Ecco perché ne scrivo oggi : perché credo che la lezione di Padre Brown dovrebbe essere seguita non solo da un umile prete qual io sono che cerca di fare bene il suo “mestiere” ma anche da chi prete - e aggiungo di più, cristiano o credente - non è. Oggi ci siamo assuefatti al male. Non ne proviamo più orrore. Non ci disgusta il male che ci circonda, dalle guerre alla violenza diffusa, dalle truffe agli inganni, dalla calunnia alla diffamazione... I lunghi rosari delle sciagure snocciolati dai telegiornali non ci scuotono più, il male di cui veniamo a conoscenza, oppure quello solamente rappresentato in film e telefilm vari ci lascia indifferenti. E tutto ciò forse proprio perché non ci disgusta il male che ci portiamo dentro : o perché ci siamo abituati a conviverci o peggio perché neanche più lo riconosciamo come male. Non ci scandalizziamo del male nel mondo perché prima dovremmo scandalizzarci dal male che sta in noi, e non ci impegniamo a combattere il male esterno in modo radicale perché in fondo sentiamo che dovremmo cominciare a combatterlo in noi stessi. Scusatemi : non è una predica. E’ per un estremo atto di amore, anzi direi di più, è per un estremo atto di giustizia, verso di me e verso gli altri in quanto persone umane e per il mondo e per l’uomo creati buoni e belli da Dio ma sempre tentati verso l’abbrutimento dal Serpente antico : come P. Brown scrivo non da giudice ma a partire dall’esperienza del male che per primo in me stesso ritrovo. Perché come P. Brown mi convinco sempre di più che se noi e il mondo dobbiamo avere un futuro allora dobbiamo ritornare a provare orrore per il male, per la stortura, per la bruttezza che rovina il bene. Dobbiamo ritornare a provare la gioia per il bene in se stesso, la gioia di quella buone azioni e magari di quei “fioretti” che facevamo da piccoli con la consapevolezza di mettere un argine anzitutto al male che alberga dentro di noi. Non scrive infatti Tagore che la prima rivoluzione contro il male del mondo la si combatte nel proprio cuore ? Un tempo si parlava di “anime belle”, di “bei caratteri” . Oggi, per il mancato orrore del male, si è perso il gusto e il senso estetico per il bene e per il bello (che filosoficamente “convertuntur”) : ma se è vero che la “bellezza salverà il mondo” (Dostoevskij) allora il nuovo mondo (quello del terzo millennio), e quindi ognuno di noi, o sarà bello (e buono) o non sarà affatto.
CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
venerdì 30 gennaio 2015
la fede e i gialli
Sono un appassionato lettore di G. K. Chesterton che ammiro sia per lo stile e l’impegno culturale sia insieme per il coraggio che seppe avere, nella conversione al cattolicesimo, di vivere controcorrente nella società anglicana puritana e conformista dei suoi tempi. Forse qualcuno lo ricorderà per essere il creatore di quella straordinaria figura di prete - investigatore che è Padre Brown. Ed è proprio di P. Brown che qui voglio parlare. Non perché questo detective in talare abbia qualcosa da spartire con gli altri pur famosi quali la Mrs. Marple o il signor Poirot o la Jessica Flecther o il solito Holmes. Ma proprio perché in realtà questo detective è proprio l’antidetective ! Perché Padre Brown in realtà non investiga, o almeno nel senso comune della parola. Questo pretino dall’apparenza insignificante compie si delle investigazioni davanti ai delitti che gli si commettono davanti : ma sono investigazioni nel profondo del cuore. Del proprio cuore. Questo è il suo segreto che candidamente confessa agli increduli : non c’è delitto che il suo cuore non si senta capace di commettere. Perché il delitto è frutto del peccato e nessuno ne è immune. Ogni cuore è sempre potenzialmente aperto al delitto. Per questo P. Brown è capace di “sentire” il peccato e il delitto e l’orrore che ne viene fuori : “Sono un uomo - dice - e pertanto ho tutti i diavoli nel cuore”. Sentendo e pensando come chi il delitto l’ha realmente commesso (“ho visto davvero me stesso, il me stesso reale, commettere gli omicidi. Non ho ucciso materialmente le persone, ma non è questo il punto...voglio dire che ho pensato e ripensato a come un uomo possa arrivare a compiere tali azioni, finché ho capito che anch’io ero così, in tutto tranne nel concedermi il permesso dell’atto finale...è una specie di esercizio religioso”) non desta nessuna meraviglia che poi l’autore del delitto schiuda il suo cuore non al detective ma al prete nella confessione non del delitto in se ma del peccato che l’ha generato. Sono grato a Chesterton per aver “inventato” questo prete : che è, lo confesso uno dei miei “modelli” ministeriali. A Chesterton in fondo il giallo interessa per avere l’occasione di riflettere e di far riflettere sul dramma del peccato, del genere umano capace di toccare vette altissime di grazia ma insieme di sprofondare anche negli abissi della degenerazione. E Padre Brown “investiga” proprio in questi abissi. Lo fa da prete. E proprio perché prete. Perché un prete non può fare a meno di farsi carico del peccato altrui. Ma lo fa senza farsi giudice del fratello. Anzi, proprio con una consapevolezza di fondo : che il baratro del peccato è sempre in agguato anche sotto i suoi piedi. Solo chi è in grado di comprendere questo può essere ministro della compassione divina. Ma qual è il segreto di P. Brown ? E’ che nella ripetizione di questa “specie di esercizio religioso” ,come lo chiama, lui alimenta in sé la capacità di continuare a provare orrore per il male e riconoscerne la radice diabolica che perverte la natura umana. E’ l’orrore per il male presente in sé che lo blocca da quello che lui chiama l’atto finale, ciò dall’accondiscendere alla tentazione della perversione. E’ l’orrore per il male che glielo fa riconoscere e leggere negli occhi degli altri.
Ecco perché ne scrivo oggi : perché credo che la lezione di Padre Brown dovrebbe essere seguita non solo da un umile prete qual io sono che cerca di fare bene il suo “mestiere” ma anche da chi prete - e aggiungo di più, cristiano o credente - non è. Oggi ci siamo assuefatti al male. Non ne proviamo più orrore. Non ci disgusta il male che ci circonda, dalle guerre alla violenza diffusa, dalle truffe agli inganni, dalla calunnia alla diffamazione... I lunghi rosari delle sciagure snocciolati dai telegiornali non ci scuotono più, il male di cui veniamo a conoscenza, oppure quello solamente rappresentato in film e telefilm vari ci lascia indifferenti. E tutto ciò forse proprio perché non ci disgusta il male che ci portiamo dentro : o perché ci siamo abituati a conviverci o peggio perché neanche più lo riconosciamo come male. Non ci scandalizziamo del male nel mondo perché prima dovremmo scandalizzarci dal male che sta in noi, e non ci impegniamo a combattere il male esterno in modo radicale perché in fondo sentiamo che dovremmo cominciare a combatterlo in noi stessi. Scusatemi : non è una predica. E’ per un estremo atto di amore, anzi direi di più, è per un estremo atto di giustizia, verso di me e verso gli altri in quanto persone umane e per il mondo e per l’uomo creati buoni e belli da Dio ma sempre tentati verso l’abbrutimento dal Serpente antico : come P. Brown scrivo non da giudice ma a partire dall’esperienza del male che per primo in me stesso ritrovo. Perché come P. Brown mi convinco sempre di più che se noi e il mondo dobbiamo avere un futuro allora dobbiamo ritornare a provare orrore per il male, per la stortura, per la bruttezza che rovina il bene. Dobbiamo ritornare a provare la gioia per il bene in se stesso, la gioia di quella buone azioni e magari di quei “fioretti” che facevamo da piccoli con la consapevolezza di mettere un argine anzitutto al male che alberga dentro di noi. Non scrive infatti Tagore che la prima rivoluzione contro il male del mondo la si combatte nel proprio cuore ? Un tempo si parlava di “anime belle”, di “bei caratteri” . Oggi, per il mancato orrore del male, si è perso il gusto e il senso estetico per il bene e per il bello (che filosoficamente “convertuntur”) : ma se è vero che la “bellezza salverà il mondo” (Dostoevskij) allora il nuovo mondo (quello del terzo millennio), e quindi ognuno di noi, o sarà bello (e buono) o non sarà affatto.
Ecco perché ne scrivo oggi : perché credo che la lezione di Padre Brown dovrebbe essere seguita non solo da un umile prete qual io sono che cerca di fare bene il suo “mestiere” ma anche da chi prete - e aggiungo di più, cristiano o credente - non è. Oggi ci siamo assuefatti al male. Non ne proviamo più orrore. Non ci disgusta il male che ci circonda, dalle guerre alla violenza diffusa, dalle truffe agli inganni, dalla calunnia alla diffamazione... I lunghi rosari delle sciagure snocciolati dai telegiornali non ci scuotono più, il male di cui veniamo a conoscenza, oppure quello solamente rappresentato in film e telefilm vari ci lascia indifferenti. E tutto ciò forse proprio perché non ci disgusta il male che ci portiamo dentro : o perché ci siamo abituati a conviverci o peggio perché neanche più lo riconosciamo come male. Non ci scandalizziamo del male nel mondo perché prima dovremmo scandalizzarci dal male che sta in noi, e non ci impegniamo a combattere il male esterno in modo radicale perché in fondo sentiamo che dovremmo cominciare a combatterlo in noi stessi. Scusatemi : non è una predica. E’ per un estremo atto di amore, anzi direi di più, è per un estremo atto di giustizia, verso di me e verso gli altri in quanto persone umane e per il mondo e per l’uomo creati buoni e belli da Dio ma sempre tentati verso l’abbrutimento dal Serpente antico : come P. Brown scrivo non da giudice ma a partire dall’esperienza del male che per primo in me stesso ritrovo. Perché come P. Brown mi convinco sempre di più che se noi e il mondo dobbiamo avere un futuro allora dobbiamo ritornare a provare orrore per il male, per la stortura, per la bruttezza che rovina il bene. Dobbiamo ritornare a provare la gioia per il bene in se stesso, la gioia di quella buone azioni e magari di quei “fioretti” che facevamo da piccoli con la consapevolezza di mettere un argine anzitutto al male che alberga dentro di noi. Non scrive infatti Tagore che la prima rivoluzione contro il male del mondo la si combatte nel proprio cuore ? Un tempo si parlava di “anime belle”, di “bei caratteri” . Oggi, per il mancato orrore del male, si è perso il gusto e il senso estetico per il bene e per il bello (che filosoficamente “convertuntur”) : ma se è vero che la “bellezza salverà il mondo” (Dostoevskij) allora il nuovo mondo (quello del terzo millennio), e quindi ognuno di noi, o sarà bello (e buono) o non sarà affatto.
venerdì 23 gennaio 2015
Confessioni ad alta voce
Dite pure che c’è un pizzico di narcisismo, ma confesso che mi piace sentire le reazioni che queste mie note suscitano nei lettori : in fondo ogni scritto è una mano tesa per instaurare un dialogo con un potenziale interlocutore ! Credo infatti che nel dialogo - specie in quello socratico per cui, tra botta e risposta, tra affermazioni e negazioni, è possibile avvertire il travaglio che porta a partorire frammenti di verità. Per questo non mi sono mai negato a tutte le esperienze dialettiche che mi si sono presentate, tranne naturalmente a quelle in cui il dialogo corre il rischio di trasformarsi nello scambio di monologhi, frutto spesso di autogratificazioni cerebrali in cui, più che la comune voglia di ricerca della verità, l’altro serve da specchio su cui riflettere le proprie “brame”, oppure si corre il rischio di cadere nel pettegolezzo sterile che certamente non aiuta a crescere.
Dicevo dunque che mi piace sentire le reazioni a queste mie confessioni : non tanto per le lodi che potrei ascoltare (ché lasciano il tempo che trovano), quanto invece per un utile confronto di idee non solo con chi condivide le mie ( è bello sapere di non essere solo a provare alcune sensazioni : tuttavia il vero dialogo va al di là dello scoprire una comunanza di pensiero), ma soprattutto con chi magari le mie idee non le condivide in tutto o in parte. Infatti spesso nel contrasto tra tesi e antitesi (Hegel insegna) si raggiungono sintesi ad un livello superiore di conoscenza. Sono convinto profondamente infatti che la verità è “sinfonica”, come scriveva il grande teologo Hans Urs Von Balthasar, e che ogni strumento, pur suonando la “propria” parte di verità deve avere la consapevolezza di appartenere ad un’orchestra in cui solo la comunione sotto la guida del direttore riesce a dare come frutto la bellezza dell’armonia estetica ed esistenziale (chi non ricorda le “prove d’orchestra” del grande Fellini ?).
Voglio perciò approfittare stavolta di questo spazio per ringraziare quanti con i loro riscontri puntuali, non importa se per esprimere consenso o dissenso, ogni mese mi hanno implicitamente sostenuto ed incoraggiato a continuare in queste mie confessioni che, nate quasi per scherzo, stanno diventando, almeno per me, una cosa seria, perché mi costringono in ogni caso a riflettere su me stesso e a mettermi continuamente a nudo, cercando di non cadere nelle tentazione di rifugiarsi dietro quelle maschere nella cui descrizione, a volte nelle vere e proprie patologie, Pirandello è stato maestro.
