mercoledì 30 novembre 2016

UN POPOLO LIBERO CHE SERVE DIO PER AMORE: SERVIRE DIO E’ REGNARE



 «Non conoscere Dio, commenta S. Agostino, è morire; conoscerlo, è vivere; disprezzarlo, è perire; servirlo, è regnare (De coelest. Vita)».

CIVILTA’ CATTOLICA 1976 , VOL. II, PP. 313 – 322: << Il primato di Dio sull’uomo non è il primato del padrone sul servo. Questo è fondato sulla potenza e sulla forza ed è risentito dal servo come un’oppressione e una costrizione, a cui egli non può sfuggire; suscita perciò in lui un senso di risentimento e di rivalsa: egli è sotto il padrone, ma tende a liberarsi. Inteso in questo senso, il primato di Dio sull’uomo da origine a ciò che Hegel ha chiamato la “dialettica del padrone e dello schiavo”: cioè, per affermare il primato sull’uomo, Dio deve farsi riconoscere come Padrone e deve quindi ridurre l’uomo nella condizione di servo, di schiavo (non c’è Padrone senza Schiavo); a sua volta il servo, per uscire dalla sua condizione, deve affermare se stesso come non-dipendente da Dio, come padrone di se stesso e del mondo, e perciò deve negare dialetticamente il Dio-Padrone (se non c’è Padrone non c’è neppure lo Schiavo). In tal modo, Dio e l’uomo sono rivali e l’uno può “essere” solo nella “morte” dell'altro.
Questa concezione del primato di Dio non è “cristiana”, anzi è in radicale antitesi col cristianesimo. Infatti il primato di Dio sull’uomo che il cristianesimo ammette non è quello del Dio-padrone sull’uomo-servo, ma quello di Dio Creatore sull’uomo persona. Dio, infatti, è Creatore e tutti gli esseri esistono in virtù della partecipazione all’essere divino. Ma l’uomo non partecipa all’essere di Dio al pari degli altri esseri: la Bibbia, infatti, ci dice che egli è un’ “immagine” di Dio.
[…] Perciò Dio, in quanto Creatore dell’uomo – e per tale motivo avente su di lui un necessario primato – non pone l’uomo sotto di sé, ma di fronte a sé , come una persona libera, chiamata, certo a servirlo e a amarlo, ma liberamente e non perché l’amore e il servizio siano utili a Dio, ma perché sono necessari affinché l’uomo sia se stesso. L’uomo, infatti, non può essere se stesso se non nella comunione e nel servizio di Dio. Sta qui la profonda originalità della visione cristiana del rapporto tra Dio e l’uomo, così come espresso da un teologo medievale: <<Tu, Signore, ci hai amati per primo affinché noi amassimo te; non perché tu avessi bisogno che noi ti amassimo, ma perché non potevamo essere ciò per cui ci hai fatti se non amando te>> (Guglielmo di S. Thierry, de contemplando Deo).
Nelle antiche mitologie gli dei creavano gli uomini perché fossero al loro servizio, in particolare perché procurassero loro il cibo di cui avevano bisogno ed offrissero loro dei sacrifici. La rivelazione biblica respinge questa concezione: Dio, infinitamente ricco, non ha bisogno di nessuno; se perciò, crea l’uomo non lo fa per bisogno, ma per amore, per un’effusione della sua infinità bontà.
[…] In altre parole, Dio non crea per ricevere ma per dare. Crea, perciò l’uomo non per ricevere da lui qualcosa, ma perché l’uomo possa essere se stesso: immagine di Dio, certo, ma avente in se stesso una sua consistenza: Qui sta il senso profondo della libertà umana: essa pone l’uomo in se stesso, di fronte a Dio, in dialogo con lui, come un “io” che il “Tu” di Dio interpella ed al quale egli risponde liberamente, accettandolo o rifiutandolo. Per tale motivo “la gloria di Dio è l’uomo vivente” (S. Ireneo)
<<Il primato di Dio sull’uomo è un primato d’amore: esso non fa dell’uomo un servo, ma una sua immagine, non schiaccia l’uomo ma lo rende libero, non gli  impone un servizio umiliante, ma lo chiama ad una partecipazione sempre più ampia e profonda alla vita stessa di Dio e ad una collaborazione sempre più intensa con lui nella costruzione d’un mondo nuovo, germe e prefigurazione del regno escatologico di Dio.
In tal modo, il cristianesimo capovolge la dialettica del Padrone e dello Schiavo. Dio afferma il suo primato non mantenendo l’uomo nella condizione di servo, ma elevandolo alla condizione di immagine di se stesso, cosicché egli è glorificato nella misura in cui l’uomo è grande; l’uomo, per affermare se stesso, non ha bisogno di ribellarsi a Dio che non è per lui un rivale, ma piuttosto ha bisogno di amarlo e di servirlo, poiché per lui “servire Dio è regnare”: egli non è mai tanto grande come quando serve Dio, o meglio, non è grande se non nella misura in cui serve Dio. Nel servire Dio, infatti, l’uomo partecipa all’Essere-da-sé ed alla libertà di Dio; perciò diviene più se stesso, più libero>>.





v  Servizio di Dio = ubbidienza ad una legge di libertà
ð  L’ubbidienza come modo per vivere la libertà
·         Cfr. Adamo
ð  La “legge” come lo strumento per vivere la libertà
·         Cfr. il Decalogo
·         Nota: tutta la torah è “legge”
Ø  Cfr. le vicende dei patriarchi

v  “I teneri legami di bontà”
ð  L’osservanza della legge per amore
ð  Servire Dio = amare Dio = osservare i suoi comandamenti = timore di Dio
<< I legami di bontà sono i comandamenti e i vincoli di amore sono tutte le leggi, l prescrizioni che il Signore aveva dato al suo popolo. Prescrizioni, vincoli, legami, impegni ma d’amore, che nascevano non dal capriccio di Dio che vuole mettere l’uomo alla prova, ma che nascono dalla volontà di Dio che l’uomo viva. Perché l’uomo viva, perché la società umana possa veramente vivere in una dimensione di pienezza, il Signore dona i comandamenti, ma sono comandamenti d’amore. Quando l’uomo riconosce nei comandamenti dei vincoli d’amore, li accoglie liberamente e gioiosamente; serve, impara a servire. Ma quando l’uomo interpreta i comandamenti di Dio, quindi la legge dell’alleanza, come un peso che limita la sua libertà, la sua realizzazione – diremmo noi – la trasgressione è del tutto inevitabile. Allora si capisce che la dimensione fondamentale del servizio dipende dal modo di concepire Dio. Se Dio è concepito come un tiranno, il servizio diventa impossibile, ma se Dio è riconosciuto come padre, e le sue parole come vincoli di amore, il servizio diventa liberante e fondamento di dignità>> (Luciano Monari).

*      Il dramma dell’umanesimo ateo: <<Non è vero che l’uomo possa organizzare la terra senza Dio. E’ vero piuttosto che, senza Dio, egli non può che organizzarla alla fin fine contro l’uomo>> (De Lubac)
*      «Il servizio di Dio vale infinitamente più che la libertà del secolo», scrive S. Ambrogio (De fuga Saeculi);

v  Il peccato come il tentativo fallimentare dell’uomo di emanciparsi da Dio
ð  La fatica dell’uomo nel cogliere pienamente la dignità e la ricchezza di questo servizio e nel viverlo con fedeltà.
ð  Cfr. Israele: un servizio venato dalle infedeltà o dalla incapacità di fidarsi totalmente di Dio e di cogliere, quindi, i comandamenti di Dio come legge di libertà.
ð  Il tentativo di spezzare i legami e di scrollarsi di dosso il servizio non fa che ricadere in altre schiavitù: cfr. idolatria/prostituzione di Israele

v  Il Dio “geloso”
Dio richiede un rapporto esclusivo, il Dio di Israele è un Dio geloso: <<geloso vuol dire che non sopporta concorrenti, che non sopporta di dividere la sua gloria con un altro, che non sopporta quindi un servizio a metà: un servizio a metà può apparire all’uomo già qualcosa, ma davanti a Dio è qualche cosa di radicalmente insufficiente perché non corrisponde  al riconoscimento della sovranità di Dio. Dio è tutto. Prendere un Dio a metà vuol dire in realtà non considerarlo come Dio>> (Luciano Monari) .

PER LA REVISIONE DI VITA

ü  Come intendo e come vivo la mia libertà di figlio di Dio?
ü  Come intendo e come vivo il mio servizio a Dio nell’ubbidienza alla sua parola?
ü  Come intendo e come vivo l’osservanza della Legge di Dio?
ü  L’esperienza del peccato come autosufficienza
ü  La tentazione del servizio a metà.


Colletta
Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare tutte le cose in Cristo tuo Figlio, Re dell'universo, fa' che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine. Per il nostro Signore...
  

mercoledì 23 novembre 2016

UN POPOLO DI SACERDOTI CHE OFFRE A DIO IL CULTO SPIRITUALE DELLA PROPRIA VITA



Romani: 6,[16] Non sapete voi che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale servite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell'obbedienza che conduce alla giustizia? [17] Rendiamo grazie a Dio, perché voi eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quell'insegnamento che vi è stato trasmesso [18] e così, liberati dal peccato, siete diventati servi della giustizia. [19] Parlo con esempi umani, a causa della debolezza della vostra carne. Come avete messo le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità a pro dell'iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la vostra santificazione. [20] Quando infatti eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. [21] Ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino è la morte. [22] Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. [23] Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore.

Ø  Possiamo scegliere il nostro padrone, ma, che si tratti di Dio o di Mammona, qualcuno dobbiamo servire. Non possiamo assolutamente restare in posizione neutrale o intermedia. Una tale posizione, infatti non è ammissibile perché, se non vogliamo servire il primo, diventiamo immediatamente schiavi del secondo, e poi perché Cristo ci ha liberati da Satana solo rendendoci suoi servi. (Card. Newman, Al servizio di Cristo).

v  CHIAMATI A SERVIRE: “Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita …” (Catechismo)
ð  Il servizio è l’essenza e lo scopo dell’esistenza del popolo di Dio: “lascia partire il mio popolo perché mi serva” (Es 7): cfr. in principio c’è la richiesta di andare nel deserto per fare un sacrificio a Dio.
ð  Liberazione dall’Egitto come passaggio dalla schiavitù verso il Faraone che si fa dio, al servizio verso Dio che restituisce all’uomo la sua dignità.
ð  In Egitto non si può servire Dio perché si è obbligati all’idolatria.
ð  Solo chi è libero può scegliere di servire Dio: cfr. l’alleanza al Sinai e la sua ripresa a Sichem con Giosuè.
ð  L’alternativa fondamentale: o il servizio a Dio o l’idolatria.
IL SERVIZIO DI DIO

ð  “lascia partire il mio popolo perché mi renda culto” (Es 7): cfr. in principio c’è la richiesta di andare nel deserto per fare un sacrificio a Dio.
ð  IL SERVIZIO LITURGICO: avodà / opus Dei
ð  QUALE SACRIFICIO?
ð  LA LOGHIKE’ LATREIA
ð  UN SERVIZIO DELLA GIUSTIZIA PER LA SANTIFICAZIONE
v  “… e goderlo pienamente nella vita eterna” (catechismo)

PER RIFLETTERE:
Ø  Liberi da (= premessa): l’Egitto da cui devo sempre uscire
Ø  Liberi di (= la scelta): una decisione da rinnovare ogni giorno
Ø  Liberi per (= scopo): il servizio a cui sono chiamato
Ø  La terra della mia libertà: la Chiesa come terra promessa 
Ø  Il mio “culto”: cioè la mia vita



