza vera del corpo e del
sangue di Cristo.
Mistero della fede! Diremo tra
poco.
Mistero della fede, ma anche
mistero della Chiesa:
perché è a partire dall’Eucaristia
che si genera la Chiesa, è dall’Eucaristia che nasce la Chiesa, è l’Eucaristia
che fonda la Chiesa.
E dunque oggi siamo qui per
confessare che mentre siamo qui a celebrare l’Eucaristia, è questa stessa
eucaristia che ritorna a generarci e a sostenerci come Chiesa nel dono e con la
forza di quel pane dei pellegrini, di quel pane eucaristico che diventa per noi
il viatico, pane del cammino, segno del Cristo stesso, pastore e guida che si
fa nostro compagno di viaggio.
Ecce Panis Angelórum, / factus cibus viatórum: / vere
panis filiórum,
Cari confratelli sacerdoti,
Cari diaconi,
cari religiosi e religiose,
cari laici e laiche
consacrati,
cari membri dei terzi ordini,
delle confraternite, delle associazioni, dei movimenti e di tutte le
aggregazioni laicali di ogni genere,
cari laici e laiche che vivete
o avete vissuto nel sacramento del matrimonio,
cari genitori e figli,
cari fratelli e sorelle che
siete in una situazione di prova, di fallimento, di solitudine,
cari ammalati e sofferenti nel
corpo e nello spirito,
mi piace pensare e voglio
pregare perché ciò si realizzi con sempre più autenticità,
che il nostro essere qui oggi
sia davvero il riconoscimento che l’Eucaristia, come desidera il Concilio
vaticano II, è, e deve sempre più, diventare la fonte e il culmine di tutta la
vita della Chiesa: la fonte da cui promana ogni energia per la testimonianza di
vita, il culmine a cui tende ogni nostra azione.
L’eucaristia al centro dunque
della vita delle parrocchie, dei gruppi, ma anche di ogni famiglia e di ogni
singolo credente.
Ringraziando il Signore,
dobbiamo riconoscere, a Scicli, che una buona percentuale di fedeli partecipa
ancora all’Eucaristia domenicale, che nelle nostre chiese l’impegno a celebrare
l’Eucaristia con decoro è sentito con grande responsabilità, che tanti chiedono
ancora di celebrare l’eucaristia in occasione degli eventi particolari della
loro vita, così come in tutte le parrocchie si vivono giorni di adorazione
eucaristica a scadenza regolare, le quarantore e altre adorazioni scandite dal
calendario della tradizione, e come anche tanti gruppi ecclesiali hanno messo
l’eucaristia e l’adorazione eucaristica periodica come impegno peculiare tra le
loro attività; senza dimenticare l’adorazione eucaristica continuata nella
Chiesa di san Giovanni che è offerta alla cittadinanza tutta come oasi di silenzio
e di preghiera nel mezzo di una vita di molti, sempre più frastornata e
frenetica.
Se ciò ci riempie di
soddisfazione e di gioia, tuttavia non può non diventare per noi fonte di
stimolo ad un impegno sempre maggiore. E non solo per quanto riguarda
l’intensità e il decoro del culto liturgico.
Giacché l’esigenza dell’autenticità
della fede ci spinge, ci deve spingere ad un sempre più stretto raccordo tra la
fede professata e celebrata e la fede vissuta.
Se è vero come è vero che la lex
credendi e la lex orandi si inverano a vicenda, che cioè quello che si celebra
è ciò che si crede e ciò che si crede è ciò che si celebra, allora è ancor più
vero che ciò che si crede e ciò che si celebra deve essere poi vissuto e
incarnato in una vita coerente con la fede.
Credo che sia per questo che
la Chiesa oggi ci abbia fatto proclamare il vangelo della moltiplicazione dei
pani e dei pesci.
Non solo perché la Chiesa,
come ci è testimoniato già negli affreschi delle antiche catacombe romane, nel
segno della benedizione e della frazione del pane, delle folle sfamate e dei
dodici cesti di pane rimasto vi abbia colto sempre dei richiami al mistero
eucaristico, ma perché la stessa logica eucaristica del dono del pane vero e
vivo richiama l’appello alla Chiesa, indicata dai discepoli invitati a dar loro
da mangiare, a farsi coinvolgere nella logica del dono del suo Signore.
Oggi, mentre facciamo memoria
del Cristo che ci dona il suo corpo come pane da mangiare, il Cristo stesso
invita anche noi come Chiesa a perpetuare il miracolo del dono del pane. Non
solo continuando a celebrare l’eucaristia. Ma a diventare anche noi, come
Chiesa, luogo e strumento del dono che il Cristo fa di se stesso, e in questo
ad offrire anche il nostro poco, la nostra povertà, i cinque pani e due pesci,
perché il Cristo li moltiplichi e ce li restituisca come dono di grazia da
distribuire alle folle.
E’ in questo che sta la stessa
ragione di esistere della Chiesa, e non per se stessa: Papa Francesco, al quale
ancora una volta manifestiamo i nostri sentimenti di affetto e di comunione, ci
ricorda che una Chiesa autoreferenziale, che guarda a se stessa, dimenticando
di guardare con gli occhi di Cristo alle folle affamate, è una Chiesa che ha
tradito la sua missione.
Cogliamo questo mistero nei
verbi di raccordo tra lui e i discepoli con cui San Luca ci racconta il
miracolo: Accogliere – Condividere - Distribuire
Accogliere: il Cristo precede
e poi accoglie le folle, e nell’invito fatto ai discepoli che volevano mandarle
vie, c’è l’invito fatto anche a noi di essere accoglienti. Domandarsi se le
nostre comunità esprimano davvero accoglienza, se chi è malato e ferito nel
corpo e nello spirito trovi in noi chi se ne prende cura, potrebbe essere per
noi oggi un modo per non lasciar passare invano ciò che lo Spirito vuol dire
oggi alla nostra comunità ecclesiale di Scicli.
Condividere: i discepoli sono
chiamati a condividere quanto hanno e qui si scopre come nessuno è così povero
da non poter condividere niente con gli altri. Come scrive Enzo Bianchi l’appello
di Gesù non può essere compreso né come un vago appello alla generosità né
<<come un invito a un’efficiente e adeguata organizzazione assistenziale
della carità. Quel comando contesta l’indifferenza e il disimpegno verso
l’altro nel bisogno e suscita l’obiezione dei discepoli che vedono la loro
povertà come impedimento ad assolverlo. Il comando evangelico urta, ieri come
oggi, contro i parametri di buon senso, razionalità, efficienza che pervadono
anche la Chiesa. Paradossalmente, proprio la povertà che i discepoli vedono
come ostacolo, è per Gesù lo spazio necessario del dono e l’elemento
indispensabile affinché quel dar da magiare non sia solo dispiegamento di
efficienza umana, ma segno della potenza, della benedizione e della
misericordia di Dio e luogo di instaurazione di fraternità e di
comunione>>.
Distribuire: nel mettere
quanto siamo e abbiamo nelle mani di Cristo, è lui che compie il miracolo della
moltiplicazione dei doni. I discepoli, oggi la Chiesa, è così chiamata a farsi
serva, a distribuire i doni non più suoi ma del Cristo nella gioia del
banchetto messianico.
Signor Sindaco, gentili
autorità civili e militari, che saluto con deferenza e rispetto,
se oggi voi siete qui e noi vi
abbiamo invitato, non è per volontà di una maggiore maestosità e appariscenza
mondana dei nostri riti: non sarebbe stato né giusto né necessario.
Voi siete qui, in quanto
rappresentanti di quelle istituzioni cittadine e perciò di tutta la nostra
città, che rappresenta per la nostra comunità ecclesiale di Scicli l’orizzonte
e il senso della nostra missione.
Noi siamo qui, parrocchie e
ogni altra aggregazione ecclesiale, per dire davanti a tutti che siamo qui a
Scicli per accogliere, condividere, servire.
