giovedì 20 luglio 2017

Grazie dei caffè: ovverossia del prete e dell'amicizia

Un mio amico mi ha riportato il commento di un conoscente che, tra le altre cose, credeva di aver scoperto il perché il bilancio dello Stato italiano è in deficit: “troppi preti in Italia: non solo non fanno niente per tutta la vita e poi pretendono pure la pensione! Qual è la loro utilità? Nessuna! E lo stato li deve pure pagare!”
Premesso che non è lo Stato che ci paga e che non toglie di tasca un centesimo ai cittadini, perché i miei 727 Euro mensili sono il frutto della generosità dei fedeli che firmano la devoluzione dell’otto per mille delle loro  tasse alla Chiesa Cattolica, e che per la misera pensione, che spero di arrivare a ricevere anch’io, il Fondo clero, che ci paghiamo direttamente noi preti, non prende niente a nessuno, la domanda sulla utilità dei preti non è da prendere sottogamba. Sia perché è indice di una mentalità ignorante, se non distorta, in materia: a Zappulla, ad esempio, una lettera anonima (il che è tutto dire) mi rimproverava che dopo anni di parroco ancora non avessi  fatto niente per la contrada e cioè non mi ero battuto per l’illuminazione delle strade, o per la piazzetta da asfaltare o per la sezione scolastica che volevano chiudere né mi ero schierato in occasione delle quote latte o della sede della discarica. Stranamente però si taceva dell’amministrazione dei sacramenti! Non è la prima volta che scrivo di questo argomento perché mi convinco sempre di più che la gente (e passi chi di fede non ne vuol sapere ma è scandaloso per la gente che si reputa di Chiesa e frequenta le nostre sacrestie) ha del prete una visione secolare, mondana e spesso opportunistica, ma non guarda al prete certo come Cristo lo ha voluto e come il Magistero della Chiesa insegna.  Purtroppo la mentalità attivistica è entrata anche in ambito ecclesiale per cui siamo spesso anche noi preti ad insinuare quell’idea che il prete è ciò che fa. Ma un  prete anzitutto vale per ciò che è. Confesso che il passare del tempo mi ha confermato ancora di più in questa idea. La domanda giusta non è cosa fa o a che serve un prete, ma sul suo essere. E il prete è l’Eucaristia che celebra. Non è qui il luogo di discettazioni teologiche in proposito, ma il senso del ministero sta tutto qui. Il prete è tutto in quella sua vita donata. In Cristo e come Cristo: “non c’è amore più grande di chi da la vita per i propri amici”. Sono stato nella chiesa di Sant’Ignazio a Praga, dove un curvo gesuita ottantenne, sostenuto dal sacrista, ha cantato in latino tutta la Messa e poi ha fatto la predica in ceco. Non ho capito una parola di quell’omelia, ma ne sono uscito edificato più di tante altre logorroiche esternazioni  fatte in casa nostra: da quegli occhi che si posavano sulla pagina evangelica e ne traevano sorridente ispirazione traspariva come   quella Messa era il canto d’amore di quel prete per il suo Dio e per i suoi fratelli a cui provava a comunicare quest’amore. Cosa avrà potuto fare negli anni dell’oppressione comunista questo povero prete? Niente! Ma è stato là a testimoniare la gratuità di una grazia che salva. E’ stato la testimonianza di un’amicizia. Perché è questo che Dio vuole: farsi amico, farci amici. E’ ciò che provo ad essere anch’io: amico, nonostante i miei limiti. Perché so che la via dell’amicizia (ma quella vera, non quella contrabbandata come tale ma che puzza di falso lontano un miglio) è la via maestra della testimonianza di fede: “vi ho chiamato amici” ci dice Gesù ed è quanto vorrei provare a ripetere a tutti quelli che mi è  dato di incontrare sulla mia strada. Per questo il peccato più grande per me è il tradimento di un’amicizia, in qualunque modo sia fatto. E confesso che la mia sofferenza più grande è il veder rifiutata la mano tesa in amicizia. Ho ricevuto dai miei genitori il grande dono del non saper tenere nessun rancore verso chi mi ha fatto del male e da loro ho appreso la grande lezione sull’amicizia: “meglio cento amici in piazza che cento onze in cassa”. Un mio altro vecchio amico venuto per le vacanze se ne è andato senza potermi offrire un caffè: in ogni bar dove entravamo c’era sempre qualcuno già pronto a farlo. Me lo ha fatto notare, dicendo che al Nord sarebbe impensabile! Ho risposto di esserne consapevole: sono anni che provo anch’io ma non c’è verso di pagare un caffè! E a volte provo un senso di timore e magari non entro nel bar o ci vado di nascosto! Però poi ringrazio il Signore e accetto il caffè non come atto di semplice cortesia ma come un vero e proprio gesto di amicizia. E prego di poter essere sempre segno di amicizia. Tanto ormai i miei parrocchiani e le brave suore ci sono abituati: sanno che i miei ritardi sono sempre dovuti  a quanti incontro lungo il  cammino e a cui credo sia giusto fare un cenno di saluto (“u salutu u lassau u Signori” mi ripetevano i miei e camminare con loro era sempre fare una via “a stazioni”), scambiare con loro qualche parola, ascoltare senza fretta quanto ti vogliono dire. Fosse per me, farei meno incontri e convegni e dibattiti e più chiacchierate con gli amici. Non è forse questo lo stile di Gesù di Nazareth a cui noi facciamo  fatica a ritornare?
Questa mia confessione ad alta voce vuole essere allora anche un grazie a tutti gli amici e compagni di strada e di piazza! Per tutti i caffè offerti e i passaggi con la macchina (ormai tutti sanno che sono uno dei due preti della diocesi di Noto che non ha patente) e anche per i semplici sorrisi e il saluto amichevole con cui sono sempre accolto quando ci incontriamo e le cortesie di cui spesso sono oggetto immeritatamente. Mi piace pensare che questi gesti provengano da una seppur a volte quasi inconsapevole consapevolezza (!) che l’essere del prete e quindi anche il rapporto con il prete si giochi tutto nella dimensione dell’amicizia. E di questo sono grato a voi e al Signore. Vi assicuro che tutti siete presenti nelle mie Messe più di quanto possiate immaginare. E’ il mio modo di ricambiare, per i miei fratelli e i miei amici “alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore”

