Permettetemi una riflessione ancora una volta sulla storia e sulla nostra incapacità tante volte di
non saperla leggere fino in fondo e, soprattutto, sulla nostra incapacità di
tenerne il passo. Non mi riferisco al volgare “stare al passo coi tempi” perché
non è detto che questo sia sempre una virtù! Mi riferisco alla capacità di
quello che Papa Giovanni XXIII chiamava “aggiornamento”: cioè di saper leggere
i “segni dei tempi” per riuscire a cogliere al di là delle superficiali
contraddizioni il lento cammino di maturazione e di crescita dell’umanità.
Aggiornamento perciò significa capacità di non legarsi a schemi fissi, a pregiudizi,
a ideologie che la storia stessa spesso ha rivelato erronee o quantomeno
superate, e quindi capacità di aprirsi al nuovo, più che alle novità, con
onestà intellettuale e senza trasformismi. Aggiornamento che deve prendere le
mosse in ambito culturale da un fatto tanto semplice quanto a mio avviso tanto
importante: dallo stare attento cioè ai progressi degli studi e delle ricerche
delle varie discipline. Mi dà infatti sempre un senso di insofferenza il riscontrare in tanti una sorta di apatia
intellettuale, se non di pigrizia vera e propria, nel rimanere fermi alla
quattro cosucce imparate quando si andava a scuola senza poi la minima
preoccupazione di accrescere o rivedere criticamente il loro sapere.
Esemplifico, chiedendo scusa se mi limito solo al mio ambito di conoscenza, con
alcuni fatti riportati non certo per apologia! Già dai tempi del Concilio
Vaticano II (e quindi da più di un trentennio) ci fu il reciproco annullamento
delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli emesse con lo Scisma di Oriente, ma
i libri di storia non ne parlano ancora! anni fa è stato firmato un
documento storico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Luterana in cui si
riconosce che la dottrina luterana della giustificazione è componibile con la
fede della Chiesa con l’annullamento anche qui delle scomuniche reciproche,
facendo seguito al riconoscimento della validità delle intuizioni della Riforma
di Martin Lutero fatta da Giovanni Paolo II, ma a scuola si continua a
insegnare come se la “lite” dogmatica tra cattolici, luterani e ortodossi
continuasse e non fosse già finita. Con la revisione del processo di Galileo si
è visto come la condanna che subì fu quella di dover recitare una volta alla
settimana i sette salmi penitenziali e come alloggio cinque camere con vista sui
giardini vaticani e con cameriere personale, tutto a spese della Santa Sede:
altro che tortura e carcere! E se il rabbino capo di Roma al tempo del nazismo
alla fine della guerra si convertì al cristianesimo e prese il nome di Eugenio
in omaggio a quanto aveva fatto Papa Pio XII (Eugenio Pacelli) in favore degli
ebrei, ha ancora senso dare più credito alle fantasie di un commediografo di
parte sul silenzio della Chiesa per la Shoà? Aggiornamento in questo senso
significa allora il permettere alla verità di farsi strada, di ricomporsi dagli
strappi a cui spesso viene sottoposta, di venire fuori dalle costrizioni
partigiane e dalle tirannia delle opinioni. Perché quando, ad esempio, a non
aggiornarsi sono quei “professionisti” della cultura che dovrebbero essere gli
insegnanti, il risultato a volte è tragico: infatti si corre il rischio di
fornire agli studenti informazioni tendenziose se non addirittura false! Così
facendo non si riesce certamente né a fare un buon servizio alla verità e né
quindi a saper comprendere le vere ragioni della storia. “Pensare” la storia
credo che invece oggi sia un dovere imprescindibile per quanti non si vogliono
rassegnare a sentirsi quasi schiavi impotenti di avvenimenti che corrono il
rischio di prenderci la mano: e questo un uomo che vuole essere all’altezza del
suo ruolo nel mondo non se lo può permettere!
CATHOLICA FORMA : Non basta dirsi cristiani. Il credere deve avere una forma. La forma cattolica è il modo in cui la sostanza della fede cristiana prende corpo nel cuore dei credenti. Questo spazio vuole essere un luogo per mostrare la bellezza della fede cattolica.
sabato 27 febbraio 2016
sabato 20 febbraio 2016
dare del tu al proprio computer?
Qualche tempo fa una mia
‘confessione’ su Dibattito è uscita riportando nel titolo un errore, stravolgendo il famoso detto: “timeo lectorem unius libri”. Un errore
nato non da ignoranza (non sarò Cicerone ma, credetemi, almeno il latino della
Messa lo conosco!!!) ma dalla fretta e da un eccesso di fiducia nelle facoltà
del computer! Confesso infatti che se non ho l’urgenza della stampa del
giornale non riesco mai a dare l’ultimo tocco all’articolo. Così poi in fretta
mi affido al servizio di revisione e correzione automatica del computer che
certo non conosce il latino o, meglio, ha imparato a riconoscere solo le parole
che io altre volte ho usato e che ha memorizzato. Quando corregge perciò compie
due scelte: o lascia la parola sottolineata in rosso, per indicare quello che
secondo lui è un errore, oppure la cambia con un’altra che gli si avvicina e
che secondo lui è la forma esatta. Per curiosità sono andato a rivedere
l’origine dello sbaglio riscrivendo la frase al computer per seguire il modo
come procedeva alla correzione. Vi confesso che la cosa mi ha in un certo senso
coinvolto, e ho voluto vedere fino a che punto stiamo diventando
interdipendenti noi e queste macchine sui generis! Così ho scoperto che il mio
computer ha cambiato il ‘timeo’ in ‘temo’ (parola italiana più somigliante), il
‘lectorem’ in ‘lector’ (perché già usato altrove nel parlare del principio
ermeneutico del ‘lector in fabula’ e quindi memorizzato) e ha lasciato ‘unius’
in rosso. Non ha segnalato affatto ‘libri’ perché l’avrà scambiato per il
plurale italiano di libro. La mia fretta allora non mi ha fatto sentire il
bisogno di dare una guardata alle parole sottolineate in rosso e così è venuto
fuori l’errore! Mi scuso per la pedanteria della descrizione, ma è per far
comprendere – specie a chi non ha familiarità col computer – la riflessione che
ne è scaturita. Il mio errore infatti mi ha ricordato il tentativo di un gruppo
di esegeti di far tradurre alcuni brani evangelici al computer per avere una
traduzione quanto più neutrale possibile. Ebbene la frase di Gesù al Getsemani
“lo spirito è forte ma la carne è debole” fu tradotta con “l’alcool è forte di
gradi e la carne è tenera”!!! Che ne capisce un computer di allegorie,
similitudini, doppi sensi e cose del genere? Ma ancora di più mi ha ricordato
il film di Kieslowski sul I° Comandamento: “non avrai altro Dio all’infuori di
me”. Lì un padre ha educato il figlio nel culto dell’intelligenza artificiale
che è in grado di gestire tutta la vita domestica (ogni cosa nella loro casa è gestita dal computer) e che sogna essere in grado di
gestire in un futuro tutti gli aspetti della vita dell’uomo. Ma la tragedia è
dietro l’angolo: nonostante i calcoli del computer che indicavano lo spessore
del ghiaccio tale da sopportare il peso di un uomo, il figlio muore proprio
annegando nel fiume attraverso l’apertura di una crepa nel ghiaccio ‘sicuro’!
La lezione credo sia chiara: la vita non dipende dal computer. Perché fin
quando ci vada di mezzo un errore di scrittura o di traduzione tutto finisce
con una risata, ma quando questi strumenti sono caricati di attese eccessive,
specie quando ci si attende qualcosa che una macchina non può dare, qui
cominciano i problemi! Ho letto infatti da qualche parte che aumenta sempre di
più il numero delle persone che prendono a “botte” il proprio computer passando
dall’insulto alla demolizione totale! Ma insieme cresce anche il numero di chi
si rivolge sempre di più al proprio computer quasi con un ‘tu’ da dialogo
amicale da ‘Io e lui’ alla Moravia! C’è da pensare che il computer stia
diventando davvero il nostro alter ego o un’appendice della nostra personalità
di cui non riusciamo più a fare a meno? Con il computer ormai abbiamo un
rapporto in cui l’odio e l’amore si alternano e si mescolano in una specie di
strano e nuovo sentimento in cui stavolta il destinatario non è una persona ma
una macchina! Da quando ho comprato il computer ad esempio mi sono reso conto
come tante volte non sia facile proprio capire chi dei due comandi sull’altro!
Farne a meno? No, perché sono anche gli strumenti a fare un buon ‘mastro’ ci
avverte la sapienza antica e certo non sono di quelli che demonizzano il
progresso tout court. Dipende credo dal non riporre un’eccessiva fiducia in
quello che appunto non è altro che uno strumento. Perché in fondo è una
macchina e dimenticarlo è pericoloso! Quando si pensa che si possa sostituire
alla nostra intelligenza, alla nostra attenzione e al nostro lavoro spuntano
fuori i guai e allora le tirate di orecchie non se le merita lui ma ce le
meritiamo noi!
sabato 13 febbraio 2016
Chi educa oggi?
