mercoledì 30 maggio 2012

BENEDETTO XVI E LA FEDE

Da fine teologo qual è Benedetto XVI ci ha parlato sempre della fede come di un'esperienza viva, di quel rapporto personale con il Cristo che supporta dal di dentro ogni nostro pensiero, azione, sentimento, emozione, scelta... E che non siano parole lo ha dimostrato nei sofferti anni del suo pontificato. Ma lo sta dimostrando ancor più in questi giorni, in cui è stato toccato nel vivo della sua umanità e del suo ministero. Se ce ne fosse stato di bisogno, lo ha dimostrato nell'udienza di stamani, col coraggio della parresia, della franchezza, di esporre se stesso in pubblico con umiltà e aprire il suo cuore ai fedeli, e non solo a quelli presenti, senza niente negare, ma affidandosi unicamente a quella verità, la sola capace di farci liberi, perchè è la stessa persona di Cristo. Come Pietro, è Roccia, e sa che nè vento nè marosi potranno far vacillare la Chiesa costruitavi sopra. Pietro non vacilla perchè è sostenuto dalla preghiera della Chiesa, ma soprattutto dalla stessa preghiera di Cristo. Benedetto XVI sembra sempre più piccolo, sembra quasi ritirarsi per far spazio all'altro, a Colui che deve crescere, e davanti al quale ogni altro deve diminuire. E per questo la statura cristiana di Benedetto ci appare sempre più grande. Benedetto "Magno". Oportet ut scandala eveniant: non ci scoraggiamo per questo. Quanto sta accadendo in questi giorni può essere l'inizio di una grande opera di purificazione e rinnovamento nella Chiesa. Per questo offriamo la nostra piena disponibilità ai disegni dello Spirito. Papa Benedetto non sei solo. Papa Benedetto, con te noi siamo Chiesa, vogliamo essere Chiesa. Le porte degli inferi non prevarranno. Come non notare che il giorno della scoperta del tradimento era anche il giorno di Maria Ausiliatrice? Allora liberò Pio VI. Oggi viene in aiuto di Benedetto. Maria accorre. Maria soccorre. Maria salva.

venerdì 25 maggio 2012

MARIA A SCICLI TRIONFA: E COSI' SIA IN TUTTO IL MONDO!

