mercoledì 15 novembre 2017

Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio ce lo ha rivelato.



1. Pro-logos


1. Dio c’è? chi è?



2. Si può conoscere Dio? Certo! Dalle creature al Creatore! E c’è poi la via del cuore!

3. Ma:

*        Attenzione ai monismi panteistici: Spinoza, Deus sive natura

*        Attenzione alla idolatria delle creature al posto del Creatore

*        l’equivoco odierno sulla coscienza: non è il sentimento!

*        il fraintendimento della ratio come come scienza tecnologica

2. Di quale Dio parliamo ? dire che Dio c’è non significa affermare ipso facto la sua completa identità.


v la risposta delle filosofie e delle teologie

*      I falsi dei filosofici

*      i falsi dei teologici

*      l’ateismo e il laicismo come religioni!

3. Il cammino dell’uomo verso Dio: la religione e le religioni


v la risposta delle religioni

4. I falsi dei


§  No ad una concezione utilitaristica di Dio: il Dio tappabuchi

§  No al Dio-fai-da-te: folklorismi, new age, bricolage delle credenze

§  No a mettere le maschere a Dio

v continua purificazione della nostra immagine di Dio

5. Ma... il Dio “in sé” è conoscibile?


Ø L’Altro per eccellenza: qadosh = separato = santo

Ø “Vere absconditus”: Isaia <<Veramente tu sei un Dio nascosto>>

*        per conoscere veramente chi è Dio occorre che lui stesso si riveli, si manifesti all’uomo

 

2. Dia-logos


1. Il cammino di Dio verso l’uomo: Rivelazione come automanifestazione libera e gratuita di Dio


*        Storia come rivelazione


Ø un popolo

Ø una terra

Ø una promessa

Ø una alleanza

Ø una legge

v Attenzione al liberalismo protestante e al modernismo cattolico: rivelazione come esperienza religiosa soggettiva e non come accadimento extra nos

*        Il Dio rivelato:


v  un Dio che “Parla”

v  un Dio “Persona”

v  un Dio “per-noi”

Ø  la fede come risposta libera al Dio che si rivela proponendo la sua amicizia

 

2. Il logos incarnato come pienezza della rivelazione


v cfr. Giovanni: In principio era il Logos…

v e il Logos/Verbo si fece carne e mise la sua tenda in mezzo a noi

*        è lo stesso logos creatore che s’incarna: nel verbo incarnato creazione e storia si incontrano

*        lo stesso logos incarnato Dio-uomo fonda fides e ratio

v Dio nessuno lo ha mai visto: Il Figlio che sta nel seno del Padre ce ne ha fatto l’esegesi

*        il Figlio rivelatore del Padre

*        sappiamo chi è il Padre solo attraverso quello che ci ha detto il Figlio nello Spirito

Ø  La Uni-Trinità come espressione della “pienezza” personale e autosufficiente di Dio: Origine/Archè (Padre), Intelletto /Logos (Figlio), Potenza /Dynamis (Spirito Santo)

Ø  il Dio-con-noi

Ø  l’offerta di una amicizia

Ø  per grazia

v A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio

*    Rivelazione come salvezza

 

3. Io sono la via la verità e la vita: la pretesa inaudita


v    Il desiderio della vita (come superamento della morte) e il fallimento del peccato

v    il riscatto dal peccato: ecco l’agnello di Dio che toglie (=prendendolo su di sé) il peccato del mondo


*      Cristo: più che un filosofo o un maestro di saggezza…

*      Cristo: più che il fondatore di una morale o di una religione…

*      Cristo: più che un supermen, un taumaturgo…

*      Cristo non è solo via (non insegna solo un metodo di vita), non è solo verità astratta (la sola conoscenza intellettuale è unicamente gnosi), non è solo una vita diversa (andremmo dalla moda alla magia alla prassi abitudinaria o superstiziosa)

*      Cristo non ci indica qualcosa fuori da se stesso: ci indica se stesso!

*      Cristo “luogo dell’incontro” tra Dio e l’uomo: <<Al di fuori di Cristo non c’è salvezza>>

v In Cristo verbo incarnato / Dio – uomo si realizza l’amicizia tra Dio e l’uomo: l’uomo nell’obbedienza della fede accoglie Dio e Dio riscatta (=redime) l’uomo dal suo fallimento restituendogli una nuova possibilità di vita.

v la resurrezione: come “prova”

ü  della credibilità della rivelazione del Padre nel Figlio per la potenza dello Spirito

ü  della concerta possibilità di una vita nuova

3. Epi-logos


 

1. l’esperienza della vita nuova in Cristo: “vivere Christum”, cioè della Messa!


 


2. la testimonianza della vita nuova: la loghikè latreia


 


3. la Chiesa come “luogo” dove vivere nella libertà di figli

martedì 14 novembre 2017

Sperimentare la salvezza nell’oggi della storia: la Chiesa e i sacramenti

 
C'è un principio in teologia che è anche principio per la spiritualità e per la catechesi: Actus credendi non terminat ad enuntiabile sed ad rem ipsam. Come dire: l'atto del credere non finisce nella enunciazione di cosa o in chi si crede, ma nella esperienza stessa dell'oggetto del credere.

Cioè dire che il credere non è semplicemente un fatto di "enunciazione" di dogmi di fede (un tempo si parlava di fides quae creditur, cioè di contenuti di fede che sono creduti appunto dal "credente") anche se questo aspetto, che comporta l'impegno a rendere intelligibile la stessa fede, a mostrane le ragioni e perciò la sua razionalità, è certamente importante e necessario, giacchè - e ce lo ha ricordato papa Benedetto XVI - la fides non può mai essere separata o prescindere dalla ratio.

Ma l'atto del credere non può mai essere ricondotto ad un puro atto - illuministicamente - di comprensione intellettuale: il comprendere razionalmente, ad esempio, come il dogma fondi ed esprima la coesistenza in Gesù Cristo della divinità con l'umanità, è certamente fondamentale ed importante, ma questo non significa ipso facto che questo sia automaticamente un atto di fede, un actus credendi.

Anzitutto perchè a questa comprensione può addivenire anche un ateo, senza implicare alcunchè di fede. Ma poi, soprattutto, perchè l'esperienza della salvezza (cioè il perdono dei peccati e il dono della vita eterna) non è il frutto della comprensione intellettuale del fedele: se così fosse saremmo in presenza non più della fede cristiana ma di una pura e semplice esperienza di gnosi (che in greco significa conoscenza), cioè appunto di conoscenza intellettuale, in cui si crede che per il semplice fatto che io ho compreso una verità di vita (ho cioè avuto - come si dice in gergo - una "illuminazione" intellettuale) io sia automaticamente già salvo!