E’ vero: il prete non lavora ed economicamente non rende. Non è utile. Come utilitaristicamente non è utile la grazia o la fede. C’è un libro a proposito dal titolo “La necessità dell’inutile”. Paradossalmente anche l’inutilità di Dio e della fede e della grazia a volte ci possono essere necessarie più del pane: perché “non di solo pane vive l’uomo”! L’inutilità della vita di un prete esprime, credo, questa paradossalità. E’ la lezione della gratuità, quanto può essere bello e gratuito un  caffè offerto in amicizia!

venerdì 14 luglio 2017

Insegnare agli ignoranti

Siamo in tempi in cui l’ignoranza circa le realtà religiose, specie anche da parte dei cristiani, e comunque circa eventi di storia che lo si voglia o meno fanno parte de facto del nostro patrimonio culturale, si sta travasando dalla sfera privata ( dove non farebbe che il danno di un impoverimento culturale del soggetto) alla sfera pubblica (dove invece i danni che gli ignoranti continuano a fare sono sempre più gravi). E specie poi quando più che mera assenza di nozioni, è, oserei dire quasi, ignoranza colpevole e ricercata da parte di chi per ruolo e mestiere dovrebbe sapere e invece non sa (e se non si sa c’è l’obbligo dell’aggiornamento e dello studio!) e piuttosto che riconoscere la propria ignoranza, dall’alto della sua prosopopea “detta legge” come si suol dire e impone scelte di un controsenso evidentissimo a chi abbia un minimo di ragionevolezza e, soprattutto, onesta intellettuale! “Ignorantia docet” sottolineava un mio caro insegnante di teologia quando qualcuno (fosse anche un rettore di università!) invece che riconoscere umilmente la propria mancanza di conoscenza circa una materia, saliva ancora più in alto sulla cattedra a pontificare su cose sconosciute! E da lui ho appreso che spesso il più grande gesto di carità è appunto far rilevare all’altro la sua ignoranza, perché ne diventi consapevole e ne voglia uscire: Insegnare agli ignoranti non è forse una delle sette opere di misericordia spirituale? E oggi, per rimanere nel mio campo (ma ho la sensazione che anche in altri campi la situazione non sia rosea),  c’è una grande ignoranza del fatto religioso sia da parte del mondo laico (quanti strafalcioni in giornali e televisioni anche da parte di firme illustri!) sia (il che è tragico) da parte del mondo cristiano-cattolico. E a volte ho il grande dubbio che i laici siano ignoranti perché neanche noi cattolici conosciamo e facciamo conoscere bene in cosa veramente noi crediamo, in cosa speriamo, cosa amiamo! Altre volte mi sono riferito all’ignoranza circa le Scritture sacre (e San Girolamo ricordava che ignorare le Scritture è ignorare Cristo) ma adesso purtroppo devo rincarare la dose riguardo agli altri aspetti della fede cristiana: quanta ignoranza circa la dottrina in campo sociale o morale! Chi sa quali sono veramente i fondamenti della dottrina sociale della Chiesa o della vera morale ad esempio nei settori legati alla sessualità, all’affettività, ai nuovi problemi della bioetica o delle biotecnologie? A volte neanche alcuni sacerdoti in verità lo sanno: tanti problemi sono nuovi, ma proprio questo significa che anche dopo essere usciti dal Seminario si deve continuare a studiare! Quando si celebrava in latino si celiava dicendo che il prete novello alla prima Messa cominciasse dicendo Introibo ad altare Dei: vi saluto libri miei!  Ma questo è un lusso che oggi non ci si può più permettere a meno che non si voglia ridurre il proprio ministero alla direzione di alcune pie pratiche buone forse per altri tempi ma che adesso non aiutano a comprendere criticamente la complessità del mondo e quindi anche il ruolo della Chiesa.  Don Giussani ha detto che se a volte è il mondo ad abbandonare la Chiesa è dolorosamente vero che spesso è la Chiesa che abbandona il mondo: nonostante l’alto magistero di Giovanni Paolo II ho oggi veramente l’impressione che tra Chiesa e mondo lo scollamento sia più che mai evidente e tragico! Papa Giovanni XXIII volle il Concilio Vaticano II per aggiornare la Chiesa, cioè proprio letteralmente per riportarla al passo con l’oggi: purtroppo a tutti i livelli debbo confessare con amarezza che è sempre più facile rifugiarsi nel già fatto e già visto che certo da più sicurezza (“se si è sempre fatto così perché cambiare?” si chiede) piuttosto che aprirsi a ricercare vie nuove al soffio dello Spirito! Lo sperimento a volte nel piccolo quando, tentando di far uscire il mio sparuto gregge da un ghetto isolato e isolante, mi sento chiedere “ma lei dove li apprende queste cose? Dove li trova? Perché gli altri nelle altre chiese non le dicono? Perché celebra a volte in modo diverso?” Senza farmi giudice di nessuno purtroppo però debbo rispondere che le apprendo nel più normale dei modi: giornali, televisione (cum grano salis), riviste specializzate e, per le celebrazioni, niente altro che le rubriche del Messale e dei Rituali (se solo si avesse la pazienza di leggerle e studiarle e non solo la fantasia esuberante per stravolgerle!). Così ogni volta debbo tranquillizzare i miei parrocchiani che non siamo noi a sbagliare ad esempio le alzate e le sedute durante la Messa ma che forse in qualche altra parrocchia non si sono ancora accorti che la Editio Typica Tertia  del Messale Romano è stata promulgata dal Papa nel 2003! Ma il ritardo di poco più di quattordici anni cosa volete che sia davanti agli altri ritardi del mondo ecclesiale? Qualcuno si chiederà come un prete possa affermare ciò, ma se volete è un mio modo per augurare alla Chiesa, alla mia Chiesa che amo più di qualsiasi altra cosa al mondo, che ritorni alla sua vera essenza nello stare nel mondo.  E spero che sia un augurio condiviso anche da chi credente non è: perché se la Chiesa fa bene il suo dovere certo il mondo ne risentirà in meglio! Credetemi!          

