25 anni con Lui

25 anni con Lui
(William Kurelek, El burro que lleva a Dios) Sac. Ignazio La China XXV° anniversario della Ordinazione Presbiterale 1988 - 10 settembre - 2013

lunedì 17 novembre 2014

CONFESSARE I TALENTI E LA GRAZIA

Tengo una rubrica su un mensile locale dal titolo “Confessioni ad alta voce”.
Decidere di “confessarsi in pubblico” è sicuramente per certi versi un’operazione - mi si passi il termine - “spudorata” : è un presentarsi “nudi” all’occhio del lettore che può essere a volte benevolo, a volte spietato.
 “Confessione”: è proprio il meccanismo che, credo, oggi ci possa far uscire non solo da una sorta di buio anonimato in cui come si dice “tutte le mucche sono nere”, ma anche da un certo solipsismo spirituale che ci fa rinchiudere ognuno nella coltivazione del proprio “hortus conclusus”.
Non per fare buonismo: ma se ognuno di noi “confessasse” (nel senso etimologico del termine proprio di rendere testimonianza) il bene che c’è in noi e nel mondo (per chi crede: che Dio ha messo in noi e nel mondo) coinvolgendo gli altri in questa testimonianza, credo che nei giornali troveremmo meno cronaca nera (e di tanti altri colori) e più sentimenti autentici. Meno bruttura e più bellezza : non sarà proprio quest’ultima che Dostoievskj dice dovrà salvare il mondo? Confessarsi a partire dai richiami al vissuto e al duro mestiere di vivere illuminato tuttavia dalla Grazia, credo si possa inscrivere proprio su questa linea.
E solo così credo si possa avviare un vero dialogo con gli altri compagni di viaggio, viatores con meta o in cerca di meta.

Anche se questo comporta l’impegno di continuare a parlare il “patois” di Canaan, cioè il dialetto di Palestina che - fuor dai veli - è lo stile semplice e immediato che privilegia i rapporti umani prima che le dotte elucubrazioni: è lo stile del Cristo pellegrino fra le strade di Galilea che prego giorno dopo giorno di far mio. Confesso che non è facile parlarlo, per chi come me, è più impastato di latino e greco, di “lettere e filosofia” ! Ma ho scelto di servire un Dio che spesso si rivela ai semplici e irride le intellighentie: per questo mi è gradito l’esercizio di un ministero in una parrocchia in cui sono costretto ogni volta a rimettere i piedi a terra e la testa fuori dalle nuvole ! Se sia umiltà  la mia non spetta a me dirlo (potrebbe pure essere bencelato orgoglio): certo per me è un’occasione di maturazione e...senza timore di ripetermi, di Grazia!

mercoledì 12 novembre 2014

Per il futuro? Ritornare a scommettere sull'educazione.

