25 anni con Lui

25 anni con Lui
(William Kurelek, El burro que lleva a Dios) Sac. Ignazio La China XXV° anniversario della Ordinazione Presbiterale 1988 - 10 settembre - 2013

lunedì 20 aprile 2015

del nascere...

C’è chi crede alle coincidenze e chi no, c’è chi pensa che le cose accadano per caso e chi invece vi legge il disvelarsi di un progetto divino. Senza cadere in visioni deterministiche, tuttavia penso che il nascere in un giorno piuttosto che in un altro, un qualche significato debba pure averlo. 
Io, ad esempio, sono nato a Scicli, in casa, di Venerdì santo, durante la processione tradizionale, mentre i simulacri dell’Addolorata e del Cristo morto della Chiesa di San Giovanni erano fermi davanti alla mia abitazione: e non credo che questa sia solo una coincidenza. Mi piace infatti credere che le “cifre” della mia storia, personale e sacerdotale, siano già state impresse nella mia vita a partire dal giorno della mia nascita: in tutta umiltà confesso che se non ci fosse il comune denominatore della mia nascita il venerdì santo, non saprei spiegare altrimenti le vicende della mia vita. Anzitutto infatti, nel mio nascere il venerdì santo, leggo la chiamata a condividere nella mia vita la stessa vicenda dolorosa del Servo sofferente che dà la vita per i molti: e questo sia attraverso il ministero sacerdotale, sia attraverso la partecipazione personale all’esperienza della croce, soprattutto della sofferenza spirituale. Non so quello che il Signore mi riserva per il futuro, ma so per certo che sarà inscritto nel mistero della croce e nel mistero dell’iniquità che la croce mette a nudo. Come già successo finora. Il Signore infatti mi ha dato una grazia particolare, quella che spesso la mia azione o la mia presenza riesca a far venire allo scoperto il peccato che si annida nell’animo dell’uomo, nel mio e in quello degli altri, e questo talvolta comporta sofferenza e lacerazioni. Ma è una grazia che si vive appunto nella partecipazione alla croce di Cristo. Chiamato a stare ai piedi della croce di Cristo, ho però avuto la grazia di trovarmi, come il discepolo prediletto, in compagnia della Madre Addolorata: è come se Cristo stesso il giorno della mia nascita mi avesse affidato a Maria. Potrei  dire che la devozione alla Madonna, nella mia vita, è nata con me.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché abbia raccontato oggi tutto questo: l’ho fatto perché, se la confessione, per un cristiano, come ci ricorda il grande sant’Agostino, è anzitutto confessione di lode, narrazione delle “gesta di Dio” che si sono sperimentate nella propria vita, anch’io, con queste mie - piccole e povere - confessioni ad alta voce, vorrei dare lode al Signore per le cose grandi che  ha operato in mio favore: non è proprio questo che il grande Agostino ci testimonia appunto nelle sue confessioni ? Non ho la pretesa di paragonarmi al Santo di Ippona, ma vorrei offrire umilmente la mia testimonianza perché anche altri possano essere aiutati a rileggere nella propria storia la presenza di Dio: se nella Bibbia ci viene testimoniato come il Dio che entra nella storia dell’uomo ed è presente nella vicenda esistenziale di questi fin dal suo essere concepito nel grembo della madre, allora già la nascita di un uomo (anche nelle sue modalità di tempo e luogo) porta inscritti i segni della sua  vocazione e della sua missione. Sta a noi poi riuscire a decifrarli.
Ma la mia testimonianza personale vuole anche dimostrare solidarietà  verso quelli che nutrono la loro religiosità col pane delle lacrime salendo le scale del nostro santuario cittadino, portando ognuno il peso della propria fatica da rimettere nelle mani e del cuore di Cristo, affidandosi all’intercessione della Addolorata. Spesso bistrattati e giudicati male, bigotti nella migliore delle ipotesi, superstiziosi nella peggiore: ma chi può sapere, se non Dio solo, cosa si portano dentro ? Chi può sapere da dove prende origine la loro storia di fede ? Chi può sapere a cosa Dio li stia chiamando ? Tante volte si giudica male tenendo conto solo delle apparenze !
C’è chi pensa ad esempio che la mia devozione alla Vergine Addolorata o al Cristo Risorto, il mio attaccamento alle tradizioni e alla pietà popolare, siano qualcosa di posticcio, dettati solo dal mio essere prete o, peggio, che riveli un non so che di interessato o di aspirazioni inconfessate. Ma chi legge il mio attaccamento alla “mia e nostra” Madonna con la logica del  potere o del carrierismo ecclesiastico si può accorgere adesso, da quanto sto scrivendo, di come si sbaglia di grosso : se partecipo alla processione del venerdì santo, lo faccio solo per ricordare la mia nascita : è un modo per festeggiare il mio compleanno ; se venero il Crocifisso di San Bartolomeo lo faccio perché mi vedo al posto di Giovanni nell’atto in cui il Cristo mi affida a sua madre ; se sono devoto dell’Addolorata di S. Maria La Nova lo faccio perché mi piace sentirmi stretto nel suo abbraccio come lei fa col suo Figlio ; se mi  commuovo all’apparire della Vergine a cavallo è perché a partire da quel venerdì santo in tanti momenti difficili della mia vita ho potuto sentire la sua voce dirmi “eccomi, ti proteggerò con la mia destra” ; se mi mescolo fra i portatori del Cristo Risorto lo faccio perché segretamente ho solo una grazia da chiedergli : dato che mi ha fatto nascere il venerdì santo, che almeno mi faccia morire la domenica di Pasqua ! Questo lo faccio da prete, ma lo farei anche se fossi il più infimo e insignificante dei laici di Scicli (anche se, a dieci anni dalla mia ordinazione sacerdotale, credo sempre di più che il sacerdozio sia il dono più bello che Maria potesse ottenermi da suo Figlio). Ma non credo di essere l’unico privilegiato : chissà quanti altri come me potrebbero raccontare la loro storia di intima frequentazione con Dio. Ma tanti come me potrebbero pure raccontare di avere visto la loro devozione equivocata e ingiustamente condannata ! La fede è un fatto personale che nessuno può misurare e che merita solo rispetto : per questo scrivo oggi, per invocare - da chi crede e da chi non crede, da chi crede di credere o di non credere - per me e per quelli come me, la sospensione del giudizio ! Lasciateci, a me e a quelli come me, la gioia di pensare che Qualcuno è morto anche per noi,, che lassù veramente c’è Qualcuno che ci ama ! Tra tanti tradimenti di amici, lasciateci la speranza   che un Fratello non ci abbandona,  che una Madre non si dimentica di noi.

Cioè confessarsi è sempre un qualcosa che va al di là del semplice raccontare se stesso o le proprie idee o le proprie vicissitudini , è il mostrare come storia di Dio e storia dell’uomo si intrecciano nell’unica storia della salvezza 
Perché la croce non è mica uno scherzo. Ma il Signore ha voluto aiutarmi : si dice che chi nasce di venerdi sia “senza fiele”, dato che  il venerdì è il memoriale della morte del Cristo e quindi del perdono per tutti i peccatori, chi nasce il venerdì si dice che non sappia odiare o tenere rancori. E meno male che io sono nato il venerdì santo : altrimenti come fare a perdonare il fratello o il confratello che ti pugnala alle spalle ?   
Ma Pasqua non è solo il venerdì santo : c’è il sabato santo, ed è il giorno del riposo nel sepolcro, del silenzio, della riflessione...
E poi c’è la domenica di Pasqua : il giorno della gioia e del rinnovamento. Anche qui il Signore mi ha voluto bene : mi ha fatto nascere il venerdì santo, ma almeno mi ha fatto nascere in un paese dove la domenica di pasqua “il gioia” della resurrezione si celebra davvero !
Domando al  Signore la grazia di vivere bene il mio prossimo sabato santo, ma soprattutto che sia di parola : se mi ha fatto nascere il venerdì santo deve farmi morire la domenica di pasqua !