Come ogni anno, sabato a Scicli si terrà la rievocazione della battaglia degli sciclitani contro i saraceni vinta grazia all'apparizione prodigiosa della Beata Vergine Maria.Perchè Scicli non dimentica la "sua" Madonna a cavallo! "Scicli, o della Madonna a cavallo": così Lionello Fiumi titola un suo scritto, sottolineando il profondo rapporto tra la nostra città e la Vergine Maria. Un rapporto la cui radice si perde nei meandri della storia, che si nutre di gesti d'amore da entrambe le parti, e che si riassume nell'appellativo di SANCTA MARIA MILITUM PRO SCICLENSIBUS, attribuito alla Madonna, e nell'evento a cui questo si riferisce: l'intervento della Vergine proprio a favore della sua "civitas dilecta". E Scicli non dimentica la "sua" Madonna. E difatti, superato lo "scandalo" iconografico della madonna a cavallo "cum brandu in dextera", come non leggervi la lezione del "Dio degli eserciti" che, "con mano potente e braccio disteso", fa uscire Israele dall'Egitto? (Cioè, uscendo fuor di metafora, come non leggervi quell'esperienza di fede in cui il Dio biblico si schiera sempre dalla parte dei poveri e degli oppressi?). O ancora, come non leggere - metastoricamente - nei segni della vittoria della Vergine i segni della biblica sconfitta del serpente dell'Eden o del drago dell'Apocalisse (icastiche immagini del Male)? In questo senso, allora, l'esperienza storica particolare di un popolo (l'invasione saracena, le scorrerie barbaresche e la protezione divina) diventa un "luogo" teologico, un luogo cioè dove cogliere e scoprire il volto di Dio che rivela il suo amore che salva e riscatta. E così, dunque, lo stesso "memoriale" dell'evento, rivissuto oggi nella forma della "sacra rappresentazione", acquista la dimensione propria del dramma ( Bene e Male in duello!) con la sua funzione "catartica" (di purificazione cioè dei sentimenti), che vede il suo apice nell'apparizione del simulacro della Vergine ("Deus ex machina") che, al di là delle apparenze, diventa foriero di spirituale pacificazione. Ma il messaggio dell'evento, occorre ancora considerare, non può essere ristretto al puro ambito religioso-ecclesiale. Se Scicli è della Madonna a cavallo, la Madonna a cavallo è di Scicli! La Madonna a cavallo ha contribuito a creare e mantenere quella identità della collettività sciclitana, entrando nel patrimonio storico di questa e qualificandone i tratti non solo a livello religioso, ma anche culturale e sociale. Allora la festa dei Mulici, con l'evento stesso a cui si richiama, lungi dall'essere destinata ad una "damnatio memoriae", ha per noi sciclitani un significato profondo e suscita tuttora stimoli fecondi di riflessione. Infatti non si tratta qui della riproposizione di visioni trionfalistiche del passato (che comunque ci appartiene), e neanche di scadere in un folklorismo fine a se stesso (come in certe zone oggi spesso avviene), quanto invece del coraggio di volere apprender quelle lezioni di vita che solamente la Storia e il Dio della Storia sanno impartire, per il vivo recupero della identità di un popolo che, forte del passato, sa così capire il presente e sa guardare al futuro. E proprio guardando al futuro affidiamo non solo Scicli ma tutta la Chiesa e tutto il mondo a Maria. Affinchè su tutto il male presente trionfi il suo cuore immacolato. Lei, terribile come un esercito schierato in battaglia, ci aiuti a combattere i nemici della fede, i nemici del suo Figlio. Lei, la pronta esauditrice sia la nostra condottiera! Omnipotens et misericors Deus, qui ad defensionem populi christiani in beatissima Virgine Maria perpetuum auxilium mirabiliter constituisti: concede propitius; ut, tali praesidio muniti certantes in vita, victoriam de hoste maligno consequi valeamus in morte. Per Christum Dominum Nostrum.