Viviamo in tempi in cui abbiamo assistito - per dirla schematicamente - alla fine degli assolutismi, alla perdita dei valori, al crollo degli ideali, alla  crisi delle istituzioni, al dilagare di una illegalità diffusa a tutti i livelli, al lento ma a prima vista inarrestabile traballare di famiglia, Stato, scuola....e aggiungerei anche Chiesa...
Conseguentemente abbiamo davanti a noi ad esempio giovani sempre più insicuri (vedi l’innalzamento e l’allargamento del periodo adolescenziale), personalità fragili (vedi l’incapacità di fare scelte, specie se durature, e i sacrifici conseguenti alle scelte, o di portarle avanti nel tempo : emblematico è il fallimento di tanti matrimoni di coppie giovani, ),  giovani vittime di manipolazioni ( vedi l’influenza sempre più alta dei mass media),  giovani contesi o dissociati tra le diverse agenzie educative o pseudoeducative ( vedi i giovani che fanno musica, sport, scautismo etc o che appartengono insieme  a gruppi di matrice diversa...incapaci di stabilire una gerarchia di valori o che rispondono ai valori/pseudovalori come Zelig, il personaggio di Woody Allen, a seconda delle situazioni).
Il compromesso così sembra essere diventato la regola, l’incoerenza tra valori e scelte concrete sembra quasi connaturata ad uno stile di vita sempre più illuministicamente dissociato tra il dire e il fare (se è detto è fatto?!).
Risultato di tutto ciò è la frammentazione dell’identità: spesso si vive quasi a compartimenti stagni, incapaci di operare una vera “reductio ad unum”, cioè incapaci di ricondurre la diversità delle esperienze ad un unico punto attorno al quale fare ruotare e dal quale ricevere senso, per leggere se stessi come il soggetto unico della propria storia. Abbiamo bisogno di quel “centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose, sulla gente...” che cercava, cantando, Battiato.
Emblematica, a proposito, è la confusione dei ruoli (vedi il rapporto uomo-donna o la crisi  dell’identità personale), oppure il relativismo etico (se ogni persona ha la propria verità, allora fa quello che vuole: è i trionfo del “secondo me”, del “mi piace, quindi è così”, del “così è bello” o del “il corpo è mio e me lo gestisco io”) che sfocia, per alcuni aspetti, nella pluriappartenenza (vedi il caso del Baggio “buddista” o il fenomeno del New Age) e, per altri aspetti, nella privatizzazione dei comportamenti.
Come definire allora un giovane che vive in questa rete, spesso groviglio, di problemi che si riversano nella sua esistenza e che la connotano e la condizionano spesso in modo tragico e irreversibile, specie in situazioni socioculturali quali quelle della Sicilia dominate da piaghe quali la disoccupazione, sacche di povertà ancora estese, micro e maxi delinquenza, criminalità organizzata, mafia, inquinamento sociopolitico ed ecclesiale, diffidenza verso le istituzioni, mancanza di senso civico, religiosità popolare  e costumi ancora fortemente tradizionalistici?
Io lo definirei un “giovane a rischio”, dove però la categoria “a rischio” prima che essere sociologica è esistenziale: quello infatti che si mette a rischio non è qualche aspetto della vita, materiale o no che sia, è anzitutto la vita stessa, nella sua qualità, nella chiamata alla realizzazione piena di sé che ogni vita porta inscritta nella propria esistenza.
In questo senso  i giovani della Sicilia oggi sono a rischio, perché il mondo è a rischio: la Sicilia è specchio di quello che oggi è il mondo!
Eppure, pur parlando di situazioni a rischio, non vorrei mancare al mio dovere di scout di saper vedere anche il 5% di buono presente in quest’oggi e in questo mondo. Sarebbe infatti ingiusto tacere di quelle tante realtà che viaggiano nella direzione opposta a quella precedentemente vista: sono ad esempio l’impegno per la pace di tanti, la cooperazione e lo sviluppo tra i popoli, l’impegno per la salvaguardia del creato, per una società più giusta e solidale e più a misura d’uomo (vedi   l’AVS, il servizio civile, il volontariato) e poi la rinascita di una coscienza politica, il fermento antimafia, e , al livello ecclesiale, il risveglio e l’impegno per una vera esperienza di fede in una Chiesa-Popolo di Dio e Corpo di Cristo che vive nella testimonianza -a volte letteralmente vero e proprio martirio - il proprio servizio dell’annuncio del vangelo del Regno al mondo.
Come ingiusto sarebbe inoltre non riconoscere nel volto della Sicilia, per rimanere nell’ambiente che ci interessa più da vicino, assieme alle tante rughe che lo deturpano, anche i tratti della intelligenza, della forza e della tenacia con i quali spesso la rassegnazione si trasforma in laboriosità; i tratti della  generosità che si coniuga in termini di solidarietà, ospitalità, accoglienza, tolleranza, integrazione razziale (è questa la lezione della storia!), i tratti dell’ironia che pirandellianamente sa elevare un innato pessimismo ad un  sano realismo ...sono tratti questi che rappresentano una risorsa, una riserva, assieme a quelle realtà di bene cui prima accennavamo più in generale, da cui trarre ricche suggestioni per il lavoro che ci apprestiamo a fare.
A questo punto, chi deve essere e come un cristiano che vuole scommettere sulla formazione e sull’educazione delle nuove generazioni?
