25 anni con Lui

25 anni con Lui
(William Kurelek, El burro que lleva a Dios) Sac. Ignazio La China XXV° anniversario della Ordinazione Presbiterale 1988 - 10 settembre - 2013

martedì 1 settembre 2015

Ricordi sessantottini!

“Settembre, andiamo è tempo di migrare...” Se la memoria non mi inganna inizia così una famosa poesia che oggi possiamo usare come un  richiamo alla ripresa delle attività dopo la pausa estiva. Significa che vacanze, sole, spiaggia e bagni rimarranno solo dei bei ricordi... Settembre ci richiama alla realtà, è ora di prepararci a quello che stando alle previsioni sarà un autunno “caldo”... I sogni dell’estate sono finiti ! Sogni che spesso aprono il cuore alla marea dei ricordi... Chissà infatti perché proprio l’estate per me in modo particolare è la stagione dei ricordi (quelli lieti, perché quelli tristi si rimuovono), e specialmente dei ricordi d’infanzia, quelli legati alla radio o ai primi mangiadischi che suonavano nel solleone l’Azzurro dell’italico Celentano o le esotiche e ammalianti nenie che ci facevano sognare l’isola di Whigt (si scrive così l’isola di chi ha negli blu della gioventù... ?) e ci davano la gioia di sentirci accomunati tutti, amanti dei Beatles e dei Rolling Stones, quando anche nelle Messe ci si domandava con Bob Dylan quante strade dovesse fare un uomo per essere più uomo e con Joan Baez si rispondeva We shall over come e si pregava (unica intenzione di preghiera dei fedeli per anni ! ! !) che finisse la guerra nel Vietnam...
Per me la bellezza del ’68 comincia e finisce qua ! Ho avuto infatti in sorte di nascere e di vivere la mia fanciullezza negli anni ’60, di assistere alle tragedie degli anni ’70, di sperimentare sulla mia pelle il riflusso e il vuoto, compresi i loro rigurgiti degli anni ’80 e ’90: dal maggio del ’68, data di inizio della cosiddetta rivoluzione giovanile (ricordo uno dei primi cortei studenteschi di Scicli che parodiava la processione del Venerabile !), al maggio ’78 in cui l’assassinio di Moro manifestava il clou della pretesa rivoluzione proletaria delle brigate rosse (e ricordo ancora con orrore un mio compagno di scuola indottrinato dagli slogan della sinistra gioire alla notizia del rapimento prima e dell’uccisione poi). Non voglio qui entrare in considerazioni politiche, non mi spettano e non mi interessano : confesso che per un po’ l’ideale di una palingenesi del mondo a forza d marce di protesta ha irretito anche me, per lasciarmi poi con la sensazione del vuoto dentro...e per questo la mia ricerca si è diretta Altrove. Perciò qui voglio solo manifestare quello che tutte queste esperienze mi hanno lasciato : amarezza e insofferenza, e basta. Amarezza perché ci hanno dato l’idea che il mondo si costruisce sempre contro qualcosa (istituzioni, governo, scuola, famiglia...) e qualcuno (dai genitori all’avversario politico) proprio mentre a parole si fantasticava di fraternità anarchiche situate nel migliore dei mondi impossibili ! Insofferenza  poi verso la pretesa che c’è alla base di queste presunte rivoluzioni, a partire dalla madre di tutte le false rivoluzioni quale è stata la rivoluzione francese (e della quale,  credo che tutto sommato siano  figlie tutte le rivoluzioni dell’Occidente moderno). E cioè la pretesa di ogni rivoluzionario di voler azzerare la storia, di buttare via (bruciando e distruggendo e saccheggiando praticamente ogni cosa che viene a tiro) tutto il passato e ciò che lo rappresenta. E’ l’ingenua pretesa che tutto il vecchio è marcio e sporco e che solo il nuovo sia immacolato. Pretesa che spunta fuori dalla convinzione che si abbia in tasca la verità e che questa la si possa imporre con la forza a tutti, imponendo il rinnovamento (che credo sia un problema di mente e di cuore) a forza di coazioni esterne. Non interessa se questo è fatto con la violenza delle armi o solo con il deterrente dell’ostracismo e dell’emarginazione : interessa che chi non si allinea viene automaticamente marchiato come nemico dei giovani, del proletariato, dei poveri, della pace, del progresso... E’ questa pretesa illuministica che io non ho mai condiviso : perché fa buttare via il bambino insieme all’acqua sporca. Certo, è innegabile che la giustizia, specie nell’ambito dei diritti umani, della solidarietà sociale e della pace nel mondo, abbia ancora un lungo cammino da percorrere, e che questo richiede impegno da parte di tutti : ma io mi sono sempre chiesto quali siano le vere conquiste, ad esempio, che i figli di papà (ché questi in realtà erano i nostri sessantottini : giustamente Pasolini ha scritto che i veri poveri e figli di proletari erano i carabinieri contro cui i “nostri” lanciavano pietre e molotov) hanno apportato alla nostra società. La possibilità di girare con l’ombelico di fuori e di fare sesso con chiunque e dovunque è una conquista ? Il sei e il diciotto “politico” o il fatto di promuovere anche gli ignoranti, di declassare la cultura e la scuola (e conseguentemente anche la professionalità)  sono una conquista ? Un certo pacifismo a senso unico perpetuato fino ai nostri giorni che fa protestare solo contro gli americani in Vietnam o in Iraq, dimenticando di farci protestare per la guerra in Bosnia o per i massacri nello Zaire, è una conquista ? Il ritorno al principio del “s’ei piace, ei lice”, fondamento di ogni soggettivismo e relativismo etico è una conquista ? Stranamente le uniche conquiste della maggior parte dei sessantottini di allora sono i posti migliori per sé e i loro figli all’interno di quell’entourage borghese che pure a parole si combatteva : ma allora era solo un problema di rivalsa sociale ? Confesso che non ho mai sopportato queste pretese conquiste e chi le propugnava, come confesso di non riuscire a digerire ancora oggi chi vagheggia il mitico ’68 e chi gli ha tenuto la candela o gliela tiene ancora, anche in ambito ecclesiale. Come mi fanno pena adesso gli squatters dei centri sociali e affini : le vere e uniche creature del ’68 sono in fondo dei disadattati, persone cioè che non sanno assumere nella propria vita la reale concretezza drammatica eppur bella del presente : e lo scrivo veramente con dolore perché significa che una tragedia si è consumata sulle spalle dei giovani senza che questi si accorgessero della vera portata della posta in gioco. Per questo la mia rabbia è diretta non contro i giovani (di allora o di oggi : in fondo sempre le vittime) quanto contro quei cattivi maestri che hanno seminato i germi insani senza assumersene spesso neanche la responsabilità. Qualcuno forse penserà che questo è il classico discorso del cinquantenne pompiere che è stato incendiario a vent’anni : e forse sarà vero. Ma, se lo è, è solo perché gli anni che passano mi fanno scoprire sempre più la bellezza della vita  e la voglia di combattere la vera battaglia, quella del cuore contro noi stessi : a chi è più giovane di me dico che ne vale la pena, ai più grandi l’appello di testimoniarlo con più forza.

