25 anni con Lui

25 anni con Lui
(William Kurelek, El burro que lleva a Dios) Sac. Ignazio La China XXV° anniversario della Ordinazione Presbiterale 1988 - 10 settembre - 2013

sabato 6 settembre 2014

Il suicidio dell'Occidente

Scoprire che nelle fila dei terroristi islamici va sempre più aumentando il numero di occidentali ( anche italiani) convertiti, è un fatto certamente sconvolgente, e che però, permettetemi l'espressione,  potrebbe diventare anche salutare per lo stesso Occidente, se solo se ne cogliesse la portata provocatoria.
Si tratta qui infatti non di giovani di famiglie islamiche immigrate nei nostri paesi (in cui magari il ritorno ad un islamismo integralista potrebbe essere compreso come una sorta di ricerca delle proprie radici culturali) ma si tratta di giovani di buone famiglie cristiane (cattoliche o anglicane o protestanti non importa) i cui figli si sentono attratti dalla forza totalizzante del credo musulmano.
Attenzione, già sarebbe preoccupante il primo caso, quello dei giovani di famiglie musulmane che si buttano capofitto nella interpretazione più rigida e riduttiva dell'islam: perché significa che l'integrazione delle loro famiglie è stata, se lo è stata, solo da un punto di vista economico, ma che sia a questi, come agli altri, cattolici magari di buona famiglia e che quasi certamente da piccoli hanno ricevuto battesimo comunione e cresima, a tutti questi, poi, la società occidentale, oltre al sogno materialista e consumista non ha saputo dare altro.
Scriveva Albert Camus nei suoi Taccuini: "si serve l'uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l'uomo ha bisogno di pane e di giustizia, si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno. Ma egli ha anche bisogno della bellezza pura che è il pane del suo cuore. Il resto non è serio."
Ricordo che Camus diceva di essere ateo. Eppure comprese che anche il cuore ha le sue "fami", dove qui "cuore" sta per tutta la interiorità dell'uomo e "bellezza pura" sta per ciò che non è riconducibile al mercato e al consumo.
Eppure da più di un secolo viviamo sotto l'attacco di un nichilismo distruttore di qualsiasi valore e realtà spirituale.
Abbiamo ridotto l'uomo "ad una dimensione ", come diceva il titolo di un saggio molto in voga decenni fa.
Si è creduto che, soddisfacendo la pancia e quello che vi sta sotto, con tutte le voglie annesse e connesse, l'uomo si potesse così sentire felicemente appagato e realizzato.
In questo senso già il '68, pur nella sua ambiguità, nella sua ricerca di modi alternativi di vita, era stato un grido di allarme e di protesta contro stili di vita in cui tutto si sacrificava all'idolo del progresso economico.
Allora la direzione per tanti fu l'oriente induista e buddista in cui poter recuperare la dimensione spirituale.
Purtroppo, per tanti, il passaggio fu letale, per il cammino cosparso dall'uso di droghe e di pratiche in realtà anche qui più illusorie che veritiere: basti pensare alle varie forme di new age  sulle cui fondamenta fatue ancora tanti cercano di costruire società alternative.
Ma il negare che l'uomo abbia anche altre dimensioni, il fare di tutto per fargliele dimenticare (a cosa servono tanti programmi televisivi se non a questo?), non significa che ciò sia vero  e che questo sia possibile.
Che l'uomo abbia bisogno di qualcosa che dia senso alla propria vita, diciamo per intenderci un ideale per cui vivere e al limite anche morire, è una necessità insita nel cuore di ogni uomo. Per quanto si cerchi di ipnotizzarlo e asservirlo ad altri modelli di vita, prima o poi il desiderio di comprendere chi si è, da dove si viene e verso quale destino si vada ( sono le classiche domande ineludibili che segnano il nostro essere uomini in quanto tali) rispunterà prepotente in ogni uomo.
Il giovane di buona famiglia (cattolica) che si arruola nella jihad perché finalmente ha trovato un ideale per cui spendersi fino all'estremo è un tremendo e tragico j'accuse delle nuove generazioni verso genitori imbecilli e deficienti (nel senso etimologico latino) che hanno creduto di educare i figli a forza di cibo e di regali, al massimo proponendo loro come meta la vittoria ad "Amici" e programmi similari, come se la vita fosse tutta e solo un mega show che di reality ha solo il nome perché tutto falso e ingannevole dietro le quinte. E ora questi figli sazi si rivoltano con rabbia contro i padri perché sentono, al di là di quanto ciò stesso sia esprimibile e concettualizzabile, di essere stati ingannati dai padri stessi.
Padri chiusi nella loro rivolta adolescenziale contro ogni valore che potesse dar senso al vivere e al morire, al gioire e al soffrire (tanto la vita si manipola, la morte si ignora il soffrire si nega: resta solo il divertimento), hanno allevato i figli in bolle di nulla, nell'insipienza e insignificanza totale, ignari di star preparando il suicidio dell'occidente.
Un tunisino ha detto ad un prete di Vittoria, mio amico: "ma davvero voi dite di credere in Dio? Dal modo come vivete, pensando solo ad affari e sesso, si direbbe che siete tutti atei."
Ecco perché i nostri giovani si arruolano nelle file di Allah, perché trovano un ideale in cui ancora la fede e la vita vanno insieme, perché tutte le critiche si potranno fare all'Islam tranne che abbia separato fede e vita.
Noi cristiani abbiamo voluto relegare Dio nel cielo ( Prevert così bestemmiò: "mpadre nostro che sei nei cieli: restaci") per fare i nostri porci comodi qui sulla terra. Eccone i frutti!
Un grande pensatore ateo marxista tempo fa si convertì al cristianesimo in Francia.
Ma dopo alcuni anni passò all'Islam. Il cristianesimo, disse, ha perso il senso dell'Assoluto, di Dio. E le famiglie non educano più alla fede.
Un gesto dirompente che avrebbe dovuto farci riflettere.
Una famiglia infatti che non trasmette Dio ai propri figli ha segnato la sua morte. Ma non solo la sua, ma dell'intera società.
L'occidente morirà proprio per questo.
Ma nessuno sembra ancora capirlo.
   