La gnosi è stato il pericolo più sottile e insidioso del cristianesimo, nei suoi duemila anni di storia, e anche oggi si ricicla nella teoria dei "valori" o dei "principii" del cristianesimo, estrapolati e resi autonomi dal Vangelo e dalla Chiesa. Ma ridurre la fede ad alcune enunciazioni di alti ideali (più o meno condivisibili anche da chi vive in altre fedi o non è animato da nessuna fede), quali quelle oggi di moda: la pace, la giustizia, i diritti, la natura, e via di seguito, significa snaturare l'essenza stessa del cristianesimo.

Il cristiano non è colui chiamato a vivere di belle idee! E' colui che è chiamato a vivere l'incontro con una persona, Gesù Cristo, capace di cambiarti la vita, anzi di salvarti dal male e di darti la vita eterna: quello che in gergo si chiama “salvezza”.

Per questo noi parliamo di "esperienza di fede": cioè di un atto del credere che coinvolge non solo l'intelletto ma tutte le dimensioni dell'esistenza (e perciò oltre alla fides quae creditur occorre sempre anche la fides qua creditur cioè la fede per mezzo della quale si crede, in pratica quell'atteggiamento fondamentale di affidamento della propria persona nelle mani di colui che si riconosce come il proprio Signore e Salvatore).

Allora si capisce meglio il principio enunciato all'inizio.

L'atto del credere, cioè il mio cammino di fede, non finisce quando io comprendo che Gesù è il Signore e il Salvatore, ma quando io di questa stessa salvezza concessami in Cristo e per Cristo ne faccio una esperienza piena,completa, personale.

Che questo sia un principio fondamentale per la teologia dovrebbe essere evidente di per sè: perchè la vera teologia non è mai riconducibile solamente ad una dotta discussione "su Dio" (questa la può fare anche un ateo, abbiamo detto) ma è sempre anche intelligenza piena e quindi esperienza vitale di Dio! Cosicchè non ci può essere vero credente che non sia anche "teologo" e non ci può essere teologo senza che sia anche un vero credente.

E' la lezione di San Tommaso d'Aquino, capace di innalzare la mente nelle esplorazione delle alte vette di Dio, ma poi anche di saper piegare le ginocchia davanti al Santissimo Sacramento e di saper dire che davanti al mistero della transustanziazione dove falliscono la vista, il tatto e il gusto, solo la fede è capace di fondare l'atto del credente: e forse il dramma di oggi è quello di avere tanti sedicenti teologi ma pochi veri credenti!

Se questo è dunque un principio teologico non astratto ma esistenziale, allora è anche il fondamento della vita spirituale: non si comprende come si possa avere vita spirituale (che poi significa vita di grazia, nello Spirito Santo, cioè esperienza della presenza salvifica di Dio in Cristo nella nostra persona) senza che questa sia per l'appunto esperienza, e non solo precomprensione razionalista di tecniche e metodi mentali di "accaparramento del sacro" che si fermano al chiacchiericcio senza attingere alla rem ipsam cioè alla stessa esperienza della grazia e della salvezza, riducendosi a forme di autogratificazione personale, al limite dell'autoerotismo psicologico.

E la garanzia che si arriva a vivere, a sperimentare il dono della grazia, cosa in cui consiste di fatto l'esperienza della salvezza, è data dall'inveramento del principio, cioè dalla sua concretizzazione nell'esperienza liturgico-sacramentale.

La domanda soggiacente allora sarà: “Come posso ottenere la salvezza oggi?” (diamo qui per scontata la voglia di salvezza, anche se crediamo che il far prendere coscienza di dover essere salvati - e da che cosa - sia il vero problema della nuova evangelizzazione):  e meglio “Come e dove posso incontrare oggi il Cristo che mi salva?” La domanda non è oziosa, perché significa interrogarsi sulle esatte modalità della salvezza: la salvezza non è un gesto ripetitivo di Cristo ogni volta applicato ad un uomo diverso, la salvezza è l’evento pasquale compiuto “una volta per tutte (Ebrei 1). Si tratta quindi di trovare un “modo” che mi renda “contemporaneo” alla pasqua di Cristo: ora questo “modo” è la Liturgia. Se solo la Liturgia e non altro permette di attingere alla salvezza: il contenuto fondamentale della catechesi liturgica sarà anzitutto una corretta  nozione di Liturgia e poi contenuti specifici saranno le peculiarità che la celebrazione della Liturgia comporta.

Il termine LITURGIA indica una azione (specie se onerosa) fatta da qualcuno in favore del popolo: cfr. le opere pubbliche che magistrati e cittadini facoltosi erano obbligati a fare nell’antichità.

Per questo nel linguaggio biblico indica anzitutto L’OPERA SALVIFICA DI DIO IN FAVORE DEGLI UOMINI

perciò si può dire che LITURGIA E’ LA STESSA ECONOMIA SALVIFICA REALIZZATA NEL MISTERO PASQUALE.

Si parla infatti di

·      Liturgia nascosta (il mistero di Cristo nascosto nei secoli = il piano salvifico di Dio)

·      Liturgia rivelata (l’economia salvifica nella storia di Israele fino al compimento in Cristo)

·      Liturgia attuata (la realizzazione nell’evento Pasquale)


1.    la dimensione trinitaria della liturgia: (dal Padre) -  Per Cristo - Nello Spirito - Al Padre

2.    dimensione sacramentale (legge dell’incarnazione): Cristo Dio-Uomo, sacramento(segno e strumento)  dell’incontro tra Dio e l’uomo.


·      A partire dalla pasqua-ascensione-pentecoste Cristo associa a sé i battezzati (= salvati) nel suo Corpo che è la Chiesa: tramite questo Corpo continua la sua missione salvifica nel mondo e nei secoli.

·      La Chiesa ha, analogamente a Cristo, una dimensione “teandrica” (umano-divina): come Cristo è sacramento del Padre, così la Chiesa è sacramento di Cristo.

·      Celebrando la Liturgia e i sacramenti la Chiesa santifica i fedeli: “Nella liturgia...con segni sensibili è significata e in modo proprio a ciascuno realizzata la santificazione dell’uomo...”

