martedì 1 aprile 2014

Presbiterato: vocazione al servizio ecclesiale

Can. 1025 § 2: che il candidato risulti utile per il ministero della Chiesa

QDE: “si riafferma un principio fondamentale del sacramento dell’ordine: esso non è conferito primariamente per la santificazione personale del singolo, ma per il servizio alla Chiesa.”

ð  rectius: della Chiesa.

ð  ON 14 “il presbiterato è quindi per il ministero ecclesiale e non per una dignità personale”

Il prius ontologico: la Chiesa e il servizio che essa deve rendere al mondo.

Prima del presbiterato c’è la Chiesa: cfr. LG 1: il sacramento (segno e strumento) della salvezza di Cristo per tutto il genere umano.

Cristo unico salvatore del genere umano => Chiesa, suo Corpo, sacramento di salvezza.

La via della salvezza è una via sacramentale: è la rivelazione dell’unica e grande Liturgia divina:

Liturgia = servizio per il popolo: Dio vuole far attingere tutti alle sorgenti del suo amore

per il suo popolo il Padre manda il Figlio

per il suo popolo il Figlio dà la vita ed effonde lo Spirito

per gli uomini ancora oggi tramite la Chiesa e per mezzo dei sacramenti è aperta a tutti gli uomini la possibilità di attingere con gioia alle sorgenti della salvezza.

Salus animarum suprema lex: il sacramento dell’ordine = “ordinatio ad”

ð  la Chiesa ministra di salvezza

ð  i presbiteri: ministri della Chiesa ministra

ð  amministratori della salvezza di Cristo, nella Chiesa.

ð  Amministriamo beni non nostri:

            indisponibilità sui beni

            responsabilità

ð  Cfr. JEAN CORBON, Liturgia alla sorgente, p. 154+155

Dimensione cristologico-ecclesiale del presbiterato:

“in persona Christi” / “ad ministerium Ecclesiae”: due aspetti inscindibili

ð  Conformazione a Cristo: l’ amoris officium

ð  Dimensione ecclesiale del ministero del presbiterato: al di là di ogni individualismo e particolarismo.

ð  Vocazione al presbiterato: chiamata di Cristo nella Chiesa

ð  Cfr. la richiesta di ordinazione fatta a nome della Chiesa (Rito Ord.): “la Santa Madre Chiesa chiede…” (vedi invece la professione dei consigli evangelici che parte dalla richiesta personale del candidato).

ð  Non si tratta di compiere un cammino di ascesi/vocazione personale in cui il presbiterato è un aspetto della spiritualità personale, quanto di riconoscere una chiamata ad un servizio vero e proprio nella Chiesa e a nome della Chiesa (e quindi in nome di Cristo), in cui doni e carismi sono finalizzati al ministero: per questo mentre la Chiesa è pronta sempre a riconoscere ad ogni battezzato la possibilità di vivere una forma di vita spirituale propria, sente il bisogno di indicare criteri cogenti per il riconoscimento della vocazione sacerdotale.

ð  Basta sognare di voler diventare preti per essere preti?

ð  La chiesa deve dire sempre di si a chi afferma di avere la vocazione al presbiterato?

ð  Cfr. la Chiesa ha chiamato chi magari non riconosceva in se alcuni segni: vedi Agostino, Ambrogio…

ð  E la santificazione personale? Il dovere e i mezzi sono uguali per tutti: “con voi sono cristiano…”. (in questa dimensione il prete deve avere una vita sacramentale come ogni battezzato).

ð  Ma allora il quid del presbitero dov’è? E’ nel “pro vobis”: “per voi sono presbitero”

ð  E’ il pro vobis di Cristo (perché configurati a Cristo)

ð  E’ il pro vobis della Chiesa (perché ministri della Chiesa)

ð  “per loro consacro me stesso”: ci santifichiamo aiutando gli altri ad essere santi, ci sacrifichiamo perché ognuno possa offrire se stesso come sacrificio a Dio (cfr. Rm 12)

ð  La santificazione del presbitero si attua attraverso l’esercizio del ministero

Il sacerdozio non è mai un dono pro me.

Il sacerdozio non è mai arpagmon - frutto di rapina

Pur essendo in me, nelle mie mani: “tu sei la possibilità di una fonte dove essi hanno il diritto di dissetarsi dalle loro fatiche.” (David Maria Turoldo).

E’ qualcosa da condividere, da mettere a disposizione

ð  PASSIONE PER CRISTO

ð  PASSIONE PER LA CHIESA

Contro ogni illusione di realizzazione/autorealizzazione (gli autoerotismi cerebrali!!!) personale:

il presbiterato non è la coronazione di un mio sogno, quanto la consapevolezza di essere chiamati a condividere il sogno di Dio: la salvezza dell’uomo.

Innamorati di Gesù: si = “tu lo sai che ti voglio bene”

Ma la richiesta di amore non è per un ripiegamento affettivo tra i due amanti: “se mi ami, pasci le mie pecorelle”: è per il ministero, per la Chiesa.

Cfr. Presbyteri 2/2007 p. 152

In persona Christi


Verbum caro factum est: la legge dell’incarnazione

L’umanità: la nostra carne

“homo sum nihil humani alienum a me puto”

Maturità umana: equilibrati perché consapevoli dei nostri squilibri

Uomo tra gli uomini:

l’attenzione al destinatario

la cultura

ritornare a pensare: cfr. Presbyteri 7/2007 p. 488

maturità intellettuale e serietà dello studio

la fecondità della Parola: verbis gestisque.

Secondo il cuore di Cristo:

venite a me…

“Cumannari è miegghju ri futtiri”: la tentazione e le tentazioni


Il potere:

non spadroneggiate sul gregge

C’è una “spiritualità” del presbitero?


Cfr. Presbyteri 2/2007 p. 152:

1. la Chiesa locale: la Chiesa che serviamo


ð  imprescindibile la diocesanità come matrice dell’essere in Cristo

ð  la rincorsa di altre spiritualità non è un segno positivo (cfr. Presbyteri 2/2004 p. 125)

ð  no al contenitore vuoto da riempire a piacere (presbiteri 2/2002 157)

2. Il vescovo: “Noi presbiteri…”:


3. Il collegio dei presbiteri: il corpo del vescovo (sic!)


Il servizio collegiale => per uscire dal protagonismo individualista => L’obbedienza al presbiterio

Lavarsi i piedi gli uni gli altri

No alle fughe isolate… camminare col passo del più lento

4. La fraternità sacerdotale: non è bene che il prete sia solo


Presbiteri 2/2002 p. 133

5. l’inveramento della comunione: dall’ecclesiologia eucaristica ad una chiesa eucaristica


Preti, ossia dell’Eucaristia


1. per la realizzazione del Corpo di Cristo


“conficere sacramentum”


Edificare la chiesa


Realizzare la communio


2. Vivere il mistero posto nelle nostre mani


“vivi ciò che celebri”

3. vita eucaristica


L’eucaristia come forma del sacerdozio

Per una integrazione

La traditio sacerdotale: un prete è sempre figlio di … un prete!


DON LORENZO MILANI

Lettere, p. 46-47; 112-113-114 +133

DON PRIMO MAZZOLARI

Lettera sulla parrocchia p. 84+85, 94+95, 102

GIACOMO BIFFI

Le cose di lassù: innamorati del Christus totus (Cristo e il suo corpo, la Chiesa)

BERNANOS, Diario di un curato di campagna , p. 38 + 269+272+274

BERNANOS, L’impostura 78+81+82+84

GRAHAM GREEN, Il potere e la gloria 274+275+276+277…282+285…290+303+305

NOVOSELOV, Lettere agli amici, p. 32: il rinnovamento?

PARAZZOLI, per queste strade familiari e feroci (risorgerò) 40+41+44: li perdiamo, l’essenziale per un giovane prete 65

Non scandalizzarti della tua debolezza 89

Il sesso dei preti 134 + 159

L’imitazione di Cristo ? 247-248

La mia chiesa, la mia parrocchia


LA CHIESA

La Chiesa di San Giuseppe fu costruita nel 1504 da parte di un devoto nel suo podere sito nel quartiere medievale extra moenia detto del Casale. La cura della Chiesa e lo sviluppo della devozione a San Giuseppe furono affidate alla nata confraternita di cui facevano parte i nobili, i cavalieri e tutti gli artigiani di Scicli. Nei primi del 1600 la Confraternita di Santa Agrippina, dopo aver ceduto il proprio oratorio e il proprio orto ai Frati minori cappuccini perché vi costruissero il loro convento con annesso lazzaretto per la cura degli appestati, si fuse con la Confraternita di San Giuseppe e trasferì il suo altare con il simulacro della santa presso la chiesa di S. Giuseppe. A partire da questo periodo la chiesa fu elevata a Gancia della Matrice come succursale per l’amministrazione del battesimo, dell’unzione degli infermi e del viatico ai fedeli che non potevano salire sul colle dirimpetto alla chiesa di San Matteo. Perciò ebbe il privilegio di poter avere il fonte battesimale e la conservazione degli olei sacri e del Santissimo Sacramento pur non essendo chiesa parrocchiale. Come tutte le altre chiese del Val di Noto crollò in buona parte nel terremoto del 1693 e i lavori di ricostruzione furono ripresi già ai primi del 1700 con l’impianto di una nuova chiesa in stile barocco in armonia con tutte le altre chiese ed edifici della città. I lavori furono terminati nel 1772 così che al presente abbiamo una chiesa a navata unica con cinque nicchie per lato dove sono collocati gli altari laterali e un grande catino absidale con l’altare maggiore e un presbiterio spazioso. La decorazione dello spazio interno è pregevole per gli stucchi e la tenue colorazione delle volte secondo il nuovo gusto dell’epoca. Purtroppo un primo restauro degli anni ’60 ha un po’ tradito l’armonia primigenia e il primitivo progetto della chiesa settecentesca con la distruzione dell’altare maggiore e di tutta la decorazione absidale e dei quattro altari laterali. La chiesa è stata elevata a parrocchia il 1 dicembre 1950 ed è tuttora aperta a tutte le attività pastorali. Di  interesse artistico nella chiesa si trovano la statua marmorea di Santa Agrippina, in marmo bianco colorato, su una base che porta in bassorilievo la storia del martirio della santa, datata 1497 e attribuita al famoso scultore Donatello Gagini, inserita in una parete abbellita da un panneggio in stucco dorato con al centro la colomba dello Spirito  Santo;        il fonte battesimale con catino in unico pezzo in pietra dura locale sormontato da copertura lignea a cupola ottogonale; due angeli che reggono una conchiglia a mo’ di acquasantiera in pietra dura locale ai due lati dell’ingresso della chiesa di pregevole fattura; un crocifisso ligneo attualmente conservato in una nicchia laterale; La statua lignea di San Giuseppe, realizzata tra il 1773 e il 1780, rivestita parzialmente con lamine di argento decorate con motivi floreali a cura di Don Giuseppe Iemmolo e del Barone Penna che donarono dieci once d’argento ad hoc. L’incarico della statua fu dato al napoletano Pietro Padula, autore del presepe ligneo conservato nella chiesa di San Bartolomeo di Scicli. L’opera, interrotta a causa della morte del Padula avvenuta nel 1778 fu ultimata dallo scultore sciclitani Pietro Cultraro (o Cultrera). Un quadro con la Madonna delle  Grazie  tra le sante martiri siciliane Agata e Lucia e le anime del Purgatorio, ex voto di un certo D’Antonio di Lorenzo datato 1745 di buona fattura locale; Un quadro della stessa epoca raffigurante la cacciata dei   venditori dal tempio in una ricca cornice lignea dorata di stile barocco; La balconata lignea del coro dove era situato l’organo a canne della stessa epoca, con pregevoli decorazioni barocche. la sede lignea del celebrante e i due sgabelli decorati a foglie di oro zecchino e le due consolle laterali dell’altare maggiore in legno.