martedì 4 luglio 2017

Il processo di beatificazione di san Guglielmo Cuffitella eremita, Patrono di Scicli


Due sono i motivi per cui ho voluto cominciare il mio studio su san Gugliemo dalla pubblicazione degli Atti del processo.

Uno di ordine agiografico: la vicenda storica di Guglielmo eremita è stata in passato e fino al presente al centro di critiche, a partire dalla sua stessa identità.

Come scrivo nell’introduzione: << A motivo di queste cose diventa ancora più importante, prima di qualsiasi altra considerazione in proposito, conoscere cosa effettivamente contengono gli Atti e quale dimensione agiografica emerga del nostro santo patrono. Abbiamo voluto pubblicarli, preceduti semplicemente da una introduzione per contestualizzarli storicamente, senza nessuna annotazione o commento critico per evitare di suggerire interpretazioni pregiudiziali ai nostri lettori. Saranno così gli stessi lettori  a farsi una idea della personalità del nostro santo eremita, delle vicende narrate legate alla sua vita e alla sua morte, ai suoi miracoli e alla fama di santità, e alle problematiche che dalla lettura degli Atti  scaturiscono: tutte queste cose poi noi le esamineremo in una pubblicazione successiva, cercando di delineare una sua immagine agiografica proprio a partire dalle deposizioni dei testi conservate negli Atti>>.

La seconda motivazione è, direi, di ordine storico culturale. Anzitutto perché forse dovrebbe crescere negli sciclitani la consapevolezza di avere una “perla” nella storia delle canonizzazioni, cosa di cui si era accorto già Papa benedetto XIV nel ‘700, per il fatto che quella di Gugliemo insieme a quella di Notkero, sia le uniche due beatificazioni per delegatum che si sono avute nella storia della Chiesa. E poi per il fatto culturale e letterario legato alla presenza stessa degli atti del processo (basti pensare che di tanti altri santi, anche famosi, non si è conservato niente!): a saper leggere direttamente le testimonianze trascritte negli Atti  in un linguaggio che mette insieme l’austero stile notarile e la fresca parlata popolare si ha, come scrivo ancora nell’Introduzione  uno spaccato della vita religiosa ma anche quotidiana, con i suoi usi e costumi, di un paese, da cui emerge la vitalità di una popolazione, quella di Scicli, che cerca di inserirsi nelle dinamiche civili ed ecclesiastiche dell’epoca. E vi riuscirà pienamente.