E’ uno che ha anzitutto il coraggio  dell’intelligenza: cioè il coraggio di andare dentro le cose (intus-legere), di superare le apparenze, di andare al nocciolo, alla sostanza delle cose (sub-stantia:ciò che sta sotto), ricordando l’ammonimento della volpe al Piccolo Principe: “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Questo significa, per un educatore, la capacità di superare ogni superficialità, in noi stessi e negli altri, il rifiuto di farci ingannare dagli specchietti per le allodole...per andare alla interiorità: è il rifiuto del “look”, dell’apparenza per ritornare all’essere.
E chi ha il coraggio dell’intelligenza ha anche il  coraggio del discernimento. Proprio nell’epoca della contraddizione, della confusione e del relativismo il dovere del discernimento si impone più che mai come il coraggio di scegliere e di saper scegliere, distinguendo tra bene e male: “tutto provate, ritenete ciò che è buono” ammonisce San Paolo.
Mi sembra che una delle urgenze più grandi per gli educatori sia quella di aiutare a superare l’indifferentismo e di educare alle scelte, alle scelte responsabili. Questo significa, per un educatore, la capacità di un atteggiamento critico nei confronti di se stesso anzitutto e poi degli altri e della realtà che ci circonda, non per seminare dubbi o zizzania per partito preso, ma per sottoporre ogni cosa al vaglio critico della Parola di Dio, che mettendo in luce le ombre del peccato e le tentazioni al compromesso ci spinge a continua conversione.
Ma intelligenza e discernimento si pagano con un altro coraggio: quello di ricercare sempre, senza posa, la verità. Solo infatti chi ha l’umiltà di riconoscere di non essere depositario di verità precostituite, avrà il coraggio di superare ogni dogmatismo, di uscire dalle proprie sicurezze, spesso false, per impegnarsi in un pellegrinaggio alla ricerca della verità, che diventa, per chi ha il coraggio di compierlo fino in fondo, un cammino di liberazione, se vero, come è vero, che la verità ci farà liberi (Gv).
Questo significa, per un educatore che aspira a diventare formatore di personalità autentiche, la capacità anzitutto di mettersi a nudo, di gettare la maschera, di sciogliere i tanti legami dell’ipocrisia per ripartire da una vita sentita e vissuta nella  sincerità del cuore.
E dato poi che per noi che ci diciamo cristiani la verità non è un ideale astratto, o peggio un “flatus vocis”, ma una persona ben concreta, Gesù di Nazareth che noi confessiamo come il Cristo di Dio, allora potremo dire che l’educatore cristiano è uno che, oggi più che mai, ha il coraggio  di mettersi con più decisione alla sequela di Cristo, nell’esperienza della fede, nella docilità allo Spirito, nell’obbedienza della Parola, nella appartenenza ecclesiale, nella libertà della coscienza.
Chi deve essere l’educatore cristiano infatti se non colui che nella coerenza della propria vita testimonia una sempre rinnovata fedeltà a Cristo che lo ha liberato? “liberi e fedeli in Cristo” dice P. Haring a proposito della vita dei cristiani: libero e fedele in Cristo deve essere un Capo, per essere a sua volta nella Chiesa e nel mondo segno e strumento di liberazione. Poiché infatti oggi l’educazione non può non coniugarsi in termini di liberazione, di superamento cioè delle contraddizioni tra fede-vita, ideale-reale, interiore - esteriore, pubblico-privato, personale-comunitario, materiale-spirituale...superamento in vita della realizzazione dell’uomo integrale...
Questo significa per noi in questa sede, avere il coraggio di una revisione critica del nostro modo di essere e delle nostre scelte: prima di guardare ai ragazzi dobbiamo guardare a noi stessi, con onestà! Ci dice infatti il Vangelo che “se un cieco guida un altro cieco, entrambi finiscono in una fossa”: allora molto onestamente dobbiamo dire oggi che i frutti del nostro servizio dipendono dalla qualità di noi Capi. Dobbiamo allora puntare sulla qualità, come primo impegno: sulla qualità dell’essere che si traduce in termini di una spiritualità cristiana sempre più sperimentata, vissuta, incarnata... e che sfocia nella qualità del servizio che si traduce in termini di una competenza sempre maggiore (sono finiti i tempi del pressappochismo e delle buone intenzioni!!!).
Noi purtroppo siamo figli e vittime di quello che in filosofia oggi viene detto il “pensiero debole”: cosa viene insegnato oggi? Che non esistono valori - certezze e che è inutile cercarle e che se anche esistessero la nostra  mente non riuscirebbe a coglierli in pieno dati  i suoi limiti, e che se anche riuscisse a capire qualcosa non saprebbe né comunicarla né viverla: e allora? Allora accontentiamoci di vivere alla giornata, di non pensare a mete irraggiungibili: gli ideali? E chi li ha mai visti o toccati? Meglio altre mete che, guarda caso, devono essere tangibili: beni, denaro, potere...si potrebbe continuare, ma credo che ci siamo capiti: oggi assistiamo al trionfo della mediocrità, al ripiego dell’uomo su se stesso, al rifiuto della sua chiamata ad essere Altro, e alla conseguente tragedia della perdita dell’identità stessa dell’uomo. Eppure il Poeta (!) ci aveva ammoniti: “fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza...”: A parte la citazione dotta ,
Dobbiamo osare pensare in grande, dobbiamo liberare i sogni e ritornare a giocare con le stelle: come paradossalmente veniva suggerito a Peter Pan per crescere, per riuscire a volare!