lunedì 31 agosto 2015

I veleni di Voltaire

Mi sono regalato una vacanza " dotta",  nel senso che sotto l'ombrellone non ho portato con me il solito giallo ma niente di meno che L'enciclopedia di Voltaire. 
A parte il divertimento - da cui sapersi difendere - perché il trucco sta qua, giacché scherzando scherzando il Nostro le butta giù pesanti e tu neanche  te ne accorgi, perché mentre ridi abbassi la guardia e lui eccolo lì pronto a lanciarti la palla avvelenata! A parte il divertimento, dunque, mi sono reso conto di come non ci sia una idea, dico una, che non sia passata nella " vulgata " odierna di tutte le tesi contro la Chiesa. Voltaire può parlare pure dei macachi delle Indie ma alla fine la frecciata contro la Chiesa e il cristianesimo non manca mai. Certo, la critica è contro tutte le religioni a suo dire causa di ogni fanatismo e intolleranza, ma fra tutte le religioni quella più odiata visceralmente  e attaccata è la chiesa cattolica. Non si salva niente e nessuno!
Qualcuno dirà che ho fatto la scoperta dell'acqua calda, ma la mia considerazione è un'altra e verte sulla formazione che nei nostri seminari e studi teologici viene impartita a chi deve diventare sacerdote (per non parlare degli insegnanti di religione, ma io qui mi voglio fermare alla mia esperienza).
L'illuminismo di Voltaire & Compagni è la madre di tutte le falsità e gli inganni ideologici prodotti da circa cinque secoli a questa parte contro la Chiesa,  arrivati poi a noi attraverso tutto gli "- ismi " della storia.
Dalla negazione della divinità di Cristo alla verità dei vangeli e della Bibbia, alla insinuazione che il cristianesimo sia il parto della mente malata di Paolo, alla negazione dei sacramenti e di tutta la istituzione ecclesiale, dal papa all'ultimo curato e all'ultima suora, alle ricchezze della chiesa, alle persecuzioni dell'inquisizione... In fondo Augias e Odifredi non dicono niente di nuovo ma ripetono idee balzane vecchie di secoli!
Ora, si presume che se un esercito deve difendersi da un altro, o un partito deve contrastarne un altro, la prima cosa da fare sarebbe studiare le mosse e i progetti dell'avversario. Per potersi difendere e saper mostrare validamente le proprie ragioni.
Questo impegno un tempo era affidato alla cosiddetta " apologetica" cioè quella branca della teologia che serviva a difendere e proporre la bontà delle proprie tesi nei riguardi di chi invece voleva attaccare e scalzare l'esperienza cristiana nel mondo e perciò la stessa Chiesa.
Ciò avrebbe significato, ad esempio, che a me, nei miei studi teologici, fossero dati degli strumenti utili per conoscere anzitutto  i nostri " antagonisti " per poi saper resistere e rispondere in modo adeguato.
Ma tutto ciò a me non è stato dato.  E perciò mi sono dovuto attrezzare da solo.
Perché è inutile nasconderlo, è dall'illuminismo che la chiesa è sotto assedio in modo esplicito e tanti sono stati e sono i cavalli di Troia introdotti nelle nostre mura.
Eccettuati però alcuni eroi ( in verità tanti santi) e i alcuni papi ( Leone XIII, Pio X con la sua lotta al modernismo- forse l'ultimo baluardo posto all'ingresso di idee illuministe nella chiesa - , Pio XII per il suo impegno a mantenere la certezza del dogma e del magistero ecclesiale) quasi nessuno ha capito e capisce il pericolo cui si va incontro: il fatto di essere rimasti sguarniti contro ogni attacco e anzi di aver sviluppato nel nostro sentire un complesso di colpa indotto, per cui noi come chiesa siamo riusciti a convincerci che davvero la chiesa è all'origine di tutti i mali del mondo, come vorrebbero farci credere.
Abbiamo assunto un atteggiamento di condiscendenza che è ormai incapace di mostrare la nostra verità e di combattere la altrui falsità.
E così non si insegna più apologetica, non si apprende più ad avere il coraggio e la sapienza di un Giustino che dice all'imperatore chiaro e tondo che sta considerando i cristiani in modo sbagliato.
Ma così facendo ci si è privati di chiavi di lettura per comprendere le radici ideologiche, ad esempio, di questa scristianizzazione di massa che sta accadendo nel nostro Occidente.
Col rischio che l'opera di evangelizzazione, e per i parroci la pastorale, rischia di rimanere inefficace perché non si è in grado di capire le matrici culturali dei nostri destinatari e interlocutori.
È la complessità contemporanea, che può essere compresa solo conoscendone le stratificazioni secolari di idee e pregiudizi che l'hanno prodotta.
Credo che quest'opera sia più urgente che mai e che quindi forse bisognerebbe riscoprire l'impegno apologetico, non solo nei seminari, ma tutti i livelli, da parte di chierici e laici.
Forse qualche libercolo di devozioni in meno e qualche buon libro di filosofia o teologia in più non guasterebbe. Perché tutti siamo chiamati a rendere ragione della speranza che è in noi. E dovremmo farlo. Senza paura.

mercoledì 12 agosto 2015

postilla



Dopo il mio post precedente sul rimettere la croce sugli altari, qualcuno magari avrà giudicata la mia proposta come ingenuamente irenica. Ma vi prego di credere che non è così: altrimenti si giudicherebbe ingenuo lo stesso Benedetto XVI che per primo ha formulato tale proposta. So bene quale sia la posta realmente in gioco, come lo sapeva altrettanto bene Papa Benedetto. Qui non si tratta di mettere un oggetto sacro in più o in meno sull'altare. La scelta di mettere la croce sull'altare ( che poi non di scelta lasciata al singolo prete si tratterebbe ma di obbedienza da parte di tutti alla legge della chiesa che da sempre, fino all'ultima edizione del messale romano " vaticanosecondino " ha mantenuto ferma l'indicazione che sull'altare dove si celebra sia collocata la croce ) ma per meglio dire la scelta di obbedire alla prescrizione della Chiesa circa la croce sull'altare è in verità indice di quale comprensione dell'eucaristia noi ci troviamo davanti. È innegabile infatti che la croce sull'altare è un richiamo diretto ed esplicito al sacrificio di Cristo, stesso sacrificio di cui è perpetuo memoriale la celebrazione eucaristica. Così sacerdote e fedeli, guardando alla croce sono aiutati a ricordare che se l'eucaristia è banchetto comunionale lo è perché prima di tutto perché è sacrificio. Non ci sarebbe il pasto di un corpo, se prima quel corpo non fosse stato offerto in sacrificio. Chi tende a togliere o a spostare la croce dal centro dell'altare generalmente lo fa per accentuare di più l'idea del banchetto comunionale dimenticandosi del tutto della dimensione sacrificale e quindi salvifica dell'eucaristia. Ma così si vanifica lo stesso fine del sacramento che è la salvezza dell'anima. E chi lo dimentica, dimentica pure che anche l'eucaristia è un sacramento da amministrare: e che l'ostia consacrata è più che un pane da distribuire, in un gesto sbrigativo e distratto, spesso affidato a ministri tuttofare da sacerdoti insipienti. 
Perciò ho scritto che bisogna fare presto a recuperare la croce sull'altare. Perché significa recuperare la dimensione sacrificale della Messa e quindi la stessa finalità storico salvifica della Chiesa. Perché la Chiesa, davanti alla secolarizzazione che avanza o è in grado di riproporre con forza e coraggio che la salvezza dell'anima e la vita eterna è il primum necessario dell'uomo che solo Cristo può soddisfare, oppure, secolarizzata essa stessa non avrà altre battaglie da combattere se non quelle mondane e in un orizzonte intramondano che ha dimenticato il cielo. 

Versus populum, si; coram populo, no!