Passavamo davanti ad una casa, due bambine di un quattro
anni circa con in braccio ognuna una bambola giocano. Rallentiamo un po’ il
passo perché ormai non è più facile incontrare scene del genere. Ma il sapore
di quella scena serena dura poco. Una bambola scivola dalla mano di una bimba e
cade sul gradino della porta, la vuole raccogliere ma l’altra la ferma:
“aspetta facciamo un gioco” dice e io quasi mi fermo curioso. Nel frattempo
l’altra bimba si mette accanto alla porta e finge di telefonare: “Pronto
polizia? Si? Venite, c’è un maniaco che ha violentato una bimba. E poi le ha
staccato le mani e poi i piedi e poi la testa e poi l’ha ridotta in piccoli
pezzetti e poi ha pestato tutto coi piedi”. E questo detto con una naturalezza
e con un tono disincantato come se stesse ordinando un gelato. Vi confesso che
io e l’altro sacerdote che passeggiava con me ci siamo fermati allibiti e
sconcertati. Che dire? Che pensare? Immagine dei tempi d’oggi, frutto di ciò
che purtroppo si vede e si sente nelle nostre televisioni, evidenza di ciò che
la cronaca nera ci riporta tutti i giorni… Ci domandiamo che esempi stiamo dando
alle nuove generazioni. Ci interroghiamo sulla responsabilità educativa che
ognuno per sua parte dovrebbe sentire. Chi educa oggi? Chi dovrebbe educare
oggi? Educare: tra le altre cose significa formare ai valori. Ma nessuno oggi
ci pensa. Lo stato laico non può imporre valori, si dice: ma è proprio sicuro
che il contrario di uno stato “etico” sia uno stato amorale? La scuola non
educa più i giovani né al rispetto reciproco, né a quello per gli insegnanti e
comunque per gli adulti, né a tutti quei valori che costituiscono i fondamenti
di una civiltà: gli insegnanti scaricano la responsabilità sui genitori che
hanno abdicato al loro ruolo, e anche questo è vero. Ormai nessun padre osa
dire al figlio che un gesto o un comportamento sono sbagliati. Umilmente devo
riconoscere che anche nelle nostre parrocchie il tono si è abbassato di molto,
per paura che i giovani scappino via o per un malinteso senso di benevolenza
pastorale siamo pronti ad accettare o a subire anche comportamenti al limite
dell’educazione e della morale. Che fare? Spesso ne abbiamo parlato e non vogliamo ripeterci né fare gli eterni catoni pronti più a
censurare che ad indicare nuove strade. Un educatore tedesco dei primi del
novecento diceva che l’educazione delle nuove generazioni è ogni volta come
l’inculturazione dei barbari. I grandi devono accettare continuamente la sfida
di inculturare, cioè inserire nel solco della tradizione e della civiltà ogni
nuova generazione: perché ogni nuovo nato è un “barbaro” che deve essere
educato alle regole del gioco civile. Forse ci siamo illusi che questo
“incivilimento” avvenisse in modo automatico e senza bisogno di un intervento
degli adulti che aiutasse a “razionalizzare e interiorizzare i comportamenti”.
Abbiamo dato troppe cose per scontate: me ne accorgo quando do per scontato il
fatto che alcune esperienze, solo perché le abbia vissute io le abbiano vissute
anche gli altri, i miei alunni o i miei giovani. Poi però vedi che è
impossibile parlare di Moro se a quei tempi nessuno di loro era nato e quindi
loro la stella a cinque punte te la disegnano sulla lavagna come una decorazione
natalizia. Lo stesso, è impossibile parlare del Papa Buono dando per scontato
che ci si riferisca a Papa Giovanni se sono tutti sono i quindici anni. Perché il
guaio non è della loro piccola età, è dato dal fatto che nessuno ha mai
raccontato loro queste storie. Ugualmente nessuno ha mai detto loro come ci si
comporta in società. Gli ebrei a Pasqua invece sono obbligati a raccontare ai
figli la loro liberazione dall’Egitto: così è come se ogni generazione
ripetesse quell’esperienza. Io credo che una strada per uscire dalla barbarie
sia il recupero della memoria e della storia che ti fa sentire parte di un
popolo e di una civiltà: altrimenti sarà la fine! Immaginate cosa significhi
entrare in una classe a Scicli e scoprire che nessuno conosce S. Guglielmo o il
perché di altre tradizioni religiose come quella del Venerabile a Pasqua. Ma
domani si potrà pure dimenticare Hitler e i suoi efferati crimini, e allora
cosa succederà? “Un popolo che dimentica la sua storia è condannato a
riviverla” ha detto qualcuno. Mi auguro sinceramente che questo non avvenga.
sabato 6 febbraio 2016
Scambiare il cavallo per il cavaliere
A Modica gira un racconto: ‘Un modicano di campagna
si recò per la prima volta al duomo di San Giorgio e al sacrista - davanti alla sua statua del Santo cavaliere -
mostrando grande interesse per il simulacro chiese al sacrista: “Bello davvero
S.Giorgio! Ma quello sopra il cavallo chi è?”. Il campagnolo aveva riconosciuto
il cavallo – questo rientrava nella sua esperienza – ma non aveva riconosciuto
il santo che cavalcava il cavallo, perché - così si scusò – il santo non l’aveva
mai incontrato prima! Il guaio non è stato la sua inesperienza in fatto di
santi, quanto il voler leggere a partire dalla propria limitata esperienza un
fatto più grande di lui col risultato di confondere il cavaliere col cavallo!
Dove è stato lo sbaglio? Nel non confessare la propria ignoranza e così la sua
stessa esperienza si è rivelata un pregiudizio, un fattore che cioè lo ha
ingannato nell’accrescersi del suo processo conoscitivo dando luogo ad un
errore. Risibile errore in questo caso. Solo che in tanti altri casi gli esiti
dei pregiudizi danno luogo ad esiti drammatici. Mi veniva in mente questo
aneddoto a proposito della preparazione della festa di San Giuseppe e della
Cavalcata: c’è chi purtroppo ogni anno si ferma ai cavalli e non riesce ad andare
al di là del cavallo! Fuor di metafora c’è chi crede che la Cavalcata sia una
manifestazione equina (al massimo arriva alla sua dimensione folkloristica) ma
non riesce a cogliere il suo aspetto fondamentale che è quello religioso. Come
per la statua di San Giorgio, per bello che sia il cavallo quello che conta è
il Santo che lo monta, così la cavalcata non ha ragione di esistere senza San
Giuseppe e la rievocazione della fuga in Egitto! Chi vuole separare le due cose
volendo fare la festa al solo cavallo di San Giorgio credo che abbia le idee
confuse [ ma – detto per inciso - i miei cari lettori (e in questo caso i
devoti di San Giuseppe ) non devono temere: finché il parroco sarò io la Festa e la Cavalcata saranno “di
San Giuseppe”!]. Anche qui il guaio sta
nella mancanza di una conoscenza esatta o in una conoscenza parziale ed errata
che però rimane inconfessata ma che viene creduta esaustiva e quindi dà luogo
ad una lettura preconcetta delle cose. Perché scrivo questo? Per raccontare
anzitutto il modo con cui nascono le mie riflessioni. Spesso infatti mi viene chiesto il perché dei miei articoli,
se scrivo perché ce l’abbia con qualche persona in particolare o se sono
dettati da qualche episodio particolare. Voglio soddisfare la parte legittima
della curiosità di chi mi ha fatto queste domande. Le mie confessioni nascono
sempre da esperienze personali, questo però non vuol dire che “sic et
simpliciter” siano trasposte nei miei scritti, né tantomeno che usi i miei
articoli per attaccare indirettamente qualcuno. Mi sembra di aver dato
ampiamente prova che quando voglio dire qualcosa a qualcuno so benissimo
chiamarlo per nome e cognome. Ma non credo che il giornale o il blog debbano
servire per combattere le mie battaglie. Se ho accettato l’invito a scrivere e
ho deciso di collaborare attraverso lo strumento delle mie “confessioni” sul
periodico “Dibattito” di Scicli è perché invece credo che forse a qualcuno le
mie riflessioni sui più vari accadimenti possano interessare, dato che penso di
non essere il solo a cercare di dare continuamente senso alle più varie
esperienze che la vita ci propone, come d’altronde io sono grato a quanti,
aprendomi il loro cuore e mettendomi a parte dei loro pensieri, mi consentono
di usufruire della loro ricchezza spirituale per la mia crescita personale.
Ritornando alla storia del cavallo di San Giorgio: il problema del pregiudizio
è il tema della stupidità di cui abbiamo parlato la volta scorsa. Perché?
