L'esortazione apostolica EVANGELII GAUDIUM ci mostra il cuore di Francesco, la sua fede, il suo modo di sognare una Chiesa che intraprende il suo exodus verso il mondo e i poveri: per fare cosa? Solo il suo dovere: evangelizzare, portare cioè la gioia di un annuncio lieto, bello agli uomini: che Dio li ama.
Essere cristiani che significherà così dunque? Essere i "cooperatori della vostra gioia" come era il motto di Benedetto XVI e della sua ansia di evangelizzare presentando il messaggio cristiano, prima che una dottrina o un'etica, un gioioso incontro con Cristo che salva. Una esortazione dunque in cui c'è tutta la testa di Benedetto e tutto il cuore di Francesco, da leggere, anzi da bere tutta in un sorso, come acqua fresca per l'anima pur sgorgante da un'antica sorgente!
E la Chiesa si rinnoverà ritornando a se stessa.
Grazie, papa Francesco!
CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
giovedì 28 novembre 2013
domenica 24 novembre 2013
Ecco cosa è la forma cattolica del credere!!!
Niente di più eloquente di questa immagine:
il Papa che tiene in mano le reliquie di san Pietro mentre si canta il credo.
Pietro e la fede.
Pietro e la sua fede.
Pietro la roccia della fede.
Pietro a fondamento della fede della Chiesa.
Pietro "Pastor et nauta".
Pietro clavigero del regno.
Per Petrum, cum Petro, in Petro, sub Petro.
Questa è la nostra fede.
Questa è la fede della Chiesa.
E noi ci gloriamo di professarla, in Cristo Gesù nostro Signore.
il Papa che tiene in mano le reliquie di san Pietro mentre si canta il credo.
Pietro e la fede.
Pietro e la sua fede.
Pietro la roccia della fede.
Pietro a fondamento della fede della Chiesa.
Pietro "Pastor et nauta".
Pietro clavigero del regno.
Per Petrum, cum Petro, in Petro, sub Petro.
Questa è la nostra fede.
Questa è la fede della Chiesa.
E noi ci gloriamo di professarla, in Cristo Gesù nostro Signore.
mercoledì 13 novembre 2013
Saluto del vicario foraneo di Scicli per l'apertura della visita pastorale del vescovo
Eccellenza Reverendissima,
è con gioia e con affetto che oggi la accogliamo fra di noi per l’inizio
ufficiale della visita pastorale nella nostra città. Lei già conosce la nostra
città per la sua ripetuta presenza nelle nostre chiese in occasione delle cresime
e di tante altre celebrazioni che lei ha voluto presiedere nelle varie
parrocchie del nostro vicariato e in altri eventi in cui ha potuto incontrare
non solo la comunità cristiana ma anche la comunità civile di Scicli.
Ma oggi si può dire che il nostro incontro assume i crismi della
ufficialità nel senso più bello del termine: ufficialità da officium – dovere /
responsabilità: lei è infatti qui a svolgere il suo ufficio di Pastore proprio
della chiesa locale che è stata affidata alle sue cure, la visita al gregge che
lei è chiamato a pascere con la parola, i sacramenti, il suo stesso buon
esempio.
Ed è un officium anche per tutti i fedeli di Scicli che si riconoscono
guidati dal suo ministero pastorale e nel quale e dal quale, ognuno per il modo
suo peculiare, tutti sono coinvolti e stimolati. Poiché per noi accoglierla non
è un mero atto di cortesia ma un vero evento di Chiesa e quindi direi quasi
un’esperienza teologale.
La accogliamo anzitutto noi parroci che condividiamo con lei il munus
pastorale del gregge di Dio in quelle porzioni della chiesa locale che sono le
parrocchie, e che, insieme con gli altri presbiteri e diaconi ci sforziamo di
servire per la formazione e la crescita di comunità cristiane autentiche che
credano in ciò che celebrano, che annuncino ciò che credono e vivano ciò che
annunciano.