Da «La Città di Dio» di sant'Agostino, vescovo (Lib. 10, 6; CCL 47, 278-279)
<<Il vero sacrificio consiste in ogni azione con cui miriamo a unirci con Dio in un santo rapporto, rivolgendoci a quel sommo. Bene che ci può rendere veramente beati. Perciò anche le stesse opere di misericordia, con cui si viene in soccorso dell'uomo, se non si fanno per Dio, non possono dirsi vero sacrificio. Infatti, benché il sacrificio venga compiuto e offerto dall'uomo, tuttavia è cosa divina, tanto che gli antichi latini l'hanno designato anche con quest'ultimo nome. Perciò un uomo consacrato a Dio e votato a lui, in quanto muore al mondo per vivere a Dio, è un sacrificio. E' anche un'opera di misericordia che ciascuno fa verso se stesso, come sta scritto: «Abbi misericordia della tua anima, rendendoti gradito a Dio» (Sir 30, 24 volg.).
Dunque veri sacrifici sono le opere di misericordia sia verso se stessi, sia verso il prossimo in riferimento a Dio. D'altra parte le opere di misericordia non si compiono per altro motivo, se non per essere liberi dalla miseria e rendersi così beati di quella beatitudine che non si consegue se non per mezzo di quel bene di cui fu detto: «Il mio bene è stare vicino a Dio» (Sal 72, 28). L'Apostolo ci esorta ad offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, come nostro atto di culto spirituale (cfr. Rm 12, 1). Ci raccomanda di non conformarci al mondo presente, ma a trasformarci rinnovando la nostra mente per poter discernere qual è la volontà di Dio, per capire qual è il vero bene a lui gradito e perfetto, per comprendere che noi stessi costituiamo tutto intero il sacrificio. Per questo soggiunse: «Per la grazia che mi è stata concessa, io dico a ciascuno di voi: Non valutatevi più di quanto è conveniente, ma valutatevi in maniera da avere di voi un giusto concetto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi» (Rm 12, 3-6).
Questo è il sacrificio dei cristiani: «Pur essendo molti siamo un corpo solo in Cristo» (1 Cor 10, 17). E questo sacrificio la Chiesa lo celebra anche con il sacramento dell'altare ben noto ai fedeli, in cui le viene mostrato che, in ciò che essa offre, essa stessa è offerta nella cosa che offre.>>
<<Ne consegue senza dubbio che tutta la città redenta, cioè la comunità e la società dei fedeli, viene offerta a Dio quale sacrificio universale, per mezzo del grande Sacerdote, che ha offerto anche se stesso per noi nella sua passione, sotto le sembianze di servo, perché divenissimo corpo di così grande capo. Ha offerto, infatti, questa natura umana e in essa venne offerto perché proprio per essa è mediatore, sacerdote, sacrificio. >>



<<Oggi abbiamo sentito un testo – lo sentiamo e lo meditiamo – della Lettera ai Romani: Paolo parla ai Romani e quindi parla a noi, perché parla ai Romani di tutti i tempi. Questa Lettera non solo è la più grande di san Paolo, ma è anche straordinaria per il peso dottrinale e spirituale. E’ straordinaria anche perché è una lettera scritta a una comunità che non aveva fondato e neppure aveva visitato. Egli scrive per annunciare la sua visita ed esprimere il desiderio di visitare Roma, e preannuncia i contenuti essenziali del suo Kerygma; così prepara la Città alla sua visita. Scrive a questa comunità che non conosce personalmente, perché è l’Apostolo dei Pagani - del passaggio del Vangelo dagli Ebrei ai Pagani - e Roma è la capitale dei Pagani e quindi il centro, alla fine, anche del suo messaggio. Qui deve giungere il suo Vangelo, perché sia realmente arrivato nel mondo pagano. Giungerà, ma in modo diverso da come lo aveva pensato. Paolo arriverà incatenato per Cristo e proprio in catene si sentirà libero di annunciare il Vangelo.
Nel primo capitolo della Lettera ai Romani, egli dice anche: della vostra fede, della fede della Chiesa di Roma si parla in tutto il mondo (cfr 1,8). La cosa memorabile della fede di questa Chiesa è che se ne parla nel mondo intero, e possiamo riflettere come stia oggi. Anche oggi si parla molto della Chiesa di Roma, di tante cose, ma speriamo che si parli anche della nostra fede, della fede esemplare di questa Chiesa, e preghiamo il Signore perché possiamo far sì che si parli non di tante cose, ma della fede della Chiesa di Roma.
Il testo letto (Rm 12, 1-2) è l’inizio della quarta ed ultima parte della Lettera ai Romani e comincia con le parole “Vi esorto” (v. 1). Normalmente si dice che si tratti della parte morale che segue alla parte dogmatica, ma nel pensiero di san Paolo, e anche nel suo linguaggio, non si possono dividere così le cose: questa parola “esorto”, in greco parakalo, porta in sé la parola paraklesis parakletos, ha una profondità che va molto oltre la moralità; è una parola che certamente implica ammonizione, ma anche consolazione, cura per l’altro, tenerezza paterna, anzi materna; questa parola “misericordia” – in greco oiktirmon e in ebraico rachamim, grembo materno - esprime la misericordia, la bontà, la tenerezza di una madre. E se Paolo esorta, tutto questo è implicito: parla col cuore, parla con la tenerezza dell’amore di un padre e parla non solo lui. Paolo dice “per la misericordia di Dio” (v. 1): si fa strumento del parlare di Dio, si fa strumento del parlare di Cristo; Cristo parla a noi con questa tenerezza, con questo amore paterno, con questa cura per noi. E così anche non fa appello soltanto alla nostra moralità e alla nostra volontà, ma anche alla Grazia che è in noi, che lasciamo operare la Grazia. E’ quasi un atto nel quale la Grazia data nel Battesimo diventa operante in noi, dovrebbe essere operante in noi; così la Grazia, il dono di Dio, e il nostro cooperare vanno insieme.
A che cosa esorta, in questo senso, Paolo? “Offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (v. 1). “Offrire i vostri corpi”: parla della liturgia, parla di Dio, della priorità di Dio, ma non parla di liturgia come cerimonia, parla di liturgia come vita. Noi stessi, il nostro corpo; noi nel nostro corpo e come corpo dobbiamo essere liturgia. Questa è la novità del Nuovo Testamento, e lo vedremo ancora dopo: Cristo offre se stesso e sostituisce così tutti gli altri sacrifici. E vuole “tirare” noi stessi nella comunione del suo Corpo: il nostro corpo insieme con il suo diventa gloria di Dio, diventa liturgia. Così questa parola “offrire” – in greco parastesai – non è solo un’allegoria; allegoricamente anche la nostra vita sarebbe una liturgia, ma, al contrario, la vera liturgia è quella del nostro corpo, del nostro essere nel Corpo di Cristo, come Cristo stesso ha fatto la liturgia del mondo, la liturgia cosmica, che tende ad attirare a sé tutti.
“Nel vostro corpo, offrire il corpo”: questa parola indica l’uomo nella sua totalità, indivisibile - alla fine - tra anima e corpo, spirito e corpo; nel corpo siamo noi stessi e il corpo animato dall’anima, il corpo stesso, deve essere la realizzazione della nostra adorazione. E pensiamo - forse direi che ognuno di noi poi rifletta su questa parola - che il nostro vivere quotidiano nel nostro corpo, nelle piccole cose, dovrebbe essere ispirato, profuso, immerso nella realtà divina, dovrebbe divenire azione insieme con Dio. Questo non vuol dire che dobbiamo sempre pensare a Dio, ma che dobbiamo essere realmente penetrati dalla realtà di Dio, così che tutta la nostra vita – e non solo alcuni pensieri – siano liturgia, siano adorazione. Paolo poi dice: “Offrire i vostri corpi come sacrifico vivente” (v. 1): la parola greca è logike latreia e appare poi nel Canone Romano, nella Prima Preghiera Eucaristica, “rationabile obsequium”. E’ una definizione nuova del culto, ma preparata sia nell’Antico Testamento, sia nella filosofia greca: sono due fiumi – per così dire – che guidano verso questo punto e si uniscono nella nuova liturgia dei cristiani e di Cristo. Antico Testamento: dall’inizio hanno capito che Dio non ha bisogno di tori, di arieti, di queste cose. Nel Salmo 50 [49], Dio dice: Pensate che io mangi dei tori, che io beva sangue di arieti? Io non ho bisogno di queste cose, non mi piacciono. Io non bevo e non mangio queste cose. Non sono sacrificio per me. Sacrificio è la lode di Dio, se voi venite a me è lode di Dio (cfr vv. 13-15.23). Così la strada dell’Antico Testamento va verso un punto in cui queste cose esteriori, simboli, sostituzioni, scompaiono e l’uomo stesso diventa lode di Dio.
Lo stesso avviene nel mondo della filosofia greca. Anche qui si capisce sempre più che non si può glorificare Dio con queste cose – con animali od offerte –, ma che solo il “logos” dell’uomo, la sua ragione divenuta gloria di Dio, è realmente adorazione, e l’idea è che l’uomo dovrebbe uscire da se stesso e unirsi con il “Logos”, con la grande Ragione del mondo e così essere veramente adorazione. Ma qui manca qualcosa: l’uomo, secondo questa filosofia, dovrebbe lasciare – per così dire – il corpo, spiritualizzarsi; solo lo spirito sarebbe adorazione. Il Cristianesimo, invece, non è semplicemente spiritualizzazione o moralizzazione: è incarnazione, cioè Cristo è il “Logos”, è la Parola incarnata, e Lui ci raccoglie tutti, cosicché in Lui e con Lui, nel suo Corpo, come membri di questo Corpo diventiamo realmente glorificazione di Dio. Teniamo presente questo: da una parte certamente uscire da queste cose materiali per un concetto più spirituale dell’adorazione di Dio, ma arrivare all’incarnazione dello spirito, arrivare al punto in cui il nostro corpo sia riassunto nel Corpo di Cristo e la nostra lode di Dio non sia pura parola, pura attività, ma sia realtà di tutta la nostra vita. Penso che dobbiamo riflettere su questo e pregare Dio, perché ci aiuti affinché lo spirito diventi carne anche in noi, e la carne diventi piena dello Spirito di Dio.
La stessa realtà la troviamo anche nel capitolo quarto del Vangelo di San Giovanni, dove il Signore dice alla samaritana: Non si adorerà in futuro su quel colle o sul quell’altro, con questi o altri riti; si adorerà in spirito e in verità (cfr Gv 4,21-23). Certamente è spiritualizzazione, uscire da questi riti carnali, ma questo spirito, questa verità non è un qualunque spirito astratto: lo spirito è lo Spirito Santo, e la verità è Cristo. Adorare in spirito e verità vuol dire realmente entrare attraverso lo Spirito Santo nel Corpo di Cristo, nella verità dell’essere. E così noi diventiamo verità e diventiamo glorificazione di Dio. Divenire verità in Cristo esige il nostro coinvolgimento totale.
E poi continuiamo: “Santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Secondo versetto: dopo questa definizione fondamentale della nostra vita come liturgia di Dio, incarnazione della Parola in noi, ogni giorno, con Cristo - la Parola incarnata -, san Paolo continua: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare” (v. 2). “Non conformatevi a questo mondo”. C’è un non conformismo del cristiano, che non si fa conformare. Questo non vuol dire che noi vogliamo fuggire dal mondo, che a noi non interessa il mondo; al contrario vogliamo trasformare noi stessi e lasciarci trasformare, trasformando così il mondo. E dobbiamo tenere presente che nel Nuovo Testamento, soprattutto nel Vangelo di San Giovanni, la parola “mondo” ha due significati e indica quindi il problema e la realtà della quale si tratta. Da una parte il “mondo” creato da Dio, amato da Dio, fino al punto di dare se stesso e il suo Figlio per questo mondo; il mondo è creatura di Dio, Dio lo ama e vuol dare se stesso affinché esso sia realmente creazione e risposta al suo amore. Ma c’è anche l’altro concetto del “mondo”, kosmos houtos: il mondo che sta nel male, che sta nel potere del male, che riflette il peccato originale. Vediamo questo potere del male oggi, per esempio, in due grandi poteri, che di per sé stessi sono utili e buoni, ma che sono facilmente abusabili: il potere della finanza e il potere dei media. Ambedue necessari, perché possono essere utili, ma talmente abusabili che spesso diventano il contrario delle loro vere intenzioni.
Vediamo come il mondo della finanza possa dominare sull’uomo, che l’avere e l’apparire dominano il mondo e lo schiavizzano. Il mondo della finanza non rappresenta più uno strumento per favorire il benessere, per favorire la vita dell’uomo, ma diventa un potere che lo opprime, che deve essere quasi adorato: “Mammona”, la vera divinità falsa che domina il mondo. Contro questo conformismo della sottomissione a questo potere, dobbiamo essere non conformisti: non conta l’avere, ma conta l’essere! Non sottomettiamoci a questo, usiamolo come mezzo, ma con la libertà dei figli di Dio.
Poi l’altro, il potere dell’opinione pubblica. Certamente abbiamo bisogno di informazioni, di conoscenza delle realtà del mondo, ma può essere poi un potere dell’apparenza; alla fine, quanto è detto conta di più che la realtà stessa. Un’apparenza si sovrappone alla realtà, diventa più importante, e l’uomo non segue più la verità del suo essere, ma vuole soprattutto apparire, essere conforme a queste realtà. E anche contro questo c’è il non conformismo cristiano: non vogliamo sempre “essere conformati”, lodati, vogliamo non l’apparenza, ma la verità e questo ci dà libertà e la libertà vera cristiana: il liberarsi da questa necessità di piacere, di parlare come la massa pensa che dovrebbe essere, e avere la libertà della verità, e così ricreare il mondo in modo che non sia oppresso dall’opinione, dall’apparenza che non lascia più emergere la realtà stessa; il mondo virtuale diventa più vero, più forte e non si vede più il mondo reale della creazione di Dio. Il non conformismo del cristiano ci redime, ci restituisce alla verità. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad essere uomini liberi in questo non conformismo che non è contro il mondo, ma è il vero amore del mondo.
E san Paolo continua: “Trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare” (v. 2). Due parole molto importanti: “trasformare”, dal greco metamorphon, e “rinnovare”, in greco anakainosis. Trasformare noi stessi, lasciarsi trasformare dal Signore nella forma dell’immagine di Dio, trasformarci ogni giorno di nuovo, attraverso la sua realtà, nella verità del nostro essere. E “rinnovamento”; questa è la vera novità: che non ci sottoponiamo alle opinioni, alle apparenze, ma alla Grazia di Dio, alla sua rivelazione. Lasciamoci formare, plasmare perché appaia realmente nell’uomo l’immagine di Dio.
“Rinnovando - dice Paolo in modo sorprendente per me - il vostro modo di pensare”. Quindi questo rinnovamento, questa trasformazione comincia con il rinnovamento del pensare. San Paolo dice “o nous”: tutto il modo del nostro ragionare, la ragione stessa deve essere rinnovata. Rinnovata non secondo le categorie del consueto, ma rinnovare vuol dire realmente lasciarci illuminare dalla Verità che ci parla nella Parola di Dio. E così, finalmente, imparare il nuovo modo di pensare, che è il modo che non obbedisce al potere e all’avere, all’apparire eccetera, ma obbedisce alla verità del nostro essere che abita profondamente in noi e ci è ridonata nel Battesimo.
“Rinnovare il modo di pensare”: ogni giorno è un compito proprio nel cammino dello studio della Teologia, della preparazione per il sacerdozio. Studiare bene la Teologia, spiritualmente, pensarla fino in fondo, meditare la Scrittura ogni giorno; questo modo di studiare la Teologia con l’ascolto di Dio stesso che ci parla è il cammino di rinnovamento del pensare, di trasformazione del nostro essere e del mondo.
E, infine, “Facciamo tutto - secondo Paolo - per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto” (cfr v. 2). Discernere la volontà di Dio: possiamo imparare questo soltanto in un cammino obbediente, umile, con la Parola di Dio, con la Chiesa, con i Sacramenti, con la meditazione della Sacra Scrittura. Conoscere e discernere la volontà di Dio, quanto è buono. Questo è fondamentale nella nostra vita. (Benedetto XVI, Lectio al Seminario romano).