E questo perché penso faccia bene a me sia come uomo comune, sia come prete, anzi direi proprio in quanto prete. Qualcuno forse in questi mesi più che sui singoli contenuti ha dubitato sull’opportunità stessa che un prete faccia in pubblico le proprie “confessioni” : ma a questo ipotetico dubbioso rispondo che proprio oggi più che mai è necessario dare, almeno secondo me, questo tipo di testimonianza. Ci fu, è vero, all’inizio del secolo (o alla fine dello scorso) un vescovo di Catania che aveva dato ai suoi preti l’ordine di andare a confessarsi senza l’abito talare (quando tutti lo portavano !) perché altrimenti i fedeli si potevano scandalizzare se vedevano un prete confessarsi : “se si confessa è dunque un peccatore” potevano pensare e allora i preti potevano essere scalzati da quel piedistallo di pseudo-santità su cui una certa ideologia bigotta li aveva innalzati ! E forse per quei tempi era pure giusto così...Ma oggi credo che sia giusto invece per un prete mostrare di essere fatto di carne e sangue, di sentimenti e idee, di essere impastato di grazia e peccato, come ogni cristiano, perché quello che importa è mostrare come la santità più che frutto di volontaristici sforzi è puro affidarsi all’amore di Dio e il ministero sacerdotale un puro traslucere di quest’amore sugli altri. Non si è preti perché più buoni degli altri, ma solo perché si è riposta fiducia in “Colui che ci ha accordato fiducia chiamandoci al ministero” (San Paolo): don Primo Mazzolari appunto per questo invitava a guardare non alle mani, più o meno pulite, dei sacerdoti, quanto a quello che queste mani portano e operano: la grazia di Dio. E dieci anni di ministero sacerdotale appena compiuti me lo riconfermano giorno dopo giorno. E poiché allora esercitare il ministero del prete non è questione di fare una professione ad ore quanto di offrire la testimonianza che nella mia povera persona “la grazia del Signore non è stata vana” (San Paolo) affinché anche altri ardiscano coraggiosamente di farsi coinvolgere in questa avventura, credo che ciò possa avvenire anche con le mie “confessioni ad alta voce”. “Confessioni” che, deliberatamente fin dal primo numero, ho voluto avvertire, rivestono sempre il carattere di una pro-vocazione, cioè letteralmente, di una azione a favore della vocazione, in altri termini di un’azione finalizzata a che ognuno rispondendo allo stimolo offerto, a volte magari volutamente duro e brusco, prenda maggiore consapevolezza di ciò che è e di ciò che è chiamato ad essere. Cresca, cioè, maturi, si incammini verso la verità della sua esistenza. Direi che questo sia il più grande atto di carità che si possa fare agli altri, aiutarli a dare un senso alla propria vita : a questo tende in ultima analisi la mia disponibilità al dialogo, il mio parlare, il mio ascoltare. “Tutto osare, perché sia annunziato il vangelo,” “opportune et importune” (sono sempre espressioni di San Paolo) : perché credo che solo il vangelo contenga la lieta notizia sull’uomo. Qualcuno forse si scandalizzerà : ma io non mi vergogno nel dire di considerare questo mio blog una sorta di nuovo areopago da cui interpellare i miei lettori. Anzi, giocare a carte scoperte è per me questione di onestà intellettuale. E poi, se davvero “tutto è grazia” (Bernanos), chi lo sa, in fondo, se finanche questi post non possano rappresentare per qualcuno la sua “via di Damasco” ?
Dicevo dunque che mi piace sentire le reazioni a queste mie confessioni : non tanto per le lodi che potrei ascoltare (ché lasciano il tempo che trovano), quanto invece per un utile confronto di idee non solo con chi condivide le mie ( è bello sapere di non essere solo a provare alcune sensazioni : tuttavia il vero dialogo va al di là dello scoprire una comunanza di pensiero), ma soprattutto con chi magari le mie idee non le condivide in tutto o in parte. Infatti spesso nel contrasto tra tesi e antitesi (Hegel insegna) si raggiungono sintesi ad un livello superiore di conoscenza. Sono convinto profondamente infatti che la verità è “sinfonica”, come scriveva il grande teologo Hans Urs Von Balthasar, e che ogni strumento, pur suonando la “propria” parte di verità deve avere la consapevolezza di appartenere ad un’orchestra in cui solo la comunione sotto la guida del direttore riesce a dare come frutto la bellezza dell’armonia estetica ed esistenziale (chi non ricorda le “prove d’orchestra” del grande Fellini ?).
Voglio perciò approfittare stavolta di questo spazio per ringraziare quanti con i loro riscontri puntuali, non importa se per esprimere consenso o dissenso, ogni mese mi hanno implicitamente sostenuto ed incoraggiato a continuare in queste mie confessioni che, nate quasi per scherzo, stanno diventando, almeno per me, una cosa seria, perché mi costringono in ogni caso a riflettere su me stesso e a mettermi continuamente a nudo, cercando di non cadere nelle tentazione di rifugiarsi dietro quelle maschere nella cui descrizione, a volte nelle vere e proprie patologie, Pirandello è stato maestro.
E questo perché penso faccia bene a me sia come uomo comune, sia come prete, anzi direi proprio in quanto prete. Qualcuno forse in questi mesi più che sui singoli contenuti ha dubitato sull’opportunità stessa che un prete faccia in pubblico le proprie “confessioni” : ma a questo ipotetico dubbioso rispondo che proprio oggi più che mai è necessario dare, almeno secondo me, questo tipo di testimonianza. Ci fu, è vero, all’inizio del secolo (o alla fine dello scorso) un vescovo di Catania che aveva dato ai suoi preti l’ordine di andare a confessarsi senza l’abito talare (quando tutti lo portavano !) perché altrimenti i fedeli si potevano scandalizzare se vedevano un prete confessarsi : “se si confessa è dunque un peccatore” potevano pensare e allora i preti potevano essere scalzati da quel piedistallo di pseudo-santità su cui una certa ideologia bigotta li aveva innalzati ! E forse per quei tempi era pure giusto così...Ma oggi credo che sia giusto invece per un prete mostrare di essere fatto di carne e sangue, di sentimenti e idee, di essere impastato di grazia e peccato, come ogni cristiano, perché quello che importa è mostrare come la santità più che frutto di volontaristici sforzi è puro affidarsi all’amore di Dio e il ministero sacerdotale un puro traslucere di quest’amore sugli altri. Non si è preti perché più buoni degli altri, ma solo perché si è riposta fiducia in “Colui che ci ha accordato fiducia chiamandoci al ministero” (San Paolo): don Primo Mazzolari appunto per questo invitava a guardare non alle mani, più o meno pulite, dei sacerdoti, quanto a quello che queste mani portano e operano: la grazia di Dio. E dieci anni di ministero sacerdotale appena compiuti me lo riconfermano giorno dopo giorno. E poiché allora esercitare il ministero del prete non è questione di fare una professione ad ore quanto di offrire la testimonianza che nella mia povera persona “la grazia del Signore non è stata vana” (San Paolo) affinché anche altri ardiscano coraggiosamente di farsi coinvolgere in questa avventura, credo che ciò possa avvenire anche con le mie “confessioni ad alta voce”. “Confessioni” che, deliberatamente fin dal primo numero, ho voluto avvertire, rivestono sempre il carattere di una pro-vocazione, cioè letteralmente, di una azione a favore della vocazione, in altri termini di un’azione finalizzata a che ognuno rispondendo allo stimolo offerto, a volte magari volutamente duro e brusco, prenda maggiore consapevolezza di ciò che è e di ciò che è chiamato ad essere. Cresca, cioè, maturi, si incammini verso la verità della sua esistenza. Direi che questo sia il più grande atto di carità che si possa fare agli altri, aiutarli a dare un senso alla propria vita : a questo tende in ultima analisi la mia disponibilità al dialogo, il mio parlare, il mio ascoltare. “Tutto osare, perché sia annunziato il vangelo,” “opportune et importune” (sono sempre espressioni di San Paolo) : perché credo che solo il vangelo contenga la lieta notizia sull’uomo. Qualcuno forse si scandalizzerà : ma io non mi vergogno nel dire di considerare questo mio blog una sorta di nuovo areopago da cui interpellare i miei lettori. Anzi, giocare a carte scoperte è per me questione di onestà intellettuale. E poi, se davvero “tutto è grazia” (Bernanos), chi lo sa, in fondo, se finanche questi post non possano rappresentare per qualcuno la sua “via di Damasco” ?
giovedì 15 gennaio 2015
Figli e padri
Confesso che non ho mai avuto dubbi sull’esistenza di Dio, semmai invece sul suo modo di intervenire nella storia dell’uomo (ma chi di noi prima o poi non si è trovato nella stessa situazione di Giobbe da chiedere allo stesso Altissimo di affacciarsi dal cielo per vedere se aveva il coraggio Lui - si, proprio Dio, - di guardarci in faccia ?). Talora però faccio fatica a trovare il senso della sua Parola depositata nelle parole della scrittura sacra. Fatica perché la realtà sembra andare in tutt’altra direzione.
Prendiamo ad esempio un’affermazione che si legge nella Prima lettera di Giovanni (cap. 2, 13-16) :
“Ho scritto a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin dal principio.
Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno.
Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui;
perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo.”
Nella sua costruzione, se volete un po’ retorica, Giovanni in fondo ripete due cose : che i padri hanno conosciuto Gesù Cristo (e questo per Giovanni sottintende che si è in una novità di vita) e che i giovani grazie alla loro forza e al fatto che vivono nella parola di Dio hanno vinto il maligno (cioè il male stesso nella sua radice e nelle sue inclinazioni).
Tutto questo fa sì che padri e figli possano vivere senza rimanere invischiati nei lacci del mondo (e qui Giovanni intende non il mondo buono creato da Dio ma solo quelle realtà che rifiutano di farsi illuminare dall’amore di Dio).
Dovremmo perciò avere una situazione idilliaca dove padri e figli vivono ormai in una condizione paradisiaca. Eppure, ed è qui la mia perplessità, questo non succede. Il mio stare a contatto con le realtà giovanili (parrocchia, scuola, scout) e quindi indirettamente con le realtà familiari che vi stanno dietro mi fa scontrare ogni volta con una situazione diversa, dove i padri (specie gli ex sessantottini) non hanno conosciuto niente e nessuno che possa dare senso alla loro vita e a quella dei figli, e dove perciò i figli precipitano nel baratro della vacuità dei padri, risultandone i veri sconfitti perché allevati nella bambagia esistenziale di un pensiero che più che essere debole è inconsistente. Mi scuseranno i pochi genitori che hanno ancora vivo il senso del loro dovere e hanno ancora la passione per l’educazione dei figli, purtroppo scrivendo si deve generalizzare, ma qui il mio pensiero va soprattutto a quei genitori che credono che per fare un figlio ci voglia solo l’abilità fisica, o che il mestiere di padre e di madre non si debba apprendere perché se uno sa fare i figli automaticamente sa pure educarli. Penso a quelli che credono che educare figli sia non fare mancare loro nulla (materialmente parlando), anzi a volte ricoprirli di cose quasi a tacitarsi la coscienza per l’incapacità di saper dare altro, penso a quelle che credono che ruolo dei genitori sia solo eliminare la sofferenza della crescita e dell’impatto con la realtà, che non fanno vedere il nonno morto nel tentativo di esorcizzare la stessa morte, che si intristiscono invece che gioire nel vedere il figlio che cresce e che pian piano arriva alle normali tappe della vita... Dove sono i genitori capaci di diventare punto di riferimento per la vita dei figli, di testimoniare valori solidi su cui i figli possano costruire il loro futuro ? A volte c’è quasi la paura a riconoscersi genitori e allora ci si traveste da amici e coetanei dei figli con esiti quasi pirandelliani ! Dove sono i padri che hanno conosciuto la vita , quella vera? Dove sono i giovani forti e vittoriosi ? Mi scontro continuamente con giovani in cui magari fosse avvertito il male di vivere : spesso non viene avvertita neanche la vita ! Ma i giovani in fondo fanno pena, sono scusabili, non sono stati loro a mettersi in questa situazione. La tragedia è nel vedere invece come tanti genitori non riescano a prendere coscienza di essere loro stessi gli artefici del vuoto dei figli. Che fare allora ? Credo che la risposta stia nella preghiera che una volta mi rivolse un adolescente: “Se mi vuoi bene, se mi vuoi aiutare a crescere, non mi devi far vincere. I miei mi fanno vincere sempre e io sto rimanendo bambino... Io non voglio soldi, vorrei solo essere ascoltato, seguito, a volte anche punito per i miei errori, ma vorrei essere presente nella loro vita : invece per parlare con mia madre la debbo rincorrere da una stanza all’altra mentre lei pensa solo alle sue cose.” Si possono far vincere ai figli le battaglie e far perdere loro la guerra della vita : mi si scusi il ricorso ad una frase fatta, ma che allora non sia questo invece l’eterno paradosso a cui ci vuole ricondurre San Giovanni, che chi vuole vincere prima deve perdere, chi vuole vivere veramente deve prima far morire una vita insignificante ? Che il fare il padre passi prima dall’imparare a vivere la vita per poi trasmetterla ? Che il dare la vita stia più che in un atto fisiologico nella capacità di prendere per mano il figlio ed educarlo, cioè tirarlo fuori dal suo egoismo, per far uscire la pianta dalla dura scorza del seme ? Che la vittoria dei figli sulla vita passi attraverso la sconfitta del “peccato originale” dei padri? Che la vittoria stia proprio nell’educare e nell’apprendere a non farsi irretire dalla logica del mondo che è solo superbia e desiderio sfrenato di ogni cosa ? Forse sta qui il segreto di quella frase di Giovanni, nel suoi descrivere all’indicativo quello che sta in un tempo futuro e la cui attuazione dipende anche da noi. Almeno lo è per me. Quando infatti sono deluso e amareggiato perché vedo giovani che non si interessano e non si coinvolgono in niente che non sia futile ed effimero e genitori che in questo li superano, e mi domando che senso abbia il mio ministero davanti ad un muro di gomma, non ho che questa frase a darmi conforto e speranza. E si sa, la speranza, è l’ultima a morire.
Prendiamo ad esempio un’affermazione che si legge nella Prima lettera di Giovanni (cap. 2, 13-16) :
“Ho scritto a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è fin dal principio.
Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio dimora in voi e avete vinto il maligno.
Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui;
perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo.”
Nella sua costruzione, se volete un po’ retorica, Giovanni in fondo ripete due cose : che i padri hanno conosciuto Gesù Cristo (e questo per Giovanni sottintende che si è in una novità di vita) e che i giovani grazie alla loro forza e al fatto che vivono nella parola di Dio hanno vinto il maligno (cioè il male stesso nella sua radice e nelle sue inclinazioni).
Tutto questo fa sì che padri e figli possano vivere senza rimanere invischiati nei lacci del mondo (e qui Giovanni intende non il mondo buono creato da Dio ma solo quelle realtà che rifiutano di farsi illuminare dall’amore di Dio).