·      Con segni e simboli

- attenzione al linguaggio simbolico tratto dalla creazione (fuoco, luce, acqua), dalla vita umana (olio - unzione,  pane - frazione..., acqua - lavare), dalla stooria della salvezza (es. riti pasquali e la stessa Pasqua ebraica)

=> significato naturale > religioso > cristiano

=> recupero della dimensione simbolica per uscire dalle liturgie chiaccherate

·      Con Parola e azione

- Legge dell’incarnazione: Verbo si fa carne

- Verbis gestisque: la Parola apre all’intelligenza del gesto, il gesto nel suo linguaggio simbolico dice ciò che la parola non riesce a dire: La Parola di Dio che “risuona” nella Liturgia e dalla Liturgia: La liturgia è luogo privilegiato della catechesi del Popolo di Dio

=> Importanza fondamentale della Liturgia della Parola

=> Tutta la Liturgia è impregnata di parola di Dio

·      nello Spirito Santo

- lo Spirito opera nella creazione e nell’incarnazione, così opera nella liturgia: l’attualizzazione della salvezza è dovuta oggi alla epiclesi consacratoria.

·      Il Mistero di Cristo nell’Oggi della salvezza: la Pasqua eterna

·      Il giorno del Signore: la Pasqua settimanale

Giacchè l'esperienza della salvezza di Cristo è possibile oggi solo attraverso i sacramenti e nella liturgia della Chiesa, dire oggi che l'atto del credere non si conclude con l'enunciazione del dogma ma deve arrivare alla ipsam rem della salvezza, vuol dire concretamente che la confessione della fede deve terminare nell'esperienza sacramentale.

Non c'è fede senza Sacramento.

Non c'è proclamazione di fede che non nasca dunque dalla Parola e dal suo accoglimento, ma che non si concluda nel Sacramento. 

Nel Battesimo-Confermazione, anzitutto, come a conclusione del cammino di conversione (e nei sacramenti collegati del perdono che sono la Confessione e l'Unzione dei malati); e poi nei sacramenti della vita nuova del servizio ecclesiale (Ordine e Matrimonio) ma soprattutto nel Sacramento dell'Eucaristia che della vita nuova in Cristo è centro. 

Ciò vuol dire allora che questo principio teologico è anche il principio che sottostà a tutto l'impegno di evangelizzazione e catechesi. A cosa deve tendere infatti la evangelizzazione e la catechesi se non ad una pedagogia della fede che accompagni il cristiano non solo a saper confessare la sua fede e a renderne ragione, cioè a saper interiorizzare ed esprimere i contenuti del suo credere perchè ne risulti tutta la sua razionalità e credibilità e il credere non sia ridotto a miti e favole per bimbi, ma che arrivi anche e soprattutto a far fare di quella fede confessata una esperienza celebrata nei sacramenti e vissuta nelle varie dimensioni dell'esistenza personale del credente?

Una evangelizzazione e catechesi che non sbocchi nella celebrazione sacramentale dà solo l'illusione di un cammino compiuto, che si arresta invece proprio davanti alla porta dell'esperienza della salvezza che pur vorrebbe favorire!

Non solo: staccando poi l'esperienza di fede dal percorso dell'intellectus la stessa esperienza sacramentale viene ridotta ad una esperienza o magica o puramente estetica o ad una pura esperienza celebrativa ridotta ad una cerimonia avulsa dalla realtà del credente, incapace di produrre frutti di grazia (cioè di attingere alla pienezza dell'esperienza di salvezza se non per il minimo vitale dell'ex opere operato) e quindi anche di sostenere l'impegno del credente in una coerente testimonianza di vita (o i rischi della pietà popolare). 

Così abbiamo percorsi catechistici che si riducono solo all' enuntiabile (quasi percorsi scolastici paralleli incapaci di toccare il cuore dei credenti) oppure modelli di presunta evangelizzazione ispirati solo ad una esperienza di fraternità cristiana ridotta però al solo humanum del "vogliamoci bene, come è bello stare insieme!"

Questo spiega perchè tanti bambini e ragazzi, pur frequentando il catechismo il sabato non riescano poi a comprendere le ragioni della partecipazione alla Messa domenicale; o perchè tanti ragazzi e giovani abbandonino la vita sacramentale al culmine della iniziazione cristiana, quando questa vita dovrebbe prendere le mosse proprio dalla pienezza della iniziazione che dovrebbe vedere nell'Eucaristia (e non nella Cresima) la fonte ed il culmine di tutta la vita cristiana, come insegna il Concilio Vaticano II.

mercoledì 8 novembre 2017

Diciamolo chiaro: l'obiettivo è distruggere il cristianesimo. Ma uccideranno l'uomo.

 
Confesso che non avrei mai pensato di vivere tempi di confusione come quelli che stiamo vivendo. O meglio, più che confusione, tempi in cui è difficile districarsi tra ciò che sembra, che appare, e ciò che sta realmente sotto le cose, la verità di persone ed eventi. Tale è il punto di mistificazione cui si è arrivati, in cui sembra che ci muoviamo sempre di più nell’universo pirandelliano del “così è se vi pare”. Solo che la decisione su quello che “pare” non è lasciata in ultima analisi al soggetto ma è già frutto di un imbonimento di base, in cui c’è un terzo che muove le fila, tra ciò che è e ciò che pare, per cui tra soggetto e oggetto c’è un terzo  che stabilisce a priori ciò che è e ciò che deve apparire. Mi scuso per questa introduzione “filosofica” che ad alcuni può sembrare quasi pedante, ma è per avere un modo per cominciare a cercare di capire, cercare di avere chiavi di lettura atte a comprendere meccanismi che altrimenti ci sembrano incomprensibili o che volutamente sembrano fatti apparire, al contrario, di una semplicità e logicità dalla evidenza lapalissiana. In questo, ad esempio, grande ruolo gioca il “politically correct” nello stabilire come una cosa si possa dire o non dire e come si debba dirla: quasi la realizzazione della profezia sulla “neolingua” che Orwell nel suo 1984 aveva prognosticato come lo strumento per la riscrittura della storia e delle menti ad opera del “grande fratello”. Che non è solo l’occhio guardone che sbircia nelle stanze da letto di vip e ignoti, ma l’occhio e la mente di lobby di potere che tendono a plagiare le masse, che perdono sempre più capacità di discernimento autonomo e si ritrovano sempre più eterodirette, così che piccole minoranze riescono ad imporsi sempre facilmente su maggioranze obbedienti alle nuove parole d’ordine.

Così, magari, tu credi di stare lottando per un ideale, di impegnarti per la realizzazione di un principio e in realtà sei lo strumento inconsapevole di piani strategici che hanno altre mire ed altri scopi.