L’anno scorso, proprio
nell’occasione del Corpus Domini, abbiamo voluto dare l’annuncio dell’apertura
del centro di ascolto della Caritas cittadina. Con soddisfazione possiamo dire
che il centro si è affermato pian piano come il punto di riferimento per tanti
fratelli e sorelle, non solo di Scicli, ma anche per immigrati di varie culture
straniere; così anche i tanti centri di ascolto delle parrocchie che si pongono
sempre più come le sentinelle di guardie per avvistare i casi di necessità più
urgenti; o anche i punti di distribuzione di aiuti alimentari che sono venuti
incontro ad un numero sempre crescente di famiglie, dovuto al perdurare della
crisi economica in cui versa tutta l’Europa.
Tanti i casi seguiti, ma tanti
i casi che non siamo riusciti a seguire o a risolvere.
Tanti i casi in cui, con
grande dignità, tante persone più che a chiedere pane, sono venute a chiedere
un lavoro onesto e decoroso.
Tanti i casi di bontà e di
generosità che abbiamo registrato, ancor più ammirevoli quelli provenienti da
persone povere eppure solidali con altrettanti poveri; mentre purtroppo
dobbiamo anche registrare l’indurimento di cuore di alcuni, ancor più da
stigmatizzare se con certa disponibilità economica, che invece che aprirsi alla
solidarietà dalla crisi economica hanno tratto motivo per diminuire il salario
o aumentare lo sfruttamento degli operai.
La comunità ecclesiale di
Scicli, i parroci per primi, caro Signor Sindaco e gentili amministratori e
autorità, non può e non vuole restare indifferente davanti alle tante serre,
fonte prima della nostra economia, che non sono più coltivate, ai terreni
incolti, alla crescente disoccupazione, al futuro sempre più incerto dei nostri
giovani costretti ad emigrare sia per lo studio e per la ricerca di un lavoro
dopo la laurea.
Il Vangelo di oggi spinge
tutti a non rimanere indifferenti davanti alla gente affamata e perciò oggi
siamo qui a gridare tutto il nostro dolore per le sorti future incerte della
nostra città.
Ma l’attenzione ai bisogni del
popolo, al bene comune, è e deve essere anche al centro dell’azione politica di
ogni buon amministratore.
Proprio per ciò, noi siamo
convinti che nel servizio dell’uomo e del cittadino, nella promozione del bene
comune, stia l’ambito di collaborazione tra comunità ecclesiale e comunità
civile e perciò rinnoviamo la nostra disponibilità ad una collaborazione sempre
maggiore tra di noi, certo nel rispetto ognuno delle proprie competenze.
Stiamo cercando di farlo tra
la Caritas e l’Assessorato ai servizi sociali del Comune di Scicli, e ciò sarà
bene.
Ma dobbiamo certo uscire dalla
logica dei piccoli e pronti interventi per passare a dei progetti comuni e
condivisi: certo sarà quello l’ambito di quel patto sociale di solidarietà che
è in progetto di sottoscrivere tra il Comune di Scicli, il Vicariato di Scicli
e la curia di Noto.
Ma credo che forse bisognerà
pensare anche ad una riflessione comune sul futuro di Scicli che coinvolga
tutte le energie vive sociali, politiche, religiose e culturali della nostra
città.
Il Signore benedica i nostri
piccoli sforzi.
La processione col Santissimo
Sacramento per le vie della nostra città sia dunque pegno di ogni fame saziata
e della sovrabbondanza dei doni celesti per la rinascita religiosa e civile
della nostra città:
Scicli affamata oggi è
invitata al banchetto delle nozze dell’Agnello.
Si sazi ognuno di quel Corpo e
di quel Sangue che estingue ogni fame e ogni sete.
Tu, Buon pastore, vero pane, o
Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici, portaci
ai beni eterni
nella terra dei viventi. Amen
domenica 2 giugno 2013
Galli della Loggia ci fa riflettere sulla libertà religiosa minacciata in occidente
Una libertà minacciata
Una grande rivoluzione sta silenziosamente giungendo al suo epilogo in Europa. Una rivoluzione della mentalità e del costume collettivi che segna una gigantesca frattura rispetto al passato: la rivoluzione antireligiosa. Una rivoluzione che colpisce indistintamente il fatto religioso in sé, da qualunque confessione rappresentato, ma che per ragioni storiche, e dal momento che è dell'Europa che si parla, si presenta come una rivoluzione essenzialmente anticristiana.
Ormai, non solo le Chiese cristiane sono state progressivamente espulse quasi dappertutto da ogni ambito pubblico appena rilevante, non solo all'insieme della loro fede non viene più assegnato nella maggior parte del continente alcun ruolo realmente significativo nel determinare gli orientamenti delle politiche pubbliche - non solo cioè si è affermata prepotentemente la tendenza a ridurre il cristianesimo e la religione in genere a puro fatto privato - ma contro il cristianesimo stesso, a differenza di tutte le altre religioni, appare oggi lecito rivolgere le offese più aspre, le più sanguinose contumelie.
Ecco alcuni esempi, tra gli innumerevoli che potrebbero farsi, di quanto sto dicendo (tratti in parte da una dettagliata denuncia pubblicata su un recente numero di Avvenire ). In Irlanda le chiese sono obbligate ad affittare le sale per le cerimonie di loro proprietà anche per ricevimenti di nozze tra omosessuali; a Roma, nel corso del concerto del Primo Maggio un cantante ha mimato il gesto rituale della consacrazione dell'ostia durante l'eucarestia avendo però tra le mani un preservativo al posto dell'ostia; in Danimarca il Parlamento ha approvato una legge che obbliga la Chiesa evangelica luterana a celebrare matrimoni omosessuali nonostante un terzo dei ministri di questa si siano detti contrari; in Scozia due ostetriche cattoliche sono state obbligate da una sentenza a prendere parte a un aborto effettuato dalle loro colleghe, mentre dal canto suo l'Ordine dei medici inglese ha stabilito che i medici stessi «devono» essere preparati a mettere da parte il proprio credo personale riguardo alcune aree controverse.
Ancora: in un recente video di David Bowie, in cui la celebre rockstar è abbigliato in modo che ricorda Gesù, la scena mostra un prete che dopo aver percosso un mendicante entra in un bordello e qui seduce una suora sulle cui mani subito dopo si manifestano le stigmate; in Inghilterra, a un'infermiera è stato proibito di portare una croce al collo durante l'orario di lavoro, mentre una piccola tipografia è stata costretta ad affrontare le vie legali per essersi rifiutata di stampare materiale esplicitamente sessuale commissionatole da una rivista gay; in Francia, in base alla legislazione vigente, è di fatto impossibile per i cristiani sostenere pubblicamente che le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso costituiscono secondo la loro religione un peccato. E così via in un profluvio impressionante di casi (per informarsi dei quali non c'è che andare sul sito wwww.intoleranceagainstchristians.eu ).
Senza contare che ormai in quasi tutti i Paesi europei, al fine proclamato di impedire qualunque pratica discriminatoria, è stata cancellata l'erogazione di fondi alle istituzioni cristiane, così come è stata cancellata la clausola a protezione della libertà di coscienza nelle professioni mediche e paramediche. Non si contano infine in tutte le sedi più o meno ufficiali, a cominciare da quelle scolastiche, i casi di cancellazione, a proposito delle relative festività, della parola Natale, sostituito dal neutrale «vacanze invernali» o simili.
Ce n'è abbastanza da suscitare la preoccupazione di qualunque coscienza liberale. Qui infatti non si tratta tanto di cristianesimo, di Chiesa, o di religione, bensì di qualcosa di ben più importante: si tratta di libertà. E di storia. Di consapevolezza cioè che in Europa la libertà religiosa ha rappresentato storicamente l'origine (e la condizione) di tutte le libertà civili e politiche. Essere assolutamente liberi di adorare il proprio Dio, di propagarne la fede, di osservarne i comandamenti, di aderire alla visione del mondo e al senso dell'esistere che questi definiscono, di praticarne pubblicamente il culto; ma anche naturalmente essere libero di non avere alcun Dio e alcun culto: da qui è partito il cammino della libertà europea. E c'è bisogno di ricordare che si è trattato del Dio cristiano?
