25 anni con Lui

25 anni con Lui
(William Kurelek, El burro que lleva a Dios) Sac. Ignazio La China XXV° anniversario della Ordinazione Presbiterale 1988 - 10 settembre - 2013

domenica 21 dicembre 2014

Amarcord?

Un vescovo della Campania l’anno scorso, chiacchierando sulla religiosità dei suoi fedeli, fra l’altro si lamentava dei guai che riescono a fare ogni anno gli emigranti o comunque i lontani che ritornano nei luoghi nativi per le ferie. Perché cominciano a criticare tutto in nome di un passato mitizzato al quale ci si riferisce come ad una specie di età dell’oro ! “Ah, non era così quando io ero qua, la festa del patrono non è più quella, la processione non dice più niente...” E così in nome di un preteso ricupero della memoria si cade in un fissismo che mortifica, nel caso ad esempio delle feste religiose, ogni cammino di crescita che intanto in tutti questi anni ha potuto fare la comunità ecclesiale. Quel vescovo ancora infatti mi confidava : “spesso tutto il lavoro di un parroco di un anno viene bruciato dall’arrivo di pretesi concittadini ma che di fatto sono ormai stranieri e che provocano disordini volendo riportare ad esempio lo svolgimento dei riti alle sequenze fissate nella loro memoria, dimenticando che c’è stata una riforma liturgica da cui non si può prescindere”. Queste parole mi venivano in mente nei giorni della calura estiva e più ci pensavo più mi sentivo di essere non solo d’accordo sull’analisi del vescovo in ambito ecclesiale, ma vedevo come questa analisi si potesse estendere benissimo anche a tutte le altre dimensioni del vivere investite da questo fenomeno della “rimembranza”. Se c’è un rito che confesso di mal sopportare è proprio quello di chi nostalgicamente (anche se non so se sia veramente questa la nostalgia) non fa che ripensare ai bei tempi della scuola, ai bei tempi dell’infanzia, ai bei tempi della famiglia... e allora magari non solo organizza le “rimpatriate” ma pretende anche che ogni vecchio compagno di scuola debba impersonare il solito copione : quello il buffone, quello il barzellettiere, quello l’intellettuale... dimenticando che si cresce, si cambia, e magari a chi era solito far sorridere gli altri adesso voglia di ridere ne è rimasta proprio poca ! E poi c’è chi pensando alla casa degli avi quasi ci rimane male nel trovarci la corrente elettrica e la televisione al posto della stalla e del lume a petrolio.  Ma poi ci sono i più pericolosi : quelli il cui allontanamento si è verificato non tanto in chilometri quanto in zeri nei conto correnti bancari e che il distacco dalla casa paterna è stato fatto bandendo dalla tavola fave e scorza di formaggio, salvo poi uscirsene ogni tanto con un “Ah, i sapori di una volta ! perché non fare una sagra per riassaggiare la scorza del formaggio ?” E se proprio la sagra non si può fare allora suppliscono le tante bettole e osterie e similari riciclate come sedi “agrituristiche” in cui paghi carissimo tutto il cibo che a casa non mangeresti mai e poi mai. Mi si perdoni forse la troppa ironia con cui sto trattando l’argomento, ma credo che il recupero del passato, quello vero, non sia questo. Questo sa di falso, di artefatto, di gente che magari per una sera accetta di mangiare con le mani perché fa “chic” ma che poi per tutto l’anno sarà perseguitata dalla fobia della pulizia e banchetterà con posate di marca ! Il passato, senza il recupero in un vissuto esistenziale vivo che lo rinnova e lo rilancia verso il futuro adeguandolo al presente, non è altro che una cosa morta. E come tutte le cose morte deve riposare in pace ! C’è una idolatria perniciosa del nuovo che fa distruggere il passato e così nega l’intelligenza del presente, ma c’è un’altra idolatria altrettanto pericolosa nel rimanere attaccati ad un passato che spesso in eguale misura ci fa negare il presente. C’è un momento in cui infatti bisogna avere il coraggio di lasciare che i morti seppelliscano i morti, con buona pace di tutti ! Perché credo che in chi si dedichi “all’amarcord” stagionale o duraturo che sia, sia presente sempre un non so che di adolescenziale, di un morboso legame all’infanzia che fa correre il rischio di non arrivare serenamente alla maturità. Il Dio in cui credo è un Dio che dice “non pensate più alle cose passate, ecco io ne faccio di nuove, non ve ne accorgete ?” Il mio Dio non è un archeologo e io non vorrei finire i miei giorni a fare il guardiano di un museo ! Perciò questa mia confessione ad alta voce ha stavolta quasi la valenza di un ex voto per grazia ricevuta : anche per quest’estate sono riuscito a non farmi coinvolgere nell’organizzazione di un incontro degli ex compagni di scuola, sono riuscito a dire di no a tutti gli inviti a mangiare in locali costosi,   sono riuscito a non farmi ammaliare dalle sirene dei falsi rimpianti... So che molti avranno da ridire su queste mie righe, che non saranno d’accordo...ma non posso fare a meno di essere sincero, anche se so che il prezzo dei miei rifiuti a tanti inviti è quello di farci la figura del misantropo. Ma volete mettere la pena di sentirsi ripetere per una serata “ah, ti ricordi di quando...” oppure “Ah, sei sempre lo stesso !” proprio quando tu hai fatto tu lo sforzo per dimenticare e sei cosciente di essere cambiato, al paragone di una serata al fresco (per il poco di quest’anno) sotto le stelle e nel silenzio assoluto ? Questa per me è l’estate ! O beata solitudo, o sola beatitudo !