La accolgono le comunità religiose, i membri delle Associazioni, dei
Movimenti e dei Gruppi ecclesiali che sono impegnati tutti nell’essere anticipo
e realizzazione fattiva dell’avvento del Regno, specie nell’esercizio della
carità e nel servizio ai poveri e ai bisognosi.
La accolgono i fedeli tutti delle parrocchie che vivendo nella
quotidianità del lavoro e della vita familiare si sforzano di vivere la loro
fedeltà al vangelo nella trama delle opere e dei giorni che richiedono di
essere fecondati dalla forza rinnovatrice dello Spirito.
Ma oggi la accoglie anche la comunità civile di Scicli, non connotata da
coloriture religiose o ideologiche, ma forte di quella sana laicità che vede
nella collaborazione tra le istituzioni civili e quelle religiose il terreno
propizio per la costruzione del bene comune a servizio della persona nella
integralità della sua persona.
E ciò che dico non vuol essere solo un riconoscimento formale ma è frutto
di una vera e leale collaborazione sperimentata negli anni passati e che
proprio nell’ultima tragedia dello sbarco degli immigrati eritrei a Sampieri e
della morte per tredici di loro, che ha scosso profondamente la nostra città,
ha visto fianco a fianco le nostre autorità in testa e poi tutti i
rappresentanti delle istituzioni, dei presidii militari e sanitari, insieme a
noi sacerdoti e fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà nella prima
accoglienza sulla spiaggia dei sopravvissuti, nella composizione dei cadaveri,
nel supporto dato ai parenti venuti per il riconoscimento delle vittime e per
il funerale, che non è stato il funerale – e la riprova è stata la celebrazione
ieri del trigesimo – di forestieri sconosciuti ma il saluto commosso a tredici
giovani che la città – se così si può dire – ha adottato e sentito come figli:
lo abbiamo espresso in quel drappo cremisi, il colore della nostra città, che
ha stretto in un abbraccio commosso quelle tredici bare. Una commozione sentita
ancora da tanti che recandosi al cimitero dai loro cari non hanno mancato in
questi giorni di porre un fiore anche sulle loro tombe.
Perché Scicli è stata e vuole continuare ad essere la città della
accoglienza e della solidarietà verso tutti. Ha ben ragione lei nel dire che
prima ancora di aprire spazi per l’accoglienza, bisogna aprire i cuori: perché
l’accoglienza prima che essere un problema logistico è un problema di affetto e
di cuore. Ebbene eccellenza, le posso assicurare che tanti cuori di cristiani e
non cristiani a Scicli sono già aperti e che da questi cuori scorrono fiumi
sotterranei di quella carità che magari non fa notizia e che pure si fa
vicinanza concreta e solidale col fratello che
soffre. E tanti altri sono i cuori in attesa di un evento che li faccia
aprire, che li faccia sbocciare come fiori al sole della fraternità.
Ecco, eccellenza, mi piace immaginare la sua visita – come fra l’altro
lei l’ha voluta scegliendo di dare la priorità delle visite agli ammalati e
dell’ascolto dei poveri e delle loro vicissitudini ed attese – come a
quell’evento di grazia che tocchi ogni sciclitano nel profondo e lo interpelli
e lo spinga a interrogarsi sul senso reale della propria esistenza, e lo spinga
soprattutto a decidersi per una vita vissuta nella fraternità: una vita
autenticamente umana e dunque veramente cristiana.
Questo auguro a lei come frutto del
suo ministero, questo auguro ad ognuno di noi sciclitani.
Dunque Eccellenza, benvenuto fra noi, cammini con noi, si senta uno di
noi.
venerdì 1 novembre 2013
Actus credendi non terminat ad enuntiabile sed ad rem ipsam.
C'è un principio in teologia che
è anche principio per la spiritualità e per la catechesi:
Come dire: l'atto del credere
non finisce nella enunciazione di cosa o in chi si crede, ma nella esperienza
stessa dell'oggetto del credere.
