mercoledì 21 giugno 2017

I sogni della ragione generano mostri

C'era una volta un uomo che aveva un sogno. Un sogno bello, di un mondo nuovo, di una società nuova, di una nuova alba per lo spirito umano. Era un sogno che più cresceva e più carezzava, un sogno che diventava sempre più grande, al punto che gli sembrava a volte di essere lui stesso all’interno di quel sogno, di essere stato chiamato dal Fato ad essere il protagonista della realizzazione di un Progetto in cui l’Umanità nuova si sarebbe rivelata in tutta la sua pienezza. Una nuova civiltà di eguali, un’unica progenie di uomini belli, sani, forti, valorosi, pronti a combattere contro chi si fosse meschinamente opposto all’avanzare di questo nuovo Verbo in nome di interessi personali e particolaristici. Certo, si dovevano fare sacrifici, forse magari in principio imporli a chi non riusciva a capire tutta la grandiosità di questo progetto, la grande idealità nascosta in questo sogno, ma in vista di questo bene maggiore cosa sarebbe stato il sopportare un po’ di male? Avrebbe dato la vita per questo suo sogno e quando intorno a sé riuscì a radunare un numero di discepoli sempre più numeroso capì che ormai la strada per la sua realizzazione era stata imboccata in modo irreversibile. E cominciò a provare a far diventare realtà il suo sogno. Nel nuovo mondo non ci sarebbe stato spazio per la malattia e così penso di andare alla radice del problema: eliminare direttamente i malati. Si fecero così pian piano scomparire pazzi, affetti da qualsiasi genere di disturbo nervoso, handicappati e minorati fisici e psichici. Darwin aveva insegnato che la selezione della razza è il principio su cui si fonda l’evoluzione della natura e quindi del genere umano: come negare che una razza sola doveva essere selezionata tra le altre specie umane, la migliore e la portatrice di quanto di meglio c’era al mondo? Perciò nel nuovo mondo doveva rimanere solo una razza, matrice di giovani con gli occhi azzurri e i capelli d’oro, novelli principi azzurri del nuovo regno, e di belle e procaci giovani fattrici altrettanto bionde e capaci di generare figli e figli al servizio del nuovo ideale. Interi staff di medici furono incaricati di selezionare la razza, di scegliere il seme giusto per generare l’Uomo Nuovo, di provare a dare a tutti lo stesso colore degli occhi e dei capelli, lo stesso sangue di questa nuova specie. Di conseguenza poi nel nuovo mondo non ci doveva essere spazio per la diversità di ogni specie, come comporla con l’unità e l’unitarietà del nuovo popolo? E così chi praticava una fede religiosa o politica diversa, chi non riusciva a sognare lo stesso sogno,  chi aveva sogni diversi, chi si sentiva animato da sentimenti diversi, omosessuali, zingari che non provavano nessun amore di patria, e poi i diversi e traditori per eccellenza gli ebrei, considerati i cavalli di Troia di ogni società, tutti costoro dovevano lasciare spazio agli uomini nuovi. E anche qui la soluzione doveva essere radicale, finale: come si bruciano le erbacce in un campo prima della nuova semina. Chi magari oggi non comprendeva, dopo avrebbe compreso e ringraziato chi aveva avuto il coraggio di fare una così grande pulizia, di avviare la grande rivoluzione, di avviare il processo di nascita del nuovo mondo. I sogni si sa, diventano sempre più grandi, e più crescono più cresce la voglia di condividerli con altri: così ebbe la voglia e la gioia immensa di condividerli anche con gli abitanti dei paesi vicini, abbattendo le frontiere nazionali che ormai non avrebbero avuto più senso davanti al nuovo unico grande popolo nuovo. E prima o poi tutto il mondo avrebbe beneficiato degli effetti benefici del suo sogno. Peccato che non sia stato compreso! Gente incapace di guardare al futuro e al progresso, ai benefici della scienza e della tecnica, pertinacemente attaccata a ideali e valori passati, chiusa in un ghetto oscurantista, mandò in frantumi il suo sogno. E purtroppo  l’umanità è dovuta rimanere variegata per forme, colori, tradizioni, pensieri e affetti. Siamo rimasti diversi, l’uguaglianza è rimasto un mito: riusciremo mai a essere tutti identici e perfetti, l’uno simile all’altro per peso, altezza, colore di occhi e capelli, codice genetico e corredo cromosomico? Riusciremo mai a correggere gli errori di una natura matrigna e antidemocratica che non ci crea uguali gli uni con gli altri? E a correggere le differenza tra sani e malati, tra maschi e femmine, tra fertili e sterili? Perché la natura deve dare ad uno tre figli e ad uno nessuno? No, non c’è democrazia in questo! Un grande sogno bloccato da una minoranza reazionaria! Ma oggi c’è chi sta avendo il coraggio di rivivere quel sogno, di riprenderne la sua realizzazione da dove era stato interrotto: di questi uomini molti sentono il bisogno per riprendere sempre il cammino verso le magnifiche sorti e progressive dell’umanità, uomini che giustamente meriterebbero il titolo di benefattori del genere umano. Cosa che purtroppo pochi oggi comprendono. E fra questi pochi confesso di esserci anch’io. Perché il nome di quel sognatore era Adolf Hitler e se fosse andato avanti il suo sogno, io, piccolo brutto e nero, a quest’ora non sarei qui a scrivere di queste cose ma soprattutto a gioire, a piangere e ad amare qui con voi. Perché la mia esistenza è tutta un inno struggente alla vita che in ogni caso è degna di essere vissuta. Anch’io fui in principio un embrione e ringrazio i miei genitori perché ebbero il coraggio di scommettere sulla Vita. E di fidarsi del cuore. Perché “ il sogno (e non ‘il sonno’, come recita il detto filologicamente corretto del famoso monito di Goya) della ragione genera i mostri”. Goya non temeva infatti chi riconosceva che accanto all’ esprit de geometrie ha diritto di esistere anche l’ esprit de finesse e che la ratio non fosse l’ultima istanza del sapere umano: Goya temeva le pretese illuministiche che elevavano la ragione a Dea a cui sacrificare la libertà e la dignità dell’individuo. Perché se il progetto più bello per imporsi ha bisogno di sacrificare l’uomo allora non  è più un progetto umano (e ce lo ricorda proprio Kant preso a portabandiera dell’Illuminismo: l’uomo è sempre il fine, non può essere mai ridotto a mezzo per raggiungere altri fini) ma una aberrazione della ragione umana, è follia. E’ la lucida follia del sogno di Hitler (ma nel sogno folle dell’uomo nuovo da imporre con forza e con tutti i mezzi della scienza e della tecnica non c’è diversità ad esempio con Stalin e Mao e Ho Ci Min )  dei suoi epigoni che oggi ritorna in forma nuova e più subdola, alimentata dalla tentazione di Faust ( con la scusa di arrivare a curare e sconfiggere ogni malattia) che poi è la più antica delle tentazioni: “sarete come Dio”. Quando l’uomo sogna di essere un dio e vuole farsi arbitro di ciò che è bene e ciò che è male, manipolando le regole stesse della vita non fa che generare mostri. La storia del Golem di Praga (riletta nel mito cinematografico di Frankstein) ce lo insegna. E così l’uomo annichila se stesso: la manipolazione della vita umana si risolve in un suicidio. Forse ricordarlo oggi è più che mai necessario.