Esemplifico, così evito l’accusa di fare astrattismi. Anche se una riflessione del genere, che comporta vari livelli di lettura (si pensi ad esempio al rapporto tra politica e società, al ruolo dei soggetti in una democrazia compiuta, al senso da dare ad un vero concetto di laicità, al rapporto tra singoli e società…) richiederebbe uno  spazio ben più ampio di un articolo di giornale.

Si pensi alla spinta emotiva ed ideale per l’accoglienza, il dialogo, il rispetto per la diversità, la tolleranza: chi potrebbe mettere in dubbio così alti principi? Nessuno di buon senso, per non parlare di nessuno di buona fede. Eppure c’è chi proprio riesce a giocare sulla buona fede e spingendo sui buoni sentimenti, in realtà spinge su scopi e fini altri e radicalmente diversi da quelli pubblicamente manifestati. Si pensi alla accoglienza e al dialogo, appunto. Ti viene detto che, in nome della accoglienza e del dialogo, tu debba mettere da parte, tra parentesi, le tue idee, le tue credenze, la tua fede religiosa. E così ci viene detto che per rispetto degli altri non si fanno presepi, non si mostrano croci, non si indossano simboli religiosi cristiani, al punto che alcune ditte arrivano a manipolare le foto della loro reclame per togliere le croci dalle fotografie delle chiese, che una squadra di calcio tolga la croce dal suo stemma per non urtare i giocatori della squadra avversaria… esempi se volete ridicoli, se non fosse che ad uno sguardo intelligente, cioè non superficiale e distratto, si scopra come magari all’altro che per supposizione si dovrebbe offendere in realtà non interessa poi tanto che tu mostri i tuoi simboli cristiani e che magari anche lui avrebbe voglia di mostrare i suoi: e scavando ancora di più scopri che in realtà la scusa del rispetto e del dialogo col diverso, con lo straniero, è usato da un “indigeno locale” per combattere la “sua guerra” contro la religione e il cristianesimo in particolare. Già, diciamolo in modo chiaro: c’è nell’Occidente una acredine e una violenta avversione al cristianesimo che sta abilmente sfruttando l’dea del dialogo e del rispetto per far scomparire ogni traccia delle civiltà cristiana, che pure ha segnato, se non forgiato o quanto meno contribuito a forgiare l’identità cristiana del nostro continente. Si pensi alla recente mostra inaugurata a Bruxelles in cui la storia dell’Europa comincia con l’Illuminismo: come se prima non ci fosse stato niente e nessuno. E perciò tu credi di stare impegnandoti per il dialogo e l’accoglienza e in realtà a tua insaputa sei stato mobilitato fra le truppe che stanno muovendo guerra al cristianesimo. Pensavo quanto sia attuale ciò che un altro profeta, G.K. Chesterton, intuì già nel secolo scorso e descrisse in un suo romanzo,  La sfera e la croce.  Qui il “professor Lucifero” e il monaco Michele, viaggianti in aeroplano, sono seduti l’uno accanto all’altro. Quando l’aereo è sopra la cattedrale di Londra, il professore scaglia una bestemmia all’indirizzo della Croce. 

<<Sto pensando se questa bestemmia ti giovi - gli dice il monaco. - Senti questa storia: io ho conosciuto un uomo come te; anche lui odiava il crocifisso; lo bandì da casa sua, dal collo della sua donna, perfino dai quadri; diceva che era brutto, simbolo di barbarie, contrario alla gioia e alla vita. Diventò più furioso ancora: un giorno s’arrampicò sul campanile di una chiesa, ne strappò la croce e la scagliò dall’alto. Andò a finire che questo odio si trasformò in delirio prima e poi in furiosa pazzia. Una sera d’estate s’era fermato, fumando la pipa, davanti ad una lunghissima palizzata; non brillava una luce, non si muoveva una foglia, ma egli credette di vedere la lunga palizzata tramutata in un esercito di croci, legate l’una all’altra su per la collina, giù per la valle. Allora, roteando il bastone, mosse contro la palizzata, come contro una schiera di nemici; per quanto era lunga la strada, strappò, spezzò, sradicò tutti i pali che incontrava. Odiava la croce ed ogni palo era per lui una croce. Arrivato a casa, continuò a veder croci dappertutto, pestò i mobili, appiccò il fuoco e l’indomani lo trovarono cadavere nel fiume>>. 

A questo punto, il professore Lucifero guarda il vecchio monaco mordendosi le labbra e dice: <<Questa storia te la sei inventata!>>.

<<Sì, - risponde Michele, - l’ho inventata adesso; ma essa esprime bene quello che state facendo tu ed i tuoi amici increduli. Voi cominciate con lo spezzare la croce e finite col distruggere il mondo abitabile>>.

Stanno facendo la guerra alla croce e a ciò che essa rappresenta, credendo così di liberare l’uomo da ogni schiavitù e rende il mondo più umano: in verità, togliendo all’uomo la forza umanizzante della fede, che fonda l’etica e la moralità, non si sta facendo altro che abbandonarlo in preda ai suoi istinti brutali e animaleschi: homo homini lupus. Inutile specificare. Si vuole uccidere Dio, si sta uccidendo l’uomo. Mi auguro che si riesca a comprenderlo prima che sia troppo tardi.

 

Celebrare Lutero?


Molti si sono chiesti se fosse possibile o addirittura lecito celebrare l’anniversario della nascita del protestantesimo. Di ciò che fu di fatto uno scisma, una rottura, una separazione traumatica tra cristiani in Occidente, che si veniva ad aggiungere all’altra esperienza drammatica della separazione con le Chiese di Oriente. E difatti questa non è non può essere l’occasione per una celebrazione dai toni festivi. E’ come se in una famiglia si festeggiasse un litigio tra fratelli e l’abbandono della casa paterna di uno di questi. No. Non si può gioire delle rotture della comunione, delle fratture nell’ecclesia  che nel Credo confessiamo come unam, sanctam, catholicam et apostolicam. Specie se l’unità della comunità dei credenti è ardentemente voluta dal Cristo ed è ciò per cui il Figlio prega il Padre, ed è ciò a cui il Figlio ha legato la conversione del mondo: “che siano uno affinchè il mondo creda”. In questo caso la dimensione penitenziale è fondamentale. Ricordare il momento della rottura può e deve essere infatti solo l’occasione per chiedere perdono a Dio per aver tradito la sua volontà, e per innestare un cammino di conversione per sanare tale rottura. Solo in questo contesto è comprensibile lo stesso impegno ecumenico per il ripristino dell’unità dei cristiani, così come fortemente ribadito dal Concilio Vaticano II nella Unitatis Redintegratio. La celebrazione dei 500 anni dall’inizio del Protestantesimo mi auguro che sia stata davvero l’occasione per rilanciare con più forza la voglia di tutti i fratelli di potersi incontrare di nuovo nella casa paterna comune, di una ripresa piena di speranza del dialogo nella carità e nella verità, del sincero desiderio di sanare le ferite ancora aperte e di superare ogni recriminazione. Dio non voglia che sia stata solo un altro motivo di ripiegamento della Chiesa su se stessa, seppur motivato da nobili intenzioni, ma sempre dagli esiti autoreferenziali. Il servizio che la Chiesa è chiamata a fare al mondo e la testimonianza che il mondo si aspetta e che ha tutto il diritto di chiedere reclamano una Chiesa capace di morire a se stessa per rinnovarsi continuamente nella fedeltà al suo Signore: solo questo è garanzia del suo fruttificare per la salvezza del mondo.