La libertà religiosa vuol dire alla fine null'altro che la libertà della coscienza, cioè il non essere obbligati per nessuna ragione ad abbracciare idee o comportamenti contrari ai dettami accettati nel proprio foro interiore. Che è appunto la libertà di autodeterminarsi: e pertanto anche di parlare, di scrivere, di discutere a sostegno delle proprie convinzioni, così come di ascoltare quelle altrui e magari farsene convincere.
Insomma, libertà religiosa da un lato e dall'altro libertà di opinione e di parola - che sono i due pilastri della libertà politica - vanno all'unisono. È innanzi tutto da questo punto di vista, dunque, che è quanto mai preoccupante il fatto che oggi, in Europa, in molti luoghi e per molti versi, la libertà dei cristiani appaia oggettivamente messa in pericolo. E non importa che ciò avvenga per il proposito di proteggere da supposte discriminazioni questa o quella minoranza. È anzi semplicemente paradossale, dal momento che nell'attuale panorama del continente sono i cristiani in quanto tali che appaiono una minoranza. Lo sono di certo - e massimamente i cristiani cattolici e la loro Chiesa - rispetto al mainstream dell'opinione e del costume dominanti e culturalmente accreditati.
Basta vedere come nelle materie più scottanti alcuna voce autorevole, riconosciuta generalmente come tale, si alzi quasi mai a sostegno del loro punto di vista; come ogni accusa nei confronti loro e del loro clero raccolga sempre larghissimo favore; come ogni attribuzione di responsabilità storica per qualunque cosa negativa del passato, anche la più fantasiosa, sia invece sempre di primo acchito giudicata fondatissima.
È forse ora che l'Europa che si dice e si vuole «Europa dei diritti» - ma che finisce troppo spesso per essere solo l'Europa del pensiero unico politicamente corretto - ricordi il celebre ammaestramento di una grande figlia dell'ebraismo rivoluzionario, Rosa Luxemburg. La quale si può presumere che come ebrea e rivoluzionaria sapesse bene ciò di cui parlava: «La libertà è sempre e solo la libertà di chi la pensa diversamente».
Ernesto Galli della Loggia
Una grande rivoluzione sta silenziosamente giungendo al suo epilogo in Europa. Una rivoluzione della mentalità e del costume collettivi che segna una gigantesca frattura rispetto al passato: la rivoluzione antireligiosa. Una rivoluzione che colpisce indistintamente il fatto religioso in sé, da qualunque confessione rappresentato, ma che per ragioni storiche, e dal momento che è dell'Europa che si parla, si presenta come una rivoluzione essenzialmente anticristiana.
Ormai, non solo le Chiese cristiane sono state progressivamente espulse quasi dappertutto da ogni ambito pubblico appena rilevante, non solo all'insieme della loro fede non viene più assegnato nella maggior parte del continente alcun ruolo realmente significativo nel determinare gli orientamenti delle politiche pubbliche - non solo cioè si è affermata prepotentemente la tendenza a ridurre il cristianesimo e la religione in genere a puro fatto privato - ma contro il cristianesimo stesso, a differenza di tutte le altre religioni, appare oggi lecito rivolgere le offese più aspre, le più sanguinose contumelie.
Ecco alcuni esempi, tra gli innumerevoli che potrebbero farsi, di quanto sto dicendo (tratti in parte da una dettagliata denuncia pubblicata su un recente numero di Avvenire ). In Irlanda le chiese sono obbligate ad affittare le sale per le cerimonie di loro proprietà anche per ricevimenti di nozze tra omosessuali; a Roma, nel corso del concerto del Primo Maggio un cantante ha mimato il gesto rituale della consacrazione dell'ostia durante l'eucarestia avendo però tra le mani un preservativo al posto dell'ostia; in Danimarca il Parlamento ha approvato una legge che obbliga la Chiesa evangelica luterana a celebrare matrimoni omosessuali nonostante un terzo dei ministri di questa si siano detti contrari; in Scozia due ostetriche cattoliche sono state obbligate da una sentenza a prendere parte a un aborto effettuato dalle loro colleghe, mentre dal canto suo l'Ordine dei medici inglese ha stabilito che i medici stessi «devono» essere preparati a mettere da parte il proprio credo personale riguardo alcune aree controverse.
Ancora: in un recente video di David Bowie, in cui la celebre rockstar è abbigliato in modo che ricorda Gesù, la scena mostra un prete che dopo aver percosso un mendicante entra in un bordello e qui seduce una suora sulle cui mani subito dopo si manifestano le stigmate; in Inghilterra, a un'infermiera è stato proibito di portare una croce al collo durante l'orario di lavoro, mentre una piccola tipografia è stata costretta ad affrontare le vie legali per essersi rifiutata di stampare materiale esplicitamente sessuale commissionatole da una rivista gay; in Francia, in base alla legislazione vigente, è di fatto impossibile per i cristiani sostenere pubblicamente che le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso costituiscono secondo la loro religione un peccato. E così via in un profluvio impressionante di casi (per informarsi dei quali non c'è che andare sul sito wwww.intoleranceagainstchristians.eu ).
Senza contare che ormai in quasi tutti i Paesi europei, al fine proclamato di impedire qualunque pratica discriminatoria, è stata cancellata l'erogazione di fondi alle istituzioni cristiane, così come è stata cancellata la clausola a protezione della libertà di coscienza nelle professioni mediche e paramediche. Non si contano infine in tutte le sedi più o meno ufficiali, a cominciare da quelle scolastiche, i casi di cancellazione, a proposito delle relative festività, della parola Natale, sostituito dal neutrale «vacanze invernali» o simili.
Ce n'è abbastanza da suscitare la preoccupazione di qualunque coscienza liberale. Qui infatti non si tratta tanto di cristianesimo, di Chiesa, o di religione, bensì di qualcosa di ben più importante: si tratta di libertà. E di storia. Di consapevolezza cioè che in Europa la libertà religiosa ha rappresentato storicamente l'origine (e la condizione) di tutte le libertà civili e politiche. Essere assolutamente liberi di adorare il proprio Dio, di propagarne la fede, di osservarne i comandamenti, di aderire alla visione del mondo e al senso dell'esistere che questi definiscono, di praticarne pubblicamente il culto; ma anche naturalmente essere libero di non avere alcun Dio e alcun culto: da qui è partito il cammino della libertà europea. E c'è bisogno di ricordare che si è trattato del Dio cristiano?
La libertà religiosa vuol dire alla fine null'altro che la libertà della coscienza, cioè il non essere obbligati per nessuna ragione ad abbracciare idee o comportamenti contrari ai dettami accettati nel proprio foro interiore. Che è appunto la libertà di autodeterminarsi: e pertanto anche di parlare, di scrivere, di discutere a sostegno delle proprie convinzioni, così come di ascoltare quelle altrui e magari farsene convincere.
Insomma, libertà religiosa da un lato e dall'altro libertà di opinione e di parola - che sono i due pilastri della libertà politica - vanno all'unisono. È innanzi tutto da questo punto di vista, dunque, che è quanto mai preoccupante il fatto che oggi, in Europa, in molti luoghi e per molti versi, la libertà dei cristiani appaia oggettivamente messa in pericolo. E non importa che ciò avvenga per il proposito di proteggere da supposte discriminazioni questa o quella minoranza. È anzi semplicemente paradossale, dal momento che nell'attuale panorama del continente sono i cristiani in quanto tali che appaiono una minoranza. Lo sono di certo - e massimamente i cristiani cattolici e la loro Chiesa - rispetto al mainstream dell'opinione e del costume dominanti e culturalmente accreditati.
