venerdì 19 luglio 2019

Omelia per Martina


Le circostanze tragiche della morte della sorella Martina ci spingono, come comunità ecclesiale, ma anche come comunità civile, a interrogarci sul perché un fatto del genere possa essere accaduto, e a cercare di darne, se non una spiegazione - una spiegazione infatti sfugge ad ogni logica umana - almeno una interpretazione che aiuti a dare senso ultimo, e quindi a vivere con consapevolezza e responsabilità, un evento che altrimenti potrebbe farci correre il rischio di leggerlo solo in termini di inaudita sofferenza e immane disperazione.
E’, dunque, per non correre questo rischio che, riuniti come comunità credente davanti al Dio della vita e della morte, vogliamo metterci in ascolto di Lui e della sua Parola, a Lui porgere le nostre domande, da Lui ascoltare una parola di comprensione e di conforto.
Ho, proprio per questo, voluto scegliere un brano del Vangelo in cui siamo messi davanti a due episodi di sciagure successe durante la predicazione di Cristo a Gerusalemme.
Il contesto del passo lucano è dato da due fatti tragici: uno dovuto alla violenta repressione del prefetto di Roma, Ponzio Pilato, che ha fatto massacrare degli zeloti galilei nel tempio, mescolando il loro sangue al sangue dei sacrifici animali; l'altro, invece, è una di quelle sciagure, apparentemente casuali e assurde, e si tratta del crollo della torre di Sìloe, che ha provocato la morte di diciotto persone. Nel primo caso c'è un atto crudele da parte di un potente, nel secondo caso un fatto ineluttabile, che sembra rinviare ad un cieco destino. 
In verità, il vangelo ha sullo sfondo l'interrogativo sul male presente nel mondo,
In fondo, dietro questi due avvenimenti, possiamo percepire le eterne domande dell'uomo e del credente davanti al mistero del male: perché Dio, onnipotente e buono, permette violenze talvolta immani e impensabili nella storia degli uomini? Perché non impedisce disastri, sciagure, terremoti, incidenti di ogni genere, tutti eventi che sfuggono alla responsabilità, almeno diretta, dell'uomo? Perché spesso l’innocente vi trova la morte?
Ora, la duplice risposta di Gesù, da una parte, richiama una misteriosa connessione che sussiste tra il male, presente nell'uomo e nel mondo, dall'altra mette in guardia da una lettura semplicistica che considera la sventura e la sofferenza come immediata punizione dei peccati e invita a scendere più in profondità.
E’ quanto Gesù ripete a noi oggi.
Anzitutto ci dice che è sbagliato leggere la fine drammatica di Martina come punizione per le sue colpe, perché agli occhi di Dio tutti siamo peccatori, tutti portiamo il peso, più o meno grave, dei nostri peccati, tutti siamo uomini feriti dal peccato: certo, chi muore non è più peccatore di altri che rimangono in vita, né chi rimane in vita può credersi più giusto di chi muore.
Questa equazione << uccisione uguale peccatore, non uccisione uguale giusto>>, non è dalla sapienza divina. È invece dalla stoltezza umana. È la coscienza davanti a Dio che deve attestare la nostra colpevolezza o la nostra innocenza, non la storia. Gli uccisi o che muoiono in incidenti non sono più colpevoli degli altri.
Noi non siamo qui per fare noi una distinzione tra buoni e cattivi, fra giusti e ingiusti. 
Né siamo qui per fare processi sommari alle buone o cattive intenzioni.
Siamo qui invece per metterci nell’orizzonte più ampio della consapevolezza che, come ci ricorda san Paolo, tutti ci presenteremo davanti al tribunale di Dio e ognuno sarà chiamato a rendere conto a Dio delle proprie azioni. Ed è da Dio che riceverà il premio o la condanna. 
Ecco perché oggi siamo qui a ricordare che la vera morte non dipende dalle circostanze esterne, a volte anche tragiche, ma la vera morte è la perdita dell’anima, dell’amicizia con Dio. 
Oggi qui siamo invitati ad avere uno sguardo nuovo, che penetra oltre l'immediata superficie ed invita a giudicare i fatti in modo più radicale, cogliendo in tutto un appello alla libertà, per una scelta tra la vita eterna e la morte eterna, tra la perdizione e la salvezza, tra inferno o paradiso, come insegna il Catechismo della Chiesa cattolica. 
E’ l’appello di Cristo alla conversione: “No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo".
Cioè a cambiare vita. 
Dunque, agli occhi di Cristo non conta separare gli uomini in giusti ed ingiusti, perché a Cristo sta a cuore scuotere la libertà di tutti, e mostrare che senza conversione, siamo tutti in cammino verso la morte, verso una perdizione che inizia nel tempo, e sfocia nell'eternità. 
Allora, davanti a certi avvenimenti tragici, dovuti alla disumana o irragionevole violenza o incoscienza dell'uomo, non ci è chiesto di trovare una spiegazione esauriente e completa, che annulli il mistero e lo scandalo del male, ma di raccogliere il richiamo alla nostra umana fragilità: siamo provocati a riconoscere il nostro limite, aggravato dalla libera scelta del peccato, e chiamato a consegnarsi all'abbraccio del Dio vivente, che in Cristo si manifesta come Dio ricco di misericordia e di compassione. Tutto dipende dal giudizio che realizziamo di fronte agli eventi, dal discernimento che operiamo: davanti al male della storia umana c'è un discernimento superficiale che divide i buoni dai cattivi, i colpevoli dagli innocenti in nome della giustizia, oppure che ritiene il male come un accidente inevitabile e casuale, optando, alla fine, per un'esistenza senza significato. 
Ma c'è un altro discernimento che Cristo ci propone e che consiste nel riconoscere, anche negli eventi negativi e ingiusti, il Padre che viene incontro a noi, chiamandoci a conversione: la vera "morte" inizia in un'esistenza che prende le distanze dal suo Signore e che pretende di auto-salvarsi, mentre l'autentico discernimento apre gli occhi a leggere in tutto un appello di Dio a cambiare vita nella conversione a Lui.
Nella tragica fine di Martina, siamo chiamati dunque a sospendere ogni affrettato giudizio, e, può sembrare paradossale, ma è il paradosso della fede, siamo chiamati a cogliere questo evento doloroso come evento di grazia. 
Cioè come una opportunità di conversione e di salvezza che oggi il Signore ci offre. 
Chi si deve convertire? Tutti! Chi deve cambiare vita? Tutti!
Viene la morte. A volte all’improvviso.  
Si pensa che essa sia solo per gli altri. 
Nessuno può dire di essere al riparo da incidenti come quello occorso a Martina: ecco perché la morte subita da innocenti dovrebbe spingere tutti a conversione e a penitenza. La morte può venire in qualsiasi modo. Ognuno si chieda <<Se fossi stato io al suo posto, dove sarei ora? Sarei salvo o sarei dannato per sempre?>> 
E in questo appello alla conversione, che deve toccare tutti e ognuno, mi permetto di indicare alcune vie a riprova di una vita da cambiare affinché la conversione sia vera e credibile.
nzitutto occorre convertirsi da uno stile di vita in cui la regola ultima sia la ricerca sfrenata ed egoistica del proprio piacere ad ogni costo, in una fraintesa libertà personale che arriva allo sprezzo della vita e della libertà altrui,verso una stile di vita che cerchi anzitutto il bene comune e il rispetto della vita e della dignità umana.
Si grida alla libertà calpestata, violata quando sono negati certi pretesi diritti ma nessuno pensa che vera libertà civica è l’esercizio e l’assunzione anche di doveri. Nessuno che pensa che urge agire con più sapienza, accortezza, temperanza, attenzione, somma vigilanza. Nessuno che dica che certe cose non si possono fare. Nessuno che ripeta che certe regole vanno osservate. Se queste cose non le comprendiamo, siamo stolti. La storia non insegna nulla, quando si è stolti ed insipienti. La stoltezza sempre produce e genera ogni morte.
Assistiamo ormai quasi impotenti al ripetersi di liturgie di morte per i tanti, troppi, incidenti non frutto del tragico caso, ma di uno sciagurato e irresponsabile esercizio della libertà che genera impudenza e imprudenza, azioni sconsiderate, decisioni non ponderate. 
Chiaramente siamo qui, come comunità civile, a chiedere che la giustizia faccia il suo corso, che vengano accertate le responsabilità di chi ha provocato la perdita di una vita umana, privando del conforto della mamma un figlio bisognoso di cure, del suo affetto la sua famiglia bisognosa della sua presenza.
E ci auguriamo che l’autore di tale sciagura abbia la piena coscienza del debito contratto nei riguardi della comunità e della convivenza umana che col suo atto ha minato alle radici. 
Noi preghiamo perché anche in lui si innesti un cammino di pentimento e di conversione perché rifletta seriamente sul senso della vita e sulla gioia di vivere che forse lui ha cercato ma ha creduto di trovare percorrendo strade sbagliate e senza uscita. 
Ma vogliamo pregare anche per la conversione delle autorità, ad ogni livello perché al di là di scelte demagogiche sappiano indirizzare con forza i cittadini sulla via della giustizia, del diritto, e del rispetto della legge, per garantire sicurezza e legalità; 
vogliamo pregare per la conversione di quanti hanno responsabilità educativa, come gli insegnanti a scuola: che abbiano la consapevolezza inderogabile che il futuro della società passa attraverso la formazione delle nuove generazioni al senso civico e al rispetto delle persone; 
vogliamo pregare soprattutto per i genitori, perché riprendano con coraggio il loro ruolo di primi educatori nella fede e nell’esercizio della moralità e delle scelte etiche da compiere, anche a prezzo di rinunce e sacrifici: basta con i padri che giocano a fare gli amiconi dei figli! 
La società non ha bisogno di bimbi viziati e irresponsabili, ma di uomini maturi e coscienti che il futuro del mondo dipende anche dal loro impegno attivo e generoso: ecco perché l’ultimo appello alla conversione mi sento di farlo ai tanti, troppi giovani che stanno consegnando la loro vita in sentieri di morte, votando se stessi allo svuotamento del senso della vita barattato per attimi fuggenti di piacere, ricercato nella droga e in ogni altro genere di alienazione: cari giovani, non dovete aver paura, abbiate il coraggio di non fuggire, di affrontare la vita, di viverla e di gustarla in tutta la sua affascinante bellezza. 
Allora, e solo così, la morte di Martina non sarà stata vana.
Lo voglio ricordare anzitutto ai suoi familiari. 
Questo è il momento del dolore da rimettere nelle mani di Dio, come ci ricorda il libro delle Lamentazioni, di fidarci di Dio e aspettare in silenzio che lui riveli il suo progetto di salvezza. 
Ma anzi, siamo chiamati a continuare a sperare “contro ogni speranza”, come direbbe san Paolo, perché, come abbiamo pregato nel salmo, in Lui abbiamo riposto ogni speranza, perché le misericordie del Signore non sono finite. 