Perché il problema – e se ne era accorto già Platone nella sua Apologia di
Socrate – è che spesso chi è ignorante o ha una conoscenza parziale, invece di
aprirsi ad una conoscenza più ampia, si chiude in una sorta di compiacimento
autosufficiente e si crede invece già saggio e sapiente, ritenendo di non aver
niente da imparare dagli altri, anzi la sua conoscenza parziale, se assolutizzata
si rivela come un pregiudizio insanabile. Lo stupido di cui parlavo in qualche
altro scritto precedente è di questo genere: avrebbe tutti gli strumenti di cui
l’ha dotato madre natura per conoscere non superficialmente ma dal di dentro le
cose (intelligenza, intelligere, non viene proprio da intus – leggere : leggere
dentro?) ma non li usa o li usa male! E li usa male perché è viziato da
pregiudizi insuperabili che gli fanno leggere in modo distorto la realtà. Un
antico detto ammonisce “timeo lectorem unius libri”: temo il lettore di un solo
libro. Come dire, temo chi si è chiuso nelle proprie idee e vuole sentir
suonare solo la propria campana. L’altro articolo si chiudeva con l’accenno al
fatto che la stupidità si risolve da un lato con la responsabilità e dall’altro
con la qualità della propria esistenza. Ebbene, qualità significa qui appunto
la capacità di saper uscire dalla propria mediocrità, dalla propria ignoranza,
aprendosi alla cultura, al confronto con le ragioni degli altri,
all’intelligenza che non si fa abbagliare dagli specchietti per le allodole.
Confesso che per me è sempre una gioia stimolante incontrare e parlare con
persone di cultura che magari combattono in campi diversi e talora opposti al
mio ma la cui intelligenza ti permette
un incontro vero con l’altro e una comune ricerca della verità, piuttosto che a
volte sopportare la pena di gente vuota e insignificante che non sa andare al
di là dei propri pregiudizi e del pettegolezzo e che pure dice di essere dalla
tua parte e d’accordo con te! Per questo non amo i talk – show e rifiuto gli
inviti a parteciparvi. Perché spesso sono solo una sfilata di gente che
monologa e ognuna a partire dal proprio pregiudizio. Alla fine ognuna ritorna a
casa così come era prima: e allora cosa ci ha guadagnato? La qualità della vita
invece credo dipenda dalla propria onestà intellettuale con cui uno si mette
alla ricerca della verità e della sapienza. Partendo però da un ammissione: il
sapere di non sapere! Cioè il non credere di sapere tutto. Si può conoscere la
propria arte eppure non essere sapienti! Proprio come Socrate: allora si
arriverà alla “dotta ignoranza” di cui parlano mistici religiosi e laici. E
credo che, in tempi in cui è facile scambiare il cavallo per il cavaliere, un
po’ di saggezza e di intelligenza non guastino a nessuno!
sabato 30 gennaio 2016
Sulla stupidità
Confesso che più passa il tempo
più debbo ricredermi sulla facilità dei rapporti umani. Certo, in gioventù si è
portati a idealizzare i rapporti di amicizia o comunque più in generale ci si
fa un punto d’onore nel voler fondare qualsiasi rapporto con l’altro, amico o
nemico, simpatico o antipatico, su una base di schiettezza e di sincerità. Almeno
questa è stata la mia scelta : di impostare i rapporti ad una onestà di
fondo con tutti, sforzandomi di credere
che l’altro partisse pure da una scelta analoga. Purtroppo constato giorno dopo
giorno che le persone che hanno il coraggio di dire realmente quello che
pensano diminuiscono sempre di più. O per opportunismo o perché sopraffatti dai
pregiudizi : in ogni caso il risultato è sempre quello : si pensa di
fare un dialogo, in realtà si sta parlando davanti ad un sordo della peggiore
specie, quello che non vuol sentire perché il discorso non gli conviene. E
queste sono le esperienze più frustranti, perché davanti ad un avversario che
ti attacca direttamente tu puoi opporre le tue ragioni, ma davanti a chi si
chiude davanti a te in modo ottuso che fare ? Mi sono perciò ritrovato nel
seguente passo di un grande teologo che diede fra l’altro prova di grande
coraggio civile partecipando alla Resistenza contro Hitler e per questo
condannato all’impiccagione Dietrich
Bonhoeffer che in Resistenza e resa scrive :
“Per il bene, la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità.
Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di
necessità è possibile opporsi con la forza...Ma contro la stupidità non abbiamo
difese.
Qui non si può
ottenere nulla, né con le proteste né con la forza ; le motivazioni non
servono a niente.
Infatti ecco il principio su cui
si fonda lo stupido, come scrive ancora Bohoeffer : ‘Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali
semplicemente non si deve credere’ - in questi casi lo stupido diventa
addirittura scettico - ‘e quando sia impossibile sfuggire ad essi, possono
essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti.’
Nel far questo lo stupido...si sente completamente soddisfatto di
sé ; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa
rabbiosamente all’attacco. Che fare dunque ? ecco il consiglio del
nostro teologo : E’ necessario
essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non
tenteremo di persuadere con argomentazioni lo stupido : è una cosa senza
senso e pericolosa. Se vogliamo trovare il modo di spuntarla con la stupidità,
dobbiamo cercare di conoscerne l’essenza. Una cosa è certa, che si tratta
essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto ma l’umanità di una
persona. Ci sono uomini straordinariamente elastici dal punto di vista
intellettuale che sono stupidi, e uomini molto goffi intellettualmente che non
lo sono affatto. Da che deriva dunque la stupidità ? Così continua il
nostro : Ci accorgiamo con stupore
in certe situazioni nelle quali si ha l’impressione che la stupidità non sia un
difetto congenito ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini...si
lascino rendere tali. L’uomo rinuncia così ...ad assumere un atteggiamento
personale davanti alle situazioni che si presentano. Il fatto che lo stupido
sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua ... indipendenza. Parlandogli
ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui
personalmente ma con slogan, motti ecc. da cui egli è dominato.
Ecco allora il punto : lo
stupido è l’uomo che ha rinunciato a pensare con la sua testa. E purtroppo - e
come vorrei che il mio fosse un giudizio temerario - oggi di stupidi che hanno
rinunciato a pensare in proprio e si sono fatti schiavizzare da mode e slogan e
frasi fatte ce ne sono più di quanto si immagini. I miei lettori mi scuseranno
questo atto di autocompiacimento : se c’è qualcosa che ha guidato nella
mia vita le mie azioni è il credere veramente a quanto promesso dal Cristo :
“La verità vi farà liberi”. E per me sempre la ricerca della verità, nella
assunzione delle proprie responsabilità è quella che dà pienezza di senso alla
propria umanità, costi quello che costi. Già, la responsabilità : il
sentire che tu sei “responso habilis”, chiamato cioè a dare risposta, conto e
ragione delle tue scelte davanti ad un Altro. Giustamente è stato detto che se
non c’è Dio tutto è lecito, perché l’uomo non deve dare più conto delle proprie
azioni a nessuno, specie quando la giustizia o la morale umana non chiedono più conto di niente. E dai
fatti recenti di cronaca ce ne stiamo accorgendo : si parla di ragazzi,
persone, definite normali e poi si scoprono dei mostri : il fatto è che
quello che a noi sembra normalità è
spesso stupidità. Come uscirne ?
Concordo ancora con Bonhoeffer : “La
Bibbia, affermando che il timore di Dio è l’inizio della sapienza dice che la
liberazione interiore dell’uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l’unica
reale vittoria sulla stupidità.” E
ritornare al gusto “sapienziale” della vita significa riscoprirne i valori più
profondi, a partire dall’opposto della stupidità che è l’interiorità. Ma di
questo parleremo un'altra volta.
martedì 26 gennaio 2016
chiudere il cerchio
Il popolo dei navajos ha sviluppato una teoria esistenziale davvero sapienziale. Spesso tante esperienze di vita, relazioni, amicizie... rimangono come incompiute, frammentarie, quasi sospese... Col rischio di non riuscire a coglierne il senso profondo. Occorre allora saper chiudere il cerchio, o in modo attivo, o anche lasciando che il cerchio si chiuda... Chiudere il cerchio è un modo per dire che ogni esperienza deve arrivare al suo compimento, alla sua pienezza. Nell'ultimo anno sto scoprendo quanto questo sia vero... Compagni di scuola, vecchi amici ritrovati, compagni di strada reincontrati, tanto perdono, tanta riconciliazione, tanta pace, tanta serenità, tanta dolcezza... Occhi nuovi, sguardi rinnovati, cammini finalmente conclusi, sensi svelati... Sorpresa di vedere intorno a me tanto affetto, tanta tenerezza. Sono grato a Dio che mi sta educando con lo sguardo dei bimbi. Tanti cerchi si sono chiusi e si stanno chiudendo, ma non per chiudere il cammino. E la strada si apre, passo dopo passo... Grazie anche a voi, amici. Vi voglio bene. Tutti.