Cioè che il credere non è
semplicemente un fatto di "enunciazione" di dogmi di fede (un tempo
si parlava di fides quae creditur, cioè di contenuti di fede che sono
creduti appunto dal "credente") anche se questo aspetto, che comporta
l'impegno a rendere intelligibile la stessa fede, a mostrane le ragioni e
perciò la sua razionalità, è certamente importante e necessario, giacchè - e ce
lo ricorda continuamente papa Benedetto - la fides non può mai essere
separata o prescindere dalla ratio.
Ma l'atto del credere non può mai essere ricondotto ad un puro atto - illuministicamente - di comprensione intellettuale: il comprendere razionalmente, ad esempio, come il dogma fondi ed esprima la coesistenza in Gesù Cristo della divinità con l'umanità, è certamente fondamentale ed importante, ma questo non significa ipso facto che questo sia automaticamente un atto di fede, un actus credendi. Anzitutto perchè a questa comprensione può addivenire anche un ateo, senza implicare alcunchè di fede. Ma poi, soprattutto, perchè l'esperienza della salvezza (cioè il perdono dei peccati e il dono della vita eterna) non è il frutto della comprensione intellettuale del fedele: se così fosse saremmo in presenza non più della fede cristiana ma di una pura e semplice esperienza di gnosi (che in greco significa conoscenza), cioè appunto di conoscenza intellettuale, in cui si crede che per il semplice fatto che io ho compreso una verità di vita (ho cioè avuto - come si dice in gergo - una "illuminazione" intellettuale) io sia automaticamente già salvo!
Ma l'atto del credere non può mai essere ricondotto ad un puro atto - illuministicamente - di comprensione intellettuale: il comprendere razionalmente, ad esempio, come il dogma fondi ed esprima la coesistenza in Gesù Cristo della divinità con l'umanità, è certamente fondamentale ed importante, ma questo non significa ipso facto che questo sia automaticamente un atto di fede, un actus credendi. Anzitutto perchè a questa comprensione può addivenire anche un ateo, senza implicare alcunchè di fede. Ma poi, soprattutto, perchè l'esperienza della salvezza (cioè il perdono dei peccati e il dono della vita eterna) non è il frutto della comprensione intellettuale del fedele: se così fosse saremmo in presenza non più della fede cristiana ma di una pura e semplice esperienza di gnosi (che in greco significa conoscenza), cioè appunto di conoscenza intellettuale, in cui si crede che per il semplice fatto che io ho compreso una verità di vita (ho cioè avuto - come si dice in gergo - una "illuminazione" intellettuale) io sia automaticamente già salvo!
La gnosi è stato il pericolo più
sottile e insidioso del cristianesimo, nei suoi duemila anni di storia, e anche
oggi si ricicla nella teoria dei "valori" o dei "pricipii"
del cristianesimo.
Ma ridurre la fede ad alcune enunciazioni di alti ideali (più o meno condivisibili anche da chi vive in altre fedi o non è animato da nessuna fede), quali quelle oggi di moda: la pace, la giustizia, i diritti, la natura, e via di seguito, significa snaturare l'essenza stessa del cristianesimo.
Il cristiano non è colui chiamato a vivere di belle idee! E' colui che è chiamato a vivere l'incontro con una persona, Gesù Cristo, capace di cambiarti la vita.
Ma ridurre la fede ad alcune enunciazioni di alti ideali (più o meno condivisibili anche da chi vive in altre fedi o non è animato da nessuna fede), quali quelle oggi di moda: la pace, la giustizia, i diritti, la natura, e via di seguito, significa snaturare l'essenza stessa del cristianesimo.
Il cristiano non è colui chiamato a vivere di belle idee! E' colui che è chiamato a vivere l'incontro con una persona, Gesù Cristo, capace di cambiarti la vita.
Per questo noi parliamo di
"esperienza di fede": cioè di un atto del credere che coinvolge non
solo l'intelletto ma tutte le dimensioni dell'esistenza (e perciò oltre alla fides
quae creditur
occorre sempre anche la fides qua creditur cioè la fede per mezzo della quale si crede, in pratica quell'atteggiamento fondamentale di affidamento della propria persona nelle mani di colui che si riconosce come il proprio Signore e Salvatore).
occorre sempre anche la fides qua creditur cioè la fede per mezzo della quale si crede, in pratica quell'atteggiamento fondamentale di affidamento della propria persona nelle mani di colui che si riconosce come il proprio Signore e Salvatore).