Basta vedere come nelle materie più scottanti alcuna voce autorevole, riconosciuta generalmente come tale, si alzi quasi mai a sostegno del loro punto di vista; come ogni accusa nei confronti loro e del loro clero raccolga sempre larghissimo favore; come ogni attribuzione di responsabilità storica per qualunque cosa negativa del passato, anche la più fantasiosa, sia invece sempre di primo acchito giudicata fondatissima.
È forse ora che l'Europa che si dice e si vuole «Europa dei diritti» - ma che finisce troppo spesso per essere solo l'Europa del pensiero unico politicamente corretto - ricordi il celebre ammaestramento di una grande figlia dell'ebraismo rivoluzionario, Rosa Luxemburg. La quale si può presumere che come ebrea e rivoluzionaria sapesse bene ciò di cui parlava: «La libertà è sempre e solo la libertà di chi la pensa diversamente».
Ernesto Galli della Loggia
martedì 14 maggio 2013
Mons. Luigi Negri: un vescovo che finalmente ha il coraggio di chiedere ai suoi confratelli chi sono e cosa vogliono!
Ho sempre apprezzato l'ex vescovo di san Marino, ora vescovo di Ferrara, per la sua onestà intellettuale, per la sua lucidità di analisi e soprattutto per la sua parresia.
E' un vescovo che ha coraggio da vendere.
Ma mi verrebbe da scrivere semplicemente: è un vescovo.
Perché se un vescovo non ha il coraggio di scendere in prima linea a combattere per difendere il suo gregge, che vescovo è?
Se c'è una caratteristica dei vescovi italiani, tranne qualche lodevole eccezione, è che abbiamo vescovi silenti: a volte anche parolai, ma silenti.
Quasi riluttanti a farsi guide del loro gregge.
Ecco cosa Mons. Negri ha scritto in occasione degli ultimi episodi scandalistici in cui ancora una volta si è brillato per il silenzio: ma non ci sorprendiamo, tanto hanno offeso solo noi e il Cristo! avessero offeso i musulmani a quest'ora le dichiarazioni si sarebbero sprecate!
<<Per la prima volta da quando il papa Giovanni Paolo II mi ha chiamato ad essere vescovo della Chiesa cattolica in Italia sono profondamente a disagio. Chi siamo, che cosa vogliamo? Chi siamo noi vescovi in Italia e che cosa vogliamo? Educare un popolo cristiano che diventi cosciente della sua identità, e sia in grado di essere quella minoranza creativa di cui ha parlato Benedetto XVI? O siamo gente che ritaglia in questo coacervo di bestialità lo spazio per i piccoli servizi religiosi che saranno chiesti da sempre meno persone. E poi alle stesse persone diciamo cose ovvie come la necessità che ci siano governi efficienti e così via. Cose peraltro giuste, ma non è su questo che si gioca il destino del popolo italiano, del suo presente e del suo futuro>>.
Mons. Negri ha finalmente messo il dito nella piaga.
Certo il messaggio era indirizzato ai suoi "colleghi": ma a quanto mi risulta nessuno di loro ha colto l'occasione per un confronto serio sul destino del cattolicesimo in Italia.
Mah! forse sono troppo impegnati a fare carriera!
E' un vescovo che ha coraggio da vendere.
Ma mi verrebbe da scrivere semplicemente: è un vescovo.
Perché se un vescovo non ha il coraggio di scendere in prima linea a combattere per difendere il suo gregge, che vescovo è?
Se c'è una caratteristica dei vescovi italiani, tranne qualche lodevole eccezione, è che abbiamo vescovi silenti: a volte anche parolai, ma silenti.
Quasi riluttanti a farsi guide del loro gregge.
Ecco cosa Mons. Negri ha scritto in occasione degli ultimi episodi scandalistici in cui ancora una volta si è brillato per il silenzio: ma non ci sorprendiamo, tanto hanno offeso solo noi e il Cristo! avessero offeso i musulmani a quest'ora le dichiarazioni si sarebbero sprecate!
<<Per la prima volta da quando il papa Giovanni Paolo II mi ha chiamato ad essere vescovo della Chiesa cattolica in Italia sono profondamente a disagio. Chi siamo, che cosa vogliamo? Chi siamo noi vescovi in Italia e che cosa vogliamo? Educare un popolo cristiano che diventi cosciente della sua identità, e sia in grado di essere quella minoranza creativa di cui ha parlato Benedetto XVI? O siamo gente che ritaglia in questo coacervo di bestialità lo spazio per i piccoli servizi religiosi che saranno chiesti da sempre meno persone. E poi alle stesse persone diciamo cose ovvie come la necessità che ci siano governi efficienti e così via. Cose peraltro giuste, ma non è su questo che si gioca il destino del popolo italiano, del suo presente e del suo futuro>>.
Mons. Negri ha finalmente messo il dito nella piaga.
Certo il messaggio era indirizzato ai suoi "colleghi": ma a quanto mi risulta nessuno di loro ha colto l'occasione per un confronto serio sul destino del cattolicesimo in Italia.
Mah! forse sono troppo impegnati a fare carriera!
martedì 30 aprile 2013
L'incantesimo di papa Francesco. Tutto gli viene perdonato, anche quando dice cose che dette da Papa Benedetto furono investite dalle critiche.
La sua popolarità è in buona misura legata all'arte con cui parla. Ma le prime proteste cominciano ad affiorare
di Sandro Magister
di Sandro Magister

ROMA, 29 aprile 2013 – Ha fatto rumore, sui media, il cenno critico che papa Francesco ha riservato allo IOR, Istituto per le Opere di Religione, la discussa "banca" vaticana, nell'omelia della sua messa mattutina nella Domus Sanctae Marthae, mercoledì 24 aprile:
"Quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, e fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una ONG. E la Chiesa non è una ONG. È una storia d’amore... Ma ci sono quelli dello IOR… Scusatemi, eh!… Tutto è necessario, gli uffici sono necessari… eh, va bè! Ma sono necessari fino ad un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una ONG. E questa non è la strada".
Queste sue omelie mattutine papa Jorge Mario Bergoglio le pronuncia interamente a braccio. E la frase riportata sopra è la trascrizione letterale fornita poche ore dopo dalla Radio Vaticana.
Ma lo stesso giorno, nel riferire in altro modo la stessa omelia, "L'Osservatore Romano" ha tralasciato l'inciso: "Ma ci sono quelli dello IOR… Scusatemi, eh!".
Questa disparità tra la radio e il giornale della Santa Sede è un indizio dell'incertezza che ancora regna in Vaticano su come trattare mediaticamente le omelie feriali del papa, quelle che egli pronuncia nella messa delle 7, nella cappella della residenza in cui abita.
A queste messe accede un pubblico selezionato, ogni mattina diverso. E il 24 aprile c'erano tra i presenti un buon numero di dipendenti dello IOR.
Queste omelie del papa vengono interamente registrate. Ma non seguono l'iter dei suoi discorsi ufficiali, per le parti improvvisate a braccio.
Non vengono cioè trascritte dalla registrazione audio, poi messe in bella copia nella lingua e nei concetti, poi sottoposte al papa e infine rese pubbliche nel testo approvato.
Il testo integrale delle omelie feriali di papa Bergoglio resta segreto. Ne vengono solo forniti due parziali resoconti, dalla Radio Vaticana e da "L'Osservatore Romano", redatti indipendentemente tra loro e quindi con una maggiore o minore ampiezza delle citazioni testuali.
Non si sa se questa prassi – mirata sia a tutelare la libertà di parola del papa, sia a difenderla dai rischi dell'improvvisazione – verrà mantenuta o modificata.
Sta di fatto che quanto si sa di queste omelie semipubbliche è ormai una parte importante dell'oratoria tipica di papa Francesco.
*
È un'oratoria stringata, semplice, colloquiale, imperniata su parole od immagini di immediata presa comunicativa.