sabato 23 gennaio 2016
Elogio della lentezza
Ho una sveglia strana sul comodino: quando accendo di
notte la sua lucina, impartisce un comando alle sue lancette imprimendo loro un
moto antiorario. Così ad esempio se la prima volta accendo alle sei e controllo
dopo un’ora, la seconda volta scopro che sono le cinque, cioè un’ora indietro
invece delle ore sette come dovrebbe regolarmente segnare. Confesso che un paio
di volte, quando ancora non avevo scoperto tale meccanismo (ché invece se non
tocco il comando della lucina tutto funziona alla perfezione) ho quasi mancato
gli appuntamenti fissati! Per questo, dopo aver scoperto l’inghippo, ho dovuto
sciogliere un dilemma: o cambiare sveglia o convivere con questa sua
peculiarità. E’ andata per la seconda ipotesi. Perché non mi attira tanto la
curiosità della cosa (non sono proprio esperto di problemi di fisica e di
meccanica) ma è perché mi ha solleticato
un po’ quella specie di riflessioni a
metà tra il filosofare e il semplice “oziare pensando” che ora voglio
condividere con voi. Partiamo dal fatto: la mia sveglia mi riporta indietro nel
tempo: certo lo fa per un difetto meccanico e non per darmi il piacere di farmi
rimanere un po’ di più a letto, né perché ha coscienza di tutti i tentativi
fatti di poter viaggiare avanti e indietro nel tempo (e speriamo che non sia
manovrata neanche da un diavoletto in vena di scherzi). Eppure se io spegnendo
la sveglia mi riaddormentassi convinto di aver ancora tanto tempo cosa
succederebbe? Sarebbe un’ora di sonno perso o riguadagnato? Certo il risveglio
mi riporterebbe alla dura realtà: ma allora il tempo che ho vissuto cosa è
stato? E, ancora più in profondità: quando posso definire “mio” il tempo che
vivo? Non si tratta di andare alla ricerca del tempo “perduto” o solo
“passato”: Proust ha scritto già tanto in proposito e credo che non si possa guardare al passato
solo in vena di nostalgia o di rimpianti. Che il tempo scorra – e che noi
scorriamo col tempo e nel tempo - è un dato di fatto. E che la vita poi abbia i
suoi tempi – e tutti da vivere pienamente – ce lo ricorda il Qoelet: “un tempo
per nascere, un tempo per morire, un tempo per ridere, un tempo per
piangere…” Quello che mi preoccupa oggi
è una sorta di espropriazione del tempo di cui noi oggi siamo un po’ tutti
vittime: o meglio, del senso stesso del tempo ( già il romanzo Momo aveva dato
voce a questa preoccupazione). E parlando del tempo chiaramente mi riferisco
non solo alla mera scansione di secondi, minuti ed ore e giorni e mesi ed anni…
vissuto in questo modo il tempo non si riduce che ad una serie di scadenze,
appuntamenti, impegni da rincorrere e da non mancare (vi ricordate del coniglio
in perpetuo ritardo del Paese delle Meraviglie di?) in una continua e
progressiva alienazione da se stessi. Mi riferisco al tempo nel senso in cui ne
parlava S. Agostino, come misura delle emozioni e dei sentimenti del cuore. E’
in questo senso che si dice che ognuno ha i suoi tempi, i suoi ritmi, il suo
modo di vivere anche questa dimensione della vita. Perché le emozioni non si
possono bruciare, si devono vivere e gustare fino in fondo, centellinandole
pian piano come un buon bicchiere di vino. Costretti a scappare da un impegno
all’altro, da un luogo all’altro, sempre di fretta, spesso siamo obbligati
quasi a non dare conto o sfogo alle nostre emozioni. E così non ci accorgiamo
neanche di vivere. Mi hanno raccontato di un esploratore che per salire sulle
Ande aveva assoldato due guide indigene pianificando i chilometri da percorrere
ogni giorno. Per i primi giorni tutto va bene. Poi le due guide si accamparono
e per due giorni non si vollero muovere. Interrogati risposero: “stavamo
andando troppo in fretta e le nostre anime facevano fatica a seguirci! Abbiamo
dovuto aspettarle!” In un tempo in cui il valore è dato dal “fast” (e non solo
food) credo occorra un ritorno allo “slow”: c’è chi ha scritto in proposito un
“elogio della lentezza” che condivido in pieno. Confesso che se c’è una cosa
che mi fa arrabbiare è quando qualcuno mi mette fretta per cose che invece
occorre fare con calma. Si dice: “non rimandare a domani quello che puoi fare
oggi”: e se lo riformulassimo in “non anticipare ad oggi quello che puoi fare
ugualmente domani?”. E se recuperassimo il senso del riposo? Non è questa la
motivazione anche della festa domenicale? E ancor più del riposo sabbatico per
Israele? Occorre oggi recuperare la qualità della vita e quindi anche del
tempo. Chi sarà il nuovo Giosuè che avrà il coraggio di ordinare “fermati,
uomo?”
sabato 16 gennaio 2016
LA MIA INTERVISTA SU FREETIME
San Gaetano da Thiene diceva:
"Sfidate la Provvidenza, lei vi schiaffeggerà con l’abbondanza".
Padre Ignazio La China, parroco della Chiesa di San Giuseppe a Scicli ha
sperimentato nei lunghi anni del suo sacerdozio, ventotto oramai, che è proprio
vero. Anni del suo apostolato impiegati nel servizio di tre parrocchie povere
(prima la Madonna della Scala a Noto, poi San Giuseppe Lavoratore in Zappulla a
Modica, San Giuseppe a Scicli) in cui spesso non c’è neanche di che pagare la
bolletta della luce. Specie in quest’ultima parrocchia, un tempo centro storico
ma ora in parte abbandonata dai suoi abitanti e diventata il quartiere con il
più alto numero di immigrati di Scicli, tra tunisini, albanesi e rumeni. Sempre
sfidando la provvidenza dunque, confidando in essa che non lo ha mai deluso e
che lo ha sempre ripagato proprio per via dei suoi grandi sacrifici, specie
quando, di fronte alle crescenti situazioni di povertà ci si è dovuti
attrezzare per far fronte alle nuove necessità, al servizio degli ultimi, degli
umili, dei disagiati e degli sfortunati.
Ai bisogni materiali si è
sopperiti con la convenzione col Banco Alimentare e creando un raccordo con le
associazioni di volontariato cittadine (P. Ignazio è Assistente della
Commissione Caritas cittadina e del Centro di Ascolto di ascolto cittadino) ma
spesso il vero bisogno sono la solitudine e tante povertà spirituali: e da qui
il suo duro impegno nel non mancare mai nell'arduo e spesso difficile compito
di offrire una spalla su cui piangere, una mano di aiuto ed anche contributi
concreti a chi ne ha di bisogno. Lo incontriamo accompagnati da una cara
collega, Pinella Drago, che prima di introdurci a lui ci fa da cicerone lungo
le viuzze e le strade che conducono nella sua parrocchia.
E’ reduce di una riunione preparatoria
della “Cavalcata di San Giuseppe”. E’ stanco ma col sorriso di chi è
soddisfatto per come sono andate le cose. E’ molto legato Padre Ignazio a
questa rappresentazione religiosa e
soprattutto tiene molto al fatto che essa, nonostante l’inevitabile ed
affascinante folklore di cui è intrisa, non perda la sua intima essenza. “E’
una festa ricca di suggestioni, lunga e dalla laboriosa preparazione delle
straordinarie bardature dei cavalli, che coinvolge una intera città ma che non
dobbiamo dimenticare – tiene ad evidenziare Padre Ignazio – possiede una
imprescindibile dimensione sacra. La cavalcata di San Giuseppe è la
Rievocazione della biblica Fuga in Egitto della Sacra Famiglia, narrata dagli
Evangeli. ll coloratissimo corteo, con la Sacra Famiglia in testa, si snoda per
le vie della città dove, in vari punti e quartieri sono accesi i pagghiara,
falò attorno ai quali si raccoglie la gente del vicinato in attesa del
passaggio della Sacra Famiglia. La tradizionale Cena, che come ogni anno, si
svolge sul sagrato della Chiesa di San Giuseppe è una cena di beneficenza con
l’offerta dei doni per i poveri. Tutto ciò rischia di diventare più coreografia
che un modo per poi stare anche accanto al più povero e bisognoso. Ogni anno, durante i preparativi della festa
la questione nodale che mi trovo ad affrontare come una sorta di baluardo della
sacralità è sempre quella di riuscire a far convivere, in un sano
equilibrio, folklore e fede” . Per Padre Ignazio La China la Chiesa vicina ai
più bisognosi ed agli ultimi non può abdicare al suo ruolo di madre
caritatevole in nessuna occasione, sia essa festosa che di vita quotidiana. Sul
solco di questo pensiero preponderante nasce, ci racconta con malcelato
orgoglio ancora Padre La China, “Casa Valverde” ad opera della Fondazione San
Corrado di cui lo stesso Padre Ignazio ne è presidente per volontà del Vescovo
di Noto, Mons. Antonio Staglianò. Sulla scia di esperienze diocesane analoghe
come ad esempio quella di Pachino denominata “Casa dopo di noi” dedita alla cura
e all'ospitalità dei soggetti affetti da disabilità fisica che non hanno o
avranno più il supporto dei genitori, o quella di Noto “Casa Tobia” sorta con
l’intento di animare di integrare e recuperare ragazzi con handicap mentale o
il cantiere educativo progettato insieme con la Scuola Media Maiore di Noto per
l’integrazione della comunità dei “camminanti” fortemente presente nel
territorio netino.