Croce significa morire per amore, per amore dei suoi : certo Cristo è morto per i molti, ma ha amato i molti a partire dall’amore per la sua gente, per la sua Gerusalemme, per la quale ha pianto. Anche a me è toccata in sorte una Gerusalemme :  Scicli. Potevo nascere altrove. Sono nato a Scicli : una città dove il sangue che scorre nelle vene sa di una fede orgogliosamente trasmessa di padre in figlio nel sentirsi oggetto di predilezione della Vergine santissima della quale forse in pochi altri posti si cantano in tanti modi le sue glorie, nel vivere in modo così appassionato e partecipe il mistero dell’incarnazione e della risurrezione, del dolore e della gioia. Dove l’essere sciclitano più che un fatto di anagrafe è dato da quella specie di malattia che si porta in corpo e che ad esempio ci fa saltare di gioia alle note della marcia di Busacca. Ma  Scicli è una città anche dove gli abissi del peccato devono essere colmati dalle vette della fede. Come ogni altra città. Però qui più che altrove, perché a chi ha di più sarà richiesto di più : in un popolo di tanta devozione deve corrispondere altrettanta santità, altrimenti è la fine. Ma per far questo ci vuole chi sposi la causa di quel popolo e vi dia la vita.  Sono sciclitano dunque e non posso non amare la mia città, non soffrire per la mia città, per il destino non politico ma salvifico della mai città : tanti, anche figli illustri, hanno avuto remore a dire di essere sciclitani, io invece ringrazio il Signore per avermi fatto nascere in un luogo dove il senso di appartenenza è  tanto forte. Perché è così che il Signore mi ha educato e continua ad educarmi a dare la vita per chi si ama : a partire dai vicini. Ho paura di tanti universalismi che con la scusa di aprire il cuore a tutti lo chiudono a chi sta accanto. E’ facile dare la vita per gli ignoti : è più difficile darla per chi ti ricorda i tuoi natali e che dallo Scifazzo non può venire niente di buono, per chi ti rinfaccia i peccati della giovinezza, per chi ti ha sempre snobbato ma ora vistoti potente ti domanda il favore, per chi ti ha voltato faccia nel momento del bisogno, per l’amico di cui proprio non ti aspettavi il tradimento, per chi prima ti calunnia e poi ti invita a cena...,

domenica 19 aprile 2015

CONTRO LE MISTIFICAZIONI SUL MATRIMONIO E LA FAMIGLIA


E’ inutile negare che sia in atto una grave mistificazione sul concetto di matrimonio e di famiglia. Da più parti infatti si sente affermare che il concetto di matrimonio quale unione tra uomo e donna sia un concetto legato ad una idea peculiare della tradizione ebraico-cristiana e che ci sarebbero poi altre concezioni egualmente rispettabili di matrimonio slegate dalla identità sessuale dei partner. Ma se si guarda, senza lasciarsi fuorviare da alcun pregiudizio, alle varie tipologie socioculturali e religiose, sia a livello diacronico che sincronico, che nei vari luoghi del pianeta hanno dato vita all’istituto matrimoniale, si vede come tutte queste hanno sempre compreso il matrimonio come l’unione sponsale tra l’uomo e la donna. Di fatto sarebbe meglio dunque parlare di famiglia naturale. Nel senso più proprio del termine, cioè parliamo di una definizione di famiglia che non ha niente di sovrastruttura ideologica ma che non fa altro che prendere atto di un dato oggettivo, quello della natura, appunto, in cui il dato originario in cui il rapporto affettivo è intrinsecamente legato alla dimensione biologica (e quindi anche genitale) e antropologica nel suo complesso.
Ed è inutile negare che questa mistificazione parte da certe lobby culturali che vorrebbero slegare la sessualità (nel senso anche della identità genitale corrispondente) e il suo esercizio dalla dimensione antropologica e affettiva. Come dire che chiunque potrebbe scegliere di essere chiunque e di amare (anche sessualmente) chiunque, al di là della identità naturale che lo caratterizza.
Non più maschio e femmina, ma l’interpretazione di ruoli maschili e femminili (e di una variegatissima lista di “gender” diversi) al di là dello stesso essere maschi o femmine.
E’ dunque in atto una rivoluzione, la pretesa di imporre questi nuovi modelli culturali “praeter naturam” se non addirittura “contra naturam” a discapito dei tradizionali modelli antropologici “secundum naturam”.  
E per far ciò si sta concentrando l’attacco sul livello più vulnerabile della società che è quello educativo.
Col tentativo di servirsi delle strutture educative dello Stato, la scuola anzitutto, per far crescere le nuove generazioni secondo questi nuovi convincimenti, dando per assodato come sia più facile “educare” un bambino che “rieducare” un adulto alle nuove teorie.
Ma può davvero uno stato democratico permettere tutto ciò? No, a meno che non si voglia trasformare esso stesso in uno Stato “etico” (che antinomia con la realtà dei fatti!) con la pretesa di imporre una dottrina antropologica particolare, sostituendosi in questo al ruolo originale e primario della educazione dei figli che spetta ai genitori, nel luogo educativo fondamentale che è la famiglia.
In Italia ciò è riconosciuto dalla stessa Costituzione repubblicana, basti pensare ai seguenti articoli:
<<Art. 2 - La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 29. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.
Art. 30. È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio>>.
Ai quali fa eco il conosciutissimo art. 147 del codice civile letto in ogni celebrazione di matrimonio, la cui nuova formulazione è la seguente: 
 <<Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315-bis>>.
Ciò presuppone dunque non solo la rinuncia di uno Stato a imporre una sua ideologia educativa (gli Stati che nel ‘900 hanno fatto questo, hanno generato esiti drammatici, dal comunismo al nazismo al fascismo …) e a vigilare perché nessuno, singoli o gruppi, vogliano usare lo Stato per prevaricare sugli altri, generando di fatti una dittatura ideologica e dettando così la fine delle regole del gioco democratico; ma suppone anche di converso, l’impegno dello stesso Stato perché risulti difeso e mantenuto il concetto oggettivo e naturale di matrimonio e famiglia.
Uno stato serio dovrebbe impegnare tutte le sue energie proprio nel riconoscimento del ruolo primario della famiglia e quindi nel riconoscimento del diritto- dovere primario dei genitori circa l’educazione dei figli secondo le loro convinzioni e credenze, compresa la sfera sessuale ed affettiva. E proprio nel rispetto di tale diritto – dovere hanno il diritto di essere coinvolti dalla scuola, e da tutte le agenzie educative nella educazione dei propri figli: il futuro della famiglia si gioca infatti tutto nella capacità di recupero della dimensione educativa con cui i genitori passano ai figli il testimone della vita e la gioia di assumerne la relativa responsabilità senza fughe e timori.
 Il recupero e/o la difesa di un concetto vero e reale di famiglia interessa infatti anche la società civile e la salvaguardia del bene comune, cosa di cui si dovrebbe occupare principalmente uno stato e una classe politica e dirigente seria. Perché anche in uno stato laico (autenticamente e non ideologicamente laico) per il principio di sussidiarietà su cui si fonda la convivenza sociale, la salvaguardia del matrimonio e della famiglia significa la salvaguardia del primo mattone su cui si regge tutta la società.
Anche chi è laico e non credente sa che la salvaguardia della famiglia è la premessa per la salvaguardia di uno stato civile.

