CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
sabato 10 giugno 2017
Avinu, Abramo nostro padre
Ho ancora davanti ai miei occhi l'illustrazione con cui si apriva il mio catechismo di Aspirante di Azione Cattolica: una tenda da beduino nel deserto, un bellissimo cielo stellato, Abramo davanti all'ingresso della tenda, in piedi col bastone in mano. II Titolo: Esci dalla tua terra. II testo presentava l'inizio della storia del popolo ebraico a partire dalla chiamata di Abramo (il catechismo avrebbe poi continuato a presentare una tappa di questo cammino per lezione attraverso i personaggi più importanti: Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Davide, i profeti fino alla nascita di Cristo). II commento finale del capitolo mi colpì: siamo tutti figli di Abramo nella fede. Ricordo l'emozione di allora: è come se finalmente avessi ritrovato l'antenato illustre della famiglia, come se adesso sapessi finalmente chi ero, in quale storia ero inserito, incontro a chi stavo andando. E' stato questo il mio primo incontro con Abramo: e da allora abbiamo camminato insieme. Perché - mi si passi l'immagine - è come se mi portassi dentro un'amicizia e un affetto per quei miei nonni che non ho conosciuto. Negli anni dell'infanzia Abramo è stato un po' il nonno mitico a cui fare riferimento. E negli anni in cui si sognano le avventure in modi sconosciuti, sapere di essere i! discendente di un Abramo sempre in cammino verso la terra promessa era certo allettante e stimolante. Fu così che, prima ancora di conoscerne teologia e destino, imparai a sentirmi "spiritualmente" ebreo nel senso di sentire un'appartenenza a un popolo nella cui vicenda umana si possono leggere le orme di Dio. Perché sentivo che la mia appartenenza alla Chiesa e la Chiesa stessa era lo sbocco naturale della storia di Israele e del cammino cominciato con Abramo. Senza soluzione di continuità. Tanto forte il senso del battesimo quanto quello del sapere che le mie radici vengono dalle promesse fatte da Dio ad Abramo. Non è Gesù stesso ebreo figlio di Abramo, non è il cristianesimo figlio dell'ebraismo? Sarà stata la mia ingenuità infantile, ma confesso che non ho mai sentito antinomia fra le due appartenenze e col crescere mi meravigliavo nell'apprendere quale triste sorte di equivoci avrebbe assegnato la storia a ebrei e cristiani. La lettura del Diario di Anna Frank mi rivelò poi la tragedia dello sterminio folle e immotivato di milioni di ebrei: da allora ho sentito quasi la necessità di un impegno forte verso l'ebraismo che contribuisse a estinguere questo debito morale di ingiusta persecuzione verso un popolo tuttora amato dall'Onnipotente. E lo stesso infantile dispiacere per il mancato riconoscimento di Gesù come il Messia atteso da parte degli ebrei pian piano con gli anni ho avuto la grazia di reimpostarlo nell'ottica del mistero divino di cui parla San Paolo nella Lettera ai Romani: l'indurimento del cuore degli ebrei che permette l'annuncio dei vangelo ai pagani. Se San Paolo ha ragione allora il mio debito verso il popolo ebraico aumenta: la mia esperienza di grazia, per me pagano, è stata possibile solo da questo atteggiamento degli ebrei? Ma con Paolo, il cristiano e il fariseo insieme, sogno che avvenga presto il momento del nostro incontro nell'unico padre: Abramo, pur essendo figli di madri diverse. Già, Abramo: ogni cosa riconduce a lui. I! sentirmi idealmente a lui legato mi ha personalmente aiutato nel mio cammino di crescita e di maturazione, sia umana che vocazionale nella fede. A qualcuno potrà sembrare strano, eppure le pagine della Genesi che raccontano la sua storia spesso sono state sfogliate da me più dei vangeli stessi. Da Abramo ho appreso come la fede è anzitutto silenzio, obbedienza e cammino. Mai dato certo e acquisito. Prima che conoscessi la "spiritualità della strada" dello scautismo e de! roverismo, la meditazione della vicenda di Abramo mi aveva spinto ad elaborare una mia "spiritualità della strada" : negli anni in cui lo stile hippy "on the road" alla Jack Kerouac imperava scoprivo che prima ancora di questi "vagabondi del Dharma" un altro aveva avuto il coraggio di darsi non al vagabondaggio senza meta ma di mettersi in cammino rischiando sulla parola di uno sconosciuto. E così mi sono spesso ritrovato ad inoltrarmi nei territori sconosciuti della fede, tra il vago ricordo di un richiamo sentito e l'attesa di una voce che tornasse a parlare: nel mezzo il silenzio di Dio che mette a dura prova i! cuore dell'uomo. E allora lo cerchi scrutando le stelle: ma sai che non puoi contarle senza rischiare di trasformare il tuo atto in una insolente disfida alla promessa di Dio (questo per me era il senso della superstizione popolare che proibisce di contare le stelle): è Dio che lancia la sfida ad Abramo, a noi non è concesso raccoglierla. Così poi !a stessa tentazione della scorciatoia, di abbreviare i tempi della promessa (quasi dando una mano all'inadempienza di Dio) - cos'altro è la soluzione di Sara a volere un figlio da Agar? - è stata la tentazione ricorrente nei tempi in cui il cuore non sapeva più sopportare l'attesa: "Signore, che mi darai?" questa gemente preghiera della notte di Abramo è stata in lunghe litanie di giorni anche la mia preghiera. "Ecco muoio e tu mi lasci senza erede": il querulo lamento delle ore in cui sembra di essere quasi alla fine del cammino e di non aver concluso niente: 'tutto qui Signore, quello per cui mi avevi chiamato? Solo fatica: e la meta, e le tue promesse?" Credevo che pregare fosse solo dire belle cose a Dia, che non fosse giusto stare lì a lamentarci, quasi a fare i capricci: Abramo però mi ha insegnato che i veri amici di Dio hanno il coraggio di parlare con lui nella franchezza. Da allora ho appreso anche a lamentarmi con Dio, quando sempre tardare G mantenere !e promesse E anche ad intercedere, come Abramo: ripenso all'emozione avuto nel leggere la prima volta la lunga intercessione di Abramo per Sodoma e Gomorra (e poi si dice che il Dio dell'Antico Testamento non conosce l'amore e il perdono!). Ma poi si scopre che questo fa parte del gioco di Dio. Che quando credevi di non poter più ridere ecco che Dio ritorna a farti sorridere, ti ridà la gioia: Isacco, cioè "sorriso". Anche se devi imparare che il sorriso, i frutti del ministero, i tuoi figli spirituali ti sono dati eppure non sono tuoi! Perché anche su di essi pende la spada del progetto divino. "Prendi il figlio, quello che tu ami, e offrilo in sacrificio": sto imparando che o si riesce a leggere in questa frase tutto il mistero della vita sacerdotale o tutto si riduce all'esercizio di una professione fra le tante. Qui c'è il senso del celibato per me, il senso di una fede che deve imparare ad essere solo dono. Abramo sa che può "sfruttare" la sua amicizia con Dio a beneficio degli altri, ma sa che non può usarla per esimersi dal compiere lui stesso la sua volontà. Non si può dire a Dio: "a me proprio questo non dovevi chiederlo". E' il mistero dell'amore di Dio che lascia crocifiggere i figli che ama! Ma in questa capacità di saper offrire tutto in dono (l'olocausto è il sacrificio in cui tutto viene bruciato a Dio senza tenere niente per sé) credo che stia tutta la maturità umana e di fede di un uomo. Tutto dare, niente trattenere per se. Per questo penso che l'esperienza di Abramo sia esemplare per ogni esperienza di paternità: ho voluto sottolineare questo in occasione del funerale di mio padre volendo che si proclamasse proprio questa lettura del Sacrificio di Isacco, quasi a rileggere in questo episodio la stessa accettazione di mio padre che offre me, figlio unico, al Signore nel sacerdozio. Ma la paternità di Abramo credo che sia esemplare anche della paternità stessa di Dio: mi ha fatto impressione l'espressione ebraica che consegna i morti "nel seno di Abramo" piuttosto che in quello di Dio, a meno che l'esperienza del seno di Abramo non sia l'esperienza stessa del seno di Dio! lo credo di si, se il cuore di Abramo è pronto a sacrificare il figlio allora può benissimo essere l'immagine del seno di Dio che dona il proprio figlio sulla croce: non !'avevano inteso così già ì padri della Chiesa? Abramo, nostro padre nella fede: perché credette nelle parole del Signore. Cioè ebbe fiducia, si fidò di Dio. Abramo, mio padre nella fede: da lui continuamente imparo a fidarmi di Dio. E da lui imparo che la "giustificazione" non proviene dai miei meriti. "Perché si deve il titolo di padre ad Abramo e non agli altri?" domanda un midrash: "perché Abramo non parlò, ma fece" è la lapidaria risposta. E il fare di Abramo è il coraggio di mettersi in cammino e di assumersi da adulti i! coraggio delle proprie scelte: "Perché Abramo è diverso da Noè?" domanda ancora il midrash: "Perché Noè camminava con Dio (= Dio lo teneva per mano, quindi era ancora bambino) mentre Abramo cammina davanti al Signore (= è adulto, sa camminare da solo) è la significativa risposta. Ed essere adulti significa avere il coraggio dell'interiorità: "Lek lekà" comanda Dio ad Abramo che si può leggere come un rafforzamento dell'imperativo "Vattene" oppure come si legge nel Talmud "Va' in te" E "ritorna in te stesso" non è il comando di Agostino per la conversione ? II primo cammino e la prima partenza è dentro il cuore: qui ognuno ha la propria Ur e la propria terra promessa. Abramo, avinu, padre nostro ci aiuti ad intraprenderlo sempre.
giovedì 8 giugno 2017
Con chi prendersela?
Non
è mio stile ritornare sui miei scritti, anche perché sarebbe ermeneuticamente
scorretto. Tuttavia confesso il mio stupore nel riscontrare commenti ai miei
articoli incentrati tutti su una sola domanda: “con chi ce l’ha stavolta?” come
se io usassi questo sito o facebook per combattere le mie battaglie personali (ma
sarei ben misero e meschino, e chi mi conosce sa che io le mie opinioni non le
mando a dire per interposta persona…) oppure sulla convenienza o meno che un
prete faccia o dica determinate cose. Chiaramente le mie esternazioni partono da
esperienze vissute (mie personali o indirettamente riflesse su di me o per
ministero o per semplice amicizia) ma se mi decido a pubblicare le mie
riflessioni lo faccio perché penso che le mie meditazioni possano essere di
aiuto a chi forse si trova nella stessa situazione o che comunque possano
servire a fare più luce nel chiaroscuro di questo mondo. Perciò a chi è
ammalato di dietrologia o si è fissato in un pregiudizio che più che guardare all’uomo e alla sua
interiorità guarda solo l’apparenza (senza capire che i veri scandali per cui
stracciarsi le vesti stanno altrove) voglio dedicare la seguente riflessione che una mia gentile amica mi ha fornito, con l’auspicio che possa magari scoprire che sotto la tonaca c’è
un cuore che batte! O forse è proprio
questo quello che disturba?
C’è sempre qualcosa da dire sui preti
Se il prete una volta parla dieci minuti
più a lungo — è un parolaio.
Se durante una predica parla forte —
allora urla.
Se non predica forte — non si capisce
niente.
Se possiede un’auto personale — è
capitalista, è mondano.
Se non ha un’auto personale — non è
capace di adattarsi ai tempi.
Se visita i suoi fedeli fuori parrocchia
— allora gironzola dappertutto.
Se frequenta le famiglie — non è mai in
casa.
Se rimane in casa — non visita mai le
famiglie.
Se parla di offerte e chiede qualcosa —
non pensa ad altro che a far soldi.
Se non organizza feste, gite, incontri —
nella parrocchia non c’è vita.
Se in confessionale si concede tempo — è
interminabile.
Se fa in fretta non è capace di
ascoltare.
Se comincia la Messa puntualmente — il
suo orologio è avanti.
Se ha un piccolo ritardo — fa perdere
tempo a un monte di gente.
Se abbellisce la chiesa — getta via i
soldi inutilmente.
Se non lo fa lascia andare tutto alla
malora.