A Scicli padre Ignazio è stato il
promotore, insieme con la Caritas Diocesana,
di “Casa Valverde” dove si sta sperimentando l’esperienza di “Housing
first”: assicurare prima di ogni bisogno l’opportunità di una casa a quelle
famiglie che versano in situazione economica per via della quale il
mantenimento di una casa non permetterebbe loro di provvedere agli altri
bisogni di prima necessità . Le stanze dell’ex convento cinquecentesco delle
suore Mercedarie a Scicli, da sempre adibito ad orfanotrofio, sono state
ristrutturate ed adibite ad appartamenti in grado di ospitare interi nuclei
familiari. Debitamente attrezzati con camere
da letto, frigo, cucina, lavanderia, gli appartamenti, tre in
tutto, rappresentano una opportunità
concreta di alloggi dignitosi. Una gemma pienamente incastonata nella struttura
della Chiesa caritatevole di Papa Francesco e che ogni giorno è testimonianza
viva di quanto piccoli gesti possano
farci sperimentare la Santità di
vivere con Dio, insieme a Dio.
“Dio – afferma Padre Ignazio - ci è accanto nella nostra vita a partire dal
battesimo. Tendiamo a dimenticarlo. San Paolo chiamava Santi i suoi. Noi siamo
già santi e dovremmo sperimentarlo pienamente nel nostro intimo e poi
manifestarlo nelle nostre opere ma non sempre ne siamo capaci, - continua ancora Padre Ignazio - e per farlo
non occorrono gesta eclatanti ma solo tanta fede e concrete azioni quotidiane.
Nino Baglieri, ad esempio, lo ha espresso”. Padre Ignazio cita non a caso Nino
Baglieri. Egli infatti è stato nominato Giudice Delegato per la causa di
beatificazione di Baglieri ed in questa qualità è impegnato a raccogliere le testimonianze a supporto della
causa di beatificazione.“Ciò che emerge dall’ascolto di tutti i testimoni – ci
racconta ancora Padre Ignazio - sembra
quasi un ritornello: un soggetto
straordinario in quella che è stata l’ordinarietà della sua esperienza.
Egli ha vissuto il suo dramma in comunione con Dio e attraverso un
percorso che invece altri hanno vissuto in senso opposto e completamente
diverso. Nino Baglieri cade da una impalcatura, resta paralizzato. Altri che hanno vissuto analoga esperienza hanno
pensato ad un Dio distratto, forse anche inesistente ma per lui invece è stata l’occasione per scoprirlo questo
Dio. Se ci riflettiamo col senno di poi
in un modo strano Dio ha scelto di entrare nella sua vita. Una vita vissuta
pienamente come se la sua disabilità rappresentasse per lui un momento di forza
piuttosto che un limite. Nino Baglieri ha mantenuto rapporti e vecchi amicizie,
ne ha create tante altre con una semplicità di cuore sbalorditiva che è
possibile percepire concretamente anche dai suoi innumerevoli scritti. Nino Baglieri sentiva che Dio era presente
nella sua vita e non
perdeva occasione per esprimere la
sua gioia nell’averlo incontrato”. Padre Ignazio ci racconta come tra tutti i
seminaristi ed i preti della diocesi che frequentavano abitualmente la sua
abitazione sia stato l’unico a non
averlo mai visitato pur avendolo più volte incontrato a Noto. Un paradosso che
oggi egli legge come un disegno divino affinché possa svolgere con più imparzialità
ed obiettività il suo ruolo nella causa
di beatificazione. L’insegnamento che si può trarre secondo Padre Ignazio dalla
vita di Nino Baglieri è quello di saper fare della vita un dono. “Nino Baglieri
– dice Padre Ignazio - sceglie di seguire il Cristo sulla Croce e alla fine
diventerà egli stesso il Cristo sulla croce
per la sua sofferenza finale”. La nostra conversazione con Padre Ignazio
prosegue nonostante l’ora tarda, affascinati da quest’uomo di Chiesa che si
reputa un intellettuale sui generis. Uno studioso appassionato dei classici
greci e latini, legge la Bibbia in ebraico e recita il breviario in latino per
non perdere la ricchezza di sfumature che nelle traduzioni non si colgono più,
ma che da prete marginale come ama definirsi sente forte la responsabilità di
essere dal momento della ordinazione sacerdotale un alter Christus, nonostante
i propri limiti. Dove prendere la forza? L’Eucaristia e poi la preghiera. Non
tanto dire parole, quanto stare a guardarlo in silenzio, Lui nel tabernacolo e
io in fondo alla chiesa, e mettergli davanti le persone che si amano e magari
chi proprio non va giù… Inevitabilmente si parla della recente nomina ad
arcivescovo di Palermo di Don Corrado Lorefice. Padre Ignazio ci esprime tutta
la sua gioia per questa nomina. Con Mons. Lorefice sono coetanei, hanno fatto
il seminario insieme e studiato insieme sia a Catania e che a
Roma. Mons. Lorefice ha studiato morale.
Padre Ignazio Diritto
canonico. “E’ sicuramente l’uomo che ci
vuole oggi a capo di una Diocesi così importante per storia ed estensione. Al
di là degli studi e della sua formazione ciò che ho ammirato sempre in don
Corrado é la sua calda umanità, ci
dice. E’ indispensabileper creare un
solido rapporto con chi crede ma anche
con chi non crede. Questa caratteristica gli sarà utile per il tipo di lavoro
che andrà a fare”. Padre Ignazio è uno di quei preti che hai grande difficoltà
ad immaginare su un pulpito ad impartire vuote benedizioni e pronunciare
roboanti discorsi. E’ immediato, sanguigno, vero. Con lui è possibile creare subito
un contatto che in un non niente si trasforma in empatia ed eccoci già ad
affrontare tematiche più profonde ed intime. Parliamo di gioie e sconfitte che
caratterizzano il percorso di vita di ognuno di noi e a maggior ragione quelle
di chi ha scelto di essere un pastore di anime: le sue.
“Avverto forte il senso della
sconfitta – inizia a confidarsi Padre Ignazio - quando non
riesco a far comprendere bene agli altri come il sacro si deve incarnare sempre nella storia così
come l’esperienza di fede. Ma proprio dalle sconfitte, da quelle più cocenti,
ho imparato molto. Il Signore ha voluto che imparassi proprio da esse ed oggi
ringrazio il Signore per questo dono immenso al punto che “prete”, secondo il
concetto di servizio e di donazione completa agli altri, sento di esserlo pienamente dal
25° anno di ordinazione sacerdotale sia per la maturità, l’esperienza, ma anche la grazia immensa che il Signore mi ha dato di raccogliere i
frutti di quanto seminato. Frutti migliori raccolti lì dove non mi aspettavo
nulla. Per me la gioia più bella è data da tutti coloro i quali oggi vivono a
pieno la parrocchia e partecipano a
tutte le attività della comunità. Sono i ragazzi di un tempo, piccoli
chierichetti allora,oggi uomini e padri di famiglia. Ho avuto la gioia e
l’onore di accompagnarli nel loro cammino di fede e di crescita. Li ho
cresimati, sposati, ho battezzato i loro figli ed oggi siamo sempre più
comunità. Credo che sia questo il dono più grande per un prete. Vivere in
sintonia con la propria comunità, accompagnarla nella crescita e mai
mortificandone le diversità culturali e religiose che in una società sempre più
multietnica come la nostra è ovvio ci siano. Sono un docente, ho insegnato
all’Istituto Magistrale di Scicli,
all’istituto di teologia di Noto e ora insegno all’Istituto Teologico San
Metodio di Siracusa. Sono incaricato diocesano per l’ecumenismo e dialogo. Ho
anche la grazia di poter vivere a contatto con Ebrei, musulmani ed Ortodossi.