venerdì 31 ottobre 2014

La festa dei morti


Per indicare il superamento del paganesimo il papa aveva consacrato il Pantheon, luogo romano dedicato a tutti gli dei, come chiesa cristiana dedicandola al culto della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi. E fu scelto come giorno il primo del mese di novembre. Intorno all’anno Mille, nell’Abbazia di Cluny in Francia, alla fine dei Vespri solenni di tutti i Santi i monaci si portavano in processione presso il loro cimitero e facevano un ufficio di suffragio per tutti i loro morti. Pian piano dal solo ufficio vespertino si passò ad un ufficio vero e proprio durante le ore canoniche del giorno seguente e questa tradizione si diffuse così rapidamente che la chiesa concesse di commemorare il due novembre tutti i fedeli defunti in ogni luogo della cristianità. Nacque così la “festa” dei morti in un giorno particolare del calendario liturgico, ma non certo il ricordo dei morti: questo si fa in ogni celebrazione della Messa in cui si fa memoria della “Comunione dei Santi”, cioè viene ricordato come tutti, quelli che ancora peregriniamo qui sulla terra (= la Chiesa Militante), quelli che sono morti (= la Chiesa purgante ) e i santi che sono già in Paradiso (= la Chiesa trionfante) formiamo tutti un’unica Chiesa perché tutti accomunati dal Battesimo. Comunione dei santi qui sta appunto per Comunione dei battezzati perché “Santo, Santità” era l’appellativo scambievole con cui si chiamavano i primi cristiani (ora rimasto in uso solo per il papa). E a partire da questa “comunione”, cioè esperienza di amore scambievole e di grazia divina, che si capisce anche il ricordo dei morti: se tutti siamo una sola famiglia e se non valgono i vincoli della morte, allora tra santi in cielo, morti e fedeli in terra può continuare ad esistere un fecondo rapporto di amicizia. Ad esempio io posso pregare e chiedere l’intercessione dei santi e suffragare i defunti perché la mia azione, essendo per così dire ancora in contatto tra noi può essere efficace. E questo a partire dalla esperienza di fede nella risurrezione dei morti e nella vita eterna.

Mi scuso per questa lunga introduzione, ma credo che questo è l’unico modo per comprendere la genesi di una festa che da noi (grazie a Dio) è ancora abbastanza sentita: la festa dei morti, appunto. E dico grazie a Dio non solo per un motivo religioso ( potrebbe altrimenti il mio sembrare solo un discorso da prete) ma anche profondamente umano. E’ stato bello nella mia infanzia aspettare il giorno dei morti per ricevere i regali (“i muorti, i murticieddi”) perché è un modo con cui la sapienza e la fede popolare ti passava un messaggio bellissimo: i cari morti non sono scomparsi nel nulla, ci sono ancora accanto, noi preghiamo per loro e loro si interessano ancora per noi (non si parlava una volta di scambio di amorosi sensi tra vivi e morti?). Un modo per ribadire la fede cristiana e per far vivere serenamente la morte (all’opposto di oggi in cui la morte è stata banalizzata nei serial TV e nascosta ed esorcizzata dalla vita reale). Un modo per dire che i morti ci sono amici e di loro non si può avere paura (la sapienza popolare sempre ammonisce che è dei vivi che invece bisogna aver timore!). Perché, attenti, se so guardare serenamente alla morte so vivere anche serenamente la vita. Adesso si scappa dalla visione della morte e non si coglie più il senso della vita! Poveri genitori che non fanno vedere ai figli i nonni morti: non sanno che li preparano a essere sconfitti dalla vita! Viva dunque il culto dei morti e la festa dei morti, perché appunto e paradossalmente è la festa della vita. Meglio dunque un giorno di cimiteri affollati (certo più spesso non farebbe male) che lasciare morti e morte nel dimenticatoio. E qui siamo proprio all’opposto del neopaganesimo strisciante della cultura anglosassone e americana che purtroppo sta sbarcando pure da noi in cui i morti sono gli spettri che terrorizzano e che ritornano la notte di Hallowen a fare baraonda sulla terra! E noi che davanti a queste americanate ci caliamo le braghe! Quando abbiamo un patrimonio culturale da non temere confronti! Perché non è certo questo un segno di modernità, anzi! Ma da un’europa che dimentica di essere figlia del cristianesimo cosa ci si poteva aspettare?