Allora si capisce meglio il
principio enunciato all'inizio.
L'atto del credere, cioè il mio cammino di fede, non finisce quando io
comprendo che Gesù è il Signore e il Salvatore, ma quando io di questa stessa
salvezza concessami in Cristo e per Cristo ne faccio una esperienza
piena,completa, personale.
Che questo sia un principio
fondamentale per la teologia dovrebbe essere evidente di per sè: perchè la vera
teologia non è mai riconducibile solamente ad una dotta discussione "su
Dio" (questa la può fare anche un ateo, abbiamo detto) ma è sempre anche
intelligenza piena e quindi esperienza vitale di Dio! Cosicchè non ci può
essere vero credente che non sia anche "teologo" e non ci può essere
teologo senza che sia anche un vero credente.
E' la lezione di San Tommaso
d'Aquino, capace di innalzare la mente nelle esplorazione delle alte vette di
Dio, ma poi anche di saper piegare le ginocchia davanti al Santissimo
Sacramento e di saper dire che davanti al mistero della transustanziazione dove
falliscono la vista, il tatto e il gusto,
solo la fede è capace di fondare l'atto del credente: e forse il dramma di
oggi è quello di avere tanti sedicenti teologi ma pochi veri credenti!
Se questo è dunque un principio
teologico non astratto ma esistenziale, allora è anche il fondamento della vita
spirituale: non si comprende come si possa avere vita spirituale (che poi
significa vita di grazia, nello Spirito Santo, cioè esperienza della presenza
salvifica di Dio in Cristo nella nostra persona) senza che questa sia per
l'appunto esperienza, e non solo precomprensione razionalista di tecniche e
metodi mentali di "accaparramento del sacro" che si fermano al
chiacchiericcio senza attingere alla rem ipsam cioè alla stessa
esperienza della grazia e della salvezza, riducendosi a forme di
autogratificazione personale, al limite dell'autoerotismo psicologico.
E la garanzia che si arriva a vivere, a sperimentare il dono della grazia, cosa in cui consiste di fatto l'esperienza della salvezza, è data dall'inveramento del principio nell'esperienza liturgico-sacramentale. Giacchè l'esperienza della salvezza di Cristo è possibile oggi solo attraverso i sacramenti e nella liturgia della Chiesa, dire oggi che l'atto del credere non si conclude con l'enunciazione del dogma ma deve arrivare alla ipsam rem della salvezza, vuol dire concretamente che la confessione della fede deve terminare nell'esperienza sacramentale. Non c'è fede senza Sacramento. Non c'è proclamazione di fede che non nasca dunque dalla Parola e dal suo accoglimento, ma che non si concluda nel Sacramento.
E la garanzia che si arriva a vivere, a sperimentare il dono della grazia, cosa in cui consiste di fatto l'esperienza della salvezza, è data dall'inveramento del principio nell'esperienza liturgico-sacramentale. Giacchè l'esperienza della salvezza di Cristo è possibile oggi solo attraverso i sacramenti e nella liturgia della Chiesa, dire oggi che l'atto del credere non si conclude con l'enunciazione del dogma ma deve arrivare alla ipsam rem della salvezza, vuol dire concretamente che la confessione della fede deve terminare nell'esperienza sacramentale. Non c'è fede senza Sacramento. Non c'è proclamazione di fede che non nasca dunque dalla Parola e dal suo accoglimento, ma che non si concluda nel Sacramento.
Nel Battesimo-Confermazione
anzitutto come a conclusione del cammino di conversione (e nei sacramenti
collegati del perdono che sono la Confessione e l'Unzione dei malati); e poi
nei sacramenti della vita nuova del servizio ecclesiale (Ordine e Matrimonio)
ma soprattutto nel Sacramento dell'Eucaristia che della vita nuova in Cristo
è centro.