lunedì 14 maggio 2012

ECCO DA COSA CI HA SALVATO LA CHIESA Una riflessione col sorriso sulle labbra

Confesso che a volte rimango perplesso, davanti a tante affermazioni campate in aria, frutto quanto meno di ignoranza se non proprio di un pregiudizio non proprio benevolo nei riguardi della Chiesa e di quanto questa avrebbe fatto nel corso secoli per nascondere – così si dice – la pura verità del vangelo – ai propri adepti, preferendo mostrare una versione annacquata del messaggio di Gesù e usata strumentalmente per fondare e consolidare il potere di papi e cardinali! Già! Un tempo si cercava di negare l’esistenza stessa di Cristo, ora che questa non è più negabile, si cerca di separare il Cristo dalla Chiesa, riducendolo all’ebreo “marginale” Gesù di Nazaret, che nulla ha avuto a che fare con la successiva Chiesa che a lui si ispira. Un modo per condurre a termine questa operazione è insinuare che la Chiesa abbia mantenuto i soli quattro vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) perché funzionali ai suoi interessi, negando valore a tutti gli altri vangeli perché avrebbero presentato un Cristo contrario alle manovre politiche della Chiesa. E così adesso si assiste ad un ritorno di interesse verso i vangeli apocrifi, considerati come la quintessenza del messaggio evangelico, che la chiesa terrebbe nascosti o avrebbe distrutto per non rivelare i veri insegnamenti di Gesù. A parte il fatto che tanti vangeli apocrifici sono scritti gnostici che di vangelo hanno solo il titolo che funziona da “captatio” per il lettore e sono stati scritti tra il IV e il VII secolo dopo Cristo, e pertanto mi si dovrebbe spiegare come la Chiesa ha fatto ad escluderli dal canone dei quattro vangeli ufficiali che si formò già intorno al I –II secolo quando ancora gli altri dovevano essere scritti! Ma anche se fossero stati contemporanei la Chiesa ha operato una cernita in base alla congruenza con i dogmi cristologici e teologici riconosciuti fin dall’inizio, e anche in base ad un criterio di ordine storico per cui sono stati rigettati i vangeli che contenevano racconti di evidente sapore leggendario e favolistico. Proprio per questo la maggioranza di questi vangeli apocrifi di derivazione gnostica sono stati rigettati: perché la gnosi è un movimento filosofico che ad esempio ritiene come buono solo lo spirito e rigetta quanto è materiale e carnale. Alla gnosi interessa l’anima e non il corpo: ma la Chiesa non poteva accettare un vangelo del genere perché significava contraddire la bontà della creazione e di ogni creatura e la stessa positività del corpo e della sessualità così come insegna nella Bibbia il libro della Genesi. Non è questo il luogo di fare una disamina del rapporto tra vangeli canonici ed apocrifici, ma voglio dare un piccolo esempio, anche per sorridere un po’, del pensiero gnostico e di cosa ci sarebbe potuto succedere se la Chiesa avesse considerato canonico il cosiddetto “Evangelo della pace di Nostro Signore Gesù Cristo” attribuito anch’esso all’apostolo Giovanni (ed. Szelely – Mauro, ed. Cacciari, Bologna 1972/1981). Il vangelo in questione sembra quasi uno scritto ispirato alla moderna New Age, o a quella sorta di francescanesimo che canta ad ogni piè sospinto il “dolce sentire” di Baglioni, per i suoi richiami alla Madre terra e alla legge della Vita che dentro ognuno di noi. Per arrivare alla pace evangelica i seguaci di Gesù devono seguire gli insegnamenti dell’angelo dell’aria e dell’angelo dell’acqua e dell’angelo della luce. Bene o male sono le solite tiritere sullo spirito e la luce interiore, l’illuminazione da raggiungere con digiuni e mortificazioni, e di per sé non c’è nulla di originale. Tranne una cosa. Sentite la descrizione del metodo per raggiungere la purificazione interiore: "Io ve lo dico in verità, altresì patite che l’angelo dell’acqua vi battezzi ugualmente all’interno, affinchè voi siate liberati da tutti i vostri peccati trascorsi. … Per far questo, procuratevi una zucca grossa e lunga, avente un gambo rampicante della altezza di un uomo. Svuotate la zucca del suo contenuto e riempitelacon l’acqua del fiume che il sole abbia riscaldata. Sospendete la zucca al ramo di un albero, inginocchiatevi sul suolo davanti all’angelo dell’acqua e patite che l’estremità del gambo della zucca penetri nel vostro sedere, affinchè l’acqua possa scorrere attraverso tutti i vostri visceri. Poi restate inginocchiati sul suolo davanti all’angelo dell’acqua e pregate il Dio della vita che Egli vi perdoni tutti i vostri peccati trascorsi e domandate all’angelo dell’acqua di liberarvi i corpi da tutte le sozzure e da tutte le sue malattie. Quindi lasciate che l’acqua scorra dal vostro corpo di guisa che, con essa, sia eliminato dal vostro interno tutto ciò che proviene da Satana, tutto ciò che è impuro e maleodorante. E voi vedrete con i vostri occhi e sentirete col vostro naso tutte le abominazioni e le impurità che insozzavano il tempio del vostro corpo… Ogni giorno del vostro digiuno rinnovate questo battesimo d’acqua e persistete…". Ecco, la Chiesa magari avrà nascosto questo vangelo per altri scopi: ma come non ringraziarla per averci salvato, mi si permetta la battuta, dal nostro clistere quotidiano? (da DIBATTITO, maggio 2012)