martedì 24 giugno 2014

La vera manna

“Man – hu?”  “Cosa è ciò?”
Così si chiesero l’un l’altro gli ebrei nel deserto quando un mattino scoprirono la manna depositata sulle tende dei loro accampamenti.
Era il modo con cui Dio si prendeva cura del suo popolo, della fame del suo popolo.
Un pane nuovo, disceso dal cielo: “aveva il sapore di una schiacciata di pane caldo, diranno poi alcuni rabbini”; “è il cibo con cui si nutrono gli angeli – diranno altri rabbini – è fatto di materia celeste e ha il sapore e la trasparenza del miele”.
Per secoli il popolo ebraico ha riflettuto su questo miracolo, per comprendere non solo che tipo di cibo era questa manna ma anche sugli effetti che aveva su chi la mangiava.
Certo, in quanto pane doveva essere fatto di farina, ma da quale frumento? Da quali campi? Da quale agricoltore?
“Ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.
Ecco l’approdo della riflessione rabbinica: la manna niente altro è che il cibo fatto con la parola di Dio, che scendendo dal cielo come chicchi di frumento è macinata nei mulini delle nuvole e scende come rugiada sulla terra, affinché ogni uomo impari a nutrirsi della parola del Signore e a saper dire “mio cibo è fare la volontà del Padre”.
E giacché viene da Dio è farina di luce, frumento di luce: luce da luce.
E come luce rende luminosi, trasparenti, luce essi stessi, quanti di essa si nutrono.
La manna infatti viene subito assimilata in bocca: e ciò fa dire ai rabbini che la manna non viene assimilata dall’apparato digerente, ma che – penetrando immediatamente in tutte le membra del corpo – è essa che assimila a sé e trasfigura man mano in luce chi la mangia.
E così pian piano nutrendosi di manna l’uomo diventa sempre più diafano, trasparente, la sua umanità viene trasfigurata dalla luce divina in modo che alla fine l’Adamo peccatore rivestito di pelle ritorni alla sua primigenia esperienza di creatura plasmata ad immagine e somiglianza di Dio in cui risplende la stessa luce divina.
Nutrendosi di manna, cioè della parola di Dio, l’uomo così vive sotto l’azione della grazia che permeandolo dal di dentro lo riconduce all’esperienza di Dio, della vita eterna, persa a causa del peccato.
Certo questo è l’approdo finale della riflessione rabbinica sull’esperienza del dono della manna ai padri nel deserto che, pur nutrendosi di questa, morirono tutti lungo il cammino verso la terra promessa.
“I vostri padri mangiarono la manna eppure morirono” dirà infatti Gesù.
Ma nella loro riflessione i sapienti di Israele avevano già intuito che quella manna ha un significato esemplare, è simbolo, tipo, di un’altra manna, quella vera, in cui davvero il frumento della parola di Dio, macinato e impastato dalla rugiada della grazia divina diventi pane di vita.
La manna del deserto è il segno di una attesa e del suo compimento.
Della fame e del giorno in cui questa sarebbe stata saziata.