mercoledì 14 giugno 2017

Contro il fondamentalismo

Ho la grazia di occuparmi di dialogo interreligioso e quindi di vivere sulla frontiera dei rapporti fra le tre confessioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo, islamismo. Dico grazia perché in occasioni come queste ti accorgi come la possibilità di poter vivere un’esperienza di fede forte, frutto di un’identità consapevole e vissuta coerentemente non significa necessariamente l’arroccarsi in un integralismo fanatico, ma apre le porte ad un confronto sereno e ad un dialogo costruttivo tra appartenenti a fedi diverse, purché lo si voglia fare e soprattutto purché lo si faccia con grande onestà intellettuale. Confesso, infatti, di essere rimasto piacevolmente sorpreso e ammirato del coraggio che un musulmano, il noto sociologo e giornalista arabo Magdi Fuad Allam, ha avuto non solo nel deplorare ancora una volta l’islam della “guerra santa” e dei kamikaze imbottiti di dinamite (lo ha fatto in un libro bellissimo: Lettera ad un kamikaze che consiglio a tutti di leggere) ma di denunciare la deriva integralista che una parte dell’Islam sta vivendo. E l’integralismo, lo ha ammesso senza mezzi termini, è frutto di una lettura letteralista e fondamentalista del Corano. Una lettura che pretende cioè di derivare “sic et simpliciter” dal testo coranico valori e norme di vita “sine glossa” cioè senza nessun lavoro di interpretazione e di contestualizzazione. E tale lettura è voluta strumentalmente da chi vuole manovrare le masse ignoranti (e volutamente tenute nell’ignoranza) per tornaconti personali dove la volontà di Allah non c’entra affatto. Continuando di questo passo ha affermato icasticamente Allam l’islam sta procedendo verso il proprio suicidio, nonostante l’apparente marcia trionfale odierna: l’islam o accetta di rinnovarsi tramite l’apertura alla riflessione critica ed ermeneutica o non avrà futuro. Al di là delle sorti dell’islam credo che questa puntualizzazione sia stimolante anche in ambito cristiano. Fuad Allam dice che non si può leggere il Corano senza la chiave d’interpretazione dello stesso che ne da Muhamad nei suoi Detti e raccolti da tutta la tradizione e senza lo sforzo esegetico. Ugualmente penso che oggi anche in ambito ecclesiale ci sia il pericolo di un approccio letteralista e fondamentalista verso la Sacra Scrittura: in singoli personaggi ecclesiali o in tanti gruppi o movimenti o associazioni è in auge una lettura semplicista e acritica del vangelo da cui si sfocia o in un soggettivismo alienante in cui il “secondo me” - che non tiene conto della lettura “contestualizzata” da Esegesi e Tradizione ecclesiale -  vanifica il dato oggettivo del testo in un pensiero pio ma autogratificante tanto da non incidere per nulla nella storia personale, oppure sfocia in una lettura integralista e materialista del testo in cui il dato oggettivo è costretto in un “corto circuito” ermeneutico tale da violentarne il senso con la pretesa di una sua attualizzazione senza nessuna mediazione critica e quindi con un impatto astorico dirompente sulla realtà. E inoltre in entrambi i casi il rischio di plagio non è solo un’ipotesi astratta ma purtroppo reale ed attuale. La soluzione secondo l’Allam è il ritorno allo studio, allo sforzo esegetico, ad un’esperienza di fede non romantica o istintuale ma colta. E in questo sono più che d’accordo: lo si voglia o no  Corano, Bibbia e Vangelo sono libri e come tali devono essere  letti, studiati, interpretati e rettamente capiti. Non possediamo una rivelazione diretta da Dio: e questa è una grazia perché ci libera da ogni tentazione di teocrazia, non solo del Papa-re di Roma ma di tutti i piccoli papa-re che a volte si credono alcuni vescovi e preti e leader carismatici di questo o quel gruppo. Lo si voglia o no il cristianesimo non vuole ignoranti: è una “dotta ignoranza” quella che viene richiesta, una fede cioè certamente umile e sincera – perché non è riservato solo alla gente “colta”-, ma che sa che non può fare a meno della ricerca appassionata, amorevole e faticosa, lo “studium” appunto, con cui riuscire a cogliere la Parola  nel cuore delle parole. Confesso che ho paura dell’approccio immediato con cui clero e laici spesso si accostano alle pagine evangeliche col risultato di formare alla fede personalità bigotte ma non certamente mature e responsabili. Nonostante il pullulare nelle nostre sacrestie di iniziative di incontri e di lectio divina purtroppo bisogna riconoscere che siamo lontani da un approccio serio con la Bibbia. Bisogna tornare all’esegesi: il lavoro paziente e diuturno fatto nelle madrasse coraniche, nelle yheshivà ebraiche e che abbiamo quasi dimenticato nelle nostre parrocchie. La nascita di Gesù per i cristiani è la festa della Parola che si fa carne: ma se non si riesce a decifrarla nella Scrittura come poi riuscire a leggerla nei drammi dell’umanità e della storia? 