martedì 16 dicembre 2014

Buon compleanno, Gesù


Natale, ossia memoria della nascita di Gesù in Betlem di Giuda, vissuto poi per trenta anni a Nazareth, crocefisso a Gerusalemme dopo tre anni di ministero profetico pubblico in Galilea e Giudea e risorto il terzo giorno. In lui quelli che dal suo nome si chiamano cristiani, riconoscono appunto il Cristo parola greca che sta per Messia, vale a dire l’Unto, il Consacrato da parte di YHWH. Una espressione biblica per indicare il Figlio di Dio che viene a “mettere la sua tenda in mezzo a noi” (Gv). Natale, memoria di una nascita: un compleanno dunque, anche se sui generis! Ma niente altro che un compleanno! E come tutti i compleanni la festa consiste anzitutto nel fare gli auguri al festeggiato. Purtroppo la secolarizzazione tutto ha fatto diventare il Natale, tranne che il compleanno del festeggiato! Io invito i lettori a pensare un po’ come starebbero male il giorno del loro compleanno se nessuno degli amici e dei parenti li chiamassero per far loro gli auguri! O, peggio, se, avendoli invitati alla vostra festa di compleanno, tutti si scambiassero fra loro gli auguri, dimenticando di fare gli auguri proprio a voi! Il Natale è proprio per questo la festa cristiana che mi genera più sofferenza, perché è la festa che sta perdendo il suo festeggiato, trasformata in una sorta di sagra dei buoni sentimenti, di un buonismo melenso e sdolcinato in cui tutti, più o meno ipocritamente, si possono ritrovare. E non è la prima volta che esterno in pubblico questo mio disagio. Mi è stato chiesto di scrivere cosa rappresenta per me il Natale. Se è il memoriale della nascita di Cristo, per me che credo nel suo essere pienamente Dio e Uomo, non può che rappresentare la memoria di un grande dono che mi è stato fatto: il dono  di una “compagnia”.

Perché da quando Dio si è fatto Uomo noi non siamo più soli: c’è un compagno che viene a condividere la nostra strada, le nostre gioie e i nostri dolori, la nostra fatica e le nostre speranze.

Natale è Dio che si fa dono: è l’esempio di chi non fa doni, ma è esso stesso dono. Perciò non mi piace il Natale, con tutta la sua corsa al regalo da fare, da ricevere, da ricambiare, se mi fa correre il rischio di dimenticare che più che pacchi dono è la mia vita che deve diventare dono. Mi piacerebbe dunque a Natale stringere meno mani, dare meno baci e abbracci, fare e ricevere meno regali, ma avere esperienze di incontri con persone più autentiche come io mi sforzo di essere autentico nelle mie scelte di vita. E l’autenticità di Gesù consiste nel fatto che è stato soprattutto uno spogliamento di se stesso: il suo dono è vero perché nessuno lo potrà o dovrà mai ricambiare, per questo è pura esperienza di gratuità, grazia, appunto. Natale è la festa di Gesù povero, nato nudo e morto nudo perché tutto di se ha donato ai fratelli. Per questo Natale è la festa dei poveri e non la festa dei regali sotto l’albero, delle ricche vetrine piene di oggetti superflui, dei ricchi con la puzza sotto il naso che si mettono la coscienza tranquilla solo per una buona azione l’anno. Natale è la festa della dignità dei poveri e dei piccoli che nessuno deve osare più offendere, da quando un Dio si è fatto esso stesso piccolo e povero. Ecco allora il Natale che sogno: anzitutto un dire grazie a Gesù e augurargli che il suo esempio e le sue parole non cadano nel vuoto! E poi, proprio per seguire il suo esempio, la scelta di una maggiore attenzione a chi è povero: e questo lo può fare anche chi non crede alla divinità di Cristo, perché dar   da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare i forestieri, curare gli infermi, visitare i carcerati…lo può fare chiunque e farlo, se non più cristiani, almeno ci fa essere più uomini!