mercoledì 16 novembre 2016

Dio c’è? Chi è? Cosa ci chiede?

1. Premessa: la quaestio su Dio oggi

1. Il dramma dell’umanesimo ateo (H. De Lubac)
1. Hegel: Dio autocoscienza dell’uomo
2. Nietsche: Dio rivale dell’uomo <<Se vi fossero degli dei, come potrei sopportare di non essere dio! Dunque non vi sono dei!>>
3. Comte: Dio favola dell’uomo-bambino
4. Feuerbach – Marx: Dio alienazione dell’uomo
5. Freud: Dio proiezione dell’inconscio
6. Sartre: l’esistenzialismo ateo e l’assurdità del vivere
7. Camus: l’uomo in rivolta contro Dio: il creato non depone a suo favore.
8. J. Prevert: <<Padre nostro che sei nei cieli, restaci!>>
9. J.Monod: Dio? No! Il caso o la necessità. Lo scientismo autosufficiente.
  I maestri del sospetto: l’emancipazione dell’uomo ormai adulto.
  Il dramma: <<Non è vero che l’uomo possa organizzare la terra senza Dio. E’ vero piuttosto che, senza Dio, egli non può che organizzarla alla fin fine contro l’uomo>> (De Lubac)

2. Secolarizzazione e ateismo postmoderno
L’ateismo postmoderno non è preoccupato di dimostrare filosoficamente che Dio non esiste, di arrivare a conclusioni teoretiche, piuttosto egli vive praticamente come se Dio non esistesse:
  vivere come se Dio non ci fosse: “etsi Deus non daretur”
Il neo ateismo non si presenta in modo culturalmente elevato, ma “isterico”, manchevole di argomentazioni filosofiche e cedevole a teorie di moda variamente ripetute che riescono a impressionare il pubblico ostentando sicumera e insolenza.
Si fonda su due pregiudizi:
lo scientismo che riduce la scienza a religione, a ideologia
l’idea che la filosofia sia per sua natura atea o quanto meno agnostica (cfr. Kant)

2. <<Niente è più incredibile di una risposta data ad una domanda non fatta>> (F. Ventorino)

1. Ritornare a pensare
Heidegger: <<vivamo un tempo di povertà e distretta… ma la verà povertà sta non nella mancanza di Dio , ma nel fatto che gli uomini non soffrono più della mancanza di Dio … Non credono in Dio non perché è diventato per loro incredibile, bensì perché essi stessi hanno distrutto la possibilità di credere in quanto non sono più in grado di cercare Dio e non sono più in grado di cercare perché non pensano più>>.
  pensare è cercare, domandare:
  la domanda è la forma più alta del sapere:
  pensare è interrogarsi sul senso dell’esistenza: <<l’uomo è un essere a forma di domanda>>(E. Jabes)

2. Risvegliare la domanda
  prima di fare la proposta di Dio occorre far emergere la domanda su Dio
  il coraggio di riprendere a domandare: <<All’insinuante domanda, da dove vieni Uomo?, io rispondo: da mio padre e da mio madre, e ci fermiamo qui>> (Nietsche)
  educare significare aiutare a saper porre le domande giuste: chi sono? donde vengo? dove vado? che senso ha la vita? E la morte? Cosa posso fare? Per chi sono io?
3. Dimensione esistenziale della domanda
  educare significa aiutare a vivere la vita nella dimensione della domanda
  educare significa invitare a “custodire” la domanda, con pazienza: <<Vorrei pregarla , per quanto posso, di avere pazienza verso quanto non è ancora risolto nel suo cuore e di avere care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cerchi ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere. E di questo si tratta, di vivere tutto. Viva ora le domande. Forse vi insinuate così a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere un giorno lontano la risposta>> (R.M. Rilke, Lettera a un giovane poeta).
  la domanda sul senso coinvolge tutti gli aspetti della vita: unitarietà della persona umana, intelletto, volontà, affetti
  no ai fraintendimenti
intellettualistici,
volontaristici,
sentimentalistici.

4. Al centro della domanda: la domanda sull’essere
Il filoso credente Copleston domandò a Bertrand Russel << perché c’è l’essere e non il nulla? >> Questi gli rispose che non gli interessava la risposta perché era sufficiente l’esistenza. Copleston gli rispose che aveva smesso di pensare troppo presto.
  la domanda sull’essere fonda tutte le domande sul senso
  la domanda sull’essere è espressa nella domanda su Dio
  con la parola “Dio” indichiamo l’Essere assoluto, alla radice di ogni esistenza particolare
  << o si pensa teologicamente o non si pensa affatto>> (W. Benjamin)

5. Dell’Essere, o di Dio
Io sono: dunque qualcosa c’è!
qualcosa c’è, dunque qualcosa è!
  ogni essere ha dentro di se o fuori di sé la ragione del proprio essere:
l’essere contingente
l’essere ab-solutus, sciolto da ogni contingenza
  Dio come sorgente dell’essere = il Dio Creatore
  la via della creazione = dalla creazione al Creatore
Credere in Dio significa credere nei miracoli, a partire dal miracolo dell’esistenza stessa delle cose.
  la via del cuore = la via dell’interiorità: “Noli ire foras, in interiore hominis…”
Credere in Dio significa trovare il senso alla propria esistenza, la realizzazione a cui aspira ogni uomo


6. Il luogo dove nasce la domanda
lo stupore: il senso religioso

7. La ragione e la conoscibilità di Dio
la conoscenza razionale di Dio 
  educare significa aiutare a saper cogliere la ragionevolezza del credere: cfr. Paolo ai Romani
8. La risposta
la domanda implica la risposta? 
nella domanda c’è la risposta
l’uomo “capax Dei”
3. C’è Dio? Chi è Dio? 

1. La via della analogia entis
an sit Deus
quid sit Deus
quis sit Deus
quomodo sit
ubi sit Deus

2. Di quale Dio parliamo
  la risposta delle filosofie
  la risposta delle religioni
I falsi dei etici
I falsi dei filosofici
i falsi dei teologici
l’ateismo e il laicismo come religioni!
No ad una concezione utilitaristica di Dio: il Dio tappabuchi
No al Dio-fai-da-te: folklorismi, new age, bricolage delle credenze
No a mettere le maschere a Dio
  continua purificazione della nostra immagine di Dio

3. Dire che Dio c’è non significa affermare ipso facto la sua completa conoscibilità
4. Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio ce lo ha rivelato. 