sabato 10 giugno 2017

Avinu, Abramo nostro padre

Ho ancora davanti ai miei occhi l'illustrazione con cui si apriva il mio catechismo di Aspirante di Azione Cattolica: una tenda da beduino nel deserto, un bellissimo cielo stellato, Abramo davanti all'ingresso della tenda, in piedi col bastone in mano. II Titolo: Esci dalla tua terra. II testo presentava l'inizio della storia del popolo ebraico a partire dalla chiamata di Abramo (il catechismo avrebbe poi continuato a presentare una tappa di questo cammino per lezione attraverso i personaggi più importanti: Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Davide, i profeti fino alla nascita di Cristo). II commento finale del capitolo mi colpì: siamo tutti figli di Abramo nella fede. Ricordo l'emozione di allora: è come se finalmente avessi ritrovato l'antenato illustre della famiglia, come se adesso sapessi finalmente chi ero, in quale storia ero inserito, incontro a chi stavo andando. E' stato questo il mio primo incontro con Abramo: e da allora abbiamo camminato insieme. Perché - mi si passi l'immagine - è come se mi portassi dentro un'amicizia e un affetto per quei miei nonni che non ho conosciuto. Negli anni dell'infanzia Abramo è stato un po' il nonno mitico a cui fare riferimento. E negli anni in cui si sognano le avventure in modi sconosciuti, sapere di essere i! discendente di un Abramo sempre in cammino verso la terra promessa era certo allettante e stimolante. Fu così che, prima ancora di conoscerne teologia e destino, imparai a sentirmi "spiritualmente" ebreo nel senso di sentire un'appartenenza a un popolo nella cui vicenda umana si possono leggere le orme di Dio. Perché sentivo che la mia appartenenza alla Chiesa e la Chiesa stessa era lo sbocco naturale della storia di Israele e del cammino cominciato con Abramo. Senza soluzione di continuità. Tanto forte il senso del battesimo quanto quello del sapere che le mie radici vengono dalle promesse fatte da Dio ad Abramo. Non è Gesù stesso ebreo figlio di Abramo, non è il cristianesimo figlio dell'ebraismo? Sarà stata la mia ingenuità infantile, ma confesso che non ho mai sentito antinomia fra le due appartenenze e col crescere mi meravigliavo nell'apprendere quale triste sorte di equivoci avrebbe assegnato la storia a ebrei e cristiani. La lettura del Diario di Anna Frank mi rivelò poi la tragedia dello sterminio folle e immotivato di milioni di ebrei: da allora ho sentito quasi la necessità di un impegno forte verso l'ebraismo che contribuisse a estinguere questo debito morale di ingiusta persecuzione verso un popolo tuttora amato dall'Onnipotente. E lo stesso infantile dispiacere per il mancato riconoscimento di Gesù come il Messia atteso da parte degli ebrei pian piano con gli anni ho avuto la grazia di reimpostarlo nell'ottica del mistero divino di cui parla San Paolo nella Lettera ai Romani: l'indurimento del cuore degli ebrei che permette l'annuncio dei vangelo ai pagani. Se San Paolo ha ragione allora il mio debito verso il popolo ebraico aumenta: la mia esperienza di grazia, per me pagano, è stata possibile solo da questo atteggiamento degli ebrei? Ma con Paolo, il cristiano e il fariseo insieme, sogno che avvenga presto il momento del nostro incontro nell'unico padre: Abramo, pur essendo figli di madri diverse. Già, Abramo: ogni cosa riconduce a lui. I! sentirmi idealmente a lui legato mi ha personalmente aiutato nel mio cammino di crescita e di maturazione, sia umana che vocazionale nella fede. A qualcuno potrà sembrare strano, eppure le pagine della Genesi che raccontano la sua storia spesso sono state sfogliate da me più dei vangeli stessi. Da Abramo ho appreso come la fede è anzitutto silenzio, obbedienza e cammino. Mai dato certo e acquisito. Prima che conoscessi la "spiritualità della strada" dello scautismo e de! roverismo, la meditazione della vicenda di Abramo mi aveva spinto ad elaborare una mia "spiritualità della strada" : negli anni in cui lo stile hippy "on the road" alla Jack Kerouac imperava scoprivo che prima ancora di questi "vagabondi del Dharma" un altro aveva avuto il coraggio di darsi non al vagabondaggio senza meta ma di mettersi in cammino rischiando sulla parola di uno sconosciuto. E così mi sono spesso ritrovato ad inoltrarmi nei territori sconosciuti della fede, tra il vago ricordo di un richiamo sentito e l'attesa di una voce che tornasse a parlare: nel mezzo il silenzio di Dio che mette a dura prova i! cuore dell'uomo. E allora lo cerchi scrutando le stelle: ma sai che non puoi contarle senza rischiare di trasformare il tuo atto in una insolente disfida alla promessa di Dio (questo per me era il senso della superstizione popolare