Duemilaquattordici auguri di buon compleanno allora caro Gesù, e tu aiutaci a non strumentalizzare il tuo Natale!

giovedì 11 dicembre 2014

Camilleri? che vecchiaccio!!!

Gli sciclitani si sono “ricreati” a vedere  Scicli trasformata nella Vigàta del Commissario Montalbano! Confesso di essere anch’io un ammiratore di Camilleri, della sua scrittura originale : e da prima che il fenomeno Camilleri/Montalbano esplodesse ! Però. Però nonostante la sua prosa ammaliante e le sue storie coinvolgenti a me Camilleri non la dà a bere ! Camilleri appartiene a quella schiera di scrittori pericolosi perché hanno, come dicono gli antichi il “venenum in cauda”, il veleno nella coda come gli scorpioni e per questo sono pericolosi, più degli altri ! Perché dopo averti affascinato poi  ti mordono ! Prima era solo una sensazione che avevo nel leggere i vari romanzi, poi quando ho letto La bolla di componenda tutto mi è stato chiaro e i conti mi sono tornati ! Mi spiego. Sono un prete e perciò mi piace vedere tra l’altro come gli scrittori delineano la figura dei miei colleghi nei loro romanzi e, più in generale, come viene affrontato il mondo della fede e della religione, quale immagine di Chiesa viene mostrata. Ebbene, in Camilleri preti e Chiesa, quando ci sono, sono trattati sempre nell’unico modo anticlericale e illuminista secondo il vecchio cliché stantio. La Chiesa è oscurantista, alleata dei potenti, alleata dei mafiosi, concorre allo sfruttamento dei poveri, li nutre di illusioni e i preti sono mezze figure che pensano a fare  soldi vendendo sacramenti e bolle di indulgenze, a fare i mezzani tramite il plagio del confessionale... Niente di nuovo sotto il sole : così Sciascia, per restare nell’Isola o Eco nel Nome della rosa. come in un’antologia per le scuole, Centosicilie , curata da Bufalino : tutte le dimensioni della Sicilia sono illustrate, tranne una, quella della religione : che siamo un’isola di atei e agnostici e non ce ne siamo mai accorti ? Ma davvero i tesori di devozione, di arte, di pietà, le testimonianze di santi siciliani laici e preti (penso al Cusmano del Boccone del povero di Palermo, all’Annibale Maria di Francia e alla ricostruzione di Messina dopo il terremoto, a Sturzo, al Don Puglisi ucciso dalla mafia : cosa erano, sardi o veneti ? alle tradizioni di un cattolicesimo sociale che a fine secolo dà vita alle casse rurali in tutta l’isola o forse era la Corsica ?) non sono da tenere in conto ?
D’accordo, lo sappiamo, come ogni famiglia la Chiesa ha avuto ed ha le sue pecore nere e i suoi periodo bui, ma non vedo in base a quale criterio di equità i demeriti della Chiesa si debbano sempre sbandierare ad oltranza e i suoi meriti invece debbano essere sempre diminuiti se non misconosciuti del tutto ! Abbiamo un papa che ha saputo chiedere perdono per i misfatti della Chiesa, ma la cultura laica quando sarà capace di fare autocritica ? O davvero la pretesa del laicismo è quella di avere la verità in tasca ? Assistiamo ancora a balle storiografiche come quella dei secoli oscuri del medioevo e della Chiesa nemica della cultura : Eco ci ha saputo fare a dipingere i monaci che bruciano i libri, ma la verità è un’altra, che se non ci fossero stati i monaci a copiare nel medioevo non solo i codici della bibbia, ma anche quelli dei filosofi greci e arabi, a quest’ora la cultura europea non sarebbe mai nata ! Ed Eco da onesto intellettuale  che fa invece di dire grazie alla Chiesa e alla sua opera di conservazione ? Dice che la Chiesa  è nemica della cultura e finanche del ridere ! Poi però gli storici del teatro ad esempio dicono che il teatro moderno è nato dalle sacre rappresentazioni medievali e la commedia moderna riprende le tradizioni del “risus paschalis” medievale con cui i preti suscitavano l’ilarità e la gioia dei fedeli nel giorno di Pasqua ! E’ innegabile che i tesori dell’arte, in ogni suo campo sono stati creati da uomini animati da grande fede capaci di innalzare imperituri monumenti alla grandezza dell’uomo e del suo creatore: cosa ci ha dato la cultura laica invece se non  la dissoluzione e la frammentazione dell’uomo moderno ? Per rimanere in Italia penso ad un Moravia capace solo di raccontare in salse diverse sempre la solita storia di coiti anonimi e di solitari dialoghi con il suo ammennicolo : eppure è stato contrabbandato come un grande della letteratura ! E qual è la grandezza di un Dario Fo, premio nobel per gli sberleffi anticlericali del suo mistero buffo ? Per non parlare della accozzaglia dei luoghi comuni contro la Chiesa che comunemente si leggono nei nostri giornali e riviste radical - chic ! Luoghi comuni frutti di ignoranza atavica e impenitente ! Serviti a volte così bene da farci cadere anche il credente ingenuo. Come le fantasie sull’inquisizione, ormai smontate dalla critica storica seria, o quelle sulle ricchezze fantasmagoriche del vaticano : la santa sede pubblica un bilancio ogni anno ma nessuno ne parla perché dovrebbe parlare di deficit, altro che ricchezze ! O quella sui preti ricchi : quando io dico quanto ricevo dai fedeli al mese poi tanti mi fanno le scuse perché devono confessare di prendere il doppio di me ! Come la mettiamo allora ? Non scrivo queste cose per ritornare alla vecchia apologetica o per riprendere temi da crociate. Scrivo ancora una volta per dire anzitutto a chi con come condivide la fede : attento a non farti imbrogliare (e smettila di leggere Repubblica senza insieme poi leggere Avvenire !) e poi per invitare chi fa professione di laicità ad un dialogo serio e costruttivo : nella verità e non a partire dai pregiudizi. Perché confesso che mi fa male parlare con persone che pur di difendere il loro modo di vedere la Chiesa sono pronti a negare anche l’evidenza dei fatti ! Viaggio spesso e a volte ho passato intere giornate sul treno a cercare di dialogare con chi invece non vuole sentire ragioni perché significherebbe mettere in crisi le proprie sicurezze. No, ormai non mi arrabbio più : mi viene solo una gran pena nel vedere il professore, il medico, l’avvocato, lo scrittore arrampicarsi sugli specchi e fare solo mostra di ignoranza ! Che pena Camilleri, che non sai dimostrare se la bolla di componenda sia mai esistita o meno e però ti diverti a liberare il venticello della calunnia :  non ti ha insegnato il nostro Orlando che la politica del sospetto prima o poi si ritorce su se stessa ? Ricordati che solo la verità libera : perché non cercarla insieme ? O ti vuoi solo cullare nella tua verità come il tuo Montalbano si gusta da solo i suoi pranzi ? Ma se sei un buongustaio sai che le pietanze gustate in compagnia di amici hanno più gusto : perché non esci dal tuo mondo e non vieni a mangiare con noi ?