Se la vita di Martina e la sua morte riuscirà a scuotere le nostre coscienze, allora non sarà stata una vita sprecata: <<se il chicco di grano caduto a terra non muore, non può dare frutto>>. Martina è stata seminata a terra da un folle gesto di sconsideratezza umana, ma ora quello che importa è che dalla sua morte riusciamo a coglierne frutti di grazia.

domenica 23 dicembre 2018

Il monoteismo è davvero all’origine della violenza religiosa? Due risposte e una domanda


Premessa: nostalgia di politeismo


Nell’orizzonte del dibattito culturale attuale, si nota un ritorno ciclico di alcune idee: ciò non desta meraviglia. Quello che stupisce è invece la virulenza con cui è ritornata in auge una in particolare, dietro il tentativo di spiegare la matrice religiosa di un certo terrorismo islamico: è la tesi per cui la radice della violenza religiosa si annida nel monoteismo, in particolare in quello cristiano e islamico.

Un excursus per capire lo status quaestionis


1. Il Protestantesimo e le guerre di “religione”


Col Protestantesimo nasce il “confessionalismo”.

La guerra dei trent’anni frammenta la christianitas europea (occidentale).

Il principio “cuius regio eius et religio”: la ricerca di un nuovo equilibrio e di un nuovo concetto di Stato.

La falsa soluzione con il concetto di “tolleranza”

2. La nascita del deismo illuminista…


L’Illuminismo propose un superamento della questione elaborando, con il Deismo, un concetto di Dio super partes, svincolato dalle immagini veicolate dai tre monoteismi storicamente affermatisi: Ebraismo, Cristianesimo, Islam.

Fu una reazione alle “guerre di religione” in seguito alla nascita del protestantesimo.

Ma anche il frutto del lungo cammino di emancipazione dell’uomo da Dio iniziato con l’Umanesimo e il Rinascimento.

3. …e la sua degenerazione


Tuttavia, tale concezione deistica della divinità, resasi autonoma rispetto all’immagine di Dio contenuta quantomeno nell’ambito dei due monoteismi biblici, non è riuscita ad entrare in dialogo positivo con queste due esperienze storiche di monoteismo: spesso ha invece espresso posizioni segnate da un antagonismo paradossale, volendo superare la presupposta radice violenta del monoteismo ebraico-cristiano con l’imposizione, anche violenta, di un nuovo monoteismo o di un altro principio ideologico assoluto!

4. Da Dio alla “Dea ragione”


La degenerazione dell’Illuminismo segna proprio il fallimento di questa impresa.

La rivoluzione francese, madre di ogni rivoluzione totalitaria è frutto del «pregiudizio – tipico del modello razionalistico – secondo il quale, anche sul piano esistenziale e sociale, c’è un solo modo per affermare la verità: negare la libertà o eliminare l’antagonista».

5. Le altre formule a-teistiche


Ma il deismo non fu e non è l’unica reazione al preteso legame tra violenza e monoteismo.

L’alternativa radicale alla creduta concezione assolutizzante del monoteismo, così come nei confronti di ogni altra idea religiosa, è data dalla teorizzazione

*      di varie forme di laicismo politico,

*      delle varie forme di agnosticismo,

*      delle varie tesi di ateismo immanentistico e naturalistico,

*      dell’esistenzialismo ateo

*      del nihilismo di matrice nietzschiana

6. Una lettura della storia delle religioni “viziata”: il capovolgimento del giudizio sul monoteismo


Stranamente, si sta assistendo al capovolgimento del giudizio sul monoteismo, un tempo considerato come l’approdo della ricerca religiosa degli uomini in una forma «culturalmente più evoluta», cioè come concezione ultima della divinità a cui è pervenuto il pensiero filosofico-teologico dopo una riflessione durata secoli e ora invece ritenuto come il vero ostacolo al progresso e alla piena realizzazione dell’uomo e della società. Il rovesciamento del quadro moderno è inaspettato: ora il monoteismo è arcaico e dispotico, il politeismo è creativo e tollerante.

7. La tesi: il monoteismo è violento, il politeismo è tollerante


È l’idea di Umberto Eco, volgarizzata qualche anno fa in diverse sue pubblicazioni e diffusa anche dal Galimberti; ma è soprattutto il forte convincimento di Jan Assman, illustre egittologo, che ha lanciato con forza l’idea, ripresa fortemente dai media di tutto il mondo e oggetto di accesi dibattiti, secondo cui per sconfiggere la violenza terroristica è necessario superare il monoteismo che la genera.

Infatti, con un certo corto circuito logico, da tante parti si afferma come, dato che ogni monoteismo presenta il proprio Dio come l’unico e l’assoluto e questi sia posto a fondamento della verità, allora lo scontro tra monoteismi sarà inevitabile, perché ogni gruppo tenderà ad imporre la supremazia e l’unicità del suo dio e quindi la propria verità su tutti gli altri. Magari con la violenza, oltre a tutti gli altri mezzi di persuasione e di proselitismo.

Come uscirne? Si chiede. Si risponde: bisogna ritornare al politeismo tollerante, multiculturale e multireligioso del passato, se non, addirittura fermarsi ad uno stadio di laicismo agnostico.

8. Quale ragione? quale verità? Il relativismo


All’origine di questo ribaltamento c’è certamente il cambiamento del modo di comprendere l’esercizio della ragione e il concetto di verità.

Dalla sfiducia tutta moderna sulla possibilità che la ragione conosca una verità assoluta, o anche da una certa indifferenza verso questa verità e dalla riduzione dell’ambito della certezza al solo ambito scientifico (o forse neanche più a questo) discende, anzi, l’idea che proprio l’affermazione della verità stia alla base di un pensiero unico sfociante nel totalitarismo e nella «pretesa di possesso esclusivo da parte di un soggetto o gruppo umano»  della stessa verità.

Da qui si pretende affermare da parte di alcuni la nascita dei conflitti a causa dei fondamentalismi religiosi, giacché uno dei fondamenti del pensiero monoteista starebbe nel ritenersi detentore assoluto della verità. Conseguentemente, l’unica posizione lecita su cui attestarsi, in reazione a questa pretesa assolutistica, sarebbe quella di un pensiero relativista circa la verità, che di fatto concretamente sfocia nella indifferenza circa qualsiasi principio o valore.

La prima risposta: il cristianesimo


Ma ne siamo certi? Ma è davvero così?


Si vedrà che la domanda poggia su presupposti errati

        I.            perché non è assolutamente vero che il monoteismo, o meglio, ogni monoteismo, in sé generi necessariamente intolleranza e violenza.

     II.            E poi, ammesso e non concesso che davvero qualche realizzazione storica di qualche monoteismo abbia generato violenza, siamo davvero sicuri che la soluzione sia nel ritorno al paganesimo politeista o nella scelta dell’agnosticismo esistenziale?

A tal proposito, la Commissione Teologica Internazionale (CTI) ha pubblicato nel 2014 un documento dal titolo Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza.

Tuttavia tale pubblicazione sembra che sia rimasta sotto traccia e la sua conoscenza confinata nell’ambito degli addetti ai lavori, quando invece ne sarebbe stata opportuna un’ampia diffusione che avrebbe certamente giovato al dibattito attuale: ecco la necessità di una ripresa del tema.

