venerdì 19 luglio 2019

Omelia per Martina


Le circostanze tragiche della morte della sorella Martina ci spingono, come comunità ecclesiale, ma anche come comunità civile, a interrogarci sul perché un fatto del genere possa essere accaduto, e a cercare di darne, se non una spiegazione - una spiegazione infatti sfugge ad ogni logica umana - almeno una interpretazione che aiuti a dare senso ultimo, e quindi a vivere con consapevolezza e responsabilità, un evento che altrimenti potrebbe farci correre il rischio di leggerlo solo in termini di inaudita sofferenza e immane disperazione.
E’, dunque, per non correre questo rischio che, riuniti come comunità credente davanti al Dio della vita e della morte, vogliamo metterci in ascolto di Lui e della sua Parola, a Lui porgere le nostre domande, da Lui ascoltare una parola di comprensione e di conforto.
Ho, proprio per questo, voluto scegliere un brano del Vangelo in cui siamo messi davanti a due episodi di sciagure successe durante la predicazione di Cristo a Gerusalemme.
Il contesto del passo lucano è dato da due fatti tragici: uno dovuto alla violenta repressione del prefetto di Roma, Ponzio Pilato, che ha fatto massacrare degli zeloti galilei nel tempio, mescolando il loro sangue al sangue dei sacrifici animali; l'altro, invece, è una di quelle sciagure, apparentemente casuali e assurde, e si tratta del crollo della torre di Sìloe, che ha provocato la morte di diciotto persone. Nel primo caso c'è un atto crudele da parte di un potente, nel secondo caso un fatto ineluttabile, che sembra rinviare ad un cieco destino. 
In verità, il vangelo ha sullo sfondo l'interrogativo sul male presente nel mondo,
In fondo, dietro questi due avvenimenti, possiamo percepire le eterne domande dell'uomo e del credente davanti al mistero del male: perché Dio, onnipotente e buono, permette violenze talvolta immani e impensabili nella storia degli uomini? Perché non impedisce disastri, sciagure, terremoti, incidenti di ogni genere, tutti eventi che sfuggono alla responsabilità, almeno diretta, dell'uomo? Perché spesso l’innocente vi trova la morte?
Ora, la duplice risposta di Gesù, da una parte, richiama una misteriosa connessione che sussiste tra il male, presente nell'uomo e nel mondo, dall'altra mette in guardia da una lettura semplicistica che considera la sventura e la sofferenza come immediata punizione dei peccati e invita a scendere più in profondità.
E’ quanto Gesù ripete a noi oggi.
Anzitutto ci dice che è sbagliato leggere la fine drammatica di Martina come punizione per le sue colpe, perché agli occhi di Dio tutti siamo peccatori, tutti portiamo il peso, più o meno grave, dei nostri peccati, tutti siamo uomini feriti dal peccato: certo, chi muore non è più peccatore di altri che rimangono in vita, né chi rimane in vita può credersi più giusto di chi muore.
Questa equazione << uccisione uguale peccatore, non uccisione uguale giusto>>, non è dalla sapienza divina. È invece dalla stoltezza umana. È la coscienza davanti a Dio che deve attestare la nostra colpevolezza o la nostra innocenza, non la storia. Gli uccisi o che muoiono in incidenti non sono più colpevoli degli altri.
Noi non siamo qui per fare noi una distinzione tra buoni e cattivi, fra giusti e ingiusti. 
Né siamo qui per fare processi sommari alle buone o cattive intenzioni.
Siamo qui invece per metterci nell’orizzonte più ampio della consapevolezza che, come ci ricorda san Paolo, tutti ci presenteremo davanti al tribunale di Dio e ognuno sarà chiamato a rendere conto a Dio delle proprie azioni. Ed è da Dio che riceverà il premio o la condanna. 
Ecco perché oggi siamo qui a ricordare che la vera morte non dipende dalle circostanze esterne, a volte anche tragiche, ma la vera morte è la perdita dell’anima, dell’amicizia con Dio. 
Oggi qui siamo invitati ad avere uno sguardo nuovo, che penetra oltre l'immediata superficie ed invita a giudicare i fatti in modo più radicale, cogliendo in tutto un appello alla libertà, per una scelta tra la vita eterna e la morte eterna, tra la perdizione e la salvezza, tra inferno o paradiso, come insegna il Catechismo della Chiesa cattolica. 
E’ l’appello di Cristo alla conversione: “No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo".
Cioè a cambiare vita. 
Dunque, agli occhi di Cristo non conta separare gli uomini in giusti ed ingiusti, perché a Cristo sta a cuore scuotere la libertà di tutti, e mostrare che senza conversione, siamo tutti in cammino verso la morte, verso una perdizione che inizia nel tempo, e sfocia nell'eternità. 
Allora, davanti a certi avvenimenti tragici, dovuti alla disumana o irragionevole violenza o incoscienza dell'uomo, non ci è chiesto di trovare una spiegazione esauriente e completa, che annulli il mistero e lo scandalo del male, ma di raccogliere il richiamo alla nostra umana fragilità: siamo provocati a riconoscere il nostro limite, aggravato dalla libera scelta del peccato, e chiamato a consegnarsi all'abbraccio del Dio vivente, che in Cristo si manifesta come Dio ricco di misericordia e di compassione. Tutto dipende dal giudizio che realizziamo di fronte agli eventi, dal discernimento che operiamo: davanti al male della storia umana c'è un discernimento superficiale che divide i buoni dai cattivi, i colpevoli dagli innocenti in nome della giustizia, oppure che ritiene il male come un accidente inevitabile e casuale, optando, alla fine, per un'esistenza senza significato. 
Ma c'è un altro discernimento che Cristo ci propone e che consiste nel riconoscere, anche negli eventi negativi e ingiusti, il Padre che viene incontro a noi, chiamandoci a conversione: la vera "morte" inizia in un'esistenza che prende le distanze dal suo Signore e che pretende di auto-salvarsi, mentre l'autentico discernimento apre gli occhi a leggere in tutto un appello di Dio a cambiare vita nella conversione a Lui.
Nella tragica fine di Martina, siamo chiamati dunque a sospendere ogni affrettato giudizio, e, può sembrare paradossale, ma è il paradosso della fede, siamo chiamati a cogliere questo evento doloroso come evento di grazia. 
Cioè come una opportunità di conversione e di salvezza che oggi il Signore ci offre. 
Chi si deve convertire? Tutti! Chi deve cambiare vita? Tutti!
Viene la morte. A volte all’improvviso.  
Si pensa che essa sia solo per gli altri. 
Nessuno può dire di essere al riparo da incidenti come quello occorso a Martina: ecco perché la morte subita da innocenti dovrebbe spingere tutti a conversione e a penitenza. La morte può venire in qualsiasi modo. Ognuno si chieda <<Se fossi stato io al suo posto, dove sarei ora? Sarei salvo o sarei dannato per sempre?>> 
E in questo appello alla conversione, che deve toccare tutti e ognuno, mi permetto di indicare alcune vie a riprova di una vita da cambiare affinché la conversione sia vera e credibile.
nzitutto occorre convertirsi da uno stile di vita in cui la regola ultima sia la ricerca sfrenata ed egoistica del proprio piacere ad ogni costo, in una fraintesa libertà personale che arriva allo sprezzo della vita e della libertà altrui,verso una stile di vita che cerchi anzitutto il bene comune e il rispetto della vita e della dignità umana.
Si grida alla libertà calpestata, violata quando sono negati certi pretesi diritti ma nessuno pensa che vera libertà civica è l’esercizio e l’assunzione anche di doveri. Nessuno che pensa che urge agire con più sapienza, accortezza, temperanza, attenzione, somma vigilanza. Nessuno che dica che certe cose non si possono fare. Nessuno che ripeta che certe regole vanno osservate. Se queste cose non le comprendiamo, siamo stolti. La storia non insegna nulla, quando si è stolti ed insipienti. La stoltezza sempre produce e genera ogni morte.
Assistiamo ormai quasi impotenti al ripetersi di liturgie di morte per i tanti, troppi, incidenti non frutto del tragico caso, ma di uno sciagurato e irresponsabile esercizio della libertà che genera impudenza e imprudenza, azioni sconsiderate, decisioni non ponderate. 
Chiaramente siamo qui, come comunità civile, a chiedere che la giustizia faccia il suo corso, che vengano accertate le responsabilità di chi ha provocato la perdita di una vita umana, privando del conforto della mamma un figlio bisognoso di cure, del suo affetto la sua famiglia bisognosa della sua presenza.
E ci auguriamo che l’autore di tale sciagura abbia la piena coscienza del debito contratto nei riguardi della comunità e della convivenza umana che col suo atto ha minato alle radici. 
Noi preghiamo perché anche in lui si innesti un cammino di pentimento e di conversione perché rifletta seriamente sul senso della vita e sulla gioia di vivere che forse lui ha cercato ma ha creduto di trovare percorrendo strade sbagliate e senza uscita. 
Ma vogliamo pregare anche per la conversione delle autorità, ad ogni livello perché al di là di scelte demagogiche sappiano indirizzare con forza i cittadini sulla via della giustizia, del diritto, e del rispetto della legge, per garantire sicurezza e legalità; 
vogliamo pregare per la conversione di quanti hanno responsabilità educativa, come gli insegnanti a scuola: che abbiano la consapevolezza inderogabile che il futuro della società passa attraverso la formazione delle nuove generazioni al senso civico e al rispetto delle persone; 
vogliamo pregare soprattutto per i genitori, perché riprendano con coraggio il loro ruolo di primi educatori nella fede e nell’esercizio della moralità e delle scelte etiche da compiere, anche a prezzo di rinunce e sacrifici: basta con i padri che giocano a fare gli amiconi dei figli! 
La società non ha bisogno di bimbi viziati e irresponsabili, ma di uomini maturi e coscienti che il futuro del mondo dipende anche dal loro impegno attivo e generoso: ecco perché l’ultimo appello alla conversione mi sento di farlo ai tanti, troppi giovani che stanno consegnando la loro vita in sentieri di morte, votando se stessi allo svuotamento del senso della vita barattato per attimi fuggenti di piacere, ricercato nella droga e in ogni altro genere di alienazione: cari giovani, non dovete aver paura, abbiate il coraggio di non fuggire, di affrontare la vita, di viverla e di gustarla in tutta la sua affascinante bellezza. 
Allora, e solo così, la morte di Martina non sarà stata vana.
Lo voglio ricordare anzitutto ai suoi familiari. 
Questo è il momento del dolore da rimettere nelle mani di Dio, come ci ricorda il libro delle Lamentazioni, di fidarci di Dio e aspettare in silenzio che lui riveli il suo progetto di salvezza. 
Ma anzi, siamo chiamati a continuare a sperare “contro ogni speranza”, come direbbe san Paolo, perché, come abbiamo pregato nel salmo, in Lui abbiamo riposto ogni speranza, perché le misericordie del Signore non sono finite. 

Se la vita di Martina e la sua morte riuscirà a scuotere le nostre coscienze, allora non sarà stata una vita sprecata: <<se il chicco di grano caduto a terra non muore, non può dare frutto>>. Martina è stata seminata a terra da un folle gesto di sconsideratezza umana, ma ora quello che importa è che dalla sua morte riusciamo a coglierne frutti di grazia.

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