sabato 6 dicembre 2014

quale morale cattolica?

Qualche tempo fa, concordando con Celentano (e tantissimi altri) quando dissi che Famiglia Cristiana aveva ormai poco di cattolico, fui aggredito da tanti... ma la mia convinzione rimane, anzi si rafforza anche l'idea più generale che qualche editrice non sia più tanto cattolica: lo dissi allora protestando per il fatto che in librerie cattoliche (o sedicenti tali) tu puoi trovare i libri di Mancuso, Augias, Dan Brown, Coelho ... che certo cattolici non sono.
Ora può essere che un ingenuo fedele entri alla ricerca di un buon libro cattolico e se ne esca con tutt'altro (e poi Paolo VI si chiedeva da dove fosse entrato il pensiero non cattolico nella chiesa cattolica!).
Così a me è successo di entrare in una libreria delle EP a Salerno e di cercare un manuale di educazione sessuale per i miei ragazzi di cresima. Trovato: è della San Paolo, che volere di più? Ma meno male che mi sono deciso a leggerlo prima di darlo ai miei ragazzi. Che vi trovo? Un capitolo sulla ideologia del gender!
Ora, se in un manuale di educazione sessuale delle edizioni san Paolo si trova un capitolo sulla identità di genere, una famiglia cattolica di chi si potrà fidare per educare i suoi figli? Leggete e ve ne accorgerete: il succo? c'è una identità biologico-genitale (che non importa) e c'è una identità di genere, cioè il sesso che si sceglie di avere e mostrare (che può non coincidere con i genitali che la natura mi ha dato!). E la morale cattolica? E la dottrina della Chiesa?