Il documento della CTI vuole rispondere dunque all’accusa, sempre più frequente e ripresa a più livelli di significato, secondo cui è proprio il monoteismo a generare violenza religiosa e intolleranza tra gruppi religiosi. La riflessione della CTI si propone perciò di offrire una chiarificazione circa «una teoria diversamente argomentata, secondo la quale esiste un rapporto necessario fra il monoteismo e le guerre di religione» , chiarificazione offerta come proposta di dialogo e perciò elaborata e presentata «in chiave di argomentata testimonianza, non di contrapposizione apologetica» .

1. Paganesimo tollerante?


La CTI si oppone con forza a tale concezione sviluppando una argomentazione a più livelli. Anzitutto, viene negato che il politeismo, così come si è attestato nella storia, sia davvero un esempio ideale di tolleranza. La Commissione formula infatti una «riserva critica nei confronti di una semplificazione culturale che riduce l’alternativa alla scelta fra monoteismo necessariamente violento e un politeismo presuntivamente tollerante».

Anzi, si afferma che «l’applicazione metaforica del politeismo religioso alla democrazia civile, come antidoto alla violenza, in verità, sembra talora stravagante dal punto di vista storico, sociologico, e anche teorico» . Basti pensare al “tollerante” impero romano e alle persecuzioni contro i cristiani!

2. Una reazione comprensibile, ma… davvero paganesimo significa pluralismo?


Se però può essere comprensibile, e in parte giustificabile, una certa posizione agnostica o ateistica nei riguardi dell’esperienza religiosa in sé, a volte causata da una reazione alle sue concretizzazioni storiche, in cui la religione spesso è servita da supporto strumentale alle varie forme di potere e alla sua gestione, appare quantomeno strana – così come si afferma nel documento – la posizione odierna di alcuni che vedrebbero il monoteismo come la radice di ogni violenza e da qui il rimpianto di una concezione religiosa politeista che assicurerebbe il rispetto per la diversità di idee e di forme di vita etica e sociale in un contesto, ormai attestatosi, come pluralistico e variegato.

3. No al relativismo: il vero problema


Perciò la CTI afferma che l’idea della consequenzialità tra monoteismo e violenza, considerata da alcuni intellettuali come una ovvietà culturale, non faccia invece che acuire l’indifferenza della società nei riguardi dell’esperienza religiosa, oscurando la vera immagine della religione e offendendo la dignità dei credenti sinceri .

Paradossalmente, inoltre, questo «sentire relativistico totale abbandona i rapporti umani a una gestione anonima e burocratica della convivenza civile» e sfocia nell’affermarsi «di un disegno totalitario del pensiero unico»: così, nel tentativo di uscire dal preteso totalitarismo del monoteismo, si assiste al tentativo, altrettanto violento e a senso unico, di una imposizione autoreferenziale di strategie sociopolitiche ed economiche da parte di gruppi di potere più o meno occulti.

4. Tutti i monoteismi sono uguali?


Viene rigettata, poi, la scelta di fatto di accomunare, sotto l’unica denominazione di monoteismo, i tre grandi monoteismi storici conosciuti: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Il documento sottolinea vivacemente come sia profondamente ingiusto considerare insieme tre esperienze religiose che, nell’unica forma monoteista, in realtà veicolano concezioni stesse della divinità radicalmente diverse, da cui discendono antropologie e concezioni culturali e socio-politiche diverse. Basti pensare al rapporto, variamente inteso e interpretato, tra religione e Stato, in ognuno dei tre monoteismi in questione .

Ø  Ebraismo

Ma la CTI concentra poi tutta la sua argomentazione verso la concretizzazione dell’accusa della radice violenta monoteista contro il solo Cristianesimo. Di fatto, dei tre monoteismi storici, l’Ebraismo è generalmente sottratto a questa accusa, sia perché gli intellettuali occidentali sono ancora sotto l’influenza del complesso di colpa per la Shoà, sia perché, a causa della scelta del giudaismo di non puntare sulla missione e sul proselitismo, non ci si sente “attaccati” dalla sua presenza (fra l’altro numericamente esigua rispetto agli altri due monoteismi).

Ø  Islamismo

D’altra parte il rapporto con l’Islam è interpretato sotto il riflesso del conflitto storico fra dominio cristiano e dominio islamico, quindi in chiave geopolitica, mentre si stenta a farne una lettura filosofica e teologica . Così non resta che il Cristianesimo «a essere preferibilmente analizzato come caso esemplare dell’inclinazione dispotica del monoteismo religioso» .

5. Contro il cristianesimo: il vero bersaglio


La CTI inizia affermando che questa «puntigliosa identificazione del Cristianesimo come ostacolo da abbattere, nella lotta contro il monoteismo che diffonde la violenza religiosa nel mondo [...] non cessa di stupire»  sia perché, almeno nella cultura occidentale, il Cristianesimo è la religione che dovrebbe essere di gran lunga la più conosciuta e quindi non ci dovrebbero essere equivoci sulla sua reale essenza e identità, sia perché diverse acquisizioni della società occidentale, quali il primato della dignità della persona umana, la libertà, l’uguaglianza fra gli esseri umani, la separazione fra la sfera laica dello Stato e della società civile e l’ordinamento ecclesiale, sono tutte radicate nei valori irrinunciabili propugnati dal Cristianesimo.

E perciò non si può ritenere – afferma il documento – che questo attacco sia condotto in buona fede, perché tante affermazioni errate e distorte sul Cristianesimo non sono certo frutto di sola ignoranza . Tra le cause possibili di questa idea si può rilevare la concezione nichilista del mondo impostasi in Occidente, a partire dalla modernità e che ha condotto all’odierna società “liquida” dell’epoca postmoderna, per cui si vive in una sorta di ripudio del Cristianesimo, di cui l’Occidente è pure, in larga parte, frutto.

6. Cosa dice veramente il credo cristiano


Il documento, così, passa all’enunciato fondamentale: «Possiamo attestare, con tutta la fermezza e l’umiltà necessaria, che il radicale ammonimento nei confronti di un uso dispotico e violento della religione appartiene in un modo unico al nucleo originario della rivelazione di Gesù Cristo e ne rappresenta uno degli aspetti più inauditi ed emozionanti nella storia dell’attesa della manifestazione personale di Dio e dell’esperienza religiosa dell’umanità»  e questo perché «l’unità indissolubile del comandamento evangelico dell’amore di Dio e del prossimo stabilisce il grado di autenticità della religione. Di ogni religione».

E pertanto la CTI sottolinea che «nella tradizione della Chiesa il principio di questa verità cristologica di Dio non si è mai perso, a costo di mettere il Cristianesimo in contraddizione fra la sua prassi storica e la sua autentica ispirazione». Come dire che, se in qualche momento storico la Chiesa è stata tentata da una imposizione violenta del messaggio evangelico, ciò è stato fatto in aperta contraddizione con il vangelo, con uno scandalo circa la sua fedeltà alla rivelazione di Dio in Cristo. Ed è proprio a partire dalla verità dello stesso messaggio evangelico che la Chiesa ha potuto convertirsi e rinnovarsi per ritornare alla purezza originaria del vangelo. In altre parole: se un cristiano si rifà al messaggio evangelico per giustificare il suo agire violento, sa e deve sapere che tale ricorso non può essere assolutamente giustificato, perché è il vangelo stesso che rigetta e rimprovera questo uso strumentale del suo messaggio, con il suo appello all’amore per Dio e il prossimo.

Così, per corroborare le proprie affermazioni, la Commissione ripercorre anzitutto la storia della rivelazione biblica,

Ø  con la considerazionedell’offerta dell’alleanza a tutte le genti, del discernimento cristiano sull’antica alleanza, dell’appello alla pratica dell’amore e alla custodia della giustizia, in cui anche gli stessi passi difficili e “violenti” sono ricompresi alla luce della pedagogia divina nei riguardi del suo popolo: così si sottolinea come il senso ultimo della alleanza di Dio con Israele sia la rivelazione della sua misericordia e della sua giustizia. (parte II)

Ø  Si giunge infine alla rivelazione di Dio nel Figlio, compiuta in vista della riconciliazione e del superamento della inimicizia fra gli uomini. E ciò attraverso il superamento della violenza nella morte in croce del Figlio: in lui è tolto ogni muro di inimicizia e ogni barriera e distinzione fra gli uomini. La croce dimostra come la lotta da sostenere non è fra popoli ma contro il male che alberga in noi stessi e le potenze del Maligno che si oppongono alla signoria di Dio sulla terra e nel cuore degli uomini. L’incarnazione e la croce manifestano così l’essenza del Dio uni-trino, lui stesso comunione di amore (radicalmente diverso dal monismo monoteista delle altre religioni) offerta a tutti gli uomini. Nella logica dell’incarnazione e della rivelazione della gloria di Dio nella paradossale potenza della croce, anche la Chiesa è chiamata a proclamare la sua fede nel Dio della pace e così offrire speranza a tutti i popoli per superare ogni conflitto etnico e odio di civiltà. E per tutte le volte che la Chiesa ha tradito questo ministero di pace e riconciliazione fra i popoli la Chiesa ha fatto e fa il suo mea culpa. (parte III)