Se parla da solo con una donna — c’è
sotto qualcosa.
Se parla da solo con un uomo — eh!.
Se prega in chiesa — non è un uomo
d’azione.
Se si vede poco in chiesa — non è un
uomo di Dio.
Se si interessa agli altri — è
impiccione.
Se non si interessa — è un egoista.
Se parla di giustizia sociale — fa della
politica.
Se cerca di essere prudente — è di
destra.
Se ha un po’ di coraggio — è di
sinistra.
Se è giovane — non ha esperienza.
Se è vecchio - non si adatta ai tempi.
Se muore — non c’è nessuno che lo
sostituisce!
martedì 6 giugno 2017
A mio padre
Oggi ricorre l'anniversario della morte di mio padre: da lui sono stato educato al culto dell'onestà e della responsabilità, dell'umiltà e della disponibilità. Lo voglio ricordare con questo scritto che ne delinea le sue doti. Con l'augurio a tanti figli di avere dei veri padri e a tanti padri di avere il coraggio di educare i propri figli.
Il mondo ha bisogno di uomini
che non possono essere comprati,
che mantengono la parola,
che stimano il carattere più prezioso del denaro,
che non esitano a correre rischi,
che sono altrettanto onesti nelle piccole cose come nelle
grandi,
che non scendono a compromessi,
che non credono che la furbizia e la mancanza di scrupoli
siano la miglior ricetta per il successo,
che non si vergognano né hanno paura di difendere la
verità anche a costo di andare contro corrente.
Il mondo ha bisogno di uomini
che restano fedeli agli amici nel bene e nel male,
che sanno dire ‘no’ quando il resto del mondo dice ‘sì’
(J. Allan
Peterson, For men only)
giovedì 1 giugno 2017
In cammino
Qualcuno che mi ha detto: << belli i tuoi articoli e
belle le tue riflessioni critiche, ma tu non ti metti mai in discussione? E sei
sicuro che la tua Chiesa vada sempre difesa senza trovare in essa qualcosa che
non vada? >> Certo che mi metto in discussione – e chi mi conosce sa che
lo faccio più di quanto venga fuori dal mio atteggiamento sempre sicuro – e
certo che la mia appartenenza alla compagine ecclesiale non è sicuramente di
mera acquiescenza verso tutto e tutti – e anche qui chi mi conosce sa quale sia
la mia franchezza (pagata a caro prezzo) all’interno della realtà ecclesiale –
e se qualcuno è stato un lettore attento dei miei scritti sa pure che non sono
certamente scritti con distacco ma che qualunque cosa io pensi o dice è sempre
frutto di una reale e a volte sofferta compartecipazione al problema
affrontato. Comunque ringrazio chi mi ha fatto queste osservazioni perché mi da
modo di ritornare ai miei temi più cari, in cui la meditazione sulla realtà
circostante parte sempre dalla introspezione personale.
E permettetemi allora di
cominciare con una confessio laudis, per dirla con le parole di
Sant’Agostino. Una confessione cioè di lode e di ringraziamento per i miei 55
anni di vita cristiana che compio proprio oggi, 1° giugno, anniversario del mio
battesimo.
Chi sa di quante difficoltà sia
irto il cammino di un sacerdote sa come allora non è la voglia di trionfalismo
che ti spinge a segnare queste tappe e magari a fare festa con i tuoi amici e
la tua comunità ecclesiale. In queste occasioni mi sento un po’ come i
patriarchi di Israele che segnavano le grandi tappe del loro itinerario con
l’erezione di cippi a ricordare non solo il cammino ma anche come in questo
cammino avessero sempre sentito accanto la presenza di Dio che li accompagnava.
Una presenza che si sostanzia poi in eventi, circostanze, compagni di viaggio
in cui tu cogli il dispiegarsi amorevole di un amore grazioso che illumina la
tua strada e da senso pieno alla tua vita.
Per questo, ad ogni passo, chi
riconosce che la possibilità di averlo fatto non proviene dalle proprie forze,
non può che ringraziare. Non riconosce il povero curato di campagna di
Bernanos al termine del suo cammino che tutto è grazia?
Ecco allora oggi ancora il mio
grazie, ripetuto, anzitutto al Signore perché finora umanamente mi ritrovo a
chiedermi perché abbia scelto proprio me, con i miei limiti, e non altri a
servirlo nella sua Chiesa. Ma comprendo sempre di più che poi tutto sommato non
ha senso una domanda del genere quanto invece una risposta di fedeltà e di
obbedienza che io sono chiamato a dare. E poi il grazie per quanti mi sono
stati accanto in questo cammino, chi fin dall’inizio, chi aggiuntosi in questi
ultimi anni, i cui nomi sono scritti a lettere d’oro nel mio cuore. Sono gli
amici fraterni con cui condivido la compagnia della fede e lo sforzo quotidiano
dell’accettazione e del perdono. Sono i confratelli presbiteri con cui
condivido l’anelito del servizio sacerdotale. Sono in particolare tutti i
sacerdoti che ho incontrato nella mia vita, senza la cui testimonianza non
sarebbe né nata prima né maturata poi la mia vocazione. Sono tutti quelli che
il Signore ha affidato alle mie cure, prima come catechista e poi come
sacerdote e che hanno contribuito a dare forma alla mia identità presbiterale.
Sono le suore che pregano per me con affetto materno. Sono i fedeli della mia
parrocchia che mi sforzo di pascere come il buon Pastore.
Ma c’è un grazie peculiare che
voglio dire anche a quelli, preti e laici, che in questi anni mi sono stati
contrari. A volte certo per i miei peccati, e di questo domando perdono e Dio e
a loro, ma a volte in modo gratuito e viscerale, spesso con un odio che non
sono riuscito a spiegarmi fino ad oggi. Non giudico nessuno e rimetto nelle
mani di Dio il giudizio su ognuno: so come poi nella vita il peso dell’umano,
la corsa al potere, la paura dell’antagonista, l’invidia e la gelosia hanno il
loro peso; so come spesso i risentimenti per desideri insoddisfatti facciano il
loro gioco, e non mi scandalizzo. Ho cercato di fare il prete e il parroco
nella consapevolezza che a volte si deve avere davanti a Dio il coraggio di
fare anche delle scelte impopolari e controcorrente e che a volte pur volendolo
non si possono accontentare tutti, anzi mi sono accorto che in fondo qualsiasi
scelta si faccia sempre c’è qualcuno che ti rimprovera di aver sbagliato! Ma
non mi tiro indietro, anzi la sofferenza che spesso contrasti gratuiti e
critiche ingiustificate (per non parlare delle calunnie vere e proprie che il
venticello della maldicenza porta sempre in giro) mi conferma nella convinzione
che non c’è altra strada per un cristiano che quella della croce, d’altronde
non è questa la via del Maestro?
Per le esperienze personali fatte
e il mio cammino spirituale poi mi accorgo sempre di più che il cammino
ecclesiale e quindi anche quello di un prete deve essere non nella forza ma
nella debolezza, nella debolezza di un Dio che annichila se stesso sulla croce.
Per questo non mi piacciono tutti quegli
escamotage che mirano a proporre ancora un regime di cristianità imperante in
cui il prete è ancora una forza non solo ecclesiale ma anche sociale e
politica. No. Io mi riconosco più in un don Milani o un don Mazzolari che
rifuggivano proprio da questo. Perciò non voglio che la gente più che
attaccarsi a Cristo si attacchi al prete perché è un bravo organizzatore di
feste e gite e tornei di calcio, perché ha messo i bigliardini in parrocchia. Oggi
più che mai credo che il prete si debba spendere nell’annuncio della Parola e
nell’accompagnamento col dialogo personale dei fedeli, oltreché certo la
preghiera e i sacramenti. Il resto, ed è tutto lo spazio mondano, spetta ai
laici, altrimenti avremmo ancora una volta una forma di clericalismo invadente
che promuove i laici facendone dei sacristi!
Perciò chi mi vuole bene e mi
vuole augurare un felice ministero mi auguri proprio questo: di vivere in
cammino come Abramo e nella kenosi di Cristo verso i peccatori.
Non mi auguri altro e, se
credente, per questo e non per altro, preghi.
E nessuno idealizzi me o gli
altri preti (e nemmeno vescovi e papi): ricordiamo Agostino che dice “Per voi
sono vescovo ma con voi sono un cristiano in cammino”.
Perché prima di ogni altra cosa è
il cammino di discepolato che conta: in questo siamo tutti uguali, perciò
anzitutto, come ricordava il Cardinale Pellegrino ai suoi, il primo dovere è
camminare insieme.
A chi pensa di poterlo fare,
perciò io rivolgo un invito: camminiamo insieme!
domenica 28 maggio 2017
Cristo, la cultura e Buchowski
Ho
rivisto per Pasqua il film La Passione. Ho
ricordato le polemiche che lo accompagnarono alla sua uscita (<<troppo
crudo>> si disse allora) e ho notato ora invece l’indifferenza generale
per la sua rimessa in onda. Eppure è un film che
ha
comunque richiamato in me quel principio che personalmente a me sta tanto a
cuore e che dovrebbe stare a cuore di tutta la Chiesa e di tutti i cristiani,
di qualsiasi confessione: è quello che in teologia viene chiamato come Legge dell’Incarnazione. Ho usato il
condizionale, parlando di Chiesa, perché uno dei rischi che oggi è più
paventato da tanti acuti osservatori del fatto cristiano, sia credenti sia non credenti o comunque non praticanti
(quale ad esempio Massimo Cacciari che in diverse interviste sta difendendo – a
volte forse più degli stessi uomini di Chiesa – il proprio, l’essenza del cristianesimo che è lo stesso Cristo) è che
l’esperienza cristiana sia ridotta ad una etica, una morale, fosse anche una
religione tra le tante, ad una via di conoscenza (gnosi) intellettuale, a pura
ideologia o filosofia. Così facendo si snatura la fede cristiana che non è
fondata né su principi o su valori astratti, fossero anche i più belli, ma su
un uomo, Gesù di Nazaret che la fede ci
fa confessare come il Verbo rivelatore dell’unico Dio Creatore del mondo e
Signore della storia. Nonostante quello che si dice il cristianesimo (e
l’ebraismo da cui deriva ma da cui nettamente si stacca) non è una religione del libro (termine improprio
creato da Maometto per accreditare il Corano come libro sacro e acriticamente
ripreso purtroppo anche da commentatori cristiani): la Bibbia (vangeli
compresi) non è tanto importante per se stessa (e quindi parola di Dio tout court: altrimenti cadremmo nel
fondamentalismo letteralista) o per le belle espressioni o i bei principi in
essa contenuti; il cristiano anzitutto vive nella fede il suo incontro
personale con il Cristo, e sa che la Bibbia è solo una testimonianza della sua
incarnazione. Se anche non avessimo più vangeli o non avessimo neanche una
parola di Cristo la mia fede in lui non verrebbe meno, perché quello che conta
non sono le parole che lui ha detto, ma il gesto d’amore con cui lui mi ha
salvato sulla croce. Se Cristo avesse scritto mille libri sull’amore ma poi
fosse morto di vecchiaia nel suo letto certo la sua morte non avrebbe avuto
il valore salvifico che tutti noi
attribuiamo invece alla croce. Comprendere ciò significa essere veramente
cristiani ed evitare di leggere il film di Gibson (per me il più bel film sulla
passione finora visto) con pregiudizi tendenziosi ed equivoci (anche
strumentali). Dio ci salva in Cristo assumendo l’umanità e il suo peccato e
quindi anche la morte e il dolore: questo si afferma quando si dice che il
Verbo si è fatto carne. Perché tutto
ciò che l’uomo sente e sperimenta lo prova attraverso la carne: l’incarnazione
è il gesto appassionato di un Dio che ama l’uomo per quello che è, senza nessun
astrattismo. Guai a dimenticarlo: l’uomo è carne (e la tradizione biblica
rifugge dal dualismo anima – corpo di origine platonica che tanti danni ha poi
causato nel pensiero e nella prassi ecclesiale al punto di interessarsi solo
della cura animarum!) e il
cristianesimo, con l’affermazione che il nucleo centrale della fede è
l’incarnazione e la conseguente resurrezione
della carne (e non tanto l’immortalità dell’anima, anche questa frutto
della speculazione filosofica greca) è il materialismo antropologico più
radicale che mai si sia avuto nella storia e l’inno alla materia più bello che
sia stato mai scritto. Ma l’incarnazione è legge non solo per Cristo ma anche
per la chiesa che da lui prende le mosse: la Chiesa non può non essere e agire
se non come lui ha fatto. Questo implica uno sforzo di inculturazione del Verbo
in ogni epoca e in ogni civiltà e contesto storico per assumere ogni volta non
il “concetto” di uomo, ma questo uomo hic
et nunc le sue vicissitudini e la sua storia. In pratica lo sforzo costante
di farsi carico dell’altro che comporta la
sua conoscenza piena e diretta: l’inculturazione è una mediazione che
non può essere fatta una volta per tutte perché l’uomo e le sue situazioni
cambiano e la Chiesa deve calarsi come il buon samaritano ogni volta su un
ferito diverso. Ecco perché è grave lo iato esistente tra Chiesa e cultura (e
mondo della cultura) ed è ancora più grave che in forza di una malintesa
pastoralità tanti uomini di chiesa non coltivino il dialogo con la cultura:
senza cultura non si hanno strumenti per potere poi incarnare il messaggio
evangelico. E cultura significa entrare in dialogo con tutte le espressioni dell’animo
umano. Se già un intellettuale romano poteva dire “sono uomo e niente di umano
reputo straniero” a maggior ragione un cristiano non può considerare alieno
nessun fatto genuinamente umano. Senza puzza sotto il naso né velo agli occhi.