giovedì 26 aprile 2012

Pro multis

La lettera del papa ai vescovi tedeschi sulla traduzione del "pro multis" nella formula di consacrazione ha portato alla ribalta un dibattito su un problema che finora tanti avevano cercato di tenere sottobanco.
Perchè in verità già dall'indomani della sua elezione papale, Benedetto XVI aveva fatto diramare una direttiva dalla Congregazione competente ai Presidenti delle conferenze episcopali nazionali con cui si invitava, nel provvedere alla nuove traduzioni della terza edizione tipica del messale romano (resa ufficiale il 20 aprile del 2000) di uniformarsi al testo originale latino che dice "pro multis".
Si è cercato di silenziare questa direttiva con la scusa che un ritorno, come in Italia, dalla traduzione "per tutti" a quella "per molti" sarebbe stata incompreso da parte della gente comune.
A parte il fatto che già questo atteggiamento paternalista, fra l'altro di comodo, di un episcopato che si nasconde dietro la gente comune per approvare o bocciare le indicazioni liturgiche della Santa Sede è qualcosa che genera quantomeno perplessità: qui per non cambiare la formula si dice che la gente non avrebbe capito, poi ad esempio non ci si fa scrupolo di proporre di cambiare il Padre Nostro e stavolta si dice che la gente capirà? Ma cos'è? Una comprensione a comando, dall'alto?
Ma quello che fa specie è quello che si sussurra in giro: che anche queste indicazioni del papa siano state sottoposte a referendum da parte delle conferenze episcopali: come dire che il papa può disporre quello che vuole, tanto poi sono le maggioranze modaiole dei vescovi che dicono l'ultima parola!
Ma una volta al papa non si doveva ubbidire? E se l'esempio dei vescovi fosse seguito da preti e fedeli di una chiesa locale, in cui le direttive espiscopali fossero sottoposte ogni volta a referendum, dove andremmo a finire? Come ci rimarrebbero i nostri vescovi?
Se i primi a disobbedire al papa sono i vescovi, cosa debbono dire e pensare e fare i fedeli? E un vescovo disobbediente al papa può ancora chiedere obbedienza ai suoi preti e ai suoi fedeli?
Siamo ancora cattolici? o di fatto siamo a tutti i livelli ad una forma di cristianesimo "a la page"?
Non voglio entrare nemmeno sul tema della opportunità o meno di tradurre fedelmente il "pro multis".
Il papa ha già dato motivazioni più che sufficienti.
Ma che non erano necessarie. Bastava il richiamo alla fedeltà al testo evangelico e alla Tradizione della chiesa.
Una tradizione immutata per secoli non solo nel rito romano ma anche in tutti gli altri riti.
Anche per una attenzione ecumenica: in qualsiasi altro rito, pur nelle varianti delle formule di istituzione, c'è sempre l'espressione "pro multis": e questo dovrà pur significare qualcosa?
Oppure le fisime di qualche liturgista o piccolo esegeta ormai si possono sostituire al grande sensus Ecclesiae che è, non dimentichiamolo, anche sensus fidei?
Ci riempiamo la bocca di slogan quali fedeltà e ritorno alle origini, ai padri ecc. e poi però si cerca di imporre l'ultima moda del momento o di sostituire la nostra sensibilità personale (spesso nemmeno correttamente formata) al "sentire" e "consentire cum ecclesia".
E questo tocca specialmente il problema delle traduzioni: non solo del pro multis, ma di tutta la formula dell'istituzione ad esempio in italiano: perchè non è rimasto il futuro del "tradetur/sarà offerto" che rendeva più intelligibile il momento dell'istituzione e il momento dell'effettiva consegna sulla croce del Cristo di se stesso? Ma tocca tutta la Messa: ha ragione il papa quando scrive che spesso le traduzioni hanno solo una lontana parvenza dell'originale latino. Di fatto non c'è più il messale romano ma tanti messali quante sono le lingue in cui è stato tradotto. Non voglio entrare qui nella polemica sull'uso della lingua volgare nella messa ma sul suo esito: in pratica non si può più dire che ad esempio una domenica, celebrando la stessa messa, pur in varie lingue eleviamo al Signore le stesse preghiere, e allora dove è finita l'unità del rito romano?
A volte mi chiedo se per rimanere fedeli alla Chiesa, al papa e al rito romano, non dobbiamo smettere di celebrare coi messali in volgare e ritornare all'uso del solo originale latino, giacchè non ci si può fidare nemmeno delle traduzioni delle conferenze episcopali!
Che fare? anzitutto pregare, sperando che alla fine la perseveranza del papa la spunti sulla caparbietà dei vescovi.