Ø  Così facendo il documento recupera la dimensione della fede nel rapporto con la ragione, per superare le critiche dell’ateismo sulla stessa esistenza di Dio, ridimostrando la validità del percorso che dalla ragione arriva alla fede nel Dio creatore, un Dio “persona” e unico che interpella ogni uomo e lo chiama a vivere in relazione con lui. (parte IV)

Ø  Da qui il valore della dignità del singolo uomo e il legame dei molti nell’unico Dio che fonda la dimensione etica dell’agire umano e la passione per la giustizia dei singoli e dei popoli. (parte V)

Per concludere: contro la tentazione del dominio


L’impegno della Chiesa


Il monoteismo che si realizza in questo modo nella fede trinitaria del Cristianesimo non solo rigetta ogni tentativo di violenza, ma concorre a purificare ogni esperienza religiosa dalla tentazione del dominio: in questa tentazione va riconosciuta infatti non l’autentica esperienza religiosa ma una sua radicale corruzione, specie se proveniente da forme di violenza generate da interessi economici e politici che strumentalizzano la sensibilità religiosa dei popoli. E dimostrare la forza della pace con Dio è e sarà sempre di più la missione irreversibile della Chiesa.

L’impegno delle religioni


La Commissione, dunque, presenta l’esigenza irrinunciabile per tutte le religioni, specialmente per quelle originate dai monoteismi, di opporre una reazione alle accuse di essere generatrici di violenza e per far ciò afferma che occorre un ripensamento critico che possa mostrare il vero volto, ad intra come ad extra, della loro stessa esperienza religiosa.

La seconda risposta: l’ebraismo


A qualche anno di distanza dalla stesura del documento, l’augurio della CTI sembra quasi essere ripreso da una pubblicazione del rabbino Jonathan Sacks, dal titolo significativo: Non nel nome di Dio . Questo saggio sembra accogliere il grido inascoltato dei Pontefici dagli inizi di questo secolo fino a Benedetto XVI e Francesco: non si può uccidere nel nome di Dio.

Il testo contiene davvero una voce forte e chiara che si leva per disinnescare la miccia della violenza terroristica attribuita indistintamente a tutti i monoteismi. Nato per reagire all’ondata di terrorismo di matrice islamica che sta scuotendo da alcuni anni l’Occidente , il libro si apre con una affermazione programmatica: «Quando la religione trasforma gli uomini in assassini, Dio piange» . Per argomentare le sue tesi, Sacks articola il saggio come un lungo itinerario con diversi livelli di analisi e lettura: dalla storia all’esegesi, alla spiritualità, che si intersecano tra loro e che conducono il lettore a constatare che rimangono tante vie aperte per il dialogo e per il ripudio della violenza.

Malafede


Politeismo tollerante?


L’autore reagisce alla tesi per cui il politeismo sia la religione della tolleranza, affermando invece che «la religione, sotto forma del politeismo è entrata nel mondo come giustificazione del potere»  rilevando come nei riguardi di questa concezione «il monoteismo abramitico emerse come una potente protesta» .

Relegare la religione nel privato?


Così come si oppone alla tesi secondo cui, per eliminare la violenza alla radice occorre eliminare la dimensione religiosa dalla sfera pubblica e relegarla nella sfera intima e privata della persona. L’autore cita per esemplificare  un famoso testo musicale dei Beatles, intitolato Imagine, in cui viene evocato un mondo in cui non ci sono più le religioni: un sogno che ha affascinato tutta la beat generation, ma che affonda le proprie radici negli inizi della modernità, nell’Illuminismo, nello scientismo positivista, per sfociare infine nel nichilismo di Nietzsche, nei totalitarismi e in ogni laicismo di sorta, accomunati dal solo grido “Dio è morto”. Ironicamente Sacks denomina questo tentativo malvagità altruistica, perché in nome di un presunto beneficio per l’umanità si perpetrano i più atroci delitti contro la stessa umanità: basti pensare non solo all’intollerante illuminismo che imponeva il culto alla Ragione, ma anche alle nuove idolatrie del nazismo e delle varie forme di comunismo realizzate in alcuni contesti geopolitici del mondo, in cui in definitiva si rivela invece la logica violenta del potere. In alcuni periodi storici sembra che la brama del potere si sia insinuata anche nel cuore dell’esperienza religiosa (si vedano ad esempio le guerre di religione che hanno insanguinato l’Europa nei secoli passati), ma il rabbino americano nega che la soluzione stia nel sognare un futuro senza religione. Un interrogativo più autentico consiste invece nel chiedersi «cos’è che, in primo luogo, rende le persone violente?» .

Violenza e identità


La violenza è generata dalla malvagità e dal tentativo egoistico di affermazione e sopraffazione di un individuo sull’altro, perciò viene ribadita la necessità di una esperienza etica che fondi le regole della convivenza civile, alimentata da una esperienza religiosa genuina, in cui il superamento di una concezione dualistica della religione possa evitare il rischio ideologico della contrapposizione di diversi gruppi umani che si pensano come detentori del bene e della verità assoluta. Qui si considera la possibile strumentalizzazione della religione radicata in interpretazioni fondamentaliste dei testi sacri per fini utilitaristici o per esercitare un potere ideologico.

Dualismo e monoteismo


Nel dualismo l’identità personale è sempre letta in contrapposizione all’altro: “io e gli altri” o “noi e loro”:

Il dualismo è un’idea pericolosa, e la visione tradizionale della Chiesa e della Sinagoga fecero bene a respingerla. […] Il dualismo patologico fa tre cose. Fa disumanizzare e demonizzare il nemico. Porta a vedere te stesso come una vittima. E ti permette di commettere della malvagità altruistica, uccidendo in nome del Dio della vita, odiando nel nome del Dio dell’amore e praticando la crudeltà nel nome del Dio della compassione .

Il superamento del dualismo nell’autentico monoteismo è la condizione, dunque, per uscire da queste logiche di contrapposizione. Inoltre, è necessario comprendere la radicale diversità del monoteismo di origine biblica: nel Dio che si rivela nella storia del popolo ebraico, il dualismo è ricompreso nell’unità stessa di Dio che crea il bene e il male (per richiamare Isaia), la luce e le tenebre e che compone insieme in modo originale la giustizia e la misericordia, la vendetta e il perdono. È il superamento del dualismo che può far uscire dalla logica della ricerca del capro espiatorio e della rivalità fraterna, ampiamente studiato da René Girard. Si può concepire dunque un modo diverso di intendere il rapporto interpersonale, che non cada nella contraddizione dualistica e nella conflittualità radicale apparentemente insita nella stessa esperienza della fraternità, come sembra suggerire lo stesso testo biblico a proposito delle rivalità tra fratelli, da Caino e Abele, a Isacco e Ismaele, a Giacobbe ed Esaù. Ma è nella seconda parte che l’autore offre un contributo originale e creativo per una spiritualità di pace e non violenza.

I fratellastri


Giacobbe ed Esaù


L’autore esamina la vicenda di Agar e Sara e dei figli Ismaele e Isacco, interrogandosi sulla presunta condanna dei fratellastri figli di Abramo. Sacks nota come Dio accordi protezione ad Agar e al figlio, con la promessa di una benedizione accordata ad Ismaele e mai revocata. Così, la scelta di osservare il patto stretto con Abramo non si traduce in un abbandono di Ismaele al suo destino. È la dimostrazione della presenza di due vocazioni, di due ruoli storicamente diversi ma che non sfociano necessariamente nella contrapposizione. Sacks lo dimostra facendo ricorso in questo caso al midrash, tecnica eminentemente rabbinica per leggere la Bibbia anche fra le sue righe, in cui si dimostra come Abramo, pur nella scelta obbligata di tenere con sé solo Isacco, non smise mai di amare e di interessarsi della sorte dell’altro figlio. E lo mostra ancor meglio ricordando il testo di Genesi 25 in cui, a proposito della morte di Abramo, si dice che lo seppellirono entrambi i figli insieme: cioè in nome dell’unica paternità i due figli, pur con destini diversi, sono in grado di vivere una vera esperienza di fraternità.

Nel segno di una fraternità ritrovata è possibile poi interpretare la vicenda di Giacobbe ed Esaù. È nota la storia dell’inganno e della fuga di Giacobbe. Anche qui Sacks mostra come le vocazioni e i destini dei due fratelli sono già delineati e distinti, per cui non ci sarebbe stata ragione per Giacobbe di invidiare Esaù e insidiarlo per avere la sua benedizione, quando in realtà per ogni fratello era prevista una benedizione e quindi una vocazione diversa. Così, la lotta misteriosa con l’angelo da cui Giacobbe esce vincitore, anche se ferito, rappresenta anche il momento in cui Giacobbe prende consapevolezza del suo ruolo nell’economia del popolo che da lui si chiamerà Israele, ben diverso da quello del fratello, che perciò può incontrare in una rinnovata esperienza di fraternità ricevendo, proprio dal fratello ingannato, una lezione di magnanimità e di accoglienza, dimentica della rivalità passata.