Sono grato al Signore per aver avuto l’opportunità negli anni di seminario di
leggere non solo libri di ascesi e di mistica ma anche i libri di Kerouac e di
Buchowski: perché le loro storie di
ordinaria follia mi hanno aiutato a capire su quali strade oggi il mondo
cammina, strade che purtroppo forse mai incroceranno le strade di Cristo e del
Vangelo. E confesso che questo è la mia sofferenza di prete oggi: perché per
quanto mi possano piacere Gioia e Cavalcata e Mulici e tonache e piviali, mi si
spezza il cuore passare davanti a giovani che vivono alla giornata e che non si
fanno minimamente interpellare da quanto succede loro intorno, si sparassero
pure migliaia di euro in fuochi d’artificio! Giovani che di Charles Buchowski hanno
appreso solo l’arte dello sballo ma non quello che c’era dietro (proprio
Buchowski a un giornalista che gli chiedeva cosa cercasse in alcool e droga
nella sua ultima intervista rispose: <<Cosa? Dio, naturalmente, e che
altro?>>). Ma è una sofferenza
ancora più grande quando una parte di uomini di Chiesa non si fa mettere
minimamente in questione da scene come questa, dalle decine di nostri figli
drogati e alcolizzati e di figlie ragazze madri o dall’aborto facile, di
famiglie che si dissolvono come neve al sole, di bambini e fanciulli (ma anche
adulti) educati da spettacoli immorali (no: non pensate ai film porno, perché
la reality tv è più sconcia di un film hard) però poi se un prete cita un
proverbio popolare si scandalizza! Ma il vero scandalo è che Scicli, con tutto
l’Occidente sta morendo di un lento suicidio e nessuno se ne preoccupa! La
Chiesa italiana aveva varato il progetto culturale, ma temo che sia rimasto un
pio desiderio che nessuno ha veramente compreso e voluto. E forse, nonostante le
chiacchiere e le grida altisonanti, perché preferiamo curare di più le nostre
buone e care bizzoche che avere il coraggio di uscire dal tempio. Ma il mondo,
l’uomo, la storia, sono fuori: e di questo peccato di omissione dovremo rendere
conto a Dio.
Qualcuno
ancora una volta forse si scandalizzerà per queste mie parole, si chiederà come
un prete può avere una visione così tragica della realtà: no, non sono
pessimista, anzi, se non ci fossero fede e speranza ad animare le mie giornate
chissà da quanto tempo avrei ceduto alla tentazione di smettere di lottare. Ma
non mi va stare a guardare senza fare niente, magari immaginando che le
situazioni si aggiustino da sole, o di accontentarmi di un minimo da chi invece
è chiamato a dare il massimo e il meglio
di se stesso. Perché la Chiesa ha un compito educativo e formativo a cui non
può rinunciare, pena la perdita della sua stessa identità. Diciamolo però con
franchezza, oggi nelle nostre chiese difficilmente si educa alla fede, non si
formano più cristiani che anzitutto sanno in chi e in cosa credono (l’ignoranza
è così grande ormai che ce la rimproverano anche i pensatori laici!), o per
tenerci buoni i quattro fedeli che ancora ci seguono cominciamo a fare sconti
sulle esigenze della sequela: come mi preoccupano certi cammini di fede in cui
tutti sono intruppati e plagiati, così d’altro canto temo certe proposte di
fede tutta acqua e sapone e in cui ogni problema è risolto solo con sdolcinati
sorrisi. Stranamente che la fede, quella biblica, sia un cammino di libertà, di
coscienza e di interiorità che comincia con Abramo, che si nutre di Parola, che
tende alla santità, che vive di amore e di accoglienza a volte devono essere i
non credenti o i non praticanti a ricordarcelo. Dice San Tommaso D’Aquino che la verità, da chiunque è detta,
rimane tale e quale, e allora? E allora siamo al discorso di prima. Per questo
non ci rimane che sperare che dalle nostri parti ritorni di moda una parola:
responsabilità, cioè prendere sul serio la propria vita e la propria fede,
contro tutti i luoghi comuni che sono i buchi neri in cui oggi sprofondano
tutte le buone intenzioni!
mercoledì 24 maggio 2017
Un omaggio alla bella Siria un tempo luogo di pace e speriamolo anche nel futuro.
Ho
avuto la gioia di partecipare, come socio di Biblia, l’Associazione laica che
promuove lo studio della Bibbia, ad un viaggio di studi biblici in Siria nel giugno 2008.
Come
sempre mi piace mettervi a parte di quelle sensazioni che questo viaggio (fatto
in compagnia di persone simpaticissime: questo si che è doveroso dirlo, e
organizzato in maniera impeccabile) mi ha suscitato e di quelle riflessioni che
mi hanno accompagnato in quei giorni.
Il
prof. Prato, nella conferenza iniziale ad Aleppo, chiuse il suo discorso dicendo
che – tutto sommato – ognuno viaggia per cercare una conferma alle proprie
convinzioni.
Sarà
che in fondo il mio animo scout di tanto in tanto riemerge con prepotenza, e
che dunque la spiritualità della strada, e perciò il fascino della scoperta e
dell’avventura, ha contribuito a forgiare la mia personalità, ma dico subito
che se da un lato questa affermazione del prof. Prato può essere in parte
condivisibile, d’altro lato però credo che, almeno per me, non rappresenta la
molla unica, o quantomeno la sola o la più preponderante che mi spinge a
viaggiare.
Se
infatti il vedere e toccare con mano, l’essere nei luoghi a lungo studiati nei
libri di scuola può essere una riconferma delle nostre convinzioni,
l’esperienza dell’incontro con mondi e culture diverse ti suscita sempre nuovi
interrogativi e ti apre nuovi orizzonti. Viaggiare per me è sempre l’accettare
di mettersi in discussione e rinunciare alle proprie certezze (a partire dalla
rinuncia a voler trovare il tuo piatto di spaghetti dovunque tu vada!). E se
questo può valere per ogni viaggio, debbo confessare che, almeno personalmente,
la Siria si è rivelata in questo molto stimolante.
Voglio
leggere così, quasi tra questi due poli, l’esperienza del viaggio in Siria.
Chi
fin dalla scuola elementare ha studiato di Assiri e Sumeri, di Mesopotamia e di
Hittiti, di Punici, Egiziani e Fenici… può ben comprendere cosa significhi
l’Eufrate (e tutto quello che questo evoca) nell’immaginario collettivo e
l’emozione di quanti hanno voluto finanche bagnarsi i piedi in questo fiume
che, col suo collega, il Tigri, rappresenta l’idea stessa della Storia che
scorre. Nella traversata in barca dell’Eufrate pensavo proprio a quanti popoli
si sono incontrati e scontrati sulle sponde di questo fiume e nella Siria
tutta, terra proprio di incontro/scontro di popoli, e perciò terra ricca di
memorie, tradizioni, anime…in un mosaico che la rende bella, come le belle
ragazze e i bei giovani che incontri per le strade e ti sorridono e ti salutano
(penseresti mai di trovare rosse e biondi in Siria? Ma l’incontro dei popoli ti
fa pure di questi scherzi!).
Il
viaggio in Siria è stato dunque una rilettura di quelle pagine di storia, tra
il mythos e l’epos, con cui noi siamo cresciuti, un rivivere pagine liete e
tristi di quel racconto che ci riporta alle nostre stesse radici di popoli del
Mediterraneo. Una scarpinata polverosa tra quelle città i cui nomi, balzati
fuori dalle pagine dei libri con lo stesso vento che ora li copre con una
coltre di sabbia e ora magari ne scopre un angolo recondito da cui emergono le
vestigia di un dio dimenticato, adesso sembrano richiamare davanti a te
immagini di mondi e regni passati, e ti chiedi se mai esse furono davvero, se
non ti trovi invece davanti ad una di quelle città invisibili descritte da Calvino.
Senti ancora la bellezza di Zenobia quasi trasfusa nella sua città a Palmira,
il canto dello Shemà Israel nella sinagoga di Dura Europos, le litanie dei
pellegrini nella chiesa di San Sergio… ma Padre Ramon ti sveglia dal sonno
ricordandoti che alla fine il deserto vincerà!
Ma,
per chi ama la Bibbia, la Siria è anche Ebla e Ugarit, la nascita
dell’alfabeto, il retroterra culturale dei racconti genesiaci, El e Jah, le
tavolette cuneiformi e i templi di Baal e degli
altri dei, è il mondo semitico, è l’aramaico… (la lingua parlata da Gesù
e che ancora risuona a Maalula: sentire il Padre Nostro in aramaico ti fa
venire la pelle d’oca!)… è la prepotente domanda di come un’esperienza
religiosa, quella ebraica, pur partendo da assunti per niente originali, abbia
dato origine a quel mondo della fede che ancora oggi ci fa riflettere e ci fa
interrogare su noi stessi e il senso delle cose. E credo sia questo il motivo profondo del
nostro viaggio, come soci di Biblia (da avere in partenza, ma magari per tanti
altri da trovare all’arrivo), proprio per dare una coscienza a quanto si è
vissuto. Proprio la Bibbia però ti spinge a cercare anche nell’incontro con l’altro, nel dialogo,
nella scoperta della diversità al di là di quanto ci accomuna, come ricchezza
umanizzante. E per questo non si può solo cercare tra le pietre ma anche
ascoltando le comunità cristiane delle varie confessioni- nell’impossibilità
politica di un approccio con la comunità ebraica-, proprio per verificare la
possibilità effettiva di questo dialogo tra cristianesimo, ebraismo ed islam da
tutti ricercato. Perciò per me il viaggio in Siria (come qualsiasi altro
viaggio) vale anche per le persone incontrate, i sorrisi, le battute, i saluti…
l’accoglienza e il grande senso di ospitalità, i frammenti di storia che riesci
a cogliere al di là dell’impaccio delle lingue, in un frammisto di arabo e
italiano, inglese e francese, ma soprattutto di gesti e di sguardi. Scopri che,
se si vuole, l’incontro può avvenire, il dialogo si può avviare. Tra persone ma
anche tra culture e ancor più tra le fedi: a Damasco e ad Aleppo non senti solo
il muezzin, senti anche le campane delle chiese che invitano alla preghiera e
nelle moschee vedi che i musulmani offrono ceri a San Giovanni Battista e a suo
padre Zaccaria per implorare il dono di un figlio o per ringraziare di averlo
avuto. Se solo dunque si volesse… e proprio qui senti struggente la mancanza,
tra figli di Abramo, della componente ebraica che renderebbe più completa la
nostra gioia. Mi chiedo: se l’incontro è avvenuto, avviene per gli odori e i
sapori, nella fantasia di salse ed insalate, se avviene nel canto e nella
danza, perché non può avvenire anche per le altre dimensioni della vita? I
castelli dei crociati e le cittadelle del Saladino sulle mute alture testimoniano
di un mondo che più non ritornerà e che spinge a trovare altre strade… La Siria
è stata e potrebbe ritornare ad essere un laboratorio per la ricerca di queste
strade di incontro tra i popoli.