E noi oggi celebriamo proprio colui che “Con i simboli è annunziato,  in Isacco dato a morte, nell'agnello della Pasqua, nella manna data ai padri” – come ci fa dire la bellissima sequenza di San Tommaso D’Aquino.
Noi celebriamo oggi colui che di sé può dire “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”.
Gesù si presenta come la vera manna, il vero pane del cielo.
Come prima, nel dialogo con la Samaritana, Gesù si presenta come “l’acqua viva” capace di dare lo Spirito che disseta ogni sete, così ora lui si presenta come “il pane vivo” capace di saziare ogni fame: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”.
E davvero lui può dirlo di se stesso: egli è la vera manna celeste, Parola pronunciata dal Padre prima di tutti i secoli, “che per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”;
Egli è il Verbo stesso di Dio, fattosi carne per darsi in cibo.
“Verbo di Dio impastato di sangue e latte di Maria”, come ci fa pregare una antica antifona in dialetto prima di ricevere la comunione.

Ecco perché egli può dire che, essendo ormai lui il vero pane/manna sceso dal cielo, l’unico modo possibile di farsi alimentare da lui è il cibarsi del suo corpo e del suo sangue, cioè della sua carne:
“il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Una proposta che ancora oggi giunge a noi scandalosa e inaudita: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. 
Ma Gesù, più che dare spiegazioni, oggi non fa altro che rincalzarci col suo invito: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.” 
Oggi, credo, sia il tempo di riscoprire questa affermazione di Gesù in tutta la sua pretesa salvifica unica  e irriducibile.
E’ come se oggi Gesù dicesse ad ognuno di noi: “davvero tu vuoi la vita eterna? Davvero tu hai fame di un cibo che non perisce? Davvero vuoi vivere una vita che ti sazi nella tua vera umanità, nella tua dignità di creatura in cui Dio rispecchia la sua immagine? Allora non farti ingannare da altri cibi, da altre bevande: Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”.

In Gesù il donante e il dono si fanno uno, coincidono: il pane che lui dà è il suo stesso corpo.
Il pane e il vino presentati nel segno anticipatore della Cena sono il Corpo e il Sangue offerti sulla mensa della croce come dono di se stesso, della propria vita.

Da allora il banchetto e il sacrificio sono le due facce di una stessa realtà: siamo invitati a cibarci di Colui che per noi si è sacrificato sulla croce.
“In lui era la vita”: la comunione al sacramento del suo corpo e del suo sangue ci comunica la sua stessa vita.
“il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?”


La festa di oggi ci ricorda che è l’eucaristia che verifica la nostra esperienza di fede: non c’è vera fede cristiana che non sia eucaristica: che cioè non abbia fonte e culmine nella celebrazione del’eucaristia.
Domandiamoci allora, ognuno di noi: come vivo il mio rapporto con l’eucaristia?
Oggi si pretende di vivere la fede ma senza eucaristia, tanti si dicono cristiani ma non partecipano all’eucaristia, mentre paradossalmente, pretende l’eucaristia ci ha fatto scelte di vita lontane dalla logica cristiana.

La chiesa invece oggi ci ricorda che l’eucaristia è, come la manna di allora, il frutto, il dono dopo la prova:
“Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi …, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.

L’eucaristia ci insegna dunque anzitutto come guardare al mondo e alla storia: come al tempo e al luogo in cui il Signore ci mette alla prova per saggiare la nostra fedeltà.
Non dimentichiamo che Gesù è venuto, secondo la profezia di Simeone, perché siano svelati i pensieri di molti cuori.

Nella tradizione rabbinica la manna non è solo il pane degli angeli, ma anche il pane dei forti: cioè di chi sa resistere alle tentazioni del cammino, ai miraggi del deserto. E dei deboli che vogliono rivestirsi del vigore della grazia.
Non è il cibo degli imbelli, dei pavidi, di chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro, non è il cibo di chi mormora, degli ipocriti, degli ingrati.
E allora chiediamoci: Davvero l’eucaristia ci trasforma? Davvero permettiamo che il Cristo ci assuma in sé? Davvero permettiamo di coinvolgerci nella sua vita nuova?
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.” 

E la prova che lasciamo che il Cristo ci assuma nella sua vita e nel suo corpo è data dal fatto che il lasciarci incorporare in lui diventa anche un lasciarci edificare nella sua Chiesa:
“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”.
Il sentire cum Christo è sempre un sentire cum ecclesia.
Il vivere in Cristo è anche un vivere nella Chiesa.
Dobbiamo constatare invece che tanti ancora oggi vorrebbero vivere un Cristo, separandolo dalla appartenenza ecclesiale.
Ma non ci può essere comunione con Cristo senza comunione con i fratelli.
Chi accetta di vivere in Cristo deve accettare anche che Cristo tramite l’eucaristia lo coinvolga nel sacrificio della propria vita per la salvezza dei fratelli.
Tanti che vivono la loro devozione eucaristica in modo solitario ed egoistico, rinchiusi in una dimensione privatistica della loro religiosità senza nessuna attenzione ai fratelli, specie quelli che soffrono e hanno bisogno di essere accolti e curati, non si rendono conto di stare vivendo una fede falsa e alienante che tradisce la stessa eucaristia cui partecipano.