Giuseppe e i suoi fratelli


Nella vicenda di Giuseppe venduto come schiavo dai suoi fratelli risalta ancora di più il recupero della fraternità, del rifiuto della vendetta e della disponibilità al perdono: una storia iniziata con gelosie e invidie, ma che si chiude nel segno della fraternità. Per arrivare a ciò Giuseppe trova l’unico modo pedagogicamente valido: far sperimentare ai fratelli la stessa sofferenza della prigione, del sospetto, della accusa calunniosa.

L’autore considera possibile superare le rivalità interpersonali facendo una esperienza profonda delle condizioni vitali del prossimo, nella misura in cui ognuno prova “a mettersi nei panni degli altri”. È l’esperienza della regola d’oro: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te / fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te. In questo cammino di conversione, il perdono accordato da Esaù a Giacobbe come quello di Giuseppe ai suoi fratelli dimostra come nessuno, se lo vuole, è destinato a rimanere legato al suo passato: chi vuole può essere anche in grado di rileggere la sua vita passata in modo da aprirsi a nuove tappe di crescita e di prospettive future.

Paternità e giustizia: Giacobbe


Sacks sottolinea poi il grande ruolo che il padre può avere nell’educare i figli a vivere la fraternità. Così Abramo con Isacco e Giacobbe, anche quando sembra che il padre favorisca un figlio a scapito dell’altro: il favore di un padre per un figlio non significa mai schierarsi contro un altro figlio. Altrimenti risulta incomprensibile l’elezione di Israele e la volontà salvifica di Dio per tutti i popoli. Ciò è esemplificato dalla storia di Lia e Rachele, analizzata nel capitolo nono, intitolato Il rigetto del rifiuto. L’autore sottolinea come Giacobbe sposi Lia e ami anche (in ebraico gam) Rachele. La vicenda ha un carattere paradigmatico e vuole indicare un modo per uscire dalla logica dell’aut-aut per entrare in quella dell’et-et. Per giustizia Giacobbe sposa entrambe e le ama. E la preferenza di un amore maggiore per una delle due non significa esclusione per l’altra. Amare uno non significa per forza odiare l’altro! Ritorna così il tema iniziale che ne costituisce poi il centro: l’amore per l’uno non significa il rigetto per l’altro. Anche qui Sacks è illuminante: l’amore parentale e amicale è una esperienza umana fondante e non può essere elusa o disattesa:

Un mondo in cui amassimo gli estranei quanto gli amici, i non parenti come i parenti, i figli di qualcun altro come i nostri, non sarebbe umano. […] Il quesito che pone è: come dobbiamo vivere – noi che siamo umani, che abbiamo passioni, piaceri, desideri, amori e quindi vulnerabilità? Un amore che non facesse distinzioni, che fosse remoto, distante, che non facesse discriminazioni, non sarebbe affatto amore per un altro essere umano nella sua particolarità .

Ma l’amore non è un’esperienza unica e assoluta e implica un obbligo di giustizia per cui occorre dare a ciascuno il suo, secondo l’antica massima latina e implica il riconoscimento del ruolo e della prerogativa, anche vocazionale, di tutti e di ognuno in particolare. Può anche darsi che un padre ami un figlio più di un altro figlio e che il rischio della rivalità fraterna sia naturale, ma ciò non è inevitabile: la Bibbia insegna che alla fine i fratelli sono chiamati al superamento della rivalità. E per farlo capire, a volte, Dio è pronto a schierarsi dalla parte del più debole o di chi sembra essere stato rifiutato: ecco perché Sacks tratta della rivalità tra Caino e Abele  come prototipo di ogni rivalità. Caino non comprende che l’amore di Dio (come un padre) per Abele non implica un’ingiustizia nei suoi confronti: glielo dimostrerà quando alla fine imporrà il divieto di uccisione per l’omicida Caino. Dio ama Abele, ma non rigetta Caino! Così come nel patto con Noè dopo il diluvio, Dio non rigetta per ciò tutti gli altri popoli. Questo lungo excursus lungo le pagine della Scrittura è servito a Sacks per poter affermare che la rivalità (e quindi la violenza) fra i popoli non è inevitabile, come lo dimostra nella terza parte del suo saggio

Il cuore aperto


Lo straniero


Così nel capitolo decimo, viene ricordata la necessità della purificazione dello sguardo che nasce da una tensione empatica: posso amare lo straniero solo se comprendo cosa significa essere esuli dalla propria patria e, se ho sperimentato ciò, non potrò fare a meno di avere comprensione e accoglienza per lo straniero che chiede ospitalità, perché anch’io sono stato straniero e forestiero. È in sintesi l’insegnamento della Bibbia.

L’universalità della giustizia


In questo contesto si colloca la particolarità dell’amore. È la spiegazione del particolarismo del monoteismo ebraico: il Dio considerato come Creatore e Sovrano dell’universo e dall’altro il Dio creduto come colui che sceglie Israele. L’antitesi apparente si rivela invece come garanzia per la libertà dei singoli e dei popoli, al fine di espellere ogni idea di intolleranza e quindi di violenza. Babele è ciò che accade quando si cerca di imporre con la violenza un ordine universale. Quando una singola cultura viene imposta a tutti, sopprimendo la diversità di lingue e tradizioni, ecco un attacco alle nostre differenze, frutto dell’amore creatore di Dio.

Si può concludere quindi che la radice di un dialogo autentico è il riconoscimento dell’inevitabile diversità dell’umanità. L’identità è plurale: non c’è una umanità in astratto, c’è l’umanità dei popoli e delle culture. L’interrogativo sul possibile superamento della violenza rimane affidato a una moralità che riguarda tutti: «giustizia, correttezza e l’evitare di recare offesa sono quello che dobbiamo a chiunque, ebreo o gentile, credente o ateo, amico o estraneo, connazionale o straniero» .

Sacks qui riprende la distinzione ebraica tra il patto con Noè e il patto con Abramo. Lo stesso Dio vuole giustizia tra tutti i popoli, al di là se poi lui stesso instauri un rapporto privilegiato con un popolo in particolare. Ma il privilegio non esime lo stesso Israele dal rispettare gli obblighi di giustizia fondamentali e non viene imposto lo stesso culto a tutti i popoli. La permanenza nell’alleanza abramitica è data, al di là dei vincoli di sangue, dal cammino di obbedienza della fede e, in caso di disobbedienza, dal cammino di ritorno o teshuvà, conversione.

Testi difficili della Bibbia


Sacks ricorda la necessità di un cammino di comprensione e di purificazione da fare per evitare le secche del fondamentalismo e dell’integralismo nella lettura della Scrittura. È l’interpretazione in chiave spirituale che il giudaismo ha compiuto nella rilettura di alcuni testi che oggi potrebbero generare equivoci e inganni: ad esempio, con la considerazione di Amalek come la personificazione del male e del Nemico che tenta sempre il popolo di Dio, provocandone la disobbedienza. Una lettura nata anche dalla costatazione che la realizzazione storica di una ierocrazia non appartiene alla identità di Israele e della sua missione fra le genti. È quanto si auspica che venga compiuto anche nella lettura del Corano.

Rinunciare al potere: contro la teocrazia


Dunque si ricorda il rifiuto necessario a ogni aspirazione teocratica e quindi di esercizio del potere politico. Sacks sottolinea come l’Islam debba sviluppare una comprensione maggiore della rinuncia alla teocrazia. È un cammino di purificazione delineato nella Bibbia: basti pensare all’episodio di Elia che pensa di imporre la fede in Dio con la forza e con l’uccisione dei profeti di Baal. Ma alla radice di questa volontà di potere c’è l’odio per il diverso: il frutto estremo dell’egoismo narcisista.

Liberarsi dall’odio


Così si riafferma la necessaria purificazione dalla volontà di dominio.

Ora è giunto il tempo per gli ebrei, i cristiani e i musulmani di dire ciò che non hanno detto nel passato: Siamo tutti figli di Abramo. E sia che siamo Isacco o Ismaele, Giacobbe o Esaù, Lea o Rachele, Giuseppe o i suoi fratelli siamo tutti preziosi agli occhi di Dio. Siamo benedetti. E per essere benedetti non è necessario che qualcuno sia maledetto… Oggi Dio ci chiama, ebrei, cristiani e musulmani, a liberarci dall’odio e dalla sua predicazione, e a vivere, finalmente, come fratelli e sorelle, fedeli alla nostra fede e ad essere una benedizione per gli altri a prescindere dalla loro fede, rendendo onore al nome di Dio onorando la sua immagine, l’umanità .

La domanda: e l’islam?


Al di là della diversità di genere e perciò di linguaggio, questa analisi del rabbino concorda in tutto con i contenuti presentati nel documento della CTI esaminato in precedenza: si vedano le consclusioni simili sull’uscire dalla tentazione del dominio, della rinuncia alla logica del potere, al liberarsi dall’odio.