giovedì 20 luglio 2017

Grazie dei caffè: ovverossia del prete e dell'amicizia

Un mio amico mi ha riportato il commento di un conoscente che, tra le altre cose, credeva di aver scoperto il perché il bilancio dello Stato italiano è in deficit: “troppi preti in Italia: non solo non fanno niente per tutta la vita e poi pretendono pure la pensione! Qual è la loro utilità? Nessuna! E lo stato li deve pure pagare!”
Premesso che non è lo Stato che ci paga e che non toglie di tasca un centesimo ai cittadini, perché i miei 727 Euro mensili sono il frutto della generosità dei fedeli che firmano la devoluzione dell’otto per mille delle loro  tasse alla Chiesa Cattolica, e che per la misera pensione, che spero di arrivare a ricevere anch’io, il Fondo clero, che ci paghiamo direttamente noi preti, non prende niente a nessuno, la domanda sulla utilità dei preti non è da prendere sottogamba. Sia perché è indice di una mentalità ignorante, se non distorta, in materia: a Zappulla, ad esempio, una lettera anonima (il che è tutto dire) mi rimproverava che dopo anni di parroco ancora non avessi  fatto niente per la contrada e cioè non mi ero battuto per l’illuminazione delle strade, o per la piazzetta da asfaltare o per la sezione scolastica che volevano chiudere né mi ero schierato in occasione delle quote latte o della sede della discarica. Stranamente però si taceva dell’amministrazione dei sacramenti! Non è la prima volta che scrivo di questo argomento perché mi convinco sempre di più che la gente (e passi chi di fede non ne vuol sapere ma è scandaloso per la gente che si reputa di Chiesa e frequenta le nostre sacrestie) ha del prete una visione secolare, mondana e spesso opportunistica, ma non guarda al prete certo come Cristo lo ha voluto e come il Magistero della Chiesa insegna.  Purtroppo la mentalità attivistica è entrata anche in ambito ecclesiale per cui siamo spesso anche noi preti ad insinuare quell’idea che il prete è ciò che fa. Ma un  prete anzitutto vale per ciò che è. Confesso che il passare del tempo mi ha confermato ancora di più in questa idea. La domanda giusta non è cosa fa o a che serve un prete, ma sul suo essere. E il prete è l’Eucaristia che celebra. Non è qui il luogo di discettazioni teologiche in proposito, ma il senso del ministero sta tutto qui. Il prete è tutto in quella sua vita donata. In Cristo e come Cristo: “non c’è amore più grande di chi da la vita per i propri amici”. Sono stato nella chiesa di Sant’Ignazio a Praga, dove un curvo gesuita ottantenne, sostenuto dal sacrista, ha cantato in latino tutta la Messa e poi ha fatto la predica in ceco. Non ho capito una parola di quell’omelia, ma ne sono uscito edificato più di tante altre logorroiche esternazioni  fatte in casa nostra: da quegli occhi che si posavano sulla pagina evangelica e ne traevano sorridente ispirazione traspariva come   quella Messa era il canto d’amore di quel prete per il suo Dio e per i suoi fratelli a cui provava a comunicare quest’amore. Cosa avrà potuto fare negli anni dell’oppressione comunista questo povero prete? Niente! Ma è stato là a testimoniare la gratuità di una grazia che salva. E’ stato la testimonianza di un’amicizia. Perché è questo che Dio vuole: farsi amico, farci amici. E’ ciò che provo ad essere anch’io: amico, nonostante i miei limiti. Perché so che la via dell’amicizia (ma quella vera, non quella contrabbandata come tale ma che puzza di falso lontano un miglio) è la via maestra della testimonianza di fede: “vi ho chiamato amici” ci dice Gesù ed è quanto vorrei provare a ripetere a tutti quelli che mi è  dato di incontrare sulla mia strada. Per questo il peccato più grande per me è il tradimento di un’amicizia, in qualunque modo sia fatto. E confesso che la mia sofferenza più grande è il veder rifiutata la mano tesa in amicizia. Ho ricevuto dai miei genitori il grande dono del non saper tenere nessun rancore verso chi mi ha fatto del male e da loro ho appreso la grande lezione sull’amicizia: “meglio cento amici in piazza che cento onze in cassa”. Un mio altro vecchio amico venuto per le vacanze se ne è andato senza potermi offrire un caffè: in ogni bar dove entravamo c’era sempre qualcuno già pronto a farlo. Me lo ha fatto notare, dicendo che al Nord sarebbe impensabile! Ho risposto di esserne consapevole: sono anni che provo anch’io ma non c’è verso di pagare un caffè! E a volte provo un senso di timore e magari non entro nel bar o ci vado di nascosto! Però poi ringrazio il Signore e accetto il caffè non come atto di semplice cortesia ma come un vero e proprio gesto di amicizia. E prego di poter essere sempre segno di amicizia. Tanto ormai i miei parrocchiani e le brave suore ci sono abituati: sanno che i miei ritardi sono sempre dovuti  a quanti incontro lungo il  cammino e a cui credo sia giusto fare un cenno di saluto (“u salutu u lassau u Signori” mi ripetevano i miei e camminare con loro era sempre fare una via “a stazioni”), scambiare con loro qualche parola, ascoltare senza fretta quanto ti vogliono dire. Fosse per me, farei meno incontri e convegni e dibattiti e più chiacchierate con gli amici. Non è forse questo lo stile di Gesù di Nazareth a cui noi facciamo  fatica a ritornare?
Questa mia confessione ad alta voce vuole essere allora anche un grazie a tutti gli amici e compagni di strada e di piazza! Per tutti i caffè offerti e i passaggi con la macchina (ormai tutti sanno che sono uno dei due preti della diocesi di Noto che non ha patente) e anche per i semplici sorrisi e il saluto amichevole con cui sono sempre accolto quando ci incontriamo e le cortesie di cui spesso sono oggetto immeritatamente. Mi piace pensare che questi gesti provengano da una seppur a volte quasi inconsapevole consapevolezza (!) che l’essere del prete e quindi anche il rapporto con il prete si giochi tutto nella dimensione dell’amicizia. E di questo sono grato a voi e al Signore. Vi assicuro che tutti siete presenti nelle mie Messe più di quanto possiate immaginare. E’ il mio modo di ricambiare, per i miei fratelli e i miei amici “alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore”