Vivere una esperienza di Chiesa con
rappresentanti di diverse
religioni la giudico una delle esperienze più arricchenti tra quelle che
il sacerdozio mi ha regalato. Mi commuove ancor oggi ad esempio - prosegue Padre Ignazio - che il
rappresentante della chiesa ortodossa a
Ragusa, oramai da oltre cinque anni qui (è arrivato giovanissimo diacono a 28
anni), nonostante gli anni di
frequentazione che contraddistinguono il nostro rapporto di amicizia e di
stima ad oggi si rivolge a me dandomi del Lei. Lo fa in segno di grande stima “Dopo mio
padre, tu e il vescovo Paolo Urso”, mi dice, e vi assicuro che quando si riesce
a mettere in disparte le ideologie e si vive pienamente il rapporto umano, l’esperienza è fortemente arricchente”. E che l’esperienza
di interreligiosità ed interculturalità sia un modo attraverso il quale Padre Ignazio riesce a
dare un volto pragmatico al suo concetto di Chiesa, lo si percepisce
immediatamente. È come se per certi versi la comunità di San Giuseppe fosse più
avanti rispetto le istituzioni stesse. Non appena si presenta un caso che gli
assistenti sociali reputano più delicato o complesso non esitano a confrontarsi
con Padre Ignazio. Spesso più che aiuti economici i casi necessitano sostegno
morale, dialogo ed ascolto. Lo stesso che Padre Ignazio agevola e coltiva coi
suoi parrocchiani. Le piccole dimensioni della parrocchia lo permettono. Non
riunioni di gruppi per categoria che tendono sempre ad escludere qualcuno ma
riunioni che coinvolgono tutta la comunità parrocchiale, dai giovani alle
famiglie, insieme con assoluta semplicità magari anche condividendo un dolce
preparato in casa. I giovani – ci dice Padre Ignazio – se li convochi per una
riunione di catechesi ti snobbano ma se crei un pretesto per stare insieme a
loro, essi non fuggono. Tutt’altro. Ed è
in quei momenti che puoi stargli veramente vicino, seguirli ed indicare loro il
giusto cammino. Senza assurgere a maestro o censore ma essendo uno di loro. Un
loro amico. Padre Ignazio è sui generis anche nella capacità di parlare ai
giovani e diciamo anche nell’utilizzo degli strumenti tipici dei giovani e
della società moderna. Alcuni nell’ambiente ecclesiastico demonizzano i social
però per lui sono uno strumento di
dialogo e di opportunità di
incontro con chi magari per orgoglio o per pudore ha difficoltà a chiedere
aiuto, l’aiuto di un prete. L’intervista a Padre Ignazio si prolunga, diventa
un piacevole dialogo e confronto. Si continua a trattare argomenti di scottante
attualità. L’ultimo, ci ripromettiamo, prima di salutarci: il sinodo sulla
famiglia e il gran parlare che si è fatto sulle unioni gay. “Non mi scandalizza il fatto che due persone dello stesso sesso
possano amarsi. La chiesa con il suo insegnamento si mostra critica verso
tali sentimenti solo nella misura in cui li si vogliono catalogare con definizione
tipiche di istituzione secolari come il
sacramento del matrimonio che è una istituzione che nasce in relazione ad un
uomo ed una donna ai fini della procreazione. Tutto ciò che esula da ciò non
può rientrare nella definizione di matrimonio. Il problema non è dato dal fatto
di due persone dello stesso sesso che si amano e stanno insieme. Poi bisogna
sempre distinguere tra chi crede e chi non crede. La Chiesa ricorda che non
l’orientamento ma l’esercizio dell’omosessualità è peccato. Ma mentre condanna
il peccato accoglie sempre l’uomo peccatore. In coscienza ognuno poi
davanti al Signore – ci ricorda Padre
Ignazio – risponde delle proprie scelte.
Il primato delle coscienze viene innanzitutto. Un figlio ha il diritto
di avere un padre ed una madre, per questo non è corretto parlare di matrimonio
tra gay. Ho diversi amici gay ma nessuno
di essi mi ha mai manifestato questa
loro voglia di sposarsi. Mi viene da pensare che spesso dietro questi argomenti
così scottanti ci sia una lobby minoritaria che possiede strumenti e risorse
economiche tali da influenzare le grandi scelte della società. Stiamo andando
verso una società sempre più pluralista, in cui non hanno senso forti
pregiudizi. Per chi crede, chiunque sia, l’importante è sempre voler fare un cammino
di conversione e di fede. Mutuo quindi le parole di Papa Francesco “se una
persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per
giudicarla?» Una citazione con la quale Padre Ignazio si conceda da noi e ci
lascia col profondo convincimento che è
davvero un prete sui generis.
sabato 9 gennaio 2016
I piccoli del Regno
Si è presentata il giorno della mia nomina chiedendo dove fosse il signor
parroco e appena mi presentai mi diede il benvenuto e mi regalò una scatola di
cioccolatini. Da quel momento quasi tutti i giorni la vedevo presentarsi in sacrestia
ora con una brioche, ora con un mazzo di asparagi, ora magari con qualcosa di
impensabile ma significativo ripetendomi la sua contentezza di vedere la chiesa
di San Giuseppe aperta tutti i giorni. E in fondo alla chiesa si sedeva
aspettando che io finissi di ricevere le altre persone per farsi poi avanti. La
stanchezza di una vita che non le aveva dato niente più che la vecchiaia e la
malattia le hanno fatto compiere velocemente il trapasso. Ammalata quasi non
chiedeva niente, nemmeno aiuto e dall’ospedale si rifiutava di mandarmi a
chiamare perché temeva di disturbarmi : quando sono arrivato nella sua
stanza ha semplicemente sorriso, ma con un sorriso quasi di complicità. Molti
non si sono neanche accorti dei suoi funerali in un’estate che rallenta non
solo le attività fisiche ma anche quelle dello spirito.
Perché racconto questo ? Perché confesso che sono queste le esperienze
che mi commuovono e che mi danno la spinta a fare il prete più di tutte le
altre disquisizioni accademiche degli intellettuali di turno e dello stesso
rapporto con chi ha la puzza sotto il naso e passa il tempo in chiacchiere,
dietrologie e futurologie varie. Mi commuove la Messa celebrata con le quattro
vecchine della mia parrocchia che mi hanno circondato fin dall’inizio con il
loro affetto senza chiedersi il perché o il percome della mia nomina - per loro
sono il parroco e questo basta per aprirmi il loro cuore - e che giornalmente
mi danno lezioni di fede nel loro pregare semplice e silenzioso in chiesa, nei
loro gesti umili ma pieni di una grande saggezza.
Ma lo stesso potrei dire in modo speculare dei bambini e del loro modo di
porsi in modo spontaneo, in rapporti che superano a volte sicuramente per
schiettezza gli stessi adulti. Specie nella capacità di andare al cuore delle
cose. Mi fece impressione una volta il dialogo captato fra due bambini dopo che
mi ero fermato un po’ con loro : “hai visto come è simpatico il nuovo
parroco e come gli piace scherzare ?” domanda l’uno e l’altro : “Si,
ma dovessi vedere come è serio quando celebra la Messa !”. Mi sono detto
che se avevano intuito già queste cose avevano intuito tutto di un prete :
la capacità di essere uomo di fraternità e insieme uomo di Dio.
Debbo a queste esperienze la possibilità di “rimanere coi piedi a terra”
rifuggendo da astrattismi e idealizzazioni pericolose. E le lezioni che sto
avendo nel girare casa per casa, nel rapporto semplice e spontaneo con le
famiglie, riequilibra e concretizza le lezioni di pastorale fatte a scuola.
Non scrivo queste cose per parlare di me, per mettere me o il mio stile
pastorale al centro dell’attenzione, ma solo perché scopro sempre di più la
verità - e come non potrebbe esserlo - di quella benedizione con cui il Cristo
ringrazia il Padre per aver nascosto i misteri del suo Regno ai sapienti e agli
intelligenti ed averle rivelate invece ai piccoli.
E mi convinco sempre di più che la storia, quella vera non è quella dei
potenti e dei giochi di potere, quella che si legge sui libri. E’ la storia dei
piccoli, le cui vicende quotidiane di generosità e pazienza potrebbero essere
raccontate con altrettanta importanza sui libri. Purtroppo invece spesso dei
piccoli si narra solo la cronaca nera (passata per “vera” da qualche giornale).
E forse dai piccoli deve ripartire il nostro cammino per superare l’impasse
in cui pare ci siamo impantanati senza più poterne uscire.
Se ne è accorto ultimamente uno storico della Chiesa quando non ha più
voluto scrivere una storia della Chiesa che coincidesse con una storia del
papato e che ha scritto perciò una “storia del popolo di Dio” in cui le vicende
dei piccoli hanno altrettanto valore della storia dei dogmi. E spero che se ne
accorgano anche non solo gli altri storici, ma anche quanti, nelle stanze alte
del potere devono ricordarsi che questo ha la sola giustificazione nel servizio
dei piccoli. E in questo politica e religioni possono e debbono camminare
insieme.
mercoledì 6 gennaio 2016
Non vedere il male, non ascoltare il male, non dire il male.