Ad esempio:
- l'immagine "Dio spray", usata da papa Francesco il 18 aprile per mettere in guardia dall'idea di un Dio impersonale "che è un po’ dappertutto ma non si sa cosa sia";
- oppure l'immagine "Chiesa babysitter", usata il 17 aprile per stigmatizzare una Chiesa che solo "cura il bambino per farlo addormentare", invece che agire come una madre con i suoi figli;
- oppure la formula "cristiani satelliti", usata il 20 aprile per bollare quei cristiani che si fanno dettare la condotta dal "senso comune" e dalla "prudenza mondana", invece che da Gesù.
Stefania Falasca, amica da tempo di Bergoglio – che le telefonò la sera stessa della sua elezione a papa –, gli ha chiesto dopo una messa mattutina alla Domus Sanctae Marthae: "Padre, ma come le vengono queste espressioni?".
"Un semplice sorriso è stata la sua risposta". A giudizio di Falasca, l'uso di tali formule da parte del papa "in termini letterari si chiama 'pastiche', che è appunto l’accostamento di parole di diverso livello o di diverso registro con effetti espressionistici. Lo stile 'pastiche' è oggi un tratto tipico della comunicazione del web e del linguaggio postmoderno. Si tratta dunque di associazioni linguistiche inedite nella storia del magistero petrino".
In un editoriale del 23 aprile sul quotidiano della conferenza episcopale italiana "Avvenire", Falasca ha avvicinato l'oratoria di papa Francesco al "sermo humilis" teorizzato da sant'Agostino.
Papa Bergoglio introduce questo stile anche nelle omelie e nei discorsi ufficiali. Ad esempio, nell'omelia della messa crismale del Giovedì Santo, nella basilica di San Pietro, ha molto colpito il suo esortare i pastori della Chiesa, vescovi e preti, a prendere "l'odore delle pecore".
Un'altro tratto tipico della sua predicazione è l'interloquire con la folla, sollecitandola a rispondere in coro. L'ha fatto per la prima volta e ripetutamente al "Regina Coeli" di domenica 21 aprile, ad esempio quando disse: "Grazie tante per il saluto, ma anche salutate Gesù. Gridate 'Gesù' forte!". E il grido "Gesù" salì effettivamente da piazza San Pietro.
*
La popolarità di papa Francesco è dovuta in buona misura a questo suo stile di predicazione e alla facile, diffusa fortuna che hanno i concetti su cui egli più insiste – la misericordia, il perdono, i poveri, le "periferie" – visti riflessi nei suoi gesti e nella sua stessa persona.
È una popolarità che fa velo alle altre cose più scomode che egli pure non manca di dire – ad esempio con i suoi frequenti richiami al diavolo – e che dette da altri scatenerebbero critiche, mentre a lui si perdonano.
In effetti, i media hanno sinora coperto di indulgenza e di silenzio non solo i riferimenti dell'attuale papa al diavolo ma anche tutta una serie di altri suoi pronunciamenti su punti di dottrina tanto capitali quanto controversi.
Il 12 aprile, ad esempio, parlando alla pontificia commissione biblica, papa Francesco ha ribadito che "l'interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma dev’essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa". E quindi "ciò comporta l'insufficienza di ogni interpretazione soggettiva o semplicemente limitata ad un’analisi incapace di accogliere in sé quel senso globale che nel corso dei secoli ha costituito la tradizione dell'intero popolo di Dio".
Di questa frustata del papa contro le forme di esegesi prevalenti anche in campo cattolico praticamente nessuno si è accorto, nel silenzio generale dei media.
Il 19 aprile, nell'omelia mattutina, si è scagliato contro i "grandi ideologi" che vogliono interpretare Gesù in una chiave puramente umana. Li ha definiti "intellettuali senza talento, eticisti senza bontà. E di bellezza non parliamo, perché non capiscono nulla".
Anche in questo caso, silenzio.
Il 22 aprile, in un'altra omelia mattutina, ha detto con forza che Gesù è "l'unica porta" per entrare nel Regno di Dio e "tutti gli altri sentieri sono ingannevoli, non sono veri, sono falsi".
Con ciò ha quindi ribadito quella verità irrinunciabile della fede cattolica che riconosce in Gesù Cristo l'unico salvatore di tutti. Ma quando nell'agosto del 2000 Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger pubblicarono proprio su questo la dichiarazione "Dominus Iesus" furono contestati aspramente da dentro e fuori la Chiesa. Mentre ora che papa Francesco ha detto la stessa cosa, tutti zitti.
Il 23 aprile, festa di san Giorgio, nell'omelia della messa con i cardinali nella Cappella Paolina ha detto che "l’identità cristiana è un’appartenenza alla Chiesa, perché trovare Gesù fuori della Chiesa non è possibile".
E anche questa volta, silenzio. Eppure la tesi secondo cui "extra Ecclesiam nulla salus", da lui riaffermata, è quasi sempre foriera di polemica…
*
Questa benevolenza dei media nei confronti di papa Francesco è uno dei tratti che caratterizzano questo inizio di pontificato.
La soavità con cui egli sa dire le verità anche più scomode agevola questa benevolenza. Ma è facile prevedere che prima o poi essa si raffredderà e lascerà il passo a un riaffiorare delle critiche.
Una prima avvisaglia si è avuta dopo che papa Bergoglio, il 15 aprile, ha confermato la linea severa della congregazione per la dottrina della fede nel trattare il caso delle suore degli Stati Uniti riunite nella Leadership Conference of Women Religious.
Le proteste che si sono subito levate da queste suore e dalle correnti "liberal" del cattolicesimo non solo americano sono suonate come l'inizio della rottura di un incantesimo.
__________
venerdì 19 aprile 2013
Non lo hanno eletto, ma parla e pensa da papa: al card. Scola tanto di cappello!!!
Se fosse una malattia, forse si chiamerebbe depressione. Colpisce l'Europa e le Chiese europee e si manifesta con «una grande stanchezza, una difficoltà a reggere il compito», un «disagio» sentito «acutamente» e che lui stesso, dopo Natale, aveva avvertito come una «percezione dolorosa».
Scola non si unisce al coro di gridolini acritici per tutto ciò che riguarda Papa Francesco, a partire dall'Argentina e dal Sud America, il continente da cui proviene il nuovo vescovo di Roma. «Io non sono di quelli che pensano che la grande giovinezza delle Chiese latinoamericane o delle Chiese africane basti. È necessaria ma non basta» le parole del cardinale alla presentazione del suo libro «Non dimentichiamoci di Dio», martedì scorso nell'affollatissimo Auditorium milanese di largo Mahler. C'è qualcosa che si chiama «complessità» di cui le Chiese quasi alla fine del mondo, le chiese del Sud America e dell'Africa, hanno ancora bisogno, e che può arrivare solo da questa Europa affaticata, dalla ragione nata dall'esperienza occidentale, dalla sua storia.
«C'è una complessità della realtà, che l'Europa si porta sulle spalle da tanti secoli che sembra esserne estenuata». La faticosa «complessità» dell'Europa è una ricchezza, come dimostra la progressiva conquista ancora in atto della libertà religiosa, il tema che è al centro della riflessione nel libro del cardinale. Tra l'editto di Costantino del 313 e oggi ci sono diciassette secoli di storia sofferta e appassionata, un lungo travaglio che ha coinvolto i più grandi pensatori cattolici, ha attraversato Crociate e guerre di religione, ha impegnato il magistero della Chiesa, dal Sillabo di Pio IX al «diritto alla libertà religiosa» del Concilio Vaticano II.
Non si tratta certamente di una critica a Papa Francesco, semmai di un arricchimento alla riflessione. La prima cura al disagio occidentale - continua la piccola confidenza» di Scola - l'ha trovata lo Spirito Santo, nel suo «gioco» che ha regalato alla società e alla Chiesa europea stanche proprio Francesco, come «grande fattore di speranza e di novità», come «un'attuazione di ciò che Benedetto XVI nella Spe Salvi aveva chiamato la necessità di una speranza affidabile, a cui ci si possa consegnare». Ma come dimostra la storia dell'Occidente, le vie sono sempre più complesse di quanto appaiano.