Dovremmo perciò avere una situazione idilliaca dove padri e figli vivono ormai in una condizione paradisiaca. Eppure, ed è qui la mia perplessità, questo non succede. Il mio stare a contatto con le realtà giovanili (parrocchia, scuola, scout) e quindi indirettamente con le realtà familiari che vi stanno dietro mi fa scontrare ogni volta con una situazione diversa, dove i padri (specie gli ex sessantottini) non hanno conosciuto niente e nessuno che possa dare senso alla loro vita e a quella dei figli, e dove perciò i figli precipitano nel baratro della vacuità dei padri, risultandone i veri sconfitti perché allevati nella bambagia esistenziale di un pensiero che più che essere debole è inconsistente. Mi scuseranno i pochi genitori che hanno ancora vivo il senso del loro dovere e hanno ancora la passione per l’educazione dei figli, purtroppo scrivendo si deve generalizzare, ma qui il mio pensiero va soprattutto a quei genitori che credono che per fare un figlio ci voglia solo l’abilità fisica, o che il mestiere di padre e di madre non si debba apprendere perché se uno sa fare i figli automaticamente sa pure educarli. Penso a quelli che credono che educare figli sia non fare mancare loro nulla (materialmente parlando), anzi a volte ricoprirli di cose quasi a tacitarsi la coscienza per l’incapacità di saper dare altro, penso a quelle che credono che ruolo dei genitori sia solo eliminare la sofferenza della crescita e dell’impatto con la realtà, che non fanno vedere il nonno morto nel tentativo di esorcizzare la stessa morte, che si intristiscono invece che gioire nel vedere il figlio che cresce e che pian piano arriva alle normali tappe della vita... Dove sono i genitori capaci di diventare punto di riferimento per la vita dei figli, di testimoniare valori solidi su cui i figli possano costruire il loro futuro ? A volte c’è quasi la paura a riconoscersi genitori e allora ci si traveste da amici e coetanei dei figli con esiti quasi pirandelliani ! Dove sono i padri che hanno conosciuto la vita , quella vera? Dove sono i giovani forti e vittoriosi ? Mi scontro continuamente con giovani in cui magari fosse avvertito il male di vivere : spesso non viene avvertita neanche la vita ! Ma i giovani in fondo fanno pena, sono scusabili, non sono stati loro a mettersi in questa situazione. La tragedia è nel vedere invece come tanti genitori non riescano a prendere coscienza di essere loro stessi gli artefici del vuoto dei figli. Che fare allora ? Credo che la risposta stia nella preghiera che una volta mi rivolse un adolescente: “Se mi vuoi bene, se mi vuoi aiutare a crescere, non mi devi far vincere. I miei mi fanno vincere sempre e io sto rimanendo bambino... Io non voglio soldi, vorrei solo essere ascoltato, seguito, a volte anche punito per i miei errori, ma vorrei essere presente nella loro vita : invece per parlare con mia madre la debbo rincorrere da una stanza all’altra mentre lei pensa solo alle sue cose.” Si possono far vincere ai figli le battaglie e far perdere loro la guerra della vita : mi si scusi il ricorso ad una frase fatta, ma che allora non sia questo invece l’eterno paradosso a cui ci vuole ricondurre San Giovanni, che chi vuole vincere prima deve perdere, chi vuole vivere veramente deve prima far morire una vita insignificante ? Che il fare il padre passi prima dall’imparare a vivere la vita per poi trasmetterla ? Che il dare la vita stia più che in un atto fisiologico nella capacità di prendere per mano il figlio ed educarlo, cioè tirarlo fuori dal suo egoismo, per far uscire la pianta dalla dura scorza del seme ? Che la vittoria dei figli sulla vita passi attraverso la sconfitta del “peccato originale” dei padri? Che la vittoria stia proprio nell’educare e nell’apprendere a non farsi irretire dalla logica del mondo che è solo superbia e desiderio sfrenato di ogni cosa ? Forse sta qui il segreto di quella frase di Giovanni, nel suoi descrivere all’indicativo quello che sta in un tempo futuro e la cui attuazione dipende anche da noi. Almeno lo è per me. Quando infatti sono deluso e amareggiato perché vedo giovani che non si interessano e non si coinvolgono in niente che non sia futile ed effimero e genitori che in questo li superano, e mi domando che senso abbia il mio ministero davanti ad un muro di gomma, non ho che questa frase a darmi conforto e speranza. E si sa, la speranza, è l’ultima a morire.
sabato 10 gennaio 2015
SE ANCHE LE MATITE UCCIDONO
Confesso che non è facile
scrivere queste note senza tener conto della commozione per l’ennesimo
attentato contro la sede del giornale satirico di Parigi che ha provocato 16 morti e 20 feriti, da parte di terroristi islamici che reagivano così ad una
pretesa offesa contro il loro profeta.
Ad una prima reazione direi: “e
ora chiedete scusa a Benedetto XVI e a Oriana fallaci” che avevano intravisto i
pericoli dell’avanzata dell’integralismo islamico in Occidente.
Attenzione, per favore, non
vorrei essere frainteso, perché so che questo è un terreno minato: non scrivo
islam tout court ma nemmeno ipocritamente terrorismo solamente; perché dire che
tutto l’islam ha come via obbligata la violenza non sarebbe giusto, ma non
sarebbe nemmeno veritiero ignorare che la radice di tanto terrorismo
contemporaneo affonda nelle tante correnti integraliste in cui è diviso oggi
l’islam.
Il problema sta nel fatto che
siamo davanti ad una questione che ha implicazioni che vanno dalla religione
alla politica, passando per tante implicazioni geo-economiche e sociologiche.
Per cui bisogna stare cauti nel cercare di dipanare prima le fila di un
gomitolo che a tanti farebbe comodo invece ingarbugliarle sempre di più. Mi
limiterò qui a qualche nota per cercare di far luce su qualche causa vera non
detta e su qualche causa falsa sbandierata invece in ogni dove.
Anzitutto sul fatto che si creda
che necessariamente il monoteismo debba sfociare nella intolleranza e nella
violenza e che ciò sia un fatto congenito e perciò irriformabile. Ora di fatto
i monoteismi nel mondo sono tre: ebraismo, cristianesimo, islamismo.
Generalmente la teoria espressa nei riguardi di questi è formulata così:
l’ebraismo, e poi soprattutto il cristianesimo, con la pretesa di avere la
verità in tasca l’hanno imposta agli altri con la violenza; l’islam non ha
fatto che reagire, da quando è nato fino ad oggi, alla violenza “crociata”. Di
fatti si vede come il dito è puntato contro il cristianesimo e finora si è
stati molto cauti a dire che c’è altrettanta violenza originaria e non di
reazione in tante letture del credo musulmano. Però non si può fare di tutta
l’erba un fascio.
La Commissione teologica
Internazionale ha reagito con forza a questa lettura con un documento (io credo
sottaciuto perché scomodo per la sua franchezza) pubblicato nel giugno 2014 dal
titolo: Dio Trinità, unità degli uomini.
Il monoteismo cristiano contro la violenza. Difatti è la ripresa della tesi
del discorso di Papa Benedetto a Ratisbona, allora tanto dileggiato. Ma cosa
aveva detto il papa? Che ogni religione deve potersi autoriformare a partire
dal confronto con la ragione: cosa che porta ad esempio ad una lettura non
integralista e fondamentalista dei testi sacri di ognuna. Se nei primi secoli
per i padri della Chiesa era un vanto poter scrivere nelle loro apologie del
cristianesimo che il Logos, la Ratio, la ragione trovava pieno titolo di
cittadinanza nella fede cristiana, dobbiamo riconoscere che poi in seguito non
sempre fu così. A partire dall’Umanesimo e Rinascimento, e poi con l’Illuminismo,
la nascita ad esempio del metodo storico critico in esegesi ha fatto sì che non
si credesse più in una coincidenza letterale tra le parole della Scrittura e la
Parola di Dio (Galileo insegna) per cui la Chiesa ha un criterio interno per
verificare le sue letture della Bibbia: cioè tra il testo e la sua applicazione
ci deve essere il non sempre facile lavoro di interpretazione. Il papa a
Ratisbona non faceva che prendere atto che nell’islam questo confronto con il
Logos, la Ratio, non è ancora avvenuto, per cui l’islam oggi si potrebbe dire
che si trova in una posizione pregalileana: c’è un ritardo di cinquecento anni
che ha provocato un irrigidimento ad esempio nella lettura integralista del
Corano. Se ogni sura (i capitoli del corano) è stata dettata direttamente da
Dio (cosa molto diversa dalla concezione della ispirazione della Bibbia) ogni
singola parola allora è eterna, immutabile e non necessita di interpretazione
ma solo di applicazione: difatti l’unica disciplina permessa a partire dal Corano
è la giurisprudenza e non altro. Inevitabilmente una lettura del genere sfocia
nel fondamentalismo e si trova in collisione (anche violenta) con la modernità
e con i principi su cui si basa la convivenza moderna: il rispetto, la
tolleranza, il dialogo fra le culture e le religioni. Mettete poi che una
lettura fondamentalista avvalora una lettura teocratica della società islamica
e vedrete quanto siamo distanti da una sana laicità della società e dello
stato.
Quello di Papa Benedetto era in
fondo un augurio: quello che l’islam avesse subito il coraggio di trovare nella
ragione l’istanza critica e purificatrice di una religione capace di inserirsi poi
a pieno titolo nel consesso mondiale delle fede e delle culture in un dialogo
fecondo a favore della pace.
Un certo pacifismo ipocrita, così
come tante politiche interessate hanno fatto finta di non vedere questa
deficienza nell’islam (difatti l’Occidente e gli Stati Uniti non hanno
azzeccato una, dico una, mossa in Medio Oriente), così come tanti sognano un islam
“moderato” che non potrà mai svilupparsi se non se ne creano le premesse: e le
premesse non sono né la guerra all’islam né il respingimento dei migranti.
Abbiamo detto che l’islam è rimasto mezzo millennio indietro: provate a
immaginare cosa significhino cinque secoli di assoluta mancanza di libri di
ogni genere, e poi giornali, di riflessione filosofica e teologica, di storia,
geografia … e vedrete che il risultato sarà solo ignoranza, una profonda
ignoranza su cui speculano i venditori di morte. E’ come avere davanti un
bambino che deve essere mandato a scuola. L’Occidente deve “esportare” non la
falsa democrazia delle false primavere arabe, ma cultura, cultura, cultura: il
guaio è che essendo tutta la cultura occidentale radicata sulla tradizione greco-romana
e giudaico-cristiana, dal momento che queste radici non sono state
riconosciute, anzi ripudiate (si veda la vicenda vergognosa della Costituzione
Europea) adesso, ad esempio, all’Europa sono mancati gli strumenti per leggere
la vicenda del mondo islamico e la stessa crisi dell’occidente che sta
implodendo in se stesso in un lento ma inesorabile suicidio.
Perché l’anticristianesimo di cui
si è ammalato alla fine si è rivelato antiumanesimo. E’ così che va la storia:
quando qualche musulmano ha gettato via il crocifisso dalle stanze
dell’ospedale o dalle aule scolastiche nessuno si è indignato a sufficienza,
anzi magari qualcuno si è rallegrato perché vedeva in quel gesto l’affermarsi
della laicità! Pur di buttare via il crocifisso non ci si è accorti a chi in
realtà si stavano spalancando le porte: e ora che gli integralisti sparano ai
campioni della laicità, che dire?
Ricordare anzitutto che laicità
vera è rispetto! Non concordo con chi si dimostra offeso per una vignetta, però
è anche vero che forse il recupero per il rispetto reciproco ci aiuterà nel
recupero di un dialogo. Certo i musulmani dovrebbero imparare dall’autoironia
ebraica su Mosè ad esempio, o dalle tante barzellette cattoliche raccontate su
San Pietro in Paradiso: ecco, dovremmo aiutare i musulmani a sorridere, ma è
anche vero che non tutte le vignette o tanti altri gesti sono fatti per
suscitare un sorriso bonario o una seria riflessione magari autocritica; tante
opere spesso sono fatte per puro dileggio o provocazione: c’è bisogno di
ricordare tutte le oscenità perpetrate nei riguardi tante immagini di Cristo e
della Madonna? Perché nessuno si è
scandalizzato quando le femen in piazza san Pietro si sono masturbate nude con
dei crocifissi? Ecco forse anche una reazione scomposta e drammatica ci ricorda
però che il futuro si costruisce nel reciproco rispetto. Soprattutto rispetto di
quanto per tanti rappresenta l’esperienza del sacro, per ebrei, cristiani,
musulmani e qualunque altro.
Ecco allora di cosa ha bisogno il
nostro dialogo col mondo islamico. Cultura per far comprendere che l’Occidente
ha pure qualcosa di buono da offrire; sana laicità per far comprendere che la
modernità non è solo negazione di valori e irreligiosità; rispetto da dare e da
richiedere per far comprendere che la diversità non è opposizione ma
complementarietà.
mercoledì 7 gennaio 2015
feste finite...
Scrivo ancora sotto l’effetto-choc del Natale: anche per quello che di per sé dovrebbe significare e che più non significa (ma ci pensate: come si può pensare alla nascita di un Bambino celebrando un vecchio, che poi nella provincia babba è pure offensivo chiamare babbo, che sa dispensare solo regali a comando? Sono i miracoli della civiltà dei consumi a cui cristianamente noi diamo una mano!). Ma la fede è un fatto personale e su questo non voglio fare prediche a nessuno.
Ci sono però dei risvolti che credo ci tocchino al di là del fatto personale per diventare quasi fatti di costume: mi domando però se i costumi sia lecito solo subirli (un po’ come subiamo la moda che ci fa vestire una volta così e una volta cosà ) o se non ci sia data invece la possibilità di sceglierli, di indossarli oppure rifiutarli o, meglio ancora modificarli.
Non capisco ad esempio la pratica generalizzata degli auguri di natale: possiamo scambiarci auguri tra chi non crede che il Dio si sia fatto uomo o che comunque questo gli risulta indifferente? Ma in questo caso cosa dobbiamo augurarci? Chi mi incontra in occasione del Natale sa con quanta ritrosia mi assoggetti a questi riti augurali, con benevoli assalti di baci e abbracci: non per paura di contagi, ma per paura di porre gesti ipocriti. E così a Natale finisco per augurare solo buon anno! Questo sì, lo faccio volentieri, perché c'è sempre da sperare che le cose (e gli uomini che si nascondono dietro le cose) migliorino.
Vivo perciò con insofferenza questi giorni di buonismo, arrabbiandomi per i marciapiedi occupati da vasi ed alberi che ti obbligano fare pericolose gimkane (ma i marciapiedi non erano una volta solo per i pedoni?), o rassegnandomi a vivere in un paese di zombie perché le persone che incontri mostrano le occhiaie e tutti gli altri visibili segni delle lunghe veglie passate a non attendere più nessuno e niente che non sia una vincita al gioco (ma è tutta qui la speranza?). O al vedere come anche questa sia una buona occasione per fare un po’ di folklore quali certi “presepi viventi” che di presepe hanno solo la grotta della natività appiccicata a scene da museo etnografico delle tradizioni popolari. Rimpiango i grandi dipinti della natività o i presepi dei secoli passati dove l’incarnazione era veramente un inserimento nella storia di un popolo (i dipinti del trecento ci mostrano la civiltà del trecento, quelli del seicento la civiltà del seicento e lo stesso si dica dei presepi: noi nel duemila rappresentiamo l’incarnazione nell’ottocento, non riuscendo a fare né un discorso solo storico, perché dovremmo ricostruire solo l’ambiente giudaico dell’epoca, ma avrebbe senso?), né un discorso culturale perché quella cultura che noi rappresentiamo, con buona pace di tutti (anche di quelli a cui ancora piace la mangiata della ricotta calda nell’ambiente bucolico) non c’è più. Pensavo proprio questo salendo per le stradine della cavuzza di san Guglielmo dove le abitazioni e le grotte artificiali si mescolavano a quelle vere, a quelle in cui ancora oggi la gente vive in dignitosa povertà, vedendo come persone per sbaglio entravano in queste piuttosto che in quelle, o vedendo la gioia di un vecchietto nel vedere che tutti si fermavano a guardare il presepe dalla porta spalancata: forse proprio queste case sono state oggi le vere grotte del presepe, lì certamente bisognava cercare come i pastori o i magi il Dio che si è fatto uomo, accanto ad una mamma che ancora allatta, ad una vecchia che più non fila e che forse tesse ormai solo la trama dei ricordi, a quelle persone umili e semplici che sanno che non per due giorni l’anno ma per sempre Dio rende protagonisti della sua storia.