 

Ignazio La China

mercoledì 21 giugno 2017

I sogni della ragione generano mostri

C'era una volta un uomo che aveva un sogno. Un sogno bello, di un mondo nuovo, di una società nuova, di una nuova alba per lo spirito umano. Era un sogno che più cresceva e più carezzava, un sogno che diventava sempre più grande, al punto che gli sembrava a volte di essere lui stesso all’interno di quel sogno, di essere stato chiamato dal Fato ad essere il protagonista della realizzazione di un Progetto in cui l’Umanità nuova si sarebbe rivelata in tutta la sua pienezza. Una nuova civiltà di eguali, un’unica progenie di uomini belli, sani, forti, valorosi, pronti a combattere contro chi si fosse meschinamente opposto all’avanzare di questo nuovo Verbo in nome di interessi personali e particolaristici. Certo, si dovevano fare sacrifici, forse magari in principio imporli a chi non riusciva a capire tutta la grandiosità di questo progetto, la grande idealità nascosta in questo sogno, ma in vista di questo bene maggiore cosa sarebbe stato il sopportare un po’ di male? Avrebbe dato la vita per questo suo sogno e quando intorno a sé riuscì a radunare un numero di discepoli sempre più numeroso capì che ormai la strada per la sua realizzazione era stata imboccata in modo irreversibile. E cominciò a provare a far diventare realtà il suo sogno. Nel nuovo mondo non ci sarebbe stato spazio per la malattia e così penso di andare alla radice del problema: eliminare direttamente i malati. Si fecero così pian piano scomparire pazzi, affetti da qualsiasi genere di disturbo nervoso, handicappati e minorati fisici e psichici. Darwin aveva insegnato che la selezione della razza è il principio su cui si fonda l’evoluzione della natura e quindi del genere umano: come negare che una razza sola doveva essere selezionata tra le altre specie umane, la migliore e la portatrice di quanto di meglio c’era al mondo? Perciò nel nuovo mondo doveva rimanere solo una razza, matrice di giovani con gli occhi azzurri e i capelli d’oro, novelli principi azzurri del nuovo regno, e di belle e procaci giovani fattrici altrettanto bionde e capaci di generare figli e figli al servizio del nuovo ideale. Interi staff di medici furono incaricati di selezionare la razza, di scegliere il seme giusto per generare l’Uomo Nuovo, di provare a dare a tutti lo stesso colore degli occhi e dei capelli, lo stesso sangue di questa nuova specie. Di conseguenza poi nel nuovo mondo non ci doveva essere spazio per la diversità di ogni specie, come comporla con l’unità e l’unitarietà del nuovo popolo? E così chi praticava una fede religiosa o politica diversa, chi non riusciva a sognare lo stesso sogno,  chi aveva sogni diversi, chi si sentiva animato da sentimenti diversi, omosessuali, zingari che non provavano nessun amore di patria, e poi i diversi e traditori per eccellenza gli ebrei, considerati i cavalli di Troia di ogni società, tutti costoro dovevano lasciare spazio agli uomini nuovi. E anche qui la soluzione doveva essere radicale, finale: come si bruciano le erbacce in un campo prima della nuova semina. Chi magari oggi non comprendeva, dopo avrebbe compreso e ringraziato chi aveva avuto il coraggio di fare una così grande pulizia, di avviare la grande rivoluzione, di avviare il processo di nascita del nuovo mondo. I sogni si sa, diventano sempre più grandi, e più crescono più cresce la voglia di condividerli con altri: così ebbe la voglia e la gioia immensa di condividerli anche con gli abitanti dei paesi vicini, abbattendo le frontiere nazionali che ormai non avrebbero avuto più senso davanti al nuovo unico grande popolo nuovo. E prima o poi tutto il mondo avrebbe beneficiato degli effetti benefici del suo sogno. Peccato che non sia stato compreso! Gente incapace di guardare al futuro e al progresso, ai benefici della scienza e della tecnica, pertinacemente attaccata a ideali e valori passati, chiusa in un ghetto oscurantista, mandò in frantumi il suo sogno. E purtroppo  l’umanità è dovuta rimanere variegata per forme, colori, tradizioni, pensieri e affetti. Siamo rimasti diversi, l’uguaglianza è rimasto un mito: riusciremo mai a essere tutti identici e perfetti, l’uno simile all’altro per peso, altezza, colore di occhi e capelli, codice genetico e corredo cromosomico? Riusciremo mai a correggere gli errori di una natura matrigna e antidemocratica che non ci crea uguali gli uni con gli altri? E a correggere le differenza tra sani e malati, tra maschi e femmine, tra fertili e sterili? Perché la natura deve dare ad uno tre figli e ad uno nessuno? No, non c’è democrazia in questo! Un grande sogno bloccato da una minoranza reazionaria! Ma oggi c’è chi sta avendo il coraggio di rivivere quel sogno, di riprenderne la sua realizzazione da dove era stato interrotto: di questi uomini molti sentono il bisogno per riprendere sempre il cammino verso le magnifiche sorti e progressive dell’umanità, uomini che giustamente meriterebbero il titolo di benefattori del genere umano. Cosa che purtroppo pochi oggi comprendono. E fra questi pochi confesso di esserci anch’io. Perché il nome di quel sognatore era Adolf Hitler e se fosse andato avanti il suo sogno, io, piccolo brutto e nero, a quest’ora non sarei qui a scrivere di queste cose ma soprattutto a gioire, a piangere e ad amare qui con voi. Perché la mia esistenza è tutta un inno struggente alla vita che in ogni caso è degna di essere vissuta. Anch’io fui in principio un embrione e ringrazio i miei genitori perché ebbero il coraggio di scommettere sulla Vita. E di fidarsi del cuore. Perché “ il sogno (e non ‘il sonno’, come recita il detto filologicamente corretto del famoso monito di Goya) della ragione genera i mostri”. Goya non temeva infatti chi riconosceva che accanto all’ esprit de geometrie ha diritto di esistere anche l’ esprit de finesse e che la ratio non fosse l’ultima istanza del sapere umano: Goya temeva le pretese illuministiche che elevavano la ragione a Dea a cui sacrificare la libertà e la dignità dell’individuo. Perché se il progetto più bello per imporsi ha bisogno di sacrificare l’uomo allora non  è più un progetto umano (e ce lo ricorda proprio Kant preso a portabandiera dell’Illuminismo: l’uomo è sempre il fine, non può essere mai ridotto a mezzo per raggiungere altri fini) ma una aberrazione della ragione umana, è follia. E’ la lucida follia del sogno di Hitler (ma nel sogno folle dell’uomo nuovo da imporre con forza e con tutti i mezzi della scienza e della tecnica non c’è diversità ad esempio con Stalin e Mao e Ho Ci Min )  dei suoi epigoni che oggi ritorna in forma nuova e più subdola, alimentata dalla tentazione di Faust ( con la scusa di arrivare a curare e sconfiggere ogni malattia) che poi è la più antica delle tentazioni: “sarete come Dio”. Quando l’uomo sogna di essere un dio e vuole farsi arbitro di ciò che è bene e ciò che è male, manipolando le regole stesse della vita non fa che generare mostri. La storia del Golem di Praga (riletta nel mito cinematografico di Frankstein) ce lo insegna. E così l’uomo annichila se stesso: la manipolazione della vita umana si risolve in un suicidio. Forse ricordarlo oggi è più che mai necessario.