sabato 18 ottobre 2014

vera e falsa riforma della Chiesa

"In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all'opposizione. E, per passare all'opposizione, dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all'opposizione contro un potere che l'ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un «nuovo» bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l'hanno abbandonata. Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l'Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l'affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio). È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all'opposizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi."
* "I dilemmi di un Papa, oggi" di P.P. Pasolini, Corriere della Sera del 22.09.1974

sabato 6 settembre 2014

Il suicidio dell'Occidente

Scoprire che nelle fila dei terroristi islamici va sempre più aumentando il numero di occidentali ( anche italiani) convertiti, è un fatto certamente sconvolgente, e che però, permettetemi l'espressione,  potrebbe diventare anche salutare per lo stesso Occidente, se solo se ne cogliesse la portata provocatoria.
Si tratta qui infatti non di giovani di famiglie islamiche immigrate nei nostri paesi (in cui magari il ritorno ad un islamismo integralista potrebbe essere compreso come una sorta di ricerca delle proprie radici culturali) ma si tratta di giovani di buone famiglie cristiane (cattoliche o anglicane o protestanti non importa) i cui figli si sentono attratti dalla forza totalizzante del credo musulmano.
Attenzione, già sarebbe preoccupante il primo caso, quello dei giovani di famiglie musulmane che si buttano capofitto nella interpretazione più rigida e riduttiva dell'islam: perché significa che l'integrazione delle loro famiglie è stata, se lo è stata, solo da un punto di vista economico, ma che sia a questi, come agli altri, cattolici magari di buona famiglia e che quasi certamente da piccoli hanno ricevuto battesimo comunione e cresima, a tutti questi, poi, la società occidentale, oltre al sogno materialista e consumista non ha saputo dare altro.
Scriveva Albert Camus nei suoi Taccuini: "si serve l'uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l'uomo ha bisogno di pane e di giustizia, si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno. Ma egli ha anche bisogno della bellezza pura che è il pane del suo cuore. Il resto non è serio."
Ricordo che Camus diceva di essere ateo. Eppure comprese che anche il cuore ha le sue "fami", dove qui "cuore" sta per tutta la interiorità dell'uomo e "bellezza pura" sta per ciò che non è riconducibile al mercato e al consumo.
Eppure da più di un secolo viviamo sotto l'attacco di un nichilismo distruttore di qualsiasi valore e realtà spirituale.
Abbiamo ridotto l'uomo "ad una dimensione ", come diceva il titolo di un saggio molto in voga decenni fa.
Si è creduto che, soddisfacendo la pancia e quello che vi sta sotto, con tutte le voglie annesse e connesse, l'uomo si potesse così sentire felicemente appagato e realizzato.
In questo senso già il '68, pur nella sua ambiguità, nella sua ricerca di modi alternativi di vita, era stato un grido di allarme e di protesta contro stili di vita in cui tutto si sacrificava all'idolo del progresso economico.
Allora la direzione per tanti fu l'oriente induista e buddista in cui poter recuperare la dimensione spirituale.
Purtroppo, per tanti, il passaggio fu letale, per il cammino cosparso dall'uso di droghe e di pratiche in realtà anche qui più illusorie che veritiere: basti pensare alle varie forme di new age  sulle cui fondamenta fatue ancora tanti cercano di costruire società alternative.
Ma il negare che l'uomo abbia anche altre dimensioni, il fare di tutto per fargliele dimenticare (a cosa servono tanti programmi televisivi se non a questo?), non significa che ciò sia vero  e che questo sia possibile.
Che l'uomo abbia bisogno di qualcosa che dia senso alla propria vita, diciamo per intenderci un ideale per cui vivere e al limite anche morire, è una necessità insita nel cuore di ogni uomo. Per quanto si cerchi di ipnotizzarlo e asservirlo ad altri modelli di vita, prima o poi il desiderio di comprendere chi si è, da dove si viene e verso quale destino si vada ( sono le classiche domande ineludibili che segnano il nostro essere uomini in quanto tali) rispunterà prepotente in ogni uomo.
Il giovane di buona famiglia (cattolica) che si arruola nella jihad perché finalmente ha trovato un ideale per cui spendersi fino all'estremo è un tremendo e tragico j'accuse delle nuove generazioni verso genitori imbecilli e deficienti (nel senso etimologico latino) che hanno creduto di educare i figli a forza di cibo e di regali, al massimo proponendo loro come meta la vittoria ad "Amici" e programmi similari, come se la vita fosse tutta e solo un mega show che di reality ha solo il nome perché tutto falso e ingannevole dietro le quinte. E ora questi figli sazi si rivoltano con rabbia contro i padri perché sentono, al di là di quanto ciò stesso sia esprimibile e concettualizzabile, di essere stati ingannati dai padri stessi.
Padri chiusi nella loro rivolta adolescenziale contro ogni valore che potesse dar senso al vivere e al morire, al gioire e al soffrire (tanto la vita si manipola, la morte si ignora il soffrire si nega: resta solo il divertimento), hanno allevato i figli in bolle di nulla, nell'insipienza e insignificanza totale, ignari di star preparando il suicidio dell'occidente.
Un tunisino ha detto ad un prete di Vittoria, mio amico: "ma davvero voi dite di credere in Dio? Dal modo come vivete, pensando solo ad affari e sesso, si direbbe che siete tutti atei."
Ecco perché i nostri giovani si arruolano nelle file di Allah, perché trovano un ideale in cui ancora la fede e la vita vanno insieme, perché tutte le critiche si potranno fare all'Islam tranne che abbia separato fede e vita.
Noi cristiani abbiamo voluto relegare Dio nel cielo ( Prevert così bestemmiò: "mpadre nostro che sei nei cieli: restaci") per fare i nostri porci comodi qui sulla terra. Eccone i frutti!
Un grande pensatore ateo marxista tempo fa si convertì al cristianesimo in Francia.
Ma dopo alcuni anni passò all'Islam. Il cristianesimo, disse, ha perso il senso dell'Assoluto, di Dio. E le famiglie non educano più alla fede.
Un gesto dirompente che avrebbe dovuto farci riflettere.
Una famiglia infatti che non trasmette Dio ai propri figli ha segnato la sua morte. Ma non solo la sua, ma dell'intera società.
L'occidente morirà proprio per questo.
Ma nessuno sembra ancora capirlo.
   