Ora le feste sono finite (l’Epifania se le porta via si dice) e siamo stati richiamati alla dura realtà della vita quotidiana: e ogni volta il “rientro” non è indolore. Mi domando se questo sia giusto, se proprio non avesse ragione Pascal quando afferma che il problema di tante crisi di identità è proprio del divertessement, del divertimento, del tentativo che continuamente fa l’uomo di divergere, cioè di allontanarsi dal suo centro, dal suo io spesso non accettato, per trasferirsi in qualche paese delle meraviglie o dei balocchi: ma sono paesi dove non si può vivere per sempre. C’è sempre il biglietto di ritorno compreso nel prezzo, a meno che il divertimento non diventi alienazione e qui complichiamo le cose… Ma il divertimento non educa alla responsabilità, anzi: chi è stato a Disneyland ne sa qualcosa del tipo di mondo che viene proposto. Mi domando se la colpa sia di chi cerca il divertissement o di chi glielo offre. La Chiesa in questo senso forse qualche peccato deve confessarlo, ma certo non è la sola: tanti altri pensano che al popolo basti offrire alcuni ludi circenses ogni tanto (penso che la droga di stato vada in questa direzione)… ma qui i discorsi vanno sul difficile. Forse è meglio smettere qua e dirci arrivederci alla prossima volta.
Ci sono però dei risvolti che credo ci tocchino al di là del fatto personale per diventare quasi fatti di costume: mi domando però se i costumi sia lecito solo subirli (un po’ come subiamo la moda che ci fa vestire una volta così e una volta cosà ) o se non ci sia data invece la possibilità di sceglierli, di indossarli oppure rifiutarli o, meglio ancora modificarli.
Non capisco ad esempio la pratica generalizzata degli auguri di natale: possiamo scambiarci auguri tra chi non crede che il Dio si sia fatto uomo o che comunque questo gli risulta indifferente? Ma in questo caso cosa dobbiamo augurarci? Chi mi incontra in occasione del Natale sa con quanta ritrosia mi assoggetti a questi riti augurali, con benevoli assalti di baci e abbracci: non per paura di contagi, ma per paura di porre gesti ipocriti. E così a Natale finisco per augurare solo buon anno! Questo sì, lo faccio volentieri, perché c'è sempre da sperare che le cose (e gli uomini che si nascondono dietro le cose) migliorino.
Vivo perciò con insofferenza questi giorni di buonismo, arrabbiandomi per i marciapiedi occupati da vasi ed alberi che ti obbligano fare pericolose gimkane (ma i marciapiedi non erano una volta solo per i pedoni?), o rassegnandomi a vivere in un paese di zombie perché le persone che incontri mostrano le occhiaie e tutti gli altri visibili segni delle lunghe veglie passate a non attendere più nessuno e niente che non sia una vincita al gioco (ma è tutta qui la speranza?). O al vedere come anche questa sia una buona occasione per fare un po’ di folklore quali certi “presepi viventi” che di presepe hanno solo la grotta della natività appiccicata a scene da museo etnografico delle tradizioni popolari. Rimpiango i grandi dipinti della natività o i presepi dei secoli passati dove l’incarnazione era veramente un inserimento nella storia di un popolo (i dipinti del trecento ci mostrano la civiltà del trecento, quelli del seicento la civiltà del seicento e lo stesso si dica dei presepi: noi nel duemila rappresentiamo l’incarnazione nell’ottocento, non riuscendo a fare né un discorso solo storico, perché dovremmo ricostruire solo l’ambiente giudaico dell’epoca, ma avrebbe senso?), né un discorso culturale perché quella cultura che noi rappresentiamo, con buona pace di tutti (anche di quelli a cui ancora piace la mangiata della ricotta calda nell’ambiente bucolico) non c’è più. Pensavo proprio questo salendo per le stradine della cavuzza di san Guglielmo dove le abitazioni e le grotte artificiali si mescolavano a quelle vere, a quelle in cui ancora oggi la gente vive in dignitosa povertà, vedendo come persone per sbaglio entravano in queste piuttosto che in quelle, o vedendo la gioia di un vecchietto nel vedere che tutti si fermavano a guardare il presepe dalla porta spalancata: forse proprio queste case sono state oggi le vere grotte del presepe, lì certamente bisognava cercare come i pastori o i magi il Dio che si è fatto uomo, accanto ad una mamma che ancora allatta, ad una vecchia che più non fila e che forse tesse ormai solo la trama dei ricordi, a quelle persone umili e semplici che sanno che non per due giorni l’anno ma per sempre Dio rende protagonisti della sua storia.
Ora le feste sono finite (l’Epifania se le porta via si dice) e siamo stati richiamati alla dura realtà della vita quotidiana: e ogni volta il “rientro” non è indolore. Mi domando se questo sia giusto, se proprio non avesse ragione Pascal quando afferma che il problema di tante crisi di identità è proprio del divertessement, del divertimento, del tentativo che continuamente fa l’uomo di divergere, cioè di allontanarsi dal suo centro, dal suo io spesso non accettato, per trasferirsi in qualche paese delle meraviglie o dei balocchi: ma sono paesi dove non si può vivere per sempre. C’è sempre il biglietto di ritorno compreso nel prezzo, a meno che il divertimento non diventi alienazione e qui complichiamo le cose… Ma il divertimento non educa alla responsabilità, anzi: chi è stato a Disneyland ne sa qualcosa del tipo di mondo che viene proposto. Mi domando se la colpa sia di chi cerca il divertissement o di chi glielo offre. La Chiesa in questo senso forse qualche peccato deve confessarlo, ma certo non è la sola: tanti altri pensano che al popolo basti offrire alcuni ludi circenses ogni tanto (penso che la droga di stato vada in questa direzione)… ma qui i discorsi vanno sul difficile. Forse è meglio smettere qua e dirci arrivederci alla prossima volta.
mercoledì 31 dicembre 2014
anno nuovo?
Mi è stato chiesto di scrivere un
augurio per Natale alla città. Ma ammetto che dopo averci pensato mi è riuscito
difficile. Natale, tutto sommato, è una festa di “parte”, in cui al limite
qualcuno potrebbe anche non ritrovarsi, come dicevamo nel numero scorso,
Capodanno invece è una festa che ognuno, da qualsiasi estrazione provenga, può
condividere. Allora voglio un po’ disubbidire al mio mandato e fare un augurio
alla mia città per il nuovo anno.
Chi non si augura infatti, ad
ogni inizio d’anno, lo voglia ammettere o meno, qualcosa di bello, di più
bello, di nuovo e di grande per se, per la propria famiglia, per i propri
amici, per il paese in cui vive, per il mondo intero?Ecco dunque i miei auguri per la mia città.
Con la speranza che vengano colti proprio per quello che sono: auspici dettati solo da un immenso amore per Scicli e non da logiche dettate da pregiudizi ideologici e men che meno politici.
Il mio primo augurio riguarda i nostri bambini, come ho scritto nel mio messaggio mandato al convegno sui minori a Scicli. Io parto dalla mia esperienza: ricordo con piacere la mia infanzia perché in questa ho ancora avuto modo di sognare. Se dovessi dire cosa manca oggi ai bambini è proprio questa capacità di sognare. Ho come l’impressione che, paradossalmente, mentre sembra che i bambini siano al centro dell’attenzione di tutti (famiglie, scuola, chiesa, associazioni) in realtà vivano una vita non loro, alienati in giochi, attività scolastiche e parascolastiche, hobbies e sport spesso più che scelti da loro, calati quasi dall’alto a esprimere ed esaudire più i desideri dei grandi che gli stessi desideri dei piccoli. Stiamo allevando piccoli automi maghi dei cellulari e dei computer che non hanno più fantasia, che non sanno inventare più un gioco, che non sanno neanche gioire del semplice stare insieme, la cui vita sembra una parodia di quella di noi adulti. La stessa televisione che a noi stimolava a popolare come Peter Pan l’Isola-che-non-c’è, adesso sembra che riesca solo ad intontire e togliere ogni reattività. Ma noi avevamo la strada! Ecco, credo che ai ragazzi di oggi manchi quella grande educatrice che è la strada! Perché strada significa dire appropriazione del quartiere, conoscenza, comunione, dialogo, trapasso di cultura dai più grandi ai più piccoli, solidarietà, e magari anche un po’ di rischio perché anche questo ci vuole per dare sicurezza ad un bambino che cresce! Perciò partirei provocatoriamente da questo augurio: che le “agenzie educative” si adoperino perché la strada ridiventi a Scicli un “luogo” educativo. Partiamo dalle bambinopoli in ogni quartiere? E poi un po’ più di pulizia? E anche più vigilanza?
E dai bambini ai ragazzi e ai giovani: mi auguro di non vedere più ragazzi e giovani sbracati, annoiati, senza stimoli e senza senso tra sedili di piazze e scalinate varie. Perché dalla noia alla ricerca di “divertissement” suicidi il passo è breve: diciamolo con franchezza, adesso che abbiamo smesso di preoccuparci della riapertura del Cinema Italia, quando ammetteremo di avere davanti a noi nuove generazioni in cui il tasso di alcolizzati e drogati sta crescendo a vista d’occhio?
Ma perché questo augurio si avveri credo che vada indirizzato non ai giovani ma alle famiglie, alle istituzioni educative e alle forze dell’ordine, alle parrocchie e alle associazioni ecclesiali (in cui un riflusso intimistico o un impegno ipersociologico sono i due estremi che non riescono a coinvolgere più i giovani), alle classi politiche e ai partiti che hanno la gravissima responsabilità di aver mostrato della politica solo la faccia sporca e corrotta o che pensano ai giovani solo in termini di nuovi rampolli da allevare e plagiare, ad una parte di “intellighentia” cittadina che si è ritirata in un Parnaso dorato e che ha perso tutti i contatti con la realtà della vita e dei problemi di tutti i giorni e all’altra parte dell’intellighentia che, per non schierarsi con chi crede ancora che l’unico modo di fare l’intellettuale sia quello di essere “organico” (al potere o al partito che sia) e con chi suona i pifferi della rivoluzione, si è ritirata invece in un Aventino in cui preserva si la sua purezza ma a prezzo del suo silenzio.
E poi un augurio ai poveri e a quelli che stanno correndo il rischio di diventare poveri o più poveri: perché a Scicli è in atto un’involuzione e chi sta in alto dovrebbe essersene accorto già da tempo. Mi auguro che l’attenzione per loro non sia fatta solo di carità e di sussidi estemporanei che non vanno alla radice del problema.
E inoltre un augurio agli anziani: auguro loro oltre a tutte le altre attività ricreative anche attività che possano mettere a tesoro tutta la loro ricchezza ed esperienza e anche che continuino a stimolare la loro intelligenza: perché non pensare ad una Università della terza età, ad esempio?
E poi? Un augurio a tutti gli stranieri che si trovano a Scicli per lavoro: che siano sempre più accolti e non emarginati, ma che nemmeno loro però vogliano estraniarsi o rifiutare un inserimento rispettoso nella nostra cultura.
Infine un augurio per tutti: perché cresca il nostro senso del bene comune e il nostro senso civico: stiamo diventando un po’ strafottenti e maleducati, non vi pare? E questo non è bello come biglietto di visita di una città che vanta secoli di civiltà e di cultura!
E un augurio particolare per chi in un modo o in un altro ha un ruolo educativo nella nostra città: se provassimo tutti insieme ad ascoltare i bisogni della base invece di far calare progetti dall’alto? O invece di lavorare ognuno per suo conto, magari intralciandoci a vicenda, perché non proviamo a camminare insieme?
domenica 28 dicembre 2014
la sacra famiglia
La chiesa oggi ci propone l’icona della santa famiglia come
icona su cui ogni famiglia si deve specchiare per essere una vera famiglia
cristiana.
La colletta di inizio ci ha fatto pregare che le virtù che
arricchivano la santa famiglia devono essere le stesse virtù che arricchiscono
ogni famiglia cristiana.
La festa di oggi dà l’occasione
alle nostre famiglie, a noi qui riuniti per verificare se viviamo in quella
stessa esperienza di fede che ha animato la santa famiglia.E’ il momento di fare un serio esame di coscienza.
Se nella mia famiglia Dio non è al centro, la sua parola non illumina le scelte della vita, non ci si educa all'osservanza dei suoi comandamenti: la mia non è una famiglia cristiana!
Se si vive nell'idolatria del successo, della ricchezza, dell’arrivismo: la mia non è una famiglia cristiana!
Se nella mia famiglia non si prega mai insieme, se non si va a messa insieme, se non si ringrazia il Signore all'inizio e alla fine della giornata, se non lo si loda per il cibo con cui egli ci nutre: la mia non è una famiglia cristiana!
Se non si santifica la domenica con l’eucaristia e il riposo: se la domenica è il giorno in cui genitori e figli si poltrisce a letto oppure è il giorno in cui c’è spazio per scampagnate e sport e non per il Signore e i fratelli: la mia non è una famiglia cristiana.
Se i rapporti tra genitori e figli sembrano più quelli di una brigata cameratesca che non il rispetto e la devozione filiale dei figli verso i genitori e la dedizione amorosa ma esigente dei genitori: la mia non è una famiglia cristiana.
Se non freno l’egocentrismo dei figli: il mio non è amore di padre e madre
Se sono ridotto a fare lo schiavo e il cameriere dei miei figli: il mio non è amore di padre e di madre.
Se non vigilo su film che vedono i miei figli, i giochi che fanno con la play station, i collegamenti al computer che fanno, se accetto che anche da piccoli abbiano la televisione in camera: il mio non è amore di padre e di madre
La mia non è una famiglia cristiana.
Se accetto passivo che linguaggio e gesti e mentalità della visione edonistica, materialistica, che riduce tutto l’uomo a sesso e ad erotismo, sia il linguaggio e la mentalità predominante nella mia famiglia: la mia non è una famiglia cristiana.
Se accetto che i miei figli piccoli abbiano una visione distorta del sesso e del rapporto tra i sessi, della maturazione e dell’educazione all'amore: la mia non è una famiglia cristiana.
Se accetto che i miei figli ancora adolescenti si impegni in false e falsanti storie dette d’amore, amicizie equivoche e relazioni pericolose: la mia non è una famiglia cristiana!
Se accetto che i miei o altri figli in modo precoce brucino le tappe dell’amore, se acconsento in modo diretto o indiretto che i miei figli vivano more uxorio prima del matrimonio, se non mi scandalizzo più che la ricchezza della sessualità venga bruciata precocemente nei rapporti prematrimoniali: la mia non è una famiglia cristiana.
Se io giovane fidanzato, giovane fidanzata brucio le tappe senza passare dall'impegno duro ma gratificante della castità, della purezza: non ho in mente come mio esempio la famiglia cristiana.