E se Scola usa la parola «gioco» per parlare dell'intervento dello Spirito, è perché sembra davvero un gioco provvidenziale quello che ha «proprio girato la situazione». Un gioco in cui l'Europa ha ancora il suo bel ruolo.
(Sabrina Cottone, Il giornale di giovedì 17 aprile 2013)
martedì 16 aprile 2013
Tanti auguri Benedetto!
Gli 86 anni del Papa emerito
Oggi Sua Santità Benedetto compie la bellezza di 86 anni.
Il fisico fa le bizze, ma l'animo è quello di sempre, dolce e limpido.
Praticamente tutti si sono ricordati del suo compleanno e fioccano gli auguri.
Un vero peccato che nell'Osservatore Romano di oggi si siano dimenticati
di dedicargli un ricordino, un trafiletto....
di dedicargli un ricordino, un trafiletto....
Eppure fino all'anno scorso questo giorno
era una festa "di una certa importanza" in Vaticano.
era una festa "di una certa importanza" in Vaticano.
1) Pregare per lui come ha chiesto più volte prima del suo ritiro dal mondo.
2) Subito dopo fare una preghiera per lui, che tanto ci tiene.
3) Rivolgere infine un'altra orazione al buon Dio per il nostro caro Benedetto.
Mi sembra che una tripla razione di preghiera possa piacergli come regalo.
Lui ci ha assicurato che prega (e sta certamente pregando) per noi. E noi?
Ci siamo ricordati di questo debito di gratitudine
che gli dobbiamo per tutto quello che ci ha dato di sé negli anni del suo pontificato?
che gli dobbiamo per tutto quello che ci ha dato di sé negli anni del suo pontificato?
Testo preso da: Tanti auguri Benedetto! Gli 86 anni del Papa emerito
http://www.cantualeantonianum.com
lunedì 8 aprile 2013
Ecco il vero Francesco
SAN FRANCESCO
D'ASSISI,
PRIMA LETTERA AI CUSTODI: FF 241.
2. Vi prego, più
che se riguardasse mestesso, che, quando vi sembrerà conveniente e utile,
supplichiate umilmente i chierici che debbano venerare sopra ogni cosa il
santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e isanti nomi e le
parole di lui scritte che consacrano il corpo.
3. I calici, i
corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio,
debbano averli di materia preziosa.
4. E se in qualche luogo il santissimo corpo del Signore
fosse collocato in modo troppo miserevole, secondo il comando della Chiesa
venga da loro posto e custodito in un luogo prezioso, e sia portato con grande
venerazione e amministrato agli altri con discrezione.
SAN FRANCESCO D'ASSISI,
LETTERA A TUTTI I CHIERICI, I: FF 208A-209A.
4. Tutti coloro, poi, che amministrano così santi
misteri, considerino tra sé, soprattutto chi li amministra illecitamente,
quanto siano vili i calici, i corporali e le tovaglie, dove si compie il
sacrificio del corpo e del sangue di lui.
5. E da molti viene collocato e lasciato in luoghi
indecorosi, viene trasportato in forma miseranda e ricevuto indegnamente e
amministrato agli altri senza discrezione.
Anche i nomi e le parole di lui scritte talvolta vengono
calpestate con i piedi,
7. perché «l’uomo
animale non comprende le cose di Dio».
8. Non dovremmo sentirci mossi a pietà per tutto questo,
dal momento che lo stesso pio Signore si mette nelle nostre mani e noi lo
tocchiamo e lo assumiamo ogni giorno con la nostra bocca?
9. Ignoriamo forse che dobbiamo venire nelle sue mani?
Orsù, di tutte queste cose e delle altre,subito e con fermezza emendiamoci;
11. e dovunque il santissimo corpo del Signore nostro
Gesù Cristo sarà stato collocato e abbandonato in modo illecito, sia rimosso da
quel luogo e posto e custodito in un luogo
prezioso.
12. Ugualmente, dovunque i nomi e le parole scritte del
Signore siano trovate in luoghi immondi, siano raccolte e debbano essere
collocate in luogo decoroso.
13. Tutte queste cose, sino alla fine, tutti i chierici
sono tenuti ad osservarle più di qualsiasi
altra cosa.
14. E quelli che non faranno questo, sappiano che
dovranno renderne «ragione» davanti al Signore nostro Gesù Cristo «nel giorno
del giudizio».
SAN FRANCESCO
D'ASSISI,TESTAMENTO: FF 113–114.
8. E questi e tutti gli altri [sacerdoti] voglio temere,
amare e onorare come miei signori.
9. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in
essi io discerno il Figlio di Dio e sono miei signori.
10. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio
di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo
corpo e il santissimo sangue suo, che essi ricevono ed essi soli amministrano
agli altri.
11. E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le
altre cose siano onorati, venerati e
collocati in luoghi preziosi.
12. E i santissimi nomi e le parole di lui scritte,
dovunque le troverò in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano
raccolte e collocate in luogo decoroso.
TOMMASO DA CELANO, MEMORIALE (COMUNEMENTE DETTO VITA
SECONDA), 201: FF 789.
Un giorno volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché
riponessero nel luogo più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque
lo vedessero conservato con poco decoro.
giovedì 4 aprile 2013
Qualcuno finalmente parla!
Occhio, la liturgia non può essere povera, la sua ricchezza è simbolo di alterità e divinità
L’undicesimo volume dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger, quello sulla “Teologia della Liturgia”, riporta sul retro della copertina una neanche troppo velata dichiarazione: “Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della chiesa”. Questi primi giorni di pontificato (anzi, di episcopato?) di papa Francesco la rendono tremendamente attuale e ci impongono inevitabilmente una riflessione sul rapporto tra la povertà (e non il pauperismo) e la liturgia. Una riflessione che, non va sottovalutato, è tra una dimensione umana, la povertà, e quella divina, la liturgia. Già, perché è sfuggito, in questi anni di convulsioni post conciliari, la natura squisitamente divina della liturgia: un affacciarsi del Cielo sulla terra, la prefigurazione terrena della Gerusalemme che, pertanto, ne deve richiamare la maestà e la gloria. Nella liturgia, attualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo sulla croce, è Dio che incontra l’uomo: essa non è fatta dall’uomo – altrimenti sarebbe idolatria – ma è divina, come richiama anche il Concilio Vaticano II.
In questo quadro, assume, evidentemente, una notevole importanza anche il discorso relativo ai paramenti. Lo ha già sottolineato magistralmente Annalena Benini nelle sue “Nostalgie benedettine” sul Foglio del 23 marzo scorso: “Benedetto XVI si rivestiva di simboli e di tradizione mostrando a tutti che lui non apparteneva più a se stesso, né tantomeno al mondo”. Era di Cristo, era l’“alter Christus” quale è il sacerdote nella liturgia. Con il paramento egli non è più un uomo privato, ma “prepara” (parare) il posto a qualcun altro: e quel qualcun altro è il Re dell’Universo. Impoverire la maestosità del paramento significa, inevitabilmente, impoverire Cristo. Ed è proprio Gesù stesso ad aver separato il concetto di povertà personale da quella dell’istituzione chiesa. Lo fa nel vangelo di Giovanni, laddove accettò l’unzione di una donna di Betania: “Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Gv 12, 3-5). Innanzitutto, Egli giustifica il culto con oli costosi (e, guarda caso, Giovanni ricorda che è Giuda a lamentare lo spreco di danaro che, invece, avrebbe potuto essere destinato ai poveri) e, soprattutto, emerge l’esistenza di una cassa comune tra i dodici.