LA RETTORIA DEL CALVARIO

Poco più in alto della chiesa parrocchiale si trova la chiesa rupestre di Santa Maria al Monte calvario. Scavata nella roccia ha un abside arricchito da un altare barocco con un paliotto con un altorilievo della Deposizione. Sull’altare è collocato un sepolcro in pietra con una scultura anche essa lapidea del Cristo morto. Ai lati del presbiterio in due nicchie laterali si trovano i busti in pietra della vergine Addolorata e di San Giovanni. Nelle pareti rimangono tracce di una ricca decorazione a pannelli colorati. Ancora oggi nella chiesa si tengono le Ufficiature della settimana santa. Dopo il crollo di San Matteo e delle altre chiese, questa chiesa ebbe il privilegio di fungere da matrice per tutto il periodo della ricostruzione dopo il terremoto.

LA FESTA

La chiesa di San Giuseppe a Scicli è il centro della devozione cittadina al Santo Patriarca. La festa di San Giuseppe a Scicli infatti è una delle più tradizionali e antiche non solo della città ma dell’intera provincia. E’ all’estendersi della devozione a San Giuseppe in epoca post-tridentina dovuta ai vari ordini religiosi presenti nella nostra Isola che anche a Scicli prese forma la festa nella sua configurazione attuale che ha i due punti peculiari nella Cavalcata e nella Cena, oltre alle consuete espressioni religiose legate alla processione e agli altri riti liturgici. In tante feste patronali non solo isolane ma anche nel meridione d’Italia noi troviamo una Cavalcata di Nobili che vanno a rendere omaggio al Santo Patrono sontuosamente vestiti e con cavalli riccamente bardati. La peculiarità della cavalcata di Scicli in onore di San Giuseppe è data anzitutto dalle gualdrappe delle cavalcature che sono realizzate non in stoffa ma decorate interamente con il fiore della violacciocca, in dialetto locale “BALUCU”. La scelta di questo fiore è determinata dal fatto di essere conosciuto, per la sua forma, come “bastone di San Giuseppe” (a ricordo del miracolo della sua elezione a sposo della Vergine Maria) come ricorda il nome stesso: Balucu da “BACULUM (= bastone)”. Secondo la tradizione quindi ancora al presente la vigilia della festa un gruppo di cavalieri vestiti con gli antichi costumi contadini (pantaloni e gilet di velluto nero, camicia bianca ricamata, fascia multicolore intessuta ai fianchi, fazzoletto rosso, burritta, stivali e pipa di canna) e a cavallo di queste cavalcature riccamente addobbate si danno appuntamento nella piazza centrale della città da dove, all’ora stabilita, il corteo si muove dirigendosi verso la chiesa di San Giuseppe. Sul sagrato ci si ferma insieme per ricevere la benedizione e prendere “in consegna” tre figuranti che interpretano la Santa Famiglia. Infatti nel corso degli anni la seconda parte della Cavalcata si è rivestita di un particolare significato religioso, passando da un semplice atto di omaggio alla rievocazione della FUGA IN EGITTO. I cavalieri dunque faranno quasi da scorta alla Santa Famiglia che con un asinello farà il giro della città rievocando le tappe della fuga e della ricerca di ospitalità, mentre al passaggio del corteo tutti gridano: Patriarca, Patriarca!!! Dietro di loro segue ogni tipo di cavalcatura: cavalli, muli e asini e, dopo quelli bardati, anche quelli con solo campanacci o niente semplicemente, tutti con in mano le tradizionali ciaccare, le fiaccole per illuminare la strada fatte con gli steli del locale ampelodesmo. Lungo il percorso la Cavalcata si fermerà in vari punti della città dove sono accesi i “PAGGHIARA” caratteristici FALO’ per illuminare e riscaldare la Famiglia in fuga. Gli abitanti del quartieri che curano il falò offriranno così ospitalità e qualcosa da mangiare ai membri della cavalcata che poi riprenderà il suo giro della città per concludersi nuovamente sul sagrato della Chiesa di San Giuseppe. I falò accesi, dal loro significato apotropaico antico, passeranno poi a costituire i punti di ritrovo e di incontro delle famiglie del quartiere e degli amici e dei passanti che saranno ospitati cortesemente in una serata in cui la condivisione del cibo diventa elemento aggregante e fonte di comunione e gratuità. Della festa in passato si sono occupati storici locali come il nostro Carioti e poi il Pitrè e Serafino Amabile Guastella. Vedere infatti i cavalli coperti dai manti infiorati in mezzo ai bagliori delle fiaccole e dei falò e fra lo scampanio assordante delle sonagliere e il vociare dei cavalieri rappresenta certamente uno spettacolo eccezionale e di grande attrazione turistica. La festa liturgica che ha  i suoi prodromi nei sette mercoledi precedenti si concentra poi nella celebrazione  della festa esterna con le  Messe e nella processione pomeridiana del Simulacro del Patriarca cui intervengono di nuovo i cavalieri, stavolta senza le bardature (esposte come atto di omaggio sul sagrato della chiesa) ma ai cavalli sono messi solamente i FILARI al collo con tante campane appese e dal suono caratteristico. La serata è conclusa dalla CENA (vendita all’incanto cioè dei doni offerti per i poveri e per i bisogni della chiesa: ceste di primizie e di frutta, formaggi, animali dolci tipici locali, vini, centrini ricamati e prodotti dell’artigianato locale) e dallo spettacolo pirotecnico. A queste manifestazioni principali ogni anno sono connesse altre attività di vario genere che ne costituiscono quasi la cornice.

LA PARROCCHIA

Il territorio della parrocchia  comprende l’antico quartiere del Casale (la cui caratteristica delle viuzze che si arrampicano sul lato della collina della Croce e rimasta soprattutto nel quartiere dell’Altobello) a cui man mano si sono aggiunti gli altri quartieri storici della Villa Penna, di San Marco,del Gesso e, in basso le vie parallele all’ex via larga di San Giuseppe. La parrocchia si estende però ampiamente verso tutte le contrade di campagna che fanno capo alle due strade per Sampieri e per Cava d’Aliga. Proprio per le sue vicende storiche nel quartiere di San Giuseppe sono convissuti sempre insieme la parte nobiliare ed alto borghese (di cui rimangono gli eleganti palazzotti) con la parte popolare formata da artigiani di vario genere ed agricoltori. Dopo gli anni della fuga verso le nuove zone adesso si registra un ritorno verso le vecchie case che vengono riadattate per le moderne esigenze. Inoltre in questi ultimi anni si registra anche un notevole incremento della presenza di immigrati polacchi, marocchini, tunisini e senegalesi. Nel guarire la comunità islamica ha aperto pure una moschea per la preghiera e gli incontri comunitari. Il tasso di natalità  non è basso come altrove per cui ancora si possono vedere bambini giocare insieme nelle stradine della parrocchia. Come alto è il numero delle persone anziane e sole. Certo, una attenzione maggiore da parte della pubblica amministrazione verso questo quartiere non dispiacerebbe (pulizia strade, recupero villa penna, migliore illuminazione, aiuti per chi vuole recuperare le abitazioni antiche…).  La parrocchia sta cercando, pur nella povertà di mezzi (fondi disponibili, mancanza di locali adatti, atteggiamento passivo di tante persone), di diventare non solo centro di evangelizzazione ma anche di promozione umana, specie in casi di disagio familiare. Inoltre si sta facendo un lavoro  per stimolare, specie i giovani, ad un senso di appartenenza  che si sta perdendo: crediamo che le nuove generazioni devono essere aiutate e invogliate a recepire e a continuare i tesori di tradizione, di pietà popolare e di folklore patrimonio della nostra terra: e il quartiere di San Giuseppe e la sua festa sono proprio ricchi di quanto di meglio la nostra storia locale ci possa dare. Da un sano orgoglio in questo senso penso potrà nascere anche la voglia per gli abitanti di un riscatto sociale del quartiere.

 

venerdì 14 marzo 2014

Perchè la discussione sui divorziati è inutile. A meno di dimenticare il pronunciamento dogmatico del Concilio di Trento. E diventare protestanti!