L’augurio è che anche le altre religioni, in particolare quelle monoteiste, riescano ad argomentare con altrettanta verità il ripudio di ogni violenza, nella riflessione sulla loro esperienza religiosa: specie quelle maggiormente esposte alla tentazione della «chiusura su se stesse e persino attraversate da orribili presagi di guerra» .

E ciò tramite autocritica: l’esercizio corretto della “ragione” e il discernimento di fede sui testi scritturistici, contro ogni letteralismo e fondamentalismo: cfr. la richiesta di papa Benedetto XVI al mondo islamico nel suo discorso a Ratisbona.

La constatazione: il silenzio dell’Islam sul tema della violenza, il rifiuto della secolarizzazione, il rifiuto del riconoscimento del pluralismo religioso (quanto meno monoteista) e quindi del dialogo.

*      La domanda: quando l’Islam sentirà il bisogno di rispondere seriamente alla provocazione della secolarizzazione?

 

sabato 22 dicembre 2018

PENSARE L’ISLAM

 
Introduzione - Per una metodologia del confronto

1. La necessità di un confronto serio con l’Islam.


Il discorso sull’Islam deve iniziare da una conoscenza oggettiva dell’identità islamica (ed è quanto faremo nella prima parte di questa relazione, con l’esposizione dell’Islam a partire dall’Islam stesso) per poi andare ad un confronto con l’oggettiva identità cristiana (ed è quanto faremo nella seconda parte di questa relazione a partire dalla domanda del rapporto dell’Islam con l’economia salvifica cristiana, giacché l’Occidente è stato “formato” dalla tradizione giudaico-cristiana): nel discernimento sarà così facile evidenziare convergenze o differenze tra cristianesimo ed islam e da qui l’indicazione di alcuni punti fermi per il confronto e il dialogo (ed è quanto faremo nella terza parte).

2. Attenzione alle false letture “occidentali”: per evitare di parlarsi addosso tra occidentali…


 


Premessa.


1. Il mondo di provenienza di Mohamed: il paganesimo politeista della penisola araba.


2. L’esperienza personale di Mohamed: non si capisce l’Islam senza nonoscere la vita di Mohamed


1. Maometto e la fondazione dell’Islam come superamento e correzione di ebraismo e cristianesimo


1. La visione islamica dell’ebraismo


Mohammed non ha una conoscenza diretta dell’ebraismo classico e canonico: conosce solo alcune tradizioni orali e alcune storie bibliche mediate dai racconti del Talmud e dalle scuole rabbiniche tramite quei gruppi di ebrei che per sfuggire alle persecuzioni avevano trovato rifugio in Arabia e nello Yemen, a Medina prima ancora che giungessero gli arabi si trovavano tre tribù ebraiche: Mohammed in principio sperò di essere accolto dagli ebrei come un continuatore degli antichi profeti, ma nonostante gli sforzi per ingraziarseli, quali ad esempio l’indicazione primitiva di pregare verso Gerusalemme non riuscì nel suo proposito.

Sia per i contrasti avuti con gli ebrei a Medina, che lo porterà ad esiliare due tribù da Medina e a comandare l’eccidio totale della terza, sia per la considerazione di corruttori delle Scritture e trasgressori dei patti con Dio, sia per il fatto che la loro serie dei “profeti” si ferma alla storia antica di Israele, Mohammed non ha una buona considerazione per gli ebrei.

Da notare come Mohammed ha una visione meccanica della Rivelazione, data sempre da Dio tramite uno scritto: così è per Mosè a cui Dio consegna la Torà, così è per Davide a cui Dio consegna il libro dei Salmi (di passaggio sottolineiamo questa stranezza su Davide a cui però poi nel Corano non consegue nessuna rilevanza né teologica né cultuale).

2. La visione islamica del cristianesimo


Allo stesso modo i cristiani, chiamati a raddrizzare gli errori degli ebrei, alla fine secondo Mohamed si sono corrotti anche loro. Mohammed non conosce direttamente né i vangeli né le formulazioni dogmatiche ufficiali della Chiesa: la sua conoscenza deriva dai racconti dei vangeli apocrifi e da un contatto con cristiani (monaci?) monofisiti e nestoriani di origine copta-abissina o siriaca dei superstiti staterelli cristiani della penisola arabica, comunque sono fonti eterodosse che minano già all’origine una corretta conoscenza del cristianesimo. Anzi anche qui sembra che il Corano non conosca la quadruplice redazione dei vangeli ma, parlando del Vangelo sempre al singolare, di fatto – come per il libro della Torà di Mosè e il libro dei Salmi di Davide – anche qui si dà l’idea del Vangelo come un libro unico per i cristiani.

Stando ad alcune affermazioni del Corano, i cristiani dovrebbero essere più vicini ai musulmani, giacché l’accettazione del libro del Vangelo, permette di comprendere tutta la linea degli inviati di Dio fino a Gesù, venuto a preparare la strada a Mohammed. Ma se gli ebrei sbagliano a non considerare Gesù come messia, altrettanto sbagliano, per il Corano, i cristiani a considerare Gesù figlio di Dio. Comunque una sura afferma esplicitamente che “tra i nemici più perfidi si trovano i giudei, mentre  più cordialmente vicini ci sono i cristiani per la loro mitezza”.

Tuttavia questo riconoscimento non porta assolutamente ad una visione positiva del cristianesimo, giacché per salvarsi è detto esplicitamente che né ebrei né cristiani si salveranno ma solo i musulmani: unica eccezione che viene fatta è a livello politico, con la concessione della protezione accordata a ebrei e cristiani, dietro il pagamento  di un tributo, che ne fa però cittadini di seconda categoria senza o quasi nessun diritto. Mentre infatti non c’è nessuna pietà per i pagani che sono combattuti finché non saranno andati via da un paese musulmano, il comando nei confronti di ebrei e cristiani è attenuato: “combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno, umiliàti” (Sura IX,29).

3. La missione che Mohamed si affida


Mohammed dunque pensa alla sua missione come restaurazione della “religione” universale e unica a cui Dio aveva chiamato ogni uomo a partire da Adamo.

E dopo il peccato di Adamo ed Eva e la depravazione della prima generazione, Dio col diluvio purifica l’umanità e con Noè inizia una nuova storia.

Dio avrebbe affidato a Mohammed l’incarico di essere suo messaggero con l’intenzione di riportare gli uomini nella tradizione religiosa precedente, che si fa risalire a Noè.

Il messaggio che deve recare Mohammed serve come:

- correzione del messaggio divino travisato da ebrei e cristiani (personaggi ed episodi sono riletti in chiave islamica)

- superamento del messaggio della torà ebraica e del vangelo cristiano

- completamento (o meglio, restaurazione) della rivelazione circa il vero culto da dare a Dio, restaurazione cominciata con la Torà e il Vangelo ma poi tradita a causa della corruzione dei testi da parte di ebrei e cristiani.

Mohammed  sarebbe così il vero interprete di tutti i testi sacri precedenti che vengono considerati corrotti: Dio ha veramente parlato nei testi biblici ebraici e cristiani ma questi li avrebbero corrotti per non fare la volontà di Dio perciò cristiani ed ebrei devono accettare il messaggio del Corano che viene a correggere le loro Scritture interpolate: così facendo ebrei e cristiani ritornano al vero culto di Noè!

Come dire che – secondo il Corano - si può essere cristiani o ebrei autentici solo se si diventa musulmani! Bisogna fare attenzione a questa affermazione che è quella che anima ad esempio quella che potremmo chiamare la missione islamica ad gentes e che spesso è sottesa nel rapporto tra cristianesimo ed islam:

4. La vera religione: la storia del mondo secondo l’islam


Vediamo in sintesi la lettura di questa storia.

Secondo il Corano, Dio creando Adamo avrebbe voluto un culto universale da tutti gli uomini, ma con la corruzione a causa dell’immoralità crescente Dio passa a punire gli uomini con il diluvio universale.

Con Noè Dio inizia una nuova storia dopo il diluvio e tramite le varie dinastie dei discendenti di Noè avrebbe voluto essere conosciuto e adorato da tutti i popoli, cosa che invece non avviene.

Noè è il capostipite del vero culto ma dopo la sua morte gli uomini traviano dal vero culto: tutta la storia successiva è la storia di questo traviamento, nonostante Dio ogni tanto abbia tentato di mandare suoi inviati per restaurare il vero culto.

Abramo è il primo, ma nonostante la sua fede personale non riesce nell’intento di riportare gli uomini al vero culto;

Così non ci riuscirà neanche Mosè e gli altri che verranno dopo di lui;

Alla fine Dio manda Gesù, uomo santo e pio, appellato con diversi attributi tra cui Messia, Verbo di Dio, Spirito di Dio, per preparare la strada a Mohammed, il restauratore finale del vero culto di Noè che ebrei e cristiani non hanno osservato tradendo le consegne che Dio aveva fatto con loro tramite le loro Scritture sacre.