lunedì 17 novembre 2014

CONFESSARE I TALENTI E LA GRAZIA

Tengo una rubrica su un mensile locale dal titolo “Confessioni ad alta voce”.
Decidere di “confessarsi in pubblico” è sicuramente per certi versi un’operazione - mi si passi il termine - “spudorata” : è un presentarsi “nudi” all’occhio del lettore che può essere a volte benevolo, a volte spietato.
 “Confessione”: è proprio il meccanismo che, credo, oggi ci possa far uscire non solo da una sorta di buio anonimato in cui come si dice “tutte le mucche sono nere”, ma anche da un certo solipsismo spirituale che ci fa rinchiudere ognuno nella coltivazione del proprio “hortus conclusus”.
Non per fare buonismo: ma se ognuno di noi “confessasse” (nel senso etimologico del termine proprio di rendere testimonianza) il bene che c’è in noi e nel mondo (per chi crede: che Dio ha messo in noi e nel mondo) coinvolgendo gli altri in questa testimonianza, credo che nei giornali troveremmo meno cronaca nera (e di tanti altri colori) e più sentimenti autentici. Meno bruttura e più bellezza : non sarà proprio quest’ultima che Dostoievskj dice dovrà salvare il mondo? Confessarsi a partire dai richiami al vissuto e al duro mestiere di vivere illuminato tuttavia dalla Grazia, credo si possa inscrivere proprio su questa linea.
E solo così credo si possa avviare un vero dialogo con gli altri compagni di viaggio, viatores con meta o in cerca di meta.

Anche se questo comporta l’impegno di continuare a parlare il “patois” di Canaan, cioè il dialetto di Palestina che - fuor dai veli - è lo stile semplice e immediato che privilegia i rapporti umani prima che le dotte elucubrazioni: è lo stile del Cristo pellegrino fra le strade di Galilea che prego giorno dopo giorno di far mio. Confesso che non è facile parlarlo, per chi come me, è più impastato di latino e greco, di “lettere e filosofia” ! Ma ho scelto di servire un Dio che spesso si rivela ai semplici e irride le intellighentie: per questo mi è gradito l’esercizio di un ministero in una parrocchia in cui sono costretto ogni volta a rimettere i piedi a terra e la testa fuori dalle nuvole ! Se sia umiltà  la mia non spetta a me dirlo (potrebbe pure essere bencelato orgoglio): certo per me è un’occasione di maturazione e...senza timore di ripetermi, di Grazia!

mercoledì 12 novembre 2014

Per il futuro? Ritornare a scommettere sull'educazione.