martedì 17 aprile 2012

Tutti i motivi per cui ringraziamo papa Benedetto e gli auguriamo lunga vita

di Stefano Fontana (da L'occidentale)

17 Aprile 2012
Il 16 marzo scorso Joseph Ratzinger ha compiuto 85 anni. Il prossimo 19 marzo Benedetto XVI concluderà il settimo anno di pontificato. C’è un affetto particolare che lega i fedeli alla persona del Papa, c’è una fede particolare che li collega a Pietro.
Il pontificato di Benedetto XVI rimarrà nella storia della Chiesa come uno dei più importanti.
La sua grandezza è inversamente proporzionale alla sua umiltà.
La linea da lui indicata è così nitida, argomentata, forte e rispettosa da sconfiggere anzitempo tutti i suoi detrattori.
Con Benedetto XVI la Chiesa sta uscendo dalla confusione del post concilio.
Ci vorrà ancora molto tempo perché il percorso indicato filtri nel tessuto ecclesiale, non ci facciamo troppe illusioni e probabilmente anche lui non se ne fa, ma indietro non si torna: dove miravano Paolo VI e Giovanni Paolo II, là ci ha condotto Benedetto XVI. Potranno essere precisati alcuni dettagli non trascurabili, ma il grosso è stato fatto.
Molte cose si dimenticheranno anche di lui, come si dimenticano di tutti perché il tempo non fa preferenze. Non si dimenticheranno però il discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005 sull’interpretazione del Vaticano II, il discorso di Ratisbona del 2006 sul rapporto tra fede e ragione, il ripristino della messa antica con il motu proprio Summorum Pontificum del 2007 e la Lettera a tutti i vescovi del mondo dopo aver ritirato la scomunica ai quattro vescovi ordinati da Mons. Lefebvre del 10 marzo 2009. Sono i quattro pilastri del non ritorno.
Dopo che nel 1966 Johann Baptist Metz, il creatore della teologia politica che fece deviare il postconcilio fuori della tradizione, aveva dichiarato che il mondo è ormai completamente mondano e che in esso Dio non si incontra più, Benedetto XVI ha impostato tutto il suo pontificato chiedendo ai cristiani di aprire uno spazio a Dio nel mondo. Se tanti cristiani nel postconcilio sono stati più preoccupati di salvaguardare il senso dello Stato che riconoscere che nulla nel creato è estraneo al dominio del Creatore, Benedetto XVI ha ricordato questa signoria di Dio e non ha fatto passi indietro nel rivendicare un ruolo pubblico per la religione cristiana. Si è rifiutato di concedere che la fede sia ridotta ad hobby personale e la rivelazione cristiana a una delle tante opinioni di uno degli dèi del pantheon postmoderno: le religioni non sono tutte uguali, l’ecumenismo non è indifferentismo religioso, il dialogo non sostituisce l’annuncio. Contro le teorie che destrutturano la verità ritenendola una forma di ideologia, Benedetto XVI ha invece incentrato il suo insegnamento proprio sulla verità del Logos, insegnando che il Bambinello cha giace nella mangiatoia di Betlemme è anche la Sapienza eterna del Padre che ha fatto tutte le cose. Ci ha liberato dalle tentazioni del nominalismo, ha ridato consapevolezza alla ragione perché ha inteso la fede come conoscenza anziché come esperienza, ha chiesto all’ermeneutica di risollevarsi nella metafisica, ci ha ridato fiducia nell’ordine dell’essere, che non è riducibile ad una nostra costruzione.