E
poi dobbiamo ricordare che proprio sulla via di Damasco Saulo fu folgorato
dalla presenza del suo Signore. Al di là di come la si voglia intendere, al di
là del fatto di credere o meno in Dio, conversione è anzitutto cambiamento del
modo di vedere e considerare le cose. La Siria ci ha coinvolto, ci ha sedotto:
chi non è rimasto insensibile alle sue provocazioni adesso certo sta vivendo la
sua metanoia.
sabato 20 maggio 2017
Scongiuriamo l'esodo dei cristiani dal Medioriente
Confesso
la mia continua meraviglia per quella sorta di rassegnazione che quasi rasenta
l’indolenza con cui non solo da parte dei mass media (ma questo tutto sommato
non mi stupisce) ma anche all’interno stesso della comunità cristiana si
seguono (o forse sarebbe meglio dire in realtà non si seguono) le sorti dello
sparuto gregge cristiano rimasto a presidiare i luoghi cari e preziosi della
Terrasanta e del Medio oriente. E parlo di cristiani in generale perché non
vorrei che il mio discorso fosse travisato in un interessato richiamo solo pro domo mea, cioè per la sola parte
cattolica (fra l’altro numericamente minoritaria rispetto alle altre
confessioni cristiane ortodosse). Già altre volte ho levato accorati appelli
perché almeno questo dramma fosse conosciuto anche in questa nostra piccola
cittadina di Scicli dove sicuramente un’informazione alternativa a quella dell’establishment mediatico (e non solo
politico perché in questo caso maggioranza e opposizione difatti brillano per
la mancanza di qualsiasi azione propositiva che non sia di mera propaganda)
trova difficoltà ad arrivare. E il mio è un appello che vuole prescindere dal
contesto politico in cui la
Terrasanta attualmente si trova (volutamente non parlo perciò
né di Israele né di Palestina): il mio è un discorso certamente di fede, ma che
in questo caso prescinde anche da questo, per farsi culturale e per aprirsi
anche ad un livello di giustizia nel rispetto per quelli che sono i diritti
fondamentali di ogni uomo. Non hanno i cristiani di Terrasanta uguale diritto
ad abitare la loro terra e di professare la loro fede come tutti gli altri? La Carta dei Diritti dell’uomo
non vale anche per loro? Mi sorprendo infatti quando vedo appelli per questa o
quella minoranza, per emigrati e immigrati di ogni genere e di ogni colore in
casa nostra e fuori casa nostra: siamo pronti a fare collette, raccolte e
gemellaggi con il più sperduto paese dell’Africa o dell’America Latina e tutto
questo è certamente giusto, ma … e poi siamo pronti a levare alte grida e a
stracciarci le vesti per chi doveva fare e non ha fatto o cosa si poteva fare e
non si è fatto in occasione di olocausti e affini e questo è altrettanto
giusto, ma poi? Cosa stiamo facendo noi ora? Non stiamo rispondendo anche noi
con il silenzio su tante altre realtà
scomode? Ecco perché arrivati a questo punto mi chiedo cui prodest, a chi giova tutto ciò. Mi chiedo se non abbia ragione
chi afferma che c’è in atto un rigurgito di anticristianesimo in cui certe
frange liberali, radicali, massoniche e sinistrorse di ogni genere si
ritrovano. E questa mia supposizione è avvalorata dal fatto che non solo non si
parla della sorte dei cristiani di Terrasanta, ma non si parla degli altri
genocidi di cristiani che in Africa ad esempio si stanno perpetrando. Non c’è
telegiornale in cui non ci sia l’immancabile servizio (pilotato) dalla Siria, eppure
nel mondo attualmente stanno avvenendo tragedie altrettanto gravi ma su ci
nessun riflettore viene acceso. Cui
prodest allora che la presenza
cristiana divenga pian piano insignificante in tanti contesti geopolitici del
nostro pianeta? Certo il quesito è intrigante e merita una risposta più
articolata in uno spazio più ampio. Ma certamente in Terrasanta la risposta è
chiara: è nell’interesse degli opposti integralismi sia ebraici che islamici
(vedi ad es. il rifiuto del governo israeliano di concedere permessi di
soggiorno a sacerdoti, frati e suore che operano in strutture della Terrasanta con
l’imposizione di tasse che sta obbligando tanti ospedali e orfanotrofi
religiosi a chiudere o le pressioni e le minacce che i cristiani palestinesi
subiscono per abbandonare le loro case e terre ed emigrare, e grazie a Dio non
si è arrivati alle intimidazioni con le bombe nelle chiese come in Iraq o Siria
o Egitto!). Proprio per questo i responsabili delle chiese cristiane di
Terrasanta hanno indetto attività di sensibilizzazione per la ricerca di aiuti
concreti per tante famiglie messe alle strette da questa situazione. Non sarebbe
bello che anche nella nostra Scicli ripartisse il progetto di gemellaggio con
Gerusalemme e Betlemme di cui tanto si è parlato e si parla ma che non si
riesce a concretizzare? Pensiamoci.
venerdì 12 maggio 2017
Ripubblico una riflessione del 2004 ma ancora attuale (sperando che nessuno arricci il naso)!
Confesso
che è da un po’ di tempo che mi porto dentro la riflessione di questo mese e
che poi ho sempre rimandato a pubblicarla nella speranza di poter trovare una
espressione più soft rispetto a
quella che tra poco leggerete: il fatto è che gira e rigira non me ne sono
venute altre in aiuto per significare un tipico atteggiamento purtroppo diffuso
in tanti che pretenderebbero di fare i furbi ai danni di poveri malcapitati e
che, sinceramente mi ha fatto e continua a farmi soffrire non poco sia in
episodi in cui sono stato coinvolto in prima persona, sia in altri a cui mi
sono trovato ad assistere. Faccio affidamento allora sull’intelligenza dei
lettori che spero non si fermeranno al commento stupido e superficiale di come
un prete possa usare una battuta grossolana e che mi auguro invece mi
seguiranno nel deplorare la volgarità e l’ottusità di chi pensa che il mondo
sia fatto solo per chi si crede spocchioso. Ma forse avevano ragione già i
greci a proposito di commedia e tragedia quando dicevano che se il linguaggio
deve rispecchiare gli stili di vita
allora un comportamento volgare non può che essere espresso in una espressione a
prima vista volgare ma, diciamolo francamente, in realtà spesso volgare non è
il linguaggio ma il comportamento stesso che si trova a descrivere.
Ebbene,
col crescere vedo sempre di più la ricchezza dei consigli e delle riflessioni
su come va il mondo ereditata da mio padre e finisco sempre più col dargli
ragione nel suo guardare la vita e i rapporti sociali con occhi disincantati. E
se c’è una constatazione su cui sono sempre più d’accordo con lui è nel
riconoscere che molte persone veramente credono che “a minchia ‘nculu r’autru
para filu ri ina”. Il detto se volete è un po’ crudo e si riferisce ad un atto
di sodomia a cui chi si crede furbo vorrebbe sottoporre il “paziente” di turno,
nella pretesa che tale operazione sarà indolore (la “ina” è quell’erba che ha
uno stelo lunghissimo e sottilissimo: ergo…). La parabola è presto svelata,
perché chiaramente si adombra il comportamento di chi si crede libero di poter
usare e abusare degli altri a proprio piacimento, magari sorprendendosi se
l’altro ha una qualche reazione, come se fosse quasi un suo diritto abusare
dell’ altro e questi avesse solo il dovere di farsi abusare…salvo poi reagire
in modo indignato quando il trattamento che il furbo vorrebbe riservare agli
altri qualcuno vorrebbe riservarlo proprio a lui!!! Allora verrebbe da chiedere al furbo: ma se tu ti lamenti per il
supposto male che ti viene fatto, non ti è mai venuto in mente che tu hai
potuto fare male all’altro? Ecco il nocciolo della questione: confesso di
essere stanco e nauseato di vedere gente che si crede “sperta” e che in nome di
un preteso diritto fondato solo sulla propria “spirtizza” pretende che tutti
gli altri siano solo persone da prendere in giro! Non c’è rispetto che tenga,
non c’è sincerità alcuna, non c’è valore o ideale capace di arginare questo
comportamento. Gli altri sono solo oggetti che io posso usare a mio piacimento!
E non hanno neanche il diritto di ribellarsi! Specie se poi è un credente, un
cristiano che crede in quello che professa, a maggior ragione poi se è un
ecclesiastico o un prete: allora non ci sono dubbi che tengano. Io come prete
dunque ho solo il dovere di essere buono, dove “buono” a detta di questi
signori significa solo il dovere di farmi prendere in giro, di farmi sfruttare,
di subire i ricatti più o meno celati da
lusinghe di chi pensa solo al proprio interesse e tornaconto. Perché se reagisco
contro l’evidente ingiustizia e l’offesa della mia dignità che cristiano, che
prete sono? E mi si mette davanti magari il
vangelo del “porgi l’altra guancia” e l’esempio di Cristo che tutti ha
perdonato. Ma si dimentica che Cristo al soldato che l’aveva schiaffeggiato in
modo ingiusto chiese conto di quel suo schiaffo: “se ho parlato male,
dimostrami dov’è il male, ma se ho parlato bene perché mi hai schiaffeggiato?” Perché
essere buoni è un conto, essere “babbi”è un altro conto e Cristo ci ha voluti
“semplici come le colombe ma astuti come i serpenti” cioè buoni ma non fessi! E
un conto è la mia scelta personale e sofferta di perdonare chi mi ha fatto del
male, un conto è che l’altro deliberatamente mi faccia del male e pretenda pure
che io non solo non mi ribelli ma che pure lo perdoni! Nel vangelo secondo
Giovanni la masnada di gentaglia guidata da Giuda venuta per arrestare Gesù le
prime due volte fallisce nel suo tentativo e può mettere le mani su di lui solo
dopo che Cristo ha ribadito chiaro e tondo, come farà poi davanti a Pilato, che
non sono loro che lo prendono, ma è lui che si lascia arrestare: episodio da
sempre letto nella tradizione come un modo per dire che il cristiano il
“martirio” non lo subisce ma lo sceglie. Allora sia chiaro che sono io che
scelgo sempre se essere buono o no, se reagire al male o no, se perdonare o no:
e se a volte, come dice il vangelo, non oppongo resistenza al male lo faccio
non perché sedotto dal fascino del furbo ma solo perché so che il mio
Vendicatore è Dio e lui prima o poi farà giustizia. Perciò oggi più che mai, in
un tempo in cui si crede che il successo spetta a chi si impone di più con la
forza, con le grida, con le minacce e tutti i soprusi di ogni genere, mi
sentirei di ricordare a tutti quelli che si sentono “sperti” altri due detti
popolari: ricordate cari amici che “ sa chi nun piacia a tia a l’avitri nun
fari” perché “chiddu ca facimu avimu fattu”, perciò attenti cari amici che
andate in giro vantandovi di essere capaci di prendere gli altri per i fondelli,
non vorrei che alla fine la vera, grande solenne presa per il … alla fine della
vita non la prendiate proprio voi!
mercoledì 3 maggio 2017
Omaggio al coraggio della chiesa copta.
Mentre assistiamo agli eventi
terribili della guerra in Siria e sentiamo nostra tutta la preoccupazione del
Papa a che non venga strumentalizzato il nome di Dio per evitare la scusa di
presentare questa guerra come uno scontro fra Islam e Cristianesimo, come
omaggio alla chiesa copta, chiesa martire e coraggiosa ancora ai nostri giorni,
come omaggio alla sua fedeltà al Vangelo, pubblico il resoconto di un
pellegrinaggio compiuto nel 2002 in Egitto.