Viviamo in tempi in cui abbiamo assistito - per dirla schematicamente - alla fine degli assolutismi, alla perdita dei valori, al crollo degli ideali, alla  crisi delle istituzioni, al dilagare di una illegalità diffusa a tutti i livelli, al lento ma a prima vista inarrestabile traballare di famiglia, Stato, scuola....e aggiungerei anche Chiesa...
Conseguentemente abbiamo davanti a noi ad esempio giovani sempre più insicuri (vedi l’innalzamento e l’allargamento del periodo adolescenziale), personalità fragili (vedi l’incapacità di fare scelte, specie se durature, e i sacrifici conseguenti alle scelte, o di portarle avanti nel tempo : emblematico è il fallimento di tanti matrimoni di coppie giovani, ),  giovani vittime di manipolazioni ( vedi l’influenza sempre più alta dei mass media),  giovani contesi o dissociati tra le diverse agenzie educative o pseudoeducative ( vedi i giovani che fanno musica, sport, scautismo etc o che appartengono insieme  a gruppi di matrice diversa...incapaci di stabilire una gerarchia di valori o che rispondono ai valori/pseudovalori come Zelig, il personaggio di Woody Allen, a seconda delle situazioni).
Il compromesso così sembra essere diventato la regola, l’incoerenza tra valori e scelte concrete sembra quasi connaturata ad uno stile di vita sempre più illuministicamente dissociato tra il dire e il fare (se è detto è fatto?!).
Risultato di tutto ciò è la frammentazione dell’identità: spesso si vive quasi a compartimenti stagni, incapaci di operare una vera “reductio ad unum”, cioè incapaci di ricondurre la diversità delle esperienze ad un unico punto attorno al quale fare ruotare e dal quale ricevere senso, per leggere se stessi come il soggetto unico della propria storia. Abbiamo bisogno di quel “centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente...” che cercava, cantando, Battiato.
Emblematica, a proposito, è la confusione dei ruoli (vedi il rapporto uomo-donna o la crisi  dell’identità personale), oppure il relativismo etico (se ogni persona ha la propria verità, allora fa quello che vuole: è i trionfo del “secondo me”, del “mi piace, quindi è così”, del “così è bello” o del “il corpo è mio e me lo gestisco io”) che sfocia, per alcuni aspetti, nella pluriappartenenza (vedi il caso del Baggio “buddista” o il fenomeno del New Age) e, per altri aspetti, nella privatizzazione dei comportamenti.
Come definire allora un giovane che vive in questa rete, spesso groviglio, di problemi che si riversano nella sua esistenza e che la connotano e la condizionano spesso in modo tragico e irreversibile, specie in situazioni socioculturali quali quelle della Sicilia dominate da piaghe quali la disoccupazione, sacche di povertà ancora estese, micro e maxi delinquenza, criminalità organizzata, mafia, inquinamento sociopolitico ed ecclesiale, diffidenza verso le istituzioni, mancanza di senso civico, religiosità popolare  e costumi ancora fortemente tradizionalistici?
Io lo definirei un “giovane a rischio”, dove però la categoria “a rischio” prima che essere sociologica è esistenziale: quello infatti che si mette a rischio non è qualche aspetto della vita, materiale o no che sia, è anzitutto la vita stessa, nella sua qualità, nella chiamata alla realizzazione piena di sé che ogni vita porta inscritta nella propria esistenza.
In questo senso  i giovani della Sicilia oggi sono a rischio, perché il mondo è a rischio: la Sicilia è specchio di quello che oggi è il mondo!
Eppure, pur parlando di situazioni a rischio, non vorrei mancare al mio dovere di scout di saper vedere anche il 5% di buono presente in quest’oggi e in questo mondo. Sarebbe infatti ingiusto tacere di quelle tante realtà che viaggiano nella direzione opposta a quella precedentemente vista: sono ad esempio l’impegno per la pace di tanti, la cooperazione e lo sviluppo tra i popoli, l’impegno per la salvaguardia del creato, per una società più giusta e solidale e più a misura d’uomo (vedi   l’AVS, il servizio civile, il volontariato) e poi la rinascita di una coscienza politica, il fermento antimafia, e , al livello ecclesiale, il risveglio e l’impegno per una vera esperienza di fede in una Chiesa-Popolo di Dio e Corpo di Cristo che vive nella testimonianza -a volte letteralmente vero e proprio martirio - il proprio servizio dell’annuncio del vangelo del Regno al mondo.
Come ingiusto sarebbe inoltre non riconoscere nel volto della Sicilia, per rimanere nell’ambiente che ci interessa più da vicino, assieme alle tante rughe che lo deturpano, anche i tratti della intelligenza, della forza e della tenacia con i quali spesso la rassegnazione si trasforma in laboriosità; i tratti della  generosità che si coniuga in termini di solidarietà, ospitalità, accoglienza, tolleranza, integrazione razziale (è questa la lezione della storia!), i tratti dell’ironia che pirandellianamente sa elevare un innato pessimismo ad un  sano realismo ...sono tratti questi che rappresentano una risorsa, una riserva, assieme a quelle realtà di bene cui prima accennavamo più in generale, da cui trarre ricche suggestioni per il lavoro che ci apprestiamo a fare.
A questo punto, chi deve essere e come un cristiano che vuole scommettere sulla formazione e sull’educazione delle nuove generazioni?