FRANCESCO ARZILLO
(Magistrato amministrativo a Roma. Il suo ultimo libro: “Esperienza giuridica e senso comune. Sul fondamento ontologico del diritto”)
Lo scritto di Giovanni Onofrio Zagloba si segnala per un approccio pacato al tema dei divorziati risposati, che oggi è all’’attenzione dell’’opinione pubblica ecclesiale: approccio accompagnato dalla sua manifestazione di disponibilità – in spirito autenticamente cattolico, oltre gli opposti integralismi dei tradizionalisti e dei progressisti – a recepire le decisioni che saranno adottate in merito dalla suprema autorità ecclesiale.
Non intendo qui soffermarmi sulla particolare declinazione che la nota di Zagloba offre in ordine alla prima delle ipotesi prospettate dal cardinale Kasper, la quale rimane ancorata al classico profilo della nullità del primo matrimonio.
Voglio piuttosto segnalare una carenza del dibattito pubblico corrente in merito alla seconda ipotesi avanzata da Kasper, la quale attiene alla possibilità di un cammino penitenziale che conduca alla riammissione all’Eucarestia di un divorziato risposato in casi particolari, anche in assenza della dichiarazione di nullità del primo matrimonio.
Il dibattito tende a concentrarsi sui profili pastorali, letti in relazione a quelli storici, intendendo per tali soprattutto quelli concernenti la prassi e la dottrina della Chiesa antica.
In parallelo si accenna spesso ai profili morali.  Su questo punto – che  attiene principalmente al foro interno – ci sarebbe molto da dire. I riferimenti all’equiprobabilismo e all’’epicheia andrebbero seriamente approfonditi, dato che   non si tratta  di chiavi che possano aprire tutte le porte. Per fare un esempio un po’’ forte ma chiaro, è evidente a tutti che nessun criterio tratto dai sistemi morali classici o dall’’epicheia potrà mai legittimare un aborto volontario, come tutti sanno e come risulta chiaramente dai principi enunciati – tra l’’altro – dall’’enciclica “Veritatis splendor”.
Non è però su questo che vorrei richiamare l’’attenzione.
Mi preme piuttosto ricordare che alla base di tutto ci sono problemi dogmatici gravissimi, che risultano dalla pura e semplice lettura dei canoni tratti dal Concilio di Trento, e in particolare di due di essi:
- ““Se qualcuno dirà che per motivo di eresia o a causa di una convivenza molesta o per l’’assenza esagerata dal coniuge si può sciogliere il vincolo matrimoniale, sia anatema””.
- “Se qualcuno dirà che la Chiesa sbaglia quando ha insegnato ed insegna che secondo la dottrina evangelica ed apostolica (cfr. Mt 5, 32; 19,9; Mc 10, 11 – 12; Lc 16, 18; 1 Cor 7,11) non si può sciogliere il vincolo del matrimonio per l’’adulterio di uno dei coniugi, e che l’’uno e l’’altro (perfino l’’innocente, che non ha dato motivo all’’adulterio) non possono, mentre vive l’’altro coniuge, contrarre un altro matrimonio, e che, quindi, commette adulterio colui che, lasciata l’’adultera, ne sposa un’’altra, e colei che, scacciato l’’adultero, si sposa con un altro, sia anatema””.
Non occorre essere teologi di professione per comprendere che l’’attuale  posizione ufficiale della Chiesa ha un retroterra che attinge in ultima analisi alla sfera del dogma.
E non potrebbe essere altrimenti, dato che il matrimonio cristiano è un sacramento. Come del resto lo è anche l’’Eucarestia, per la quale vigono parimenti dei precisi pronunciamenti – anch’essi di natura dogmatica e non meramente disciplinare – che ne riservano, sulla scia di San Paolo, la ricezione ai soli fedeli che non si trovino in peccato mortale.
Ogni ipotesi di superamento della disciplina attuale deve confrontarsi con questi dati.
Certamente i teologi potranno approfondire ulteriormente l’’interpretazione di questi come di altri testi rilevanti, fornendo materiale di riflessione utile per gli ulteriori pronunciamenti vincolanti del magistero.
Si tratta peraltro di un lavoro eccezionalmente complesso, che non può essere banalizzato nella sede del dibattito pubblico e giornalistico, dando l’’erronea impressione che tutto sia disponibile e modificabile a piacere. O che  si tratti di comprendere oggi, come se fosse  la prima volta, questioni studiate e approfondite da secoli, in contesti  e in epoche molto difficili.
In  questo modo non si renderebbe un buon servizio né alla verità né alla carità, sempre indissolubilmente congiunte nell’’azione pastorale della Chiesa.
A quest’’ultimo riguardo, infine, non bisogna  fraintendere il  ruolo dell’’opinione pubblica ecclesiale, in ordine al quale occorre ricordare due punti fondamentali.
Anzitutto, è noto che la dottrina classica sul matrimonio riscuote una diffusa adesione in Africa e in Asia. E non è corretto preferire metodologicamente le inquietudini europee e americane, come se solo queste e non le prime costituissero espressione dei cosiddetti “segni dei tempi”.
Inoltre, e da ultimo, va ricordato il documento “Donum veritatis“, nel quale si censura  quella “argomentazione sociologica secondo la quale l’’opinione di un gran numero di cristiani sarebbe un’’espressione diretta ed adeguata del “senso soprannaturale della fede”:
“In realtà le opinioni dei fedeli non possono essere puramente e semplicemente identificate con il ’sensus fidei’. Quest’’ultimo è una proprietà della fede teologale la quale, essendo un dono di Dio che fa aderire personalmente alla verità, non può ingannarsi. Questa fede personale è anche fede della Chiesa, poiché Dio ha affidato alla Chiesa la custodia della Parola di Dio e, di conseguenza, ciò che il fedele crede è ciò che crede la Chiesa. Il ’sensus fidei’ implica pertanto, di sua natura, l’accordo profondo dello spirito e del cuore con la Chiesa, il ’sentire cum Ecclesia’. Se quindi la fede teologale in quanto tale non può ingannarsi, il credente può invece avere delle opinioni erronee, perché tutti i suoi pensieri non procedono dalla fede. Le idee che circolano nel Popolo di Dio non sono tutte in coerenza con la fede, tanto più che possono facilmente subire l’’influenza di una opinione pubblica veicolata dai moderni mezzi di comunicazione””.

domenica 9 febbraio 2014

una riflessione di Socci che condivido in pieno

CHI HA SPINTO PAPA BENEDETTO A MOLLARE (E PERCHE’)

Chi, come e perché ha determinato quel “ritiro” di Benedetto XVI – esattamente un anno fa – che rappresenta un evento unico nella storia della Chiesa, traumatico e tuttora non chiaro nelle sue implicazioni e nelle sue conseguenze?
Spesso si è buttata la croce addosso al povero Paolo Gabriele, il cameriere di Vatileaks, ma è vero l’esatto contrario: se c’era una persona che avrebbe voluto che papa Benedetto potesse esercitare pienamente il suo mandato era proprio lui.
Del resto il mio scoop, uscito su queste colonne il 25 settembre 2011, dimostra che Ratzinger aveva già deciso quel “ritiro” ben prima dell’inizio di Vatileaks e l’aveva previsto – come scrissi – allo scoccare degli 85 anni. Esattamente quello che poi è avvenuto.
Ma allora chi, come e perché – prima di Vatileaks - ha creato una situazione che ha indotto il papa a valutare di non poter più sostenere la lotta?

UN GIGANTE

Ratzinger è uno dei giganti della Chiesa del Novecento ed è molto vasta la mappa di coloro che, nel corso dei decenni, anche su fronti contrapposti, hanno individuato il loro Nemico in quest’uomo mite e sapiente.
Anzitutto egli entra in scena come uomo del Concilio: è colui che, scrivendo il discorso del cardinale Frings, abbatterà il vecchio S. Uffizio di Ottaviani, l’inquisizione.
Nel postconcilio diventerà il nemico di tutti coloro che pretendevano di usare il Vaticano II per spazzar via la Chiesa di sempre e costruirne una prona al mondo e alle ideologie: da Rahner ad Hans Kung, fino a Martini che – come cardinale – si è opposto frontalmente a Ratzinger e a papa Wojtyla.
Non erano destinati a procurargli amici, poi, i suoi due primi interventi, quando fu chiamato da Giovanni Paolo II alla guida della retta dottrina: quello in cui ribadì la condanna cattolica della massoneria e i testi che confutarono e condannarono la Teologia della liberazione.
Infine sarà sempre Ratzinger a denunciare in mondovisione, durante l’ultima solenne via crucis di Giovanni Paolo II, “la sporcizia nella Chiesa”, con parole durissime e drammatiche.
Sarà lui che realizzerà una purificazione radicale della Chiesa dalla piaga dei preti pedofili, con provvedimenti drastici e un ribaltamento totale di certa mentalità clericale.
Ancora lui infine scandalizzerà gli ecclesiastici progressisti (tanto da suscitare la ribellione aperta di diversi vescovi) quando – in linea vera con il Concilio – cercherà di riportare all’unità la Fraternità S. Pio X e restituirà libertà alla liturgia tradizionale della Chiesa.
Era stato lui con Giovanni Paolo II che aveva valorizzato i tanti nuovi movimenti fioriti nella Chiesa, specie fra i giovani, e che ha colto e denunciato la “questione antropologica” che oggi nel mondo sta bombardando i valori della vita, della famiglia e della dignità umana.
Ha fondato il dialogo della Chiesa con la modernità e la vera laicità, così da affascinare intellettuali come Habermas, Tronti, Ferrara e Barcellona.
Eppure fin dall’inizio, dalla sua elezione, c’è stata l’occulta e pesante opposizione di un establishment cardinalizio oscuro e pronto – per delegittimarlo – perfino allo spergiuro.

L’ATTACCO OCCULTO

Lo dimostra un fatto dimenticato che segnò l’inizio della guerra interna contro papa Ratzinger. Benedetto XVI era appena stato eletto, nel 2005, e dall’anonimo mondo cardinalizio (più o meno di Curia), attraverso il vaticanista Lucio Brunelli, fu fatto pubblicare un presunto diario delle votazioni del Conclave da cui emergevano dettagli delegittimanti del nuovo pontificato.
Un vaticanista autorevole come Sandro Magister scrisse: la lettura di quel testo “suggerisce che l’‘intenzione’ di pubblicarlo sia stata molto più militante” che storico-giornalistica. E lo si sia fatto “per mostrare che la vittoria di Ratzinger non è stata per niente ‘plebiscitaria’, che è stata in forse fino all’ultimo, che è stata indebitamente favorita dal suo essere decano dei cardinali, che i tempi sono maturi per un papa ‘nuovo’, magari latinoamericano e che a questi suoi limiti Benedetto XVI dovrebbe rassegnarsi”.
Così scriveva Magister il 7 ottobre 2005. Forse si sottovalutò la gravità di quel segnale anonimo, basato peraltro su dati delle votazioni che non risultano ad altri.
Ripensandoci oggi fa impressione che per un tale gesto pubblico di sfida, una fazione di cardinali sia stata pronta a sfidare pure Dio con un pubblico spergiuro (perché ogni cardinale aveva giurato solennemente sul Vangelo di mantenere il segreto su Conclave e votazioni).
Negli anni successivi il tema della spaccatura e il fantasma dello scisma più volte è stato ventilato oscuramente e certo Ratzinger ha sempre voluto evitarlo in ogni modo (anche a costo di dimettersi).

ODIO CONTRO IL PAPA

Benedetto ha avuto poi altri nemici interni, nella Curia e nell’establishment ecclesiastico, che hanno contestato o boicottato o rifiutato il suo magistero, quello tradizionale della Chiesa, avendo i media dalla loro.
Poi Ratzinger ha avuto molti nemici esterni ed è stato sottoposto a un bombardamento mediatico senza fine culminato con il cosiddetto “scandalo pedofilia” con cui si è preteso di trasformare la Chiesa in “imputato globale” (la Chiesa che è perseguitata in mezzo mondo nell’indifferenza generale).
Ma paradossalmente i maggiori danni per il pontificato di Benedetto sono forse arrivati dalla Curia e dai più stretti collaboratori.