che proibisce di contare le stelle): è Dio che lancia la sfida ad Abramo, a noi non è concesso raccoglierla. Così poi !a stessa tentazione della scorciatoia, di abbreviare i tempi della promessa (quasi dando una mano all'inadempienza di Dio) - cos'altro è la soluzione di Sara a volere un figlio da Agar? - è stata la tentazione ricorrente nei tempi in cui il cuore non sapeva più sopportare l'attesa: "Signore, che mi darai?" questa gemente preghiera della notte di Abramo è stata in lunghe litanie di giorni anche la mia preghiera. "Ecco muoio e tu mi lasci senza erede": il querulo lamento delle ore in cui sembra di essere quasi alla fine del cammino e di non aver concluso niente: 'tutto qui Signore, quello per cui mi avevi chiamato? Solo fatica: e la meta, e le tue promesse?" Credevo che pregare fosse solo dire belle cose a Dia, che non fosse giusto stare lì a lamentarci, quasi a fare i capricci: Abramo però mi ha insegnato che i veri amici di Dio hanno il coraggio di parlare con lui nella franchezza. Da allora ho appreso anche a lamentarmi con Dio, quando sempre tardare G mantenere !e promesse E anche ad intercedere, come Abramo: ripenso all'emozione avuto nel leggere la prima volta la lunga intercessione di Abramo per Sodoma e Gomorra (e poi si dice che il Dio dell'Antico Testamento non conosce l'amore e il perdono!). Ma poi si scopre che questo fa parte del gioco di Dio. Che quando credevi di non poter più ridere ecco che Dio ritorna a farti sorridere, ti ridà la gioia: Isacco, cioè "sorriso". Anche se devi imparare che il sorriso, i frutti del ministero, i tuoi figli spirituali ti sono dati eppure non sono tuoi! Perché anche su di essi pende la spada del progetto divino. "Prendi il figlio, quello che tu ami, e offrilo in sacrificio": sto imparando che o si riesce a leggere in questa frase tutto il mistero della vita sacerdotale o tutto si riduce all'esercizio di una professione fra le tante. Qui c'è il senso del celibato per me, il senso di una fede che deve imparare ad essere solo dono. Abramo sa che può "sfruttare" la sua amicizia con Dio a beneficio degli altri, ma sa che non può usarla per esimersi dal compiere lui stesso la sua volontà. Non si può dire a Dio: "a me proprio questo non dovevi chiederlo". E' il mistero dell'amore di Dio che lascia crocifiggere i figli che ama! Ma in questa capacità di saper offrire tutto in dono (l'olocausto è il sacrificio in cui tutto viene bruciato a Dio senza tenere niente per sé) credo che stia tutta la maturità umana e di fede di un uomo. Tutto dare, niente trattenere per se. Per questo penso che l'esperienza di Abramo sia esemplare per ogni esperienza di paternità: ho voluto sottolineare questo in occasione del funerale di mio padre volendo che si proclamasse proprio questa lettura del Sacrificio di Isacco, quasi a rileggere in questo episodio la stessa accettazione di mio padre che offre me, figlio unico, al Signore nel sacerdozio. Ma la paternità di Abramo credo che sia esemplare anche della paternità stessa di Dio: mi ha fatto impressione l'espressione ebraica che consegna i morti "nel seno di Abramo" piuttosto che in quello di Dio, a meno che l'esperienza del seno di Abramo non sia l'esperienza stessa del seno di Dio! lo credo di si, se il cuore di Abramo è pronto a sacrificare il figlio allora può benissimo essere l'immagine del seno di Dio che dona il proprio figlio sulla croce: non !'avevano inteso così già ì padri della Chiesa? Abramo, nostro padre nella fede: perché credette nelle parole del Signore. Cioè ebbe fiducia, si fidò di Dio. Abramo, mio padre nella fede: da lui continuamente imparo a fidarmi di Dio. E da lui imparo che la "giustificazione" non proviene dai miei meriti. "Perché si deve il titolo di padre ad Abramo e non agli altri?" domanda un midrash: "perché Abramo non parlò, ma fece" è la lapidaria risposta. E il fare di Abramo è il coraggio di mettersi in cammino e di assumersi da adulti i! coraggio delle proprie scelte: "Perché Abramo è diverso da Noè?" domanda ancora il midrash: "Perché Noè camminava con Dio (= Dio lo teneva per mano, quindi era ancora bambino) mentre Abramo cammina davanti al Signore (= è adulto, sa camminare da solo) è la significativa risposta. Ed essere adulti significa avere il coraggio dell'interiorità: "Lek lekà" comanda Dio ad Abramo che si può leggere come un rafforzamento dell'imperativo "Vattene" oppure come si legge nel Talmud "Va' in te" E "ritorna in te stesso" non è il comando di Agostino per la conversione ? II primo cammino e la prima partenza è dentro il cuore: qui ognuno ha la propria Ur e la propria terra promessa. Abramo, avinu, padre nostro ci aiuti ad intraprenderlo sempre.