Mi piace la catholica perché è forma dell'equilibrio, della capacità inclusiva dell'et -et e mai dell'aut-aut. Solo gli eretici elevano una verità parziale a verità assoluta, finendo così per arroccarsi in integralismi esclusivi ed escludendi.
È questa la grande Tradizione della nostra Chiesa che però spesso viene dimenticata. Quando alla Teo-logia subentra l'ideo- logia  e allora si vede in chi non la pensa come te solo un nemico da combattere e non un interlocutore con cui verificarsi.
Purtroppo vedo sempre più come si accendano dibattiti in cui ci si "sbrana" a vicenda, quando invece una ricerca comune della verità porterebbe a intese più profonde. Ma per far ciò bisogna avere il coraggio di superare il livello delle opinioni e di uscire da propri pregiudizi.
Faccio un esempio.
Da decenni due fazioni si accusano reciprocamente di tradizionalismo bigotto o progressismo filo protestante, senza avere, a mio parere nessuna delle due, l'umiltà di confrontarsi con la Tradizione, quella vera, della Chiesa Cattolica. E uno dei terreni di scontro è, ad esempio, l'orientamento del celebrante nella celebrazione della messa.
Volgarmente si dice "con la faccia rivolta al popolo" o "con le spalle rivolte al popolo".
Scopriremo come queste espressioni sono entrambe sbagliate, e perciò chi vi si fissa in ogni caso celebra con un atteggiamento sbagliato.
E il problema supera lo stesso dilemma se scegliere la teologia tridentina o la teologia vaticanosecondina (si può dire? ).
Ma andiamo con ordine.
Il messale di san Pio V del 1570, che recepisce il messale a stampa del 1470 e altri messali precedenti, recepisce non solo l'eucologia e l'ordo missae dei secoli precedenti, ma ne recepisce anche le rubriche così come si erano formate lungo il corso di diversi secoli, per cui davvero si può dire che il messale di san Pio V riporti il modus celebrandi della chiesa di Roma e quindi sia in grado di indicarci con sicurezza le priorità e le scelte di fondo su cui si innesta lo stile celebrativo "romano".
Una di queste priorità è data dall'orientamento nella preghiera da parte del popolo e del sacerdote durante la celebrazione eucaristica.
Una indicazione rubricale ci aiuta a cogliere la priorità e insieme ci mostra il senso "pratico" della liturgia romana. Nelle rubriche del Messale di Pio V , al Caput V de oratione, viene detto: 3. << Si altare sit ad orientem, versus populum, celebrans versa facie ad populum, non vertit humeros ad altare, cum dicturus est Dominus vobiscum, Orate, fratres, Ite, missa est, vel daturus benedictionem; sed osculato altari in medio, ibi, expansis et iunctis manibus, ut supra, salutat . >>
E poi al caput XII aggiunge : 2. <<Si celebrans in altari vertit faciem ad populum, non vertit se, sed, stans ut erat, benedicit populo, ut supra, in medio altaris; deinde accedit ad latus Evangelii, et dicit Evangelium S. Ioannis. >>
In pratica cosa viene detto? Che se per caso, essendo l'altare rivolto ad orientem, il celebrante si trovasse  a celebrare in direzione del popolo, allora non occorre che il celebrante si giri su se stesso e dia le spalle all'altare quando deve salutare o dialogare o benedire il popolo ma rimanga fermo così com'è e saluti o benedica il popolo direttamente. Si capisce la motivazione della rubrica: che se si dovesse applicare la norma generale il sacerdote si troverebbe nella situazione innaturale di rivolgersi al popolo dandogli le spalle!
Ma c'è una ratio ancora più profonda da cogliere. Quella che pur di salvaguardare la direzione ad orientem dell'altare è capace di sacrificare la direzione dell'assemblea purché altare e celebrante rimangano rivolti ad orientem.
È il caso della basilica di san Pietro a Roma e di altre basiliche romane.
Essendo l'altare costruito sulla tomba di Pietro ed essendo la chiesa direzionata su un asse oriente - occidente e con l'ingresso ad oriente così che l'abside si venga a trovare ad occidente, è chiaro che se il celebrante dovesse celebrare secondo lo stesso orientamento in cui sono disposti i fedeli, guardando verso l'abside, si verrebbe a trovare rivolto verso occidente!
La scelta è stata logica e pratica, ma insieme è anche teologica perché indica un criterio che supera il mero orientamento cardinale-geografico per indirizzare verso un orientamento simbolico-sacramentale.
Perché l'altare, se da un lato mantiene ancora un orientamento geografico, dall'altro contiene in se anche  ciò che ne fa superare la semplice direzione geografica: è la croce.
Sull'altare è posta la croce, rivolta verso il celebrante, così che il celebrante abbia davanti a se non solo l'oriente  geografico ma soprattutto l'Oriente teologico, il Cristo redentore.
Così il celebrante si trova ad officiare la sua actio liturgica in uno spazio non solo geografico ma anche teologico-sacramentale. Alzando gli occhi al Cielo si rivolgerà al Padre come il Figlio, guardando alla croce, incensandola, inchinandosi davanti ad essa, il sacerdote incarnerà la risposta orante della Chiesa al suo Sposo che dalla croce attira tutti a se col suo sacrificio di cui la messa è memoriale.
In questa actio è coinvolto anche il popolo che, al di là della direzione geografica, è invitato a contemplare l'altare e la croce dove si rinnova il sacrificio.
In questo senso è da comprendere l'invito e la risposta del popolo di avere gli occhi rivolti al Signore: e credo non ci sia bisogno di ipotizzare il fatto che l'assemblea si girasse sempre verso l'Oriente geografico perché nel caso di san Pietro a Roma troveremmo un'assemblea rivolta alla porta della chiesa e con le spalle verso l'altare dove si sta per celebrare il sacrificio! Il che ci sembra illogico e paradossale.
La realtà invece credo che sia proprio la croce ad essere diventata il punto cui orientarsi, specie quando l'orientamento ad orientem della chiesa ( cioè dell'abside) non si potesse assicurare.
Ma il fatto che talvolta il sacerdote rivolto ad orientem e il popolo rivolto all'altare si potessero trovare faccia a faccia non vuol dire che la celebrazione fosse "coram populo" .
Anzitutto perché il fatto che l'altare fosse elevato con gradini e posto sulla cripta e sotto il baldacchino in ogni caso non ha dato mai l'idea di un rapporto "faccia a faccia" tra sacerdote e popolo, specie se si pensa che il sacerdote si trovava dall'altra parte dell'altare e tra il sacerdote e i fedeli sull'altare si trovava la croce verso cui, celebrante e fedeli , erano chiamati a guardare.
Ma poi perché soprattutto nella tradizione   romana non troviamo l'idea di una messa celebrata "davanti" alla gente per far vedere "pedagogicamente" quello che viene detto o fatto sull'altare: questa semmai è una idea che entrerà per la porta "protestante" nella chiesa cattolica.
lo stesso altare separato dalla parete (previsto già nell'aggiornamento delle rubriche del Messale di Giovanni XXIII) era visto solo per ripristinare l'antico uso della incensazione intorno ad esso e non per una celebrazione "davanti al popolo".
Ma la stessa rubrica da noi citata nel Messale di Pio V è stata tramandata per secoli e recepita fino al messale suddetto di Giovanni XXIII: ciò significa, a mio parere, che nel rito romano non si debba idolatrare nessuna posizione del celebrante in se stessa, perché il vero discriminante è dato dall'altare e dalla croce sull'altare.
In questo senso possiamo dire che, come ben scrisse una Nota della Congregazione del Culto divino anni fa ad una risposta sull'orientamento del celebrante, in ogni caso la messa è e deve essere "coram Deo", sia quando il celebrante si trova "versus populum" sia quando celebra "versus parietem".
E non è pedanteria far rilevare come il testo latino distingue tra celebrare "coram" e celebrare "versus",  perché un conto è celebrare "davanti a... " un conto "in direzione di ... ". Si può anche celebrare in direzione dei fedeli, ma sempre davanti a Dio! È ciò che le rubriche ( e la tradizione dei padri) ci insegnano.
Certo la pienezza del segno ( da non sottovalutare però) è data dal comune orientamento del sacerdote e dei fedeli verso l'altare su cui è posta la croce (e il tutto ad orientem), e ciò risponde non solo a tutta la tradizione romana ma alla stessa tradizione comune in oriente e occidente. Modalità di celebrazione che io ristabilirei pienamente non fosse altro che per un gesto di sensibilità e comunione ecumenica. Ma se per ragioni diverse il celebrante dovesse assumere una posizione diversa, celebrante e fedeli sono chiamati ad orientare il loro sguardo in direzione della croce dell'altare.
Quella che dunque viene in ogni caso esclusa è la "circolarità " dello sguardo tra sacerdoti e fedeli in cui ci si guarda reciprocamente in una celebrazione "orizzontale"  perdendo di vista la comune direzione, il comune Orientem cui tendere.
Conseguenza pratica, per me, è la necessità che sull'altare venga posta la croce. Al centro e ben visibile, e se questa anche visivamente si frappone tra sacerdote e fedeli, nel caso in cui si celebra in direzione dei fedeli, tanto meglio, perché ricorderà a tutti la direzione cui orientare lo sguardo.
Non dico niente di nuovo, questa è la saggia indicazione di Benedetto XVI, per scongiurare nuove guerre di altari ( "che facciamo, si chiese, smontiamo di nuovo gli altari? No, basta rimettere la croce al centro," rispose, parlando di "riforma della riforma liturgica"). L'ostilità contro questa proposta di Benedetto, ripeto saggia ed equilibrata, in verità rivelò e rivela ancora le posizioni ideologiche di chi ragiona per tesi preconfezionate perché accettare questa proposta - secondo questi - significherebbe accettare una scelta celebrativa in conformità con la Tradizione  ( ma per essi "tradizionalista " ) e " tradire" una interpretazione del Vaticano II che avrebbe voluto una celebrazione non solo versus populum ma anche coram populo obbligatoria per tutti. Cosa che non risulta per il Vaticano II come non risulta l'incontrario per il concilio di Trento.
Che se all'ostilità poi contro l'altare ad orientem o alla croce sull'altare, si risponde con l'ostilità tout court contro l'altare versus populum si vede bene come ci si è infilati in un cul de sac da cui è difficile uscire.
Come uscirne?
Con un atto di umiltà che faccia riconoscere a tutti che la liturgia non è appannaggio di nessuno e che i riti non sono frutto di alchimie e tesi fatte a tavolino, ma il risultato della vita della Chiesa sedimentata nella Tradizione.
E la Tradizione ci dice che la celebrazione della messa deve essere sempre " orientata" coram Deo. Segno di questo orientamento è la croce posta sull'altare.
E non importa se per guardare ad orientem il celebrante sia versus populum oppure versus parietem: perché non lasciare questa scelta caso per caso al celebrante a seconda delle chiese e di altre situazioni contingenti, senza lanciarci anatemi reciprocamente?
Riusciremo almeno a concordare in ciò? A chiudere una polemica oltremodo sterile e dannosa?
Il rischio è che mentre discutiamo sull'orientamento della messa la secolarizzazione invada sempre di più il nostro mondo e finanche le nostre chiese.

domenica 21 giugno 2015

“Acquistati un amico !”