L’ERRORE

Bisogna riconoscere l’errore, forse il maggiore di Benedetto XVI, che – per evitare certe potenti realtà curiali (ad esempio facenti capo al cardinal Sodano) – chiamò nel ruolo strategico di Segretario di Stato un ecclesiastico che conosceva da anni e che credeva potesse essergli di aiuto: il cardinale Bertone.
La plateale inadeguatezza dell’uomo per quel ruolo delicato e decisivo – a parere dei più, anche dei ratzingeriani più convinti – è ciò che ha fatto precipitare la situazione. Che a un certo punto si è fatta drammatica.
Il “cameriere del Papa”, pur sbagliando gravemente nel metodo, ha fatto emergere una realtà inaudita dove il Pontefice sembrava pressoché esautorato. Lo ha dichiarato di recente il cardinale Maradiaga: dalla vicenda Vatileaks “pareva che alcuni documenti non arrivassero nelle mani del Papa”.
Addirittura monsignor Georg Gaenswein, segretario di Benedetto XVI, in una intervista al “Messaggero” del 22 ottobre, una settimana dopo le dimissioni di Bertone, ha candidamente riferito che “Benedetto XVI aveva chiamato Gotti Tedeschi allo Ior per portare avanti la politica della trasparenza”, ma nonostante fosse stato lui stesso a volerlo lì, quando costui fu defenestrato, il Papa non ne sapeva niente e “restò sorpreso, molto sorpreso per l’atto di sfiducia al professore. Il Papa lo stimava e gli voleva bene”.
Un fatto emblematico della situazione oltretevere, anche se ci sarebbe da chiedersi cosa faceva, nel frattempo, don Georg vedendo questa realtà….

IL MISTERO DI OGGI

Col più grande gesto di umiltà Benedetto, alla fine, ha ritenuto di aiutare la Chiesa azzerando tutto, a cominciare da se stesso. E si concepisce ora nel ruolo di Mosè che prega sulla montagna mentre Giosuè combatte.
Tuttavia anche per Giosuè-Francesco sono cominciati in questi giorni gli attacchi e le prove più dure: da quelli esterni (vedi l’incredibile denuncia dell’Onu) a quelli interni che puntano a usare il prossimo Sinodo per ribaltare la Chiesa.
Se, per la prima volta nella storia, oggi la Chiesa si trova con due papi è davvero il segno che è un tempo di prova senza eguali.
Un dettaglio. Ratzinger non solo ha voluto restare “nel recinto di Pietro”, ha voluto conservare il titolo di “papa emerito” e l’abito bianco, ma – si è saputo di recente – ha gentilmente declinato la proposta dell’arcivescovo Montezemolo di cambiare il suo stemma araldico.
Il Vaticano ha così fatto sapere che Benedetto “preferisce non adottare un emblema araldico espressivo della nuova situazione creatasi con la sua rinuncia al Ministero Petrino”. Se è un segnale significa che papa Benedetto c’è. Che il Cielo protegga la sua vita.


Antonio Socci

Da “Libero”, 9 febbraio 2014

domenica 12 gennaio 2014

La pagella del papa? Buona!

Non è un mistero che su questo blog siamo stati un po' critici nei riguardi di Papa Francesco  e che comunque abbiamo spesso sospeso il giudizio su alcune sue scelte o "uscite"  in qualche  sua intervista.
Però dobbiamo anche riconoscere che pian piano "sta imparando" a fare il papa!  Tanti i segnali positivi in questo senso:

  • L'esortazione  'Evangelii Gaudium' con il suo linguaggio fresco e coinvolgente;
  • La celebrazione delle messe natalizie in latino e con l'uso del canone romano;
  • La celebrazione delle messe coram Deo per Giovanni Paolo e oggi nella cappella sistina;
  • Le nomine dei nuovi cardinali;
  • La riduzione del titolo di monsignore...

E ciò fa ben sperare per un pontificato di riforma ma equilibrato.

Ebbene, il voto? 8+ !!!

lunedì 16 dicembre 2013

Omelia di Don Manlio Savarino per il XXV° Sacerdozio Don Ignazio La China Scicli - Chiesa di S. Giuseppe 10 Settembre 2013