In questo senso le famiglie cristiane e le stesse parrocchie e aggregazioni ecclesiali, nell’impegno di una cittadinanza leale e veritiera nella vita democratica dello stato hanno sicuramente un ruolo da svolgere nell’offerta di una proposta educativa umanizzante e non ideologica e rispettosa di ogni identità particolare. 

domenica 5 aprile 2015

SCICLI O LA CITTA’ DEL GIOIA



Solo chi non è sciclitano può pensare che nel nostro titolo ci sia un errore : sì, perché non è della gioia astratta che stiamo parlando, ma dell’appellativo che tradizionalmente viene dato al Cristo Risorto nella nostra città. Oggi è Pasqua e sappiamo tutti cosa questa parola rappresenti per la cristianità, ma sappiamo anche cosa significhi per Scicli. Dire Pasqua a Scicli significa non solo richiamare il Cristo Risorto in generale, ma indicare un simulacro - quello del Cristo Risorto - e la sua esposizione alla venerazione dei fedeli nella notte di Pasqua ( “a risuscita” che non comprendiamo perché non si faccia più durante la veglia pasquale) e soprattutto la sua traslazione nella Chiesa del Carmine nel mezzogiorno della Domenica : un simulacro che, insieme a quello dell’Addolorata, rappresenta nell’immaginario collettivo sciclitano un forte e fondamentale momento di coesione e di rappresentazione di una identità particolare. Non si può essere sciclitani senza sentirsi ribollire il sangue nelle vene alla vista del Cristo Risorto, specie se accompagnata dalle note musicali della marcia di Busacca. Perché la Pasqua a Scicli è tutta sintetizzata in questo simulacro e in quello che è il momento “clou” della festa : cioè l’attimo in cui “il Gioia”  dall’antro buio della Chiesa di Santa Maria La Nova esce balzando fuori trasportato  dall’incontenibile fercolo di mani e braccia nerborute, quasi a rappresentare plasticamente il momento della resurrezione, della vita che non si lascia trattenere dalla morte ! Il resto del giorno e della festa non è che commento, esplicitazione, variazioni su tema e contrappunto di questa esperienza fondamentale che si vorrebbe quasi prolungare all’infinito nel moto perpetuo dei giri in Piazza Busacca e dell’avanti-indietro  per le strade adiacenti per succhiarne fino in fondo forza ed energia per tutto l’anno ! Pasqua è quindi la data che più di ogni altra ha fatto e continua a far fare conti alla rovescia a generazioni di giovani e adolescenti che aspettano con ansia il momento in cui potranno dar prova della loro forza e resistenza alle prese con la “vara” del Cristo Risorto. E’ l’appuntamento atteso da un’intera città che aspetta  questo giorno per far  esplodere  nel suo cuore tutta la voglia di nuovo che si porta dentro.
E’ il giorno in cui la voglia di gioia, pace, serenità che ogni uomo si porta dentro può essere messa fuori e gridata e invocata al di là della stessa consapevolezza che si ha. Ogni anno,  si dice ed è vero, c’è sempre più gente che viene ad assistere a questa celebrazione. Folklore ? Certo, anche. Ma se anche dai paesi vicini vengono in tanti lasciando altre manifestazioni pasquali a loro dire più fredde e compassate, per farsi coinvolgere dalla passione e dall’esuberanza degli sciclitani, crediamo che sia non solo per una nota di colore. Proprio nel momento in cui la “pena di vivere” , come qualcuno ha chiamato il difficile compito di realizzare ogni giorno la sua umanità, sembra frustrare i desideri più intimi e autentici di ogni uomo mortificandone giorno dopo giorno la dignità, crediamo venga quasi spontaneo guardare a Colui che invece viene salutato come l’Uomo Vivo, quasi a dire l’Uomo per eccellenza. “Ecco l’uomo” sembra sentirsi ripetere chi guarda il Gioia. L’Uomo Vivo che è uscito vincitore dalla lotta con la vita e con la morte. E allora ognuno è spinto a non cercare fra i morti colui che è vivo, a non cercare, a non lasciarsi ancorare dal vecchiume di una vita che vuole, che deve continuamente rinascere, risorgere, rinnovarsi. E’ la Pasqua tempo allora in cui - mentre le situazioni politiche, sociali, economiche del mondo intero come delle vicende personali di ognuno vorrebbero indurci nella tentazione della disperazione - siamo invitati ad aprirci alla speranza, anche contro ogni speranza : e questo è quello che ci testimonia il Cristo Risorto. Oggi più che mai l’uomo ha bisogno di modelli di umanità vera : per questo l’Uomo Vivo ha la capacità di riproporsi ogni anno come “l’uomo riuscito” a cui ognuno può guardare con speranza. E solo questa speranza può essere fonte di gioia : perché la gioia non ha prezzo e non si acquista e non consiste nelle frivolezze del mondo, è il frutto di un incontro con qualcuno capace di aprirti il cuore e aiutarti a rileggere la tua storia, in positivo, nel segno della speranza appunto, come fece il Risorto con i due discepoli di Emmaus. Perciò a Scicli il Risorto è Il Gioia : mai appellativo fu più azzeccato ! E a Scicli ogni anno abbiamo la ventura di rivivere questo “dramma sacro” in cui tutto il popolo è protagonista, in cui - superata la distanza di spazio e di tempo - siamo riportati a quell’evento che duemila anni fa ha sconvolto la storia : di chi crede come di chi non crede ! Scicli come Gerusalemme (non l’aveva intuito già forse Vittorini ?) : Gerusalemme, città della pace, Scicli città del Gioia : non sembri un accostamento azzardato ! Vuole essere solo un augurio : di pace e di gioia, oggi più che mai per Scicli e gli sciclitani e per quanti vengono a condividere la Pasqua con noi, ma insieme e - oggi più che mai ce n’è di bisogno - per tutto il mondo. Buona pasqua !
   

giovedì 5 marzo 2015

Efesini 6,10-17 : Il combattimento spirituale e le armi di Dio

A Maria, odigitria e stratega del popolo cristiano
   
BIBLIOGRAFIA
REGGI ROBERTO (a cura di ), Lettere di Paolo, Traduzione interlineare italiana, EDB.
AA.VV. Le lettere di Paolo, EP
ZERWICK MAX, Analysis philologica novi testamenti graeci, PIB
NERI UMBERTO (a cura di), Lettera agli Efesini, EDB
BALZ – SCHNEIDER, Dizionario Esegetico del nuovo Testamento, Paideia
AA. VV.  La teologia dei Padri, vol.3, Città Nuova
AA.VV. La filocalia. Gribaudi
Vita e detti dei padri del deserto, Città nuova.
THOMAS SPIDLÌK, la spiritualita' dell'oriente cristiano - manuale sistematico, San Paolo.
CARLO MARIA MARTINI, Lectio sul combattimento spirituale ai Cavalieri di Malta.

1. La vita del cristiano è lotta

Il testo di Paolo in Ef 6, 10-17 presenta il cristiano come colui che è chiamato a lottare fino in fondo contro il nemico e a vincerlo.
Cfr. 1 Timoteo 6,12: “Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna alla quale sei stato chiamato e in vista della quale hai fatto quella bella confessione di fede in presenza di molti testimoni.”
Paolo ricorda agli efesini che tutta la vita è una battaglia, così come altrove aveva usato l’immagine della  corsa o della lotta per esprimere lo stesso concetto dell’impegno strenuo che il cristiano nel mondo deve avere per tutta la vita fino al suo arrivo alla patria celeste.
Queste immagini sono state riprese negli scritti dei Padri e degli asceti.
Questa lotta si presenta però in due modi diversi.
Talvolta l’anima appare come una specie di campo chiuso dove vizi e virtù, carne e spirito si danno combattimento continuo.
Talvolta è il cristiano stesso che entra in lotta e, armi alla mano, cerca di combattere le forze avverse.
Come vedremo, qui ci troviamo nel secondo caso: dove si è chiamati ad armarsi per una lotta contro le potenze avverse ai fedeli.
L'esortazione ad armarsi, a rivestirsi, la troviamo pure in Rm 13, 12 e in 2 Cor 10, 4.
Quello agli Efesini è però il brano nel quale maggiormente viene svolta la metafora della panoplia, l'armatura completa del servitore di Dio, di colui che vuole seguire da vicino Gesù.

Lutero: << si potrebbe chiamare un “discorso militare” per i cristiani>>

Questa militanza spirituale si inscrive, quindi, nell'essenza stessa dei cristianesimo, dal momento che una delle azioni più tipiche di Cristo è stata proprio quella di liberarci dal male e dal maligno, sotto ogni forma si nasconda.