Torniamo alle origini? Allora si dovrà tornare ai drappi d’oro e porpora ritrovati nella tomba di Pietro. E’ evidente, dunque, che, non essendo il pauperismo un tratto distintivo della vita cultuale della chiesa, essa ci “trasmette ciò che ha ricevuto”, per usare un’affermazione dell’apostolo Paolo (1Cor 15, 3). Pio XII, emblema collettivo dell’opulenza liturgica, si dice che dormisse su tavole di legno nude e crude e seguisse modestissime diete. Ma in privato. L’ancoraggio liturgico alla tradizione fatta di mozzette, pianete e fanoni, è parziale manifestazione della Gerusalemme celeste, della liturgia degli angeli, come dice san Gregorio. Una tradizione fatta di canto gregoriano, che è incarnazione sonora della Parola di Dio, è garanzia di corretta risposta alla Parola stessa. Una tradizione fatta di una lingua sacra, il latino, immutabile nella quale ogni parola è già essa stessa teologia.
B-XVI, nella scuola di liturgia delle sue messe papali, ci ha insegnato magnificamente questo: ristabilire il primato della liturgia, fonte e culmine della vita della chiesa, e il primato di Cristo. “Non più io vivo, ma è Cristo che vive in me”, afferma san Paolo. Il sacerdote, coi paramenti, si “riveste” di Cristo (Gal 3, 27), dell’uomo nuovo (Ef 4, 24), per diventare per Cristo, con Cristo e in Cristo. Il Padre misericordioso, ci ha insegnato Joseph Ratzinger, dopo averlo abbracciato al suo ritorno, che è una risurrezione spirituale, ordina di andare a prendere “il vestito migliore” (Lc 15, 22).
E questo altro non è che l’applicazione di quel Concilio Vaticano II al quale molti si appellano per dimostrare il definitivo superamento dell’arte sacra della tradizione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (Sacrosanctum Concilium, 126) e precisa, inoltre, l’Ordinamento generale del Messale romano: “Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive più preziose” (n. 346).
di Mattia Rossi
E questo altro non è che l’applicazione di quel Concilio Vaticano II al quale molti si appellano per dimostrare il definitivo superamento dell’arte sacra della tradizione: “Una vigilanza speciale abbiano gli Ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che sono ornamento della casa di Dio, vengano alienate o disperse” (Sacrosanctum Concilium, 126) e precisa, inoltre, l’Ordinamento generale del Messale romano: “Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive più preziose” (n. 346).
di Mattia Rossi
© - FOGLIO QUOTIDIANO
Come non essere d'accordo?
Tragicomica francescanite
di Fabio Colagrande | 04 aprile 2013
L'effetto «papolatria» è sotto gli occhi di tutti. Ma l'antidoto l'hanno indicato proprio Ratzinger e Bergoglio spostando i riflettori là dove c'è Cristo e non il Papa
di Fabio Colagrande | 04 aprile 2013
L'effetto «papolatria» è sotto gli occhi di tutti. Ma l'antidoto l'hanno indicato proprio Ratzinger e Bergoglio spostando i riflettori là dove c'è Cristo e non il Papa
"Ma, secondo te, mi metto il blazer blu o è meglio un maglioncino?". Tra i dipendenti vaticani serpeggia il nervosismo in occasione di una possibile, estemporanea, visita di Papa Francesco nel loro ufficio. Preso atto che il nuovo Papa ama improvvisare, rompendo i cerimoniali, preferisce incontrare le persone in modo informale e inaspettato, molti vagheggiano un incontro personale e vogliono subito fare buona impressione. "Forse è meglio il pullover, magari marroncino, fa più francescano". "Sì, magari con le toppe ai gomiti". "E, per carità, niente cravatta!".
Da quando poi si è sparsa la notizia che il Papa celebra Messa ogni mattina nella cappella della 'Casa Santa Marta', dove per il momento ha scelto di abitare, e invita varie categorie di lavoratori della Santa Sede, il desiderio di esserci furoreggia. E il fatto che Francesco abbia invitato subito netturbini e giardinieri ha spiazzato, ma non scoraggiato, dipendenti più illustri e stipendiati. Tutti vogliono essere in prima fila, scambiare uno sguardo di assenso e intesa con un Papa così amichevole e disponibile. Come a dire: "Santità io sto dalla sua parte. Al Conclave facevo il tifo per lei mica per quello di Milano...". Forse, all'udienza con i giornalisti in Aula Paolo VI alcuni autorevoli direttori di testate italiane e straniere ambivano ad essere ammessi al baciamano e sono arrossiti di stizza, o vergogna, quando, a sorpresa, i cerimonieri hanno invitato a salutare il Papa un semplice collega giornalista non vedente con il suo cane.
Insomma, soffia un vento impetuoso di 'papolatria' che ha, in parte, aspetti positivi, ma anche, e soprattutto, effetti rischiosi, se non tragicomici. Alle udienze ci si spintona per arrivare alle transenne, in posizione strategica, per poi, un attimo prima del passaggio della jeep papale, gettare con perfetta sincronia il proprio perplesso neonato tra le braccia dei gendarmi, affinché poi lo porgano al Santo Padre per l'agognato bacio o carezza. Ci sono genitori che fanno le prove del lancio del pupo a casa, provando la presa, calcolando distanze, angolo di espulsione e possibile velocità del mezzo papale. Pur di inserire su Facebook una propria foto con Papa Francesco i più audaci si danno da fare con 'Photoshop', addirittura sovrapponendo la propria faccina a quella del Papa emerito.
È d'obbligo aver letto almeno uno dei 34 istant-book, biografie-raccolte di discorsi del Papa argentino, appena pubblicati e citare le frasi di Bergoglio sui social network. Tanto l'impresa non è complessa perché l'80% sono testi realizzati con il copia-incolla, tanto per essere subitaneamente in libreria battendo i concorrenti. Tutti - tranne qualche coerente testardo - sono grandi appassionati delle periferie e dei poveri, dicevano da anni che le chiese devono essere sempre aperte, volevano da secoli una Chiesa povera, una liturgia essenziale, e sono, naturalmente, felici che le Messe non siano cantate e le omelie siano brevi. Impazzano anche gli esperti di tango e i tifosi della, finora sconosciuta, squadra argentina del S. Lorenzo. C'è persino chi, non senza qualche malcelato rossore, 'fa' l'album delle figurine di Papa Francesco. Mentre si moltiplicano minacciose le prime inquietanti canzoncine a lui dedicate.
Intendiamoci, questa smania porta con sé un rinnovato interesse per il ministero petrino che può condurre anche i più svagati sulle strade della conoscenza e, forse, del Vangelo. Ma sorprende la paradossalità di certi innamoramenti. Ratzingeriani duri e puri, sono improvvisamente esaltati Bergogliani; acerrimi anti-clericali, usi, fino a quindici giorni fa, ad agitare gli spauracchi di vatileaks o della pedofilia nel clero, sono ora francescanamente e inopinatamente rasserenati. Persino i più convinti progressisti, fanatici del Concilio, spesso dimenticano che, finora, il gesto più riformatore l'ha compiuto il predecessore di Francesco, con la sua rinuncia.
Insomma, pare smarrita ogni sobrietà e ogni giudizio sfumato, riflettuto. Anche se non è così. Si sa, infatti, che i contrasti e le discontinuità attirano la mente umana e fanno vendere i giornali. Ci sono però molti - credenti e non - che hanno opinioni più ragionate e fondate su Francesco e Benedetto XVI. Ma sono idee che fanno meno rumore, più sottili e interessanti. Chi, per passione o lavoro, ha avuto la possibilità di conoscere davvero questi due uomini di Chiesa non può che apprezzarne la preziosa complementarietà per la nuova evangelizzazione, al di là di ogni speculazione mediatica. Ma, soprattutto, scorge nella condanna decisa e primaria di ogni 'papolatria' il fondamento del loro magistero. Perché, ripetono entrambi, i riflettori devono essere puntati al centro. Dove c'è Cristo, e non il Papa. Non dimentichiamolo, mentre compriamo le figurine.
martedì 2 aprile 2013
non c'è due senza tre: un altro articolo di p. Scalese che sottoscrivo in pieno. Povero papa Benedetto!