SULLE ORME DELLA SACRA FAMIGLIA
NELLA FUGA IN EGITTO
Dopo aver visitato negli anni
passati i luoghi della nascita di Gesù a Betlemme (chiesa della natività e il
campo dei pastori) e la famosa grotta del latte, prima tappa della fuga verso
l’Egitto, dove appunto la Madonna si fermò per allattare il bambino, il
villaggio cristiano-palestinese di Gifna dove la famiglia si fermò a riposare
all’ombra di un fico, e la città di Ramallah dove Maria si accorse di aver
smarrito Gesù, con una delegazione della parrocchia di San Giuseppe ci siamo
recati in pellegrinaggio in Egitto per ripercorrere le tappe toccate dalla Sacra
Famiglia nella sua fuga, fino a raggiungere partendo dal delta del Nilo,
attraverso un percorso nell’Egitto classico e copto, il luogo in cui vissero in
esilio per tre anni e mezzo sulla strada per la tebaide e Luxor. E’ stata
l’occasione non solo di conoscere l’arte e la cultura egiziane ma anche la fede
e la vita delle comunità cristiane che
conservano la memoria della vitalità dei primi secoli del cristianesimo e dove
rimangono ancora oggi le chiese e gli altari più antichi di tutta la
cristianità. In tutte le chiese visitate la delegazione parrocchiale ha
lasciato una documentazione circa la festa di San Giuseppe e della rievocazione
della fuga in Egitto con la Cavalcata e ha chiesto di rimanere in contatto per
una qualche forma di collaborazione e di scambio. Come sempre ci è piaciuto
visitare non solo i monumenti e le pietre ma anche incontrare le persone che
abitano i luoghi da noi visitati nel
rispetto delle loro tradizioni e del loro stile di vita. Se non è stato
possibile farlo per tutti i posti, abbiamo cercato di inserire piccoli
“segnali” che a differenza degli itinerari turistici standard ci consentono di
avere uno spaccato di un mondo dove la diversità culturale e religiosa è sotto
gli occhi di tutti. Oggi si parla tanto di globalizzazione: se questo significa
incontrarsi tra culture diverse per un dialogo e una convivenza pacifica allora
che ben venga! E tutto nasce dalla conoscenza: per questo noi mentre con i
ricordi della scuola si vagava per l’Egitto dei Faraoni non ci siamo dimenticati
di dare uno sguardo attento e curioso (ma insieme discreto) all’Egitto attuale,
alla sua situazione sociale, politica, economica e religiosa. Avremmo voluto
avere un incontro anche con una realtà islamica ma nelle circostanze attuali
non è stato possibile. In particolare abbiamo avuto modo di incontrare la
minoranza cristiana copta e – minoranza nella minoranza – la cristiano
cattolica. I copti si vantano di custodire ininterrotta la fede sin dai
primordi del cristianesimo, nonostante la conquista islamica, e il piccolo
gruppo dei cattolici è testimone di un ecumenismo di fatto che va al di là
delle dichiarazioni teologiche ufficiali: è difatti il dialogo della carità
portato avanti con i copti e insieme a loro con i musulmani, pur in condizioni
di estrema povertà, diffidenza e a volte di aperta ostilità che negli ultimi
decenni ha visto decine di cristiani subire il martirio da parte di gruppi
islamici integralisti. Ma dall’Egitto non può scomparire la traccia del Dio di
Israele e di Mosè e del Dio di Gesù Cristo: è Terra santa al pari di tutte le
altre che sono stati luoghi della rivelazione del Dio che riscatta i poveri e
gli oppressi e di schiere di santi monaci e martiri che con la loro fuga dalle
ricchezze e dalle vanità del mondo hanno testimoniato la verità di valori
eterni e immutabili. Ripercorreremo con voi le tappe della fuga in Egitto della
sacra Famiglia e così idealmente ripercorreremo non solo la storia di una delle
più grandi civiltà mai esistite, ma quindi anche i luoghi legati alla storia
della salvezza.
Arrivare sul Cairo di notte
sorvolando il Nilo e le piramidi è stata la prima di una serie lunga di
emozioni che il nostro viaggio ci ha procurato. Insieme a tanta stanchezza
accumulata nei lunghi trasferimenti da un posto all’altro, ripagata solo dal
sapere di stare facendo un’esperienza sui generis, alla scoperta di un Egitto
sconosciuto ai canali normali del turismo di massa. Perché l’Egitto non è solo
quello dei faraoni, è anche quello dei romani, dell’ellenismo diffuso da quel
grandissimo centro culturale che fu Alessandria, è l’Egitto culla del
cristianesimo che qui ha operato una mirabile forma di inculturazione dando
origine alla Chiesa Copta, che può vantare un legame continuo e ininterrotto
con l’esperienza apostolica delle origini e che divenne poi il luogo di nascita
di quella particolare forma di vita cristiana che fu il monachesimo sia
eremitico sia cenobitico, da Sant’Antonio Abate ai nostri giorni in una rete
fitta di monasteri – vere oasi naturali e spirituali nel deserto – che a costo
di sacrifici eroici e a prezzo del sangue di innumerevoli martiri offre ancora
oggi l’opportunità di un’intensa esperienza ascetica a quanti lo desiderano. Un
Egitto diverso dunque dai soliti cartelli pubblicitari e che non mancherà di
stupirci giorno dopo giorno.
E già l’inizio è più che promettente: avere la possibilità
di avere l’albergo a Giza e quindi di poter contemplare al di là della strada
la stupenda triade delle piramidi più famose, ora baciate dal sole ora
illuminate dalla luna, non è certo cosa di tutti i giorni! Meno bello è stato
sapere che la partenza (arrivati alle due di notte) era prevista per le quattro
e mezzo! È stato quasi un rivivere proprio l’inizio notturno della fuga in
Egitto sulle cui orme noi volevamo andare! E non volevamo perderne neanche una:
dopo un lungo tragitto per il deserto, attraversato il canale di Suez, quasi
sulle sponde del Mediterraneo, arriviamo ai pochi ruderi rimasti di Zaranik
(l’antica Flosiat) ed El Farma (l’antica Pelosium). E’ qui che arriva,
provenendo da Betlem, la Sacra Famiglia, attraverso la via maris e
passando dalla “striscia di Gaza purtroppo oggi così tristemente famosa. Non
c’è ormai più quasi niente da vedere però per noi è importante lo stesso per
avere un’idea della strada percorsa e della difficoltà del cammino. A Zaranik
avviene il nostro primo incontro con una parrocchia copta. L’Abuna (il “padre
nostro”, come viene chiamato qui il sacerdote) ci accoglie gentilmente (e sarà
questa una caratteristica costante dei nostri incontri) e ci spiega come i
cristiani di quel posto sono orgogliosi di vivere in un luogo che non solo
ricorda il passaggio della Sacra Famiglia ma dove si fa memoria della dimora di
Giacobbe quando scese in Egitto richiamato dal figlio Giuseppe insieme a tutti
i suoi figli. Quel luogo - ci dice - è
stato da sempre una colonia ebraica e non fa impressione che proprio qui si
diresse anzitutto Giuseppe scappando da Betlem per portare in salvo Maria e il
Bambino. Attraverso poi i mille canali del delta del Nilo ci portiamo a
Bubastis (attuale Tell Basta), qui – secondo la tradizione - all’arrivo di Gesù
crollarono tutti gli idoli dei templi e gli abitanti impauriti scacciarono la
Famiglia. Qui il Bambino prese le lacrime dal volto rattristato di Maria e fece
scaturire un pozzo. Il pozzo (conservato fra le rovine dell’antica città ora
all’interno di un presidio militare) e la chiesa dedicata a Maria esistono
ancora. Ma qui la famiglia non si sente al sicuro e si sposta ancora e arriva
ad un luogo che poi si chiamò El Maganna (luogo del bagno), perché la
Vergine fece il bagno al Bambino Gesù. Qui la commozione è tanta nel
vedere uno sparuto numero di famiglie copte con le case quasi diroccate
costruite con l’entrata verso il sagrato della chiesa e “accerchiate” da
moschee e sue pertinenze (ma anche questa sarà una costante di tutte le chiese
copte visitate) fare la guardia per custodire una memoria così importante per
la loro storia e la loro fede. E poi per me parroco è particolarmente toccante
vedere la scena di un gruppettino di bambini che con un catechista diciottenne
fanno la loro lezione di catechismo sui gradini della chiesa, unica loro aula
catechistica!!! E che pure fanno a gara a farmi vedere come recitano le preghiere
a memoria e tutti sanno fare il segno di croce: e penso ai nostri bambini del
catechismo, serviti con le migliori strumentazioni audiovisive e messi nelle
migliori condizioni e che pure non riusciamo a smuovere dal loro disinteresse e
dalla loro apatia!!! E le famiglie cristiane qui incontrate: povertà
grandissima, quasi alla soglia della miseria, ma quanto orgoglio in queste
persone, quanta gioia nel portare il nome cristiano, al punto di farsi tatuare
una croce blu sul polso, sapendo che però questo non solo può costargli la
vita, ma che spesso questo significa la perdita del lavoro o la preclusione di
una carriera scolastica o militare o l’impossibilità di migliorare la propria
condizione socio-economica e penso alle nostre famiglie “cristiane” spesso solo
di nome ma rose dal di dentro dal perbenismo borghese e dalla perdita di
orgoglio, identità, ideali e valori! Quanta differenza!
Andando a sud la famiglia si
rifugiò a Bilbais qui un albero si piegò per fare loro ombra. Qui nella chiesa della Vergine si venera l’albero di
Maria o meglio, quanto ne resta: si racconta infatti che quando qui arrivò
Napoleone con i suoi soldati, spinto da odio anticlericale, avesse ordinato di
sradicare quest’albero per eliminare “l’insana devozione cristiana” dal cuore
della gente. Ma quando i soldati lo colpirono con la scure dalle ferite
dell’albero cominciò ad uscire del sangue. I soldati francesi allora lo presero
a cannonate e lo sradicarono del tutto. La gente per devozione quando i
francesi se ne andarono piantò quello attuale. Siamo nel delta del Nilo e il
viaggio procede lento e a fatica fra i mille canali e i ponticelli di
collegamento. Le scene sembrano fissare nel tempo uno stile di vita che si
ripete sempre uguale nei secoli: i contadini nei campi, le capanne di fango e
paglia, le donne che lavano le stoviglie o i panni lungo i canali, i bambini
che tra un lavoro e l’altro si ritagliano spazi per il gioco. E gli immancabili
asinelli tuttofare che trottano aitanti ora sommersi dal loro carico ora
leggeri e spensierati. La Famiglia
seguitò verso Samanud e noi la seguiamo, orami al tramonto nel luogo della sua
sosta dove si conserva un antico recipiente di pietra considerato come
l’utensile dove Maria impastava il suo pane: è l’attuale chiesa del martirio
dove si conservano i resti di un santo martire sotto la persecuzione di
Diocleziano. Un adolescente che per non rinnegare la fede morì sottoposto a
terribili sevizie e il cui culto e la fama miracolosa continua tutt’oggi. Ci
arriviamo addentrandoci tra un corridoio del mercato cittadino tra una ressa di
venditori che si apre e ci fa spazio tra il divertito e il curioso nel vedere
un gruppo di occidentali arrivare in quel villaggio lontano. L’abuna, il
parroco, è così onorato della visita da aprire il reliquiario e permetterci di
baciare le reliquie del martire avvolte in stoffe di porpora e oro e che
profumano di incenso. Ci vorrebbe intrattenere più a lungo ma la fretta ci
spinge a ripartire per arrivare in serata a Sakha (nome copto di Gesù) nella
chiesa della Vergine: qui si conserva l’impronta del piede di Gesù Bambino
sulla roccia. Pur essendo arrivati in ritardo scopriamo che tutto il villaggio
ci ha pazientemente atteso e la facciata della chiesa è illuminata a festa. Pur
nella visibile povertà siamo accolti nientemeno che con una coccola a testa! E
si ripete la scena del parroco che apre il prezioso reliquiario per farci
toccare con mano la preziosa reliquia. Il nostro arrivo è diventato una festa
per tutta la comunità: tutti fanno a gara a mostrarci qualcosa, non riusciamo a
capire tutto – sono pochi quelli che parlano inglese – ma c’è una lingua che ci
accomuna: il sentire di essere tutti fratelli nella fede. Mastorod, invece fu
una tappa nel viaggio di ritorno della Famiglia: qui ancora oggi una chiesa
della Vergine conserva un pozzo dedicato alla “signora Maria” (come qui
cristiani e musulmani chiamano la Madonnna) che possiede proprietà curative:
portiamo via l’acqua in bottigliette di plastica, se non proprio per le virtù
curative, certo per accettare l’omaggio di una parrocchia tra le più povere che
abbiamo incontrato . Il giorno dopo è la volta della visita ai monasteri di
Wadi el Natrun,, l’antica valle dove si estraeva il sale per l’imbalsamazione.