E’ uno che ha anzitutto il coraggio  dell’intelligenza: cioè il coraggio di andare dentro le cose (intus-legere), di superare le apparenze, di andare al nocciolo, alla sostanza delle cose (sub-stantia:ciò che sta sotto), ricordando l’ammonimento della volpe al Piccolo Principe: “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Questo significa, per un educatore, la capacità di superare ogni superficialità, in noi stessi e negli altri, il rifiuto di farci ingannare dagli specchietti per le allodole...per andare alla interiorità: è il rifiuto del “look”, dell’apparenza per ritornare all’essere.
E chi ha il coraggio dell’intelligenza ha anche il  coraggio del discernimento. Proprio nell’epoca della contraddizione, della confusione e del relativismo il dovere del discernimento si impone più che mai come il coraggio di scegliere e di saper scegliere, distinguendo tra bene e male: “tutto provate, ritenete ciò che è buono” ammonisce San Paolo.
Mi sembra che una delle urgenze più grandi per gli educatori sia quella di aiutare a superare l’indifferentismo e di educare alle scelte, alle scelte responsabili. Questo significa, per un educatore, la capacità di un atteggiamento critico nei confronti di se stesso anzitutto e poi degli altri e della realtà che ci circonda, non per seminare dubbi o zizzania per partito preso, ma per sottoporre ogni cosa al vaglio critico della Parola di Dio, che mettendo in luce le ombre del peccato e le tentazioni al compromesso ci spinge a continua conversione.
Ma intelligenza e discernimento si pagano con un altro coraggio: quello di ricercare sempre, senza posa, la verità. Solo infatti chi ha l’umiltà di riconoscere di non essere depositario di verità precostituite, avrà il coraggio di superare ogni dogmatismo, di uscire dalle proprie sicurezze, spesso false, per impegnarsi in un pellegrinaggio alla ricerca della verità, che diventa, per chi ha il coraggio di compierlo fino in fondo, un cammino di liberazione, se vero, come è vero, che la verità ci farà liberi (Gv).
Questo significa, per un educatore che aspira a diventare formatore di personalità autentiche, la capacità anzitutto di mettersi a nudo, di gettare la maschera, di sciogliere i tanti legami dell’ipocrisia per ripartire da una vita sentita e vissuta nella  sincerità del cuore.
E dato poi che per noi che ci diciamo cristiani la verità non è un ideale astratto, o peggio un “flatus vocis”, ma una persona ben concreta, Gesù di Nazareth che noi confessiamo come il Cristo di Dio, allora potremo dire che l’educatore cristiano è uno che, oggi più che mai, ha il coraggio  di mettersi con più decisione alla sequela di Cristo, nell’esperienza della fede, nella docilità allo Spirito, nell’obbedienza della Parola, nella appartenenza ecclesiale, nella libertà della coscienza.
Chi deve essere l’educatore cristiano infatti se non colui che nella coerenza della propria vita testimonia una sempre rinnovata fedeltà a Cristo che lo ha liberato? “liberi e fedeli in Cristo” dice P. Haring a proposito della vita dei cristiani: libero e fedele in Cristo deve essere un Capo, per essere a sua volta nella Chiesa e nel mondo segno e strumento di liberazione. Poiché infatti oggi l’educazione non può non coniugarsi in termini di liberazione, di superamento cioè delle contraddizioni tra fede-vita, ideale-reale, interiore - esteriore, pubblico-privato, personale-comunitario, materiale-spirituale...superamento in vita della realizzazione dell’uomo integrale...
Questo significa per noi in questa sede, avere il coraggio di una revisione critica del nostro modo di essere e delle nostre scelte: prima di guardare ai ragazzi dobbiamo guardare a noi stessi, con onestà! Ci dice infatti il Vangelo che “se un cieco guida un altro cieco, entrambi finiscono in una fossa”: allora molto onestamente dobbiamo dire oggi che i frutti del nostro servizio dipendono dalla qualità di noi Capi. Dobbiamo allora puntare sulla qualità, come primo impegno: sulla qualità dell’essere che si traduce in termini di una spiritualità cristiana sempre più sperimentata, vissuta, incarnata... e che sfocia nella qualità del servizio che si traduce in termini di una competenza sempre maggiore (sono finiti i tempi del pressappochismo e delle buone intenzioni!!!).
Noi purtroppo siamo figli e vittime di quello che in filosofia oggi viene detto il “pensiero debole”: cosa viene insegnato oggi? Che non esistono valori - certezze e che è inutile cercarle e che se anche esistessero la nostra  mente non riuscirebbe a coglierli in pieno dati  i suoi limiti, e che se anche riuscisse a capire qualcosa non saprebbe né comunicarla né viverla: e allora? Allora accontentiamoci di vivere alla giornata, di non pensare a mete irraggiungibili: gli ideali? E chi li ha mai visti o toccati? Meglio altre mete che, guarda caso, devono essere tangibili: beni, denaro, potere...si potrebbe continuare, ma credo che ci siamo capiti: oggi assistiamo al trionfo della mediocrità, al ripiego dell’uomo su se stesso, al rifiuto della sua chiamata ad essere Altro, e alla conseguente tragedia della perdita dell’identità stessa dell’uomo. Eppure il Poeta (!) ci aveva ammoniti: “fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza...”: A parte la citazione dotta ,
Dobbiamo osare pensare in grande, dobbiamo liberare i sogni e ritornare a giocare con le stelle: come paradossalmente veniva suggerito a Peter Pan per crescere, per riuscire a volare!