1. Il Dio “in sé”

2. Rivelazione come automanifestazione libera e gratuita di Dio
un Dio che “Parla”
un Dio “Persona”

3. Creazione come rivelazione
<<i cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annunzia il firmamento, non è linguaggio, non sono parole di cui si oda il suono>>
  Attenzione ai monismi panteistici: Spinoza, Deus sive natura

4. Storia come rivelazione
un popolo
una terra
una promessa
una alleanza
una legge
  Attenzione al liberalismo protestante e al modernismo cattolico: rivelazione come esperienza religiosa soggettiva e non come accadimento extra nos

5. Il logos incarnato come pienezza della rivelazione
cfr. Giovanni: In principio era il Logos…
  è lo stesso logos creatore che s’incarna: nel verbo incarnato creazione e storia si incontrano
  lo stesso logos fonda fides e ratio
Il figlio ce ne ha fatto l’esegesi: 
  il figlio rivelatore del Padre
  sappiamo chi è il Padre solo attraverso quello che ci ha detto il Figlio
nello Spirito
Il mistero di Dio uni-trino

5. Cosa vuole Dio da noi? Vivere la fede, vivere di fede.

1. l’offerta di una amicizia

2. il Dio-con-noi

3. il Dio-per-noi

4. per grazia

5. amicizia come salvezza: il riscatto dal peccato

6. l’offerta di una vita nuova: la loghikè latreia 

7. la Chiesa come “luogo” dove vivere nella libertà di figli



domenica 18 settembre 2016

DIALOGARE O CHIACCHIERARE?

 
Da Dibattito - Settembre 2016:

La rubrica che da anni tengo su questo giornale si intitola "confessioni ad alta voce". Se volete un titolo non originale, ma che scelsi per indicare ai lettori che il contenuto era da un lato strettamente privato, "confessioni" appunto, a partire dalle esperienze personali e dalle considerazioni altrettanto personali che non volevano e non vogliono coinvolgere il mio aspetto "istituzionale", ma d'altro lato confessioni proposte "in pubblico" perché motivato dalla convinzione che talune mie riflessioni, talvolta spinte fino anche alla provocazione, potessero essere utili ai miei lettori, non solo per la condivisione delle mie esperienze e riflessioni, ma anche per un confronto tra idee, seppur non sempre condivise o condivisibili, sulla linea dello stesso nome del giornale che mi ospita, Dibattito. E confesso che in questi anni non sono mancate le reazioni positive (bontà dei miei lettori) ai miei scritti, che mi hanno dato l'umana soddisfazione di sapere spesso di non essere il solo ad essersi formata una certa convinzione su un argomento, ma che il mio convincimento è compreso e condiviso anche da altri amici. Perché oggi scrivo tutto ciò ? Perché voglio mettere a parte i miei amici lettori di un'altra considerazione che sono andato via via maturando a partire dalla mia frequentazione delle rete web: mi riferisco a tutti i "luoghi" cosiddetti "social" quali Facebook, Messenger, WhatsApp e simili, per parlare solo dei più noti. Attenzione: non sono qui a fare la solita morale sulla bontà di tali mezzi o sulla loro negatività. Come ogni strumento la bontà o meno dipende da chi lo usa e come si usa: io internet lo uso ad esempio per cercare libri antichi altri per cercare invece immagini porno, ma come si dice, "ognunu arma a sua e cuscienzia a sua"! La mia considerazione va invece su un altro piano. Sul fatto che questi strumenti si dice siano nati "for connecting people" cioè per far incontrare le persone. E apparentemente sembra che siano riusciti nell'intento. Ognuno di noi su Facebook ha centinaia di amici; facciamo parte di diversi gruppi su WhatsApp e così via... Stiamo sempre a chattare in ogni ora e in ogni luogo... Questo dovrebbe aiutare e in un certo senso far crescere il confronto, la discussione, il dibattito, lo scambio di idee, la verifica su problematiche personali e comunitarie... Invece, paradossalmente, più siamo connessi, più banali sono i discorsi che si fanno: l'amico ci aggiorna di quando è come si sia alzato, di come ha fatto la cacca stamattina, l'amica della acconciatura o del piatto che farà a mezzogiorno... La mattina arrivano centinaia di buongiorno, ma mai uno che ti chieda come stai, che pena ti porti nel cuore, quale è la tua fatica di vivere, e, per chi crede, la fatica del credere. Magari c'è chi su Facebook mette "mi piace" a quello che scrivi o condividi: e questo è il massimo di quanto ci si possa aspettare, perché sono pochi quelli che hanno il coraggio di uscire allo scoperto e di manifestare apertamente le proprie idee. Ecco. Direi proprio che un nocciolo della questione stia proprio qui: nella scelta di non voler entrare mai pienamente in una questione per non esporsi, per un malinteso equivoco che tutte le idee si equivalgano e quindi "chi sono io per giudicare" se un altro ha una idea diversa dalla mia? E forse anche la paura di compromettersi, di dire cosa realmente si pensa, in cosa realmente si crede, in un mondo in cui è più facile e semplice seguire la moda dominante, pronti a cambiare idea appena il vento dell'opinione pubblica soffia in altra direzione o il politicamente corretto impone un linguaggio ipocrita buono per tutte le stagioni.
Talvolta su Facebook ho messo provocatoriamente la condivisione ad articoli proprio per provocare un dibattito, suscitando poche o nessuna reazione, poi metto una mia foto mentre mangio un vassoio di spaghetti o fumo il narghilè e allora vedo centinaia di condivisioni! Certo tutto ciò può essere pure gratificante, ma non è certo appagante.
Per me nato e cresciuto in un tempo in cui il dibattito e la dialettica erano il nostro pane quotidiano, così come la condivisione delle esperienze, anche in ambito ecclesiale, la banalità e la superficialità in cui tutti e a tutti i livelli ci si ferma, non soddisfa minimamente la mia voglia di apertura e di confronto. E perciò ho rivolto un invito ai miei amici: per favore, parliamo, di noi, dei nostri sogni, di cosa ci sta a cuore, dei problemi che ci affliggono... Per evitare che ognuno di noi se ne vada in giro chiuso come una monade nel suo mondo, senza porte e senza finestre, in mezzo agli altri ma non con gli altri. Alla ripresa delle attività dopo le ferie estive, credo che forse questo potrebbe essere un buon proposito: cercare e magari creare luoghi veri di incontro, dove si incontrino persone ed idee. Vere. Sincere. Perché tutto il resto sono chiacchiere vane.

sabato 25 giugno 2016

Otium et negotium

Questo tempo segna l’ingresso nel periodo estivo e l’inizio delle vacanze : confesso che quest’anno direi proprio “sospirate” vacanze, perché la stanchezza fisica di un anno scolastico e pastorale per me pieno di attività e sorprese comincia a farsi sentire e con questa  la voglia di cambiare ritmo di vita per qualche giorno, dando più spazio alla riflessione e alle letture. “In agello cum libello vera quies” : in un piccolo campo con un piccolo libro c’è la vera quiete, così recita un detto latino affisso alle pareti della casa di campagna di un amico sacerdote, e questa è una sacrosanta verità. Benedetta calura estiva che ci obbliga alle soste forzate del nostro attivismo : quell’attivismo che ci ingenera una idea pericolosa : che l’uomo valga per il suo fare e non per il suo essere. Quanto spesso si sente giudicare un uomo con l’enumerazione delle sue imprese, quanto poco invece per le sue qualità intrinseche. Più passa il tempo più mi rendo conto invece di come a volte un attivismo quasi forsennato nasconda il vuoto : delle idee, delle scelte di fondo, dei valori veri. E’ facile passare da un appuntamento all’altro, da un incontro all’altro, da un convegno all’altro, da una attività all’altra : ma non credo che solo questo faccia di noi delle persone “impegnate” se il nostro “agere, operari” non deriva dal nostro “esse”. Ho l’impressione però che di questi tempi sia proprio la cura per l’essere che sia venuta a mancare, a meno che non si faccia coincidere l’essere con l’apparire ! Se si dimentica questa priorità dell’essere sull’agire stesso, se si giudica l’altro solo in base alla sua produttività materiale o quantomeno visibile, allora non sorprende la domanda sull’utilità dello studio delle materie umanistiche e filosofiche ad esempio,  o quella che a volte ritorna anche in campo ecclesiale sull’utilità delle suore di clausura che passano il tempo a pregare ! Cosa produce un libro o una preghiera ? Apparentemente non sposta il mondo di una virgola, eppure... io faccio parte di quella minoranza che crede che il mondo sia cresciuto più con le tragedie greche che con la rivoluzione bolscevica, che Francesco d’Assisi abbia dato al mondo più di tanti re e regine,  tanto per fare qualche esempio ! Come confesso di stimare di più le persone e gli amici che camminano più con la testa che con le gambe ! Benedette allora quelle occasioni che ci danno l’opportunità di coltivare anzitutto noi stessi : “cultura” non significa proprio questo ?  
In questo anno giubilare di “remissione” di tanti pesi, allora voglio anch’io alleggerire i miei lettori del peso di una mia “confessione” impegnativa e seriosa che non si addice al fresco di un pergolato : a patto però che sia sostituita da quell’autentica esperienza di “otium” che rinfranca il corpo e lo spirito. I “negotia” possono aspettare !

A tutti i miei lettori dunque buone vacanze !

sabato 27 febbraio 2016

Il dovere di aggiornarsi

Permettetemi una riflessione ancora una volta sulla storia e sulla nostra incapacità tante volte di non saperla leggere fino in fondo e, soprattutto, sulla nostra incapacità di tenerne il passo. Non mi riferisco al volgare “stare al passo coi tempi” perché non è detto che questo sia sempre una virtù! Mi riferisco alla capacità di quello che Papa Giovanni XXIII chiamava “aggiornamento”: cioè di saper leggere i “segni dei tempi” per riuscire a cogliere al di là delle superficiali contraddizioni il lento cammino di maturazione e di crescita dell’umanità. Aggiornamento perciò significa capacità di non legarsi a schemi fissi, a pregiudizi, a ideologie che la storia stessa spesso ha rivelato erronee o quantomeno superate, e quindi capacità di aprirsi al nuovo, più che alle novità, con onestà intellettuale e senza trasformismi. Aggiornamento che deve prendere le mosse in ambito culturale da un fatto tanto semplice quanto a mio avviso tanto importante: dallo stare attento cioè ai progressi degli studi e delle ricerche delle varie discipline. Mi dà infatti sempre un senso di insofferenza  il riscontrare in tanti una sorta di apatia intellettuale, se non di pigrizia vera e propria, nel rimanere fermi alla quattro cosucce imparate quando si andava a scuola senza poi la minima preoccupazione di accrescere o rivedere criticamente il loro sapere. Esemplifico, chiedendo scusa se mi limito solo al mio ambito di conoscenza, con alcuni fatti riportati non certo per apologia! Già dai tempi del Concilio Vaticano II (e quindi da più di un trentennio) ci fu il reciproco annullamento delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli emesse con lo Scisma di Oriente, ma i libri di storia non ne parlano ancora! anni fa è stato firmato un documento storico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Luterana in cui si riconosce che la dottrina luterana della giustificazione è componibile con la fede della Chiesa con l’annullamento anche qui delle scomuniche reciproche, facendo seguito al riconoscimento della validità delle intuizioni della Riforma di Martin Lutero fatta da Giovanni Paolo II, ma a scuola si continua a insegnare come se la “lite” dogmatica tra cattolici, luterani e ortodossi continuasse e non fosse già finita. Con la revisione del processo di Galileo si è visto come la condanna che subì fu quella di dover recitare una volta alla settimana i sette salmi penitenziali e come alloggio cinque camere con vista sui giardini vaticani e con cameriere personale, tutto a spese della Santa Sede: altro che tortura e carcere! E se il rabbino capo di Roma al tempo del nazismo alla fine della guerra si convertì al cristianesimo e prese il nome di Eugenio in omaggio a quanto aveva fatto Papa Pio XII (Eugenio Pacelli) in favore degli ebrei, ha ancora senso dare più credito alle fantasie di un commediografo di parte sul silenzio della Chiesa per la Shoà? Aggiornamento in questo senso significa allora il permettere alla verità di farsi strada, di ricomporsi dagli strappi a cui spesso viene sottoposta, di venire fuori dalle costrizioni partigiane e dalle tirannia delle opinioni. Perché quando, ad esempio, a non aggiornarsi sono quei “professionisti” della cultura che dovrebbero essere gli insegnanti, il risultato a volte è tragico: infatti si corre il rischio di fornire agli studenti informazioni tendenziose se non addirittura false! Così facendo non si riesce certamente né a fare un buon servizio alla verità e né quindi a saper comprendere le vere ragioni della storia. “Pensare” la storia credo che invece oggi sia un dovere imprescindibile per quanti non si vogliono rassegnare a sentirsi quasi schiavi impotenti di avvenimenti che corrono il rischio di prenderci la mano: e questo un uomo che vuole essere all’altezza del suo ruolo nel mondo non se lo può permettere!