Nel suo insegnamento di questi sette anni, le cose, ad una ad una, sono state rimesse al posto giusto. I riduzionismi, le ideologie, i vaneggiamenti postconciliari sono stati corretti e il quadro si è fatto chiaro. Il Concilio è stato collocato nella tradizione, come una novità nella continuità, all’ottimismo spesso ingenuo ha sostituito una grave e realistica riflessione sull’apostasia di tante folle alla fede dei padri, folle che si pensava di riconquistare inseguendo il mondo anziché parlando di Cristo. Ha ridato fiducia al fedele che si sentiva smarrito per i tanti “pontefici” nati nella contestazione e nel falso pluralismo, ha riparlato di autorità come elemento che favorisce una anamnesi interiore e dell’obbedienza come vera fonte di libertà, libertà non come la vuole il mondo, ci ha dato gli strumenti per combattere lo scientismo moderno dato che l’intelligenza umana non può essere frutto del caso o del determinismo materialistico, ha riposto la liturgia al centro della vita cristiana come Opus dei e non come momento di socializzazione.
I suoi interventi sono stati sempre precisi e coerenti, poco ha concesso alle tribune, si è come ritratto dai prosceni per rivendicare allo spirito i suoi spazi, alla fede la sua importanza, alla contemplazione e al silenzio la loro espressività. Ha detto che il Papa non governa solo con i decreti ma anche con la preghiera, ha detto che la realtà non si conosce solo con le scienze ma anche con la fede, ha detto che il mistero è più reale di quanto si vede e si tocca. Ha ridato alla fede cattolica la sua profondità spirituale incentrandola sull’invisibile che non muta senza con ciò – anzi, proprio per ciò – aprirle uno spazio nel mondo visibile che cambia.
Quanto dovremmo ringraziare questo Papa! Ha una viva consapevolezza della sporcizia presente anche nella Chiesa ed ha guidato la barca tra mille marosi, ma è riuscito a dare nuovo slancio missionario all’identità cristiana che aveva perduto il suo rapporto con la verità. Ha ricordato che il futuro della Chiesa dipende dalla santità e non dai piani pastorali. Ha confutato le dottrine esegetiche che vanno per la maggiore ed anche se in molte librerie cattoliche si preferiscono i libri di Hans Küng ai suoi, alla fine la linea da seguire sarà la sua. Anche se in molte università cattoliche si recalcitra davanti al suo insegnamento, alla fine la sua verità avrà la meglio. Anche se si pongono ostacoli a che i suoi insegnamenti vengano conosciuti e penetrino nella base della Chiesa, sicché spesso dottrina e pastorale nelle periferie ecclesiali sono ancora ferme agli anni Settanta, alla fine tutta la Chiesa lo seguirà. Egli sta davanti ed anticipa. Il popolo di Dio segue e arranca, tergiversa e in qualche caso indietreggia, nella titubanza anche di tanti uomini di Curia, ma la traccia è segnata.
  