venerdì 31 ottobre 2014

La festa dei morti


Per indicare il superamento del paganesimo il papa aveva consacrato il Pantheon, luogo romano dedicato a tutti gli dei, come chiesa cristiana dedicandola al culto della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi. E fu scelto come giorno il primo del mese di novembre. Intorno all’anno Mille, nell’Abbazia di Cluny in Francia, alla fine dei Vespri solenni di tutti i Santi i monaci si portavano in processione presso il loro cimitero e facevano un ufficio di suffragio per tutti i loro morti. Pian piano dal solo ufficio vespertino si passò ad un ufficio vero e proprio durante le ore canoniche del giorno seguente e questa tradizione si diffuse così rapidamente che la chiesa concesse di commemorare il due novembre tutti i fedeli defunti in ogni luogo della cristianità. Nacque così la “festa” dei morti in un giorno particolare del calendario liturgico, ma non certo il ricordo dei morti: questo si fa in ogni celebrazione della Messa in cui si fa memoria della “Comunione dei Santi”, cioè viene ricordato come tutti, quelli che ancora peregriniamo qui sulla terra (= la Chiesa Militante), quelli che sono morti (= la Chiesa purgante ) e i santi che sono già in Paradiso (= la Chiesa trionfante) formiamo tutti un’unica Chiesa perché tutti accomunati dal Battesimo. Comunione dei santi qui sta appunto per Comunione dei battezzati perché “Santo, Santità” era l’appellativo scambievole con cui si chiamavano i primi cristiani (ora rimasto in uso solo per il papa). E a partire da questa “comunione”, cioè esperienza di amore scambievole e di grazia divina, che si capisce anche il ricordo dei morti: se tutti siamo una sola famiglia e se non valgono i vincoli della morte, allora tra santi in cielo, morti e fedeli in terra può continuare ad esistere un fecondo rapporto di amicizia. Ad esempio io posso pregare e chiedere l’intercessione dei santi e suffragare i defunti perché la mia azione, essendo per così dire ancora in contatto tra noi può essere efficace. E questo a partire dalla esperienza di fede nella risurrezione dei morti e nella vita eterna.

Mi scuso per questa lunga introduzione, ma credo che questo è l’unico modo per comprendere la genesi di una festa che da noi (grazie a Dio) è ancora abbastanza sentita: la festa dei morti, appunto. E dico grazie a Dio non solo per un motivo religioso ( potrebbe altrimenti il mio sembrare solo un discorso da prete) ma anche profondamente umano. E’ stato bello nella mia infanzia aspettare il giorno dei morti per ricevere i regali (“i muorti, i murticieddi”) perché è un modo con cui la sapienza e la fede popolare ti passava un messaggio bellissimo: i cari morti non sono scomparsi nel nulla, ci sono ancora accanto, noi preghiamo per loro e loro si interessano ancora per noi (non si parlava una volta di scambio di amorosi sensi tra vivi e morti?). Un modo per ribadire la fede cristiana e per far vivere serenamente la morte (all’opposto di oggi in cui la morte è stata banalizzata nei serial TV e nascosta ed esorcizzata dalla vita reale). Un modo per dire che i morti ci sono amici e di loro non si può avere paura (la sapienza popolare sempre ammonisce che è dei vivi che invece bisogna aver timore!). Perché, attenti, se so guardare serenamente alla morte so vivere anche serenamente la vita. Adesso si scappa dalla visione della morte e non si coglie più il senso della vita! Poveri genitori che non fanno vedere ai figli i nonni morti: non sanno che li preparano a essere sconfitti dalla vita! Viva dunque il culto dei morti e la festa dei morti, perché appunto e paradossalmente è la festa della vita. Meglio dunque un giorno di cimiteri affollati (certo più spesso non farebbe male) che lasciare morti e morte nel dimenticatoio. E qui siamo proprio all’opposto del neopaganesimo strisciante della cultura anglosassone e americana che purtroppo sta sbarcando pure da noi in cui i morti sono gli spettri che terrorizzano e che ritornano la notte di Hallowen a fare baraonda sulla terra! E noi che davanti a queste americanate ci caliamo le braghe! Quando abbiamo un patrimonio culturale da non temere confronti! Perché non è certo questo un segno di modernità, anzi! Ma da un’europa che dimentica di essere figlia del cristianesimo cosa ci si poteva aspettare?