domenica 21 febbraio 2016

L'oratorio della Croce a Scicli

 
La recente apertura estiva del Convento della Croce ha riportato alla attualità il problema circa la nascita e l’evoluzione storica del complesso della Croce nel suo insieme, a partire dal piccolo oratorio decorato con gli affreschi ora conservati presso la chiesa di Santa Teresa a Scicli e che hanno incuriosito tanti visitatori e che meriterebbero migliore collocazione.

Su come si sia formato il complesso della Croce si sono fatte tante ipotesi, se ne sentono tante in giro e c’è chi lavora pure di fantasia! E certo il Carioti, il nostro storico di famiglia, non ci aiuta perché tra le sue già ingarbugliate Notizie storiche, quelle sull’oratorio della Croce sono tra le più ingarbugliate!

Non ci aiutano poi nemmeno le annotazioni del Cataudella fatte all’edizione del Carioti perché frutto di palesi incomprensioni o del testo o, come in qualche esempio che farò in questa sede, del linguaggio canonico ed ecclesiastico che usa il nostro dotto Arciprete. Così tu credi di leggere il Carioti e in realtà leggi qualche altra cosa che col testo originario non c’entra per niente.

Né ci aiutano gli storici successivi perché non hanno fatto altro che scopiazzare o riassumere il Carioti (Spadaro, Pacetto, Pluchinotta, Cataudella).

Il fatto è che qui si combinano insieme vicende locali sia civili che religiose, con vicende ecclesiali legate alle traversie interne all’ordine francescano e al controverso rapporto tra frati minori e terz’ordine. 

L’idea che mi sono fatta, cercando di ordinare i vari dati che abbiamo in possesso, è che ci troviamo davanti ad una successione di fasi che cercherò brevemente di delineare.

In principio, sulla cima della collina che si staglia a fianco dell’altra denominata di San Matteo, viene edificato un piccolo oratorio dedicato alla Croce. Accanto ad esso viene elevata una croce a custodia e protezione della città di Scicli (in uno degli affreschi ex voto dell’oratorio si vede la croce grande in legno sullo sperone del colle e la campana inserita nel muro di cinta del cortile dello stesso oratorio). Da qui la collina prenderà nome “della croce” anche se primariamente viene detta “della Yssa/Issa/Gissa/ Gipsa”, sicuramente con riferimento a giacimenti di gesso: ricordiamo che fino ad oggi una parte retrostante della collina, vicina al convento dei Cappuccini, è detta “del gesso” perché poi appunto vi fu impiantata una miniera di gesso (anche il Carioti al suo solito cercherà al nome ascendenze più dotte e mitologiche).

Con ogni probabilità siamo intorno al 1450 o subito dopo, quando si stabilisce di farvi un oratorio (il Carioti riporta atti del 1472, 1483, 1485 per l’acquisto del terreno e la licenza di edificare il primo convento): ricordiamo che negli anni tra 1470 e 1490 a Scicli c’è il “boom edilizio delle chiese”, giacchè è il periodo in cui tutte le confraternite, tanti altri laici e chierici e ordini religiosi, decidono di erigere le loro chiese. Il primo ventennio del ‘500 a Scicli è tutta una “marammata”, una fabbrica di chiese.

Il luogo dell’oratorio della Croce è stato scelto quasi sicuramente da alcune persone che facevano riferimento all’esperienza spirituale francescana: ricordiamo che proprio qui il francescano Giovanni Murifet stabilisce il suo romitorio in una grotta, che adesso si trova sottostante al convento, nella quale ci si calava dall’alto e che costituisce un legame fortissimo con la tradizione anacoretica greca presente nella nostra terra (fra l’altro ancora poco studiata e conosciuta).

Ma potrebbe anche essere che in quel luogo vi fosse già una primitiva cappella di tradizione cistercense (gli eremiti si collocavano sempre presso oratori preesistenti: si veda l’esempio di san Guglielmo o dell’eremo delle Milizie) come suggerisce il Carioti: ricordiamo che questi furono introdotti da Ruggero per l’impegno preso col papa di “latinizzare” i luoghi dove persisteva il rito liturgico bizantino. Questo spiegherebbe la successiva aggregazione alla Basilica Lateranense, che, ricordiamo, è la cattedrale del Papa: sarebbe un riconoscimento della “romanità” e fedeltà al papa dei fedeli che avevano edificato l’oratorio. L’aggregazione è un fatto spirituale che non comporta autorità o giurisdizione (è solo la possibilità di poter usufruire di alcune indulgenze e altri privilegi) e nemmeno proprietà, per cui ad esempio chi cerca atti di proprietà del convento o cessione di proprietà al Laterano va fuori strada, così come si inganna chi ha creduto di riconoscere in uno stemma della facciata quello della Basilica lateranense perché lo stemma della Basilica è costituito dal celebre “ombrello” pontificale e non da scudi araldici. 

Qualunque sia stata l’origine, qui si stabilisce un piccolo gruppo dell’Ordine della Penitenza, cioè del Terz’Ordine Francescano. La comunità dei terziari vive nel primitivo piccolo convento con i frati minori francescani: ricordiamo che i terziari sono laici, per cui debbono esserci dei sacerdoti che celebrino la messa per loro (il Carioti ricorda il prestito di una pianeta di San Matteo nel 1472 e 1484).

Ma i frati e terziari litigano e si separano: nel 1486 infatti i frati minori ottengono dai Giurati la chiesa della Madonna della Scala, vicino alla “scala del Padreterno”, dirimpetto alla collina della Croce e poi edificheranno la loro chiesa “Santa Maria di Gesù” giù al piano insieme al convento, dove si trova attualmente, mettendo insieme due piccoli oratori dedicati a san Rocco e a san Sebastiano.

I terziari invece rimangono alla Croce.

Non sappiamo quando il francese Murifet arrivi a Scicli. Ma certamente sarà stato l’arrivo del Murifet a ridare impulso all’oratorio e alla devozione per la Croce. Sono attestati infatti richieste e concessioni di indulgenze per la festa della Santa Croce da lui ottenute sia nel 1506, sia nel 1514. Ricordiamo infatti che, almeno per tutto il ‘500 e per buona parte del ‘600, il colle è detto sempre “della Croce” e in tutti gli atti sia l’oratorio che il convento sono detti pure “della Croce”: il titolo di “santa Maria della Croce”, come riporta il Carioti tra i vari titoli della chiesa,  rimarrà sempre a livello popolare, in quanto nei documenti ufficiali non sarà mai presente, anche se la devozione alla Madonna è attestata già, come vedremo, nei primi decenni del ‘500. D’altronde fino ad oggi si dice comunemente “colle/chiesa della Croce” e non “della Madonna della Croce” e non dobbiamo trascurare il persistere della tradizione nel linguaggio popolare.

Il culto originario e principale rimase dunque sempre e solo quello della Croce: così la festa, fin quando rimase aperto al culto l’oratorio, nel secolo scorso, fu celebrata il 3 maggio con grande solennità con eventi religiosi e popolari (si pensi alla concessione della franchigia da parte dei Conti di Modica per la fiera e mercato che che si svolgeva sul piano del convento) che duravano tutta la prima decade di maggio.

E’ interessante infatti notare come nella concessione dell’indulgenza (il cui decreto ho trovato nell’Archivio storico della Curia di Siracusa) che il Vescovo Giacomo Umana, vicario generale di Siracusa, fa il 2 maggio del 1514 venga detto che <<…  in dicta terra Xichili in monte di la gissa nunc nuncupato vocabulo in monte syon est quaedam venerabilis locus  et devotionis  vbi depicta est imago cruchifissi et vexillum sanctae crucis domini nostri Jesu Christi ad quem totus confiteri devotus populus dicte terre >>: c’è cioè solo il “vessillo” della croce con l’immagine del Crocefisso dipinta e il clero e il popolo vi si recano processionaliter il tre  maggio di ogni anno nella festa dell’Invenzione (cioè del Ritrovamento della Croce ad opera di Sant’Elena). Notare come non si parli ancora di devozione alla Madonna e come è detto che il “monte di la gissa” “nunc”, cioè ora, sia chiamato col nome di “monte Syon”: quindi il cambiamento del nome risale a questo periodo.

Così nel successivo 1515, nell’atto con cui fra’ Giovanni Murifet fa donazione a Fra’ Giovanni Schifitto, Guardiano del Convento di Santa Maria di Gesù di Modica, di tutto il complesso della Croce, viene detto che il Murifet fa donazione del monte “nuncupato” cioè denominato “monte Sion” con la  “cappella Sante Crucis”. E poi nell’atto della presa di possesso di fra’ Giovanni Schifitto, redatto dal Notaio Bartolomeo Terranova Cannariati viene detto “loco uocato di la gissa di montj Sion dila  Cruchj”.

Da notare come lo stesso luogo qui abbia tre nomi. Se è immaginabile che il primo nome sia “la gissa” e comprensibile l’ultimo “dila cruchi”, non si comprende da dove derivi il titolo di “Montj Sion”. Nome poco usato in Occidente e che richiama i luoghi santi di Gerusalemme: sul monte Sion cristiano si colloca il luogo del Cenacolo e della dormitio Virginis. Qui ci fu la prima sede dei frati francescani a Gerusalemme e il custode di Terrasanta assume il titolo di Guardiano del Monte Sion. Quindi è un nome che richiama la presenza francescana e opera un collegamento coi Luoghi santi e forse qui bisogna cercare anche il rapporto con la statua della Madonna impastata con la terra dei luoghi santi di Gerusalemme e del Monte Sinai: cioè con la terra “santa” usata come “reliquia”, secondo un uso dei pellegrini conservatosi fino al presente. Sarà questa statua ad essere collocata nell’oratorio ad opera del Murifet. Nell’atto della presa di possesso infatti viene esplicitamente detto: “In qua quidem cappella est reponenda quedam ymago gloriose Virginis Marie quae edificatur jn ecclesia Sancte Grippine de misturis locorum sanctorum Hierusalem et montis Sinaj”, cioè “nella quale specifica cappella è da riporre una certa immagine della gloriosa Vergine Maria che viene fatta nella chiesa di Santa Agrippina da una mistura [di materiali] dei luoghi santi di Gerusalemme e del Monte Sinai”.