Ciò vuol dire allora che questo
principio teologico è anche il principio che sottostà a tutto l'impegno
catechistico. A cosa deve tendere infatti la catechesi se non ad una pedagogia
della fede che accompagni il cristiano non solo a saper confessare la sua
fede e a renderne ragione, cioè a saper interiorizzare ed esprimere i contenuti
del suo credere perchè ne risulti tutta la sua razionalità e credibilità e il
credere non sia ridotto a miti e favole per bimbi, ma che arrivi anche e
soprattutto a far fare di quella fede confessata una esperienza celebrata nei
sacramenti e vissuta nelle varie dimensioni dell'esistenza personale del
credente?
Una catechesi che non sbocchi nella celebrazione sacramentale dà solo
l'illusione di un cammino compiuto, che si arresta invece proprio davanti alla
porta dell'esperienza della salvezza che pur vorrebbe favorire! Non
solo: staccando poi l'esperienza di fede dal percorso dell' intellectus la
stessa esperienza sacramentale viene ridotta ad una esperienza o magica o
puramente estetica o ad una pura esperienza celebrativa ridotta ad una
cerimonia avulsa dalla realtà del credente, incapace di produrre frutti di
grazia (cioè di attingere alla pienezza dell'esperienza di salvezza se non per
il minimo vitale dell' ex opere operato) e quindi anche
di sostenere l'impegno del credente in una coerente testimonianza di
vita.
Così abbiamo percorsi
catechistici che si riducono solo all' enuntiabile (quasi percorsi
scolastici paralleli incapaci di toccare il cuore dei credenti) oppure ispirati
solo ad una esperienza di fraternità cristiana ridotta però al solo humanum
del "vogliamoci bene, come è bello stare insieme!".
Questo spiega perchè tanti bambini e ragazzi, pur frequentando il catechismo il sabato non riescano poi a comprendere le ragioni della partecipazione alla Messa domenicale; o perchè tanti ragazzi e giovani abbandonino la vita sacramentale al culmine della iniziazione cristiana, quando questa vita dovrebbe prendere le mosse proprio dalla pienezza della iniziazione che dovrebbe vedere nell'Eucaristia (e non nella Cresima) la fonte ed il culmine di tutta la vita cristiana, come insegna il Concilio Vaticano II.
Questo spiega perchè tanti bambini e ragazzi, pur frequentando il catechismo il sabato non riescano poi a comprendere le ragioni della partecipazione alla Messa domenicale; o perchè tanti ragazzi e giovani abbandonino la vita sacramentale al culmine della iniziazione cristiana, quando questa vita dovrebbe prendere le mosse proprio dalla pienezza della iniziazione che dovrebbe vedere nell'Eucaristia (e non nella Cresima) la fonte ed il culmine di tutta la vita cristiana, come insegna il Concilio Vaticano II.
Riscoprire l'impegno educativo
della Chiesa - come è detto nel progetto delle Chiese in Italia per questo
decennio - significa a mio avviso ripartire anzitutto da una comprensione della
catechesi come accompagnamento pedagogico che aiuti ad entrare pienamente nel
mistero della salvezza, che niente altro è che la stessa esperienza della
misericordia divina rivelata a noi nel Cristo e diffusa nel nostri cuori dallo
Spirito Santo. E' per questa misericordia che noi siamo salvi e ci è data in
dono la vita nuova. E perciò una catechesi vera conduce a sperimentare la
misericordia divina nei sacramenti della Chiesa. E solo una sapiente
mistagogia (cioè di introduzione ai sacramenti per ritus et preces) saprà rendere l'esperienza sacramentale della
misericordia la base per una coerente testimonianza di vita. Se vogliamo
cristiani capaci di essere annunciatori dell'amore di Dio, dobbiamo avere
prima cristiani che di questo amore ne facciano esperienza vera e sincera.
L'impegno è dunque quello di non
essere solo enunciatori, quanto sperimentatori della salvezza.
Per poi vivere l’impegno della vita nuova.
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