E’ vero: il prete non lavora ed economicamente non rende. Non è utile. Come utilitaristicamente non è utile la grazia o la fede. C’è un libro a proposito dal titolo “La necessità dell’inutile”. Paradossalmente anche l’inutilità di Dio e della fede e della grazia a volte ci possono essere necessarie più del pane: perché “non di solo pane vive l’uomo”! L’inutilità della vita di un prete esprime, credo, questa paradossalità. E’ la lezione della gratuità, quanto può essere bello e gratuito un  caffè offerto in amicizia!

venerdì 14 luglio 2017

Insegnare agli ignoranti

Siamo in tempi in cui l’ignoranza circa le realtà religiose, specie anche da parte dei cristiani, e comunque circa eventi di storia che lo si voglia o meno fanno parte de facto del nostro patrimonio culturale, si sta travasando dalla sfera privata ( dove non farebbe che il danno di un impoverimento culturale del soggetto) alla sfera pubblica (dove invece i danni che gli ignoranti continuano a fare sono sempre più gravi). E specie poi quando più che mera assenza di nozioni, è, oserei dire quasi, ignoranza colpevole e ricercata da parte di chi per ruolo e mestiere dovrebbe sapere e invece non sa (e se non si sa c’è l’obbligo dell’aggiornamento e dello studio!) e piuttosto che riconoscere la propria ignoranza, dall’alto della sua prosopopea “detta legge” come si suol dire e impone scelte di un controsenso evidentissimo a chi abbia un minimo di ragionevolezza e, soprattutto, onesta intellettuale! “Ignorantia docet” sottolineava un mio caro insegnante di teologia quando qualcuno (fosse anche un rettore di università!) invece che riconoscere umilmente la propria mancanza di conoscenza circa una materia, saliva ancora più in alto sulla cattedra a pontificare su cose sconosciute! E da lui ho appreso che spesso il più grande gesto di carità è appunto far rilevare all’altro la sua ignoranza, perché ne diventi consapevole e ne voglia uscire: Insegnare agli ignoranti non è forse una delle sette opere di misericordia spirituale? E oggi, per rimanere nel mio campo (ma ho la sensazione che anche in altri campi la situazione non sia rosea),  c’è una grande ignoranza del fatto religioso sia da parte del mondo laico (quanti strafalcioni in giornali e televisioni anche da parte di firme illustri!) sia (il che è tragico) da parte del mondo cristiano-cattolico. E a volte ho il grande dubbio che i laici siano ignoranti perché neanche noi cattolici conosciamo e facciamo conoscere bene in cosa veramente noi crediamo, in cosa speriamo, cosa amiamo! Altre volte mi sono riferito all’ignoranza circa le Scritture sacre (e San Girolamo ricordava che ignorare le Scritture è ignorare Cristo) ma adesso purtroppo devo rincarare la dose riguardo agli altri aspetti della fede cristiana: quanta ignoranza circa la dottrina in campo sociale o morale! Chi sa quali sono veramente i fondamenti della dottrina sociale della Chiesa o della vera morale ad esempio nei settori legati alla sessualità, all’affettività, ai nuovi problemi della bioetica o delle biotecnologie? A volte neanche alcuni sacerdoti in verità lo sanno: tanti problemi sono nuovi, ma proprio questo significa che anche dopo essere usciti dal Seminario si deve continuare a studiare! Quando si celebrava in latino si celiava dicendo che il prete novello alla prima Messa cominciasse dicendo Introibo ad altare Dei: vi saluto libri miei!  Ma questo è un lusso che oggi non ci si può più permettere a meno che non si voglia ridurre il proprio ministero alla direzione di alcune pie pratiche buone forse per altri tempi ma che adesso non aiutano a comprendere criticamente la complessità del mondo e quindi anche il ruolo della Chiesa.  Don Giussani ha detto che se a volte è il mondo ad abbandonare la Chiesa è dolorosamente vero che spesso è la Chiesa che abbandona il mondo: nonostante l’alto magistero di Giovanni Paolo II ho oggi veramente l’impressione che tra Chiesa e mondo lo scollamento sia più che mai evidente e tragico! Papa Giovanni XXIII volle il Concilio Vaticano II per aggiornare la Chiesa, cioè proprio letteralmente per riportarla al passo con l’oggi: purtroppo a tutti i livelli debbo confessare con amarezza che è sempre più facile rifugiarsi nel già fatto e già visto che certo da più sicurezza (“se si è sempre fatto così perché cambiare?” si chiede) piuttosto che aprirsi a ricercare vie nuove al soffio dello Spirito! Lo sperimento a volte nel piccolo quando, tentando di far uscire il mio sparuto gregge da un ghetto isolato e isolante, mi sento chiedere “ma lei dove li apprende queste cose? Dove li trova? Perché gli altri nelle altre chiese non le dicono? Perché celebra a volte in modo diverso?” Senza farmi giudice di nessuno purtroppo però debbo rispondere che le apprendo nel più normale dei modi: giornali, televisione (cum grano salis), riviste specializzate e, per le celebrazioni, niente altro che le rubriche del Messale e dei Rituali (se solo si avesse la pazienza di leggerle e studiarle e non solo la fantasia esuberante per stravolgerle!). Così ogni volta debbo tranquillizzare i miei parrocchiani che non siamo noi a sbagliare ad esempio le alzate e le sedute durante la Messa ma che forse in qualche altra parrocchia non si sono ancora accorti che la Editio Typica Tertia  del Messale Romano è stata promulgata dal Papa nel 2003! Ma il ritardo di poco più di quattordici anni cosa volete che sia davanti agli altri ritardi del mondo ecclesiale? Qualcuno si chiederà come un prete possa affermare ciò, ma se volete è un mio modo per augurare alla Chiesa, alla mia Chiesa che amo più di qualsiasi altra cosa al mondo, che ritorni alla sua vera essenza nello stare nel mondo.  E spero che sia un augurio condiviso anche da chi credente non è: perché se la Chiesa fa bene il suo dovere certo il mondo ne risentirà in meglio! Credetemi!          