Qui l’esperienza cenobitica non è mai stata interrotta a partire dal quarto
secolo dell’era cristiana. Nei tre monasteri visitati siamo accolti con
gentilezza da monaci colti ma dallo sguardo in cui l’umiltà dell’ascesi
lasciava intravedere la lunga frequentazione della Parola e della Divina
Liturgia. La vita che qui si svolge è un tentativo di vivere fino in fondo
l’esperienza comunionale della chiesa primitiva degli atti degli apostoli: come
poi sarà per l’occidente il tentativo benedettino dell’ora et labora. E il
numero dei pellegrini e la vitalità delle attività rivela questi monasteri come
i centri propulsori ancora oggi della spiritualità copta. Per non parlare del
folto numero di monaci giovani, segno che l’esperienza monastica continua
ancora ad esercitare la sua attrattiva. Dai libri di storia ricordiamo la
teoria della fuga mundi, spesso da noi interpretata come rinuncia solamente ad
un confronto con la storia: ma il monaco che ci accoglie ce ne da un’altra
versione. Tanti monaci scappavano è vero dalla città e dalle invasioni e dalle
persecuzioni. Ma non per paura ma per amore. Avevano capito che una loro
resistenza poteva portare l’altro ad ucciderli: indirettamente però sarebbero stati
loro la causa del loro peccato per la trasgressione del comandamento di non
uccidere. Chi ama veramente non mette mai il fratello nella condizione di
peccare! Si racconta di un solo monaco che non fuggì e fu ucciso a colpi di
spada: ma lui stesso prima di morire disse che l’aveva fatto per espiare le
colpe della sua gioventù prima della conversione. Era stato un assassino e
quindi è giusto che chi aveva colpito di spada morisse di spada! Adesso la
tomba di questa monaco martire è meta di pellegrinaggi e anche qui le reliquie
ci sono mostrate con grande orgoglio. Ma la cosa che personalmente mi fa più
pensare non sono tanto i tesori di arte (tantissimi) e di storia, ma una prassi
bellissima tuttora in uso tra i monaci: all’ingresso di ogni chiesa c’è un
catino con l’acqua dove la domenica
l’abate lava i piedi a tutti i monaci del monastero. Nel refettorio sarà
poi lui stesso a leggere la regola e i passi scritturistici durante il pranzo.
Un bel modo per ricordare che l’autorità nella chiesa è evangelicamente
servizio!
Navigando da Garanous, Gesù Maria e Giuseppe giunsero a Banhassa,
attraversando il fiume approdarono a Gebel el Tair qui in una chiesa si
conserva l’impronta della mano di Gesù Bambino. Continuando in barca la
Famiglia arrivò a El ashmunim e poi a Dayrout, fino a El Muharraq qui nel monastero si conserva
l’altare in pietra più antico del mondo. Qui rimasero per tutta la loro
permanenza in Egitto ricordata nei monasteri di Meir Dranka, Aba bane, Deir
Abullu. Al momento di ripartire la Famiglia passa da Assyut e poi percorre a
ritroso lo stesso itinerario dell’andata.
In Egitto registriamo una notizia
in controtendenza che però ci fa ben sperare: il governo egiziano ha stabilito
che la festa del Natale (nella data in cui la chiesa copta lo festeggia, cioè
il 7 gennaio) diventi una ricorrenza civile festiva di tutto lo stato. E’
l’unica festa cristiana che viene riconosciuta (nemmeno la domenica che è
tollerata di fatto) e la prima istituita ufficialmente come vacanza da uno
stato islamico la cui popolazione è però per un quarto cristiana. Salutiamo con
piacere questo passo in avanti quasi a riprova che dove lo si voglia la
possibilità di vivere un islamismo non integralista e fondamentalista viene
data. Ed è pure la riprova che alla fine la via cristiana della testimonianza
(martirio) silenziosa e del dialogo ad oltranza prima o poi da i suoi frutti.
D’altronde proprio in ciò il governo egiziano sta dando prova di lungimiranza e
di sano realismo: perché alla gente del popolo sono estranee tutte le
elucubrazioni ideologiche, fossero pure teologiche, mentre vive – qualora non
sia strumentalizzata da subdoli politicanti per altri fini – un ecumenismo e un
dialogo interreligioso di fatto. Ce ne siamo accorti nei nostri pellegrinaggi
in Terrasanta, lo abbiamo visto anche in Egitto. La devozione alla Madonna ad
esempio è un tratto che accomuna cristiani e musulmani: in tutti i santuari
visitati, specie nel santuario della Cairo vecchia dove in questo secolo è
apparsa più volte la “Signora Maria” – come anche il Corano appella la Vergine
–. In questo santuario moderno, sorto nei pressi di Matariah dove - provenendo
da Wadi el Natrum la Famiglia e diretta ad Heliopolis - un sicomoro si piegò a
fare ombra ai tre fuggitivi dopo che il bambino con il bastone di S.Giuseppe
aveva fatto sgorgare una sorgente di acqua (un sicomoro ormai secco eppur
imponente è tuttora visibile accanto al pozzo che oggi si chiama “sorgente del
sole”nel “giardino del balsamo”) era impossibile distinguere i fedeli delle due religioni fra quelli che
invocavano l’intercessione della Madonna pregando e accendendo candeline
davanti alla sua immagine. Lo stesso in un antico monastero nel quartiere copto
del Cairo dove famiglie intere si recavano a chiedere l’intercessione di un
santo monaco eremita lì vissuto nel medioevo e famoso per le guarigioni dalle
malattie mentali: cristiani e musulmani in egual maniera si sottoponevano fra
le lacrime al rito di esorcismo compiuto con l’imposizione al collo della
catena che il santo usava per legare gli ossessi. E sono queste le esperienze
che ti fanno riflettere sul senso religioso innato in ogni uomo e del bisogno
di esprimersi in una devozione naturale e popolare, al di là delle forme
storico-culturali in cui poi le religioni si manifestano. E lo stesso fenomeno
è avvenuto in tutti i santuari dove si veneravano reliquie di martiri o in
tutti i posti dove il passaggio della Santa Famiglia ha lasciato quasi una scia
di sorgenti e di luoghi taumaturgici: è come se in modo quasi naturale l’uomo
avvertisse in sé il bisogno della salvezza. E questo è un sentimento comune a
tutti: chi lo ha detto allora che la religione deve per forza dividere? Una
esperienza religiosa vissuta in modo equilibrato e che non diventi alibi invece
per la creazione di strutture di potere può essere un mezzo di pace e di
riconciliazione. Proprio queste cose meditavo la domenica mattina passeggiando
per la Cairo vecchia dove in un unico quartiere troviamo le moschee più
antiche, ma anche le chiese delle diverse denominazioni cristiane e finanche la
più vecchia sinagoga d’Egitto, sulle rive del Nilo, dove secondo la tradizione
approdò cullato dalle acque il canestro con il piccolo Mosè. Ci troviamo nei
pressi di Maadi: qui in una grotta si rifugiarono la S. Famiglia sia all’andata
che al ritorno della fuga. Sopra i copti vi costruirono poi la chiesa di San
Sergio dove si conserva l’altare in legno più vecchio del mondo: una meraviglia
sia per la storia dell’arte che per la storia della liturgia. Accanto c’è la
Chiesa della Vergine Maria con una scalinata che scende verso il Nilo: qui
secondo la tradizione Mosè fu salvato dalle acque e da qui la Famiglia si
imbarcò per risalire il Nilo. L’esperienza intensa vissuta in queste viuzze del
quartiere copto tra i suoni dei sonagli dei turiboli fumiganti di incenso della
divina liturgia che in tutte le chiese quasi simultaneamente si sta celebrando
in cui l’arabo si mescola al greco e al copto in una melodia che a volte si fa
quasi struggente ci riporta ai primordi dell’esperienza cristiana. E ci sembra
quasi di vivere le pagine dei padri e di Tertulliano, Origene, Ippolito nella
descrizione della liturgia quando al termine della Messa ci viene offerto il
tipico pane arabo con panna/ricotta con miele di datteri: gli apologisti
raccontano che nell’eucaristia oltre al pane e al vino veniva offerto pure
latte e miele per indicare che si stava mangiando il pane celeste, il pane
della terra promessa! E ancora una volta per me prete viene spontaneo il
paragone con le nostre liturgie cristiane fredde, monotone, formali, cui si
partecipa per senso del dovere – se non per altro – ma che non diventano quasi
mai esperienza gioiosa della salvezza, evento di fede. E mi chiedo se la crisi religiosa
che sta vivendo l’occidente, la crisi dell’identità cristiana di cui stiamo
soffrendo anche in Italia (e di cui, al di la dei discorsi ufficiali, non
sembrano rendersi conto neanche le alte gerarchie ecclesiastiche, ancora illuse
dalle chiese piene nelle occasioni di circostanza) non sia un modo per
riportarci ad una autenticità che non un regime maggioritario di cristianità ma
solo una esperienza minoritaria ma libera dal peso di sentirci quasi una
“chiesa di stato” o “chiesa civile” (buona cioè solo come agenzia di
solidarietà e solo per questo tollerata) ci può dare veramente. Ma forse questi
sono solo sogni di un prete ad occhi aperti.
domenica 30 aprile 2017
La rabbia e l'orgoglio: omaggio postumo alla Fallaci. E non solo.
Quanto succede ai nostri giorni
mi fa sempre più pensare e ritornare alle tesi di Oriana Fallaci, specie al suo
libro stampato dopo l’attentato alle torri gemelle di New York, scritto con la mente e il cuore, il sano
orgoglio e la passione civile, la coscienza e l’onestà intellettuale di chi
crede che al mondo bisogna starci non tanto per fare salotto ma anche per
soffrire con esso e per esso e magari cambiarlo in meglio. Le tesi della
Fallaci si possono accettare o respingere, ma certamente non ti lasciano
indifferente, anche perché sono il frutto di una sua lunga militanza civile
“controcorrente” rispetto a tutte le mode dettate dalle varie “intellighenzie”
di turno. Personalmente la mia ammirazione per lei risale agli anni della sua
coraggiosa “Lettera ad un bambino mai nato” in cui da donna e da laica ha
saputo riflettere e far riflettere sulla vita e sul dramma dell’aborto
superando stereotipi femministi e pregiudizi radical-chic. E così per ogni suo
scritto, sia romanzo o reportage: in definitiva tutto diventa l’occasione per
una meditazione alta sull’uomo, sulla sua dignità, sui suoi diritti-doveri, sul
suo ruolo politico nel mondo. Fino a questo libro, in cui l’attentato diventa
quasi il pretesto per parlare di uomini (e di ominicchi e mezzi uomini… per
dirla con Sciascia) e storie, dell’America e del mondo arabo, ma anche (e forse
soprattutto) dell’Italia amata-odiata. Dicevamo dunque della mia reazione a “La
rabbia e l’orgoglio”, come significativamente s’intitola il libro. Che sono poi
realmente i due sentimenti che riesce a suscitarti. Oltre naturalmente alla gioia di trovare chi ancora
scrive rispettando consecutio, ortografia e sintassi, congiuntivi e
condizionali e riuscendo a dare musicalità al cursus di quello che in fondo è e
rimane un lungo articolo di giornale. Questo è uno scritto che mano a mano che lo
leggi senti dentro di te una voce che ti dice: “ecco le cose che avrei voluto
tante volte dire e magari gridare!” Perché confesso che anch’io mi trovo a
combattere con l’ignavia, il perbenismo, l’incoerenza di tanti che chissà cosa
darebbero affinché tu non li scuotessi dalle loro letargiche sicurezze in cui
sperano di poter vivere rifugiati al sicuro dal mondo. O con la pericolosità di
quelli da cui già mio padre mi ammoniva di stare in guardia: che, citando Angelo
Musco, diceva, “spirano le vele per dove spira il vento”! E allora ti monta la
rabbia. Ma anche l’orgoglio – si, permettetemi un pizzico di orgoglio - nel non
sentirsi come loro, nel sentirti – pur nella solitudine – fuori dal mucchio,
nel non finire di ringraziare, come fa la Fallaci, i propri genitori per l’educazione
ricevuta fondata nel culto della lealtà, del rispetto, dell’assolvimento del
proprio dovere coniugati con la generosità e l’altruismo e con la
raccomandazione a dire sempre e a tutti con coraggio il proprio pensiero. Anche
pagando di persona, senza vendersi al primo o ultimo arrivato che sia. E allora
ringrazi il Cielo perché si è in pochi, ma si è in buona compagnia! E ti si
rinnova la voglia di impegnarti e di combattere, nonostante a volte c’è davvero
di che farti cadere le braccia! Qualcuno forse obietterà che il mio sentire sia
un po’ snob e che corra il rischio di creare una nuova sorta di concezione
elitaria: ebbene, lo confesso, io sto dalla parte di Cristo, che è quella del
poco lievito e del pizzico di sale e non della massa. La massa oggi grida
“osanna” e domani “crocifiggi”: allora è meglio non fidarsi! Meglio avere il
coraggio di essere se stessi, nella buona e nella cattiva sorte, con l’unica
ricompensa – per chi ancora ci crede – di avere una coscienza che non ti
rimprovera nulla e che ti fa dormire tranquillo. Meglio avere il coraggio delle
proprie idee, che, se anche ti procura guai, almeno ti fa scrivere buoni libri:
perché se tante pubblicazioni fanno a gara per la loro stupidità, non sarà
forse perché sono state scritte da persone senza personalità, da teste senza
testa, da uomini senza … carattere?