Se i rapporti chiamati ad essere fecondi tra marito e moglie sono vanificati dall’uso di pillole, preservativi e anticoncezionali: la mia non è una famiglia cristiana.
Se non siamo aperti al dono dei figli e non ci scandalizziamo più degli innumerevoli aborti che ogni giorno mietono vittime innocenti: non si è famiglia cristiana!
Se si vive nel rancore, se si sconosce il perdono, la sincerità e la franchezza nei rapporti, se si vive in un intreccio di falsità e di ipocrisie: la mia non è una famiglia cristiana.
Se immagino che l’impegno per la famiglia sia solo quello per la casa e gli abiti e i soldi per toglierci ogni sfizio: io non ho in mente una famiglia cristiana!
Se accetto che mi vengano imposti tutti gli altri modelli che si vorrebbero equiparare alla famiglia senza reagire: io non ho capito cosa debba essere una famiglia e una famiglia cristiana.
Che fare?
Ripartire dalla santa famiglia: occorre un sussulto di orgoglio e di identità!
NOI SIAMO DIVERSI: CI DOBBIAMO SENTIRE ORGOGLIOSAMENTE DIVERSI.
NOI ABBIAMO UN VALORE IN PIU’
Essere cristiani è avere un più, non significa essere dimezzati
Cfr. Ebrei, protestanti, testimoni di Geova, musulmani come curano la loro identità e si impegnano a preservarla: cultura della identità è cultura della diversità!
Ai figli che si lamentano perché dobbiamo proibire alcune cose: noi ci vantiamo di essere diversi!
Se accetto che i miei figli parlino di Halloween e che mettano zucche e maschere, che vadano a feste di zucche vuote: io non sono cristiano, io non sto educando a vivere in una famiglia cristiana.
E se accetto e non mi ribello contro le maestre che a scuola parlino di Halloween e non dei santi e dei defunti, e se non vado dai direttori a protestare: io ho rinunciato al diritto e al dovere di educare cristianamente mio figlio!
Una mamma o un musulmano per una croce vanno a finire in tribunale e noi subiamo in silenzio che ci levino la croce e le feste e non solo e i simboli della fede ma anche i contenuti:
come può il Natale essere stato ridotto alla festa di un vecchio e non di un bambino che nasce?
Come può una famiglia cristiana accettare di appendere Babbo Natale fuori o in casa? Ma noi dovremmo appendere croci e Madonne, dovremmo illuminare le case per ricordare a noi e a chi passa che dentro ci abita una famiglia cristiana: un tempo anche da noi davanti ad ogni casa c’era una edicola: ora lo fanno i cristiani nei paesi arabi dove la fede si paga col sangue… noi invece la fede l’abbiamo avuta con lo sconto… e non la paghiamo più con l’impegno della coerenza!
Vado in case dove trovo nelle stanze i poster delle squadre di calcio, donne o uomini nudi, tutti i divi del grande fratello: non vedo una croce, una icona con dei fiori, una bibbia: d'altronde chi si fa un segno di croce al ristorante o davanti agli altri?
Ci siamo fatti rubare e storpiare anche il segno della croce, lo dico alle signore: tutte quelle false croci storte e brutte, attente: alcune richiamano il corno dei fattucchieri e altre segni satanici!
E se arrivando a casa io non butto via i babbi natale, se non levo dal mio collo i segni della superstizione, se non levo dalla mia televisione e dal mio computer i programmi che non devo vedere… se non mi impegno a rivedere i rapporti con mia moglie mio marito i miei figli i miei genitori il mio fidanzato la mia fidanzata, allora significa che io non ho capito niente neanche di questa "predica" né di tutta la mia fede, allora significa che ho ridotto la messa ad un atto di culto vuoto, magico, senza rapporto con la vita.
Non ho capito che l’atto di culto per essere vero esige poi la conversione: non si può ritornare a casa senza essere cambiati, senza aver scelto di cambiare.
Non ho capito: d'altronde neanche Maria e Giuseppe avevano capito.
Credevano che fosse stato sufficiente il pellegrinaggio.
Diremmo oggi, credevano che fosse stato sufficiente assicurare al figlio la prima comunione e la cresima.
E poi?
Se fosse stato oggi magari Maria e Giuseppe sarebbero andati da soli: Gesù non è voluto venire, ha voluto rimanere a casa a giocare a stare con i suoi amici, "u figghiu! a farici fari sta sfacchinata!" E così si uccidono spiritualmente i figli!
Gesù invece indica che il cammino vero della fede comincia quando sembra che il pellegrinaggio sia finito: giacché se l’incontro nell'atto di culto è stato vero, allora la preghiera mi apre all'ascolto della parola di Dio e la parola mi spinge all'obbedienza.
A DIO CHE SI RIVELA VA DOVUTA L’OBBEDIENZA DELLA FEDE
Gesù ci insegna che c’è solo un modo per genitori e figli: l’obbedienza della fede.
E un genitore non potrà mai pretendere l’obbedienza dei figli se egli stesso non è obbediente davanti a Dio.
E l’educazione della fede significa lo sforzo di cercare con i figli quale sia la loro vocazione.
Ma un genitore che ha risposto di no a Dio come può essere un buon genitore?
Come può educare un figlio a dire sì a Dio se lui stesso non ha obbedito, non obbedisce a Dio?
Si può dire vai a messa e poi non andarci? E’ dire coi fatti ai figli che la messa è poi non così importante, è roba da bambini…
Si sta attenti a che i figli mettano in atto tutti i doni avuti o ci si preoccupa per la salute: e ci mancherebbe…
Ma non c’è poi altrettanto impegno per la salute spirituale, a cogliere e seguire lo sbocciare di una vocazione…
Gesù ci dice oggi che una vera famiglia cristiana non si allontana mai dalla Casa , dalla casa vera: il tempio di Dio (cfr. in ebraico casa/ famiglia e casa/tempio hanno la stessa parola): la casa per eccellenza è il Tempio, anzi Dio stesso è
Una famiglia cristiana è vera quando la sua casa è la casa di Dio, quando Dio è la sua casa: ma la casa è il luogo del Padre e dei figli: saremo famiglie quando ci sentiremo veramente figli: cfr. Giovanni: vedete quale grande amore: figli: e lo siamo realmente figli di Dio.
Genitori e figli siamo figli di Dio: così i genitori si liberano dall'ossessione di proiettare sui figli i loro sogni.
I figli sono di Dio.
Cfr. Anna e Samuele.
Solo chi sa essere figlio fruttifica come padre e madre.
domenica 21 dicembre 2014
Amarcord?
Un vescovo della Campania l’anno scorso, chiacchierando sulla religiosità dei suoi fedeli, fra l’altro si lamentava dei guai che riescono a fare ogni anno gli emigranti o comunque i lontani che ritornano nei luoghi nativi per le ferie. Perché cominciano a criticare tutto in nome di un passato mitizzato al quale ci si riferisce come ad una specie di età dell’oro ! “Ah, non era così quando io ero qua, la festa del patrono non è più quella, la processione non dice più niente...” E così in nome di un preteso ricupero della memoria si cade in un fissismo che mortifica, nel caso ad esempio delle feste religiose, ogni cammino di crescita che intanto in tutti questi anni ha potuto fare la comunità ecclesiale. Quel vescovo ancora infatti mi confidava : “spesso tutto il lavoro di un parroco di un anno viene bruciato dall’arrivo di pretesi concittadini ma che di fatto sono ormai stranieri e che provocano disordini volendo riportare ad esempio lo svolgimento dei riti alle sequenze fissate nella loro memoria, dimenticando che c’è stata una riforma liturgica da cui non si può prescindere”. Queste parole mi venivano in mente nei giorni della calura estiva e più ci pensavo più mi sentivo di essere non solo d’accordo sull’analisi del vescovo in ambito ecclesiale, ma vedevo come questa analisi si potesse estendere benissimo anche a tutte le altre dimensioni del vivere investite da questo fenomeno della “rimembranza”. Se c’è un rito che confesso di mal sopportare è proprio quello di chi nostalgicamente (anche se non so se sia veramente questa la nostalgia) non fa che ripensare ai bei tempi della scuola, ai bei tempi dell’infanzia, ai bei tempi della famiglia... e allora magari non solo organizza le “rimpatriate” ma pretende anche che ogni vecchio compagno di scuola debba impersonare il solito copione : quello il buffone, quello il barzellettiere, quello l’intellettuale... dimenticando che si cresce, si cambia, e magari a chi era solito far sorridere gli altri adesso voglia di ridere ne è rimasta proprio poca ! E poi c’è chi pensando alla casa degli avi quasi ci rimane male nel trovarci la corrente elettrica e la televisione al posto della stalla e del lume a petrolio. Ma poi ci sono i più pericolosi : quelli il cui allontanamento si è verificato non tanto in chilometri quanto in zeri nei conto correnti bancari e che il distacco dalla casa paterna è stato fatto bandendo dalla tavola fave e scorza di formaggio, salvo poi uscirsene ogni tanto con un “Ah, i sapori di una volta ! perché non fare una sagra per riassaggiare la scorza del formaggio ?” E se proprio la sagra non si può fare allora suppliscono le tante bettole e osterie e similari riciclate come sedi “agrituristiche” in cui paghi carissimo tutto il cibo che a casa non mangeresti mai e poi mai. Mi si perdoni forse la troppa ironia con cui sto trattando l’argomento, ma credo che il recupero del passato, quello vero, non sia questo. Questo sa di falso, di artefatto, di gente che magari per una sera accetta di mangiare con le mani perché fa “chic” ma che poi per tutto l’anno sarà perseguitata dalla fobia della pulizia e banchetterà con posate di marca ! Il passato, senza il recupero in un vissuto esistenziale vivo che lo rinnova e lo rilancia verso il futuro adeguandolo al presente, non è altro che una cosa morta. E come tutte le cose morte deve riposare in pace ! C’è una idolatria perniciosa del nuovo che fa distruggere il passato e così nega l’intelligenza del presente, ma c’è un’altra idolatria altrettanto pericolosa nel rimanere attaccati ad un passato che spesso in eguale misura ci fa negare il presente. C’è un momento in cui infatti bisogna avere il coraggio di lasciare che i morti seppelliscano i morti, con buona pace di tutti ! Perché credo che in chi si dedichi “all’amarcord” stagionale o duraturo che sia, sia presente sempre un non so che di adolescenziale, di un morboso legame all’infanzia che fa correre il rischio di non arrivare serenamente alla maturità. Il Dio in cui credo è un Dio che dice “non pensate più alle cose passate, ecco io ne faccio di nuove, non ve ne accorgete ?” Il mio Dio non è un archeologo e io non vorrei finire i miei giorni a fare il guardiano di un museo ! Perciò questa mia confessione ad alta voce ha stavolta quasi la valenza di un ex voto per grazia ricevuta : anche per quest’estate sono riuscito a non farmi coinvolgere nell’organizzazione di un incontro degli ex compagni di scuola, sono riuscito a dire di no a tutti gli inviti a mangiare in locali costosi, sono riuscito a non farmi ammaliare dalle sirene dei falsi rimpianti... So che molti avranno da ridire su queste mie righe, che non saranno d’accordo...ma non posso fare a meno di essere sincero, anche se so che il prezzo dei miei rifiuti a tanti inviti è quello di farci la figura del misantropo. Ma volete mettere la pena di sentirsi ripetere per una serata “ah, ti ricordi di quando...” oppure “Ah, sei sempre lo stesso !” proprio quando tu hai fatto tu lo sforzo per dimenticare e sei cosciente di essere cambiato, al paragone di una serata al fresco (per il poco di quest’anno) sotto le stelle e nel silenzio assoluto ? Questa per me è l’estate ! O beata solitudo, o sola beatitudo !
martedì 16 dicembre 2014
Buon compleanno, Gesù
Natale, ossia memoria della
nascita di Gesù in Betlem di Giuda, vissuto poi per trenta anni a Nazareth,
crocefisso a Gerusalemme dopo tre anni di ministero profetico pubblico in
Galilea e Giudea e risorto il terzo giorno. In lui quelli che dal suo nome si chiamano
cristiani, riconoscono appunto il Cristo parola greca che sta per Messia, vale
a dire l’Unto, il Consacrato da parte di YHWH. Una espressione biblica per
indicare il Figlio di Dio che viene a “mettere la sua tenda in mezzo a noi”
(Gv). Natale, memoria di una nascita: un compleanno dunque, anche se sui
generis! Ma niente altro che un compleanno! E come tutti i compleanni la festa
consiste anzitutto nel fare gli auguri al festeggiato. Purtroppo la
secolarizzazione tutto ha fatto diventare il Natale, tranne che il compleanno
del festeggiato! Io invito i lettori a pensare un po’ come starebbero male il
giorno del loro compleanno se nessuno degli amici e dei parenti li chiamassero
per far loro gli auguri! O, peggio, se, avendoli invitati alla vostra festa di
compleanno, tutti si scambiassero fra loro gli auguri, dimenticando di fare gli
auguri proprio a voi! Il Natale è proprio per questo la festa cristiana che mi
genera più sofferenza, perché è la festa che sta perdendo il suo festeggiato,
trasformata in una sorta di sagra dei buoni sentimenti, di un buonismo melenso
e sdolcinato in cui tutti, più o meno ipocritamente, si possono ritrovare. E
non è la prima volta che esterno in pubblico questo mio disagio. Mi è stato
chiesto di scrivere cosa rappresenta per me il Natale. Se è il memoriale della
nascita di Cristo, per me che credo nel suo essere pienamente Dio e Uomo, non
può che rappresentare la memoria di un grande dono che mi è stato fatto: il
dono di una “compagnia”.
Perché da quando Dio si è fatto
Uomo noi non siamo più soli: c’è un compagno che viene a condividere la nostra
strada, le nostre gioie e i nostri dolori, la nostra fatica e le nostre
speranze.
Natale è Dio che si fa dono: è
l’esempio di chi non fa doni, ma è esso stesso dono. Perciò non mi piace il
Natale, con tutta la sua corsa al regalo da fare, da ricevere, da ricambiare,
se mi fa correre il rischio di dimenticare che più che pacchi dono è la mia
vita che deve diventare dono. Mi piacerebbe dunque a Natale stringere meno
mani, dare meno baci e abbracci, fare e ricevere meno regali, ma avere
esperienze di incontri con persone più autentiche come io mi sforzo di essere
autentico nelle mie scelte di vita. E l’autenticità di Gesù consiste nel fatto
che è stato soprattutto uno spogliamento di se stesso: il suo dono è vero
perché nessuno lo potrà o dovrà mai ricambiare, per questo è pura esperienza di
gratuità, grazia, appunto. Natale è la festa di Gesù povero, nato nudo e morto
nudo perché tutto di se ha donato ai fratelli. Per questo Natale è la festa dei
poveri e non la festa dei regali sotto l’albero, delle ricche vetrine piene di
oggetti superflui, dei ricchi con la puzza sotto il naso che si mettono la
coscienza tranquilla solo per una buona azione l’anno. Natale è la festa della
dignità dei poveri e dei piccoli che nessuno deve osare più offendere, da
quando un Dio si è fatto esso stesso piccolo e povero. Ecco allora il Natale
che sogno: anzitutto un dire grazie a Gesù e augurargli che il suo esempio e le
sue parole non cadano nel vuoto! E poi, proprio per seguire il suo esempio, la
scelta di una maggiore attenzione a chi è povero: e questo lo può fare anche
chi non crede alla divinità di Cristo, perché dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli
assetati, vestire gli ignudi, ospitare i forestieri, curare gli infermi,
visitare i carcerati…lo può fare chiunque e farlo, se non più cristiani, almeno
ci fa essere più uomini!