È un brano molto denso, ricco di mètafore.
Il brano può essere diviso in quattro  parti concatenate logicamente tra loro: la prima parte e la seconda contengono due esortazioni (ricordiamoci che siamo nelle parte finale della lettera, dove Paolo inserisce sempre le esortazioni): queste sono
1.      quella di rafforzarsi nel Signore
2.      e di indossare le armi di Dio;
segue poi, nella terza, che illustra il motivo di queste esortazioni;
infine, nella quarta, ci viene dato l'elenco dell'armatura spirituale di cui rivestirci. 
Noi seguiremo un’altra suddivisione del brano per seguire una impostazione più logica.

2. Il combattimento spirituale

Paolo comincia dunque col dire che bisogna armarsi in vista di un combattimento.

Palh =  in ambito greco indica il combattimento ascetico.
In Paolo, oltre a questo senso, il termine “pale” è largamente usato per indicare anche il combattimento escatologico e quello dei credenti contro gli assalti del diavolo e perciò va sostenuto e vinto con l’armatura di Dio.
Sullo sfondo delle parole di Paolo si trova pertanto non la concezione greca della battaglia dell’asceta contro se stesso, ma la speranza apocalittica della potente affermazione della signoria di Dio che si delinea già ora nella terrena battaglia di fede combattuta dai battezzati.
Anche se dobbiamo riconoscere che tale idea ascetica, a volte fondata su questo stesso brano, ha avuto largo seguito nella tradizione monastica antica.
Spidlik: <<La tradizione spirituale, collocandosi nella via aperta dalla Scrittu­ra e rifacendosi anche all’ideale stoico, ha spesso paragonato l’ascesi a una lotta, a un combattimento contro i nemici dell’anima, e testi di questo tipo sono abbondanti in tutte le Chiese. Nel Practikos di Eva­grio sono frequenti espressioni e metafore di guerra, di lotta (agòn, palé, pòlemos), il monaco deve soprattutto lottare (agònizesthai, polemeìn, màchestai), contro i nemici (pòlemoi) o gli avversari (antikeìmenoi). Il combattimento spirituale è centrale anche nella spiritualità di Cassiano>>.
Per Cassiano il combattimento è un mezzo provvidenziale per perfezionarsi spiritualmente , una testimonianza d’amore che perfeziona il libero arbitrio.
Secondo Doroteo l’asceta non deve neppur temere di cadere «talvolta nel fango, per ritrovare poi il cammino», perché «quelli che debbono nuotare in mare e che conoscono l’arte del nuoto s’immergono quando l’onda arriva su di loro e si lasciano andar sotto, fino a che essa sia passata; dopodiché continuano a nuotare senza diffi­coltà».
Non si tratta però qui di vincere solo contro i vizi (come già lo stoicismo greco indicava) in una lotta morale (che corre il rischio di degenerare in un moralismo volontaristico…).
In questa lotta i nemici sono ben altri, ecco come ce li indica Paolo:

3. I nemici: le potenze diaboliche



12 Quia non est nobis
colluctatio
adversus
sanguinem et carnem
sed
adversus principatus, adversus potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum,
adversus spiritalia nequitiae in caelestibus.

[12] giacché non è a noi
la battaglia
contro sangue e carne
ma
contro i Principati
contro le Potestà,
contro i dominatori del mondo di questa tenebra ( = di questo mondo oscuro),

contro gli spiriti della malvagità (lett. Contro le spiritualità del male)
[che abitano] nelle regioni sotto il cielo.

La battaglia non è dunque
·         né contro creature umane fuori e intorno a noi: c’è un bellissimo brano di San Giovanni Crisostomo che ammonisce i suoi a non sbagliare, a non credere che siccome si è perseguitati da molte persone i nemici contro cui lottare siano le persone stesse, ammonendo di scoprire dietro queste i veri nemici cioè gli inganni del diavolo (TP 3/ 78-79);
·         né contro la nostra natura umana mortale, come specifica Paolo: contro sangue e carne [= contro la debolezza d’animo tipica della natura umana], (cfr. Merk: “carnem et sanguinem” = hebraice: Natura humana mortalis; homo natura imbecillis et fragilis.) che è un motivo della tradizione stoica greca e romana: Cfr. Debolezza d’animo: Cicerone: humani generis imbecillitas.
ma è contro potenze sovraumane e sovra mondane: contro i Principati, contro le Potestà, contro i dominatori del mondo di questa tenebra, contro gli spiriti della malvagità.
Arcai kai exousiai = già questa endiade è presente in Platone, e indica sia i poteri come i personaggi potenti. Paolo li usa per indicare le forse ultramondane che dominano tutto il cosmo. Il riferimento è alla letteratura apocalittica giudaica: in Paolo c’è la volontà di abbracciare tutto ciò che nel creato esiste in fatto di potenze e forze “ celesti, terrestri e sotterranee”. L’intento è quello di affermare l’annuncio della liberazione del mondo dalla loro signoria da parte di Cristo. Ciò suppone però che queste forze in qualche modo si siano sottratte dopo la loro creazione dalla sottomissione a Dio. Nei confronti di queste forze Paolo annuncia che il Risorto ha assunto quella posizione, degna del Preesistente, che lo colloca al di sopra di tutte le potenze cosmiche e che queste nella battaglia escatologica saranno esautorate dal loro potere e incluse nella sua opera di redenzione.
Lutero: <<Noi siamo arruolati contro nemici diversi da quelli terreni: nemici che combattono contro di noi a motivo di una vita, di un regno, di una terra, di un dominio diversi, perché si tratta della vita eterna o della morte, del regno dei cieli o del fuoco dell’inferno>>
Origene: << ci viene così insegnato a pensare che nemmeno i peccati che si ritiene derivino in noi dal sentire della carne, hanno la loro prima origine in noi dalla carne e dal sangue, ma da potenze che vi agiscono: vi sono infatti demoni che agitano passioni e suscitano fascinazioni erotiche, come mostra il Profeta (Osea) quando dice “furono sedotti da uno spirito di fornicazione. Allo stesso modo bisogna dire di altri demoni che provocano sdegno e ira: … L’apostolo così ci insegna che non è dalla natura del corpo che ci viene di peccare…>>
Kosmokratores = in ambito extrabiblico usato per gli dei che dominano il mondo e per gli spiriti cosmici (es. i pianeti) = i dominatori del mondo

Efrem: << perché in tutto il mondo hanno il potere di sedurre gli uomini>>

La varietà dei nomi delle forze nemiche coglie i diversi aspetti di una stessa realtà: il combattimento è contro le potenze in contrasto col mondo materiale dell’uomo. Esse sono superiori all’uomo, abitano nei sotto i cieli dove egli non può arrivare da solo ma dove il Cristo è già arrivato: la battaglia da combattere e da vincere è quindi una battaglia sovrumana.

Lutero: <<Abbiamo dei diavoli sopra la nostra testa: non hanno bisogno di fortezze, ma volteggiano nell’aria più facilmente che gli uccelli… e ci saettano nel cuore per rapirci la fede>>
Schnackenburg:  Paolo << distrugge ogni illusione di una vita spensierata nel mondo, e di uno spazio libero per la Chiesa unita al suo capo celeste … Tuttavia egli non vuole deprimere i lettori o farli ripiombare nell’angoscia cosmica: … liberati per la potenza di Dio da ogni potere del male, non hanno che da rafforzarsi ancor più nella potenza del Signore e resistere all’attacco della forza del male nemica di Dio. … La rappresentazione della lotta che supera le forze dell’uomo … serve solo in modo ancor più pressante all’intima potenza di Dio a loro donata>>.
Gnilka: <<Il mondo una volta era caduto nelle tenebre; adesso invece la lotta contro le tenebre è possibile ed è affidata alla comunità. Ciò implica, di nuovo, un rapporto non-gnostico con il mondo: non si fugge fuori dal mondo, ma – nel mondo – si combatte contro il male, perché la venuta di Cristo risplenda in esso>>.

La comunità, come suo corpo, già da ora è inclusa nella vittoria del Risorto e quindi già da ora partecipa con lui alla battaglia escatologica.
Paolo mostra che la signoria di Cristo sul cosmo è già fondamentalmente ottenuta dal combattimento di Cristo, ma nel tempo presente del maligno ancora operante, con l’impiego di tutti i doni dello Spirito, il cosmo deve essere rivendicato alla signoria del Creatore.