giovedì 2 marzo 2017
“Un cane ha il suo umano”
Devo una
risposta ad un mio giovane amico, che da un po’ di tempo mi passa del materiale
per aiutarmi a comprendere questo nuovo approccio nei riguardi di cani, gatti e
animali in genere, specie domestici, oggi tanto in voga, fatto di coccole,
feste di compleanno con tanto di torte e cure in centri di benessere
specializzati, per fare qualche esempio.
E che confesso mi lascia un po’ perplesso.
In verità è solo una parte di un fenomeno ben più vasto, che abbraccia il modo di vedere e comprendere l’intera natura e il modo con cui l’uomo vi si colloca.
Ma non voglio fare alte disquisizioni o allargare la mia riflessione a tutto il fenomeno.
Mi voglio limitare a qualche osservazione, così come mi è venuta, alla lettura della recensione, inviatami appunto da questo amico, a cura di Leonardo Caffo (sul Corriere della Sera) di un libro di Roberto Marchesini, intitolato Alterità. Non conosco né l’autore né il prefatore, ma, da uno sguardo dato ai loro profili su Facebook, mi sono fatto l’idea che siamo tra gente per cui è più facile dire che <<un cane ha il suo umano>> invece che <<un uomo ha il suo cane>> (forse un estremo frutto della hegeliana dialettica padrone-servo e del ribaltamento della loro sorte).
Da quello che leggo (ma il libro non è che uno dei tanti best-seller animalisti alla moda, in cui sono ripetuti i mantra di questa moderna e peculiare attenzione al mondo animale), credo che si possa parlare di un perfetto esempio di quei sillogismi dai quali da premesse giuste si riesce a farne derivare conseguenze errate.
Mi spiego.
Ecco la premessa giusta (la maior): il fatto che l’essere umano comprenda se stesso e la propria identità nel gioco della relazione e nell’incontro con la alterità. Fin qui niente di nuovo. Tanto per rimanere alla filosofia del Novecento, basta riandare a Emmanuel Levinas ( Il volto dell'altro come alterità etica e traccia dell'infinito) e a Martin Buber (Io e tu ) per sentire come familiari queste affermazioni sulle quali questi due filosofi (e potremmo parlare di tanti altri) hanno fondato le loro intuizioni metafisiche ed antropologiche.
Ma è nell’altra affermazione (la minor) che si annida il venenum: quando si afferma che gli animali rappresentano per l’uomo l’alterità per eccellenza, “assoluta”, coma la chiama il Marchesini. In questo senso l’alterità animale viene considerata come “spazio metafisico privilegiato per riconcettualizzare l’umano”, cioè spazio dove l’uomo, nel rapporto con gli animali, possa comprendere cosa gli è proprio e cosa lo rende speciale rispetto a tutte le altre forme di vita.
Il vulnus del sillogismo, a mio parere, sta proprio nel dare per assodato che sia proprio e solo l’alterità animale lo “spazio metafisico” che possa aiutare l’uomo a comprendere se stesso.
Perché gli animali, e non altro, non è dato capire. Per quale motivo? Per la diversità rispetto all’uomo? Diversità per diversità allora perché non scegliere il mondo vegetale? o il mondo minerale? Questi due altri mondi sarebbero davvero ancora alterità più assolute rispetto agli animali!
Se l’alterità assoluta viene intesa in senso di diversità/distanza radicale rispetto all’uomo, allora quale confronto migliore di quello dell’uomo con una pianta o una pietra?
Oppure si è scelto il mondo animale, all’opposto, per la sua prossimità all’uomo? Ma la prossimità implica anche una certa similitudine (ad esempio, dal punto di visto biologico lo stesso uomo appartiene al mondo animale), in questo senso però non c’è più la assolutezza della alterità dell’animale rispetto all’uomo tanto decantata!
Ma, concessa per ora questa seconda premessa, ci si chiede a cosa possa davvero approdare una relazione con l’alterità animale, rispetto ad una maggiore consapevolezza dell’uomo circa se stesso.
Se si applica il procedimento di individuazione per genere prossimo e differenza specifica, su cui è fondata la conoscenza di tutto il mondo materiale, io posso al limite arrivare a dire che l’uomo è un animale (come pesci, uccelli e cani), in specifico è un mammifero (come cani e gatti e via dicendo), e che come ogni animale nasce, cresce, mangia e beve, si riproduce, e muore. Di più non arrivo a dire.
Se volessi inferire qualcos’altro, ad esempio che la specificità è l’intelligenza, ci sarebbe chi è pronto ad affermare (data l’equivocità della nozione di intelligenza) che anche cani e gatti sono intelligenti e quindi addio alla specificità umana. Così si dica per sensibilità, affettività e cose affini.
Lo stesso si dica imboccando la via della relazionalità tra uomo e animali: giacchè la relazione si può costituire solo su un minimo comune denominatore (che spinge ad una adaequatio, cioè un adeguamento, una corrispondenza tra le due parti) abbiamo sotto gli occhi (e perciò è inutile qualsiasi dimostrazione) come questa via sbocchi o in una animalizzazione dell’uomo o in una umanizzazione dell’animale, cose che però negano la peculiarità di entrambi.
Faccio un esempio. Le mode sembrano innocue, ma dietro ci sono progetti studiati sempre ad hoc. Avrete notato come ormai abbiamo cani vestiti sempre più come uomini con capotti, cappelli, sciarpe e occhiali. E bambini (ma anche adulti) con copricapi, mantelle e cappucci con orecchie di cani, gatti e topi e via dicendo… Nessuno vorrà negare che dietro non ci sia un tentativo di omologazione tra uomini e animali: lo stesso parlare di “umano” invece che di uomini credo vada in questa linea di una neolingua che vuole creare neocultura.
Ma riprendiamo il discorso. Rimane solo un’altra ipotesi, quella che, per cogliere lo specifico dell’humanus, non si voglia andare per la via negationis, riuscendo però a dire, in rapporto alla alterità, solo cosa non siamo: l’uomo non è un cane, non è un pesce, come non è un albero e non è una pietra. Ma cosa è dunque l’uomo?
In verità il problema non è stato posto l’altro ieri, ma percorre tutta la storia dell’umanità e risale alle origini stesse, perché da sempre l’uomo si è posto la domanda circa il sue essere e la sua collocazione nel mondo: si potrebbe dire che accompagna l’uomo dal suo apparire sulla terra fino ai nostri giorni. E anche circa la sua peculiarità rispetto al mondo animale.
E che confesso mi lascia un po’ perplesso.
In verità è solo una parte di un fenomeno ben più vasto, che abbraccia il modo di vedere e comprendere l’intera natura e il modo con cui l’uomo vi si colloca.
Ma non voglio fare alte disquisizioni o allargare la mia riflessione a tutto il fenomeno.
Mi voglio limitare a qualche osservazione, così come mi è venuta, alla lettura della recensione, inviatami appunto da questo amico, a cura di Leonardo Caffo (sul Corriere della Sera) di un libro di Roberto Marchesini, intitolato Alterità. Non conosco né l’autore né il prefatore, ma, da uno sguardo dato ai loro profili su Facebook, mi sono fatto l’idea che siamo tra gente per cui è più facile dire che <<un cane ha il suo umano>> invece che <<un uomo ha il suo cane>> (forse un estremo frutto della hegeliana dialettica padrone-servo e del ribaltamento della loro sorte).
Da quello che leggo (ma il libro non è che uno dei tanti best-seller animalisti alla moda, in cui sono ripetuti i mantra di questa moderna e peculiare attenzione al mondo animale), credo che si possa parlare di un perfetto esempio di quei sillogismi dai quali da premesse giuste si riesce a farne derivare conseguenze errate.
Mi spiego.
Ecco la premessa giusta (la maior): il fatto che l’essere umano comprenda se stesso e la propria identità nel gioco della relazione e nell’incontro con la alterità. Fin qui niente di nuovo. Tanto per rimanere alla filosofia del Novecento, basta riandare a Emmanuel Levinas ( Il volto dell'altro come alterità etica e traccia dell'infinito) e a Martin Buber (Io e tu ) per sentire come familiari queste affermazioni sulle quali questi due filosofi (e potremmo parlare di tanti altri) hanno fondato le loro intuizioni metafisiche ed antropologiche.
Ma è nell’altra affermazione (la minor) che si annida il venenum: quando si afferma che gli animali rappresentano per l’uomo l’alterità per eccellenza, “assoluta”, coma la chiama il Marchesini. In questo senso l’alterità animale viene considerata come “spazio metafisico privilegiato per riconcettualizzare l’umano”, cioè spazio dove l’uomo, nel rapporto con gli animali, possa comprendere cosa gli è proprio e cosa lo rende speciale rispetto a tutte le altre forme di vita.
Il vulnus del sillogismo, a mio parere, sta proprio nel dare per assodato che sia proprio e solo l’alterità animale lo “spazio metafisico” che possa aiutare l’uomo a comprendere se stesso.
Perché gli animali, e non altro, non è dato capire. Per quale motivo? Per la diversità rispetto all’uomo? Diversità per diversità allora perché non scegliere il mondo vegetale? o il mondo minerale? Questi due altri mondi sarebbero davvero ancora alterità più assolute rispetto agli animali!
Se l’alterità assoluta viene intesa in senso di diversità/distanza radicale rispetto all’uomo, allora quale confronto migliore di quello dell’uomo con una pianta o una pietra?
Oppure si è scelto il mondo animale, all’opposto, per la sua prossimità all’uomo? Ma la prossimità implica anche una certa similitudine (ad esempio, dal punto di visto biologico lo stesso uomo appartiene al mondo animale), in questo senso però non c’è più la assolutezza della alterità dell’animale rispetto all’uomo tanto decantata!
Ma, concessa per ora questa seconda premessa, ci si chiede a cosa possa davvero approdare una relazione con l’alterità animale, rispetto ad una maggiore consapevolezza dell’uomo circa se stesso.
Se si applica il procedimento di individuazione per genere prossimo e differenza specifica, su cui è fondata la conoscenza di tutto il mondo materiale, io posso al limite arrivare a dire che l’uomo è un animale (come pesci, uccelli e cani), in specifico è un mammifero (come cani e gatti e via dicendo), e che come ogni animale nasce, cresce, mangia e beve, si riproduce, e muore. Di più non arrivo a dire.
Se volessi inferire qualcos’altro, ad esempio che la specificità è l’intelligenza, ci sarebbe chi è pronto ad affermare (data l’equivocità della nozione di intelligenza) che anche cani e gatti sono intelligenti e quindi addio alla specificità umana. Così si dica per sensibilità, affettività e cose affini.