mercoledì 14 giugno 2017

Contro il fondamentalismo

Ho la grazia di occuparmi di dialogo interreligioso e quindi di vivere sulla frontiera dei rapporti fra le tre confessioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo, islamismo. Dico grazia perché in occasioni come queste ti accorgi come la possibilità di poter vivere un’esperienza di fede forte, frutto di un’identità consapevole e vissuta coerentemente non significa necessariamente l’arroccarsi in un integralismo fanatico, ma apre le porte ad un confronto sereno e ad un dialogo costruttivo tra appartenenti a fedi diverse, purché lo si voglia fare e soprattutto purché lo si faccia con grande onestà intellettuale. Confesso, infatti, di essere rimasto piacevolmente sorpreso e ammirato del coraggio che un musulmano, il noto sociologo e giornalista arabo Magdi Fuad Allam, ha avuto non solo nel deplorare ancora una volta l’islam della “guerra santa” e dei kamikaze imbottiti di dinamite (lo ha fatto in un libro bellissimo: Lettera ad un kamikaze che consiglio a tutti di leggere) ma di denunciare la deriva integralista che una parte dell’Islam sta vivendo. E l’integralismo, lo ha ammesso senza mezzi termini, è frutto di una lettura letteralista e fondamentalista del Corano. Una lettura che pretende cioè di derivare “sic et simpliciter” dal testo coranico valori e norme di vita “sine glossa” cioè senza nessun lavoro di interpretazione e di contestualizzazione. E tale lettura è voluta strumentalmente da chi vuole manovrare le masse ignoranti (e volutamente tenute nell’ignoranza) per tornaconti personali dove la volontà di Allah non c’entra affatto. Continuando di questo passo ha affermato icasticamente Allam l’islam sta procedendo verso il proprio suicidio, nonostante l’apparente marcia trionfale odierna: l’islam o accetta di rinnovarsi tramite l’apertura alla riflessione critica ed ermeneutica o non avrà futuro. Al di là delle sorti dell’islam credo che questa puntualizzazione sia stimolante anche in ambito cristiano. Fuad Allam dice che non si può leggere il Corano senza la chiave d’interpretazione dello stesso che ne da Muhamad nei suoi Detti e raccolti da tutta la tradizione e senza lo sforzo esegetico. Ugualmente penso che oggi anche in ambito ecclesiale ci sia il pericolo di un approccio letteralista e fondamentalista verso la Sacra Scrittura: in singoli personaggi ecclesiali o in tanti gruppi o movimenti o associazioni è in auge una lettura semplicista e acritica del vangelo da cui si sfocia o in un soggettivismo alienante in cui il “secondo me” - che non tiene conto della lettura “contestualizzata” da Esegesi e Tradizione ecclesiale -  vanifica il dato oggettivo del testo in un pensiero pio ma autogratificante tanto da non incidere per nulla nella storia personale, oppure sfocia in una lettura integralista e materialista del testo in cui il dato oggettivo è costretto in un “corto circuito” ermeneutico tale da violentarne il senso con la pretesa di una sua attualizzazione senza nessuna mediazione critica e quindi con un impatto astorico dirompente sulla realtà. E inoltre in entrambi i casi il rischio di plagio non è solo un’ipotesi astratta ma purtroppo reale ed attuale. La soluzione secondo l’Allam è il ritorno allo studio, allo sforzo esegetico, ad un’esperienza di fede non romantica o istintuale ma colta. E in questo sono più che d’accordo: lo si voglia o no  Corano, Bibbia e Vangelo sono libri e come tali devono essere  letti, studiati, interpretati e rettamente capiti. Non possediamo una rivelazione diretta da Dio: e questa è una grazia perché ci libera da ogni tentazione di teocrazia, non solo del Papa-re di Roma ma di tutti i piccoli papa-re che a volte si credono alcuni vescovi e preti e leader carismatici di questo o quel gruppo. Lo si voglia o no il cristianesimo non vuole ignoranti: è una “dotta ignoranza” quella che viene richiesta, una fede cioè certamente umile e sincera – perché non è riservato solo alla gente “colta”-, ma che sa che non può fare a meno della ricerca appassionata, amorevole e faticosa, lo “studium” appunto, con cui riuscire a cogliere la Parola  nel cuore delle parole. Confesso che ho paura dell’approccio immediato con cui clero e laici spesso si accostano alle pagine evangeliche col risultato di formare alla fede personalità bigotte ma non certamente mature e responsabili. Nonostante il pullulare nelle nostre sacrestie di iniziative di incontri e di lectio divina purtroppo bisogna riconoscere che siamo lontani da un approccio serio con la Bibbia. Bisogna tornare all’esegesi: il lavoro paziente e diuturno fatto nelle madrasse coraniche, nelle yheshivà ebraiche e che abbiamo quasi dimenticato nelle nostre parrocchie. La nascita di Gesù per i cristiani è la festa della Parola che si fa carne: ma se non si riesce a decifrarla nella Scrittura come poi riuscire a leggerla nei drammi dell’umanità e della storia? 