Come si vede Paolo non entra nella speculazione sulle identità delle singole forze (oggetto di interesse prima e dopo di lui di parte del giudaismo prima e della gnosi e del neoplatonismo poi, ad esempio, ma anche di tante riflessioni ascetiche: chi vuole vedere un elenco di come le varie potenze dell’aria o del mondo corrispondono alle varie tentazioni può leggere ad esempio gli Utilissimi Capitoli di Gregorio Sinaita nella Filocalia vol. 3.
Paolo invece va al cuore del problema: le potenze nemiche contro cui si combatte sono espressione della lotta Satana contro Cristo.

4. il motivo ultimo: la lotta contro il diavolo e le sue insidie


ut possitis stare
adversus insidias diaboli. 
allo scopo di poter stare saldi
contro le macchinazioni ingannevoli (= tecniche intriganti, ingegnose, insidiose) del diavolo. 

Benedetto XVI: <<Per questo Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo: per liberare gli uomini dal dominio di Satana, “origine e causa di ogni peccato”. Lo ha mandato nella nostra carne mortale perché diventasse vittima di espiazione, morendo per noi sulla croce. Contro questo piano di salvezza definitivo e universale, il Diavolo si è opposto con tutte le forze, come dimostra in particolare il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto, che viene proclamato ogni anno nella Prima Domenica della Quaresima. Infatti, entrare in questo Tempo liturgico significa ogni volta schierarsi con Cristo contro il peccato, affrontare – sia come singoli, sia come Chiesa – il combattimento spirituale contro lo spirito del male>>

Lutero: <<Ecco i due signori, Cristo e il diavolo, che combattono giorno e notte. (…) Cristo, certo, vince: ma non bisogna sottovalutare il nemico, poiché è il principe del mondo e ha con sé potenti principi nel mondo… il diavolo è sotto di noi, sopra di noi e fra di noi>>
Crisostomo: << il nemico non ci muove guerra in modo scoperto e manifesto… i peccati non li suggerisce mai in modo manifesto>>

Efrem: <<come fece con Adamo ed Eva , il diavolo si  accosta ai figli di Adamo ed Eva non con violenza ma in modo suadente ed insidioso>>

Lutero: <<e viene adorno di bell’aspetto, non come nemico ma come amico … e si trasforma in tutto in angelo di luce … e cita i passi della Scrittura che noi insegniamo, impariamo e amiamo e sui quali ci fondiamo: “guarda caro cristiano, e rifletti per vivere nel modo giusto. Questo testo va interpretato così, perché altrove è detto in questo modo: metti dunque i due testi a confronto …” E Satana si apre una breccia, e va perduta anche la parola che attesta che il sacramento è il vero corpo di Cristo- Allora se non credi a un articolo di fede, non credi a nessuno: tutti infatti sono connessi fra loro come una catena d’oro, e se si apre un anello, tutta la catena si scioglie>>

In questo senso Macario l’Egiziano rilegge le tentazioni del monaco (Filocalia vol. 3) con una osservazione intelligente: l’Avversario opera come se fosse l’anima a generare da se stessa i pensieri peccaminosi e non fosse invece un estraneo che vuole rimanere nascosto.
Per i cristiani la ‘vita spirituale è quindi un combattimento contro i demoni (Ef 6,12), e questa concezione tradizionale acquisisce nella spi­ritualità monastica del deserto nuovo rilievo, perché il deserto è, per eccellenza, il regno dei demoni, e il monaco che vi si ritira va dunque ad affrontarli in un combattimento corpo a corpo. La demonologia che si esprime nella Vita di Antonio, nell’opera di Evagrio e in quella di Cassiano diventata classica della spiritualità del deserto, si integra, come elemento importante, nella dottrina ascetica tradizionale.
E nonostante certi abusi di queste dottrine, i demoni, tuttavia, conservano la loro funzione cosmica, e sono detti kosmokràtores, associati ai falsi dèi, legati agli animali e alle piante. Da una parte la filosofia greca, dall’altra certe correnti giudaiche, avevano influenzato le concezioni degli autori cristiani nello spiegare l’azione dei demoni nel mondo. Ma le conclusioni pratiche sono sempre le stesse: il monaco è chiamato a purificare, per mezzo della fede in Dio e dell’ascesi, i luoghi della potenza del male, e gli eremiti abitano dunque volentieri là do­ve credono di trovare molti demoni.
Chi poi volesse una illustrazione pratica di come ad esempio i padri del deserto mettesse in pratica questi suggerimenti di Paolo sulla lotta contro il diavolo legga le loro vite e i loro detti: in realtà dovremmo citarli tutti!
Cosa suggerisce in concreto Paolo?
Anzitutto di rafforzarsi nel Signore.

5. Per combattere: rafforzarsi nel Signore

10 Το λοιπο 
10 De cetero
confortamini
 in Domino
et in potentia
virtutis eius. 
[10]Per il resto,
rafforzatevi
nel Signore
e nella potenza
del suo vigore.

Rafforzatevi: lett. Prendete forza: è un tema accentuato nella predicazione e nell’esperienza paolina, culminante nell’espressione “tutto posso in colui che mi dà forza”
 E’ un composto da dunamij ed esprime la concezione paolina dell’apostolato: Cristo come dunamij di Dio dà forza all’apostolo. Da qui l’invito a rafforzarsi nella grazia che è in Cristo Gesù.
Cristo è la fonte della forza del cristiano, perché è lui stesso il forte!
Sorprende qui l’accumulazione di termini sinonimi ad indicare la forza: kratoj cfr. pantocrator / Iscuj cfr. santo forte: iscuros.

Calvino: <<poiché l’esortazione di “essere forti” non servirebbe a molto, visto che così grande è la nostra debolezza, se Dio non ci assistesse  e  non ci tendesse la mano per soccorrerci, o meglio, non ci desse tutta la sua potenza, aggiunge “nel Signore”>>.

6. Per combattere: rivestire l’armatura di Dio

11 Induite
armaturam Dei,

[11]Rivestitevi
della completa armatura di Dio,

Martini: <<perché dobbiamo armarci…? Perché la nostra lotta è una lotta spirituale, contro i principati, le potestà, gli spiriti maligni. Possiamo tradurre facilmente queste espressioni in una realtà comprensibile perché essa è di evidenza quotidiana. Dobbiamo, cioè, vivere in un'atmosfera - lo spazio tra terra e cielo - che è invasa da elementi maligni, contrari al Vangelo, nemici di Dio. L'atmosfera in cui viviamo è satura di potenze contrarie a Cristo e quindi la nostra lotta si annuncia difficile. Questa mentalità, questa atmosfera che è frutto in parte della potenza del male e in parte dell'uomo soggiogato da questa potenza del male, crea una situazione nella quale siamo immersi e che ci minaccia da ogni parte. Da qui la necessità di armarsi con l'armatura di Dio>>. 
Rivestitevi: lett. Mettevi addosso il vestito, copritevi, indossate.
Armatura = la pan-oplia di cui si parla è l’armatura completa del soldato di fanteria, del legionario romano, munito di armatura pesante. Paolo ne fa una particolareggiata allegoria.
L’armatura è quella che dà Dio, immaginato come colui che di fatto equipaggia con le armi spirituali nella battaglia del tempo finale contro gli assalti del diavolo e contro le malvagie potenze di questo mondo e contro quelle che stanno nella sfera celeste (al di sotto di Dio e contro Dio).
Ricordiamo che nell’AT è Dio stesso che si arma per combattere i suoi nemici o che arma e i suoi amici e li addestra alla battaglia.
Qui l'armatura di Dio è trasferita al servo di Dio, a colui che segue Gesù.

Lutero: <<armatevi non della vostra sapienza e forza, ma rivestite l’armatura di Dio. Occorre che io abbia corazza e armi e che non siano mie, cosicché il diavolo veda su di me tale armatura e corazza, e dica “non è cosa umana”! Non siate dunque forti in voi stessi, ma nel Signore e nella sua potenza>>.