5. Il Corano come nuovo e ultimo libro sacro


Sappiamo come Mohammed presenti il Corano come il libro sacro che è in cielo presso Dio e che viene fatto scendere su Maometto tramite l’angelo Gabriele in lingua araba perché lo comunichi a tutti.

Da notare come le tribù arabe erano illetterate per cui il Corano in arabo è anche il primo esempio di letteratura araba e perciò la lingua araba è pensata così strettamente connessa al testo sacro che è impensabile una traduzione in altre lingue del Corano.

In realtà il Corano si potrebbe intendere quasi come il “verbale” delle supposte rivelazioni/messaggi che Mohamed avrebbe ricevuto

6. Mohammed e i personaggi biblici riletti nel Corano


Ma vediamo il ruolo di Mohammed più da vicino.

Secondo il Corano Dio chiama Mohammed come Messaggero (rasul) e Profeta (nabì) a predicare la vera religione: a conferma della sua missione Dio stesso gli presenta le storie degli inviati e profeti precedenti, introdotte sempre dalla stessa formula “e ricordati di… (che già inviammo)…” e che servono a rincuorare Mohammed davanti al rifiuto che gli viene opposto.

Ricordiamo infatti che tutte le storie dei personaggi biblici sono raccontate nelle sure del periodo meccano, quando cioè Maometto sperimenta l’avversione ed il rifiuto dei suoi fino alla persecuzione che lo costringerà a scappare via. I personaggi biblici sono così presentati come esempio di veri credenti (musulmani ante litteram) ma insieme le loro storie diventano esemplari anche per chi ascolta perché sono anche storie di punizione nei confronti di coloro che hanno respinto i profeti e quindi sono di monito per chi ascolta.

Per comprendere queste storie bisogna che sia chiaro il fatto che gli elementi riferiti ai personaggi biblici sono stati “interamente rielaborati in funzione di Mohammed… storie e caratteristiche, vicende e termini, devono essere letti in stretta relazione alla sua vicenda umana” (Tottoli). 

Tutti i personaggi biblici precedenti sono considerati “profeti” (nabì) da Adamo a Gesù, alcuni anche inviati (rasul):  da notare la differenza tra rasul/messaggero usato nel primo periodo del suo rifiuto alla Mecca, e nabì/profeta usato nel periodo in cui ormai è patriarca affermato a Medina: si noti ancora come la dicitura di profeta qui può essere ambigua perché rimanda a connotazioni bibliche della profezia che nel Corano invece non si trovano: il senso islamico potrebbe essere meglio tradotto con guida/capo spirituale di un popolo.

Mohammed è l’ultimo di queste guide, “il sigillo dei messaggeri”: con lui Dio chiuderebbe la serie dei messaggeri, dopo di lui si afferma che Dio non manderà altri. E’ interessante notare come nella prima fase islamica si sottolinea che Mohammed non è diverso dagli altri; solo nella fase finale (e più che nel Corano nei Detti, si sottolineerà la diversità e la superiorità di Mohammed rispetto a tutti gli inviati precedenti).

Ma la caratteristica più importante è che in filigrana in ogni storia c’è l’esperienza dell’insuccesso di Mohammed tra i pagani della Mecca e tra gli ebrei alla Medina, le storie non sono raccontate per intero così come noi le conosciamo, ma solo quelle parti che servono a costituire un exemplum per Mohammed: così dietro il racconto di Noè c’è l’insuccesso di Mohammed deriso dai nobili e dai capi meccani mentre lui offriva loro la salvezza dal paganesimo; Abramo fu amico di Dio perché superò l’idolatria del padre e fu esempio di sottomissione cieca a Dio nel sacrificio del figlio e presentandosi così come il primo musulmano non viene considerato né ebreo né cristiano ma l’ideale prefigurazione di Mohammed fondatore di una nuova discendenza di credenti (e perciò anche Mohammed si definisce amico di Dio); Ismaele è ricordato solo perché secondo una tradizione avrebbe edificato con Abramo la Ka’ba e sarebbe stato sincero e devoto (mentre per un’altra tradizione è già Adamo ad edificare la Ka’ba e ad insegnare le cerimonie del pellegrinaggio e ciò è più in linea con l’idea di Adamo depositario iniziale della vera religione): ma qui si intuisce ancora la figura di Mohammed, di una tribù ismaelita, che instaura il culto alla Ka’ba; così dietro Lot c’è lo sprone a Mohammed nell’apparente fallimento della missione, mentre nel racconto di Giuseppe c’è in velina la storia di Mohammed costretto a scappare a Medina ma che alla fine conobbe il suo trionfo: e come Giuseppe fu generoso con i suoi fratelli così Mohammed è generoso con i meccani che l’avevano respinto ed insidiato; Mosè è poi il personaggio più citato di tutti e si capisce il perché: come lui Mohammed è alla guida di un popolo e come a Mosè fu dato il libro della Torà così a lui è dato il Corano; e come Davide per la sua devozione e il pentimento dopo le sue colpe per le sue debolezze umane fu reso da Dio suo vicario e sovrano potente e forte guerriero, così Mohammed è scelto vicario da Dio per guidare con forza e pietà il suo popolo; Salomone – di cui si racconta l’incontro con la regina di Saba ed è chiaro il perché -  poi è presentato come il messaggero e sovrano musulmano per antonomasia come deve essere lo stesso Mohammed; Giobbe diventa lo specchio della pazienza di Mohammed per le prove sostenute alla Mecca; in Giona è prefigurato l’esito della predicazione di Mohammed ed Elia che vince i sacerdoti di Baal è Mohammed che trionfa sugli idolatri della Mecca; infine lo stesso Gesù è presentato sempre come un uomo (l’unico però di cui non si parla di peccato) mandato da Dio come precursore di Mohammed e come colui che in veste di Messia ritornerà alla fine dei tempi ad inaugurare il giudizio finale dopo una lotta con l’Anticristo e dopo aver distrutto tutte le croci ed i maiali! Connesse alla figura di Gesù troviamo poi le storie di Zaccaria e di Maria. Zaccaria, è ricordato oltre che per essere padre di Giovanni (di cui si parla solo per la sua vita pura e rispettosa dei genitori ma di cui si sconosce l’attività di battista), soprattutto per essere colui a cui è affidata Maria: di questa è ripresa la storia dagli apocrifi ed esaltata la sua verginità: a chi l’accusa di essere una cattiva donna sarà lo stesso Gesù neonato a rivelare il mistero del concepimento e del parto per la potenza di Dio. Ma ricordiamo che Gesù è considerato un uomo per nulla diverso da tutti gli inviati precedenti: se si raccontano la sua nascita verginale da Maria (osannata per la sua fede obbediente nell’onnipotenza di Dio) o i suoi miracoli o anche la sua elevazione in cielo al posto della morte in croce (ma il Corano è contraddittorio circa la sua morte) lo si fa solo per sottolineare l’onnipotenza di Dio che può fare quello che vuole e non è legato da nessuna legge né naturale né umana e che usa chi vuole per rivelare la sua potenza (in fondo, si dice, anche Adamo fu creato senza genitori, ma non fa di lui un figlio di Dio!)

Notiamo infine che nel Corano si parla anche di altre figure bibliche e non bibliche minori (di alcune si riporta solo il nome e di altri solo un accenno senza nome che ne rende difficile l’identificazione) ma il contesto è sempre e solo quello evidenziato per i personaggi di maggior spicco: per ribadire che Dio ha mandato sempre inviati per ricordare il vero culto che lui vuole a tutti i popoli e che Mohammed è l’ultimo e colui che chiude la serie.

2. Quale fede, quale uomo, quale vita secondo l’islam?


Arrivati a questo punto – premesso quanto abbiamo detto su Mohammed mandato a restaurare il vero culto di sottomissione a Dio - allora la domanda che si pone è la seguente: ma, di fatto, cosa è questa sottomissione/islam, questa dedizione assoluta del musulmano ai decreti di Dio? In cosa consiste? Se l’atteggiamento di ebrei e cristiani si è dimostrato deviato e deviante, qual è la dimensione giusta per vivere la fede secondo l’islam?:

1. fede come totale sottomissione:


per il Corano la storia non è il luogo della rivelazione di Dio ma solo la comunicazione dei decreti di Dio all’uomo, primo fra tutti del modo con cui Dio vuole essere adorato e servito: la sottomissione, cioè l’islam, e la reiterazione di questi decreti nei secoli, specie nei momenti di traviamento.

2. Manca il concetto di peccato originale / colpa - espiazione


=> Ahkam

1.      azioni obbligatorie

2.      azioni raccomandate

3.      azioni libere

4.      azioni biasimevoli

5.      azioni proibite (punizione pubblica): furto, bestemmia, apostasia, adulterio, uso alcool

3. Salvezza come prosperità – beatitudine in termini di delizie materiali


4.L’insondabile volontà di Dio. Predestinazione?


5. I pilastri della fede


1) la professione di fede, i mezzi per raggiungere la salvezza sono:

2) la preghiera rituale,

3) l’elemosina legale,

4) il digiuno del ramadan

5) il pellegrinaggio alla casa di Dio della Mecca.