sabato 10 giugno 2017

Avinu, Abramo nostro padre

Ho ancora davanti ai miei occhi l'illustrazione con cui si apriva il mio catechismo di Aspirante di Azione Cattolica: una tenda da beduino nel deserto, un bellissimo cielo stellato, Abramo davanti all'ingresso della tenda, in piedi col bastone in mano. II Titolo: Esci dalla tua terra. II testo presentava l'inizio della storia del popolo ebraico a partire dalla chiamata di Abramo (il catechismo avrebbe poi continuato a presentare una tappa di questo cammino per lezione attraverso i personaggi più importanti: Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Davide, i profeti fino alla nascita di Cristo). II commento finale del capitolo mi colpì: siamo tutti figli di Abramo nella fede. Ricordo l'emozione di allora: è come se finalmente avessi ritrovato l'antenato illustre della famiglia, come se adesso sapessi finalmente chi ero, in quale storia ero inserito, incontro a chi stavo andando. E' stato questo il mio primo incontro con Abramo: e da allora abbiamo camminato insieme. Perché - mi si passi l'immagine - è come se mi portassi dentro un'amicizia e un affetto per quei miei nonni che non ho conosciuto. Negli anni dell'infanzia Abramo è stato un po' il nonno mitico a cui fare riferimento. E negli anni in cui si sognano le avventure in modi sconosciuti, sapere di essere i! discendente di un Abramo sempre in cammino verso la terra promessa era certo allettante e stimolante. Fu così che, prima ancora di conoscerne teologia e destino, imparai a sentirmi "spiritualmente" ebreo nel senso di sentire un'appartenenza a un popolo nella cui vicenda umana si possono leggere le orme di Dio. Perché sentivo che la mia appartenenza alla Chiesa e la Chiesa stessa era lo sbocco naturale della storia di Israele e del cammino cominciato con Abramo. Senza soluzione di continuità. Tanto forte il senso del battesimo quanto quello del sapere che le mie radici vengono dalle promesse fatte da Dio ad Abramo. Non è Gesù stesso ebreo figlio di Abramo, non è il cristianesimo figlio dell'ebraismo? Sarà stata la mia ingenuità infantile, ma confesso che non ho mai sentito antinomia fra le due appartenenze e col crescere mi meravigliavo nell'apprendere quale triste sorte di equivoci avrebbe assegnato la storia a ebrei e cristiani. La lettura del Diario di Anna Frank mi rivelò poi la tragedia dello sterminio folle e immotivato di milioni di ebrei: da allora ho sentito quasi la necessità di un impegno forte verso l'ebraismo che contribuisse a estinguere questo debito morale di ingiusta persecuzione verso un popolo tuttora amato dall'Onnipotente. E lo stesso infantile dispiacere per il mancato riconoscimento di Gesù come il Messia atteso da parte degli ebrei pian piano con gli anni ho avuto la grazia di reimpostarlo nell'ottica del mistero divino di cui parla San Paolo nella Lettera ai Romani: l'indurimento del cuore degli ebrei che permette l'annuncio dei vangelo ai pagani. Se San Paolo ha ragione allora il mio debito verso il popolo ebraico aumenta: la mia esperienza di grazia, per me pagano, è stata possibile solo da questo atteggiamento degli ebrei? Ma con Paolo, il cristiano e il fariseo insieme, sogno che avvenga presto il momento del nostro incontro nell'unico padre: Abramo, pur essendo figli di madri diverse. Già, Abramo: ogni cosa riconduce a lui. I! sentirmi idealmente a lui legato mi ha personalmente aiutato nel mio cammino di crescita e di maturazione, sia umana che vocazionale nella fede. A qualcuno potrà sembrare strano, eppure le pagine della Genesi che raccontano la sua storia spesso sono state sfogliate da me più dei vangeli stessi. Da Abramo ho appreso come la fede è anzitutto silenzio, obbedienza e cammino. Mai dato certo e acquisito. Prima che conoscessi la "spiritualità della strada" dello scautismo e de! roverismo, la meditazione della vicenda di Abramo mi aveva spinto ad elaborare una mia "spiritualità della strada" : negli anni in cui lo stile hippy "on the road" alla Jack Kerouac imperava scoprivo che prima ancora di questi "vagabondi del Dharma" un altro aveva avuto il coraggio di darsi non al vagabondaggio senza meta ma di mettersi in cammino rischiando sulla parola di uno sconosciuto. E così mi sono spesso ritrovato ad inoltrarmi nei territori sconosciuti della fede, tra il vago ricordo di un richiamo sentito e l'attesa di una voce che tornasse a parlare: nel mezzo il silenzio di Dio che mette a dura prova i! cuore dell'uomo. E allora lo cerchi scrutando le stelle: ma sai che non puoi contarle senza rischiare di trasformare il tuo atto in una insolente disfida alla promessa di Dio (questo per me era il senso della superstizione popolare