Sarà questa la statua venerata poi col titolo di “Santa Maria di la Cruchi”.

 

(1. Continua)

 

Riprendiamo dunque il nostro excursus sull’oratorio e convento della Croce.

Rispondendo a qualche osservazione, comincio col ribadire che non si può fare una lettura ingenua dei documenti che ci troviamo ad avere tra le mani. Ad esempio, riguardo all’oratorio, troviamo da una parte  una donazione del terreno da parte dell’università, poi alcuni acquisti da parte di privati e poi l’acquisto da parte del Murifet che cederà in seguito tutto il complesso al Guardiano di Modica P. Schifitto… ma c’è poi una supposta cessione da parte della basilica del Laterano: ecco questo documento mi ha incuriosito e una breve ricerca in internet mi ha fatto scoprire che nella frazione di Mazzaferro del Comune di Urbino nel 1529 la confraternita di Santa Maria de Cruce erige la chiesa di Santa Maria de Cruce su terreno della Basilica Lateranense con modalità simili alla nostra. Può essere che sia una coincidenza? Non lo credo… spesso uno stesso atto era “giocato” più volte!

Perciò credo che, se non si troveranno atti originali in futuro, la domanda sull’origine dell’oratorio rimarrà sospesa.

Ricordo poi che nella parte precedente ho citato una concessione di indulgenza (e stranamente la concessione del Vescovo Umana di Siracusa è indirizzata al Murifet quando generalmente sono indirizzate alle chiese e cappelle e altari…) ma che ha come destinatari tutti i fedeli di Scicli: <<Jacobus Humana episcopus, vinuersis et singulis utriusque sexus christi fidelibus incolis et habitatoribus terre Xichilj dioecesis syracusanae    salutem in domino sempiternam>>. Qui si parla di “luogo” dove c’è una croce dipinta con l’immagine di Cristo crocifisso e dove si reca la gente in pellegrinaggio il tre maggio: <<Cum in dicta terra Xichilj in monte dila gissa nunc monte mutato vocabulo in monte Syon est quodam venerabilis locus  devotionis vbi depitta est inmago cruchifisi et vexillum sante crucis domini nostri Jhesu Christi ad quem locum contendunt divote populi dicte terre>>.

Si noti come si dice che “ora il monte della gissa ha mutato nome in monte Syon” : quindi il cambiamento è recente. Siamo nel marzo 1514 e non solo viene detto che il monte cambia nome, ma nella concessione è detto pure che una delle condizioni per lucrare l’indulgenza è <<manus ad frabicam ipsius loci porrigere>> cioè  “dare una mano alla fabbrica del luogo”: <<inde volentes dicti populi ad dictam deuotionem exortare et animare … concedimus ex autoritate ordinaria jndulgentiam in singulis annis jn festiuitate sante crucis … tam in primis vesperis quam in secundis celebratis … … loco ingredi et die festivo et clerus et populus devote processionaliter accedere … christi fideles promptius et devotius locum preditto valeant visitare  et manus ad frabicam ipsius loci porrigere>>.

Ma nell’oratorio così come noi lo conosciamo, non c’è nessuna traccia di questa croce: il vessillo di cui si parla è la croce di legno  che si vede negli affreschi? Il luogo di cui si parla nell’indulgenza (non si parla né di chiesa né di cappella) è lo spazio dove si sta costruendo l’oratorio? Nell’indulgenza si parla infatti di dare una mano alla fabbrica, come opera penitenziale: singulis christi fidelibus vero penitentibus et confessis.

Non sarebbe strano che qui si faccia riferimento proprio alla pratica penitenziale dell’aiutare a costruire le chiese, magari portando ognuno una pietra: tra l’altro la tradizione ricorda a Scicli la penitenza di salire al Calvario e alla Croce portando ognuno una pietra nella settimana santa, e nell’indulgenza sono indicate anche le feste di Pasqua, Ascensione, Pentecoste e della gloriosissima Vergine Maria.

Comunque, che ci sia in atto la costruzione di una cappella, ancora da completare, lo si evince benissimo nella cessione di proprietà del Murifet e della presa di possesso dello Schifitto.

La cappella è quella di cui lo Schifitto prende possesso e di cui il Notaio Terranova redige il verbale su richiesta dello stesso Schifitto:

<<Pro fratre Joanne Schifitto.

xxij aprilis, 3e Inditionis, 1515, apud Siclum.

presentibus nobile Antonio de Cultraro, nobile Antonio Firraro, magnifico Joanne de Mauro, Antonio Tauormina, nobile Johanne Antonio Baxetto.

Reuerendus frater Joannes de Ischifitto, guardianus venerabilis conuentus Sancte Marie de Jhesu, terre Mohac, presens velutj  et tamquam donatarius venerabilis Joannis  Murifet ordinis Santi Francisci,

in bonis dictis fratris Joannis Murifet et specialiter in quodam loco uocato di la Gissa di montj Sion dila  Cruchj, terrio Siclj, uigore donationis asserte et stipulate jn actis egregij notarij Maurj de Pisano olim dictis,

nos rogauit tamquam publicus scriba ut actum jnfrascriptum scriberemus adnotaremus et conficeremus:

videlicet quod, hoc predicto die, dictus reuerendus frater Joannes donatarius, presens virtute dicte donationis accepit et recepit possessionem  corporalem dicti loci dila Gissa  et de montj Sion dila Cruchj, suis finibus limitatis pro ut jn dicta donatione, confinantis maxime cum uinealj heredum quondam nobilis Antonij de Eritiis, uinealj Antonij Niculosi, aliisque.

Et hoc [= actus possessionis factum est] per ingressum jn dictum locum, per tactum et amplexionem venerabilis et salutifere crucis, per ingressum et egressum intus cappellam inceptam et non (dum?) ad (huc?) completam, nec non per complessionem clauis arche dicte venerabilis crucis.

In qua quidem cappella est reponenda quedam ymago gloriose Virginis Marie quae edificatur jn ecclesia Sancte Grippine de misturis locorum sanctorum Hierusalem et montis Sinaj.

Et hoc [ = actus donationis est] cum omnibus prouenientibus juribus et actionibus, emolumentis et lucris dicte ecclesie.

Presentibus etiam in his magnifico Bernardo de Bellamagna capitaneo, nobile Tuchio Denaro et Antonio de Alfano juratis terre Siclj et dicto venerabile fratre Joanne donatore atque consentientibus et eorum consensum assensum prestantibus.

Unde ad futuram rey memoriam et ad requisitionem dicti reurendi factus est publicus actus per me notarius Bartolomeus de Terranova publicus scriba>>.

L’atto riportato dal Carioti, è quello trascritto in un estratto ad opera del notaio Carlo Damiata. Non si comprende se sia il Damiata ad apportare alcune variazioni o il Carioti a riportare l’atto con parti errate o sia la trascrizione del Cataudella: io ho potuto ricostruirne il testo a partire dall’originale conservato presso l’Archivio di Stato a Modica.

L’atto è del xxij aprile, cioè 22 (e non 17 o 27 o 28 del Carioti) aprile, 3a Indizione 1515.

Il Cataudella fra le altre cose non capisce la natura dell’atto e non comprende di trovarsi davanti al rituale così come prescritto nel rituale romano e ancora in uso oggi ad esempio nella presa di possesso della chiesa da parte dei parroci. Secondo il diritto romano la presa di possesso è “corporale” per cui lo Schifitto deve recarsi nel luogo da possedere, entra ed esce dalla cappella che gli viene donata, prende in mano e bacia la croce che gli viene presentata davanti alla porta, riceve la chiave ed apre e chiude la cassa dove è conservata la croce (i parroci aprono e chiudono la porta del tabernacolo): il tutto davanti allo stesso Murifet, ai testimoni e ai Giurati (che il Cataudella scambia per curati!) di Scicli che fanno da garanti, insieme al Capitano dell’Università.

E dunque sarà opera del Murifet anche  la ricostruzione dell’oratorio nella forma attuale a partire dal  1510, secondo un altro atto che riporta il Carioti, con la ridefinizione dell’oratorio e la collocazione in esso della statua della Madonna e il collegamento dell’oratorio con il convento e la chiesa nuova.

E siccome gli affreschi (almeno il ciclo degli ex voto e delle Madonne) rispettano questa nuova situazione architettonica, c’è da ritenere che siano stati compiuti proprio in questo periodo, o quanto meno iniziati. La sistemazione della parete orientale, con l’altare e la nicchia della Madonna sarà stata ultimata nel 1519 perché è proprio questa la data che da qualche anno si legge nel cartiglio che corre lungo l’arco della parete e che la caduta di alcuni stucchi in questi ultimi anni ha reso possibile vedere: nel lato sinistro si legge “SALVE REGINA”, nel lato destro si legge “MCCCCCXVIIII”. Questo confermerebbe la data del Carioti che riporta un atto del 25 marzo 1518 per l’ampliamento della chiesa. 

 

(2. continua)

Continuiamo il nostro excursus sull’oratorio della Croce. Qualunque sia l’origine dunque, è indubbio che nella seconda decade del ‘500 il nostro oratorio avesse già una sua conformazione vicina a quella attuale. Io da profano distinguerei due fasi: la prima in cui l’oratorio, di forma rettangolare  è ancora isolato e presenta la piccola porta di ingresso aperta nel lato corto, ad Occidente, in modo che l’abside col suo altare si trovino ad Oriente dirimpetto alla porta di ingresso. Ricordiamo che già la direzione liturgica sentita come obbligata è indice della antichità dell’oratorio. Ai due lati lunghi a Mezzogiorno e a Settentrione sono aperte due finestre. Il piano dell’altare è separato dal resto della chiesa da un gradino che occupa al’incirca un quarto del pavimento dell’oratorio così che il sacerdote possa celebrare comodamente all’altare coram Deo.

E’ mio parere che il ciclo decorativo più antico sia quello in cornu epistolae cioè alla destra di chi entra in chiesa ed è rappresentato dalle varie immagini mariane affrescate alle pareti: lo dico perché la pittura si adegua alla presenza della finestra per cui troviamo un’immagine mariana più piccola rispetto alla altezza delle altre.

Può anche essere che le immagini dirimpetto, in cornu evangelii, quelle degli ex voto, siano coeve, mentre credo che gli altri affreschi siano stati fatti in epoca successiva, quando l’oratorio subì alcune modificazioni: si murarono sia la porta di ingresso (e se ne aprì una laterale che immetteva alla chiesa annessa e al convento, a meno che questa non fosse già presente come porta di servizio dell’oratorio per il prete ed il sacrista) sia l’altra finestra sulla parete esterna, così che si ricavarono altri spazi da poter affrescare: troviamo qui infatti le immagini di Gioacchino e Anna, di altri santi, di Guglielmo e Corrado, della Messa di Papa Gregorio e del cartiglio delle indulgenze.

Mi permetto di dare qui una mia lettura delle immagini  presenti nell’oratorio.

Cominciamo dalle Madonne. Anzi, prima ancora, la parete inizia – entrando dalla nuova porta di ingresso laterale - con l’immagine di San Michele, l’arcangelo che guida le milizie celesti: e infatti lo vediamo rivestito con una splendida armatura da cui spiccano due ali policrome che contornano la testa e il volto dell’angelo a mo’ di aureola. E’ in piedi, alla sinistra lo scudo, nella destra doveva imbracciare la spada o la lancia con cui sconfigge il diavolo ai suoi piedi. In fondo un paesaggio rupestre. Ricordiamo che la devozione a San Michele nel medioevo è particolarmente diffusa e sentita. Non c’è chiesa che non abbia un altare a lui dedicato o paese e città che non abbia una chiesa a lui intitolata. Anche a Scicli la chiesa di san Michele (edificata dalla confraternita omonima) nel ‘500 è tra le più grandi e ricche della città. L’immagine ha gli occhi rivolti in basso: certo ai suoi piedi ci doveva essere l’immagine del diavolo, e se non fosse per la diversa impostazione delle ali, tutta la figura farebbe ricordare il San Michele di Monte sant’Angelo.