giovedì 8 giugno 2017

Con chi prendersela?

Non è mio stile ritornare sui miei scritti, anche perché sarebbe ermeneuticamente scorretto. Tuttavia confesso il mio stupore nel riscontrare commenti ai miei articoli incentrati tutti su una sola domanda: “con chi ce l’ha stavolta?” come se io usassi questo sito o facebook per combattere le mie battaglie personali (ma sarei ben misero e meschino, e chi mi conosce sa che io le mie opinioni non le mando a dire per interposta persona…) oppure sulla convenienza o meno che un prete faccia o dica determinate cose. Chiaramente le mie esternazioni partono da esperienze vissute (mie personali o indirettamente riflesse su di me o per ministero o per semplice amicizia) ma se mi decido a pubblicare le mie riflessioni lo faccio perché penso che le mie meditazioni possano essere di aiuto a chi forse si trova nella stessa situazione o che comunque possano servire a fare più luce nel chiaroscuro di questo mondo. Perciò a chi è ammalato di dietrologia o si è fissato in un pregiudizio  che più che guardare all’uomo e alla sua interiorità guarda solo l’apparenza (senza capire che i veri scandali per cui stracciarsi le vesti stanno altrove) voglio dedicare la seguente riflessione che una mia gentile amica mi ha fornito, con l’auspicio che  possa magari scoprire che sotto la tonaca c’è un cuore che batte!  O forse è proprio questo quello che disturba?

C’è sempre qualcosa da dire sui preti

Se il prete una volta parla dieci minuti più a lungo — è un parolaio.
Se durante una predica parla forte — allora urla.
Se non predica forte — non si capisce niente.
Se possiede un’auto personale — è capitalista, è mondano.
Se non ha un’auto personale — non è capace di adattarsi ai tempi.
Se visita i suoi fedeli fuori parrocchia — allora gironzola dappertutto.
Se frequenta le famiglie — non è mai in casa.
Se rimane in casa — non visita mai le famiglie.
Se parla di offerte e chiede qualcosa — non pensa ad altro che a far soldi.
Se non organizza feste, gite, incontri — nella parrocchia non c’è vita.
Se in confessionale si concede tempo — è interminabile.
Se fa in fretta non è capace di ascoltare.
Se comincia la Messa puntualmente — il suo orologio è avanti.
Se ha un piccolo ritardo — fa perdere tempo a un monte di gente.
Se abbellisce la chiesa — getta via i soldi inutilmente.
Se non lo fa lascia andare tutto alla malora.
Se parla da solo con una donna — c’è sotto qualcosa.
Se parla da solo con un uomo — eh!.
Se prega in chiesa — non è un uomo d’azione.
Se si vede poco in chiesa — non è un uomo di Dio.
Se si interessa agli altri — è impiccione.
Se non si interessa — è un egoista.
Se parla di giustizia sociale — fa della politica.
Se cerca di essere prudente — è di destra.
Se ha un po’ di coraggio — è di sinistra.
Se è giovane — non ha esperienza.
Se è vecchio - non si adatta ai tempi.

Se muore — non c’è nessuno che lo sostituisce!

martedì 6 giugno 2017

A mio padre

Oggi ricorre l'anniversario della morte di mio padre: da lui sono stato educato al culto dell'onestà e della responsabilità, dell'umiltà e della disponibilità. Lo voglio ricordare con questo scritto che ne delinea le sue doti. Con l'augurio a tanti figli di avere dei veri padri e a tanti padri di avere il coraggio di educare i propri figli. 