Stavo per finire la quarta elementare. Al Carmine si organizzò una settimana biblica e per quell’occasione investii i miei risparmi dei regali pasquali (mille lire !)aiutato dal contributo di mia madre per comprare una Bibbia :benedette quelle millecinquecento lire ! Da allora è cominciata un’avventura che continua fino ad oggi ! Perché da allora mi immersi in una lettura dalla quale ancora non riesco a staccarmi ! Qualcuno penserà che è normale che un prete scriva queste cose della Bibbia : ma non è così. Anzitutto perché il mio amore per la Bibbia è nato prima e al di là di qualsiasi discorso di fede e di vocazione. Dire Bibbia ha significato per me in principio il catapultarmi nelle sue storie strane (Giona non è l’antenato di Pinocchio ?), nei racconti delle gesta di tanti eroi (Davide e Sansone e le imprese degne di Ercole e Maciste), in un mondo tanto diverso e che pure quasi inspiegabilmente sentivo a me tanto vicino. Ripenso con nostalgia alle serate estive passate a leggere la Bibbia in famiglia, di libro in libro, senza la pretesa di capire tutto, ma per il piacere di una lettura diversa che altre letture (di cui pure sono appassionato) tuttavia non possono darti. E così scoprire il peccato di Davide e Betsabea e la storia della casta Susanna e dei vecchioni impudichi censurate nella lettura liturgica al pari del Cantico dei cantici (che raggiunge invece vette di sublime poeticità). Ma scoprire anche, crescendo, come tante storie raccontano le situazioni esistenziali dell’uomo di tutte i tempi : perché nella Bibbia c’è posto ugualmente per la fede di Abramo e per l’angoscia del Qoelet secondo il quale tutto è vanità. E c’è la sapienza del popolo che viene dall’esperienza di vita e la sapienza del cuore che nasce dal profondo scrutare l’intimo dell’uomo. Così come c’è la vicenda di un Dio che rifugge dal farsi tramutare in idolo da parte dell’uomo (e per questo non gli rivela neanche il suo Nome) e che pure è sempre schierato dalla sua parte, a volte anzi decisamente troppo dalla sua parte! E c’è il grido del dolore di ogni uomo vittima della sofferenza e dell’ingiustizia : solo qui le urla dell’odio e della rabbia, il desiderio di vendetta e finanche a volte l’imprecazione e  la bestemmia riescono a diventare salmo e preghiera autentica.
Un detto rabbinico consiglia tre cose : “Procurati un maestro, acquistati un compagno, e giudica ogni uomo sulla bilancia del merito.” (Detti dei Padri I,6). La prima e la terza cosa sono chiare, per la seconda invece si fa notare come il verbo “acquistare” riferito ad un amico o ad un compagno suona strano. Perché acquistare vuol dire “comperare” né più né meno, e un amico difficilmente lo si compra. Così alcuni commentatori hanno concluso che qui non si tratta di un compagno in carne ed ossa, ma di un libro. Un buon libro può diventare un grande amico, perciò il consiglio si deve intendere così : “acquistati un buon libro” (cfr. Alberto Mello, Detti di rabbini, Qiqaion, 1993, Introduzione). Confesso che per me realmente la Bibbia  è stato “l’amico” con cui condividere il cammino della vita e le sue fatiche. Proprio materialmente la mia Bibbia testimonia con tutte le sottolineature e i segni e gli appunti, con le pagine unte e invecchiate, come un libro ti può accompagnare nel tuo cammino di crescita e diventare il tuo punto di riferimento. Scrivo queste cose per due motivi : anzitutto per mostrare come la Bibbia può essere anche letto in modo “non bigotto” (anzi per me deve essere letto proprio in modo non bigotto !). E poi per fare una proposta,: ogni giornale in questo periodo sta consigliando ai propri lettori i libri con cui passare le ferie estive : e se fra i tanti riuscisse a trovare posto anche la Bibbia ? Ernst Bloch, uno scrittore marxista, scrive che le parole della Bibbia annoiano solo quelli che ne parlano per sentito dire : e se fosse davvero questa l’occasione per uscire dalla monotona noia estiva che a volte prende i vacanzieri ? A quelli che accoglieranno questa mia provocazione (sempre certo del mio grappolo di affezionati lettori), allora, buone vacanze !

mercoledì 20 maggio 2015

Eros e agape: i racconti di amore della Bibbia

Premessa: la Bibbia non è un trattato di filosofia, né di morale.
In modo paradossale voglio iniziare questa riflessione con una provocazione: mentre affrontiamo una tematica legata all’eros, dobbiamo fare una costatazione: che nella Bibbia la parola eros (nell’equivalente ebraico della idea di sensualità-sessualità) non si trova!
Così come non si trova la parola sesso.
E non perché la Bibbia sia un libro pudico di meditazione per bigotti e devoti: in questo senso spazziamo via ogni equivoco dicendo che la Bibbia non è un trattato di filosofia, né di morale, né – oserei dire – nemmeno di religione, ma perché il linguaggio biblico – e la mentalità ebraica che vi è sottostante – non procede per asserzioni logiche e dimostrazioni assiomatiche, quanto invece utilizza soprattutto la lingua del racconto e delle immagini, insieme alla riflessione profetica e sapienziale, spesso giocata su parabole ed allegorie. Senza dimenticare che poi c’è anche un consistente numero di testi prescrittivi e legislativi inseriti nella parte storico-narrativa.
Questa triplice tipologia di linguaggio pressappoco distingue le tre parti della Bibbia:
- Il Pentateuco e i libri storici;
- I libri profetici;
- I libri poetico-sapienziali.
Con una avvertenza: che il Pentateuco è chiamato complessivamente tutto Torà, cioè Legge – Insegnamento, e ha tutto valore prescrittivo, non solo nelle parti di corpi legislativi contenuti in esso.
Haggadah e halakah
Mi si permetta qui una digressione per far comprendere cosa intendo dire: quando noi pensiamo alle parole “Legge” oppure “comandamenti” pensiamo subito ai 10 comandamenti e facciamo una equivalenza tra questi e la Legge. In verità per gli ebrei la Torà è tutto il pentateuco e sono quindi “legge” tutti i verbi scritti all’imperativo, in tutto 613, tra positivi (365 come i giorni dell’anno) e negativi (248 come le membra del corpo umano): ed esempio il 1° comando storicamente in assoluto è “crescete e fruttificate” dato all’uomo e alla donna per cui per l’ebraismo è impensabile che un uomo non si sposi e non faccia figli! E infatti non ci sono parole equivalenti per esprimere l’idea di castità, celibato e simili …
Perciò quando si studia la Bibbia e la ricerca è finalizzata a scoprirvi norme di vita si parla di halakah (che viene dal verbo camminare) cioè del rinvenimento in esso di regole per il cammino della vita.

Si parla invece di haggadah (cioè del racconto) per riferirsi alle parti storico – narrative del testo biblico spesso rilette con il metodo del midrash che è invece il modo con cui si ricerca la comprensione del testo biblico ( viene dal verbo darash che significa appunto investigare) e la ricerca è fatta cercando anzitutto di spiegare una storia biblica mettendola in confronto con altre storie bibliche, in una situazione di contemporaneità: ad esempio nella Bibbia letta dal midrash è sempre lo stesso asino nelle storie di Isacco, di Salomone, della fuga in Egitto e dell’ingresso a Gerusalemme! Ma anche qui dobbiamo fare una avvertenza: per gli ebrei la Bibbia non è solo il testo scritto, ma è anche la sua interpretazione rabbinica tramandata in principio per via orale , perciò detta ancora oggi Torà orale rispetto alla Torà scritta, la cui origine si fa risalire allo stesso Mosè. Perciò leggere oggi il testo biblico significa non solo fare riferimento alla Parola scritta ma anche al complesso di interpretazione e commento di questa da parte dei rabbini che ha originato il complesso sistema ad esempio della Mishnà e del Talmud e che forma l’equivalente della nostra Tradizione.

Dunque, sinteticamente si può dire che la Bibbia narra anzitutto storie, storie di uomini, a volte proprio umane, troppo umane direbbe qualcuno, ed è in queste storie che poi la fede legge l’evento della rivelazione, il modo di agire di Dio con gli uomini. Ed è anche da queste storie che vengono tratte fuori i principi etici e le norme morali del comportamento umano.
 
I mille nomi dell’amore
In questo senso allora dobbiamo dire che la Bibbia, pur non tematizzando il sesso (cioè non facendone un argomento in sé indipendente), di fatto racconta storie in cui l’amore, l’eros e il sesso svolgono un ruolo importante se non addirittura talvolta principale. E se ne comprende il motivo, giacché se il 1° imperativo è il crescere e fruttificare, allora gran parte delle storie girano intorno alla ricerca di una moglie, di un marito, di un figlio.
E perciò la lingua ebraica non avrà solo una parola ma saranno tante per indicare l’amore e il sesso in tutte le sue varianti.
·         Hahav
·         shekav
Le “storie” della Bibbia
Se diamo dunque una scorsa alle storie d’amore della Bibbia ne troviamo un vasto repertorio:
·         L’amore di Abramo e Sara;
·         Rebecca che si innamora a prima vista di Isacco che la introduce nella sua tenda amandola e consolandosi così della morte della madre;
·         L’amore di Giacobbe per Rachele, che per averla deve sposare pure la sorella Lia;
·         L’amore di Mosè e Sefora;
·         L’amore tragico di Sansone per la bella filistea che lo condurrà alla morte;
·         La predilezione di Elkana per la sterile moglie Anna da cui nascerà il profeta Samuele;
·         L’amore di Tobia e Sara che sconfigge il demone Asmodeo;