E dunque bisogna stare attenti a come accedere all’eucaristia.
San Tommaso, con le parole di  San Paolo ammonisce:
Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione
ben diverso è l'esito!
Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev'essere gettato ai cani.

Vogliamo pregare dunque Maria, primo tabernacolo della storia, che aiuti ognuno di noi a diventare tabernacoli viventi sulle vie del mondo e della storia.
Per portare e far cibare del Cristo pane del Cielo ogni fratello che incontreremo sulle nostre strade.



martedì 3 giugno 2014

PAPA FRANCESCO IN TERRASANTA.

Se anche non avesse tenuto nessun discorso, credo che i gesti di Papa Francesco e alcune immagini significative sarebbero state altrettanto eloquenti.  Mi piace fra tutte evocarne tre che, per il mio impegno al servizio per il dialogo ecumenico ed interreligioso mi hanno colpito.
La prima immagine che mi ha commosso è stata la preghiera silenziosa, l’uno accanto all’altro, quasi addossati alla pietra della tomba di Cristo di Francesco e Bartolomeo: come non pensare a Pietro e Giovanni in quel giorno di Pasqua, entrati per vedere e per credere, sfidati alla fede proprio da quel sepolcro vuoto! Ma su quella pietra c’era il vangelo, c’era l’annunzio, la lieta novella: “è risorto, non è qui!” Che bello il gesto liturgico di far proclamare il vangelo della resurrezione proprio dall’evangelario portato fuori dal Santo Sepolcro: qui si supera ogni ecumenismo di facciata o di scuola, in Pietro e Giovanni che entrano ed escono dalla tomba vuota, ed escono insieme per annunciare l’inaudita novella, ci vien detto che la Chiesa ha un futuro e l’unità dei cristiani non è più un esercizio accademico ma un cammino di fratelli.
Sulla mia pagina di face book, a commento poi di una immagine che mette insieme le tre foto di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco mentre depongono la loro preghiera nella fessura del muro del Tempio, ho scritto: <<Questa è la chiesa che dialoga!>> Perché in quel gesto, credo sia espressa tutta l’intensità e la continuità del dialogo che la Chiesa sta portando avanti col popolo ebraico. Tre tappe di un unico cammino. Giovanni Paolo II nel suo scritto riportò la richiesta di perdono al popolo ebraico pronunciata in occasione del grande Giubileo del 2000; Benedetto XVI si ispirò ad un salmo “delle ascensioni” per sottolineare l’imprescindibilità dalle radici ebraiche da parte del cristianesimo; Francesco ha deposto il testo del Padre Nostro per ribadire la comune adorazione di uno stesso Dio. Né fratelli maggiori o minori, ma padri e figli di un’unica fede: è questo il vero modo di guardarci reciprocamente!
E infine l’immagine dei tre amici, il papa, il rabbino, l’imam che si abbracciano: dove l’amicizia indica il cammino al dialogo interreligioso, perché lo supera nel rispetto della diversità in carità che, come esperienza di Dio è sempre “maior”, più grande. E proprio da qui può partire l’impegno comune per non strumentalizzare il nome di Dio e la collaborazione perché Gerusalemme diventi davvero la metafora della casa comune di ogni figlio di Adamo.
Tre  immagini, un unico desiderio di Francesco: la pace e l’unità, che poi è il desiderio di tutti. Ma che penso segnino un modo nuovo di guardare alla Chiesa e al dialogo da parte della Chiesa. Lo si è visto nella proposta di Francesco di offrire la propria “casa” (e la casa la si apre agli amici) per la preghiera comune tra Israeliani e Palestinesi. Credo sia questo forse il momento ad oggi più alto del pontificato di Francesco.

Ignazio La China

sabato 24 maggio 2014

La Madonna delle Milizie


“Scicli, o della Madonna a Cavallo”: così Lionello Fiumi titola un suo scritto, sottolineando il profondo rapporto tra la nostra città e la Vergine Maria. Un rapporto la cui radice si perde nei meandri della storia, che si nutre di gesti di amore da entrambe le parti, e che si riassume nell’appellativo di SANCTA MARIA MILITUM PRO SCICLENSIBUS, Santa Maria dei soldati a favore degli sciclitani, attribuito alla nostra Madonna, e nell’evento a cui questo si riferisce: l’intervento della vergine Maria proprio a favore della sua città diletta. E Scicli non dimentica la “sua” Madonna.