Pontificati virtuali
Nei giorni scorsi mi ha scritto dalla Germania (l’ultimo post è stato ripreso dal Müsteraner Forum für Theologie und Kirche, per cui ha avuto una certa diffusione nei paesi di lingua tedesca) una signora che esprimeva il suo sconcerto per l’atteggiamento assunto dai media nei confronti del neo-eletto Papa Francesco: «Tutti a sperticarsi in elogi al nuovo Vescovo di Roma. Ma dove erano in questi otto anni? Papa Benedetto è stato crocifisso dal primo all’ultimo giorno, salvo quando ha dato le dimissioni, allora si sono fatti sentire! Il perché di tanto entusiasmo è dato dal fatto che il nuovo Vescovo indossa la croce di ferro, le scarpe nere, i pantaloni neri?». La signora mi chiedeva di spiegare tale diverso atteggiamento tenuto dai media nei confronti di Papa Benedetto e di Papa Francesco.
Me la sono cavata con una citazione evangelica: «Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti ... Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti» (Lc 6:22-23.26).
A parte il Vangelo, che rimane sempre valido, ho continuato a riflettere sulla domanda della signora: come si spiega che quei media, che per otto anni hanno continuato ad attaccare Ratzinger per qualsiasi motivo, oggi per qualsiasi motivo continuano a elogiare Bergoglio? Che esista una disparità di trattamento, è sotto gli occhi di tutti. Mercoledí scorso Raffaella, riferendosi al fatto che Papa Francesco nell’udienza generale aveva parlato solo in italiano, si era giustamente chiesta: «Che cosa sarebbe accaduto se Papa Benedetto, a partire dal 2005, avesse adottato lo stesso sistema? … Quando Benedetto XVI andò in Polonia (2006) fu aspramente criticato da un vaticanista perché aveva deciso di tenere discorsi ed omelie in italiano. Scrisse: “Ci si aspettava che prendesse lezioni di polacco”. Dopo il primo Messaggio Urbi et Orbi (Natale 2005) ci fu chi ironizzò perché il Santo Padre aveva salutato in sole 33 lingue, circa la metà del suo predecessore. Quando, negli anni successivi, Benedetto arrivò a battere tutti i record precedenti nessuno gli fece i complimenti». Staremo a vedere se domani sui giornali i vaticanisti avranno da ridire sul fatto che ieri Papa Francesco ha fatto gli auguri soltanto in italiano. Ho i miei dubbi; anzi sono sicuro che sarà un’ulteriore occasione per tessere le lodi del nuovo Pontefice, a cui piace la semplicità e il contatto immediato con le folle. Ci sarà anche qualcuno che darà una lettura teologica della novità, sostenendo che Papa Bergoglio si sente soprattutto Vescovo di Roma e pertanto usa la lingua che si parla a Roma (qualcuno dovrà poi spiegarmi perché si debba andare a cercare il Vescovo di Roma alla “fine del mondo”, e scomodare tanti Cardinali provenienti da ogni dove, quando si potrebbe fare tutto in casa, con tanti bravi preti a disposizione nella diocesi di Roma).
Non so se avete notato che, per i media, ogni gesto di Papa Francesco diventa un evento: abbraccia un bambino o un disabile, e sembra che sia la prima volta che questo avviene, quando gli ultimi Pontefici ci avevano abituato a gesti simili, senza che ormai nessuno ci facesse piú caso. Qualsiasi cosa dice, anche la piú banale, diventa un oracolo. L’altro giorno mi è capitato di sentire, non ricordo se alla radio o in TV: «Parole forti quelle di Papa Bergoglio: “Dobbiamo aiutarci gli uni gli altri”!». Non mi si fraintenda: non sto criticando Papa Francesco e non sto paragonando i suoi discorsi con quelli di Papa Benedetto. Ognuno si esprime a suo modo; c’è bisogno dellalectio magistralis, e c’è bisogno della semplice riflessione a braccio; ogni tipo di intervento può avere il suo valore, a seconda delle circostanze. Quel che mi dà noia sono le amplificazioni dei media.
Ho l’impressione che si stia creando un pontificato virtuale, in contrapposizione a un pontificato virtuale precedente, di segno opposto. Mi vado chiedendo in questi giorni: ma che fine hanno fatto tutti i gravissimi problemi che affliggevano la Chiesa durante il pontificato di Benedetto XVI, e che qualcuno pensa possano in qualche modo essere all’origine della sua rinuncia? Sono tre settimane che nessuno parla piú di pedofilia nella Chiesa; nessuno parla piú di Vatileaks e dei veleni della Curia Romana; nessuno parla piú dello IOR. Tutto risolto? È bastato eleggere il nuovo Papa per risolvere automaticamente tutti i problemi? Due son le cose: o era tutta una montatura mediatica allora, o è tutta una montatura mediatica adesso. Non è possibile che problemi che stavano facendo vacillare la Chiesa di punto in bianco scompaiano nel nulla. Si noti bene che, a parte le stupidaggini, finora non è stata fatta nessuna riforma; l’unica nomina che è stata fatta è quella del nuovo Arcivescovo di Buenos Aires; eppure tutto fila liscio come l’olio. Sembrerebbe che il problema fosse uno solo: Joseph Ratzinger.
Sinceramente faccio fatica a comprendere il motivo di tanta avversione. Certamente anche lui ha commesso degli errori (c’è qualcuno che ne è esente?). Personalmente ritengo che il suo maggior limite sia stata l’incapacità di scegliersi i collaboratori (basta vedere come il precedente conclave, formato da Cardinali nominati da Giovanni Paolo II, abbia preferito lui a Bergoglio; mentre questo conclave, composto in gran parte da Cardinali da lui creati, abbia eletto quello che era stato il suo “rivale”): Papa Ratzinger, che pure conosceva i meccanismi di Curia, si era circondato di carrieristi che, al momento opportuno, gli han voltato le spalle. Un’altra critica che gli si può muovere è che non è stato capace di realizzare le riforme che si era proposte: innanzi tutto la riforma della Curia Romana; poi la “riforma della riforma” in campo liturgico; infine la riconciliazione con i lefebvriani. Ma, d’altra parte, come avrebbe potuto realizzare tali riforme senza l’aiuto dei suoi collaboratori?
In ogni caso, queste o altre possibili critiche non giustificano l’avversione dei media nei confronti di Ratzinger. Ci deve essere qualche altro motivo che ci sfugge. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che il suo “peccato originale” fossero le origini tedesche. Non saprei: la Germania è stato forse il Paese dove lo si è maggiormente osteggiato. Forse la sua colpa principale è stata l’essere tradizionalista? Qualche anno fa avevo scritto un post dove sostenevo che Ratzinger fosse sempre rimasto fondamentalmente un “liberale”. Sinceramente si fa fatica a individuare il motivo reale per cui per otto anni (senza contare gli anni precedenti) i media si sono esercitati nel tiro al piattello contro Papa Benedetto.
Comunque, sono convinto che l’atteggiamento che i media hanno tenuto nei confronti di Ratzinger, da un momento all’altro potrebbero assumerlo anche nei confronti di Bergoglio. Fossi nei panni di Papa Francesco, non dormirei sonni tranquilli: mai fidarsi degli adulatori; di punto in bianco potrebbero rivoltarsi contro. Non so se vi siete accorti, ma sono già stati lanciati alcuni “avvertimenti” mafiosi: prima le accuse di aver sostenuto la dittatura militare, ora quelle di aver aderito alla “Guadia di Ferro” (senza parlare del film, del 2012, ma arrivato solo ora in Italia, Mea maxima culpa). Che poiIntrovigne o chi per lui dimostri l’inconsistenza di tali accuse, non serve a niente: nel momento in cui il New York Times decide di sferrare l’attacco, non c’è santo che tenga; può essere anche tutto falso, ma il semplice fatto che le stesse accuse rimbalzino da un giornale all’altro, le trasforma in “verità”. A quel punto anche la testimonianza dei Premi Nobel diventa superflua; ciò che conta è quanto dicono i media: una verità virtuale, come virtuale è il mondo in cui viviamo.Povero Papa
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