Non c’è sesso senza amore?
Ma abbiamo anche storie che per la nostra sensibilità risultano quanto meno strane o ai limiti della moralità:
·         le prime donne che sposano gli angeli da cui nascono i giganti;
·         Il figlio di Noè che scopre la nudità del padre;
·         il modo con cui Abramo si comporta davanti al Faraone e al Re, nascondendo che Sara è sua moglie;
·         le vicende di Abramo per avere un figlio tra Sara e la sua schiava Agar;
·         le figlie di Lot offerte dal padre allo stupro di gruppo degli abitanti di Sodoma e Gomorra in cambio della salvezza degli ospiti, episodio che ha un parallelo nel libro dei Giudici, nella richiesta degli abitanti di Gabaa di abusare di un levita ospite di ebreo, il quale concede loro in cambio la sua concubina vergine poi violentata per tutta la notte;
·         le stesse figlie di Lot che giacciono a turno col padre dopo averlo ubriacato per avere una discendenza;
·         la vedova Tamar che si traveste da prostituta e seduce il suocero Giuda per avere una prole legittima ed evitare la sua esclusione dal clan, dopo che Dio punisce il cognato Onan perché disperdeva il seme a terra per evitare di mettere incinta la cognata;
·         la vendetta dei figli di Giacobbe per lo stupro della sorella Dina da parte di Sichem nonostante la sua voglia di riparare sposando la ragazza;
·         la moglie del funzionario egiziano che vuole sedurre Giuseppe che deve fuggire nudo per sottrarsi alle sue voglie;
·         Rachab la prostituta di Gerico che salva gli esploratori mandati da Giosuè;
·         la concubina del levita di Efraim offerta allo stupro in cambio della salvezza del compagno, il cui corpo diviso in pezzi è inviato alle tribù d’Israele e diventa motivo di guerra tribale;
·         la sventurata figlia di Jefte offerta in voto dal padre, che piange la sua verginità con arrivata alle nozze;
·         Acsa la furba figlia di Caleb data in sposa come premio di guerra;
·         Debora che diventa giudice di Israele meglio di un uomo;
·         Giaele che vince su Sisarà;
·         Rut la moabita che seduce il parente per non essere scacciata da Israele;
·         Davide che rifiuta di avere figli dalla moglie Mikal, figlia di Saul, che pur aveva voluto al prezzo dei mille prepuzi dei filistei, per non dare all’odioso suocero una discendenza;
·         Davide che viene sedotto da Abigail e che la sposa dopo che il marito muore.
·         Davide che seduce la moglie del suo generale Urìa, facendolo morire avendolo messo in prima fila per l’attacco alle mura di una città sotto assedio: e sarà questa Betsabea che diventerà madre di Salomone;
·         E ancora Davide che in vecchiaia per sopportare il freddo ha bisogno di una giovane vergine che gli riscaldi il letto e lo riscaldi: però il testo biblico è attento a dire che non si unì a letto e i rabbini a ribadire che non lo fece perché impotente ma perché non volle!
·         Il figlio di Davide che si ribella al padre e gli ruba le concubine e le possiede sul terrazzo della reggia davanti a tutti mettendo in bella mostra il suo grande membro, affermando che quello del padre al massimo poteva competere col dito mignolo della sua mano;
·         I tre vecchioni invaghitosi della casta Susanna, sbugiardati dal piccolo Daniele;
·         La storia di Ester ed Assuero che usa il suo fascino a favore del suo popolo per cambiarne le sorti;
·         La storia di Giuditta che usa la sua bellezza come arma contro Oloferne;
La storia: un ricordo lungo le generazioni
Le storie dei patriarchi prima, e le storie delle dinastie regali che si sono succedute nel Regno di Israele e Giuda, sono dunque storie non solo di battaglie e di conquiste, ma anzitutto storie di uomini e donne che amano e si innamorano, storie di fedeltà e infedeltà, di amicizie e tradimenti. Sono storie in cui l’affettività e la spinta sessuale rivelano la grandezza e la miseria del cuore umano e si intrecciano nel desiderio del figlio, della discendenza, della posterità che assicura il futuro nella perpetuità di una memoria legata alla carne, specie in tempi in cui nessuna riflessione aveva aperto le porte alla dimensione trascendente e ultraterrena della vita.
Basti pensare al fatto che nella Bibbia la parola storia non esiste e il suo posto è occupato dalla parola “generazione (letteralmente: il frutto del parto)”: la Bibbia non dice “questa è la storia di Abramo” ma “questa è la generazione di Abramo. Si comprende perché Matteo, da buon ebreo, cominci il suo vangelo scrivendo “Libro della generazione di Gesù Cristo”, cioè “libro della storia di Gesù Cristo.
Perché nella genealogia c’è il passato, il presente e il futuro: Santucci nella sua vita di Cristo ha scritto che in fondo siamo davanti alla storia del “seme” che da Abramo, di eiaculazione in eiaculazione arriva fino al Cristo. Nessuna meraviglia che allora in ebraico il verbo “ricordare” – zakar – sia usato pure per la parola “maschio”, giacché il ricordo di un uomo passa di generazione in generazione di padre in figlio.
Tante storie, dunque, nella Bibbia sono storie di questa ricerca di memoria e di futuro, ricerca di discendenza dove il sesso e la dimensione erotica sono finalizzati proprio alla ricerca del figlio, magari superando lo scoglio della sterilità della donna.
E Dio vide che ciò era bello
Ma sbaglierebbe chi pensasse che l’eros e la sessualità nella Bibbia siano finalizzati solo a quello che poi il diritto canonico chiamerà il bonum prolis.
Questo bonum è inseparabilmente legato al bonum coniugum cioè al benessere vitale dei coniugi stessi: e non solo perché lo dice il codice, ma perché è la testimonianza che ci viene dalla Bibbia che guarda alla dimensione sessuale ed affettiva del maschio e della femmina come alla dimensione esistenziale fondamentale e costitutiva della coppia, e non tanto come remedium concupiscientiae – secondo la lettura pessimistica di Agostino – perché  fondamentalmente per la Bibbia il corpo, il sesso, l’eros e l’amore sono realtà positive, anzi col linguaggio della genesi possiamo dire “buone e belle”.
Qualcuno si meraviglierà di questa affermazione, magari pensando a taluni pregiudizi contro una certa “sessuofobia” – presunta o tale della Chiesa – che qui non voglio toccare se non per accenni e se non per dire che in ogni caso si tratta di deformazioni, di percorsi deviati dal fiume principale della tradizione biblica, in epoche in cui la Bibbia fa incontri sfortunati con certe ideologie: si pensi alla gnosi, al platonismo e neoplatonismo, al protestantesimo che genera il rigido puritanesimo che nega ogni gioia della vita, paradossalmente contro la lettera della Bibbia esaltata nel sola Scriptura!
E invece la Bibbia è tutto un canto alla gioia dell’amore e alla bellezza-bontà della creazione.
Lo fa anzitutto nel racconto della creazione dove alla fine di ogni giornata creativa è detto: <<e Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa buona>>.
Ricordo che in ebraico la parola tov indica sia il buono che il bello: estetica ed etica, bontà e bellezza coincidono, quindi si può dire che la creazione è buona ma anche bella!
E inoltre, dopo che Dio crea maschio e femmina, viene detto stavolta: tov meod, molto bella, molto buona.
In Genesi c’è dunque non solo una demitizzazione del cosmo – ridotto da espressione delle teogonie pagane a semplice materiale naturale – ma anche il rifiuto di ogni dualismo manicheo o qualsiasi altra negazione della bontà della creazione stessa in favore di uno spiritualismo astratto.
Dare un corpo all’anima
Anzi, chi legge attentamente la Genesi vede che qui siamo ad un ribaltamento delle posizioni: mentre in filosofia tanti parlavano del valore dello spirito, dell’anima, negandolo al corpo, fino alla distinzione perniciosa e non biblica che l’uomo ha un’anima e un corpo come due cose distinte e separate, quando Dio insuffla il suo soffio di vita nell’Adam impastato di polvere viene detto che l’Adam diventa “un’anima vivente” cioè non un corpo “abitazione” dell’anima (da cui questa vuole uscire al più presto) ma un corpo “animato” in un unicum indistinguibile (qui forse più che a Platone siamo vicini ad Aristotele con l’idea che l’anima è forma del corpo, in una sinole di materia e forma).
Questo per spiegare come l’antropologia biblica è refrattaria ad ogni forma di dualismo e perché, giacché dunque anche il corpo ha il suo valore, la bibbia più che parlare di immortalità dell’anima – che pure conosce – quando parla del destino finale, nell’escatologia, parla di resurrezione della carne.
La “carne”: caro cardo salutis
Sottolineo qui l’uso della parola carne perché è significativo che si parli di carne e non di corpo: carne in ebraico è sinonimo di persona umana nella sua individualità e concretezza storica (al punto che la parola corpo è usata generalmente per indicare il cadavere inanimato). Non per nulla nel prologo di Giovanni viene detto che il Logos si fa carne, sarx, e non soma/corpo: et verbum caro factum est. Chi non comprende ciò non comprenderà mai la resurrezione di Cristo né tutta la storia della salvezza riassunta nell’incisivo detto di Ireneo: caro cardo salutis, la carne è il cardine della salvezza. E ciò spiega anche l’incarnazione, perché, ancora secondo Ireneo “ciò che non è assunto non è salvato”. Il Logos salva l’uomo/carne assumendo anche lui la carne!  
E  dunque la carne è buona e bella come tutta la creazione è buona e bella.[1]
Ciò significa che ogni dimensione dell’essere umano è di per sé buona e bella, ha cioè una valenza positiva di fondo che nemmeno un suo uso distorto o fallimentare (è questa l’etimologia della parola peccato in ebraico: una freccia scagliata che non riesce a raggiungere il bersaglio o che ne colpisce un altro sbagliato).