Caro don Ignazio,
ti confido innanzi tutto la trepidazione, unita alla gioia, con la quale ho
accolto fin da subito la richiesta fattami appena due giorni dopo la mia
ordinazione sacerdotale del 30 Giugno scorso, di offrire una parola di
riflessione che aiutasse a vivere con intensità di fede questa celebrazione
anniversaria nel ricordo del tuo XXV di sacerdozio. Saluto con affetto i
confratelli sacerdoti qui presenti, con i quali da appena due mesi
condividiamo lo stesso ministero sacerdotale, i diaconi, i carissimi
seminaristi presenti e tutti voi fratelli e sorelle nel Signore Gesù,
specialmente voi carissimi fedeli della Parrocchia di San Giuseppe, che fate
corona alla gioia e alla gratitudine del vostro parroco.
Un saluto colmo di stima e di gratitudine va innanzi tutto a te carissimo
Don Ignazio per l’affetto, la cura e l’attenzione che mi hai mostrato in
questi anni della mia formazione dove la nostra amicizia si è consolidata ed
ha assunto ora i tratti di un’autentica comunione sacerdotale.
Oggi celebri una tappa importante del tuo ministero sacerdotale, per la
quale tutti non possiamo non rendere grazie al Signore della vita. La
memoria eucaristica a cui partecipiamo in questo giorno a te caro, dove
ricordi il tuo “eccomi”, la tua risposta alla chiamata del Signore, “Eccomi
Signore disponi di me”, la scelta della vita, una vita che dentro la strada del
Signore si mette a sua disposizione, è per noi innanzi tutto memoria di un
incontro, quello decisivo per te, per l’orientamento dato alla tua esistenza,
nella fedeltà al ministero ricevuto venticinque anni orsono, ministero così
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ricco di frutti spirituali, risultato della tua fine intelligenza, del tuo spiccato
interesse per la cultura, per l’arte, per la storia, l’ecumenismo e il dialogo
interreligioso. Vogliamo essere noi, famiglia, amici e quanti hanno potuto
accostarsi a te condividendo un tratto del cammino, a voler ricordare e
celebrare non solo questa tua fedeltà al Signore e alla sua Chiesa, che sai
bene è puro dono e grazia speciale, quanto semmai, magnificare e benedire
un’altra fedeltà, quella misericordiosa e preveniente da parte di chi ti ha
chiamato a suo servizio come ministro del Vangelo e che tiene al sicuro,
nelle sue mani, il dono della tua vita e del tuo sacerdozio.
Deve condensarsi in noi la consapevolezza che la vocazione, secondo una
celebre frase del teologo Von Balthasar, non significa che noi diamo tutto a
Dio, ma che Dio si prende poco a poco tutto di noi!
Alla tua proposta mi sono subito chiesto che cosa poteva offrirti in questa
occasione così solenne un novello sacerdote, sprovvisto di esperienza e di
quella “sapienza” che qualifica il “presbitero”, secondo il senso proprio
della parola stessa: ossia l’anziano, il saggio. Certamente, qualcuno con più
anni di sacerdozio, con l’esperienza di un ministero piuttosto vissuto e
navigato alle spalle - come alcuni dei confratelli più anziani qui presenti -
avrebbe potuto in tal senso offrirti di più. Ma, riflettendo, ho pensato di
comunicarti ciò che di più singolare riscontro nella mia vita di novello
sacerdote: la gioia, l’entusiasmo e l’immensa gratitudine nella risposta alla
chiamata a seguire il Signore Gesù nella via del sacerdozio. L’essere
affascinati da Lui, innamorati del suo sacerdozio!!! Le prime esperienze nel
ministero che di giorno in giorno ravvivano l’adesione al Signore!
Me lo dicevi tu qualche giorno fa che questa Parola della liturgia odierna
non poteva essere più puntuale ed eloquente. Il Vangelo che abbiamo
appena ascoltato ha in sé qualcosa del primo mattino, della speranza, della
gioia e dell’inizio di un cammino, quello stesso cammino che a distanza di
venticinque anni abbiamo deciso di intraprendere, pronti a metterci al
servizio dell’annuncio del Vangelo e a fare della nostra vita un’esistenza
donata!
Il Signore oggi come allora continua a salire sul monte e chiamare
a sé quelli che Egli vuole. Potremmo dire che il monte è il luogo dove Gesù
medita la chiamata, la partorisce e quindi rappresenta l’esperienza della
nostra infanzia, della nostra famiglia, delle nostre parrocchie d’origine, del
Seminario, l’esperienza della tua famiglia, della tua parrocchia, dello stesso
Seminario in cui ci siamo formati, carissimo Don Ignazio. Luoghi e tempi
vitali a noi cari, che continuano a significare l’inizio del giorno della
Chiesa, il giorno di Gesù Cristo, il giorno dell’amore del Dio trino ed unico
che continua a manifestarsi nella vita di tanti giovani che intraprendono
questo cammino, è il monte sul quale Gesù sale per chiamare. Sale allora il
rendimento di grazie a Dio per la presenza nella tua vita di persone che ti
hanno accompagnato, che ti hanno forgiato, che hanno immesso nel tuo
cuore il desiderio di rispondere alla chiamata del Signore, strumenti di Dio
che ti hanno aiutato a comprendere il progetto di Dio sulla tua umile
esistenza.
Il monte è il luogo della preghiera di Gesù. E’ il luogo della sua
solitudine, del suo rivolgersi al Padre. È espressione dell’altezza,
dell’interiore elevarsi sopra le cose di tutti i giorni. La vocazione dei
discepoli scaturisce dal colloquio di Gesù con il Padre. Noi la possiamo
accogliere solo se condividiamo con Gesù questa elevazione interiore. Se
vogliamo scoprire la vocazione, accoglierla e portarla a maturazione, se
vogliamo rimanere fedeli in essa, dobbiamo scoprire il monte di Gesù
ovvero il distacco dalle cose di ogni giorno, e vivere la quiete, il
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raccoglimento, il contatto con il Dio vivente. Dobbiamo giungere a quella
apertura e a quell’altezza in cui si sente la voce di Gesù. Carissimo Don
Ignazio, questo è ciò che ti ha permesso di ritrovare linfa sempre nuova da
offrire al tuo ministero, e ciò che ti permetterà di ritrovarne, fonte di
entusiasmo (essere in Dio), fonte di gioia, che ti permette di proseguire
quella donazione totale di te stesso che è il fine ultimo della chiamata!
Significa entrare in contatto con il “mistero” che è Cristo stesso nel quale e
per il quale tutto è stato creato, riconoscere la sua sovranità. Sì, riconoscere
la sovranità di Cristo, la sua signoria, e lasciarsi edificare come tempio
della sua presenza. Così ci dice l’apostolo Paolo nella lettera ai Colossesi
appena ascoltata nella seconda lettura: “In Lui camminate, radicati e
costruiti su di Lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato …”
Prosegue il Vangelo “chiamò a sé i suoi discepoli”. Il sacerdozio
diventa possibile solo se si è imparato ad ascoltare la sua voce. Dipende da
un rapporto dialogico. Ma soprattutto dipende dalla sua iniziativa. Gesù
non chiama quelli che lo desideravano. Non chiama rifacendosi ad onori o
capacità intellettuali ben assodate. Non c’è nessun diritto al sacerdozio.
Nessuno può sceglierselo, come ci si sceglie un impegno qualsiasi. Si può
solo essere scelti per esso: è Lui che sceglie. È il Signore che vuole! Non
c’è un diritto umano, ma un diritto divino. Egli mi vuole! Egli ci vuole
carissimo Don Ignazio! C’è una volontà di Gesù nei nostri riguardi! Ed è in
questa volontà che ti auguriamo sempre di immergerti ed in essa maturare.
Questo è lo spazio della tua vita, lo spazio che dà valore e significato ad
essa. La nostra vita, il nostro ministero carissimo Don Ignazio sarà tanto
più pieno, tanto più libero, quanto più ci uniformeremo a questa volontà,
nella quale è racchiusa la più profonda verità di noi stessi. Sto facendo la
sua volontà! Questo è ciò che deve animare il nostro ministero!
“Ne scelse dodici”. Il sacerdozio è fatto da Gesù. Nessuno può
pronunciare da sé quelle parole che appartengono propriamente solo a Lui:
“questo è il mio corpo” “questo è il mio sangue” “io ti assolvo dai tuoi
peccati”. Questo è il fatto in assoluto più grande e consolante: entra nella
nostra storia qualcosa che va oltre tutte le nostre capacità. Agisci in
persona Christi! È sempre fonte di rinnovato entusiasmo e di immensa
riconoscenza al Signore! C’è da rimanere veramente stupiti! Parlare con
l’io di Gesù Cristo, rappresentare l’io di Gesù Cristo! Essere sacerdoti non
significa raggiungere una posizione per se stessi ma fare ciò che ha fatto
Cristo, che per poter raggiungere tutti noi, proprio Lui, l’autentico Primo, il
Dio vivente è divenuto l’ultimo tra gli uomini. Essere sacerdoti significa
introdursi sempre di nuovo in questo gesto di Gesù Cristo, starci per tutti,
con tutti, desiderare anche di essere ultimi affinché ovunque penetri la luce
del Dio vivente! Noi partecipiamo di questa “pienezza” di divinità direbbe
l’apostolo Paolo!
È significativo che il testo evangelico che abbiamo letto ci presenta gli
apostoli a condividere ciò che Gesù ha da offrire a “una grande folla di
suoi discepoli” e “ad una moltitudine di gente da tutta la Giudea, da
Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sìdone che erano venuti per
ascoltarlo, ed essere guariti dalle loro malattie”. Gli apostoli vengono
chiamati per annunciare e per guarire, per scacciare gli spiriti cattivi.
Annuncio e potere, Parola e Sacramento sono le due colonne fondamentali
del ministero sacerdotale. L’uomo ha bisogno di questo! L’anima è
affamata del Signore! Ed è questo carissimo Don Ignazio che volevo
confidarti alla luce delle mie primissime esperienze nel ministero della
riconciliazione! L’uomo non può vivere senza Dio! L’uomo ha bisogno di
rinascere. Ha bisogno continuamente di fare esperienza come dice
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l’apostolo Paolo nella pericope che abbiamo pocanzi ascoltato, di
riacquistare la vita che Dio ha dato a noi mediante il Cristo! Fare
l’esperienza del perdono e noi diventiamo davvero tramite e canali di
grazia! Oggi carissimo don Ignazio la Chiesa tutta ti dice grazie per essere
stato strumento della misericordia di Dio nell’amministrazione del
sacramento della riconciliazione, per aver aperto una vita nuova, quella vita
con Lui, la vita vera, la vita felice che solo la riconciliazione del cuore,
dell’intimo di ciascuno può assicurare. Se riflettiamo bene in fondo, da
dove viene oggi tanta violenza che degenera nel conflitto, tanto malessere
che attanaglia il nostro mondo? Domenica il papa parlava proprio di questo
all’Angelus “una guerra profonda contro il male”, quel male che seduce,
che oscura il cuore umano ed ammutolisce le coscienze!
Donare il nome di Gesù: questo è il contenuto del ministero
sacerdotale! Nessuno può parlare di sua iniziativa nel nome di Gesù. Solo
Lui può autorizzarci a farlo! “Ti metto le mie parole sulla bocca! Così dice
il Signore a Geremia! Lui, il profeta che aveva detto: “Ahimè, io non so
parlare, perché sono troppo giovane!” Quante volte carissimo Don Ignazio
abbiamo discusso così con il Signore, e la sua risposta rimarrà: Ma non
dipende da te! Io metto le mie parole sulla tua bocca! Per questo siamo
liberi e tranquilli di parlare, annunciare il nome di Gesù. Parlare in suo
nome dona grande tranquillità interiore, quella pace e quella libertà senza le
quali non sarebbe possibile svolgere questo ministero. Ti ringraziamo
carissimo Don Ignazio per quanto hai seminato in questi anni, per il tuo
annuncio sempre libero, coerente ed illuminante nei vari ambiti che ti
hanno visto in azione: la predicazione, l’insegnamento, il giornalismo e il
dibattito pubblico in ambito culturale soprattutto riguardo agli interessi
della comunità sciclitana Quanto mai significativa si rivela qui la tua scelta di mettere nella tua
immaginetta ricordo di questo anniversario la rappresentazione di un asino
che trasporta Dio. L’asino è simbolo di umiltà, di servizio mansueto e mite.
Ricordo una frase del Santo Curato d’Ars che dice così: Se Sansone con
una mascella d’asino ha potuto sterminare un esercito di Filistei, cosa farà
mai Dio con un asino intero! Il Santo sacerdote aveva coscienza della
propria pochezza ma confidava nella potenza di Dio, che attraverso la
disponibilità delle persone aveva fatto grandi cose. Oggi ci viene più volte
ripetuto che bisogna essere testimoni! Potremmo dire che la testimonianza
è divenuta quasi una categoria chiave della Teologia Fondamentale
contemporanea. “E’ più facile insegnare che educare, perché per insegnare
bisogna sapere, mentre per educare è necessario essere!” La “lezione” della
vita, dell’esser – ci, della nostra testimonianza è molto più eloquente di
tutte le lezioni che possiamo impartire. E’ con la vita che apriamo una
breccia tra le esistenze. Solo così segniamo dentro! (Per usare un’analogia
calcistica), in – segniamo!
“Ai quali diede il nome di apostoli”: Solo chi è scelto a stare con
Lui può essere mandato. Solo chi si lascia scegliere, inviare, cioè solo chi
sta con Lui, chi lo ha praticato nelle convivenze di lunghi giorni e notti,
solo costui può portarlo agli altri. Stare con Lui, questa è la prima e
fondamentale componente della vocazione sacerdotale. Chi sono del resto
gli apostoli? Sono coloro che l’hanno visto ed ascoltato. Testimoni oculari
ed auricolari. E questo “stare con Lui” non è necessario solo per un certo
periodo all’inizio, così da attingerne in seguito, ma esso deve essere sempre
al cuore del ministero sacerdotale. Lo si deve sempre esercitare, imparare!
Stare con Lui: imparare a tenere lo sguardo su di Lui, abituarsi e non finire
mai di ascoltarlo. La “crescita dell’uomo interiore” merita il nostro
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impegno. Il mondo ha bisogno di uomini che siano interiormente maturi e
ricchi! Ti ringraziamo carissimo Don Ignazio per quanto ci hai donato in
questi anni, per l’interiorità che hai nutrito nel tuo “stare con Lui” e per
quanta ricchezza hai seminato nei nostri cuori desiderosi di ricevere quella
linfa vitale che è la grazia del Cristo!
Gesù ne chiamò dodici. Dodici è il numero delle tribù di Israele,
ma è anche il numero delle costellazioni che scandiscono il ritmo
dell’anno. Conciliare il cielo e la terra “Sia fatta la tua volontà come in
cielo, così in terra” diciamo nel Padre Nostro. Questo è ciò che è chiamato
a fare il sacerdote: essere nuova costellazione nella storia, indicare il
cammino attraverso i secoli. Indicare la via di Gesù, il suo Amore, la sua
salvezza. E il Signore si serve proprio di uomini per fare ciò. Tutti noi
abbiamo provato come in fondo non vi sia lavoro più bello che essere
accanto alle persone in quel che è più essenzialmente legato alla loro
umanità. Essere esperti in umanità! Si tratta di esserci per la vita umana
stessa, essere vicino alle persone! E non in modo specialistico! Non siamo
specialisti e funzionari! No! Noi non siamo psicologi! Ma stiamo accanto
con tutta l’ampiezza della vita umana! Poter incontrare la vita umana in
tutta la sua ricchezza e poter strare accanto alle persone nei momenti
cruciali della loro vita, poter dare loro più di quello che potremmo dare da
noi stessi! Questo è il miracolo se così possiamo dire del nostro essere
“sacramento tra gli uomini”. Del nostro essere ministri della sua grazia, del
nostro essere unti di Lui per il mondo! Dare ciò che conta, servire in ciò
che conta, poter essere accanto alle persone a partire da Dio! Questa è la
cosa che deve commuoverci!
Ripensando concretamente a questo tuo servizio nella Chiesa carissimo
Don Ignazio, mi vengono in mente le parole pronunciate da Papa Francesco
nell’omelia della Messa Crismale, il 28 marzo scorso:
Così bisogna uscire a sperimentare la nostra unzione, il suo potere e la sua
efficacia redentrice: nelle “periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue
versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi
padroni … Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco - non dico
“niente” perché, grazie a Dio, la gente ci ruba l’unzione - si perde il
meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più
profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere
mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti
conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro
paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore,
non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui
deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere
tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità
oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” -
questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta
quello -; invece di essere pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di
uomini … È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che
siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del
mondo attuale dove vale solo l’unzione - e non la funzione -, e risultano
feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo
fidati: Gesù.
Gesù raccolse un primo gruppo, quello dei Dodici, chiamandoli a formare
un’unità nel mutuo amore. Ogni sacerdozio nella Chiesa ha origine da una
vocazione. Questa è rivolta a una persona particolare, ma è legata alle
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chiamate che sono rivolte agli altri, nel contesto di un medesimo disegno di
evangelizzazione e di santificazione del mondo. Come gli Apostoli, anche i
Vescovi e i Sacerdoti sono chiamati insieme, pur nella molteplicità delle
vocazioni personali, da Colui che vuole impegnarli tutti a fondo nel mistero
della Redenzione. Carissimo Don Ignazio, come confratelli ti ringraziamo
per il desiderio di comunione e cooperazione che sempre ti ha
contraddistinto e ti chiediamo – e permettimi in modo particolare – ti
chiedo da novello sacerdote - di anelare a che si realizzi sempre più una
comunione sacerdotale e non ci manchi mai da parte tua il sostegno nel
ministero.
“Ti rendiamo grazie per averci ammesso alla tua presenza a compiere il
servizio sacerdotale”, dicono i sacerdoti nella preghiera eucaristica II. Ti
rendiamo grazie per averci ammesso alla tua presenza. È il ringraziamento
di tutti noi ed è il ringraziamento per il sacerdozio che Cristo ha donato alla
sua Chiesa. Infatti cosa ci può essere di più bello che stare alla presenza del
Dio vivente, servirlo e così servire il mondo? In questo rendimento di
grazie è espresso nel modo più misterioso e umile anche il nocciolo più
profondo del sacerdozio. Rendiamo grazie perché possiamo celebrare
l’Eucaristia, rendiamo grazie perché possiamo dire con l’io proprio di
Cristo: “questo è il mio corpo – questo è il mio sangue”. Rendiamo grazie
perché attraverso il ministero sacerdotale Lui viene in mezzo a noi, si da a
noi e in modo sempre nuovo ci eleva.
Oggi in modo particolare ringraziamo Dio per i venticinque anni di
sacerdozio che ha donato a Don Ignazio, perché ha potuto essere al servizio
del Signore in tutto il mondo con cuore lieto e con generosità. Ti
ringraziamo caro Don Ignazio per tutto quello che in questi venticinque
anni hai donato a noi e preghiamo il Dio vivente che ti conceda di continuare a camminare nella strada del sacerdozio col cuore contento e
con il coraggio di servire.
Ti affidiamo a Maria. Sappiamo quanto ti sta a cuore. Sappiamo la
tua forte devozione alla Madonna, da buon sciclitano, qualcosa che
accomuna tutti noi sciclitani carissimo Don Ignazio! L’immacolata,
l’Addolorata, la Madonna delle Milizie. Scicli, città mariana, da sempre.
Chi va da Maria è sempre sulla buona strada. E dove troviamo Maria siamo
sempre a casa nostra, soprattutto in quei momenti dove abbiamo bisogno di
porre in Lei Addolorata i nostri dolori, le sofferenze che ci affliggono.
Quando siamo in sua compagnia sappiamo di essere al sicuro. Lei è Madre
nostra, e pieni di fiducia possiamo sempre rivenire con semplicità da nostra
Madre. Maria, che è passata attraverso la morte senza esserne corrotta, ci
mostra la vita nella sua totalità. La vita da risorti! Discepoli del Signore
risorto! Sappiamo anche carissimo Don Ignazio il tuo legame e la tua
devozione al Cristo Risorto di Scicli, al “Gioia” come è a noi familiare!
Non importa se siamo aldilà o aldiquà della morte. Ciò che importa dice
Paolo è che siamo con Gesù. E’ allora che viviamo. E’ allora che gustiamo
già fin d’ora, nell’attesa di gustarla in pienezza nella nostra vera patria, il
Paradiso, la gioia del Cristo Risorto! Carissimo Don Ignazio ti auguriamo
sempre questo. Vivi da risorto! Vivi di gioia! Il tuo servizio sacerdotale sia
sempre circondato dalla luce trasfigurante della resurrezione così da
immettere orientamento, luce, conforto, speranza e gioia nella vita di molte
persone. Testimonia sempre che “la gioia del Signore è la nostra forza”. Sii
sempre servitore della nostra gioia! Così sia!