Quando arrivò sugli schermi
cinematografici L’esorcista, scandalizzò ma fece anche riflettere molte persone negli anni settanta, anni in cui regnava
ancora l’infatuazione delle magnifiche sorti progressive del mondo e in cui
anche alcuni preti avevano smesso di parlare del diavolo (e di credere nella
sua esistenza). L’interesse - se così si può chiamare - riesplose col forte e coraggioso richiamo di
Paolo VI sul fumo di Satana che continua ancora nel presente ad infiltrarsi
nella Chiesa e nel mondo. Allora fu l’occasione di un vivace dibattito sia
ecclesiale che mondano. Oggi invece il film quando viene dato in televisione passa sotto
silenzio, se non fosse per la sua (scorretta) catalogazione nel genere “horror”
che richiama qualche adolescente appassionato di brividi. E quando è stato riproposto al cinema non ci sono
state più al botteghino le file e la ressa di un tempo. Peccato. Perché il film
merita di essere visto, sia dal punto di vista prettamente cinematografico (è
un’opera “cult” che ha segnato la storia
del cinema), sia perché non è la solita raccolta di ciarpame ma si fonda su un’opera
ben documentata qual è il romanzo da cui è tratto. Qui infatti si tratta di un
tema che è stato da sempre al centro del dibattito filosofico e teologico:
cos’è il male ? E se Dio è Bene, da dove il male ? E il diavolo:
solo un simbolo del male ? Non sembrino superate queste domande, in
un mondo che vuole “esorcizzare” non
solo i vari mali (guai a parlare oggi di
dolore, sofferenza, malattia, morte) ma anche la stessa radice del male:
non ci si domanda spesso retoricamente “che
male c’è ?” dando per scontata la risposta “No, non c’è niente di male”
davanti alla possibilità di potersi
liberare da ogni vincolo morale ? Lewis, nelle sue Lettere di Berlicche (consigli di un diavolo esperto al suo
nipotino diavoletto) affermava che il punto di partenza per la buona riuscita di una
tentazione fosse appunto il far credere che il male non esiste e così far
abbassare la guardia al povero tentato.
Può sembrare strano che mi sia spinto a parlare di un argomento così poco
“festivo”. Ma il motivo c’è.
In questi giorni all'inizio del nuovo anno tutti ci
auguriamo ogni bene. Ma il bene non è un qualcosa di scontato. E’ un dono
prezioso. E’ una conquista, spesso da strappare con le unghie dalle grinfie del
male e da difendere con la vita. E va cercato, come l’oro, e come l’oro deve
essere separato da ciò che oro non è. Non è facile, però credo che la grandezza
di un uomo si misuri sempre da questa attenzione nel riconoscere e saper
separare il bene dal male. La sapienza biblica si riassume proprio in questa
indicazione fondamentale : fa’ il bene, evita il male. Ma in ciò penso che
qualunque autentica esperienza religiosa ed etica umana possa essere d’accordo. Vorrei allora augurare ai miei amici lettori
di poter avere la capacità - e oggi non è facile per nessuno - di sapersi
sempre chiedere cosa sia il vero bene da quello che non lo è. Purtroppo tanti
imbonitori oggi vorrebbero cambiare le carte in tavola : ma il male, in
qualunque modo lo si presenti o si chiami finisce per ritorcersi sempre su chi
lo ha scelto. Perché né nel bene né nel male c’è predestinazione : è
sempre in gioco la libertà dell’uomo, fin dall’inizio, fin da Caino, quando Dio
vedendolo covare rancore per il fratello Abele lo ammonisce “Il male è come una
bestia feroce accovacciato alla tua porta : ma tu non lasciarlo entrare.
Se tu vuoi, tu puoi dominarlo”. “Se tu vuoi , tu puoi” : quale messaggio
migliore di libertà e di speranza per l’uomo ? Al di là di come si
interpretino i rancori gli egoismi le lotte le guerre gli odi sono frutto del
male. E all’inizio del nuovo anno dobbiamo ricordare che se l’uomo vuole può
cambiare il corso della storia. Non possiamo e non dobbiamo soccombere al male.
Un caro amico, italianizzando il soprannome della mia famiglia materna (“cacciariavili”,
letteralmente “cacciadiavoli”) mi chiama bonariamente “l’esorcista” e io sto al
gioco (confesso che mi piace), perché mi ricorda sia il mio ruolo ministeriale e sia una grazia che il Signore mi ha fatto,
quella che spesso le situazioni di male che mi trovo ad incontrare vengono
subito a galla (anche se per far questo deve venire a galla anche la mia
umanità peccatrice): grazia perché, venendo allo scoperto, il male può
essere combattuto e vinto. Il mio augurio per l’anno nuovo è che un po’
esorcista lo sia ognuno, in questa capacità di non farsi sedurre dal male e di
vincere il male con il bene. E’ questo il senso genuino della scultura delle
tre scimmiette che Ghandi portava sempre con sé: non vedere il male, non
ascoltare il male, non dire il male. Altro che l’immagine dell’omertà mafiosa:
le tre scimmiette sono il programma di una vita spesa attivamente a costruire il
bene, per noi e per gli altri ! Un anno di bene dunque
a tutti !
giovedì 31 dicembre 2015
anno nuovo vita nuova
Nel tempo che scorre l’uomo può attingere all’eternità di Dio e dalla sua bontà, sperimentata attraverso le cose buone che ha creato, arrivare alla benevolenza verso l’altro. D’altronde la parola “anno” in ebraico ha la stessa radice del numero due, inteso come dualità e ripetizione: è la ripetizione ciclica del tempo che però lungi dal far ripiegare l’uomo su se stesso lo invita sempre ad aprirsi all’altro: il due infatti è il Bet, la casa che ha sempre la porta aperta perché si deve essere pronti ad accogliere gli ospiti e ad uscire per soccorrere i bisognosi. L’anno che ritorna è perciò la possibilità sempre riofferta dell’inizio di una vita nuova. Al di là delle alchimie sulle parole e sui numeri credo però sia importante scoprire allora il vecchio detto “anno nuovo, vita nuova”. Credo infatti che - se inteso nel giusto modo - parlare di buoni propositi e di buone intenzioni non sia all’inizio dell’anno nuovo un gesto “spropositato”. Non perché all’inizio dell’anno nuovo abbiamo bisogno di oroscopi rassicuranti e di debiti scongiuri per esorcizzare la paura del nuovo, del futuro che vogliamo migliore (ma in cosa poi ?) a tutti i costi ! In questo senso anche fare e scambiare auguri sarebbe ancora un rito pagano! Non perché sia poco educato parlare di bontà ed essere buoni per capodanno, né perché “porti sfiga”, come vulgariter si dice, comportarsi altrimenti (e allora meglio premunirsi con i talismani d’occasione, mutande rosse in prima fila !).