che proibisce di contare le stelle): è Dio che lancia la sfida ad Abramo, a noi non è concesso raccoglierla. Così poi !a stessa tentazione della scorciatoia, di abbreviare i tempi della promessa (quasi dando una mano all'inadempienza di Dio) - cos'altro è la soluzione di Sara a volere un figlio da Agar? - è stata la tentazione ricorrente nei tempi in cui il cuore non sapeva più sopportare l'attesa: "Signore, che mi darai?" questa gemente preghiera della notte di Abramo è stata in lunghe litanie di giorni anche la mia preghiera. "Ecco muoio e tu mi lasci senza erede": il querulo lamento delle ore in cui sembra di essere quasi alla fine del cammino e di non aver concluso niente: 'tutto qui Signore, quello per cui mi avevi chiamato? Solo fatica: e la meta, e le tue promesse?" Credevo che pregare fosse solo dire belle cose a Dia, che non fosse giusto stare lì a lamentarci, quasi a fare i capricci: Abramo però mi ha insegnato che i veri amici di Dio hanno il coraggio di parlare con lui nella franchezza. Da allora ho appreso anche a lamentarmi con Dio, quando sempre tardare G mantenere !e promesse E anche ad intercedere, come Abramo: ripenso all'emozione avuto nel leggere la prima volta la lunga intercessione di Abramo per Sodoma e Gomorra (e poi si dice che il Dio dell'Antico Testamento non conosce l'amore e il perdono!). Ma poi si scopre che questo fa parte del gioco di Dio. Che quando credevi di non poter più ridere ecco che Dio ritorna a farti sorridere, ti ridà la gioia: Isacco, cioè "sorriso". Anche se devi imparare che il sorriso, i frutti del ministero, i tuoi figli spirituali ti sono dati eppure non sono tuoi! Perché anche su di essi pende la spada del progetto divino. "Prendi il figlio, quello che tu ami, e offrilo in sacrificio": sto imparando che o si riesce a leggere in questa frase tutto il mistero della vita sacerdotale o tutto si riduce all'esercizio di una professione fra le tante. Qui c'è il senso del celibato per me, il senso di una fede che deve imparare ad essere solo dono. Abramo sa che può "sfruttare" la sua amicizia con Dio a beneficio degli altri, ma sa che non può usarla per esimersi dal compiere lui stesso la sua volontà. Non si può dire a Dio: "a me proprio questo non dovevi chiederlo". E' il mistero dell'amore di Dio che lascia crocifiggere i figli che ama! Ma in questa capacità di saper offrire tutto in dono (l'olocausto è il sacrificio in cui tutto viene bruciato a Dio senza tenere niente per sé) credo che stia tutta la maturità umana e di fede di un uomo. Tutto dare, niente trattenere per se. Per questo penso che l'esperienza di Abramo sia esemplare per ogni esperienza di paternità: ho voluto sottolineare questo in occasione del funerale di mio padre volendo che si proclamasse proprio questa lettura del Sacrificio di Isacco, quasi a rileggere in questo episodio la stessa accettazione di mio padre che offre me, figlio unico, al Signore nel sacerdozio. Ma la paternità di Abramo credo che sia esemplare anche della paternità stessa di Dio: mi ha fatto impressione l'espressione ebraica che consegna i morti "nel seno di Abramo" piuttosto che in quello di Dio, a meno che l'esperienza del seno di Abramo non sia l'esperienza stessa del seno di Dio! lo credo di si, se il cuore di Abramo è pronto a sacrificare il figlio allora può benissimo essere l'immagine del seno di Dio che dona il proprio figlio sulla croce: non !'avevano inteso così già ì padri della Chiesa? Abramo, nostro padre nella fede: perché credette nelle parole del Signore. Cioè ebbe fiducia, si fidò di Dio. Abramo, mio padre nella fede: da lui continuamente imparo a fidarmi di Dio. E da lui imparo che la "giustificazione" non proviene dai miei meriti. "Perché si deve il titolo di padre ad Abramo e non agli altri?" domanda un midrash: "perché Abramo non parlò, ma fece" è la lapidaria risposta. E il fare di Abramo è il coraggio di mettersi in cammino e di assumersi da adulti i! coraggio delle proprie scelte: "Perché Abramo è diverso da Noè?" domanda ancora il midrash: "Perché Noè camminava con Dio (= Dio lo teneva per mano, quindi era ancora bambino) mentre Abramo cammina davanti al Signore (= è adulto, sa camminare da solo) è la significativa risposta. Ed essere adulti significa avere il coraggio dell'interiorità: "Lek lekà" comanda Dio ad Abramo che si può leggere come un rafforzamento dell'imperativo "Vattene" oppure come si legge nel Talmud "Va' in te" E "ritorna in te stesso" non è il comando di Agostino per la conversione ? II primo cammino e la prima partenza è dentro il cuore: qui ognuno ha la propria Ur e la propria terra promessa. Abramo, avinu, padre nostro ci aiuti ad intraprenderlo sempre.