La festa che ancora oggi proprio gli sciclitani vogliono che sia celebrata indica quanto questo evento sia radicato nel cuore della nostra identità cittadina. E a chi pensa che questa sia ormai roba d’altri tempi, non più riproponibile oggi in un clima di secolarizzazione in cui difficilmente si è disponibili a credere ai miracoli, che la ripresentazione di questa festa  faccia correre il rischio di sollevare gli animi verso nuove guerre sante, rivolgiamo l’invito da un lato a voler guardare le cose con un distaccato senso storico e dall’altro a non voler pregiudizievolmente  attribuire agli sciclitani la incapacità  di saper operare una lettura serena e pacata sia dell’evento stesso, quale che sia storicamente stato, sia di una sua possibile attualizzazione  cogliendone la pluralità di letture e di significati che da questo ne deriva.

Nel medioevo ad esempio si era sviluppata una lettura della Bibbia, ma insieme dei testi classici, su quattro livelli: letterale (= storico), allegorico (= il piano teologico), morale (=l’insegnamento etico che ne deriva), anagogico (=il comportamento in vista del futuro). Livelli in cui uno presuppone l’altro e che poi si integrano a vicenda.

Vorrei dunque tentare di leggere anch’io secondo questi quattro livelli la tradizione del miracolo della Madonna delle Milizie o dei Mulici che dir si voglia.

Dell’evento noi abbiamo una duplice tradizione: un documento (sulla cui veridicità o meno molto si è discusso) e una sua “interpretazione” legata alla sacra rappresentazione. Cosa c’è dunque in sintesi a fondo della tradizione? La memoria di un intervento miracoloso di Maria a difesa della città di Scicli. Ricordiamo il fatto come ci viene raccontato: siamo alla fine della quaresima e sulla spiaggia di Micenci sbarcano truppe saracene volte alla conquista/riconquista di Scicli. Gli sciclitani inferiori per numero e forza cercano di contrastarli e si appellano all’intercessione di Maria. Quando la battaglia sta per volgere sfavorevolmente contro gli sciclitani ecco il segno nel cielo: Maria con il Figlio nel braccio sinistro e nella destra una spada che rincuora i combattenti “Eccomi, città mia diletta, ti proteggerò con la mia destra”. Gli sciclitani prostrati alzano gli occhi e vedono, mentre il nemico scappa per la confusione, che sta arrivando in soccorso un gruppo di cavalieri normanni che completano l’inseguimento dei saraceni. Comunque dunque lo si voglia leggere noi siamo certi che un “qualcosa” deve esserci stato, se questo evento si è talmente radicato nella coscienza degli sciclitani al punto da costituirne parte integrante di una identità peculiare.

Ma come leggere questo evento oggi? Superato lo “scandalo iconografico” di una Madonna a cavallo e con la spada in mano, come non leggervi la lezione del “Dio delle schiere angeliche” che “con mano potente e braccio disteso” fa uscire Israele dall’Egitto e combatte a favore del suo popolo? Cioè, uscendo fuor di metafora, come non leggervi quell’esperienza di fede in cui il Dio biblico si schiera sempre dalla parte dei poveri e degli oppressi?

In questo senso infatti l’esperienza storica particolare di un popolo (l’invasione saracena prima e le scorrerie barbaresche dopo e la sperimentata protezione divina, in qualsiasi modo questa sia avvenuta) diventa “luogo teologico”, un luogo cioè dove cogliere e scoprire il volto di Dio che rivela il suo amore che salva e riscatta. Perché lui è il Signore della storia. E per favore lasciamo qui stare tutte le lezioni di buonismo che noi vorremmo impartire a Dio e alla Vergine, del tipo “ma se è padre, madre di tutti, perché poi si schiera con un gruppo contro un altro gruppo?” Il Dio biblico è sempre un Dio di parte, checchè ne dicano i benpensanti. Come poi lui riesca a mettere insieme amore universale e predilezione particolare lasciamolo fare a lui! Forse ci aiuterà questo commento rabbinico all’episodio in cui il Faraone e la sua armata furono travolti tutti dalle acque del Mar rosso: si dice che in quel momento gli angeli in cielo cominciarono ad esultare ma Dio li rimproverò dicendo di non poter gioire perché mentre alcuni figli si erano salvati (gli ebrei) altri (gli egiziani) erano annegati. E alla domanda del perché allora l’avesse permesso Dio rispose di averlo dovuto fare se pur con dolore, perché lui è sempre dalla parte di chi soffre di più!