Lo stesso si dica imboccando la via della relazionalità tra uomo e animali: giacchè la relazione si può costituire solo su un minimo comune denominatore (che spinge ad una adaequatio, cioè un adeguamento, una corrispondenza tra le due parti) abbiamo sotto gli occhi (e perciò è inutile qualsiasi dimostrazione) come questa via sbocchi o in una animalizzazione dell’uomo o in una umanizzazione dell’animale, cose che però negano la peculiarità di entrambi.
Faccio un esempio. Le mode sembrano innocue, ma dietro ci sono progetti studiati sempre ad hoc. Avrete notato come ormai abbiamo cani vestiti sempre più come uomini con capotti, cappelli, sciarpe e occhiali. E bambini (ma anche adulti) con copricapi, mantelle e cappucci con orecchie di cani, gatti e topi e via dicendo… Nessuno vorrà negare che dietro non ci sia un tentativo di omologazione tra uomini e animali: lo stesso parlare di “umano” invece che di uomini credo vada in questa linea di una neolingua che vuole creare neocultura.
Ma riprendiamo il discorso. Rimane solo un’altra ipotesi, quella che, per cogliere lo specifico dell’humanus, non si voglia andare per la via negationis, riuscendo però a dire, in rapporto alla alterità, solo cosa non siamo: l’uomo non è un cane, non è un pesce, come non è un albero e non è una pietra. Ma cosa è dunque l’uomo?
In verità il problema non è stato posto l’altro ieri, ma percorre tutta la storia dell’umanità e risale alle origini stesse, perché da sempre l’uomo si è posto la domanda circa il sue essere e la sua collocazione nel mondo: si potrebbe dire che accompagna l’uomo dal suo apparire sulla terra fino ai nostri giorni. E anche circa la sua peculiarità rispetto al mondo animale.
Basta
leggere i primi capitoli del libro della Genesi (ricordo che è il primo libro
della Bibbia) per scoprire come questa problema sia stato già affrontato e
risolto in maniera più logica e coerente di tanta pseudo-riflessione
contemporanea. Rivelando così la modernità e la attualità del pensiero biblico.
Mi permetto
perciò di far riferimento al testo genesiaco per esporre il mio pensiero.
E’ scritto
in Genesi (2, 4b – 25):
<<Quando il Signore Dio
fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra,
nessuna erba campestre era spuntata […] ; allora il Signore Dio plasmò l'uomo
con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo
divenne un essere vivente>>.
Cosa ci dice dunque questo testo? Dice
anzitutto che, se da un lato l’uomo condivide con gli animali il fatto di
essere entrambi plasmati con polvere del suolo (e questa, potremmo dire è la
condivisione di una sorta di creaturalità comune ad ogni “animale”), d’altro
lato ne viene evidenziata la sua diversità rispetto ad ogni altro animale: solo
dell’uomo, infatti, viene detto che gli venga soffiato da Dio, nelle narici, un
alito di vita, cosa che lo rende così, è detto, un essere vivente.
Purtroppo la traduzione in italiano “essere
vivente” qui è blanda e non aiuta a cogliere il senso di quanto è detto e
perciò la specificità dell’essere umano (e ciò genera ambiguità, giacché anche
gli animali sono esseri viventi): in verità l’ebraico parla di nefesh cioè anima (in greco è tradotto,
infatti, con psyché) e difatti san
Girolamo traduce dicendo che l’uomo divenne “in animam viventem”. L’uomo diventa, dunque, a causa del soffio
divino, “un’anima vivente in/con un corpo”.
Ora, al di là di come si voglia intendere Dio
e il soffio divino, quantomeno si può essere d’accordo su un fatto: che la
Bibbia qui sta insinuando l’idea che l’uomo non è solo materia, creaturalità
animale, ma ha anche una dimensione spirituale, irriducibile alla dimensione materiale
e animale.
In questo senso, la vera alterità, rispetto a
tutta la creazione e allo stesso mondo animale, è costituita dall’uomo, dal suo
essere, per dirla in termini consueti, anima e corpo uniti in una unità
inscindibile.
E questa radicale diversità è espressa, poi,
nelle altre due immagini usate dal testo nel prosieguo del racconto:
<<Poi il Signore Dio piantò un
giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. […]
Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose
nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. […]
Poi il Signore Dio disse: «Non è bene
che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile».
Allora il Signore Dio plasmò dal suolo
ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse
all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse
chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo
nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del
cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli
fosse simile>>.
La prima immagine la troviamo
nell’indicazione che l’uomo è chiamato a dare il nome a tutti gli animali. Dare
il nome (o, a volte, anche cambiare il nome) nella Bibbia è un atto di libertà
e sovranità rispetto a coloro cui viene imposto il nome. Giacché il nome indica
tutta la caratteristica di un essere particolare, avere la facoltà di imporre
il nome significa essere il signore, il padrone, di colui al quale il nome si
impone. L’uomo che impone il nome agli animali dimostra così di essere il
signore degli animali e di tutto il creato che gli è stato affidato da Dio.
Tutta la riflessione biblica ha sviluppato
infatti questa simmetria: come Dio dà il nome all’uomo e si rivela come il suo
Signore e colui che si prende cura dell’uomo, e quindi l’uomo riconosce in Dio
il suo Signore e la sua Provvidenza, così l’uomo ha la signoria sugli animali e
se ne prende cura e gli animali riconoscono nell’uomo il loro signore e la loro
provvidenza.
Quello dunque che Dio è per l’uomo, l’uomo lo
è per gli animali. Ma tanto sono diversi e distanti Dio e l’uomo, tanto sono
diversi e distanti l’uomo e gli animali.
Tale distanza tra l’uomo e animale è
sottolineata ancora di più in questa seconda immagine. Quella della ricerca di
uno che sia “simile” all’uomo. Dice il racconto che Dio crea gli animali perché
si accorge che l’uomo si sente solo. E la solitudine non è un bene per l’uomo.
Cerca perciò di dargli qualcosa che riempia la sua solitudine, qualcuno che sia
“simile” a lui. E che gli sia anche di aiuto. Che cioè diventi suo
con-laboratore nel coltivare e custodire il giardino dell’Eden. Ma l’uomo, dopo
aver dato il nome agli animali non riesce a trovare in questi un aiuto, perché
non trova chi gli sia “simile”. Il perché gli animali non sono simili all’uomo
lo abbiamo visto sopra: in parole dotte si può dire che c’è una radicale
differenza ontologica, cioè rispetto all’essere, data dalla dimensione
spirituale dell’uomo che sorpassa di gran lunga la stessa dimensione creaturale
comune a uomini ed animali.
E perciò, a prevenire ogni tentativo
concordistico di attenuazione della diversità del simile in favore della sola
somiglianza (in fondo il simile tanto è dissimile quanto somigliante) e
insinuare la possibilità che un qualche “aiuto” l’uomo lo possa trovare negli
animali, il racconto prosegue con la creazione della donna.
Infatti,
il racconto non è finito. Continua così:
<<Allora il Signore Dio fece
scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e
rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che
aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo
disse:
«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall'uomo è stata tolta».
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall'uomo è stata tolta».
Per questo l'uomo abbandonerà suo padre
e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola
carne>>.
Perché c’è bisogno della donna? Perché in
verità, quello che in italiano è tradotto con “aiuto simile a lui” in ebraico è
detto come “aiuto che gli stia di
fronte” (difatti nelle traduzioni moderne è detto: “aiuto alla pari”, “aiuto
degno di lui”). L’aiuto deve essere dunque non simile, ma uguale, qualcuno con
cui l’uomo possa trovarsi alla pari, e chiaramente, dato che animali e uomo
sono diversi, certo non possono essere alla pari!
Per spiegare ulteriormente dove stia questa
parità e che significhi questo trovarsi dell’uno di fronte all’altro, la
tradizione rabbinica ci viene incontro con una interpretazione che può sembrare
risibile a prima vista, ma che in verità, a rifletterci, si rivela profonda.
Dice, infatti, un rabbino che, nel suo
ricercare un aiuto fra gli animali che gli fosse simile, nell’imporre loro il
nome, l’uomo provò ad accoppiarsi con ogni specie animale, ma non ne restò
soddisfatto perché tutti i maschi animali montano le femmine della loro specie
da dietro, alle spalle. L’uomo cercava invece qualcosa che non si limitasse
alla meccanicità dell’atto sessuale in sé. Voleva qualcuno da guardare negli
occhi.
Perciò Dio crea la donna, affinché possa
stargli di fronte! Da questa bella intuizione discendono tante verità:
anzitutto il rifiuto dell’uomo di ridurre se stesso alla sola dimensione
animale e di ridurre la stessa sessualità a pura genitalità o a sola
istintualità; la consapevolezza dell’uomo della sua radicale diversità rispetto
agli animali che, pertanto, non riescono a soddisfare, e proprio perché non
possono soddisfare (a meno che l’uomo non si accontenti della sua riduzione
alla sola animalità) il bisogno di realizzazione piena ed autentica dell’uomo.
Che è anche bisogno affettivo, ma di una affettività che è espressione del
bisogno anzitutto di una reciprocità alla pari, che può nascere solo dall’avere
le stesse origini e la stessa dimensione ontologica.
Mentre degli animali l’uomo non può dirlo,
della donna l’uomo può dire: questa sì è mia pari, perché è mia carne e mie
ossa. E perciò, letteralmente, spiega il racconto, “si chiamerà uoma perché dall’uomo è stata tratta” (Girolamo scriverà virago perché dal vir è
stata tratta).
Nella donna che gli sta davanti l’uomo, in
fondo, riconosce se stesso: la donna gli fa quasi da specchio, e la dualità
sessuale in fondo non fa che richiamare una unità a livello più alto e più
grande. E qui l’amplesso sessuale è sottratto alle miserie dell’animalità per
essere collocato come l’espressione di questa unione descritta
meravigliosamente dall’idea della “una sola carne” in cui i due “si incollano”
in una piena e irreversibile unione di corpo e anima. Così che il carnale sia
spirituale e lo spiritulae sia carnale. E questa non sembri un’illazione
infondata o una lettura forzata del testo: basti pensare che in ebraico il
sonno profondo in cui cade l’uomo è il sopore susseguente all’orgasmo e il
fianco (impropriamente poi tradotto con costola) è un richiamo pudico alla zona
genitale. In verità il racconto ci dice che uomo e donna prendono
consapevolezza di se stessi nello scoprire di essere fatti l’uno per l’altra.
Loro due, e nessun altro. E ciò può avvenire, suggerisce la tradizione ebraica,
solo perché uomo e donna stanno di fronte. E non tanto perché ciò permetta una
posizione copulativa più comoda, quanto perché lo stare di fronte l’un l’altro indica,
in realtà, l’unica vera forma di diversità dell’uomo rispetto al creato. Nello
stare di fronte l’uno con l’altro la distinzione, la alterità, è colta per
unire ad un livello più alto in cui la distinzione non è separazione e l’unità
non è omologazione, appiattimento di uno sull’altro. Fuor di metafora, lo stare
faccia a faccia è indice dell’unica attività propriamente umana, dell’unica
vera specifica capacità. La capacità di dialogo. Cioè di una parola detta e
scambiata, per mezzo della quale l’uno può cogliere non solo l’interiorità
dell’altro, ma, di ritorno, comprendere ancora meglio se stesso. Martin Buber,
da buon ebreo, nel suo principio
dialogico non fa altro che riprendere ed ampliare queste intuizioni
bibliche e rabbiniche. Tra uomini si dialoga. Con gli animali no. Con gli
animali si comunica, gli animali comunicano tra di loro, ma non dialogano, né
si dialoga con lro. Perché il dialogo non è solo comunicazione di dati
(altrimenti fra un po’ affermeremo di dialogare anche con i computer) ma
apertura e dono di se all’altro (ed ecco perché è espresso dal rapporto
sponsale, che è il dialogo nel senso più alto e più pieno che si possa
immaginare: cosa avviene nel rapporto sessuale, infatti, se non il dono
completo di se stesso all’altro?). Tra uomini ci si parla. E difatti, rispetto
agli animali ciò è notato quando certe loro attitudini (che ingenuamente
potrebbero essere scambiate per umane) ci fanno dire “gli manca solo la
parola”. Appunto, manca loro la parola!
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