martedì 24 giugno 2014

La vera manna

“Man – hu?”  “Cosa è ciò?”
Così si chiesero l’un l’altro gli ebrei nel deserto quando un mattino scoprirono la manna depositata sulle tende dei loro accampamenti.
Era il modo con cui Dio si prendeva cura del suo popolo, della fame del suo popolo.
Un pane nuovo, disceso dal cielo: “aveva il sapore di una schiacciata di pane caldo, diranno poi alcuni rabbini”; “è il cibo con cui si nutrono gli angeli – diranno altri rabbini – è fatto di materia celeste e ha il sapore e la trasparenza del miele”.
Per secoli il popolo ebraico ha riflettuto su questo miracolo, per comprendere non solo che tipo di cibo era questa manna ma anche sugli effetti che aveva su chi la mangiava.
Certo, in quanto pane doveva essere fatto di farina, ma da quale frumento? Da quali campi? Da quale agricoltore?
“Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.
Ecco l’approdo della riflessione rabbinica: la manna niente altro è che il cibo fatto con la parola di Dio, che scendendo dal cielo come chicchi di frumento è macinata nei mulini delle nuvole e scende come rugiada sulla terra, affinché ogni uomo impari a nutrirsi della parola del Signore e a saper dire “mio cibo è fare la volontà del Padre”.
E giacché viene da Dio è farina di luce, frumento di luce: luce da luce.
E come luce rende luminosi, trasparenti, luce essi stessi, quanti di essa si nutrono.
La manna infatti viene subito assimilata in bocca: e ciò fa dire ai rabbini che la manna non viene assimilata dall’apparato digerente, ma che – penetrando immediatamente in tutte le membra del corpo – è essa che assimila a sé e trasfigura man mano in luce chi la mangia.
E così pian piano nutrendosi di manna l’uomo diventa sempre più diafano, trasparente, la sua umanità viene trasfigurata dalla luce divina in modo che alla fine l’Adamo peccatore rivestito di pelle ritorni alla sua primigenia esperienza di creatura plasmata ad immagine e somiglianza di Dio in cui risplende la stessa luce divina.
Nutrendosi di manna, cioè della parola di Dio, l’uomo così vive sotto l’azione della grazia che permeandolo dal di dentro lo riconduce all’esperienza di Dio, della vita eterna, persa a causa del peccato.
Certo questo è l’approdo finale della riflessione rabbinica sull’esperienza del dono della manna ai padri nel deserto che, pur nutrendosi di questa, morirono tutti lungo il cammino verso la terra promessa.
“I vostri padri mangiarono la manna eppure morirono” dirà infatti Gesù.
Ma nella loro riflessione i sapienti di Israele avevano già intuito che quella manna ha un significato esemplare, è simbolo, tipo, di un’altra manna, quella vera, in cui davvero il frumento della parola di Dio, macinato e impastato dalla rugiada della grazia divina diventi pane di vita.
La manna del deserto è il segno di una attesa e del suo compimento.
Della fame e del giorno in cui questa sarebbe stata saziata.