Don Manlio

sabato 14 dicembre 2013

La lezione evangelica del Piccolo Principe: "Se non diventerete come bambini..."

Mt 18,3 : Se non diventerete come bambini, non coglierete mai la potenza di Dio nella vostra vita.
La caratteristica del “piccolo” nel senso biblico del termine è l’atteggiamento di fiducia e di fedeltà. Fiducia nella bontà paterna di Dio che dà senso e fondamento al mondo e che lo libera dall’angoscia della pretesa autosuffcienza dei “grandi” che è aperta solo al fallimento. I piccoli della Bibbia non si lasciano abbagliare dal potere, dalla brama di notorietà, dalla carriera e dal danaro delle persone “grandi”, perché sanno che tutto ciò che è umanamente vero e serve alla pace non risiede in tutte queste cose ma può essere accessibile solo ai piccoli che non lo rubano ma lo ricevono in dono dal Padre: Mt 11,25 Ti benedico o Padre Signore del cielo e della terra perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno dei Cieli e le hai tenute nascoste ai sapienti e agli intelligenti.
Per i “grandi” sono importanti le distinzioni morali (quest’uomo è buono, quell’altro è un peccatore...), le differenze sociali (che tipo di casa ha, che automobile, quanti soldi ha in banca...) e formali (sapere quali sono le posate per il pesce, lavarsi le mani prima dei pasti...): a Gesù invece, il “piccolo” di Dio per eccellenza importa ciò che passa nel cuore di un uomo, quali pensieri e sentimenti porta in sé : Mc 7, 1-13
I “grandi” sono allora quelli che si sono adattati alla normalità della loro freddezza, del loro cinismo, della loro perdita di speranza, che si sono attaccati alle cose e al potere delle cose perché hanno perso ogni ideale, perché non attendono più nulla, che sono morti nel mezzo della vita, che sono letteralmente finiti e provocano la fine di quanto non è “adulto” come loro.
“Bambino, piccolo” nell’esperienza di fede è colui che sperimenta Dio come un Padre, e vincendo le paure degli uomini (Mt 6,27 ) ha aperto lo spazio del cuore illimitatamente a Dio.

Così mentre i “grandi” cercano di diventare adulti affrancandosi da Dio per legare la propria esistenza alle realtà mondane di cui presto o tardi si diventa schiavi, i “piccoli” della fede diventano adulti proprio perché restano bambini, in atteggiamento filiale nei confronti del Padre. E proprio la via dell’umanizzazione, fallita dai primi, è aperta ai secondi in tutta la sua pienezza: affidarsi nella fedeltà e nell’obbedienza al Padre è un’esperienza liberante, poiché è un collocarsi nella verità di Dio e della propria esistenza ed è proprio la verità a fare liberi (cfr. Gv): servire Dio è regnare, cioè possibilità di potersi realizzare compiutamente. Per questo un vero fedele è sempre “un piccolo principe”, perché è diventata pienamente padrone della propria vita e che si può incontrare come un fratello e amico per quella bontà disinteressata che non asserve e non mortifica. 

lunedì 9 dicembre 2013

Settanta anni fa Antoine de Saint Exupery pubblicava Il Piccolo Principe


 “Mi sarebbe piaciuto cominciare questo racconto come una storia di fate. Mi sarebbe piaciuto dire :
<< C’era una volta un piccolo principe che viveva su di un pianeta poco più grande di lui e aveva bisogno di un amico...>>
Per coloro che comprendono la vita, sarebbe stato molto più vero. Perché non mi piace che si legga il mio libro alla leggera.”
Settanta anni fa, esattamente il 6 aprile 1943, Antoine de Saint-Exupery pubblicava Il piccolo principe, il libro per cui la sua fama si estese e perdura tuttora in tutto il mondo. Dopo la Bibbia e altri capolavori è il libro che conosce più edizioni e traduzioni nelle più diverse lingue mondiali.
Perché un volumetto di poche pagine ha avuto tanta fortuna?
Il piccolo principe non è un libro che si può prendere alla leggera: lo esige l’autore stesso, nei panni dell’aviatore protagonista del racconto.
E questo anzitutto perché è un libro che comunica una esperienza personale che esige rispetto : “E’ un grande dispiacere per me confidare questi ricordi. Sono già sei anni che il mio amico se ne è andato con la sua pecora e io cerco di descriverlo per non dimenticarlo. E’ triste dimenticare un amico.”
Un’esperienza che, nel confronto col piccolo principe e con la sua avventura, ha aiutato il narratore aviatore/autore a riscoprire il fondamento della propria vita, nel recuperare il “bambino” che alberga nel cuore di ogni uomo e che il disincanto di una crescita sbagliata, “l’invecchiamento” come lo chiamerà Saint Exupery, fa correre il rischio di dimenticare : “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi se ne ricordano).”
Un’esperienza, nell’incontro col piccolo principe, che ha aiutato l’aviatore a rileggere e comprendere finalmente la sua vita e il rapporto con il mondo, con gli altri.
E’ – detto in parole povere – il momento della maturità. A cui non si arriva se non dopo un cammino spesso accidentato!
C’è infatti un momento nella vita in cui si è invitati a prendere quelle decisioni da cui dipenderà tutto il nostro futuro. E’ il momento della crescita, il momento in cui siamo chiamati a formarci un’identità definita. E’ il momento in cui siamo chiamati a diventare  non solo “grandi” di età ma anche adulti.
Ma non è un momento senza pericoli. Diventare adulti non è facile: c’è un modo giusto e c’è un modo sbagliato. L’aviatore/autore già da piccolo aveva intuito che il mondo dei grandi è strano, che spesso i grandi rinnegano la loro infanzia, che le valutazioni dei grandi non si accordano con quelle dei piccoli. Non era però riuscito a darsene una ragione e per questo si era rifugiato nella sua solitudine silenziosa :
“Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato <<Storie vissute della natura>>, vidi un magnifico disegno. Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale... Meditai a lungo sulle avventure della jungla. E a mia volta riuscii a tracciare il mio disegno. Il mio disegno numero uno... Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero : <<Spaventare ? Perché mai uno dovrebbe essere spaventato da un cappello ?>> Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero chiaramente che cos’era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi... Questa volta mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, all’aritmetica e alla grammatica. Fu così che a sei anni io rinunziai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore. Il fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno numero due mi aveva disanimato. I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano di spiegargli tutto ogni volta.”
Il problema che l’autore pone è allora questo: cosa significa essere adulti, accettare il “realismo” della gente comune (di chi è grande ma che non sa più vedere un boa che inghiotte un elefante) o starsene alla larga creandosi a propria volta un mondo dove poter spaziare nella propria solitudine?
“Allora scelsi un’altra professione e imparai a pilotare gli aeroplani. Ho volato un po’ sopra tutto il mondo: e veramente la geografia mi è stata molto utile. A colpo d’occhio posso distinguere la Cina dall’Arizona, e se uno si perde nella notte, questa sapienza è di grande aiuto. Ho incontrato molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata.
Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, ripetevo l’esperimento del mio disegno numero uno, che ho sempre conservato. Cercavo di capire così se era veramente una persona comprensiva. Ma, chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva : <<E’ un cappello>>.
E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle. Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte. E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto sensibile.”
Ma davvero bisogna  rinunciare a quello che si sente pur di “integrarsi” nel mondo dei “grandi”? E’ questo il prezzo da pagare per non sentirsi emarginati? Per sentirsi “integrati” con gli altri “grandi”?
Il tema che affronta il nostro racconto è a mio parere quanto mai attuale, in un tempo in cui anche gli stessi “adulti” spesso vivono con perplessità la loro crescita e rimandano ad un tempo indeterminato il loro addio alla adolescenza.
Il nostro autore ci testimonia infatti come si può correre il rischio di arrivare a essere “grandi” di età ma senza essere adulti, senza aver compreso niente della vita e di se stessi: rimanendo così in una specie di infantilismo in cui ci si rifiuta di crescere, di assumersi le proprie responsabilità, ci si ferma all’adolescenza (sul ponte, fra le due sponde, senza avere il coraggio di attraversarlo pienamente).
Per alcuni crescere è solo invecchiare, e per paura di invecchiare si finisce col rifiutarsi di crescere.
In psicologia viene definita la sindrome di Peter Pan! E quanti oggi se ne ammalano!
Ma ci può essere un modo per crescere mantenendo giovane lo spirito dentro di noi?
Come fare per mantenere anche da adulti uno sguardo da “infanzia spirituale” che ci permetta però il coraggio di assumere nelle proprie mani la propria crescita?
Qual è il segreto di una crescita nella giusta direzione ?
Il segreto sarà proprio il piccolo principe a svelarlo al nostro aviatore: in questo cammino di crescita, non si può fare tutto da soli,  c’è bisogno di aiuto, c’è bisogno sempre di un incontro con un altro che ti aiuti in questo lavoro di autocomprensione attraverso la comprensione dell’altro.
Nel cammino di crescita non si può essere autodidatti.
Non si cresce da soli. A crescere si impara da chi, prima di noi ha compiuto lo stesso cammino: in fondo anche il piccolo principe i segreti che rivela all’aviatore li ha appresi dall’amica volpe!
Questo è importante non solo per chi vuole crescere, ma anche per chi, come i genitori, saranno poi a loro volta i responsabili della crescita dei loro figli: non è facile accompagnare in questo cammino i piccoli che sono loro affidati.
Il rischio è quello di “navigare a vista”, alla giornata, prendendo decisioni spesso contraddittorie: per fare i genitori non ci si può abbandonare all’inventiva del momento.
Il rischio dei grandi è quello di  rinchiudersi nei propri sogni, rischiando di ingabbiare in questi sogni anche i propri figli.
L’intuizione di Saint Exupery sta proprio qua (e sta qui la fortuna del Piccolo Principe): nell’indicare un progetto educativo per se stessi e per chi è chiamato a fare il pedagogo, alla lettera, l’accompagnatore dei piccoli nella loro crescita. Educare non è facile, giacché per educare gli altri bisogna prima educare se stessi.
Non si può educare a crescere se prima a nostra volta non ci siamo fatti educare.
Non si può essere genitori se non si vive prima la figliolanza.
Per questo sono convinto che il Piccolo Principe possa rivelare ancora dopo settanta anni qualche suo segreto anche oggi a  genitori e figli il segreto della maturità umana.
Perché, come disse il suo autore, questa è una favola per adulti, non per bambini.