Origene: << in base a ciò che segue e a ciò che è scritto del salvatore, si può dire che “armatura di Dio” è il Cristo, e che significa quindi la medesima cosa “rivestirsi dell’armatura di Dio” e “rivestitevi del Signore Gesù Cristo”. Se infatti cintura è la verità e corazza la giustizia e il salvatore è la verità e la giustizia, è chiaro che il salvatore è la cintura e la corazza. In modo simile può dirsi della “prontezza del vangelo della pace” , dello “scudo della fede”, dell’elmo della salvezza e della spada dello Spirito cioè la parola di Dio>>

Tutta-l’armatura: non un’arma sola ma tutto l’armamentario completo nelle sue parti.

7. L’armatura di Dio

1. la cintura della verità


14 State ergo
succincti lumbos vestros in veritate
 [14]State saldi dunque,
cinti i fianchi nella verità,

i fianchi cinti = significa essere pronti a partire e ad agire (es. lavorare) perché in casa si portava l’abito senza cintura. Il NT ne sottolinea la dimensione escatologica e messianica

La prima metafora è la cintura della verità. Per capire bene bisogna notare che questa metafora, come pure le altre, sono attinte largamente dal Vecchio Testamento. Chi scriveva questo brano conosceva a memoria interi passi del Vecchio Testamento e ne supponeva la conoscenza anche nei suoi lettori. 

Il primo brano è tratto da Is 11,5 il germoglio di Jesse, del quale viene descritta la veste, il modo di presentarsi e di combattere:
 5Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia,
cintura dei suoi fianchi la fedeltà.

Nella verità: Emet (fedeltà) è tradotto nella Bibbia dei LXX con alétheia, la verità e il testo greco di Efesini qui lo riporta esattamente.  Notiamo la dimensione esistenziale della verità: Dio è vero perché è fedele!
Poiché qui si sta parlando della armatura di Dio è logico pensare all’essere vigili nell’esperienza della verità/fedeltà di Dio.

2. la corazza della giustizia


et induti loricam iustitiae 
rivestiti con la corazza della giustizia, 

La metafora seguente è la corazza della giustizia.
In Is 59, 17: Egli si è rivestito di giustizia come di una corazza,
Credo che qui si debba intendere giustizia nel senso pieno del termine: della “giustificazione” del credente ad opera di Dio.
dikaiosyne traduce l’ebraico zedek: anche qui la giustizia riguarda soprattutto l’agire di Dio, l’azione del Dio che salva chi nella fede si affida a lui. E’ un invito in fondo a rivestirsi della grazia!
E così il giustificato può vivere da giusto:
Lutero: <<Chiama corazza della giustizia una vita innocente e retta, e un modo di essere esteriore nei confronti di tutti gli uomini tale che non si danneggi o si faccia soffrire alcuno, ma al contrario ci si impegni con diligenza a servire e a beneficare ciascuno>>

3. I calzari del vangelo

15 et calceati pedes
in praeparatione
evangelii pacis, 
[15]e avendo calzati i piedi con la preparazione del vangelo della pace.

Etimasia= la preparazione che dà il vangelo: più che tradurre con essere pronti ad annunciare il vangelo ci sembra sia più corrispondente al senso del brano il dire che il vangelo ci rende pronti/preparati ad affrontare la lotta contro il nemico: Merk = ea promptitudine animi ad resistendum diabolo quam dat evangelium pacis
Ricordiamoci della etimasia in ambito liturgico: l’altare celeste preparato con gli “arma Christi” per la parousia escatologica.
Il fine infatti è l’instaurazione del Regno di Dio.

Cfr. Isaia 52,7
Come sono belli sui monti
i piedi di chi evangelizzando fa ascoltare la pace,
di chi evangelizzando il bene  fa ascoltare la salvezza,
di chi dice a Sion: «Regna il tuo Dio».

Cfr. Il regno di Dio è gioia e pace nello Spirito

Calvino: l’evangelo di pace <<così viene chiamato perché è l’annuncio della nostra riconciliazione con Dio, che sola mette in pace le nostre coscienze>>
Gnilka: <<Già da tempo è stato notato il paradosso di questa immagine: il combattente deve armarsi con l’arma della pace. Ma proprio questo paradosso consente di scoprire il senso profondo della militia Christi. Cristo è la nostra pace (Ef 2,14): i cristiani quindi – poiché sono coloro che nella Chiesa hanno conseguito la pace – hanno il compito di contrapporre questa pace all’inimicizia che domina nel mondo. E ciò avviene mediante l’annuncio dl vangelo>>.
Lutero: <<i cristiani… devono aver pace con tutti…  per poter in tal modo camminare pronti e spediti, e attraversare senza ostacoli questo cattivo mondo>>

4. Lo scudo della fede

16 in omnibus
sumentes scutum fidei,
in quo possitis omnia tela Maligni ignea exstinguere; 
[16] In ogni cosa
prendendo in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; 

scudo = quello qui indicato è il grande scudo oblungo che copre tutta la persona: quindi c’è l’idea che la prima difesa al cristiano è la fede. E’ questa che ci protegge e ci aiuta a bloccare gli attacchi del maligno.

Crisostomo: <<E’ lo scudo a ricevere per primo gli assalti dei nemici e a custodire illesa l’armatura. Così se la fede è retta e retta è la vita, l’armatura rimane illesa>>

i dardi infuocati : l'espressione è presa dal Salmo 11= Efrem <<i brucianti pensieri>>

Crisostomo: << quanti dardi hanno spento i giusti! Credi che non fosse un dardo infuocato quel fuoco che bruciava nell’intimo il Patriarca quando stava per immolare il figlio suo? E anche altri giusti hanno spento tutti i suoi dardi. Se dunque sono i pensieri a farci guerra, opponiamo a difesa la fede; se sono concupiscenze cattive, facciamo ricorso a essa; se sono pene e sventure, troviamo in essa il sollievo>>.

I pensieri = loghismoi = logismi! I cattivi pensieri
Origene sostiene che il diavolo non è causa di peccato, come dicono «alcuni tra i semplici». Evagrio fa notare che il demonio non può raggiungere direttamente il nostro intelletto, è impotente a far nascere una conoscenza nello spirito, impotente a informarci sulle «ragioni» delle cose, può introdurre in noi soltanto delle immagini (fantasìai, eìdolon). I demoni dunque, per mezzo della «composizione» del corpo, suscitano nell’intelletto qualche «immagine», e il logismòs non è infatti altro che un’immagine».
La lotta contro i demoni si svolge, dunque, soprattutto a livello di logismòi, nel mondo immaginario delle illusioni, delle false consolazioni, degli inganni di ogni specie, e il cristiano combatte con il discernimento e con la vigilanza del cuore.
«Tutto il combattimento dell’uomo avviene nei pensieri, dice lo ‘Pseudo-Macario, e consiste nell’eliminare la “materia dei pensieri cattivi».
Origene ha tratto dal vangelo di Matteo (cap. 15) questa affermazione: «La sorgente e il principio di ogni peccato sono i pensieri cattivi»; è questa la fonte del concetto di «lotta invisibile».
A questo proposito un’ammoni­zione di Massimo il Confessore, conforme a tutta la tradizione dice: «Guardati dall’abusare dei tuoi pensieri, altrimenti arriverai fatalmente ad abusare anche delle cose; non si peccherebbe mai in azione se non si peccasse dapprima nel pensiero».
Il logismòs non è un «pensiero» nel vero senso della parola, è piuttosto un’«immagine», un fantasma
è possi­bile però non soffermarsi su queste suggestioni, non «conversare» con questi fantasmi, come Eva invece fece col serpente. La prudenza chiede «che si uccidano subito questi figli di Babilonia», che si «schiacci la testa del serpente» e non lo si lasci entrare nel paradiso del cuore. Per esprimere questa idea gli spirituali d’Oriente ricorrono a espressioni e spiegazioni diverse; ma fondamentalmente sinonimiche.
La vigilanza alla «porta del cuore» è, innanzitutto, una difesa per respingere immediatamente i pensieri intrusi. E’ questo un tema comune a parecchi apoftegmi: «Sii il portinaio del tuo cuore, affinché lo straniero non entri, dicendo: Tu sei dei nostri, o dei nostri nemici?».
Le buone aspirazioni fanno nascere «una gioia inesprimibile, il buon umore, il coraggio, il rinnovamento interiore, la fermezza dei pensieri, la forza e l’amore per Dio»; le altre, invece, portano con sé «paura dell’anima, turbamento e disordine dei pensieri, tristezza, odio contro gli asceti, acedia, afflizione, ricordo dei parenti, timore della morte e infine desideri cattivi, pusillanimità per la virtù e disordine dei costumi».
Più tardi questa regola è stata semplificata in un assioma: Quidquid inquietat est a diabolo.
Spingendo l’ascesi all’esagerazione, i demoni cercano di «distoglierci da ciò che può essere fatto e di costringerci a fare ciò che è impossibile».