Mi baci coi baci della sua bocca
Ecco perché la Bibbia canta la vita, la bellezza della vita e delle cose belle, canta l’amore e la passione dei fidanzati e degli sposi: basti l’esempio più alto, quello del Cantico dei Cantici. Un poema che ha valore proprio nel suo essere un canto erotico, che canta l’amore umano e perciò fatto di sesso, di baci e di amplessi in quanto tali, senza nessun altro scopo che esprimere l’amore che spasima nel desiderio dell’amato e che gioisce nel trovarlo e soffre nel timore di perderlo di nuovo. Un gioco d’amore come lo chiama Giovanni della Croce che tanto avrà poi valenza simbolica in quanto espressione dell’autenticità creaturale dei due amanti. Lo ha compreso bene Bonhoeffer che scrive al proposito che il Cantico si deve leggere anzitutto come espressione dell’amore umano: sic et simpliciter. Perché il divino nella Scrittura non è agli antipodi o in antagonismo con l’umano, ma la condizione stessa perché l’umano si possa esprimere in modo compiuto.
L’uno e il due, due in uno e uno in due
Anzi, se l’amore umano è bello/buono, se l’uomo è molto bello/buono, è proprio perché l’uomo è stato creato “come immagine di Dio, secondo una certa somiglianza”.
Se vogliamo dunque sapere cosa la Bibbia pensa dell’amore, dobbiamo andare al racconto (in verità il secondo anche se messo per primo) genesiaco della creazione.
Il greco dei LXX traduce appunto con icona l’ebraico tzelem che richiama l’immagine della statua degli dei o degli imperatori che nel tempio o nelle piazze rappresentavano, nel senso pieno di ri-presentare, cioè rendevano presente i regnanti o la divinità in un luogo ben preciso.
Anche se attenuata dal “secondo una certa somiglianza” che chiarisce come l’immagine non sarà mai pienamente coincidente con la realtà rappresentata, l’idea che qui viene espressa è forte ed innovativa e direi quasi laica e secolare: viene detto che Dio nel mondo non abita nei templi o nella natura ma rimane sempre Altro rispetto alla sua creazione, anche se nel mondo l’uomo è in grado renderlo presente.
Renderlo presente: già, ma in quale modo l’uomo può rendere presente Dio?
Il racconto lo specifica subito dopo: “e Dio creò l’uomo a immagine sua, a immagine sua li creò, maschio e femmina li creò”.
Qui dunque vengono dette alcune delle verità fondamentali che reggeranno tutto il successivo impianto biblico.
Puntuto e bucata li creò
Anzitutto che la diversità sessuale non è un accidente, ma la realizzazione concreta dell’uomo in quanto tale: nella creazione l’uomo può essere solo o maschio o femmina. Tertium non datur.
E ciò per un motivo fondamentale: che la diversità è il fondamento della complementarietà.
Il maschio e la femmina si possono attrarre ed incontrare reciprocamente perché sono complementari.
Gli uguali si respingono, gli opposti si attraggono, dirà poi la scienza.
E perciò la stessa componente genitale non è un mero accessorio ma la determinazione ultima della stessa identità di maschio e femmina, al punto che letteralmente in ebraico femmina significa “bucata” e maschio “puntuto”.
Dio separa – è questo il significato dell’altro racconto della creazione in cui Eva è separata dal fianco di Adamo – affinché poi i due si incontrino in una unità più alta, come vedremo.
Ma il racconto non vuole spiegare solo la diversità genitale di maschio e femmina: ciò è comune ad ogni animale nel creato e non spiegherebbe pienamente dove sta l’immagine somigliante con Dio.
La somiglianza è data invece nella dimensione affettiva e dalla capacità di vivere con consapevolezza la stessa dimensione sessuale inserendola appunto nella cornice affettiva capace di dar pienamente conto della radicale alterità dell’essere umano rispetto ad ogni altra creatura.
In pratica, dalla capacità di sperimentare l’amore e in ciò è la somiglianza con Dio, perché Dio è amore, Dio è l’amore, in questo concorda tutta la Bibbia.
Dio – dicono i rabbini – ama con la testa e il cuore di un maschio, ma con le viscere di misericordia di una femmina incinta che porta in grembo la sua creatura e perciò è vero che Dio è padre e madre: è volitivo e determinato come un padre deve essere ma insieme è tenero e affettuoso come solo una madre sa fare.
Si veda il quadro del Rembrandt dell’abbraccio del padre/madre al figliol prodigo!
Il sesso quindi, nella sua dualità di maschio-femmina, serve in realtà a manifestare/dimostrare l’essenza stessa di Dio e perciò dell’amore.
Dio è l’amore dunque: e l’amore ha sempre una duplice valenza, è amore-dono, amore in uscita, amore che va incontro all’altro … amore estroverso, amore-maschio (e la sua conformazione genitale vuole esprimere proprio tutto ciò); ma è anche amore-accoglienza, amore che sa introiettare l’altro, amore-comprensivo (letteralmente abbracciante), amore-femmina. E l’incontro di questi due amori/persone genera fecondità e l’alterità si ricompone in unità: ora tutto ciò avviene nel Dio biblico in cui l’unità è plurale, è trinitaria (Dio – Ruach – Logos). Ma nel mondo la riproposizione di questa dinamica trinitaria dell’amore può essere attuata solo a partire dal ricongiungimento dei due amori così come rappresentati dal maschio e dalla femmina.
Ciò vuol dire che il solo maschio non può rappresentare Dio (contro ogni forma di maschilismo), ma che nemmeno la femmina da sola può rappresentare Dio (contro ogni forma di femminismo), ma che nemmeno si può immaginare Dio come un essere indistinto (contro ogni forma di neutralità o in distinzione sessuale) o confondere la natura di Dio e le sue persone in una monade solitaria (perché la sua ripresentazione dovrebbe essere affidata non alla coppia maschio-femmina ma ad un essere androgino, come la gnosi ieri e oggi propone).
E alla fine Dio sarà uno
La riflessione rabbinica parte da qui per affermare non solo l’uguaglianza fra i sessi, ma la capacità del maschio e della femmina di poter attingere, nella loro esperienza di amore, umano-erotico-sessuale, allo stesso amore divino.
Ci si ama tra maschio e femmina e si sperimenta Dio.
Per la tradizione ebraico-cristiana la Bibbia insegna ciò.
Anzi, di più, la qabalà ebraica avrà il coraggio di andare oltre: se maschio e femmina ripresentano  solo insieme Dio, vuol dire Dio è diviso – se così si può dire, direbbero i rabbini – a metà, nei due amori e quindi nei due sessi e quindi metà nel maschio e metà nella femmina. Per sperimentare il vero amore bisogna riunificare i suoi due aspetti: quindi nella copula sessuale non si uniscono solo maschio e femmina, si uniscono i due lati di Dio, le due facce della medaglia, si riunisce – se così si può dire – Dio stesso.
L’affermazione prende le mosse dal detto profetico “alla fine Dio sarà uno”.
Perciò l’atto sessuale tanto è profano quanto è sacro: facendo l’amore marito e moglie non solo unificano se stessi diventando “una sola carne” ma contribuiscono a “unificare Dio”.
In questa realtà ebrei e cristiani vedono la sacramentalità del matrimonio.
E qui è spiegato pure perché viene dato un significato essenziale alla consumazione del matrimonio: perché l’unione della coppia in una sola carne ha valore non solo fisico ma anche spirituale.
Adamo ed Eva e il piacere della carne
Questo è il senso del racconto[2] in cui finalmente Adamo riconosce in Eva “un aiuto che gli stesse di fronte”:
cosa era successo? Adamo è invitato a scegliersi tra gli animali un “aiuto” ma tra questi non ne aveva trovato nessuno “che gli stesse di fronte”. Un rabbino tra il serio e il faceto afferma che Adamo aveva provato ad accoppiarsi, ma siccome tutti gli animali si accoppiano di spalle, Adamo non si era sentito soddisfatto perché voleva qualcuno da guardare negli occhi. Dio gli leva dal fianco Eva e gliela mette davanti: qui un gioco di parole mette in risalto l’uguaglianza ma insieme l’alterità-complementarietà tra maschio e femmina “si chiamerà maschia perché dal maschio è stata tolta”. La Vulgata per rendere l’assonanza ish/ maschio e ishah (femminile di ish)/ dirà “si chiamerà virago perché dal vir è stata tratta” La femmina è l’altra metà dell’uomo, è il suo specchio: “per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si incollerà alla sua donna e i due saranno una sola carne”.
In verità, quello che sembra un semplice racconto è giocato tutto sulla valenza dei simboli e in un gioco di parole e allitterazioni che solo la ricca riflessione rabbinica ha potuto e saputo mettere in luce.
Basti pensare al nome del giardino: gan eden, giardino del piacere, che ha una connotazione sessuale, basti pensare che proprio il femminile di eden, ednah, indichi il piacere sessuale dell’accoppiamento.
Così come il sonno che scende su Adamo, letteralmente non è un sonno qualsiasi ma è il momento dell’estasi sessuale e della sonnolenza/torpore che scende subito dopo l’orgasmo. Da notare – tra l’altro - come è la stessa parola che in ebraico indica l’estasi mistica del rapporto con Dio: sul rapporto tra le due cose ci sarebbe molto da dire …
E pure la parola “costola” che siamo abituati a leggere nelle nostre traduzioni non rende ragione del senso pieno del racconto. Difatti si parla di fianco e si usa una parola di origine sumerica che significa anche “vita”. Qui siamo di fronte ad un gioco di parole giacché subito dopo Adamo chiamerà la sua donna Eva, che in ebraico significa proprio “vita” e difatti in greco viene tradotto con Zoe. Si capisce così l’intera frase: “e Adamo chiamò sua moglie Vita perché essa fu la madre di tutti i viventi.
Dunque Dio prende la donna di fianco ad Adamo e gliela mette di fronte e Adamo finalmente la riconosce come sua carne e sue ossa: secondo la tradizione rabbinica siamo qui di fronte al primo atto sessuale della storia! Come dire che l’uomo non prende coscienza di se stesso se non nell’esperienza della sua alterità sessuale e proprio grazie a questa esperienza.
Tutto ciò è buono: la tradizione rabbinica ha insistito sempre sul fatto che il primo rapporto sessuale di Adamo ed Eva fosse avvenuto subito dopo la loro creazione e prima del fattaccio della tentazione e della colpa.
Ciò è evidenziato dalla sottolineatura che entrambi erano nudi e non ne provavano vergogna, mentre subito dopo il peccato la prima conseguenza è data dal fatto che si accorsero che erano nudi, si vergognarono e si fecero le cinture di foglie di fico per coprirsi.
Cosa è cambiato tra il prima e il dopo?
Anche qui il messaggio è nascosto nella ambivalenza della parola ‘arum che significa sia nudo che astuto, o meglio, l’ambivalenza della astuzia, e con questo significato è applicato al serpente che ora entra in scena, quando vien detto che il serpente era il più astuto di tutte le creature.
Il seduttore
La tradizione rabbinica dice che il serpente vide Adamo mentre si accoppiava con Eva e si invaghì di lei.
Non dobbiamo pensare al serpente – animale così come lo vediamo oggi: la tradizione rabbinica parla del serpente come la più bella della creature (e tale deve essere per avere la capacità di sedurre e affascinare Eva: la stessa parola “nacash/serpente” in ebraico viene dal verbo ammaliare, incantare con la magia), solo dopo la punizione il serpente sarà ridotto a strisciare a terra senza gambe e braccia.
Perché proprio il serpente? Anzitutto per indicare che il male è una realtà esterna all’uomo. Se fosse un qualcosa di connaturale e interno a lui, l’uomo non vi potrebbe resistere (si vedano tutte le teorie odierne sulle pulsioni dove qualsiasi inclinazione sarebbe inscritta nel DNA di ognuno) con la conseguenza che ciò toglierebbe qualsiasi forma di libertà e di scelta dell’uomo e quindi ogni responsabilità personale.
Da un agente esterno invece l’uomo si può difendere, anzitutto con la vigilanza.
E la tradizione rabbinica imputa il peccato alla mancanza di vigilanza di Adamo, dovuta al fatto che lui si era addormentato subito dopo aver avuto il primo rapporto sessuale con la sua donna. Il serpente – dice il midrash – arriva mentre Adamo ed Eva hanno il rapporto e subito fu pieno di lussuria e di invidia: voleva la donna! Allora attese che Adam si addormentasse dopo il coito. E qui Adam si rivela egoista perché pensa solo a se stesso e al suo piacere: ma questo è il momento in cui la donna è più debole e richiede affetto! Nessuna sorpresa se il serpente riesce a sedurla! Il midrash a questo punto ammonisce i mariti a non essere egoisti come Adamo per non avere la stessa punizione!
E così la donna si fa sedurre dal serpente: ma in cosa consiste il mangiare del frutto? Nel farsi arbitri al posto di Dio del bene e del male, cioè nel voler alterare a proprio piacimento l’equilibrio della creazione e la sua bontà. Nell’uso distorto della stessa capacità di conoscenza che viene data loro.
Infatti cosa avviene? Che dopo il mangiare del frutto “conobbero la loro nudità”.
Il verbo conoscere è da prendere nella sua pienezza di significato, e quindi di esperienza concreta: dunque, prima l’esperienza sessuale serve alla conoscenza reciproca, ora grazie all’ambivalenza dell’astuzia (la chiameremmo volentieri malizia, come il titolo di un famoso film molto illuminante sul tema), la conoscenza si ferma alla nudità in sé, senza che questa si faccia sacramento dell’incontro con l’altro.
Fuor di metafora: dalla bontà dell’amore come esperienza realizzante della coppia, alla realtà del sesso fine a se stesso, e ciò in forza di quella astuzia/nudità che di per sé non è ancora peccato, ma diventa peccaminosa nella misura in cui si accondiscende alla provocazione della malizia.
Per comprendere ciò ricordo la nozione di peccato originale spiegata sempre in termini di analogia: cioè il peccato originale non è un peccato già commesso, ma indica l’inclinazione al male che diventa peccato solo se vi si accondiscende.
E ciò avviene col cattivo uso della conoscenza e alla voglia di essere altro da cui si è.
Volendo si potrebbe continuare il gioco di ambivalenza tra nudo/astuto: prima i due erano nudi/astuti ma non se ne vergognavano, è cioè un’accettazione del loro stato di uomini in tutta la positività della loro finitezza. Ma il nudo/astuto serpente ha fatto uscire fuori anche l’altra faccia della finitezza e del sapere che degenera in malizia. Si comprende perché la prima realtà ad essere intaccata è proprio la sfera più intima dell’essere umano: l’affettività e l’eros.
Godi la vita con la donna che ami: la sapienza in Israele
Che fare dunque? La tradizione rabbinica trae dal racconto biblico della tentazione anche le indicazioni per superare tale rischio.
Come abbiamo anticipato, la colpa di Adamo è non essere stato vigilante. Una corretta gestione della sessualità è data dalla necessità di un controllo degli occhi e delle orecchie, vien detto, perché sono il mezzo con cui si fa esperienza dell’altro e di ciò che ci circonda.
Uno sguardo distorto, un sentire distorto, conducono ad un agire distorto, ad una conoscenza distorta.
Ricordiamo che yadah, conoscenza, per alcuni, viene da yad che significa mano: se la mano non è guidata rettamente dagli occhi e dalle orecchie corre il rischio di toccare cose cattive o di toccare cose buone ma in modo sbagliato!
In pratica l’indicazione che viene data è quella di una purificazione dello sguardo, fuor di metafora di una educazione sentimentale che educhi l’uomo e la donna a vivere la stessa pulsione erotica nel contesto più grande di un amore inteso come esperienza di dono interpersonale e scambievole nella gratuità assoluta, senza nessun ritorno egoistico.
In questo credo che la lezione della Bibbia sia veramente attuale oggi in cui si è passati dall’educazione sentimentale all’educazione sessuale che in verità è solo istruzione ad alcune tecniche sessuali.
Si veda invece la letteratura sapienziale in Israele e il ritratto della moglie perfetta/del marito beato e della famiglia ideale.