Ignazio La China


giovedì 28 novembre 2013

E finalmente Francesco uscì allo scoperto!

L'esortazione apostolica EVANGELII GAUDIUM ci mostra il cuore di Francesco, la sua fede, il suo modo di sognare una Chiesa che intraprende il suo exodus verso il mondo e i poveri: per fare cosa? Solo il suo dovere: evangelizzare, portare cioè la gioia di un annuncio lieto, bello agli uomini: che Dio li ama.
Essere cristiani che significherà così dunque? Essere i "cooperatori della vostra gioia" come era il motto di Benedetto XVI e della sua ansia di evangelizzare presentando il messaggio cristiano, prima che una dottrina o un'etica, un gioioso incontro con Cristo che salva. Una esortazione dunque in cui c'è tutta la testa di Benedetto e tutto il cuore di Francesco, da leggere, anzi da bere tutta in un sorso, come acqua fresca per l'anima pur sgorgante da un'antica sorgente!
E la Chiesa si rinnoverà ritornando a se stessa.
Grazie, papa Francesco!

domenica 24 novembre 2013

Ecco cosa è la forma cattolica del credere!!!

Niente di più eloquente di questa immagine:
il Papa che tiene in mano le reliquie di san Pietro mentre si canta il credo.
Pietro e la fede.
Pietro e la sua fede.
Pietro la roccia della fede.
Pietro a fondamento della fede della Chiesa.
Pietro "Pastor et nauta".
Pietro clavigero del regno.
Per Petrum, cum Petro, in Petro, sub Petro.
Questa è la nostra fede.
Questa è la fede della Chiesa.
E noi ci gloriamo di professarla, in Cristo Gesù nostro Signore.


mercoledì 13 novembre 2013

Saluto del vicario foraneo di Scicli per l'apertura della visita pastorale del vescovo

Eccellenza Reverendissima,
è con gioia e con affetto che oggi la accogliamo fra di noi per l’inizio ufficiale della visita pastorale nella nostra città. Lei già conosce la nostra città per la sua ripetuta presenza nelle nostre chiese in occasione delle cresime e di tante altre celebrazioni che lei ha voluto presiedere nelle varie parrocchie del nostro vicariato e in altri eventi in cui ha potuto incontrare non solo la comunità cristiana ma anche la comunità civile di Scicli.
Ma oggi si può dire che il nostro incontro assume i crismi della ufficialità nel senso più bello del termine: ufficialità da officium – dovere / responsabilità: lei è infatti qui a svolgere il suo ufficio di Pastore proprio della chiesa locale che è stata affidata alle sue cure, la visita al gregge che lei è chiamato a pascere con la parola, i sacramenti, il suo stesso buon esempio.
Ed è un officium anche per tutti i fedeli di Scicli che si riconoscono guidati dal suo ministero pastorale e nel quale e dal quale, ognuno per il modo suo peculiare, tutti sono coinvolti e stimolati. Poiché per noi accoglierla non è un mero atto di cortesia ma un vero evento di Chiesa e quindi direi quasi un’esperienza teologale.
La accogliamo anzitutto noi parroci che condividiamo con lei il munus pastorale del gregge di Dio in quelle porzioni della chiesa locale che sono le parrocchie, e che, insieme con gli altri presbiteri e diaconi ci sforziamo di servire per la formazione e la crescita di comunità cristiane autentiche che credano in ciò che celebrano, che annuncino ciò che credono e vivano ciò che annunciano.
La accolgono le comunità religiose, i membri delle Associazioni, dei Movimenti e dei Gruppi ecclesiali che sono impegnati tutti nell’essere anticipo e realizzazione fattiva dell’avvento del Regno, specie nell’esercizio della carità e nel servizio ai poveri e ai bisognosi.
La accolgono i fedeli tutti delle parrocchie che vivendo nella quotidianità del lavoro e della vita familiare si sforzano di vivere la loro fedeltà al vangelo nella trama delle opere e dei giorni che richiedono di essere fecondati dalla forza rinnovatrice dello Spirito.
Ma oggi la accoglie anche la comunità civile di Scicli, non connotata da coloriture religiose o ideologiche, ma forte di quella sana laicità che vede nella collaborazione tra le istituzioni civili e quelle religiose il terreno propizio per la costruzione del bene comune a servizio della persona nella integralità della sua persona.
E ciò che dico non vuol essere solo un riconoscimento formale ma è frutto di una vera e leale collaborazione sperimentata negli anni passati e che proprio nell’ultima tragedia dello sbarco degli immigrati eritrei a Sampieri e della morte per tredici di loro, che ha scosso profondamente la nostra città, ha visto fianco a fianco le nostre autorità in testa e poi tutti i rappresentanti delle istituzioni, dei presidii militari e sanitari, insieme a noi sacerdoti e fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà nella prima accoglienza sulla spiaggia dei sopravvissuti, nella composizione dei cadaveri, nel supporto dato ai parenti venuti per il riconoscimento delle vittime e per il funerale, che non è stato il funerale – e la riprova è stata la celebrazione ieri del trigesimo – di forestieri sconosciuti ma il saluto commosso a tredici giovani che la città – se così si può dire – ha adottato e sentito come figli: lo abbiamo espresso in quel drappo cremisi, il colore della nostra città, che ha stretto in un abbraccio commosso quelle tredici bare. Una commozione sentita ancora da tanti che recandosi al cimitero dai loro cari non hanno mancato in questi giorni di porre un fiore anche sulle loro tombe.
Perché Scicli è stata e vuole continuare ad essere la città della accoglienza e della solidarietà verso tutti. Ha ben ragione lei nel dire che prima ancora di aprire spazi per l’accoglienza, bisogna aprire i cuori: perché l’accoglienza prima che essere un problema logistico è un problema di affetto e di cuore. Ebbene eccellenza, le posso assicurare che tanti cuori di cristiani e non cristiani a Scicli sono già aperti e che da questi cuori scorrono fiumi sotterranei di quella carità che magari non fa notizia e che pure si fa vicinanza concreta e solidale col fratello che  soffre. E tanti altri sono i cuori in attesa di un evento che li faccia aprire, che li faccia sbocciare come fiori al sole della fraternità.
Ecco, eccellenza, mi piace immaginare la sua visita – come fra l’altro lei l’ha voluta scegliendo di dare la priorità delle visite agli ammalati e dell’ascolto dei poveri e delle loro vicissitudini ed attese – come a quell’evento di grazia che tocchi ogni sciclitano nel profondo e lo interpelli e lo spinga a interrogarsi sul senso reale della propria esistenza, e lo spinga soprattutto a decidersi per una vita vissuta nella fraternità: una vita autenticamente umana e dunque veramente cristiana.
Questo auguro a lei come frutto del suo ministero, questo auguro ad ognuno di noi sciclitani.
Dunque Eccellenza, benvenuto fra noi, cammini con noi, si senta uno di noi.




venerdì 1 novembre 2013

Actus credendi non terminat ad enuntiabile sed ad rem ipsam.