6. Il mondo diviso tra già-Umma (comunità dei fedeli musulmani) e non-ancora-Umma


7. la jihad: lo “sforzo” per affermare l’islam


3. Alcune note:


1. Islam non è salam!


Oggi comunemente si afferma che l’islam è una religione di pace giacché verrebbe dalla stessa radice di salam. Per capire come veramente stiano le cose ci rifacciamo ad una nota di Massimo Rizzi:

<<Il termine oggi utilizzato per indicare la religione che professa l’unicità di Dio e la profezia di Muħammad è una parola araba. Come tutte le lingue semitiche, l’arabo costruisce le parole a partire da un radicale formato da tre lettere, a cui vengono poi aggiunti suffissi e prefissi per variare il significato del verbo e dei rispettivi derivati.

Nel suddetto caso, il termine è un nome verbale (ciò che corrisponde in qualche modo all’infinito della lingua italiana) dal verbo aslama, che è la IV forma (in arabo alla forma “af‘ala”), dalla radice SLM. Come tutti possono notare sono le tre stesse radicali che formano la parola araba pace (salām). Pur non potendo negare contatti a livello semantico (ogni radice infatti costituisce un campo semantico, all’interno della quale però spesso si raccolgono almeno due significati tra loro non connessi) il significato di islām non ha diretta relazione con quest’ultima.
Il verbo aslama ha come significato: affidare, consegnare, rimettere qualcuno al giudizio di (si veda il vocabolario Arabo-Italiano del Traini). Ha assunto poi anche il senso di abbracciare l’islām. Il nome verbale per questo assume il significato di abbandono, rassegnazione, e di conseguenza sottomissione alla volontà di Dio.

Per cogliere più facilmente l’utilizzo del verbo in arabo rimando al suo utilizzo nella liturgia cristiana, ovvero nella preghiera eucaristica II in cui si dice che “Egli offrendosi liberamente alla sua passione”; come anche nella III preghiera “nella notte in cui fu tradito” (qui nella forma passiva): i due verbi sono espressi nel testo arabo con il verbo aslama>>.[1]

Senza voler entrare nel merito della discussione sul rapporto tra islam – pace – guerra santa che ci porterebbe lontani, è bene però che si sia coscienti del vero significato delle parole per evitare di farsi strumenti di una propaganda che niente ha a che fare con il vero dialogo.

2. Religione monoteista o gnosticismo?


Per non dire poi che solo nel 1880 il Sayous arriva ad affermare che l’islam è monoteismo, religione a parte, non eresia all’interno del cristianesimo o una filiazione dell’ebraismo: questo fatto è indicativo di quanto difficile sia dare una definizione adeguata dell’islam e trovare dei punti di convergenza con ebraismo e cristianesimo, al di là delle apparenze dovute a letture superficiali delle tre esperienze religiose.

<<D’altra parte, l’islam, nonostante tutta la sua carica spirituale di «rivelazione profetica monoteista» per i non credenti pagani e politeisti, in realtà si presenta come soprannaturale solo per la modalità della comunicazione, ma non per il suo contenuto, che invece sottolinea la pratica delle vie di salvezza, e vuole raggiungere appunto la salvezza attraverso l’obbedienza radicale a una legge, ritenuta sempre efficace e sempre a disposizione del credente. Nell’indagine sull’islam emerge la sua caratteristica di essere per l’uomo una via alla conoscenza, verso la consapevolezza di ciò che già è, un sistema dunque con venature gnostiche in senso morale>>[2].

3. teologia? filosofia? o solo giurisprudenza


4. Vivere da musulmani:


1. Sharì’a: le regole del comportamento individuale e familiare


2. Fiqh: la dottrina giuridica islamica e la “chiusura della porta” dell’interpretazione (x sec.)


3. Fatwa: il parere giuridico del muftì


4. la Umma e il diritto consuetudinario


5. Hisba: l’obbligo di vigilanza


5. Problemi aperti


1. Non c’è un solo islam


Inutilmente gli islamologi hanno provato a trovare una definizione soddisfacente dell’islam, in grado di comprenderne le diverse anime religiose, le molteplici tradizioni giuridiche e le differenti fenomenologie applicative. Di regola ci si affida all’etimologia onnicomprensiva del termine «islam», interpretato come «sottomissione al volere e alla legge di Dio», o si fa riferimento alle tradizionali distinzioni interne dei gruppi confessionali, come sunniti e sciiti, ma senza un reale aumento di conoscenza.

2. I sunniti


1.      scuola hanafita (VII – VIII sec.) moderata

2.      scuola malikita (VIII) Marocco, ostile al sufismo

3.      scuola shafi’ita: sistematizzazione giurisprudenza

4.      scuola hanbalita: da Taymiyya al wahabismo e l’idea di ritornare all’islam puro delle origini, intollerante verso le altre religioni e i dissidenti

=> salafiti => fratelli musulmani => In Italia: UCOII (Hamza Piccardo)

=> ARABIA SAUDITA (1765): nasce l’integralismo

3. Gli sciti


1.      scuola ja’farita

2.      scuola zaydita

3.      scuola ismailita

4.      scuola druza

5.      scuola ibadita

4. Le correnti islamiche sopravvalutate in Occidente ma minimali in casa propria: sufismo


<<un’informazione approssimativa scambia movimenti e correnti presenti nell’islam, aperti a forme di pensiero occidentalizzato ma minoritari e assolutamente ininfluenti all’interno del mondo islamico, come veramente rappresentativi della galassia islamica. Così non sono stati pochi gli occidentali che, affascinati da raffinate forme culturali per lo più d’ispirazione sufica, hanno accolto troppo semplicisticamente alcune espressioni confessionali permeate da un’ispirazione etico-sapienziale, come veramente espressive di quel mondo. In verità nessuna di queste decantate «versioni dell’islam» adattate, in qualche modo, alla cultura occidentale, può essere ritenuta effettivamente compatibile con la tradizione cristiana>>.[3]

 

5. Il problema della rappresentanza

<<nonostante il diffuso sentire teologico delle personalità musulmane, che continuano a predicare un islam unico e unitario, non s’incontra nell’universo islamico una sola istituzione capace di ricondurre a unità l’universo dottrinale e giuridico del mondo musulmano. Nel concreto, nonostante i ripetuti appelli alla «comune tradizione», la religione islamica ogni volta finisce per adeguarsi e coincidere con ciò che in una data società ogni generazione riconosce come vincolante nei suoi testi di fondazione. In questa difforme prassi interpretativa e applicativa della sharia affonda le radici la tendenza, oggi prevalente nei paesi occidentali, che sta portando ogni singola comunità musulmana ad assumere una sua propria e più marcata identità religiosa>>.[4]

6. La necessità di una esegesi storico-critica del Corano


si veda ad esempio come nel documento “una parola in comune tra noi e voi”[5] degli intellettuali musulmani inviato ai capi cristiani dopo il discorso del Papa a Ratisbona, in realtà la parola comune non c’è perché c’è solo una lunga serie di citazioni di sure anche quando si parla di Gesù e del Vangelo e non potrebbe essere altrimenti perché se le scritture cristiane sono corrotte un musulmano non le può citare! La parola comune – che dovrebbe essere l’amore per Dio e per il prossimo – tra cristiani e musulmani è declinata solo secondo categorie islamiche: questo ci fa capire la difficoltà e l’impegno di trovare davvero una piattaforma di dialogo tra cristianesimo e islam.

 

 

6. Il diritto islamico: Quali diritti umani?


1.      solo persone fisiche

2.      donna inferiore all’uomo

3.      i non musulmani divisi tra gente del libro e idolatri

4.      matrimonio e famiglia: diritto privato

5.      i beni e il sistema bancario

6.      diritto penale: liceità della vendetta privata

7.      diritto penale: i reati contro la religione

7. Il passato prossimo


1. un “terminus” degli studi di islamistica: Napoleone e la mitizzazione dell’orientalismo


2. Islam: dalla stasi del pensiero alla infatuazione modernista: l’occidentalismo


3. il reciproco uso strumentale (cfr. massoneria; antisemitismo…)


 

4. dall’impero ottomano agli stati nazionali: l’occidentalizzazione del diritto e la modernizzazione del diritto

5. lo spartiacque del 1979


6. il caso Iran


7. il caso Afghanistan


8. Il guazzabuglio Iraq – Siria - Isis


 

8. Il futuro.


1. L’urgenza geopolitica: la globalizzazione


2. L’urgenza culturale: Il contesto sociale pluralistico e multireligioso


3. La reazione alla secolarizzazione:  la tentazione teocratica e la statalizzazione della sharia


4. La sfida della laicità: la demonizzazione integralista (reciproca), l’irenismo o scontro?


5. quale dialogo e integrazione?


6. Italia: la carta dei valori.


 

 


 



[1]
[2] RIZZARDI, La sfida dell’islam, 204.
[3] Per un discernimento…
[4] Per un discernimento…
[5]