O ancora, come non leggere – metastoricamente – nei segni della vittoria della Vergine i segni della profezia genesiaca della sconfitta del serpente dell’Eden o del trionfo escatologico sul drago dell’Apocalisse (icastiche immagini del male)? E così, dunque, lo stesso “memoriale” dell’evento, rivissuto oggi nella forma della “sacra rappresentazione”, acquista la dimensione propria del dramma sacro (Bene e Male in duello!) con la sua funzione “catartica”, di purificazione cioè dei sentimenti, che vede il suo apice nella apparizione del simulacro della Vergine, quasi “deus ex machina”, che, al di là delle apparenze, diventa foriero di spirituale pacificazione.

Ma il messaggio dell’evento, occorre ancora considerare, non può essere ristretto al puro ambito religioso-ecclesiale. Se Scicli è della Madonna a cavallo, la Madonna a cavallo è di Scicli! La Madonna a cavallo ha contribuito a creare e mantenere quella identità della collettività  sciclitana, entrando nel patrimonio storico di questa e qualificandone i tratti non solo a livello religioso ma anche culturale e sociale.

Allora la festa dei “Mulici”, con l’evento stesso a cui si richiama, lungi dall’essere destinata ad una “damnatio memoriae”, ha per noi sciclitani un significato profondo e può suscitare ancora profondi stimoli di riflessione.

Infatti non si tratta qui della riproposizione di visioni trionfalistiche di un passato che comunque ci appartiene, e neanche di scadere in un folklorismo fine a se stesso, come purtroppo oggi un po’ dappertutto sta avvenendo, quanto invece del coraggio di volere apprendere quelle lezioni di vita che solamente la storia e il Dio della storia sanno impartire, per il vivo recupero della identità di un popolo che, forte del suo passato, sa capire il presente e guardare al futuro.

domenica 4 maggio 2014

Il fico e l'anima


Il fico è tra le piante più comuni in Israele e la pianta del fico e i suoi frutti hanno dato spesso origine a episodi, modi di dire e parabole nella lingua ebraica.

Tra l’altro è una delle poche specie ad avere più nomi (ad esempio c’è un dove diverso per indicare in fico selvatico, un fico immaturo, un fico precoce, il fico grosso da quello piccolo, un albero carico di fichi, un fico sterile.

Tra l’altro, l’esegesi rabbinica individua nel fico l’albero del bene e del male e quindi nel fico anche il frutto proibito (in occidente diventerà poi mela per la ambiguità di malum: mela e male), sicuramente anche per il gioco (sono le stesse consonanti della radice) tra ficus e quello che lo Zorell nel suo Lexicon definisce appetitus venereus. Di fatti poi la tradizione popolare identificherà col frutto del fico anche l’organo sessuale femminile.

E c’è poi anche il nome della ficulnea/ficetum specie se si vuole sottolineare l’albero col suo tronco e rami, il suo legno: è t’nh  ma nel linguaggio comune col suffisso recupera la radice piena e diventa t’nty dalla radice aramaica tin(t) a sua volta dall’assiro tintu. Fra l’altro noto che la stessa radice t’in è rimasta anche nell’arabo.

La radice tematica per indicare il legno di fico perciò in tutte queste lingue è tintu.

Quando lessi per la prima volta queste note nel lexicon mi ricordai che anche noi usiamo una parola e una espressione equivalenti.

Mio padre per indicare uno che era un buono a nulla, che non voleva lavorare, che non serviva a niente diceva che era “lignu i ficu” oppure, con significato equivalente che era “tintu” spesso accompagnato con “tintu e vili”, oppure dall’espressione: “chiddu è tintu: a chi serava?”, “chiddu è tintu: ‘nserava a nenti”. E nel vedere uno preso dalla “tinturìa” che è la caratteristica propria di chi è tintu, cioè il lasciare che le giornate passino senza far nulla, (ma spesso era anche usato in modo bonario) lo salutava con “ahi! Lignu i ficu”.

E c’è tuttora da noi anche la forma completa: “è tintu cuomu ‘nlignu i ficu”.

Per capire questa espressione bisogna capire qual è la caratteristica del legno del fico: il legno del fico non è buono a niente, non si può seccare per intagliare, non brucia bene come combustibile, in pratica uno non sa che farsene, non ha nessun pregio né valore, anzi a stare in contatto con questo, specie se verde si può restare infastiditi e sporcati dal “latte” che secerne.

Dire oggi ad un uomo che è tintu significa appunto dire che è insignificante, senza nessuna qualità, specie a volte di dubbia moralità, che da lui non ti puoi aspettare niente di buono.

Infatti spesso tintu (si pensi al tiempu tintu o a una jurnata tinta) diventa sinonimo di abbrutito, cattivo.

Mentre il senso della impossibilità di passare ad una posizione positiva ha dato luogo all’altra espressione “è gghjuntu tintu; a cchjui è tintu”  per indicare un malato in fin di vita, un ammalato senza speranza di guarigione.