C'è un principio in teologia che è anche principio per la spiritualità e per la catechesi:
Come dire: l'atto del credere non finisce nella enunciazione di cosa o in chi si crede, ma nella esperienza stessa dell'oggetto del credere.
Cioè che il credere non è semplicemente un fatto di "enunciazione" di dogmi di fede (un tempo si parlava di fides quae creditur, cioè di contenuti di fede che sono creduti appunto dal "credente") anche se questo aspetto, che comporta l'impegno a rendere intelligibile la stessa fede, a mostrane le ragioni e perciò la sua razionalità, è certamente importante e necessario, giacchè - e ce lo ricorda continuamente papa Benedetto - la fides non può mai essere separata o prescindere dalla ratio.
Ma l'atto del credere non può mai essere ricondotto ad un puro atto - illuministicamente - di comprensione intellettuale: il comprendere razionalmente, ad esempio, come il dogma fondi ed esprima la coesistenza in Gesù Cristo della divinità con l'umanità, è certamente fondamentale ed importante, ma questo non significa ipso facto che questo sia automaticamente un atto di fede, un actus credendi. Anzitutto perchè a questa comprensione può addivenire anche un ateo, senza implicare alcunchè di fede. Ma poi, soprattutto, perchè l'esperienza della salvezza (cioè il perdono dei peccati e il dono della vita eterna) non è il frutto della comprensione intellettuale del fedele: se così fosse saremmo in presenza non più della fede cristiana ma di una pura e semplice esperienza di gnosi (che in greco significa conoscenza), cioè appunto di conoscenza intellettuale, in cui si crede che per il semplice fatto che io ho compreso una verità di vita (ho cioè avuto - come si dice in gergo - una "illuminazione" intellettuale) io sia automaticamente già salvo!
La gnosi è stato il pericolo più sottile e insidioso del cristianesimo, nei suoi duemila anni di storia, e anche oggi si ricicla nella teoria dei "valori" o dei "pricipii" del cristianesimo.
Ma ridurre la fede ad alcune enunciazioni di alti ideali (più o meno condivisibili anche da chi vive in altre fedi o non è animato da nessuna fede), quali quelle oggi di moda: la pace, la giustizia, i diritti, la natura, e via di seguito, significa snaturare l'essenza stessa del cristianesimo.
Il cristiano non è colui chiamato a vivere di belle idee! E' colui che è chiamato a vivere l'incontro con una persona, Gesù Cristo, capace di cambiarti la vita.
Per questo noi parliamo di "esperienza di fede": cioè di un atto del credere che coinvolge non solo l'intelletto ma tutte le dimensioni dell'esistenza (e perciò oltre alla  fides quae creditur   
occorre sempre anche la   fides qua creditur  cioè la fede per mezzo della quale si crede, in pratica quell'atteggiamento fondamentale di affidamento della propria persona nelle mani di colui che si riconosce come il proprio Signore e Salvatore).
Allora si capisce meglio il principio enunciato all'inizio.
L'atto del credere, cioè il mio cammino di fede, non finisce quando io comprendo che Gesù è il Signore e il Salvatore, ma quando io di questa stessa salvezza concessami in Cristo e per Cristo ne faccio una esperienza piena,completa, personale.
Che questo sia un principio fondamentale per la teologia dovrebbe essere evidente di per sè: perchè la vera teologia non è mai riconducibile solamente ad una dotta discussione "su Dio" (questa la può fare anche un ateo, abbiamo detto) ma è sempre anche intelligenza piena e quindi esperienza vitale di Dio! Cosicchè non ci può essere vero credente che non sia anche "teologo" e non ci può essere teologo senza che sia anche un vero credente.
E' la lezione di San Tommaso d'Aquino, capace di innalzare la mente nelle esplorazione delle alte vette di Dio, ma poi anche di saper piegare le ginocchia davanti al Santissimo Sacramento e di saper dire che davanti al mistero della transustanziazione dove falliscono la vista, il tatto e il gusto, solo la fede è capace di fondare l'atto del credente: e forse il dramma di oggi è quello di avere tanti sedicenti teologi ma pochi veri credenti!
Se questo è dunque un principio teologico non astratto ma esistenziale, allora è anche il fondamento della vita spirituale: non si comprende come si possa avere vita spirituale (che poi significa vita di grazia, nello Spirito Santo, cioè esperienza della presenza salvifica di Dio in Cristo nella nostra persona) senza che questa sia per l'appunto esperienza, e non solo precomprensione razionalista di tecniche e metodi mentali di "accaparramento del sacro" che si fermano al chiacchiericcio senza attingere alla rem ipsam cioè alla stessa esperienza della grazia e della salvezza, riducendosi a forme di autogratificazione personale, al limite dell'autoerotismo psicologico.
E la garanzia che si arriva a vivere, a sperimentare il dono della grazia, cosa in cui consiste di fatto l'esperienza della salvezza, è data dall'inveramento del principio nell'esperienza liturgico-sacramentale. Giacchè l'esperienza della salvezza di Cristo è possibile oggi solo attraverso i sacramenti e nella liturgia della Chiesa, dire oggi che l'atto del credere non si conclude con l'enunciazione del dogma ma deve arrivare alla ipsam rem  della salvezza, vuol dire concretamente che la confessione della fede deve terminare nell'esperienza sacramentale. Non c'è fede senza Sacramento. Non c'è proclamazione di fede che non nasca dunque dalla Parola e dal suo accoglimento, ma che non si concluda nel Sacramento. 
Nel Battesimo-Confermazione anzitutto come a conclusione del cammino di conversione (e nei sacramenti collegati del perdono che sono la Confessione e l'Unzione dei malati); e poi nei sacramenti della vita nuova del servizio ecclesiale (Ordine e Matrimonio) ma soprattutto nel Sacramento dell'Eucaristia che della vita nuova in Cristo è centro. 
Ciò vuol dire allora che questo principio teologico è anche il principio che sottostà a tutto l'impegno catechistico. A cosa deve tendere infatti la catechesi se non ad una pedagogia della fede che accompagni il cristiano non solo a saper confessare la sua fede e a renderne ragione, cioè a saper interiorizzare ed esprimere i contenuti del suo credere perchè ne risulti tutta la sua razionalità e credibilità e il credere non sia ridotto a miti e favole per bimbi, ma che arrivi anche e soprattutto a far fare di quella fede confessata una esperienza celebrata nei sacramenti e vissuta nelle varie dimensioni dell'esistenza personale del credente?
Una catechesi che non sbocchi nella celebrazione sacramentale dà solo l'illusione di un cammino compiuto, che si arresta invece proprio davanti alla porta dell'esperienza della salvezza che pur vorrebbe favorire! Non solo: staccando poi l'esperienza di fede dal percorso dell' intellectus la stessa esperienza sacramentale viene ridotta ad una esperienza o magica o puramente estetica o ad una pura esperienza celebrativa ridotta ad una cerimonia avulsa dalla realtà del credente, incapace di produrre frutti di grazia (cioè di attingere alla pienezza dell'esperienza di salvezza se non per il minimo vitale dell' ex opere operato) e quindi anche di sostenere l'impegno del credente in una coerente testimonianza di vita. 
Così abbiamo percorsi catechistici che si riducono solo all' enuntiabile (quasi percorsi scolastici paralleli incapaci di toccare il cuore dei credenti) oppure ispirati solo ad una esperienza di fraternità cristiana ridotta però al solo humanum del "vogliamoci bene, come è bello stare insieme!".
Questo spiega perchè tanti bambini e ragazzi, pur frequentando il catechismo il sabato non riescano poi a comprendere le ragioni della partecipazione alla Messa domenicale; o perchè tanti ragazzi e giovani abbandonino la vita sacramentale al culmine della iniziazione cristiana, quando questa vita dovrebbe prendere le mosse  proprio dalla pienezza della iniziazione che dovrebbe vedere nell'Eucaristia (e non nella Cresima) la fonte ed il culmine di tutta la vita cristiana, come insegna il Concilio Vaticano II.
Riscoprire l'impegno educativo della Chiesa - come è detto nel progetto delle Chiese in Italia per questo decennio - significa a mio avviso ripartire anzitutto da una comprensione della catechesi come accompagnamento pedagogico che aiuti ad entrare pienamente nel mistero della salvezza, che niente altro è che la stessa esperienza della misericordia divina rivelata a noi nel Cristo e diffusa nel nostri cuori dallo Spirito Santo. E' per questa misericordia che noi siamo salvi e ci è data in dono la vita nuova.  E perciò una catechesi vera conduce a sperimentare la misericordia divina nei sacramenti della Chiesa. E solo una sapiente mistagogia (cioè di introduzione ai sacramenti per ritus et preces) saprà rendere l'esperienza sacramentale della misericordia la base per una coerente testimonianza di vita. Se vogliamo cristiani capaci di essere annunciatori dell'amore di Dio, dobbiamo avere prima cristiani che di questo amore ne facciano esperienza vera e sincera.
L'impegno è dunque quello di non essere solo enunciatori, quanto sperimentatori della salvezza. 
Per poi vivere l’impegno della vita nuova.           

mercoledì 30 ottobre 2013

Ad un mese dalla tragedia

Se c’è una immagine che mi rimarrà impressa nella memoria sarà quella delle tredici salme degli eritrei annegati nel loro tragico sbarco sulla spiaggia di Sampieri composti nel semplice feretro di legno rivestiti da un lenzuolo bianco offerto da altrettante mamme di Scicli. Non lenzuola usate, da scarto, ma lenzuola nuova, ricamate, del corredo buono di famiglia: una signora mi ha detto “questo lenzuolo l’ho usato solo per la nascita di mio figlio, all’ospedale; ora voglio che ricopra un altro figlio di mamma morto lontano dai suoi genitori”. Tredici lenzuola di mamme per tredici figli di mamma: non extracomunitari, non forestieri, non sconosciuti, tredici figli con nome e cognome, nel fiore della giovinezza, morti sulla nostra spiaggia in cerca di una sorte migliore. In quei tredici lenzuoli vedo espresso l’abbraccio di dolore, di affetto, di solidarietà che si è stretto non solo intorno alle tredici vittime, ma anche a tutti gli altri fratelli eritrei che sono sbarcati con loro e ai parenti e agli amici che sono in seguito venuti a Scicli per riconoscere e piangere i loro morti.
So che parlando di queste cose c’è il rischio di accentuare i toni del sentimento o di cadere in una sorta di autocelebrazione, però è anche vero che il bene va narrato perché fecondi e generi altre storie di bene.
Non finiranno forse sulle prime pagine dei giornali, non riceveranno medaglie o elogi ufficiali, però è giusto dire di quanti in quella spiaggia di Sampieri – prima ancora che arrivassero gli aiuti ufficiali – si sono prodigati davvero nella prima accoglienza (quanti altri ne sarebbero morti se non ci fosse stato chi dalla spiaggia si fosse buttato subito in acqua, che oltre a dare acqua e cibo ed abiti asciutti, è stata prodiga di affetto e sorrisi, di braccia spalancate ad abbracciare e rincuorare; è giusto dire del parroco di Sampieri che oltre a benedire le tredici salme è stato lì a vegliarle tutto il giorno, finché non sono state trasferite al cimitero; è giusto dire della cura con cui le salme sono state accudite e curate al cimitero di Scicli da operatori che sono andati al di là di quanto richiesto dalla loro mansione; è giusto dire di quanti hanno offerto la colazione e il pranzo ai parenti delle vittime, li hanno accolto gratis nei loro B&B, hanno pagato loro il biglietto dell’autobus, di chi è andato a portare fiori e lumini al cimitero, di chi ha partecipato al loro funerale come se si trattasse di persone di famiglia.
Ma io potrei parlare delle lacrime raccolte nelle confidenze personali dei sopravvissuti, dei loro sguardi e delle loro emozioni: potrei dire che sono stato io ad accogliere loro, ma in realtà sono stato io ad essere stato accolto nei loro cuori. E confesso che per me è stato una grazia

    La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa.   Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia...