venerdì 12 maggio 2017

Ripubblico una riflessione del 2004 ma ancora attuale (sperando che nessuno arricci il naso)!

Confesso che è da un po’ di tempo che mi porto dentro la riflessione di questo mese e che poi ho sempre rimandato a pubblicarla nella speranza di poter trovare una espressione più soft rispetto a quella che tra poco leggerete: il fatto è che gira e rigira non me ne sono venute altre in aiuto per significare un tipico atteggiamento purtroppo diffuso in tanti che pretenderebbero di fare i furbi ai danni di poveri malcapitati e che, sinceramente mi ha fatto e continua a farmi soffrire non poco sia in episodi in cui sono stato coinvolto in prima persona, sia in altri a cui mi sono trovato ad assistere. Faccio affidamento allora sull’intelligenza dei lettori che spero non si fermeranno al commento stupido e superficiale di come un prete possa usare una battuta grossolana e che mi auguro invece mi seguiranno nel deplorare la volgarità e l’ottusità di chi pensa che il mondo sia fatto solo per chi si crede spocchioso. Ma forse avevano ragione già i greci a proposito di commedia e tragedia quando dicevano che se il linguaggio deve rispecchiare  gli stili di vita allora un comportamento volgare non può che essere espresso in una espressione a prima vista volgare ma, diciamolo francamente, in realtà spesso volgare non è il linguaggio ma il comportamento stesso che si trova a descrivere.

Ebbene, col crescere vedo sempre di più la ricchezza dei consigli e delle riflessioni su come va il mondo ereditata da mio padre e finisco sempre più col dargli ragione nel suo guardare la vita e i rapporti sociali con occhi disincantati. E se c’è una constatazione su cui sono sempre più d’accordo con lui è nel riconoscere che molte persone veramente credono che “a minchia ‘nculu r’autru para filu ri ina”. Il detto se volete è un po’ crudo e si riferisce ad un atto di sodomia a cui chi si crede furbo vorrebbe sottoporre il “paziente” di turno, nella pretesa che tale operazione sarà indolore (la “ina” è quell’erba che ha uno stelo lunghissimo e sottilissimo: ergo…). La parabola è presto svelata, perché chiaramente si adombra il comportamento di chi si crede libero di poter usare e abusare degli altri a proprio piacimento, magari sorprendendosi se l’altro ha una qualche reazione, come se fosse quasi un suo diritto abusare dell’ altro e questi avesse solo il dovere di farsi abusare…salvo poi reagire in modo indignato quando il trattamento che il furbo vorrebbe riservare agli altri qualcuno vorrebbe riservarlo proprio a lui!!! Allora verrebbe da  chiedere al furbo: ma se tu ti lamenti per il supposto male che ti viene fatto, non ti è mai venuto in mente che tu hai potuto fare male all’altro? Ecco il nocciolo della questione: confesso di essere stanco e nauseato di vedere gente che si crede “sperta” e che in nome di un preteso diritto fondato solo sulla propria “spirtizza” pretende che tutti gli altri siano solo persone da prendere in giro! Non c’è rispetto che tenga, non c’è sincerità alcuna, non c’è valore o ideale capace di arginare questo comportamento. Gli altri sono solo oggetti che io posso usare a mio piacimento! E non hanno neanche il diritto di ribellarsi! Specie se poi è un credente, un cristiano che crede in quello che professa, a maggior ragione poi se è un ecclesiastico o un prete: allora non ci sono dubbi che tengano. Io come prete dunque ho solo il dovere di essere buono, dove “buono” a detta di questi signori significa solo il dovere di farmi prendere in giro, di farmi sfruttare, di subire i ricatti più o  meno celati da lusinghe di chi pensa solo al proprio interesse e tornaconto. Perché se reagisco contro l’evidente ingiustizia e l’offesa della mia dignità che cristiano, che prete sono? E mi si mette davanti magari il  vangelo del “porgi l’altra guancia” e l’esempio di Cristo che tutti ha perdonato. Ma si dimentica che Cristo al soldato che l’aveva schiaffeggiato in modo ingiusto chiese conto di quel suo schiaffo: “se ho parlato male, dimostrami dov’è il male, ma se ho parlato bene perché mi hai schiaffeggiato?” Perché essere buoni è un conto, essere “babbi”è un altro conto e Cristo ci ha voluti “semplici come le colombe ma astuti come i serpenti” cioè buoni ma non fessi! E un conto è la mia scelta personale e sofferta di perdonare chi mi ha fatto del male, un conto è che l’altro deliberatamente mi faccia del male e pretenda pure che io non solo non mi ribelli ma che pure lo perdoni! Nel vangelo secondo Giovanni la masnada di gentaglia guidata da Giuda venuta per arrestare Gesù le prime due volte fallisce nel suo tentativo e può mettere le mani su di lui solo dopo che Cristo ha ribadito chiaro e tondo, come farà poi davanti a Pilato, che non sono loro che lo prendono, ma è lui che si lascia arrestare: episodio da sempre letto nella tradizione come un modo per dire che il cristiano il “martirio” non lo subisce ma lo sceglie. Allora sia chiaro che sono io che scelgo sempre se essere buono o no, se reagire al male o no, se perdonare o no: e se a volte, come dice il vangelo, non oppongo resistenza al male lo faccio non perché sedotto dal fascino del furbo ma solo perché so che il mio Vendicatore è Dio e lui prima o poi farà giustizia. Perciò oggi più che mai, in un tempo in cui si crede che il successo spetta a chi si impone di più con la forza, con le grida, con le minacce e tutti i soprusi di ogni genere, mi sentirei di ricordare a tutti quelli che si sentono “sperti” altri due detti popolari: ricordate cari amici che “ sa chi nun piacia a tia a l’avitri nun fari” perché “chiddu ca facimu avimu fattu”, perciò attenti cari amici che andate in giro vantandovi di essere capaci di prendere gli altri per i fondelli, non vorrei che alla fine la vera, grande solenne presa per il … alla fine della vita non la prendiate proprio voi!

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