Duemilaquattordici auguri di buon
compleanno allora caro Gesù, e tu aiutaci a non strumentalizzare il tuo Natale!
giovedì 11 dicembre 2014
Camilleri? che vecchiaccio!!!
Gli sciclitani si sono “ricreati” a vedere Scicli trasformata nella Vigàta del Commissario Montalbano! Confesso di essere anch’io un ammiratore di Camilleri, della sua scrittura originale : e da prima che il fenomeno Camilleri/Montalbano esplodesse ! Però. Però nonostante la sua prosa ammaliante e le sue storie coinvolgenti a me Camilleri non la dà a bere ! Camilleri appartiene a quella schiera di scrittori pericolosi perché hanno, come dicono gli antichi il “venenum in cauda”, il veleno nella coda come gli scorpioni e per questo sono pericolosi, più degli altri ! Perché dopo averti affascinato poi ti mordono ! Prima era solo una sensazione che avevo nel leggere i vari romanzi, poi quando ho letto La bolla di componenda tutto mi è stato chiaro e i conti mi sono tornati ! Mi spiego. Sono un prete e perciò mi piace vedere tra l’altro come gli scrittori delineano la figura dei miei colleghi nei loro romanzi e, più in generale, come viene affrontato il mondo della fede e della religione, quale immagine di Chiesa viene mostrata. Ebbene, in Camilleri preti e Chiesa, quando ci sono, sono trattati sempre nell’unico modo anticlericale e illuminista secondo il vecchio cliché stantio. La Chiesa è oscurantista, alleata dei potenti, alleata dei mafiosi, concorre allo sfruttamento dei poveri, li nutre di illusioni e i preti sono mezze figure che pensano a fare soldi vendendo sacramenti e bolle di indulgenze, a fare i mezzani tramite il plagio del confessionale... Niente di nuovo sotto il sole : così Sciascia, per restare nell’Isola o Eco nel Nome della rosa. come in un’antologia per le scuole, Centosicilie , curata da Bufalino : tutte le dimensioni della Sicilia sono illustrate, tranne una, quella della religione : che siamo un’isola di atei e agnostici e non ce ne siamo mai accorti ? Ma davvero i tesori di devozione, di arte, di pietà, le testimonianze di santi siciliani laici e preti (penso al Cusmano del Boccone del povero di Palermo, all’Annibale Maria di Francia e alla ricostruzione di Messina dopo il terremoto, a Sturzo, al Don Puglisi ucciso dalla mafia : cosa erano, sardi o veneti ? alle tradizioni di un cattolicesimo sociale che a fine secolo dà vita alle casse rurali in tutta l’isola o forse era la Corsica ?) non sono da tenere in conto ?
D’accordo, lo sappiamo, come ogni famiglia la Chiesa ha avuto ed ha le sue pecore nere e i suoi periodo bui, ma non vedo in base a quale criterio di equità i demeriti della Chiesa si debbano sempre sbandierare ad oltranza e i suoi meriti invece debbano essere sempre diminuiti se non misconosciuti del tutto ! Abbiamo un papa che ha saputo chiedere perdono per i misfatti della Chiesa, ma la cultura laica quando sarà capace di fare autocritica ? O davvero la pretesa del laicismo è quella di avere la verità in tasca ? Assistiamo ancora a balle storiografiche come quella dei secoli oscuri del medioevo e della Chiesa nemica della cultura : Eco ci ha saputo fare a dipingere i monaci che bruciano i libri, ma la verità è un’altra, che se non ci fossero stati i monaci a copiare nel medioevo non solo i codici della bibbia, ma anche quelli dei filosofi greci e arabi, a quest’ora la cultura europea non sarebbe mai nata ! Ed Eco da onesto intellettuale che fa invece di dire grazie alla Chiesa e alla sua opera di conservazione ? Dice che la Chiesa è nemica della cultura e finanche del ridere ! Poi però gli storici del teatro ad esempio dicono che il teatro moderno è nato dalle sacre rappresentazioni medievali e la commedia moderna riprende le tradizioni del “risus paschalis” medievale con cui i preti suscitavano l’ilarità e la gioia dei fedeli nel giorno di Pasqua ! E’ innegabile che i tesori dell’arte, in ogni suo campo sono stati creati da uomini animati da grande fede capaci di innalzare imperituri monumenti alla grandezza dell’uomo e del suo creatore: cosa ci ha dato la cultura laica invece se non la dissoluzione e la frammentazione dell’uomo moderno ? Per rimanere in Italia penso ad un Moravia capace solo di raccontare in salse diverse sempre la solita storia di coiti anonimi e di solitari dialoghi con il suo ammennicolo : eppure è stato contrabbandato come un grande della letteratura ! E qual è la grandezza di un Dario Fo, premio nobel per gli sberleffi anticlericali del suo mistero buffo ? Per non parlare della accozzaglia dei luoghi comuni contro la Chiesa che comunemente si leggono nei nostri giornali e riviste radical - chic ! Luoghi comuni frutti di ignoranza atavica e impenitente ! Serviti a volte così bene da farci cadere anche il credente ingenuo. Come le fantasie sull’inquisizione, ormai smontate dalla critica storica seria, o quelle sulle ricchezze fantasmagoriche del vaticano : la santa sede pubblica un bilancio ogni anno ma nessuno ne parla perché dovrebbe parlare di deficit, altro che ricchezze ! O quella sui preti ricchi : quando io dico quanto ricevo dai fedeli al mese poi tanti mi fanno le scuse perché devono confessare di prendere il doppio di me ! Come la mettiamo allora ? Non scrivo queste cose per ritornare alla vecchia apologetica o per riprendere temi da crociate. Scrivo ancora una volta per dire anzitutto a chi con come condivide la fede : attento a non farti imbrogliare (e smettila di leggere Repubblica senza insieme poi leggere Avvenire !) e poi per invitare chi fa professione di laicità ad un dialogo serio e costruttivo : nella verità e non a partire dai pregiudizi. Perché confesso che mi fa male parlare con persone che pur di difendere il loro modo di vedere la Chiesa sono pronti a negare anche l’evidenza dei fatti ! Viaggio spesso e a volte ho passato intere giornate sul treno a cercare di dialogare con chi invece non vuole sentire ragioni perché significherebbe mettere in crisi le proprie sicurezze. No, ormai non mi arrabbio più : mi viene solo una gran pena nel vedere il professore, il medico, l’avvocato, lo scrittore arrampicarsi sugli specchi e fare solo mostra di ignoranza ! Che pena Camilleri, che non sai dimostrare se la bolla di componenda sia mai esistita o meno e però ti diverti a liberare il venticello della calunnia : non ti ha insegnato il nostro Orlando che la politica del sospetto prima o poi si ritorce su se stessa ? Ricordati che solo la verità libera : perché non cercarla insieme ? O ti vuoi solo cullare nella tua verità come il tuo Montalbano si gusta da solo i suoi pranzi ? Ma se sei un buongustaio sai che le pietanze gustate in compagnia di amici hanno più gusto : perché non esci dal tuo mondo e non vieni a mangiare con noi ?
D’accordo, lo sappiamo, come ogni famiglia la Chiesa ha avuto ed ha le sue pecore nere e i suoi periodo bui, ma non vedo in base a quale criterio di equità i demeriti della Chiesa si debbano sempre sbandierare ad oltranza e i suoi meriti invece debbano essere sempre diminuiti se non misconosciuti del tutto ! Abbiamo un papa che ha saputo chiedere perdono per i misfatti della Chiesa, ma la cultura laica quando sarà capace di fare autocritica ? O davvero la pretesa del laicismo è quella di avere la verità in tasca ? Assistiamo ancora a balle storiografiche come quella dei secoli oscuri del medioevo e della Chiesa nemica della cultura : Eco ci ha saputo fare a dipingere i monaci che bruciano i libri, ma la verità è un’altra, che se non ci fossero stati i monaci a copiare nel medioevo non solo i codici della bibbia, ma anche quelli dei filosofi greci e arabi, a quest’ora la cultura europea non sarebbe mai nata ! Ed Eco da onesto intellettuale che fa invece di dire grazie alla Chiesa e alla sua opera di conservazione ? Dice che la Chiesa è nemica della cultura e finanche del ridere ! Poi però gli storici del teatro ad esempio dicono che il teatro moderno è nato dalle sacre rappresentazioni medievali e la commedia moderna riprende le tradizioni del “risus paschalis” medievale con cui i preti suscitavano l’ilarità e la gioia dei fedeli nel giorno di Pasqua ! E’ innegabile che i tesori dell’arte, in ogni suo campo sono stati creati da uomini animati da grande fede capaci di innalzare imperituri monumenti alla grandezza dell’uomo e del suo creatore: cosa ci ha dato la cultura laica invece se non la dissoluzione e la frammentazione dell’uomo moderno ? Per rimanere in Italia penso ad un Moravia capace solo di raccontare in salse diverse sempre la solita storia di coiti anonimi e di solitari dialoghi con il suo ammennicolo : eppure è stato contrabbandato come un grande della letteratura ! E qual è la grandezza di un Dario Fo, premio nobel per gli sberleffi anticlericali del suo mistero buffo ? Per non parlare della accozzaglia dei luoghi comuni contro la Chiesa che comunemente si leggono nei nostri giornali e riviste radical - chic ! Luoghi comuni frutti di ignoranza atavica e impenitente ! Serviti a volte così bene da farci cadere anche il credente ingenuo. Come le fantasie sull’inquisizione, ormai smontate dalla critica storica seria, o quelle sulle ricchezze fantasmagoriche del vaticano : la santa sede pubblica un bilancio ogni anno ma nessuno ne parla perché dovrebbe parlare di deficit, altro che ricchezze ! O quella sui preti ricchi : quando io dico quanto ricevo dai fedeli al mese poi tanti mi fanno le scuse perché devono confessare di prendere il doppio di me ! Come la mettiamo allora ? Non scrivo queste cose per ritornare alla vecchia apologetica o per riprendere temi da crociate. Scrivo ancora una volta per dire anzitutto a chi con come condivide la fede : attento a non farti imbrogliare (e smettila di leggere Repubblica senza insieme poi leggere Avvenire !) e poi per invitare chi fa professione di laicità ad un dialogo serio e costruttivo : nella verità e non a partire dai pregiudizi. Perché confesso che mi fa male parlare con persone che pur di difendere il loro modo di vedere la Chiesa sono pronti a negare anche l’evidenza dei fatti ! Viaggio spesso e a volte ho passato intere giornate sul treno a cercare di dialogare con chi invece non vuole sentire ragioni perché significherebbe mettere in crisi le proprie sicurezze. No, ormai non mi arrabbio più : mi viene solo una gran pena nel vedere il professore, il medico, l’avvocato, lo scrittore arrampicarsi sugli specchi e fare solo mostra di ignoranza ! Che pena Camilleri, che non sai dimostrare se la bolla di componenda sia mai esistita o meno e però ti diverti a liberare il venticello della calunnia : non ti ha insegnato il nostro Orlando che la politica del sospetto prima o poi si ritorce su se stessa ? Ricordati che solo la verità libera : perché non cercarla insieme ? O ti vuoi solo cullare nella tua verità come il tuo Montalbano si gusta da solo i suoi pranzi ? Ma se sei un buongustaio sai che le pietanze gustate in compagnia di amici hanno più gusto : perché non esci dal tuo mondo e non vieni a mangiare con noi ?
sabato 6 dicembre 2014
quale morale cattolica?
Qualche tempo fa, concordando con Celentano (e tantissimi altri) quando dissi che Famiglia Cristiana aveva ormai poco di cattolico, fui aggredito da tanti... ma la mia convinzione rimane, anzi si rafforza anche l'idea più generale che qualche editrice non sia più tanto cattolica: lo dissi allora protestando per il fatto che in librerie cattoliche (o sedicenti tali) tu puoi trovare i libri di Mancuso, Augias, Dan Brown, Coelho ... che certo cattolici non sono.
Ora può essere che un ingenuo fedele entri alla ricerca di un buon libro cattolico e se ne esca con tutt'altro (e poi Paolo VI si chiedeva da dove fosse entrato il pensiero non cattolico nella chiesa cattolica!).
Così a me è successo di entrare in una libreria delle EP a Salerno e di cercare un manuale di educazione sessuale per i miei ragazzi di cresima. Trovato: è della San Paolo, che volere di più? Ma meno male che mi sono deciso a leggerlo prima di darlo ai miei ragazzi. Che vi trovo? Un capitolo sulla ideologia del gender!
Ora, se in un manuale di educazione sessuale delle edizioni san Paolo si trova un capitolo sulla identità di genere, una famiglia cattolica di chi si potrà fidare per educare i suoi figli? Leggete e ve ne accorgerete: il succo? c'è una identità biologico-genitale (che non importa) e c'è una identità di genere, cioè il sesso che si sceglie di avere e mostrare (che può non coincidere con i genitali che la natura mi ha dato!). E la morale cattolica? E la dottrina della Chiesa?
Ora può essere che un ingenuo fedele entri alla ricerca di un buon libro cattolico e se ne esca con tutt'altro (e poi Paolo VI si chiedeva da dove fosse entrato il pensiero non cattolico nella chiesa cattolica!).
Così a me è successo di entrare in una libreria delle EP a Salerno e di cercare un manuale di educazione sessuale per i miei ragazzi di cresima. Trovato: è della San Paolo, che volere di più? Ma meno male che mi sono deciso a leggerlo prima di darlo ai miei ragazzi. Che vi trovo? Un capitolo sulla ideologia del gender!
Ora, se in un manuale di educazione sessuale delle edizioni san Paolo si trova un capitolo sulla identità di genere, una famiglia cattolica di chi si potrà fidare per educare i suoi figli? Leggete e ve ne accorgerete: il succo? c'è una identità biologico-genitale (che non importa) e c'è una identità di genere, cioè il sesso che si sceglie di avere e mostrare (che può non coincidere con i genitali che la natura mi ha dato!). E la morale cattolica? E la dottrina della Chiesa?
lunedì 17 novembre 2014
CONFESSARE I TALENTI E LA GRAZIA
Tengo una rubrica su un mensile
locale dal titolo “Confessioni ad alta voce”.