mercoledì 21 giugno 2017

I sogni della ragione generano mostri

C'era una volta un uomo che aveva un sogno. Un sogno bello, di un mondo nuovo, di una società nuova, di una nuova alba per lo spirito umano. Era un sogno che più cresceva e più carezzava, un sogno che diventava sempre più grande, al punto che gli sembrava a volte di essere lui stesso all’interno di quel sogno, di essere stato chiamato dal Fato ad essere il protagonista della realizzazione di un Progetto in cui l’Umanità nuova si sarebbe rivelata in tutta la sua pienezza. Una nuova civiltà di eguali, un’unica progenie di uomini belli, sani, forti, valorosi, pronti a combattere contro chi si fosse meschinamente opposto all’avanzare di questo nuovo Verbo in nome di interessi personali e particolaristici. Certo, si dovevano fare sacrifici, forse magari in principio imporli a chi non riusciva a capire tutta la grandiosità di questo progetto, la grande idealità nascosta in questo sogno, ma in vista di questo bene maggiore cosa sarebbe stato il sopportare un po’ di male? Avrebbe dato la vita per questo suo sogno e quando intorno a sé riuscì a radunare un numero di discepoli sempre più numeroso capì che ormai la strada per la sua realizzazione era stata imboccata in modo irreversibile. E cominciò a provare a far diventare realtà il suo sogno. Nel nuovo mondo non ci sarebbe stato spazio per la malattia e così penso di andare alla radice del problema: eliminare direttamente i malati. Si fecero così pian piano scomparire pazzi, affetti da qualsiasi genere di disturbo nervoso, handicappati e minorati fisici e psichici. Darwin aveva insegnato che la selezione della razza è il principio su cui si fonda l’evoluzione della natura e quindi del genere umano: come negare che una razza sola doveva essere selezionata tra le altre specie umane, la migliore e la portatrice di quanto di meglio c’era al mondo? Perciò nel nuovo mondo doveva rimanere solo una razza, matrice di giovani con gli occhi azzurri e i capelli d’oro, novelli principi azzurri del nuovo regno, e di belle e procaci giovani fattrici altrettanto bionde e capaci di generare figli e figli al servizio del nuovo ideale. Interi staff di medici furono incaricati di selezionare la razza, di scegliere il seme giusto per generare l’Uomo Nuovo, di provare a dare a tutti lo stesso colore degli occhi e dei capelli, lo stesso sangue di questa nuova specie. Di conseguenza poi nel nuovo mondo non ci doveva essere spazio per la diversità di ogni specie, come comporla con l’unità e l’unitarietà del nuovo popolo? E così chi praticava una fede religiosa o politica diversa, chi non riusciva a sognare lo stesso sogno,  chi aveva sogni diversi, chi si sentiva animato da sentimenti diversi, omosessuali, zingari che non provavano nessun amore di patria, e poi i diversi e traditori per eccellenza gli ebrei, considerati i cavalli di Troia di ogni società, tutti costoro dovevano lasciare spazio agli uomini nuovi. E anche qui la soluzione doveva essere radicale, finale: come si bruciano le erbacce in un campo prima della nuova semina. Chi magari oggi non comprendeva, dopo avrebbe compreso e ringraziato chi aveva avuto il coraggio di fare una così grande pulizia, di avviare la grande rivoluzione, di avviare il processo di nascita del nuovo mondo. I sogni si sa, diventano sempre più grandi, e più crescono più cresce la voglia di condividerli con altri: così ebbe la voglia e la gioia immensa di condividerli anche con gli abitanti dei paesi vicini, abbattendo le frontiere nazionali che ormai non avrebbero avuto più senso davanti al nuovo unico grande popolo nuovo. E prima o poi tutto il mondo avrebbe beneficiato degli effetti benefici del suo sogno. Peccato che non sia stato compreso! Gente incapace di guardare al futuro e al progresso, ai benefici della scienza e della tecnica, pertinacemente attaccata a ideali e valori passati, chiusa in un ghetto oscurantista, mandò in frantumi il suo sogno. E purtroppo  l’umanità è dovuta rimanere variegata per forme, colori, tradizioni, pensieri e affetti. Siamo rimasti diversi, l’uguaglianza è rimasto un mito: riusciremo mai a essere tutti identici e perfetti, l’uno simile all’altro per peso, altezza, colore di occhi e capelli, codice genetico e corredo cromosomico? Riusciremo mai a correggere gli errori di una natura matrigna e antidemocratica che non ci crea uguali gli uni con gli altri? E a correggere le differenza tra sani e malati, tra maschi e femmine, tra fertili e sterili? Perché la natura deve dare ad uno tre figli e ad uno nessuno? No, non c’è democrazia in questo! Un grande sogno bloccato da una minoranza reazionaria! Ma oggi c’è chi sta avendo il coraggio di rivivere quel sogno, di riprenderne la sua realizzazione da dove era stato interrotto: di questi uomini molti sentono il bisogno per riprendere sempre il cammino verso le magnifiche sorti e progressive dell’umanità, uomini che giustamente meriterebbero il titolo di benefattori del genere umano. Cosa che purtroppo pochi oggi comprendono. E fra questi pochi confesso di esserci anch’io. Perché il nome di quel sognatore era Adolf Hitler e se fosse andato avanti il suo sogno, io, piccolo brutto e nero, a quest’ora non sarei qui a scrivere di queste cose ma soprattutto a gioire, a piangere e ad amare qui con voi. Perché la mia esistenza è tutta un inno struggente alla vita che in ogni caso è degna di essere vissuta. Anch’io fui in principio un embrione e ringrazio i miei genitori perché ebbero il coraggio di scommettere sulla Vita. E di fidarsi del cuore. Perché “ il sogno (e non ‘il sonno’, come recita il detto filologicamente corretto del famoso monito di Goya) della ragione genera i mostri”. Goya non temeva infatti chi riconosceva che accanto all’ esprit de geometrie ha diritto di esistere anche l’ esprit de finesse e che la ratio non fosse l’ultima istanza del sapere umano: Goya temeva le pretese illuministiche che elevavano la ragione a Dea a cui sacrificare la libertà e la dignità dell’individuo. Perché se il progetto più bello per imporsi ha bisogno di sacrificare l’uomo allora non  è più un progetto umano (e ce lo ricorda proprio Kant preso a portabandiera dell’Illuminismo: l’uomo è sempre il fine, non può essere mai ridotto a mezzo per raggiungere altri fini) ma una aberrazione della ragione umana, è follia. E’ la lucida follia del sogno di Hitler (ma nel sogno folle dell’uomo nuovo da imporre con forza e con tutti i mezzi della scienza e della tecnica non c’è diversità ad esempio con Stalin e Mao e Ho Ci Min )  dei suoi epigoni che oggi ritorna in forma nuova e più subdola, alimentata dalla tentazione di Faust ( con la scusa di arrivare a curare e sconfiggere ogni malattia) che poi è la più antica delle tentazioni: “sarete come Dio”. Quando l’uomo sogna di essere un dio e vuole farsi arbitro di ciò che è bene e ciò che è male, manipolando le regole stesse della vita non fa che generare mostri. La storia del Golem di Praga (riletta nel mito cinematografico di Frankstein) ce lo insegna. E così l’uomo annichila se stesso: la manipolazione della vita umana si risolve in un suicidio. Forse ricordarlo oggi è più che mai necessario.