Il mondo ha bisogno di uomini
che non possono essere comprati,
che mantengono la parola,
che stimano il carattere più prezioso del denaro,
che non esitano a correre rischi,
che sono altrettanto onesti nelle piccole cose come nelle grandi,
che non scendono a compromessi,
che non credono che la furbizia e la mancanza di scrupoli siano la miglior ricetta per il successo,
che non si vergognano né hanno paura di difendere la verità anche a costo di andare contro corrente.
Il mondo ha bisogno di uomini
che restano fedeli agli amici nel bene e nel male,
che sanno dire ‘no’ quando il resto del mondo dice ‘sì’


(J. Allan Peterson, For men only

giovedì 1 giugno 2017

In cammino

Qualcuno che mi ha detto: << belli i tuoi articoli e belle le tue riflessioni critiche, ma tu non ti metti mai in discussione? E sei sicuro che la tua Chiesa vada sempre difesa senza trovare in essa qualcosa che non vada? >> Certo che mi metto in discussione – e chi mi conosce sa che lo faccio più di quanto venga fuori dal mio atteggiamento sempre sicuro – e certo che la mia appartenenza alla compagine ecclesiale non è sicuramente di mera acquiescenza verso tutto e tutti – e anche qui chi mi conosce sa quale sia la mia franchezza (pagata a caro prezzo) all’interno della realtà ecclesiale – e se qualcuno è stato un lettore attento dei miei scritti sa pure che non sono certamente scritti con distacco ma che qualunque cosa io pensi o dice è sempre frutto di una reale e a volte sofferta compartecipazione al problema affrontato. Comunque ringrazio chi mi ha fatto queste osservazioni perché mi da modo di ritornare ai miei temi più cari, in cui la meditazione sulla realtà circostante parte sempre dalla introspezione personale.
E permettetemi allora di cominciare con una confessio laudis, per dirla con le parole di Sant’Agostino. Una confessione cioè di lode e di ringraziamento per i miei 55 anni di vita cristiana che compio proprio oggi, 1° giugno, anniversario del mio battesimo.
Chi sa di quante difficoltà sia irto il cammino di un sacerdote sa come allora non è la voglia di trionfalismo che ti spinge a segnare queste tappe e magari a fare festa con i tuoi amici e la tua comunità ecclesiale. In queste occasioni mi sento un po’ come i patriarchi di Israele che segnavano le grandi tappe del loro itinerario con l’erezione di cippi a ricordare non solo il cammino ma anche come in questo cammino avessero sempre sentito accanto la presenza di Dio che li accompagnava. Una presenza che si sostanzia poi in eventi, circostanze, compagni di viaggio in cui tu cogli il dispiegarsi amorevole di un amore grazioso che illumina la tua strada e da senso pieno alla tua vita.
Per questo, ad ogni passo, chi riconosce che la possibilità di averlo fatto non proviene dalle proprie forze, non può che ringraziare. Non riconosce il povero curato di campagna di Bernanos al termine del suo cammino che tutto è grazia?
Ecco allora oggi ancora il mio grazie, ripetuto, anzitutto al Signore perché finora umanamente mi ritrovo a chiedermi perché abbia scelto proprio me, con i miei limiti, e non altri a servirlo nella sua Chiesa. Ma comprendo sempre di più che poi tutto sommato non ha senso una domanda del genere quanto invece una risposta di fedeltà e di obbedienza che io sono chiamato a dare. E poi il grazie per quanti mi sono stati accanto in questo cammino, chi fin dall’inizio, chi aggiuntosi in questi ultimi anni, i cui nomi sono scritti a lettere d’oro nel mio cuore. Sono gli amici fraterni con cui condivido la compagnia della fede e lo sforzo quotidiano dell’accettazione e del perdono. Sono i confratelli presbiteri con cui condivido l’anelito del servizio sacerdotale. Sono in particolare tutti i sacerdoti che ho incontrato nella mia vita, senza la cui testimonianza non sarebbe né nata prima né maturata poi la mia vocazione. Sono tutti quelli che il Signore ha affidato alle mie cure, prima come catechista e poi come sacerdote e che hanno contribuito a dare forma alla mia identità presbiterale. Sono le suore che pregano per me con affetto materno. Sono i fedeli della mia parrocchia che mi sforzo di pascere come il buon Pastore.
Ma c’è un grazie peculiare che voglio dire anche a quelli, preti e laici, che in questi anni mi sono stati contrari. A volte certo per i miei peccati, e di questo domando perdono e Dio e a loro, ma a volte in modo gratuito e viscerale, spesso con un odio che non sono riuscito a spiegarmi fino ad oggi. Non giudico nessuno e rimetto nelle mani di Dio il giudizio su ognuno: so come poi nella vita il peso dell’umano, la corsa al potere, la paura dell’antagonista, l’invidia e la gelosia hanno il loro peso; so come spesso i risentimenti per desideri insoddisfatti facciano il loro gioco, e non mi scandalizzo. Ho cercato di fare il prete e il parroco nella consapevolezza che a volte si deve avere davanti a Dio il coraggio di fare anche delle scelte impopolari e controcorrente e che a volte pur volendolo non si possono accontentare tutti, anzi mi sono accorto che in fondo qualsiasi scelta si faccia sempre c’è qualcuno che ti rimprovera di aver sbagliato! Ma non mi tiro indietro, anzi la sofferenza che spesso contrasti gratuiti e critiche ingiustificate (per non parlare delle calunnie vere e proprie che il venticello della maldicenza porta sempre in giro) mi conferma nella convinzione che non c’è altra strada per un cristiano che quella della croce, d’altronde non è questa la via del Maestro?
Per le esperienze personali fatte e il mio cammino spirituale poi mi accorgo sempre di più che il cammino ecclesiale e quindi anche quello di un prete deve essere non nella forza ma nella debolezza, nella debolezza di un Dio che annichila se stesso sulla croce. Per questo non  mi piacciono tutti quegli escamotage che mirano a proporre ancora un regime di cristianità imperante in cui il prete è ancora una forza non solo ecclesiale ma anche sociale e politica. No. Io mi riconosco più in un don Milani o un don Mazzolari che rifuggivano proprio da questo. Perciò non voglio che la gente più che attaccarsi a Cristo si attacchi al prete perché è un bravo organizzatore di feste e gite e tornei di calcio, perché ha messo i bigliardini in parrocchia. Oggi più che mai credo che il prete si debba spendere nell’annuncio della Parola e nell’accompagnamento col dialogo personale dei fedeli, oltreché certo la preghiera e i sacramenti. Il resto, ed è tutto lo spazio mondano, spetta ai laici, altrimenti avremmo ancora una volta una forma di clericalismo invadente che promuove i laici facendone dei sacristi!
Perciò chi mi vuole bene e mi vuole augurare un felice ministero mi auguri proprio questo: di vivere in cammino come Abramo e nella kenosi di Cristo verso i peccatori.
Non mi auguri altro e, se credente, per questo e non per altro, preghi.
E nessuno idealizzi me o gli altri preti (e nemmeno vescovi e papi): ricordiamo Agostino che dice “Per voi sono vescovo ma con voi sono un cristiano in cammino”.
Perché prima di ogni altra cosa è il cammino di discepolato che conta: in questo siamo tutti uguali, perciò anzitutto, come ricordava il Cardinale Pellegrino ai suoi, il primo dovere è camminare insieme.
A chi pensa di poterlo fare, perciò io rivolgo un invito: camminiamo insieme!