Decidere di “confessarsi in
pubblico” è sicuramente per certi versi un’operazione - mi si passi il termine
- “spudorata” : è un presentarsi “nudi” all’occhio del lettore che può
essere a volte benevolo, a volte spietato.
“Confessione”: è proprio il meccanismo che, credo,
oggi ci possa far uscire non solo da una sorta di buio anonimato in cui come si
dice “tutte le mucche sono nere”, ma anche da un certo solipsismo spirituale
che ci fa rinchiudere ognuno nella coltivazione del proprio “hortus conclusus”.
Non per fare buonismo: ma se
ognuno di noi “confessasse” (nel senso etimologico del termine proprio di
rendere testimonianza) il bene che c’è in noi e nel mondo (per chi crede: che
Dio ha messo in noi e nel mondo) coinvolgendo gli altri in questa
testimonianza, credo che nei giornali troveremmo meno cronaca nera (e di tanti
altri colori) e più sentimenti autentici. Meno bruttura e più bellezza :
non sarà proprio quest’ultima che Dostoievskj dice dovrà salvare il mondo? Confessarsi
a partire dai richiami al vissuto e al duro mestiere di vivere illuminato
tuttavia dalla Grazia, credo si possa inscrivere proprio su questa linea.
E solo così credo si possa
avviare un vero dialogo con gli altri compagni di viaggio, viatores con meta o
in cerca di meta.
Anche se questo comporta l’impegno
di continuare a parlare il “patois” di Canaan, cioè il dialetto di Palestina
che - fuor dai veli - è lo stile semplice e immediato che privilegia i rapporti
umani prima che le dotte elucubrazioni: è lo stile del Cristo pellegrino fra le
strade di Galilea che prego giorno dopo giorno di far mio. Confesso che non è
facile parlarlo, per chi come me, è più impastato di latino e greco, di
“lettere e filosofia” ! Ma ho scelto di servire un Dio che spesso si
rivela ai semplici e irride le intellighentie:
per questo mi è gradito l’esercizio di un ministero in una parrocchia in cui
sono costretto ogni volta a rimettere i piedi a terra e la testa fuori dalle
nuvole ! Se sia umiltà la mia non
spetta a me dirlo (potrebbe pure essere bencelato orgoglio): certo per me è
un’occasione di maturazione e...senza timore di ripetermi, di Grazia!
mercoledì 12 novembre 2014
Per il futuro? Ritornare a scommettere sull'educazione.
Viviamo in tempi in cui abbiamo
assistito - per dirla schematicamente - alla fine degli assolutismi, alla perdita
dei valori, al crollo degli ideali,
alla crisi delle istituzioni, al dilagare di una illegalità diffusa a
tutti i livelli, al lento ma a prima vista inarrestabile traballare di
famiglia, Stato, scuola....e aggiungerei anche Chiesa...
Conseguentemente abbiamo davanti
a noi ad esempio giovani sempre più
insicuri (vedi l’innalzamento e l’allargamento del periodo adolescenziale),
personalità fragili (vedi l’incapacità di fare scelte, specie se durature, e i
sacrifici conseguenti alle scelte, o di portarle avanti nel tempo :
emblematico è il fallimento di tanti matrimoni di coppie giovani, ), giovani vittime di manipolazioni ( vedi
l’influenza sempre più alta dei mass media), giovani contesi o dissociati
tra le diverse agenzie educative o pseudoeducative ( vedi i giovani che fanno
musica, sport, scautismo etc o che appartengono insieme a gruppi di matrice diversa...incapaci di
stabilire una gerarchia di valori o che rispondono ai valori/pseudovalori come
Zelig, il personaggio di Woody Allen, a seconda delle situazioni).
Il compromesso così sembra essere diventato la regola, l’incoerenza tra valori e scelte
concrete sembra quasi connaturata ad uno stile di vita sempre più
illuministicamente dissociato tra il dire e il fare (se è detto è fatto?!).
Risultato di tutto ciò è la frammentazione dell’identità: spesso si
vive quasi a compartimenti stagni, incapaci di operare una vera “reductio ad
unum”, cioè incapaci di ricondurre la diversità delle esperienze ad un unico
punto attorno al quale fare ruotare e dal quale ricevere senso, per leggere se
stessi come il soggetto unico della propria storia. Abbiamo bisogno di quel
“centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose,
sulla gente...” che cercava, cantando, Battiato.
Emblematica, a proposito, è la confusione dei ruoli (vedi il
rapporto uomo-donna o la crisi
dell’identità personale), oppure
il relativismo etico (se ogni persona ha la propria verità, allora fa
quello che vuole: è i trionfo del “secondo me”, del “mi piace, quindi è così”,
del “così è bello” o del “il corpo è mio e me lo gestisco io”) che sfocia, per
alcuni aspetti, nella pluriappartenenza (vedi
il caso del Baggio “buddista” o il fenomeno del New Age) e, per altri aspetti,
nella privatizzazione dei comportamenti.
Come definire allora un giovane
che vive in questa rete, spesso groviglio, di problemi che si riversano nella
sua esistenza e che la connotano e la condizionano spesso in modo tragico e
irreversibile, specie in situazioni socioculturali quali quelle della Sicilia
dominate da piaghe quali la disoccupazione, sacche di povertà ancora estese,
micro e maxi delinquenza, criminalità organizzata, mafia, inquinamento
sociopolitico ed ecclesiale, diffidenza verso le istituzioni, mancanza di senso
civico, religiosità popolare e costumi
ancora fortemente tradizionalistici?
Io lo definirei un “giovane a
rischio”, dove però la categoria “a rischio” prima che essere sociologica è
esistenziale: quello infatti che si mette a rischio non è qualche aspetto
della vita, materiale o no che sia, è anzitutto la vita stessa, nella sua
qualità, nella chiamata alla realizzazione piena di sé che ogni vita porta
inscritta nella propria esistenza.
In questo senso i giovani della Sicilia oggi sono a rischio,
perché il mondo è a rischio: la Sicilia è specchio di quello che oggi è il
mondo!
Eppure, pur parlando di
situazioni a rischio, non vorrei mancare al mio dovere di scout di saper vedere
anche il 5% di buono presente in quest’oggi e in questo mondo. Sarebbe infatti
ingiusto tacere di quelle tante realtà che viaggiano nella direzione opposta a
quella precedentemente vista: sono ad esempio l’impegno per la pace di tanti, la cooperazione e lo sviluppo tra i
popoli, l’impegno per la salvaguardia
del creato, per una società più giusta e solidale e più a misura d’uomo
(vedi l’AVS, il servizio civile, il
volontariato) e poi la rinascita di una coscienza
politica, il fermento antimafia, e , al livello ecclesiale, il risveglio e
l’impegno per una vera esperienza di fede in una Chiesa-Popolo di Dio e Corpo
di Cristo che vive nella testimonianza -a volte letteralmente vero e proprio
martirio - il proprio servizio dell’annuncio del vangelo del Regno al mondo.
Come ingiusto sarebbe inoltre non
riconoscere nel volto della Sicilia, per rimanere nell’ambiente che ci
interessa più da vicino, assieme alle tante rughe che lo deturpano, anche i
tratti della intelligenza, della forza e della tenacia con i quali spesso la
rassegnazione si trasforma in laboriosità; i tratti della generosità che si coniuga in termini di
solidarietà, ospitalità, accoglienza, tolleranza, integrazione razziale (è
questa la lezione della storia!), i tratti dell’ironia che pirandellianamente
sa elevare un innato pessimismo ad un
sano realismo ...sono tratti questi che rappresentano una risorsa, una
riserva, assieme a quelle realtà di bene cui prima accennavamo più in generale,
da cui trarre ricche suggestioni per il lavoro che ci apprestiamo a fare.
A questo punto, chi deve essere e
come un cristiano che vuole scommettere sulla formazione e sull’educazione
delle nuove generazioni?
E’ uno che ha anzitutto il coraggio
dell’intelligenza: cioè il coraggio di andare dentro le cose
(intus-legere), di superare le apparenze, di andare al nocciolo, alla sostanza
delle cose (sub-stantia:ciò che sta sotto), ricordando l’ammonimento della
volpe al Piccolo Principe: “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Questo significa, per un
educatore, la capacità di superare ogni superficialità, in noi stessi e
negli altri, il rifiuto di farci ingannare dagli specchietti per le allodole...per
andare alla interiorità: è il rifiuto del “look”, dell’apparenza per
ritornare all’essere.
E chi ha il coraggio
dell’intelligenza ha anche il coraggio del discernimento. Proprio
nell’epoca della contraddizione, della confusione e del relativismo il dovere
del discernimento si impone più che mai come il coraggio di scegliere e di
saper scegliere, distinguendo tra bene e male: “tutto provate, ritenete ciò che
è buono” ammonisce San Paolo.
Mi sembra che una delle urgenze
più grandi per gli educatori sia quella di aiutare a superare l’indifferentismo
e di educare alle scelte, alle scelte responsabili. Questo significa, per un
educatore, la capacità di un atteggiamento critico nei confronti di se
stesso anzitutto e poi degli altri e della realtà che ci circonda, non per
seminare dubbi o zizzania per partito preso, ma per sottoporre ogni cosa al
vaglio critico della Parola di Dio, che mettendo in luce le ombre del peccato e
le tentazioni al compromesso ci spinge a continua conversione.
Ma intelligenza e discernimento
si pagano con un altro coraggio: quello di ricercare
sempre, senza posa, la verità. Solo infatti chi ha l’umiltà di riconoscere
di non essere depositario di verità precostituite, avrà il coraggio di superare
ogni dogmatismo, di uscire dalle proprie sicurezze, spesso false, per
impegnarsi in un pellegrinaggio alla ricerca della verità, che diventa, per chi
ha il coraggio di compierlo fino in fondo, un cammino di liberazione, se vero,
come è vero, che la verità ci farà liberi (Gv).
Questo significa, per un
educatore che aspira a diventare formatore di personalità autentiche, la
capacità anzitutto di mettersi a nudo, di gettare la maschera, di sciogliere i
tanti legami dell’ipocrisia per ripartire da una vita sentita e vissuta nella sincerità del cuore.
E dato poi che per noi che ci
diciamo cristiani la verità non è un ideale astratto, o peggio un “flatus
vocis”, ma una persona ben concreta, Gesù di Nazareth che noi confessiamo come
il Cristo di Dio, allora potremo dire che l’educatore cristiano è uno che, oggi
più che mai, ha il coraggio di mettersi con più decisione alla sequela di
Cristo, nell’esperienza della fede, nella docilità allo Spirito,
nell’obbedienza della Parola, nella appartenenza ecclesiale, nella libertà
della coscienza.
Chi deve essere l’educatore
cristiano infatti se non colui che nella coerenza della propria vita
testimonia una sempre rinnovata fedeltà a Cristo che lo ha liberato? “liberi e
fedeli in Cristo” dice P. Haring a proposito della vita dei cristiani: libero e
fedele in Cristo deve essere un Capo, per essere a sua volta nella Chiesa e nel
mondo segno e strumento di liberazione. Poiché infatti oggi l’educazione non
può non coniugarsi in termini di liberazione, di superamento cioè delle
contraddizioni tra fede-vita, ideale-reale, interiore - esteriore,
pubblico-privato, personale-comunitario, materiale-spirituale...superamento in
vita della realizzazione dell’uomo integrale...
Questo significa per noi in
questa sede, avere il coraggio di una
revisione critica del nostro modo di essere e delle nostre scelte: prima di
guardare ai ragazzi dobbiamo guardare a noi stessi, con onestà! Ci dice
infatti il Vangelo che “se un cieco guida un altro cieco, entrambi finiscono in
una fossa”: allora molto onestamente dobbiamo dire oggi che i frutti del nostro
servizio dipendono dalla qualità di noi Capi. Dobbiamo allora puntare sulla
qualità, come primo impegno: sulla qualità dell’essere che si traduce in
termini di una spiritualità cristiana sempre
più sperimentata, vissuta, incarnata... e che sfocia nella qualità del
servizio che si traduce in termini di una competenza sempre maggiore (sono finiti i tempi del pressappochismo
e delle buone intenzioni!!!).
Noi purtroppo siamo figli e
vittime di quello che in filosofia oggi viene detto il “pensiero debole”: cosa
viene insegnato oggi? Che non esistono valori - certezze e che è inutile
cercarle e che se anche esistessero la nostra
mente non riuscirebbe a coglierli in pieno dati i suoi limiti, e che se anche riuscisse a
capire qualcosa non saprebbe né comunicarla né viverla: e allora? Allora
accontentiamoci di vivere alla giornata, di non pensare a mete irraggiungibili:
gli ideali? E chi li ha mai visti o toccati? Meglio altre mete che, guarda
caso, devono essere tangibili: beni, denaro, potere...si potrebbe continuare,
ma credo che ci siamo capiti: oggi assistiamo al trionfo della mediocrità, al
ripiego dell’uomo su se stesso, al rifiuto della sua chiamata ad essere Altro,
e alla conseguente tragedia della perdita dell’identità stessa dell’uomo.
Eppure il Poeta (!) ci aveva ammoniti: “fatti
non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza...”: A
parte la citazione dotta ,
Dobbiamo osare pensare in grande,
dobbiamo liberare i sogni e ritornare a giocare con le stelle: come
paradossalmente veniva suggerito a Peter Pan per crescere, per riuscire a
volare!
venerdì 31 ottobre 2014
La festa dei morti
Per indicare il superamento del paganesimo il papa aveva
consacrato il Pantheon, luogo romano dedicato a tutti gli dei, come chiesa
cristiana dedicandola al culto della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi. E
fu scelto come giorno il primo del mese di novembre. Intorno all’anno Mille,
nell’Abbazia di Cluny in Francia, alla fine dei Vespri solenni di tutti i Santi
i monaci si portavano in processione presso il loro cimitero e facevano un
ufficio di suffragio per tutti i loro morti. Pian piano dal solo ufficio
vespertino si passò ad un ufficio vero e proprio durante le ore canoniche del
giorno seguente e questa tradizione si diffuse così rapidamente che la chiesa
concesse di commemorare il due novembre tutti i fedeli defunti in ogni luogo
della cristianità. Nacque così la “festa” dei morti in un giorno particolare
del calendario liturgico, ma non certo il ricordo dei morti: questo si fa in
ogni celebrazione della Messa in cui si fa memoria della “Comunione dei Santi”,
cioè viene ricordato come tutti, quelli che ancora peregriniamo qui sulla terra
(= la Chiesa Militante), quelli che sono morti (= la Chiesa purgante ) e i
santi che sono già in Paradiso (= la Chiesa trionfante) formiamo tutti un’unica
Chiesa perché tutti accomunati dal Battesimo. Comunione dei santi qui sta
appunto per Comunione dei battezzati perché “Santo, Santità” era l’appellativo
scambievole con cui si chiamavano i primi cristiani (ora rimasto in uso solo
per il papa). E a partire da questa “comunione”, cioè esperienza di amore
scambievole e di grazia divina, che si capisce anche il ricordo dei morti: se
tutti siamo una sola famiglia e se non valgono i vincoli della morte, allora
tra santi in cielo, morti e fedeli in terra può continuare ad esistere un
fecondo rapporto di amicizia. Ad esempio io posso pregare e chiedere
l’intercessione dei santi e suffragare i defunti perché la mia azione, essendo
per così dire ancora in contatto tra noi può essere efficace. E questo a
partire dalla esperienza di fede nella risurrezione dei morti e nella vita eterna.