E noi oggi celebriamo proprio colui che “Con i simboli è annunziato,  in Isacco dato a morte, nell'agnello della Pasqua, nella manna data ai padri” – come ci fa dire la bellissima sequenza di San Tommaso D’Aquino.
Noi celebriamo oggi colui che di sé può dire “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”.
Gesù si presenta come la vera manna, il vero pane del cielo.
Come prima, nel dialogo con la Samaritana, Gesù si presenta come “l’acqua viva” capace di dare lo Spirito che disseta ogni sete, così ora lui si presenta come “il pane vivo” capace di saziare ogni fame: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”.
E davvero lui può dirlo di se stesso: egli è la vera manna celeste, Parola pronunciata dal Padre prima di tutti i secoli, “che per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”;
Egli è il Verbo stesso di Dio, fattosi carne per darsi in cibo.
“Verbo di Dio impastato di sangue e latte di Maria”, come ci fa pregare una antica antifona in dialetto prima di ricevere la comunione.

Ecco perché egli può dire che, essendo ormai lui il vero pane/manna sceso dal cielo, l’unico modo possibile di farsi alimentare da lui è il cibarsi del suo corpo e del suo sangue, cioè della sua carne:
“il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Una proposta che ancora oggi giunge a noi scandalosa e inaudita: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. 
Ma Gesù, più che dare spiegazioni, oggi non fa altro che rincalzarci col suo invito: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.” 
Oggi, credo, sia il tempo di riscoprire questa affermazione di Gesù in tutta la sua pretesa salvifica unica  e irriducibile.
E’ come se oggi Gesù dicesse ad ognuno di noi: “davvero tu vuoi la vita eterna? Davvero tu hai fame di un cibo che non perisce? Davvero vuoi vivere una vita che ti sazi nella tua vera umanità, nella tua dignità di creatura in cui Dio rispecchia la sua immagine? Allora non farti ingannare da altri cibi, da altre bevande: Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”.

In Gesù il donante e il dono si fanno uno, coincidono: il pane che lui dà è il suo stesso corpo.
Il pane e il vino presentati nel segno anticipatore della Cena sono il Corpo e il Sangue offerti sulla mensa della croce come dono di se stesso, della propria vita.

Da allora il banchetto e il sacrificio sono le due facce di una stessa realtà: siamo invitati a cibarci di Colui che per noi si è sacrificato sulla croce.
“In lui era la vita”: la comunione al sacramento del suo corpo e del suo sangue ci comunica la sua stessa vita.
“il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?”


La festa di oggi ci ricorda che è l’eucaristia che verifica la nostra esperienza di fede: non c’è vera fede cristiana che non sia eucaristica: che cioè non abbia fonte e culmine nella celebrazione del’eucaristia.
Domandiamoci allora, ognuno di noi: come vivo il mio rapporto con l’eucaristia?
Oggi si pretende di vivere la fede ma senza eucaristia, tanti si dicono cristiani ma non partecipano all’eucaristia, mentre paradossalmente, pretende l’eucaristia ci ha fatto scelte di vita lontane dalla logica cristiana.

La chiesa invece oggi ci ricorda che l’eucaristia è, come la manna di allora, il frutto, il dono dopo la prova:
“Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi …, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.

L’eucaristia ci insegna dunque anzitutto come guardare al mondo e alla storia: come al tempo e al luogo in cui il Signore ci mette alla prova per saggiare la nostra fedeltà.
Non dimentichiamo che Gesù è venuto, secondo la profezia di Simeone, perché siano svelati i pensieri di molti cuori.

Nella tradizione rabbinica la manna non è solo il pane degli angeli, ma anche il pane dei forti: cioè di chi sa resistere alle tentazioni del cammino, ai miraggi del deserto. E dei deboli che vogliono rivestirsi del vigore della grazia.
Non è il cibo degli imbelli, dei pavidi, di chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro, non è il cibo di chi mormora, degli ipocriti, degli ingrati.
E allora chiediamoci: Davvero l’eucaristia ci trasforma? Davvero permettiamo che il Cristo ci assuma in sé? Davvero permettiamo di coinvolgerci nella sua vita nuova?
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.” 