La seconda immagine è quella della Madonna della Catena. Una immagine e una devozione tutta palermitana. Non staremo qui a narrarne le origini. Basti sapere  che nel giro di pochisssimo tempo questa Madonna divenne tra le più venerate in tutta l’isola. A Scicli avremo una chiesa rupestre a lei dedicata, ma l’altare più bello e ricco in suo onore si trovava nella chiesa di San Michele. A guardare bene l’affresco, ai due lati del trono della Madonna a sinistra si vede l’inizio di un declivo che continua poi a destra nella immagine di una alta rupe e montagna: è il monte Pellegrino di  Palermo così come si vede dalla zona del porto dove si trova la prima chiesa della Madonna della Catena. La Madonna è in trono e sul ginocchio destro tiene seduto il Bambinello nudo: la Madre tiene tra le mani una catena che scende poi in basso tenuta da entrambe le mani dal Figlio e poi continua a scendere. Una pala lignea conservata nella chiesa di san Bartolomeo ci aiuta a leggere l’immagine: anche lì la catena è tenuta per mano ma in un capo ai piedi della Vergine è incatenato il Drago anticico, l’immagine satanica dell’Apocalisse. Credo che stia qui il vero segno della catena, avvalorato dal fatto che il bimbo è nudo per sottolineare la verità carnale del mistero dell’incarnazione. E’ la donna dell’Apocalisse che incinta e poi col parto del Figlio riesce a sfuggire e vincere gli attacchi di Satana. Non per niente la Madonna della catena è invocata da tutte le partorienti! Anche qui come per San Michele il richiamo è alla lotta contro il Maligno.

Accanto troviamo la immagine, quella della Madonna della Croce, in piedi con il Figlio in braccio nella sua sinistra che tiene una piccola croce con entrambe le mani, croce sostenuta pure da Maria alla base con l’altra mano. Dietro il trono anche qui a destra lo scorcio di un paesaggio che potrebbe essere proprio quello del colle della croce con l’immagine dello stesso oratorio. Qui il Cristo ha la tunica e il fatto che tenga la corce in mano richiama tutta la tradizione iconografica greca prima ma poi anche occidentale in cui il fatto che il Bambino tenga in mano (o gli angeli gli mostrino) i simboli della passione sta a significare la consapevolezza del suo futuro destino di dolore e morte. E anche Maria è compenetrata in questo mistero della croce.

Infine ci troviamo davanti all’immagine della Madonna della Misericordia. Anche qui una devozione medievale nata in ambito cistercense e poi diffusasi negli altri ambiti monastici e presso tutto il popolo. Il tema di Maria che copre col suo manto quanti – chierici e laici, ricchi e poveri - si rifugiano sotto la sua protezione è famoso e tanti artisti famosi lo hanno ripreso. Qui alle spalle della Vergine non c’è più il trono ma il muro che funge da parapetto dietro il quale si intravvede uno scorcio roccioso e poi un paesaggio in lontananza, in cui qualcuno ha intravisto la Scicli medievale: in verità la chiesa in primo piano sembra quella della san Matteo romanica, ma se anche non lo fosse il richiamo alla protezione della città è chiaro. Fra l’altro ricordiamo che nella prima puntata abbiamo fatto riferimento ad un possibile oratorio cistercense prima dell’attuale, a voler credere agli storici antichi nostrani.

La domanda sugli autori la giro ai nostri esperti di arte, mentre forse si potrebbe chiarire il ruolo dei committenti, perché troviamo in alcune immagini la scritta FECERUNT F: oppure F:F:   che certo si deve sciogliere in FECE/FECERO FARE cui seguono alcuni nomi. L’idea dei donatori è supportata dal fatto che ad esempio nella Madonna della Croce, troviamo accanto al cartiglio della commisssione anche la figura di una donna in ginocchio, piccolissima rispetto all’immagine della Vergine: ma era questo il modo in cui i devoti donatori si facevano ritrarre nelle tele donate alle chiese.

Ci sarebbe poi da chiedersi se il piano iconografico di questa parete risponda ad un progetto originario oppure se, per così dire, la parete è stata affrescata a mano a mano che si facevano avanti i donatori e magari seguendo le loro devozioni.

Potrebbe essere l’uno e l’altro. Credo si possa pensare anzitutto ad una lettura fondata su un dato di fatto: il desiderio di accreditare la devozione alla Madonna della Croce fra le devozioni più famose, nell’Isola e oltre.

Per questo dall’altro lato, nella parete dirimpetto verranno dipinti gli ex voto: come a dire “guardate che la nostra Madonna è altrettanto miracolosa e famosa quanto la Madonna della Catena e la Madonna della Misericordia!!!” E infatti si parla non solo di miracoli successi a Scicli ma anche a Terranova, verso chi si reca nel suo oratorio ma verso chi anche è rimasto a casa ammalato (basterebbe questa notazione per dire come siamo qui nel pieno sviluppo della devozione medievale ai santi, ma non è questo il luogo per approfondire tale questione).

Ma se si pensa poi che la successione delle immagini, entrando invece dalla porta originaria, veniva letta al contrario di come noi l’abbiamo descritta, credo vi si possa leggere anche un altro invito: “volete una protezione, la città cerca protezione? Rifugiatevi sotto il manto di Maria! Maria vi unirà alla vittoria della Croce del Figlio e vi aiuterà a spezzare le catene del male e a vincere il Tentatore che l’arcangelo Michele tiene soggiogato per ordine di Dio!!!”

Come il Figlio vince il male con la sua croce e come i fedeli sono liberati, lo diranno poi con la raffigurazione della Messa di Papa Gregorio, ed è quanto vedremo nella prossima puntata.

(3. Continua)

Continuando la nostra visita dell’oratorio della Croce, ci troviamo davanti ad un grande affresco, nella parete di sinistra guardando l’altare, dirimpetto alle immagini delle Madonne viste l’altra volta: è questo un affresco composito, in quanto riassume tre temi iconografici molto sviluppati nella devozione medievale. Si tratta anzitutto della imago pietatis o del cosiddetto “Cristo in pietà”, cioè del Cristo morto, raffigurato a mezzo busto prima, poi a tre quarti, poi anche tutto intero, che emerge dal sepolcro: è in principio solo, poi accanto vi troviamo la Madonna e san Giovanni (a volte la Maddalena), anche questi prima a mezzo busto e poi a figure intere, in atteggiamento di compassione verso il Cristo Morto.

Il tema della imago pietatis fu poi ampliato con l’inserimento degli arma Christi: cioè dei simboli della passione.

Per una riflessione sul significato della meditazione sulla passione di Cristo e sulla nascita delle devozioni e dei riti legati alla passione mi permetto di rimandare al mio studio su Le feste del Signore

Qui ricordo come gli arma (nel senso di simboli considerati come gli stemmi “nobiliari di Cristo) sono la rappresentazione plastica dei singoli momenti della passione attraverso il rimando di una parte per il tutto (nel nostro affresco infatti si vede il bacio di Giuda, la cattura di Cristo con lanterne e bastoni, lo scherno verso il Cristo, gli schiaffi, gli sputi, il rinnegamento di Pietro con la serva e il canto del gallo, la flagellazione, la coronazione di spine, il lavabo di Pilato, la crocifissione, il buon ladrone, il sole e la luna alla morte di Cristo, il vaso con la mirra per l’unzione del corpo di Cristo…), ma sono rappresentati anche gli strumenti specifici della passione (la canna come scettro regale, la corona di spine, i chiodi, la lancia che trapassa il costato, la spugna imbevuta di aceto in cima alla canna, le corde, il corno e la tromba dei soldati…).

Nel nostro affresco gli arma Christi fanno da sfondo alla scena e si fondono col tema del Christus patiens e della crocifissione richiamati dal sepolcro posto sulla sinistra e dalle due figure della Vergine Addolorata a sinistra e di San Giovanni alla destra, raffigurati questi a figura piena, quasi a fare da cornice alla rappresentazione e sono collocati in modo da fare da cerniera tra la scena alle spalle nel cui piano è collocato il sepolcro con Cristo accanto e i simboli a fare da sfondo e l’altare posto in primo piano ma sottostante al precedente. La scena è quella usuale di Maria e Giovanni accanto al Crocifisso, così come è raccontata nel vangelo di Giovanni. Solo che qui abbiamo una sorpresa: al centro non c’è il Crocifisso ma c’è il Cristo risorto!  Perizoma bianco (segno della divinità), mantello rosso (segno della passione ma anche della regalità), il Risorto regge con la sinistra la croce trasformata in vessillo di vittoria e non più strumento di morte e con la destra indica la ferita al costato (il richiamo è alla incredulità di Tommaso e all’invito di Cristo a mettere la mano nella ferita del costato).

Perché questo passaggio tematico dal Crocifisso al Risorto? E’ spiegato nella scena sottostante, dove è raffigurata quella che, secondo la tradizione è detta “la messa di Papa Gregorio”.

Secondo la tradizione (una leggenda nata nel 1400) un giorno mentre celebrava la Messa, San Gregorio Magno, (è il papa Gregorio I della serie, siamo negli anni a cavallo tra secolo VI e VII, e non il Gregorio XII come qualcuno ha sostenuto), ebbe la apparizione del Cristo sofferente sull’altare.

E’ chiaro l’intento della pia tradizione: ribadire non solo la realtà oggettiva della transustanziazione, ma anche quello di riaffermare la Messa come reale memoriale del sacrificio di Cristo sulla croce, come insegna il catechismo: ogni volta che si celebra la Messa si rinnova il mistero della passione del Signore, anzi di tutta intera la Pasqua, Passione – Morte – Risurrezione. Come ancora oggi si acclama nella Messa: “annunziamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione”.

Tutto ciò è sapientemente descritto nel nostro affresco, quasi una lezione di catechismo per immagini.

Il papa è raffigurato in ginocchio in adorazione davanti all’altare, con la “cassubula” sopra il camice bianco e il manipolo che pende dall’avambraccio sinistro. Le braccia spalancate del papa richiamano la preghiera liturgica del canone romano durante la messa. L’altare è ricoperto, secondo la tradizione cattolica, da una bianca tovaglia di lino, sul davanti dell’altare un paliotto di stoffa decorata a fiori secondo l’uso medievale. Sull’altare al centro il corporale quadrato, così detto perché vi si poggia il corpo di Cristo. Ai lati sull’altare le due candele, e poi a sinistra il leggio con il messale, e a destra il calice con sopra la patena e l’ostia, e ancora accanto il triregno papale, cioè la tiara con le tre corone. Alla destra un ministrante in ginocchio pronto per servire la messa: sopra la sua testa nella nicchia della parete si vedono le due ampolline con l’acqua e il vino, giacchè era proibito, in segno di rispetto, poggiarle direttamente sull’altare. Alla sinistra invece alcuni prelati che richiamano la corte papale (un cardinale in prima piano che tiene nella sinistra la croce arcivescovile, un vescovo con la mistria alle sue spalle, un canonico con la mozzetta di ermellino, altri chierici in lontananza): è certamente fuori luogo l’interpretazione di questi personaggi come di padri e dottori della Chiesa, come vorrebbe qualche lettura recente. Alla destra, sopra la mensola delle ampolline, un cartiglio con l’indicazione dell’indulgenza annessa all’immagine, di cui diamo una trascrizione corretta rispetto a quanto è detto in alcune pubblicazioni:

CUI DIRA SECTI PATER NOSTRI

E VII AVE MAREI

INNANTI LA PIETATI

GUADAGNA PER OMNI VOLTA

CHINCUENTA MILIA ANNI DI INDULGENCIA

PER LI VENNIRI DUPLICATI

ET LU VENNIRI SANCTU INDULGENCIA A CULPA ET A PENA

CONCESSIO 

PER PAPA GREGORIO

Cioè: Chi dirà sette Padre Nostro e sette Ave Maria davanti alla Pietà guadagna ogni volta cinquantamila anni di indulgenza, che nei venerdì sono raddoppiati e il venerdì santo l’indulgenza [è concessa] sia per la colpa e anche per la pena.