Mi scuso per questa lunga
introduzione, ma credo che questo è l’unico modo per comprendere la genesi di
una festa che da noi (grazie a Dio) è ancora abbastanza sentita: la festa dei
morti, appunto. E dico grazie a Dio non solo per un motivo religioso ( potrebbe
altrimenti il mio sembrare solo un discorso da prete) ma anche profondamente
umano. E’ stato bello nella mia infanzia aspettare il giorno dei morti per
ricevere i regali (“i muorti, i murticieddi”) perché è un modo con cui la
sapienza e la fede popolare ti passava un messaggio bellissimo: i cari morti
non sono scomparsi nel nulla, ci sono ancora accanto, noi preghiamo per loro e
loro si interessano ancora per noi (non si parlava una volta di scambio di
amorosi sensi tra vivi e morti?). Un modo per ribadire la fede cristiana e per
far vivere serenamente la morte (all’opposto di oggi in cui la morte è stata
banalizzata nei serial TV e nascosta ed esorcizzata dalla vita reale). Un modo
per dire che i morti ci sono amici e di loro non si può avere paura (la
sapienza popolare sempre ammonisce che è dei vivi che invece bisogna aver
timore!). Perché, attenti, se so guardare serenamente alla morte so vivere
anche serenamente la vita. Adesso si scappa dalla visione della morte e non si
coglie più il senso della vita! Poveri genitori che non fanno vedere ai figli i
nonni morti: non sanno che li preparano a essere sconfitti dalla vita! Viva
dunque il culto dei morti e la festa dei morti, perché appunto e
paradossalmente è la festa della vita. Meglio dunque un giorno di cimiteri
affollati (certo più spesso non farebbe male) che lasciare morti e morte nel
dimenticatoio. E qui siamo proprio all’opposto del neopaganesimo strisciante
della cultura anglosassone e americana che purtroppo sta sbarcando pure da noi
in cui i morti sono gli spettri che terrorizzano e che ritornano la notte di
Hallowen a fare baraonda sulla terra! E noi che davanti a queste americanate ci
caliamo le braghe! Quando abbiamo un patrimonio culturale da non temere
confronti! Perché non è certo questo un segno di modernità, anzi! Ma da
un’europa che dimentica di essere figlia del cristianesimo cosa ci si poteva
aspettare?
sabato 18 ottobre 2014
vera e falsa riforma della Chiesa
"In
una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo,
millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una
fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all'opposizione. E, per passare
all'opposizione, dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare
all'opposizione contro un potere che l'ha così cinicamente abbandonata,
progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se
stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un «nuovo» bisogno di
fede) che proprio per quello che essa è l'hanno abbandonata. Riprendendo
una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro
l'Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la
guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un
marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è
completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi,
più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha
avuto senso l'affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità
umana in merce di scambio). È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare
la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all'opposizione e alla rivolta. O fare
questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi."
*
"I dilemmi di un Papa, oggi" di P.P. Pasolini, Corriere della Sera del
22.09.1974
sabato 6 settembre 2014
Il suicidio dell'Occidente
Scoprire che nelle fila dei terroristi islamici va sempre più aumentando il numero di occidentali ( anche italiani) convertiti, è un fatto certamente sconvolgente, e che però, permettetemi l'espressione, potrebbe diventare anche salutare per lo stesso Occidente, se solo se ne cogliesse la portata provocatoria.
Si tratta qui infatti non di giovani di famiglie islamiche immigrate nei nostri paesi (in cui magari il ritorno ad un islamismo integralista potrebbe essere compreso come una sorta di ricerca delle proprie radici culturali) ma si tratta di giovani di buone famiglie cristiane (cattoliche o anglicane o protestanti non importa) i cui figli si sentono attratti dalla forza totalizzante del credo musulmano.
Attenzione, già sarebbe preoccupante il primo caso, quello dei giovani di famiglie musulmane che si buttano capofitto nella interpretazione più rigida e riduttiva dell'islam: perché significa che l'integrazione delle loro famiglie è stata, se lo è stata, solo da un punto di vista economico, ma che sia a questi, come agli altri, cattolici magari di buona famiglia e che quasi certamente da piccoli hanno ricevuto battesimo comunione e cresima, a tutti questi, poi, la società occidentale, oltre al sogno materialista e consumista non ha saputo dare altro.
Scriveva Albert Camus nei suoi Taccuini: "si serve l'uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l'uomo ha bisogno di pane e di giustizia, si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno. Ma egli ha anche bisogno della bellezza pura che è il pane del suo cuore. Il resto non è serio."
Ricordo che Camus diceva di essere ateo. Eppure comprese che anche il cuore ha le sue "fami", dove qui "cuore" sta per tutta la interiorità dell'uomo e "bellezza pura" sta per ciò che non è riconducibile al mercato e al consumo.
Eppure da più di un secolo viviamo sotto l'attacco di un nichilismo distruttore di qualsiasi valore e realtà spirituale.
Abbiamo ridotto l'uomo "ad una dimensione ", come diceva il titolo di un saggio molto in voga decenni fa.
Si è creduto che, soddisfacendo la pancia e quello che vi sta sotto, con tutte le voglie annesse e connesse, l'uomo si potesse così sentire felicemente appagato e realizzato.
In questo senso già il '68, pur nella sua ambiguità, nella sua ricerca di modi alternativi di vita, era stato un grido di allarme e di protesta contro stili di vita in cui tutto si sacrificava all'idolo del progresso economico.
Allora la direzione per tanti fu l'oriente induista e buddista in cui poter recuperare la dimensione spirituale.
Purtroppo, per tanti, il passaggio fu letale, per il cammino cosparso dall'uso di droghe e di pratiche in realtà anche qui più illusorie che veritiere: basti pensare alle varie forme di new age sulle cui fondamenta fatue ancora tanti cercano di costruire società alternative.
Ma il negare che l'uomo abbia anche altre dimensioni, il fare di tutto per fargliele dimenticare (a cosa servono tanti programmi televisivi se non a questo?), non significa che ciò sia vero e che questo sia possibile.
Che l'uomo abbia bisogno di qualcosa che dia senso alla propria vita, diciamo per intenderci un ideale per cui vivere e al limite anche morire, è una necessità insita nel cuore di ogni uomo. Per quanto si cerchi di ipnotizzarlo e asservirlo ad altri modelli di vita, prima o poi il desiderio di comprendere chi si è, da dove si viene e verso quale destino si vada ( sono le classiche domande ineludibili che segnano il nostro essere uomini in quanto tali) rispunterà prepotente in ogni uomo.
Il giovane di buona famiglia (cattolica) che si arruola nella jihad perché finalmente ha trovato un ideale per cui spendersi fino all'estremo è un tremendo e tragico j'accuse delle nuove generazioni verso genitori imbecilli e deficienti (nel senso etimologico latino) che hanno creduto di educare i figli a forza di cibo e di regali, al massimo proponendo loro come meta la vittoria ad "Amici" e programmi similari, come se la vita fosse tutta e solo un mega show che di reality ha solo il nome perché tutto falso e ingannevole dietro le quinte. E ora questi figli sazi si rivoltano con rabbia contro i padri perché sentono, al di là di quanto ciò stesso sia esprimibile e concettualizzabile, di essere stati ingannati dai padri stessi.
Padri chiusi nella loro rivolta adolescenziale contro ogni valore che potesse dar senso al vivere e al morire, al gioire e al soffrire (tanto la vita si manipola, la morte si ignora il soffrire si nega: resta solo il divertimento), hanno allevato i figli in bolle di nulla, nell'insipienza e insignificanza totale, ignari di star preparando il suicidio dell'occidente.
Un tunisino ha detto ad un prete di Vittoria, mio amico: "ma davvero voi dite di credere in Dio? Dal modo come vivete, pensando solo ad affari e sesso, si direbbe che siete tutti atei."
Ecco perché i nostri giovani si arruolano nelle file di Allah, perché trovano un ideale in cui ancora la fede e la vita vanno insieme, perché tutte le critiche si potranno fare all'Islam tranne che abbia separato fede e vita.
Noi cristiani abbiamo voluto relegare Dio nel cielo ( Prevert così bestemmiò: "mpadre nostro che sei nei cieli: restaci") per fare i nostri porci comodi qui sulla terra. Eccone i frutti!
Un grande pensatore ateo marxista tempo fa si convertì al cristianesimo in Francia.
Ma dopo alcuni anni passò all'Islam. Il cristianesimo, disse, ha perso il senso dell'Assoluto, di Dio. E le famiglie non educano più alla fede.
Un gesto dirompente che avrebbe dovuto farci riflettere.
Una famiglia infatti che non trasmette Dio ai propri figli ha segnato la sua morte. Ma non solo la sua, ma dell'intera società.
L'occidente morirà proprio per questo.
Ma nessuno sembra ancora capirlo.
Si tratta qui infatti non di giovani di famiglie islamiche immigrate nei nostri paesi (in cui magari il ritorno ad un islamismo integralista potrebbe essere compreso come una sorta di ricerca delle proprie radici culturali) ma si tratta di giovani di buone famiglie cristiane (cattoliche o anglicane o protestanti non importa) i cui figli si sentono attratti dalla forza totalizzante del credo musulmano.
Attenzione, già sarebbe preoccupante il primo caso, quello dei giovani di famiglie musulmane che si buttano capofitto nella interpretazione più rigida e riduttiva dell'islam: perché significa che l'integrazione delle loro famiglie è stata, se lo è stata, solo da un punto di vista economico, ma che sia a questi, come agli altri, cattolici magari di buona famiglia e che quasi certamente da piccoli hanno ricevuto battesimo comunione e cresima, a tutti questi, poi, la società occidentale, oltre al sogno materialista e consumista non ha saputo dare altro.
Scriveva Albert Camus nei suoi Taccuini: "si serve l'uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l'uomo ha bisogno di pane e di giustizia, si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno. Ma egli ha anche bisogno della bellezza pura che è il pane del suo cuore. Il resto non è serio."
Ricordo che Camus diceva di essere ateo. Eppure comprese che anche il cuore ha le sue "fami", dove qui "cuore" sta per tutta la interiorità dell'uomo e "bellezza pura" sta per ciò che non è riconducibile al mercato e al consumo.
Eppure da più di un secolo viviamo sotto l'attacco di un nichilismo distruttore di qualsiasi valore e realtà spirituale.
Abbiamo ridotto l'uomo "ad una dimensione ", come diceva il titolo di un saggio molto in voga decenni fa.
Si è creduto che, soddisfacendo la pancia e quello che vi sta sotto, con tutte le voglie annesse e connesse, l'uomo si potesse così sentire felicemente appagato e realizzato.
In questo senso già il '68, pur nella sua ambiguità, nella sua ricerca di modi alternativi di vita, era stato un grido di allarme e di protesta contro stili di vita in cui tutto si sacrificava all'idolo del progresso economico.
Allora la direzione per tanti fu l'oriente induista e buddista in cui poter recuperare la dimensione spirituale.
Purtroppo, per tanti, il passaggio fu letale, per il cammino cosparso dall'uso di droghe e di pratiche in realtà anche qui più illusorie che veritiere: basti pensare alle varie forme di new age sulle cui fondamenta fatue ancora tanti cercano di costruire società alternative.
Ma il negare che l'uomo abbia anche altre dimensioni, il fare di tutto per fargliele dimenticare (a cosa servono tanti programmi televisivi se non a questo?), non significa che ciò sia vero e che questo sia possibile.
Che l'uomo abbia bisogno di qualcosa che dia senso alla propria vita, diciamo per intenderci un ideale per cui vivere e al limite anche morire, è una necessità insita nel cuore di ogni uomo. Per quanto si cerchi di ipnotizzarlo e asservirlo ad altri modelli di vita, prima o poi il desiderio di comprendere chi si è, da dove si viene e verso quale destino si vada ( sono le classiche domande ineludibili che segnano il nostro essere uomini in quanto tali) rispunterà prepotente in ogni uomo.
Il giovane di buona famiglia (cattolica) che si arruola nella jihad perché finalmente ha trovato un ideale per cui spendersi fino all'estremo è un tremendo e tragico j'accuse delle nuove generazioni verso genitori imbecilli e deficienti (nel senso etimologico latino) che hanno creduto di educare i figli a forza di cibo e di regali, al massimo proponendo loro come meta la vittoria ad "Amici" e programmi similari, come se la vita fosse tutta e solo un mega show che di reality ha solo il nome perché tutto falso e ingannevole dietro le quinte. E ora questi figli sazi si rivoltano con rabbia contro i padri perché sentono, al di là di quanto ciò stesso sia esprimibile e concettualizzabile, di essere stati ingannati dai padri stessi.
Padri chiusi nella loro rivolta adolescenziale contro ogni valore che potesse dar senso al vivere e al morire, al gioire e al soffrire (tanto la vita si manipola, la morte si ignora il soffrire si nega: resta solo il divertimento), hanno allevato i figli in bolle di nulla, nell'insipienza e insignificanza totale, ignari di star preparando il suicidio dell'occidente.
Un tunisino ha detto ad un prete di Vittoria, mio amico: "ma davvero voi dite di credere in Dio? Dal modo come vivete, pensando solo ad affari e sesso, si direbbe che siete tutti atei."
Ecco perché i nostri giovani si arruolano nelle file di Allah, perché trovano un ideale in cui ancora la fede e la vita vanno insieme, perché tutte le critiche si potranno fare all'Islam tranne che abbia separato fede e vita.
Noi cristiani abbiamo voluto relegare Dio nel cielo ( Prevert così bestemmiò: "mpadre nostro che sei nei cieli: restaci") per fare i nostri porci comodi qui sulla terra. Eccone i frutti!
Un grande pensatore ateo marxista tempo fa si convertì al cristianesimo in Francia.
Ma dopo alcuni anni passò all'Islam. Il cristianesimo, disse, ha perso il senso dell'Assoluto, di Dio. E le famiglie non educano più alla fede.
Un gesto dirompente che avrebbe dovuto farci riflettere.
Una famiglia infatti che non trasmette Dio ai propri figli ha segnato la sua morte. Ma non solo la sua, ma dell'intera società.
L'occidente morirà proprio per questo.
Ma nessuno sembra ancora capirlo.
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