5. l’elmo della salvezza

17 et galeam salutis assumite
[17]prendete su di voi anche l'elmo della salvezza 

Cfr. Isaia 59,17
e sul suo capo ha posto l'elmo della salvezza.

Salvezza = salutare: è un neutro, “strumento, mezzo della salvezza”. Merk: id quo quis salvatur. Cfr magnificat…in Deo salutari meo.

<<rivestiti con la corazza della fede e della carità, avendo come elmo la speranza della salvezza » (1 Ts 5,8).

Spe salvi facti sumus

Lutero: <<l’elmo della salvezza non è altro che la speranza e l’attesa di un’altra vita che è lassù in cielo, a motivo del quale crediamo in Cristo e tutto soffriamo; senza tale elmo non potremmo sopportare tutti i colpi con cui ci si picchia in testa e si percuote il nostro corpo e la nostra vita.>>

6. La spada della Parola di Dio

et gladium Spiritus, quod est verbum Dei; 
e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. 

Spada dello Spirito: è la dunamis dello Spirito che rende potente la parola di Dio:
Schilier: <<nell’uso di questa parola di Dio in cui agisce lo Spirito, si scopre che la potenza delle “potenze” è apparenza e impotenza, e che la vera potenza è la potenza di Dio>>
(Atti) <<E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati>>
Rm 1,16: <<Io infatti non mi vergogno del vangelo che è potenza di Dio per la salvezza di ogni credente>>.
Lutero: << Coloro quindi che tolgono al popolo cristiano la Parola di Dio, che cosa fanno se non spogliarlo delle sue armi necessarie, in modo che si distrutto senza combattere? Non c’è nessuno, infatti, di qualsiasi stato o condizione, che non debba essere soldato di Cristo. Ora come potranno combattere senza armi e sprovvisti di spada? (…)

La nostra arma offensiva deve essere la Parola di Dio, non le nostre opinioni e i nostri sentimenti personali.

Se volete essere forti e invincibili fate sì che la vostra forza sia il Signore Cristo.
Così tenetevi ben stretti a lui e abbiate un intenso rapporto con lui, in modo che egli sia da voi ben conosciuto e che la sua parola sia custodita pura e sia appresa con ogni diligenza. Quotidianamente trattatene e volgetela nel cuore, fino al punto che la parola di Dio e il vostro cuore diventino una sola cosa, e così ne siate sicuri: molto più sicuri che della vostra stessa vita>>.

Il metodo per eccellenza contro i pensieri cattivi si chiama «contraddizione» (antirrhesis). Gesù, tentato dai demonio, replica citando le Scritture, senza entrare in discussione col Maligno (Mt 4,3-11). Si legge di certi asceti che conoscevano a memoria «tutta la Scrittura», cioè sapevano rispondere coi testi sacri a ogni questione loro proposta, ma so­prattutto sapevano citare la Bibbia contro ogni suggestione diabolica.

8. Il tempo della lotta



13 Propterea accipite armaturam Dei,
ut possitis resistere
in die malo
et, omnibus perfectis, stare. 
[13]Assumete (prendete e indossate) perciò l'armatura di Dio,
perché possiate resistere
nel giorno malvagio
e  avendo debellato del tutto [le macchinazioni dei nemici] stare saldi.
[ = restare in piedi dopo aver superato tutte le prove] [oppure = restare in piedi dopo aver compiuto il vostro dovere]


giorno malvagio: è detto malvagio perché è il giorno in cui si scatena la malvagità del male.
L’urgenza di indossare l’armatura di Dio è richiesta non solo dalla battaglia impari, ma anche dal giorno malvagio, nel quale bisogna vincere a tutti i costi:
·         per alcuni è il tempo della parusia quando le potenze malefiche produrranno il loro sforzo supremo (ma ricordiamo che Paolo chiama questo “il giorno del Signore”
·         per altri è anche il tempo presente in cui il maligno cerca sempre di insidiare i fedeli.
·         Ma se pensiamo che dalla resurrezione in poi siamo entrati nel tempo escatologico, negli “ultimi tempi”, le due interpretazioni non sono in contraddizione: si può dire perciò che il giorno malvagio è il giorno della tentazione, della prova, cioè l’ “oggi” in cui sempre si è chiamati a stare saldi nel Signore.

9. La strategia militare e l’esito della lotta

Debellare: c’è qui l’idea del soldato che prende posizione a difesa del suo luogo (ad esempio in un assedio) e che è riuscito a respingere tutti gli assalti dei nemici ed è rimasto fermo al suo posto senza indietreggiare.

Stare saldi, stare ritti: si ripete nel brano questo verbo a più riprese. E’ una esortazione che permette di comprendere la situazione nella quale ci si trova: «State in piedi»; tenetevi in piedi.
Chi ha studiato greco sa quanto i poeti hanno cantato i soldati che hanno il coraggio di stare fermi mentre il nemico avanza, ci pensi a Tirteo che incita: << Giovani, state dunque saldi gli uni accanto agli altri e non cedete all’istinto della fuga>>.

Crisostomo: <<la prima cosa da fare è sapere stare bene ritti: molto dipenderà da questo. Più volte, perciò, parla dello “stare ritti”, anche altrove dicendo: state ritti, vegliate (1 Cor 16,13); Così state ritti nel Signore (Fil 4,1); Chi crede di stare ritto, guardi di non cadere (1 Cor 10,12… Non dice semplicemente di stare in piedi, ma di starvi nel modo giusto. Quanti hanno esperienze di battaglie, sanno quanto è importante saper stare ritti: e se chi allena i giovani al pugilato e alla lotta insegna prima di tutto a stare ritti, tanto più occorre saperlo fare nelle battaglie e nell’arte militare>>.
In Paolo il ripetersi del verbo sottolinea due momenti:
·         il primo, in cui si è esortati a stare ritti in piedi pronti a sostenere l’assalto del nemico;
Si tratta, quindi, di persona pronta alla battaglia; ed è in questa situazione di prontezza che viene descritta l'armatura.
·         il secondo, in cui – avendo sostenuto fermamente l’assalto perché ben armati – si è rimasti e si continua a rimanere ritti in piedi in difesa contro il nemico.
ð  Nessun attacco, si gioca in difesa.
Lo aveva ben compreso Santa Teresa D'Avila. Teresa nei suoi scritti ha utilizzato spesso il linguaggio battagliero di Paolo per incitare le sue figlie spirituali ad uno strenuo combattimento.
Il Carmelo, per la santa, piuttosto che essere un “giardino sigillato” è un “castello assediato”, assediato appunto dai nemici che fondamentalmente sono, nel linguaggio giovanneo, il "mondo”, la "carne” e satana.

Il segreto: saper sopportare = la pazienza (cfr. Christus patiens)
Lutero: <<se vuoi essere cristiano e vivere rettamente nel mondo, predisponiti alla pazienza. Poiché, quando uno prende sul serio il vangelo e vuole vivere in modo retto, non eviterà la croce, come dovunque mostra la Scrittura. (…) Se invece vuoi vendicarti e non soffrire l’ingiustizia, non avrai mai pace né al di fuori né al di dentro di te: … dobbiamo perciò essere disposti a tollerare i malvagi, e a sopportare pazientando quelli accanto ai quali e con i quali viviamo, e così procedere nel mondo con la pazienza, come camminando in un sentiero pieno di spine>>.