giovedì 8 giugno 2017

Con chi prendersela?

Non è mio stile ritornare sui miei scritti, anche perché sarebbe ermeneuticamente scorretto. Tuttavia confesso il mio stupore nel riscontrare commenti ai miei articoli incentrati tutti su una sola domanda: “con chi ce l’ha stavolta?” come se io usassi questo sito o facebook per combattere le mie battaglie personali (ma sarei ben misero e meschino, e chi mi conosce sa che io le mie opinioni non le mando a dire per interposta persona…) oppure sulla convenienza o meno che un prete faccia o dica determinate cose. Chiaramente le mie esternazioni partono da esperienze vissute (mie personali o indirettamente riflesse su di me o per ministero o per semplice amicizia) ma se mi decido a pubblicare le mie riflessioni lo faccio perché penso che le mie meditazioni possano essere di aiuto a chi forse si trova nella stessa situazione o che comunque possano servire a fare più luce nel chiaroscuro di questo mondo. Perciò a chi è ammalato di dietrologia o si è fissato in un pregiudizio  che più che guardare all’uomo e alla sua interiorità guarda solo l’apparenza (senza capire che i veri scandali per cui stracciarsi le vesti stanno altrove) voglio dedicare la seguente riflessione che una mia gentile amica mi ha fornito, con l’auspicio che  possa magari scoprire che sotto la tonaca c’è un cuore che batte!  O forse è proprio questo quello che disturba?

C’è sempre qualcosa da dire sui preti

Se il prete una volta parla dieci minuti più a lungo — è un parolaio.
Se durante una predica parla forte — allora urla.
Se non predica forte — non si capisce niente.
Se possiede un’auto personale — è capitalista, è mondano.
Se non ha un’auto personale — non è capace di adattarsi ai tempi.
Se visita i suoi fedeli fuori parrocchia — allora gironzola dappertutto.
Se frequenta le famiglie — non è mai in casa.
Se rimane in casa — non visita mai le famiglie.
Se parla di offerte e chiede qualcosa — non pensa ad altro che a far soldi.
Se non organizza feste, gite, incontri — nella parrocchia non c’è vita.
Se in confessionale si concede tempo — è interminabile.
Se fa in fretta non è capace di ascoltare.
Se comincia la Messa puntualmente — il suo orologio è avanti.
Se ha un piccolo ritardo — fa perdere tempo a un monte di gente.
Se abbellisce la chiesa — getta via i soldi inutilmente.
Se non lo fa lascia andare tutto alla malora.
Se parla da solo con una donna — c’è sotto qualcosa.
Se parla da solo con un uomo — eh!.
Se prega in chiesa — non è un uomo d’azione.
Se si vede poco in chiesa — non è un uomo di Dio.
Se si interessa agli altri — è impiccione.
Se non si interessa — è un egoista.
Se parla di giustizia sociale — fa della politica.
Se cerca di essere prudente — è di destra.
Se ha un po’ di coraggio — è di sinistra.
Se è giovane — non ha esperienza.
Se è vecchio - non si adatta ai tempi.

Se muore — non c’è nessuno che lo sostituisce!