mercoledì 14 giugno 2017

Contro il fondamentalismo

Ho la grazia di occuparmi di dialogo interreligioso e quindi di vivere sulla frontiera dei rapporti fra le tre confessioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo, islamismo. Dico grazia perché in occasioni come queste ti accorgi come la possibilità di poter vivere un’esperienza di fede forte, frutto di un’identità consapevole e vissuta coerentemente non significa necessariamente l’arroccarsi in un integralismo fanatico, ma apre le porte ad un confronto sereno e ad un dialogo costruttivo tra appartenenti a fedi diverse, purché lo si voglia fare e soprattutto purché lo si faccia con grande onestà intellettuale. Confesso, infatti, di essere rimasto piacevolmente sorpreso e ammirato del coraggio che un musulmano, il noto sociologo e giornalista arabo Magdi Fuad Allam, ha avuto non solo nel deplorare ancora una volta l’islam della “guerra santa” e dei kamikaze imbottiti di dinamite (lo ha fatto in un libro bellissimo: Lettera ad un kamikaze che consiglio a tutti di leggere) ma di denunciare la deriva integralista che una parte dell’Islam sta vivendo. E l’integralismo, lo ha ammesso senza mezzi termini, è frutto di una lettura letteralista e fondamentalista del Corano. Una lettura che pretende cioè di derivare “sic et simpliciter” dal testo coranico valori e norme di vita “sine glossa” cioè senza nessun lavoro di interpretazione e di contestualizzazione. E tale lettura è voluta strumentalmente da chi vuole manovrare le masse ignoranti (e volutamente tenute nell’ignoranza) per tornaconti personali dove la volontà di Allah non c’entra affatto. Continuando di questo passo ha affermato icasticamente Allam l’islam sta procedendo verso il proprio suicidio, nonostante l’apparente marcia trionfale odierna: l’islam o accetta di rinnovarsi tramite l’apertura alla riflessione critica ed ermeneutica o non avrà futuro. Al di là delle sorti dell’islam credo che questa puntualizzazione sia stimolante anche in ambito cristiano. Fuad Allam dice che non si può leggere il Corano senza la chiave d’interpretazione dello stesso che ne da Muhamad nei suoi Detti e raccolti da tutta la tradizione e senza lo sforzo esegetico. Ugualmente penso che oggi anche in ambito ecclesiale ci sia il pericolo di un approccio letteralista e fondamentalista verso la Sacra Scrittura: in singoli personaggi ecclesiali o in tanti gruppi o movimenti o associazioni è in auge una lettura semplicista e acritica del vangelo da cui si sfocia o in un soggettivismo alienante in cui il “secondo me” - che non tiene conto della lettura “contestualizzata” da Esegesi e Tradizione ecclesiale -  vanifica il dato oggettivo del testo in un pensiero pio ma autogratificante tanto da non incidere per nulla nella storia personale, oppure sfocia in una lettura integralista e materialista del testo in cui il dato oggettivo è costretto in un “corto circuito” ermeneutico tale da violentarne il senso con la pretesa di una sua attualizzazione senza nessuna mediazione critica e quindi con un impatto astorico dirompente sulla realtà. E inoltre in entrambi i casi il rischio di plagio non è solo un’ipotesi astratta ma purtroppo reale ed attuale. La soluzione secondo l’Allam è il ritorno allo studio, allo sforzo esegetico, ad un’esperienza di fede non romantica o istintuale ma colta. E in questo sono più che d’accordo: lo si voglia o no  Corano, Bibbia e Vangelo sono libri e come tali devono essere  letti, studiati, interpretati e rettamente capiti. Non possediamo una rivelazione diretta da Dio: e questa è una grazia perché ci libera da ogni tentazione di teocrazia, non solo del Papa-re di Roma ma di tutti i piccoli papa-re che a volte si credono alcuni vescovi e preti e leader carismatici di questo o quel gruppo. Lo si voglia o no il cristianesimo non vuole ignoranti: è una “dotta ignoranza” quella che viene richiesta, una fede cioè certamente umile e sincera – perché non è riservato solo alla gente “colta”-, ma che sa che non può fare a meno della ricerca appassionata, amorevole e faticosa, lo “studium” appunto, con cui riuscire a cogliere la Parola  nel cuore delle parole. Confesso che ho paura dell’approccio immediato con cui clero e laici spesso si accostano alle pagine evangeliche col risultato di formare alla fede personalità bigotte ma non certamente mature e responsabili. Nonostante il pullulare nelle nostre sacrestie di iniziative di incontri e di lectio divina purtroppo bisogna riconoscere che siamo lontani da un approccio serio con la Bibbia. Bisogna tornare all’esegesi: il lavoro paziente e diuturno fatto nelle madrasse coraniche, nelle yheshivà ebraiche e che abbiamo quasi dimenticato nelle nostre parrocchie. La nascita di Gesù per i cristiani è la festa della Parola che si fa carne: ma se non si riesce a decifrarla nella Scrittura come poi riuscire a leggerla nei drammi dell’umanità e della storia? 

    La seconda assemblea sinodale: un evento di Chiesa.   Doveva essere l’ultima assemblea del cammino sinodale delle Chiese in Italia...