domenica 28 maggio 2017

Cristo, la cultura e Buchowski

Ho rivisto per Pasqua il film La Passione. Ho ricordato le polemiche che lo accompagnarono alla sua uscita (<<troppo crudo>> si disse allora) e ho notato ora invece l’indifferenza generale per la sua rimessa in onda. Eppure è un film che 
ha comunque richiamato in me quel principio che personalmente a me sta tanto a cuore e che dovrebbe stare a cuore di tutta la Chiesa e di tutti i cristiani, di qualsiasi confessione: è quello che in teologia viene chiamato come Legge dell’Incarnazione. Ho usato il condizionale, parlando di Chiesa, perché uno dei rischi che oggi è più paventato da tanti acuti osservatori del fatto cristiano, sia credenti  sia non credenti o comunque non praticanti (quale ad esempio Massimo Cacciari che in diverse interviste sta difendendo – a volte forse più degli stessi uomini di Chiesa – il proprio, l’essenza del cristianesimo che è lo stesso Cristo) è che l’esperienza cristiana sia ridotta ad una etica, una morale, fosse anche una religione tra le tante, ad una via di conoscenza (gnosi) intellettuale, a pura ideologia o filosofia. Così facendo si snatura la fede cristiana che non è fondata né su principi o su valori astratti, fossero anche i più belli, ma su un uomo, Gesù  di Nazaret che la fede ci fa confessare come il Verbo rivelatore dell’unico Dio Creatore del mondo e Signore della storia. Nonostante quello che si dice il cristianesimo (e l’ebraismo da cui deriva ma da cui nettamente si stacca) non è una religione del libro (termine improprio creato da Maometto per accreditare il Corano come libro sacro e acriticamente ripreso purtroppo anche da commentatori cristiani): la Bibbia (vangeli compresi) non è tanto importante per se stessa (e quindi parola di Dio tout court: altrimenti cadremmo nel fondamentalismo letteralista) o per le belle espressioni o i bei principi in essa contenuti; il cristiano anzitutto vive nella fede il suo incontro personale con il Cristo, e sa che la Bibbia è solo una testimonianza della sua incarnazione. Se anche non avessimo più vangeli o non avessimo neanche una parola di Cristo la mia fede in lui non verrebbe meno, perché quello che conta non sono le parole che lui ha detto, ma il gesto d’amore con cui lui mi ha salvato sulla croce. Se Cristo avesse scritto mille libri sull’amore ma poi fosse morto di vecchiaia nel suo letto certo la sua morte non avrebbe avuto il  valore salvifico che tutti noi attribuiamo invece alla croce. Comprendere ciò significa essere veramente cristiani ed evitare di leggere il film di Gibson (per me il più bel film sulla passione finora visto) con pregiudizi tendenziosi ed equivoci (anche strumentali). Dio ci salva in Cristo assumendo l’umanità e il suo peccato e quindi anche la morte e il dolore: questo si afferma quando si dice che il Verbo si è fatto carne. Perché tutto ciò che l’uomo sente e sperimenta lo prova attraverso la carne: l’incarnazione è il gesto appassionato di un Dio che ama l’uomo per quello che è, senza nessun astrattismo. Guai a dimenticarlo: l’uomo è carne (e la tradizione biblica rifugge dal dualismo anima – corpo di origine platonica che tanti danni ha poi causato nel pensiero e nella prassi ecclesiale al punto di interessarsi solo della cura animarum!) e il cristianesimo, con l’affermazione che il nucleo centrale della fede è l’incarnazione e la conseguente resurrezione della carne (e non tanto l’immortalità dell’anima, anche questa frutto della speculazione filosofica greca) è il materialismo antropologico più radicale che mai si sia avuto nella storia e l’inno alla materia più bello che sia stato mai scritto. Ma l’incarnazione è legge non solo per Cristo ma anche per la chiesa che da lui prende le mosse: la Chiesa non può non essere e agire se non come lui ha fatto. Questo implica uno sforzo di inculturazione del Verbo in ogni epoca e in ogni civiltà e contesto storico per assumere ogni volta non il “concetto” di uomo, ma questo uomo hic et nunc le sue vicissitudini e la sua storia. In pratica lo sforzo costante di farsi carico dell’altro che comporta la  sua conoscenza piena e diretta: l’inculturazione è una mediazione che non può essere fatta una volta per tutte perché l’uomo e le sue situazioni cambiano e la Chiesa deve calarsi come il buon samaritano ogni volta su un ferito diverso. Ecco perché è grave lo iato esistente tra Chiesa e cultura (e mondo della cultura) ed è ancora più grave che in forza di una malintesa pastoralità tanti uomini di chiesa non coltivino il dialogo con la cultura: senza cultura non si hanno strumenti per potere poi incarnare il messaggio evangelico. E cultura significa entrare in dialogo con tutte le espressioni dell’animo umano. Se già un intellettuale romano poteva dire “sono uomo e niente di umano reputo straniero” a maggior ragione un cristiano non può considerare alieno nessun fatto genuinamente umano. Senza puzza sotto il naso né velo agli occhi. Sono grato al Signore per aver avuto l’opportunità negli anni di seminario di leggere non solo libri di ascesi e di mistica ma anche i libri di Kerouac e di Buchowski: perché  le loro storie di ordinaria follia mi hanno aiutato a capire su quali strade oggi il mondo cammina, strade che purtroppo forse mai incroceranno le strade di Cristo e del Vangelo. E confesso che questo è la mia sofferenza di prete oggi: perché per quanto mi possano piacere Gioia e Cavalcata e Mulici e tonache e piviali, mi si spezza il cuore passare davanti a giovani che vivono alla giornata e che non si fanno minimamente interpellare da quanto succede loro intorno, si sparassero pure migliaia di euro in fuochi d’artificio! Giovani che di Charles Buchowski hanno appreso solo l’arte dello sballo ma non quello che c’era dietro (proprio Buchowski a un giornalista che gli chiedeva cosa cercasse in alcool e droga nella sua ultima intervista rispose: <<Cosa? Dio, naturalmente, e che altro?>>).  Ma è una sofferenza ancora più grande quando una parte di uomini di Chiesa non si fa mettere minimamente in questione da scene come questa, dalle decine di nostri figli drogati e alcolizzati e di figlie ragazze madri o dall’aborto facile, di famiglie che si dissolvono come neve al sole, di bambini e fanciulli (ma anche adulti) educati da spettacoli immorali (no: non pensate ai film porno, perché la reality tv è più sconcia di un film hard) però poi se un prete cita un proverbio popolare si scandalizza! Ma il vero scandalo è che Scicli, con tutto l’Occidente sta morendo di un lento suicidio e nessuno se ne preoccupa! La Chiesa italiana aveva varato il progetto culturale, ma temo che sia rimasto un pio desiderio che nessuno ha veramente compreso e voluto. E forse, nonostante le chiacchiere e le grida altisonanti, perché preferiamo curare di più le nostre buone e care bizzoche che avere il coraggio di uscire dal tempio. Ma il mondo, l’uomo, la storia, sono fuori: e di questo peccato di omissione dovremo rendere conto a Dio.