Voci di sposo e voci di sposa
Perché dunque nella Bibbia la sessualità abbiamo detto è un bene, ma ciò va vissuto all’interno del legittimo rapporto tra marito e moglie, cioè in un naturale contesto di amore. Ogni altro uso al di fuori di questo contesto sponsale corre il rischio di rendere muto o distorto il linguaggio dell’eros.
E anche le leggi in proposito sono date per salvaguardare l’identità peculiare di maschio e femmina, l’unità della coppia e la sicurezza della discendenza nella certezza della paternità e della maternità.
Esce  eros, entra agape
Credo che sia per questo che nella Bibbia, nella traduzione greca dei LXX la parola eros si trovi solo due volte (una per indicare gli amanti, una per indicare i baci/approcci sessuali): per eliminare ogni tipo di ambiguità legata a questa parola.
I traduttori preferiscono usare la parola agape, quasi sconosciuta al greco ellenistico, per tradurre l’ebraico hahavah che indica l’amore sano, pulito, disinteressato,  e perciò talvolta è usato in ebraico anche come sinonimo di amicizia. Infatti in ebraico hahav  indica sia l’amico, sia l’amato, sia l’amante.
Si veda ad esempio l’amore di Gionata e Davide, “più che amore di donna”: i pirké avot lo presentano ad esempio come il tipo dell’amore disinteressato.
Chi volesse, può vedere la sintesi del percorso di eros e agape nell’enciclica di Benedetto XVI Deus caritas est.
Divino perché umano
Ma non c’è solo questo livello narrativo, dobbiamo poi dire che la Bibbia usa il linguaggio erotico per parlare di molti di quei concetti che invece tematizza.
E’ il livello della rilettura in chiave simbolica dell’esperienza umana: dalla semplice religiosità alla teo-drammatica della storia tra Dio e Israele, vista come il racconto delle vicissitudini del rapporto sponsale, tra il Dio-Sposo e la Sposa-Israele. Ma, ricordiamolo, non ci potrebbe essere questa rilettura simbolica se non ci fossero le concrete vicissitudini umane a supportarla.
E così tutta la tradizione profetica rilegge il rapporto tra Dio e Israele come una lunga storia di fidanzamento, di tradimenti e di riappacificazione in vista del matrimonio finale.
Si vedano i testi di
Isaia
Geremia
Osea
Ma soprattutto quelli di un realismo crudo e duro di Ezechiele in cui l’idolatria del popolo è letta in termini di tradimento se non addirittura di prostituzione.
Senza di questi non si comprenderebbe nemmeno il perché il Cantico dei cantici sia entrato a far parte della sacra Scrittura.
E ancora una volta questo fatto ci riporta alla realtà dell’amore come realtà divina – umana fondamento della stessa identità personale dell’uomo e della donna.
Vi fu uno sposalizio a Cana di Galilea …
Per concludere.
Il percorso fatto nelle storie dell’AT ci aiuta a comprendere perché nel vangelo di Giovanni il primo miracolo sia alle nozze di Cana
E poi ci sia la samaritana e l’adultera…
E Paolo parli del rapporto tra moglie e marito come delle nozze tra Cristo e la Chiesa.
Eros redento
Benedetto XVI: in Cristo eros e agape coincidono. La croce come talamo.




[1] (Vinicio Capossela - IL ROSARIO DE LA CARNE)
Carne..
Consolate la mia carne
Nella carne che sei
Nella carne che ritornerai
Solitudine della carne
Dalle anime di ogni carne

Patimento della carne
Corpo sacro della carne
Compassione della carne
Fuoco fatuo della carne
Carne e carne
La morte della carne...