Ora, siccome è sicuro che certamente da noi tintu non significa certamente dipinto o tinteggiato (qualcuno lo sostiene: ma ditemi voi che senso avrebbe dire ad uno che è colorato?) e che sicuramente la tinturìa  non è l’antesignana delle odierne tintorie e lavasecco, io credo che questa espressione (con l’immagine che veicola) del nostro dialetto ci sia arrivata proprio dal mondo semitico (ebraico e forse anche arabo).

E in fondo non è l’unica: basti pensare all’assiro myskinu ( in ebraico misken, in arabo maskin) rimasto nel nostro miskinu/ miskinieddu che è il povero e il misero senza nessuna speranza: il povero di spirito cui appartiene il Regno dei cieli.

Ma c’è poi un’altra parola che mi ha fatto riflettere per una imprecisa, secondo me, traduzione e quindi attribuzione di significato tra il dialetto e l’italiano.

Il versetto di Genesi 2,7 letteralmente così dice “e plasmò YHWH Dio l’homo polvere dall’humus e alitò nelle sue nari un fiato/ neshamah di vita”.

Neshamah è proprio l’alito (diverso dal soffio): il fiato che viene su dai polmoni, è il segno della respirazione e quindi della vita (l’immagine che richiama la Genesi è proprio quella di una respirazione bocca a bocca tra Dio e l’uomo che ha plasmato).

Proprio per questo è sinonimo di anima.

Ora c’è una espressione – tra le più belle – che da noi usa una madre nei confronti del suo bambino (e si noti che è propria del momento in cui si coccola il figlio avendolo in braccio e di fronte, quasi bocca a bocca): “shamma, shamma miu” . Con la variante “arma mia, arma ro ma cori” (cioè anima del mio cuore).

Alcuni hanno inteso questa espressione come “fiamma”. Ma, a parte il fatto che il nostro dialetto non conosce l’equivalente dell’italiano “fiamma” (noi abbiamo solo u luci – e non il fuoco: ma il discorso sulla luce ci porterebbe lontano – e i faiddj : le faville) c’è una comparazione che credo ci aiuti a capire meglio: nel dialetto della Contea di Modica l’espressione equivalente è “ciatu miu, ciatu ro ma cori”. E anche “vita, vita mia”.

Ed è indubbio che ciatu/ sciatu sia fiatu, fiato, o meglio, alito.

Questo mi spinge a concludere che il nostro shamma sia da intendere più come fiato/anima piuttosto che con fiamma.

Nel linguaggio parlato infatti la “n” iniziale è destinata a cadere e la piccola “e” è quasi impronunciabile mentre la “m” è molto forte  per cui non fa impressione che da neshamah si sia arrivati a shamma. Il verbo nshm/ alitare – sospirare  nella forma Hi’phil porta appunto la radice shmm.  Del resto anche in arabo la radice nshsh simile a nshmh  indica l’animo, l’animare, il dare la vita.

Da notare poi così come shamma è correlata ad arma, così ciatu è correlato a vita. Questo ci riporta all’unico vocabolo all’origine nei suoi significati complementari: alito-fiato-anima-vita, ma ci riporta anche all’uso semitico di ripetere sempre le affermazioni due volte usando dei sinonimi (basti pensare ai salmi), in cui la seconda volta il sinonimo però è anche una spiegazione del primo, un allargamento di significato.

Perciò la dichiarazione d’amore della mamma è sempre fatta così:

“tu sei il mio fiato /

Tu sei la mia vita”

O anche:

“tu sei il mio alito /

Tu sei la mia anima”.

Così dicendo la mamma dice al figlio: “in te c’è il mio stesso alito di vita, in te c’è la mia anima: io ti ho dato la vita, quello che c’è in me è in te e quello che c’è in te è in me”.

E così si capisce l’altra espressione che generalmente viene aggiunta nell’abbraccio finale (ho ricordato proprio la posizione in principio per giungere a questo fatto): la mamma si rivede nel figlio, vede se stessa, vi si specchia, e proprio per questo può dirgli: “specchju miu, specchju ro ma cori”.