Qualcuno ancora una volta forse si scandalizzerà per queste mie parole, si chiederà come un prete può avere una visione così tragica della realtà: no, non sono pessimista, anzi, se non ci fossero fede e speranza ad animare le mie giornate chissà da quanto tempo avrei ceduto alla tentazione di smettere di lottare. Ma non mi va stare a guardare senza fare niente, magari immaginando che le situazioni si aggiustino da sole, o di accontentarmi di un minimo da chi invece è chiamato a dare  il massimo e il meglio di se stesso. Perché la Chiesa ha un compito educativo e formativo a cui non può rinunciare, pena la perdita della sua stessa identità. Diciamolo però con franchezza, oggi nelle nostre chiese difficilmente si educa alla fede, non si formano più cristiani che anzitutto sanno in chi e in cosa credono (l’ignoranza è così grande ormai che ce la rimproverano anche i pensatori laici!), o per tenerci buoni i quattro fedeli che ancora ci seguono cominciamo a fare sconti sulle esigenze della sequela: come mi preoccupano certi cammini di fede in cui tutti sono intruppati e plagiati, così d’altro canto temo certe proposte di fede tutta acqua e sapone e in cui ogni problema è risolto solo con sdolcinati sorrisi. Stranamente che la fede, quella biblica, sia un cammino di libertà, di coscienza e di interiorità che comincia con Abramo, che si nutre di Parola, che tende alla santità, che vive di amore e di accoglienza a volte devono essere i non credenti o i non praticanti a ricordarcelo. Dice San Tommaso  D’Aquino che la verità, da chiunque è detta, rimane tale e quale, e allora? E allora siamo al discorso di prima. Per questo non ci rimane che sperare che dalle nostri parti ritorni di moda una parola: responsabilità, cioè prendere sul serio la propria vita e la propria fede, contro tutti i luoghi comuni che sono i buchi neri in cui oggi sprofondano tutte le buone intenzioni!