Papa Gregorio.

Il cartiglio conferma dunque di trovarci dinanzi alla immagine della Pietà come abbiamo detto sopra. Che fu tra le più diffuse nel tardo medioevo e nel primo periodo del Rinascimento. E come si vede, tra le più indulgenziate, per numero di anni. Da notare la dicitura circa l’indulgenza del venerdì santo che libera dalla colpa come anche dalla pena: siamo nella perfetta dottrina circa le indulgenze, che qui non spiegheremo, e che forse i nostri lettori non comprenderanno più nemmeno. Ci basti però sapere che i visitatori dell’oratorio, nel ‘500 invece la comprendevano appieno! E che dunque tutta l’immagine serviva da riepilogo di tutta la teologia cattolica circa l’efficacia redentiva del sacrosanto sacrificio della messa. Da lì a qualche anno sarebbe scoppiata la rivolta di Lutero contro le indulgenze. Ma a Scicli della tempesta che si prepara non si vede neanche il minimo segno! 

 

(4. continua)

Nella stessa parete di sinistra dove si trova la messa di Papa Gregorio troviamo un cartiglio con la concessione di un’altra indulgenza. Nel dipinto il cartiglio è retto da un angelo di cui si vede il busto con le ali spiegate e le braccia distese a mostrare la pergamena. Il cartiglio è una fedele riproduzione della pergamenna che contiene la concessione delle indulgenze, sia nello stemma di apertura in alto in centro con con il volto di Cristo riprodotto secondo la tradizione greca del Mandilion (la nostra “veronica”), sia nella riproduzione del sigillo nell’angolo in alto a destra di chi guarda, a provarne l’autenticità. Peccato che la chiusa finale in basso si sia persa per la caduta di parte dell’affresco. Conunque gran parte del testo è ancora leggibile e quanto manca può essere ricostruito tramite trascrizioni fatte in precedenza negli anni passati.

Diamo qui il testo con qualche nostra correzione:

<<Rafael Ostiensis episcopus

Dominicus Portuensis et Franciscus Tiburtini episcopi

Tomas Tituli Sancti Saturni in montibus

Antonius Tituli Sancti Vitalis

Benedito Tituli Sanctae Sabinae

et Laurencius Tituli Sanctorum Coronatorum presbiteri

Federicus Sancti Angeli

Marcus Sanctae Mariae in via lata

Amaneus in Sancti Nicolai in carcere Tuliano

Sigismundus Sanctae Mariae Novae

et Alfonsus Sancti Teodari diaconi

Miseracione divina Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinales

Universis et singulis Christi fidelibus

qui pie devoteque

a quista santa ecclesia

cum li manu adiutrici

in li sequenti festi

visitarannu d’un vespre al’altru inclusive

cum la misericordia di Dio concidimu et damu chentu iorni di vera indulgencia

cum annis milliabus et cento iorni quanti volti in quisti festivitati

videlicet: in la festa di la invencione di la sancta crugi a li tri iorni di maiu e ne li prim…

inmaculata concecio beate Mariae Virginis>>.

Vediamo di fare ora qualche nota al testo.

I cardinali di cui parla il rescritto sono i seguenti:

-          Raffaele Riario Sansoni, nominato decano del sacro collegio e perciò vescovo della diocesi suburbicaria di Ostia  il 20 gennaio 1511 - deceduto il 9 luglio 1521;

-          Domenico Grimani, nominato vescovo della diocesi di Porto Santa Rufina il 20 gennaio 1511 - deceduto il 27 agosto 1523;

-          Francesco Soderini, nominato vescovo di Tivoli il 27 giugno 1513 fino al 18 luglio 1516 quando fu nominato vescovo di Palestrina;

-          Tamás Bakócz, nominato al titolo presbiterale di  san Silvestro e san Martino ai monti dal 1500 al 1521;

-          Antonio Maria Ciocchi del Monte, nominato al titolo presbiterale di  san Vitale da1511 al 1514; 

-          Bandinello Sauli nominato al titolo presbiterale di   santa Sabina dal 1511-1516;

-          Lorenzo Pucci nominato al titolo presbiterale dei   santi quattro coronati dal 1513-1524;

-          Federico Sanseverino nominato al titolo diaconale  di   sant’angelo in pescheria dal 1º maggio 1510 – e dimesso il 30 gennaio 1512; 

-          Marco Cornaro nominato al titolo diaconale santa Maria in via lata dal 1513 al 1523;

-          Amanieu d'Albret nominato al titolo diaconale di  san Nicolò al carcere il 5 ottobre 1500 e deceduto il 20 dicembre 1520;

-          Sigismondo Gonzaga nominato al titolo della diaconia di santa Maria nova nel 1513

-          Alfonso Petrucci nominato al titolo diaconale  pro illa vice  di san Teodoro il 17 maggio 1511 e dimesso il 22 giugno 1517.

La lista dei cardnali è importante perché mostra il turno del concistoro che aiutava il Papa nello svolgimento ordinario delle sue mansioni e qui ci aiuta ad identificare l’anno in cui la concessione è stata fatta e perciò anche indirettamente a datare l’affresco del cartiglio: e l’anno in cui furono sicuramente tutti nello stesso turno è il 1513-1514.  Quindi siamo proprio negli anni individuati già prima e che mostra la fervente attività di costruzione e abbellimento dell’oratorio.

Un’altra indicazione in proposito ci viene dal testo della concessione. Qui la formula è uguale alle altre concessioni: il tempo (dai primi ai secondi vespri inclusi, cioè da un tramonto all’altro, secondo il computo liturgico della giornata); i giorni concessi (cento per la solia visita, anni mille e cento giorni nella festa della Inventio della Santa Croce il 3 maggio e poi per l’immacolata concezione di Maria l’otto dicembre).

Ma ci sono due particolarità da rilevare. La prima circa l’inciso <<cum li manu adiutrici>>, che potrebbe confermare quanto detto precedentemente in occasione della concessione della indulgenza da parte del vescovo di Siracusa: cioè la concessione è fatta non a chi visita solamente la chiesa, ma a chi va a dare una mano di aiuto nella costruizione della chiesa.

La seconda, di carattere mariano: siamo in un periodo in cui ancora si disputa sulla immacolata concezione di Maria (il dogma sarà promulgato  a fine ‘800) ma già i francescani hanno scelto da che parte stare: infatti qui si scrive << inmaculata concecio beate Mariae Virginis>> e sarebbe interessante sapere se tale titolo è presente pure nel testo originale della bolla o è una interpolazione del Murifet francescano! Comunque sia è un’ulteriore riprova della antichità del culto dell’Immacolata a Scicli. Prima e sopra qualsiasi altra devozione (si noti che non si parla nel cartiglio nemmeno della Madonna della Croce), checcè ne dicano tanti.

 

(5. continua)   sac. Ignazio La China

 

E’ da tempo che a Scicli non piove. Non è la prima volta. Anche nei secoli passati la nostra città ha sempre sofferto di mancanza d’acqua, cosa che ha provocato siccità, carestia e mortalità di uomini e animali.

Dato che stiamo parlando della Madonna della Croce, ecco due atti che ci parlano della pietà del popolo di Scicli che si rivolgeva a Dio per mezzo di Maria in tutti i momenti di prova.

Il primo è un atto interessante perché unisce due devozioni mariane: alla Madonna della Croce e alla Madonna dei Milici, invocate e processionate congiuntamente per scongiurare la fine della siccità:

<<A di 26 di Aprile 1670 –

E più tarì tridici a dominico parisi quali seli pagha per suo uiaggio di hauer andato nella città di Lentini da Monsignore Illustrissimo con lettere delli Illustri Giurati di questa per ottenere licenza di fare processione per conducere la Madonna Santissima della Croce e delli Milici ad effetto d’ottenere la pioggia per lo molto bisogno che tiene la campagna e questo per la molta istanza fatta dalli populi in giouamento di tutto il publico che con  questo appare mandato a di come sopra tarì tridici.

tutti quattro li Illustri Giurati

Micheli Sindaco>>.

Il secondo è un atto che descrive una esposizione straordinaria della statua per impetrare a Dio il dono dell’acqua per intercessione di Maria.

E’ una nota spese, ma dietro vi si possono leggere le forme della devozione postridentina con l’esposizione del Sacramento e l’uso popolare delle torce nelle processioni mantenuto fino al presente (per non parlare dello sparo dei maschi!!!).

<<A di 14 di maggio 1674

E più onze tre e tarì ventitri a mattheo La Varca nostro vice sindaco quali se li pagano per altritanti de ordine nostro spesi per causa di hauere uscito la madonna santissima della Croce dentro la cappella doue e solito stare e quella si pose nel Altare maggiore della Chiesa di detto Conuento con la esposizione dello santissimo Sacramento doue in quello ci concorse tutto lo populo di questa Citta in deuotione grande per la gran mortilita di genti che giurnalmente morino in quista Città anmaladi e di morti subutania et di punturi senza nessuna ripara come anco per andare a pregare la Madre santissima che ci volesse mandare la gratia di laqua in questi tempi calamitosi per tutti seminerij de lanno presente.

Videlicet:

onza 1 e tarì 6 per rotula quattro di blandoni di cera biancha la quale servuio per tutto il tempo che fu esposta detta Madre Santissima con il Santissimo Sacramento a ragione di tarì 9 lo rotulo per scunchiutina di torci li quali si allegaro per acompagnare con tutta la nobiltà di Sicli lo Santissimo Sacramento; rotula dui et onze dudici tarì 24 item per loeri di detti torchi tarì 15; item per li trumbetti li quali sonaro in detta espositione tarì 4; item per portatura di detti torchi grana dui; item per maschi numero 50 tarì 4.10; item per la musica che si fece due volte per la messa cantata tarì 24; et una corda la quale seruio per attaccare la vara quando si uscio la Madonna Santissima della Cappella e si portao nello altare maggiore in tutto alla somma di dette onzi tre e tarì ventitre il tutto in servitio di questi populi e del culto divino e per donarci la gratia di quanto ci adomandamo; appare mandato et atto di recevuta in notaio Francesco Corbo die quo supra;

tutti 4 Illustri Giurati – Laurifici sindaco>>.

Indirettamente qui troviamo anche un indizio sulla chiesa secentesca: giacchè viene detto che la Madonna sta ancora nella nicchia della cappella, vuol dire che nella chiesa grande, l’attuale nicchia absidale è opera della ricostruzione settecentesca.

Questa nota ci riporta alle variazioni che la chiesa ha subito nel corso dei secoli, ma di questo parleremo in seguito.

 

(6. continua)