– salvo migliore opinione –.

giovedì 1 maggio 2014

Vocazione

E tutti si aspettavano che per il mio XXV facessi un bilancio del mio sacerdozio... E mi chiedono della mia vocazione... Ma io non ho storie di conversione strepitose da raccontare... Stravolgimenti di vita... So solo che da sempre, da sempre, ho sentito il suo sguardo su di me, l'ho sentito presente più di ogni altra evidenza. E ho percepito che la forma sacerdotale era il mio modo di essere per lui, con lui. Con il mio peccato, nonostante il mio peccato, al di là del mio peccato. Lui mi ha voluto. Sedotto è la parola esatta. Vocazione è seduzione. E senti che niente altro ti basta. Il peccato affascina, lui seduce. Fa forza, prevale, con la sua dolcezza. Nihil verius, nihil dulcius, nihil suavius... E in ogni incontro, in ogni volto, in ogni sorriso senti solo le sue carezze. Ma senti anche la sua gelosia, quando ti rincorre per non perderti, perché non ti vuole dividere con nessuno. Come resistergli? Come raccontarlo? Ogni parola sfiora appena l'indicibile, solo le lacrime ne rivelano il mistero.

domenica 20 aprile 2014

Alla ricerca del volto di Dio: il cammino di Joseph Ratzinger


 


INVITO ALLA LETTURA SPIRITUALE DEL LIBRO GESU’ DI NAZARET  DI BENEDETTO XVI

 

1. DIO: O DELLA RICERCA DEL SENSO

1.      Le questioni fondamentali: chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo? Cosa ci aspetta dopo la morte?

2.      “Cosa intendo quando pronuncio queste due sillabe: Deus? Cosa significano?” (Sant’Agostino)

3.      religio – religere: pia illusione o ricerca compiuta? Impossibile desiderium naturale esse inane

4.      Quale via? Oltre il relativismo soggettivo: l’offerta di un cammino sicuro

2. MOSE’: O LE TERGA DI DIO

1.      Un’esperienza peculiare: Abramo l’amico di Dio, ovverosia la fede

2.      Il cammino del popolo ebraico: il dono di un patto

3.      Mosè Maestro e Profeta, eppure…

4.      Un cammino incompiuto

3. GESU’: O IL VOLTO DI DIO

1.      Dio nessuno l’ha mai visto… Il Figlio che è nel seno del Padre… lui ce ne ha fatto l’esegesi:

2.      il Verbo come Parola/Racconto/Spiegazione del Padre

4. GRAZIA AL POSTO DI GRAZIA

1.        E il verbo si fece carne: l’epifania di Dio nella storia

2.        il figlio manifesta il Padre verbis gestisque (Dei verbum)

3.        manifestazione come salvezza: le viscere di misericordia di Dio

4.        manifestazione come dono e per-dono: tutto è grazia dal legno della croce

5. EVENTO – INCONTRO – SEQUELA: IL SUPERAMENTO DELL’ETHOS

1.      Incarnazione come evento: nell’oggi della storia

2.      Salvezza come esperienza dell’incontro con Cristo: venite e vedrete

3.      Un incontro affascinante con Colui che cambia la vita: discepolato e sequela

4.      L’ethos della grazia: per il superamento del volontarismo morale: la logica delle Beatitudini

6. LA VITA NUOVA: O DEL SUPERAMENTO DELLA MORTE

1.      Io sono la via la verità e la vita: il Cristo unico Signore e salvatore

2.      La vita nuova nel Cristo e nello Spirito: l’economia sacramentale dal battesimo all’eucaristia

7. LA CHIESA SACRAMENTO DELL’INCONTRO

1.      Il Corpo di Cristo: l’offerta di una nuova famiglia, l’appartenenza ad un popolo

2.      Il “luogo”/strumento dell’incontro: la chiesa

3.      extra Christum nulla salus = extra Ecclesiam nulla salus

8. NEL MONDO MA NON DEL MONDO

1.      Cosa può dare la chiesa al mondo: Cristo e la sua grazia

2.      Cosa può dire la chiesa al mondo: l’annuncio della signorìa di Cristo

3.      Cosa può fare la chiesa nel mondo: la testimonianza del Regno dei Cieli

4.      La chiesa: né mondo né regno!

9. Il CRISTIANO: CHI E’

1.      Deus charitas est

2.      Vivere la compassione di Dio

3.      Testimoniare la compassione di Dio

10. GESU’: VERO DIO VERO UOMO

1.      Il Gesù della storia non è un nuovo maestro, un nuovo moralista, il fondatore di una nuova religione, un filosofo liberale, un rivoluzionario populista, un santo taumaturgo…un mito…E’ Dio

2.      Se Gesù non è Dio non c’è salvezza per l’uomo / Se Gesù non è Dio incarnato non c’è salvezza per l’uomo / Se Gesù non è Dio incarnato morto e risorto non c’è salvezza per l’uomo

3.      Gesù: il Dio per me (Lutero): Se Gesù non è il Figlio è come se Dio non ci fosse: La conoscibilità di Gesù come conoscibilità di Dio: “Chi vede me vede il Padre”.

4.      Il Gesù della fede è il Gesù della storia: i vangeli come documento storico e testimonianza di fede inseparabilmente connessi.