Pietà della carne
Lutto della carne
Il buio della carne
La passione della carne
La penitenza della carne
L'estasi della carne
Il caos della carne

Scandalo della carne
Sacrifico della carne
E la carne che vuole carne
Santuario della carne
La morte della carne

Estasi della carne
Sacrificio della carne
Marcire della carne
Fiorire della carne
Consolate la mia carne
Nella carne che sei
Nella carne che ritornerai
Non è morto
Non sei morto
Nella carne

[2] non uso di proposito ad esempio la parola mito per i racconti genesiaci per l’ambivalenza che ha assunto ormai da noi questa parola

venerdì 1 maggio 2015

SONO SOLO CANZONETTE?


Il nostro caro direttore mi ha scritto: "con riferimento ai fatti che hanno fatto assurgere il nostro Vescovo agli onori delle cronache, ti prego di preparare un articolo su come accompagnare i giovani oggi nella crescita verso la maturità cristiana".
Inutile ripetere qui che ciò che "ha fatto assurgere il nostro Vescovo agli onori delle cronache" è stata la notizia dell'aver cantato in una predica per una cresima, a Scicli, alcuni brani di autori contemporanei, per aiutarsi a tradurre il suo messaggio in un linguaggio creduto più comprensibile per i ragazzi di oggi.
I media ne hanno fatto un caso, ma noi sappiamo che non è la prima volta, e che ciò rientra in una scelta ben precisa di predicazione del nostro vescovo di usare un approccio vicino al parlato e all'immaginario della gente.
Nessuna meraviglia in ciò. Nonostante lo scalpore.
In fondo, se si pensa alla stessa legge dell'incarnazione, come la chiamano i teologi per spiegare la modalità della kenosis del Verbo nella natura umana, lo sforzo di Dio di parlare al suo popolo, quello del Cristo che usa le parabole, l'impegno dei grandi predicatori (si pensi ad un Sant'Antonio di Padova o a un san Bernardino da Siena) vanno tutti in questa direzione.
Ciò spiega anche le opposte reazioni, di plauso o di sconcerto, perché in verità questo ci riporta al problema più grande non solo delle modalità dell'evangelizzazione, ma allo stesso modo con cui il cristianesimo pensa la sua collocazione nel mondo.
Il cattolicesimo occidentale ha spinto, ad esempio, tale linea dell'incarnazione nella cultura e nell'arte da darci, da un lato, splendidi capolavori  (basti pensare all'esplorazione di tutti i linguaggi filosofici, musicali ed estetici) ma, dall'altro, correndo il rischio di ridurre il "divino" a "umano". Faccio un esempio: si pensi alle rappresentazioni della natività medievali che, passando per le rappresentazioni dei secoli successivi, in cui i protagonisti sono rivestiti degli abiti della loro epoca, arrivano alle rappresentazioni di un bimbo che nasce in una famiglia qualsiasi; così come tante Madonne con Bambino si sono ridotte ad anonime mamme con figlio; così come si è arrivati alla rappresentazione del Cristo come un bel giovanotto in jeans e t-shirt in una copertina di Jesus di qualche anno fa.
Debbo confessare che questo tentativo ha un suo fascino, specie quando si tratta di tradurlo in scelte pastorali. E anche un suo valore intrinseco. Perché mostra la spinta genuina di una “fede che ama la terra” come direbbe Karl Rahner. E la necessità di rimanere legati al “patois de Canaan”, al linguaggio del popolo,  come direbbe Pino Ruggieri. E in questo dobbiamo atto al nostro vescovo di aver coraggio, nell’inoltrarsi cantando “in partibus infidelium”! lo ha ben compreso la giornalista Pinella Drago che in un suo commento (su Il Giornale di Sicilia) ha paragonato l’omelia “cantata” del vescovo alla pala d'altare che si trova nella stessa chiesa di Jungi a Scicli, dell'artista Angelo Buscema, raffigurante la Passione di Cristo, iniziando da Cristo davanti a Pilato, con la successione della salita al Calvario, della Crocifissione per concludersi con la Resurrezione in una sequenza in cui si intessono i fatti della vita di Cristo e le tragedie del mondo contemporaneo, in particolare della seconda metà del Novecento, dai fatti d’Ungheria, al muro di Berlino, dalla guerra in Vietnam ai carri armati di Piazza Tienanmen: <<Un modo artistico – ha scritto -, quello del pittore Buscema, di attualizzare il racconto della passione rendendolo contemporaneo. E lo stesso ha fatto il vescovo Staglianò nell'omelia>>.
Più che nel primo annuncio, la difficoltà credo invece nasca dal riuscire a conciliare questo linguaggio “di approccio” con altri linguaggi pur necessari per un itinerario di fede conseguente al primo annuncio, cioè per una pedagogia di fede atta ad “accompagnare i giovani oggi nella crescita verso la maturità cristiana”.
Non credo ci siano ricette e soluzioni valide per sempre e poi un pastore deve costruirsi la sua pastorale spesso a partire dai tentativi falliti e dai propri errori.
Io qui posso solo portare la mia esperienza, a proposito di educazione alla fede dei giovani. Senza che ciò comporti disistima per altre esperienze e modalità di annuncio e di accompagnamento.
Giovane prete anch'io provai un approccio per lo più "mondano" col mondo giovanile, fatto di condivisione di birre al pub, schitarrate in spiaggia et similia. Fino a costruire intere veglie e celebrazioni tutte con pezzi di canzoni di autore: ai miei tempi si andava dai Beatles a Dylan, da De Andrè ai Nomadi... E magari alla fine ci scappava pure l'applauso! E sempre pronto a rispondere a chi criticava che anche Cristo era stato preso per mangione e beone e passava le notti con Nicodemo.
Però. Però pian piano ho scoperto sempre più che i giovani, oltre l'amicone non riuscivano ad andare. E per chi vuole annunciare il Signore questo è un fallimento. Trovai una lettera di don Milani che mi illuminò: egli scriveva ad un giovane prete che gli chiedeva consigli. E lui gli rispose che non deve mascherare il prete da giocoliere né riporre le sue speranze nei ping-pong (di cui ai suoi tempi erano piene le sacrestie): "Ecco dunque l'unica cosa decente da fare che ci resta: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto ( per noi è per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira in basso. Rinceffargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza. Star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce. E splendenti e attraenti solo per quelli che hanno grazia sufficiente da gustare altri valori che non siano quelli del mondo. La gente viene a Dio solo se Dio ce la chiama. E se invece che Dio la chiama il prete  (cioè l'uomo, il simpatico, il ping-pong) allora la gente viene all'uomo e non trova Dio."
Appesi questo brano in un foglietto in sacrestia e la mia meraviglia fu grande nel vedere che i giovani lo condividevano. Allora proposi una cosa impensabile: leggere la Bibbia insieme. Ci abbiamo messo tredici anni, tutti i sabati, feste e vacanze ed estati comprese. Tutta, da Genesi ad Apocalisse. Non si creò un gruppo giovanile parrocchiale, neanche un'ora persa in chiacchiere al limite dell'autoerotismo mentale. Ma ognuno cominciò un suo cammino di accompagnamento spirituale. Personale. Chi doveva andarsene se ne andò ma chi rimase oggi magari è papà e mamma e ho avuto la gioia di accompagnarli al matrimonio e di battezzare i figli. Ora siamo ad una nuova lettura della Bibbia. E scopro sempre di più che i giovani hanno bisogno di Parola e non di parole. Il mondo offre già loro pizze e balli e canzonette e tutto il variegato divertissement possibile e immaginabile. Se non diamo noi loro la Parola altra, chi gliela darà? Così come ho scoperto, anche per la mia esperienza di assistente scout, che i giovani vogliono esperienze forti di preghiera (la scommessa vinta di Papa Benedetto sull'adorazione eucaristica alle GMG insegna) e di servizio (nel far loro toccare con mano le tante piaghe del corpo di Cristo). Alla mia domanda ad un giovane di ritorno da una GMG nostrana se si fosse divertito, mi rispose che forse si erano divertiti più i giovani preti che ballavano sul palco. Ecco perché mi sono convinto anche - e non me ne vogliano i miei carissimi amici preti giovani che stimo e apprezzo per i loro sforzi di pastorale giovanile - che una pastorale giovanile seria non può essere fatta solo da giovani né solo da preti giovani: il giovane, oggi più che mai oggi cerca il padre e non il coetaneo, e nemmeno l'amico, cerca chi gli possa aprire nuovi orizzonti di senso, testimoniando con la sua esperienza la sua personale ricerca di fede nel contesto ecclesiale.

Per chiudere, ritornando all'immagine dell'arte sacra occidentale, forse oggi questa non riesce più a comunicare il sacro perché ha talmente assunto l'Urlo di Munch che non riesce più a comunicare il volto trasfigurato del Verbo incarnato, così come ancora un'icona bizantina riesce a fare. Così credo sia l'attuale impasse della nostra pastorale giovanile. Partire dall'umano, certo, ma ricordando che l'umano ferito dal peccato ha bisogno della grazia per recuperare tutta la sua autenticità. Per non cadere in una sorta di monofisismo alla rovescia:  cioè che, nel tentativo di usare nell’evangelizzazione, e finanche in teologia, il linguaggio del mondo, si possa cadere nel rischio che lo stesso linguaggio “teologico”, fattosi esso stesso mondano, non riesca più a comunicare la radicale alterità di Dio rispetto all'uomo e al mondo.