E la prova che lasciamo che il Cristo ci assuma nella sua vita e nel suo corpo è data dal fatto che il lasciarci incorporare in lui diventa anche un lasciarci edificare nella sua Chiesa:
“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”.
Il sentire cum Christo è sempre un sentire cum ecclesia.
Il vivere in Cristo è anche un vivere nella Chiesa.
Dobbiamo constatare invece che tanti ancora oggi vorrebbero vivere un Cristo, separandolo dalla appartenenza ecclesiale.
Ma non ci può essere comunione con Cristo senza comunione con i fratelli.
Chi accetta di vivere in Cristo deve accettare anche che Cristo tramite l’eucaristia lo coinvolga nel sacrificio della propria vita per la salvezza dei fratelli.
Tanti che vivono la loro devozione eucaristica in modo solitario ed egoistico, rinchiusi in una dimensione privatistica della loro religiosità senza nessuna attenzione ai fratelli, specie quelli che soffrono e hanno bisogno di essere accolti e curati, non si rendono conto di stare vivendo una fede falsa e alienante che tradisce la stessa eucaristia cui partecipano.

E dunque bisogna stare attenti a come accedere all’eucaristia.
San Tommaso, con le parole di  San Paolo ammonisce:
Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione
ben diverso è l'esito!
Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev'essere gettato ai cani.

Vogliamo pregare dunque Maria, primo tabernacolo della storia, che aiuti ognuno di noi a diventare tabernacoli viventi sulle vie del mondo e della storia.
Per portare e far cibare del Cristo pane del Cielo ogni fratello che incontreremo sulle nostre strade.



martedì 3 giugno 2014

PAPA FRANCESCO IN TERRASANTA.

Se anche non avesse tenuto nessun discorso, credo che i gesti di Papa Francesco e alcune immagini significative sarebbero state altrettanto eloquenti.  Mi piace fra tutte evocarne tre che, per il mio impegno al servizio per il dialogo ecumenico ed interreligioso mi hanno colpito.
La prima immagine che mi ha commosso è stata la preghiera silenziosa, l’uno accanto all’altro, quasi addossati alla pietra della tomba di Cristo di Francesco e Bartolomeo: come non pensare a Pietro e Giovanni in quel giorno di Pasqua, entrati per vedere e per credere, sfidati alla fede proprio da quel sepolcro vuoto! Ma su quella pietra c’era il vangelo, c’era l’annunzio, la lieta novella: “è risorto, non è qui!” Che bello il gesto liturgico di far proclamare il vangelo della resurrezione proprio dall’evangelario portato fuori dal Santo Sepolcro: qui si supera ogni ecumenismo di facciata o di scuola, in Pietro e Giovanni che entrano ed escono dalla tomba vuota, ed escono insieme per annunciare l’inaudita novella, ci vien detto che la Chiesa ha un futuro e l’unità dei cristiani non è più un esercizio accademico ma un cammino di fratelli.
Sulla mia pagina di face book, a commento poi di una immagine che mette insieme le tre foto di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco mentre depongono la loro preghiera nella fessura del muro del Tempio, ho scritto: <<Questa è la chiesa che dialoga!>> Perché in quel gesto, credo sia espressa tutta l’intensità e la continuità del dialogo che la Chiesa sta portando avanti col popolo ebraico. Tre tappe di un unico cammino. Giovanni Paolo II nel suo scritto riportò la richiesta di perdono al popolo ebraico pronunciata in occasione del grande Giubileo del 2000; Benedetto XVI si ispirò ad un salmo “delle ascensioni” per sottolineare l’imprescindibilità dalle radici ebraiche da parte del cristianesimo; Francesco ha deposto il testo del Padre Nostro per ribadire la comune adorazione di uno stesso Dio. Né fratelli maggiori o minori, ma padri e figli di un’unica fede: è questo il vero modo di guardarci reciprocamente!
E infine l’immagine dei tre amici, il papa, il rabbino, l’imam che si abbracciano: dove l’amicizia indica il cammino al dialogo interreligioso, perché lo supera nel rispetto della diversità in carità che, come esperienza di Dio è sempre “maior”, più grande. E proprio da qui può partire l’impegno comune per non strumentalizzare il nome di Dio e la collaborazione perché Gerusalemme diventi davvero la metafora della casa comune di ogni figlio di Adamo.
Tre  immagini, un unico desiderio di Francesco: la pace e l’unità, che poi è il desiderio di tutti. Ma che penso segnino un modo nuovo di guardare alla Chiesa e al dialogo da parte della Chiesa. Lo si è visto nella proposta di Francesco di offrire la propria “casa” (e la casa la si apre agli amici) per la preghiera comune tra Israeliani e Palestinesi. Credo sia questo forse il momento ad oggi più alto del pontificato di Francesco.

Ignazio La China