sabato 14 aprile 2012

UTINAM UTINAM! FIAT! FIAT!

Volesse il Cielo!
sarebbe il più bel regalo per il suo compleanno!
Regalo fatto al Papa e perciò fatto a tutta la Chiesa!
Il crescente numero di anglicani che sta passando alla fede cattolica è sempre più in aumento e questo dimostra che l'indirizzo ecumenico scelto da Benedetto XVI sta dando i suoi frutti.
E a questi nostri fratelli diamo di cuore il nostro caldo benvenuto.
Ma se quanto sussurrano le voci delle ultime ore si dimostrerà vero, di un imminente accordo tra la FSSPX e la Santa Sede la nostra gioia sarà piena!
Dai, cari fratelli, un ultimo sforzo! da entrambe le parti: in tutti i riti della Settimana Santa abbiamo pregato per voi, adesso attendiamo con trepidante attesa.
Lo vuole la Chiesa, lo vuole il Signore: essere uno in lui affinchè il mondo creda!
Rinunciamo tutti a qualcosa, quello che importa è la salvezza delle anime!!!
Interceda per tutti la Madre dell'unità, Vergine della Pentecoste, dell'unica Chiesa.

giovedì 12 aprile 2012

AD MULTOS ANNOS SANTITA'

Il Papa si avvicina al compimento dell'ottantacinquesimo anno di età.
E ci ha fatto dei regali stupendi.
La predica della messa crismale dimostra come Benedetto XVI tiene saldamente il timone della Chiesa, nonstante siano in tanti a non volerlo o a tentare di far credere che non sia più in grado di farlo.
Con garbo e dolcezza di padre, ma con la stessa fermezza che un vero padre deve avere quando occorre ha detto no all'appello alla disobbedienza che partito da un prete dell'Austria sta trovando seguaci in Nord Europa, nel silenzio dei vescovi interessati.
Stranamente i vescovi si lamentano del centralismo romano e vorrebbero avocare a sè tutti i poteri possibili ed immaginabili, relegando il Papa in un ruolo ideale di rappresentanza senza più vera voce in capitolo: poi però sono sempre gli stessi vescovi a tenere paurosamente chiusa la bocca quando occorre proteggere il gregge dei fedeli dall'attacco dei lupi: in questo caso allora meglio che a fare il duro sia Papa, così se qualcuno reagisce, ci si può subito tirarsene fuori!
E' per questo che davanti all'ignavia di tanti vescovi la mia prima reazione è stata quella di esclamare - mi si scusi l'apparente volgarità del termine - "abbiamo un papa con le palle!!!"
Un papa coraggioso, che non teme di attirarsi addosso gli strali di tanti cattolici, di fatto già passati tra le file di un protestantesimo a la carte.
Aveva già parlato in modo forte in occasione del concistoro, nelle due lectio ai seminaristi e ai parroci di Roma: adesso il suo no chiaro al sacerdozio alle donne e il rifiuto di stare a mercanteggiare sulla fede e le scelte pastorali ha fatto apparire l'atteggiamento di tanti per quello che è: una rottura della communio ecclesiale nella disobbedienza di fatto al magistero ecclesiale, seppur ammantato di amore per la chiesa.
Ma lo stesso amore per la chiesa non potrà mai sostituire l'amore per la verità.
Per questo ha indicato a tutti l'unica via possibile del vero rinnovamento ecclesiale: la via della conversione e della santità personale.
I veri riformatori della Chiesa sono i santi!
E giacchè l'esperienza della fede ecclesiale si vive nella liturgia, specie l'eucaristia, forma essa stessa della Chiesa, il Papa ha lanciato altri due forti segnali a vivere la Messa realmente come la fons ed il culmen della vita cristiana. E perchè lo sia sempre più bisogna recuperare la dimensione contemplativa, l'adorazione; bisogna ritornare ad inginocchiarsi davanti all'eucaristia, perchè la comunione diventi realmente l'espressione dell'incontro con Qualcuno e non la semplice condivisione di un pasto sacro.
E poi la celebrazione dell'eucaristia stessa non è il risultato di un bricolage in cui ognuno si ordina il rito come meglio gli aggrada: il no del papa è contro ogni creatività selvaggia, ma anche contro l'archeologismo liturgico giudeizzante dei neocatecumenali che finalmente ha sottoposto ad un giudizio critico da parte dei dicasteri competenti.
Bene ha fatto il papa in questi suoi interventi.
Era ora.
E il papa deve sapere che siamo con lui.
Il suo coraggio ci da coraggio.
E magari di fargli il più bel regalo da lui atteso per il suo compleanno: la celebrazione eucaristica ad orientem o almeno ad crucem e la comunione sulla lingua, in piedi o in ginocchio, ma mai più sulla mano?
Solo gesti formali? Non dimentichiamo che la forma contiene sempre la sostanza!
E dunque, grazie, santità!
E auguri: Dio lo conservi ancora a lungo fra noi, ne abbiamo bisogno!
AD MULTOS ANNOS PAPA BENEDETTO!