10. alcune considerazioni

1. Cosa possiamo ricavare noi oggi dalle esortazioni di Paolo?


Carlo Maria Martini: << Possiamo concludere riassumendo: quali situazioni suppongono e quali esortazioni offrono queste parole?
a) Suppongono prima di tutto che noi siamo in una situazione veramente rischiosa; cioè che nel mondo di oggi è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Dobbiamo avere questo senso della difficoltà perché esso è realismo. Se ci troviamo di fronte a realtà avverse senza osare guardarle in faccia; se viviamo pensando che ci circondano continue difficoltà e rischi, possiamo vivere in una perpetua e sterile apprensione. Ma quando abbiamo analizzato il fondo, sulla base della Scrittura e abbiamo conosciuto l'avversario, vedendo le vie attraverso le quali il mondo è portato al male e come esse si manifestano, allora anche davanti a tutto il mistero del male, nella sua interezza, possiamo sentirci pieni della forza di Dio.
Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione fatto con l'aiuto della Scrittura può metterci davanti ad una situazione di rischio, di timore, di pericolo, ma non di paura, perché vediamo con chiarezza tutta la vastità dell'avversario e tutta la potenza di Dio. 
b) Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta né quartiere; cioè, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo; oggi, lo si dimentica troppo spesso, vivendo in una atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi, i quali minacciano proprio chi non se l'aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio. 
c) Terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere. Qui vorrei ricordare una delle regole di Sant'Ignazio il quale aveva chiarissima l'idea che il nemico attacca valutando la situazione del cristiano. Bisogna conoscerlo bene, perché il nemico gira per vedere se c'è anche soltanto un elemento mancante nell'armatura. È quindi una lotta che deve prenderci tutti e trasformarci, santificandoci completamente>>.

2. Le armi, oggi, fuor di metafora:

Martini: <<La prima metafora è la cintura della verità.
Quale verità è arma per noi?La verità di cui si cinge, come di una veste stabile, colui che combatte è, quindi, la coerenza; è quella fedeltà che è coerenza piena, stile coerente di vivere e di agire. Per poter combattere contro l'atmosfera maligna, l'atmosfera pestifera nella quale viviamo, occorre essere armati di una profonda coerenza fra ciò che proclamiamo e ciò che dobbiamo internamente sentire e vivere tra noi. È vero che questo profondo confronto fra coerenza interiore ed esteriore farà talora riconoscere di essere lontani da ciò che si predica, ma l'umiltà del riconoscerlo è già un aspetto della coerenza, è un modo di mostrare che desideriamo averla. 
La seconda metafora è la corazza della giustizia.
La giustizia è qui espressa come l'attività di Dio che salva i poveri e umilia i peccatori. Dio che impetuosamente compie le sue opere, che è salvezza e punizione. Nella nostra situazione, dovremmo tradurla come il partecipare allo zelo di Cristo per la giustizia del Padre. Questa corazza che ci cinge completamente, che ci difende, è il rivestirci di quei sentimenti che fanno gridare a Cristo per le strade di Palestina: «A Dio ciò che è di Dio »; cioè, che gli fanno proclamare la giustizia del Padre, e, come giustizia, l'opera di salvezza per chi si pente e il castigo per chi non si pente. Per noi, il partecipare all'intimo zelo di Cristo per la giustizia del Padre, è questa corazza che ci cinge, ci avvolge, che ci difende dai nemici. 
La terza metafora: calzati i piedi di alacre zelo per il Vangelo della pace.
Si descrive qui piuttosto una situazione. Pronti a partire per l'annuncio del Vangelo della pace. La realtà della metafora è la prontezza a portare il Vangelo. Fuori di metafora viene indicato l'ardore, il desiderio di predicare il Vangelo, sapendo che è beneficio per gli uomini e che porta loro la pace.
Quarta metafora: in tutte le occasioni, impugnate lo scudo della fede.
I dardi infuocati lanciati dal maligno  sono le mentalità del mondo di peccato che, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino, ci circonda e ci invita ad interpretare cose e situazioni della nostra vita con metri esclusivamente psicologi, sociologi, economici, assalendoci da ogni parte per toglierci il tesoro della fede. Lo scudo per opporsi a questa mentalità è lo scudo della fede, cioè la considerazione evangelica di tutta la realtà umana, continuamente richiamata. 
Quinta metafora: l'elmo della salvezza, anzi l'elmo dell'opera salvifica, come dice il testo greco.
Il greco ha un verbo (dexasthe) che vuole dire accettare l'elmo della salvezza; quindi accettate l'azione salvifica di Dio in voi come unica vostra protezione, unica vostra speranza; vi protegge il capo perché essa è la cosa più essenziale.
Sesta metafora: la spada dello Spirito che è la parola di Dio.
Quando siamo assediati dalla mentalità del mondo che ci vorrebbe fare interpretare tutte le cose in maniera puramente umana, dobbiamo ricorrere ai grandi oracoli di Dio nella Bibbia per avere una parola di chiarezza su queste cose e respingere le interpretazioni sbagliate della storia del mondo e della nostra esistenza>>. 


3.  ricorda: non fare i mestieranti


Un pastore protestante: <<L’esempio principale di come non intraprendere il combattimento spirituale è quello dei sette figli di Sceva: “Or alcuni esorcisti itineranti giudei tentarono anch’essi d’invocare il nome del Signore Gesù su quelli che avevano degli spiriti maligni, dicendo: ‘Io vi scongiuro, per quel Gesù che Paolo annunzia’. Quelli che facevano questo erano sette figli di un certo Sceva, ebreo, capo sacerdote. Ma lo spirito maligno rispose loro: ‘Conosco Gesù, e so chi è Paolo; ma voi chi siete?’. E l’uomo che aveva lo spirito maligno si scagliò su due di loro; e li trattò in modo tale che fuggirono da quella casa, nudi e feriti” (Atti 19:13-16). Quale fu il problema? I sette figli di Sceva stavano usando il nome di Gesù. Ma questo non basta. Costoro non avevano una relazione con Lui, pertanto le loro parole erano prive di qualunque potere e autorità. I sette figli di Sceva stavano facendo affidamento su una metodologia. Non stavano confidando in Gesù, e non stavano utilizzando la Parola di Dio nel loro combattimento spirituale. Il risultato fu che essi ricevettero un umiliante pestaggio>>.

11. Dulcis in fundo: la preghiera

Dobbiamo seguire l’esempio di Gesù riconoscendo che alcune vittorie spirituali sono possibili solo mediante la preghiera.

Martini: <<Tutte queste armi vanno, quindi, continuamente affinate nell'esercizio della preghiera che non le supplisce - la preghiera non supplisce lo zelo, lo spirito di fede, l'impegno, la capacità di donarsi - ma è quella nella quale tutte quante sono avvolte e nella quale vengono continuamente ritemprate nella lotta>>.
Callisto e Ignazio Xanthopouli: <<non chiederti quali siano le cause delle tentazioni, da dove provengano, ma solo prega Dio di poterle sopportare>>. (Filocalia, 4)

12. Preghiamo

Benedetto il Signore, mia roccia,
che addestra le mie mani alla guerra,
le mie dita alla battaglia,
mio alleato e mia fortezza,
mio rifugio e mio liberatore,
mio scudo in cui confido,
colui che sottomette i popoli al mio giogo.

Signore, che cos’è l’uomo perché tu l’abbia a cuore?
Il figlio dell’uomo, perché te ne dia pensiero?
L’uomo è come un soffio,
i suoi giorni come ombra che passa.
Signore, abbassa il tuo cielo e discendi,
tocca i monti ed essi fumeranno.
Stendi dall’alto la tua mano,
scampami e liberami dalle grandi acque,
dalla mano degli stranieri.
Lancia folgori e disperdili,
scaglia le tue saette e sconfiggili.
La loro bocca dice cose false
e la loro è una destra di menzogna.

O Dio, ti canterò un canto nuovo,
inneggerò a te con l’arpa a dieci corde,
a te, che dai vittoria ai re,

che scampi Davide, tuo servo, dalla spada iniqua.