Ma perché credo che l’uomo, ogni uomo, debba a se stesso la possibilità di una sempre ulteriore “chance”: non c’è fallimento da cui non si possa uscire, sconfitta da cui non ci si possa risollevare... e non per concessione di altri ma per il rispetto estremo che dobbiamo a noi stessi, e alla dignità e al valore della vita di cui siamo portatori e che per primi siamo chiamati a rispettare. L’uomo è un animale “simbolico”: ha bisogno di simboli per comunicare il proprio intimo e di eventi simbolici che lo stimolino a esprimersi per quello che è. L’inizio del nuovo anno ha appunto questa valenza simbolica: della nuova opportunità di vita che l’uomo da a se stesso e, per chi crede, che Dio prima ancora concede ad ognuno. Di ricominciare : non importa se da zero o da tre o da quattro : l’importante è ricominciare. Ecco perché penso che questa sia un’occasione da non banalizzare : ben vengano feste e brindisi, ma non tanto per scordarci il passato quanto per aprirci positivamente al futuro. E’ bello, per me credente, pensare all’inizio del nuovo anno ad un Dio che ti dice “non preoccuparti del passato : ecco ti è concessa una nuova occasione per fare quello che non hai fatto, per riparare quello che hai fatto male, per costruire qualcosa di nuovo”. Ma credo che sia bello per tutti, anche per chi non crede, sentire che all’inizio del nuovo anno ti venga data dall’Altro (e perciò dagli altri) un supplemento di fiducia. Mi ha fatto sempre impressione quella parabola in cui al contadino che vuole subito tagliare l’albero che non ha dato frutti il Signore del campo risponde : “no, lascialo ancora per un altro anno”. Ecco il punto : abbiamo bisogno di dare e ricevere fiducia. E forse l’inizio del nuovo anno è l’occasione per dirci scambievolmente “io ho fiducia in te” ! E forse le cose nel nuovo anno così andranno meglio ! Ingenuità la mia ? certamente ! Utopia, sogni ? certamente ? Dice però Leonardo Boff: “soltanto l’essere umano sogna nel sonno e nella veglia mondi nuovi, dove esistono rapporti più fraterni e un nuovo cielo e una nuova terra: le utopie non sono meccanismi di fuga facile dalle contraddizioni del presente. Esse appartengono alla stessa realtà dell’uomo come essere che continuamente progetta, disegna il futuro, vive di promesse e si alimenta di speranza. Sono le utopie che impediscono all’assurdo di impadronirsi della storia...”. Perché non sognare allora, all’inizio del nuovo anno, un mondo nuovo ? Perché non sognare con Paolo VI che volle proprio il 1° gennaio di ogni anno la celebrazione della giornata della Pace, proprio per pensare all’inizio del nuovo anno a quella civiltà dell’amore che tutti sogniamo ? L’Utopia, “l’isola-che-non-c’è”, la raggiunge solo chi ha il coraggio dell’avventura : “Ti piacerebbe correre un’avventura?” Così Peter Pan domanda a Wendy, quell’eterno bambino che non sa resistere alle avventure! La unicità e la irripetibilità delle persone e delle situazioni, le incognite della storia, il mistero dell’uomo e quello ancora più insondabile di Dio -tutte cose che ci fanno scontrare con l’inutilità delle ricette e delle formule precostituite - sono tutte cose queste che ci spingono all’inizio del nuovo anno verso l’avventura (letteralmente appunto ad-ventura: verso le cose che stanno per venire)! E a Wendy che non sa volare, Peter Pan svela il segreto: per saper volare bisogna pensare cose stupende! E la cose stupenda è la bontà di cui ognuno è portatore per sé e per gli altri : e la bontà sa non solo sognare ma anche fare cose stupende ! BUON ANNO a tutti dunque verso l’isola-che-non-c’è, e non dimenticate l’indirizzo: “seconda strada a destra e poi diritto fino al mattino”!!!
Ma perché credo che l’uomo, ogni uomo, debba a se stesso la possibilità di una sempre ulteriore “chance”: non c’è fallimento da cui non si possa uscire, sconfitta da cui non ci si possa risollevare... e non per concessione di altri ma per il rispetto estremo che dobbiamo a noi stessi, e alla dignità e al valore della vita di cui siamo portatori e che per primi siamo chiamati a rispettare. L’uomo è un animale “simbolico”: ha bisogno di simboli per comunicare il proprio intimo e di eventi simbolici che lo stimolino a esprimersi per quello che è. L’inizio del nuovo anno ha appunto questa valenza simbolica: della nuova opportunità di vita che l’uomo da a se stesso e, per chi crede, che Dio prima ancora concede ad ognuno. Di ricominciare : non importa se da zero o da tre o da quattro : l’importante è ricominciare. Ecco perché penso che questa sia un’occasione da non banalizzare : ben vengano feste e brindisi, ma non tanto per scordarci il passato quanto per aprirci positivamente al futuro. E’ bello, per me credente, pensare all’inizio del nuovo anno ad un Dio che ti dice “non preoccuparti del passato : ecco ti è concessa una nuova occasione per fare quello che non hai fatto, per riparare quello che hai fatto male, per costruire qualcosa di nuovo”. Ma credo che sia bello per tutti, anche per chi non crede, sentire che all’inizio del nuovo anno ti venga data dall’Altro (e perciò dagli altri) un supplemento di fiducia. Mi ha fatto sempre impressione quella parabola in cui al contadino che vuole subito tagliare l’albero che non ha dato frutti il Signore del campo risponde : “no, lascialo ancora per un altro anno”. Ecco il punto : abbiamo bisogno di dare e ricevere fiducia. E forse l’inizio del nuovo anno è l’occasione per dirci scambievolmente “io ho fiducia in te” ! E forse le cose nel nuovo anno così andranno meglio ! Ingenuità la mia ? certamente ! Utopia, sogni ? certamente ? Dice però Leonardo Boff: “soltanto l’essere umano sogna nel sonno e nella veglia mondi nuovi, dove esistono rapporti più fraterni e un nuovo cielo e una nuova terra: le utopie non sono meccanismi di fuga facile dalle contraddizioni del presente. Esse appartengono alla stessa realtà dell’uomo come essere che continuamente progetta, disegna il futuro, vive di promesse e si alimenta di speranza. Sono le utopie che impediscono all’assurdo di impadronirsi della storia...”. Perché non sognare allora, all’inizio del nuovo anno, un mondo nuovo ? Perché non sognare con Paolo VI che volle proprio il 1° gennaio di ogni anno la celebrazione della giornata della Pace, proprio per pensare all’inizio del nuovo anno a quella civiltà dell’amore che tutti sogniamo ? L’Utopia, “l’isola-che-non-c’è”, la raggiunge solo chi ha il coraggio dell’avventura : “Ti piacerebbe correre un’avventura?” Così Peter Pan domanda a Wendy, quell’eterno bambino che non sa resistere alle avventure! La unicità e la irripetibilità delle persone e delle situazioni, le incognite della storia, il mistero dell’uomo e quello ancora più insondabile di Dio -tutte cose che ci fanno scontrare con l’inutilità delle ricette e delle formule precostituite - sono tutte cose queste che ci spingono all’inizio del nuovo anno verso l’avventura (letteralmente appunto ad-ventura: verso le cose che stanno per venire)! E a Wendy che non sa volare, Peter Pan svela il segreto: per saper volare bisogna pensare cose stupende! E la cose stupenda è la bontà di cui ognuno è portatore per sé e per gli altri : e la bontà sa non solo sognare ma anche fare cose stupende ! BUON ANNO a tutti dunque verso l’isola-che-non-c’è, e non dimenticate l’indirizzo: “seconda strada a destra e poi diritto fino al mattino”!!!
sabato 26 dicembre 2015
Laicità o anticlericalismo?
L’Italia è il paese delle dietrologie (“chissà
quali progetti politici ci stanno sotto - qualcuno si chiede, ad esempio, non appena i cattolici scendono in piazza, o – forse la
ricostituzione del partito cattolico? Quanti voti stanno raccogliendo per le
prossime elezioni?” ),
è la nazione in cui non si riesce assolutamente ad uscire dal “particolare” e a
pensare un po’ più in grande e al di là dei propri interessi , è la patria di un preteso laicismo che in realtà è solo sinonimo di
anticlericalismo! Certe espressioni e certe prese di posizione ricordano
l’atteggiamento massone e liberale che si respirava al tempo dell’unità
d’Italia. In Italia la Chiesa fa comodo solo quando si allinea
sulle posizioni degli altri “illuminati”, se invece si azzarda a rimanere
fedele al suo mandato e canta “fuori dal coro” allora non ha più diritto di
parola! Bella libertà e democrazia! Un esempio: in qualsiasi libreria della
laica Francia si possono trovare Bibbie e le pubblicazioni delle editrici
cattoliche; in Italia questo non avviene nemmeno per sogno: noi cattolici
abbiamo dovuto creare le librerie “cattoliche” per poter vendere i nostri libri
( con le conseguenze economiche che si possono immaginare). Allora di quale
laicità si parla? Di quale valori dell’Illuminismo cui molti si richiamano si
discute? Peccato: spesso in tante situazioni si perde l’occasione di fare
silenzio e, meglio ancora, di dare mostra di non essere schiavo dei propri
pregiudizi. Perché si sbaglia sempre la domanda di fondo: non è detto che si
debba essere necessariamente “contro”
qualcuno! Lo ha ribadito lo stesso Papa Giovanni Paolo II nella sua ultima giornata dei giovani a Roma, quando ha ricordato ai giovani che il
secolo uscente ha visto tante altre adunate oceaniche: chiamati a raccolta per
essere mandati contro qualcuno, seminando odi e rancori. Stavolta – ha detto il
Papa – non è così: voi non siete mandati contro qualcuno, voi siete mandati
“per” qualcuno, per il fratello, ogni fratello, che voi incontrerete sul vostro
cammino, per creare un mondo di fraternità, una civiltà dell’amore. Il fuoco da
accendere è ben diverso da quello dei nazionalismi, da ogni particolarismo che
inevitabilmente sfocia in conflitti e guerre, è il fuoco dell’amore: citando
Caterina da Siena (e chi può negare alla mistica la sua “passione civile”?) il
Papa ha detto ai giovani “se avrete il coraggio di essere quello che dovete
essere, brucerete il mondo”! Perché chi parla di libertà, fraternità e
uguaglianza invece non è contento di questo?
sabato 19 dicembre 2015
La cavalcata di san Giuseppe: parliamone prima con calma. Ecco cosa scrivevo nel 2000. Cosa rimane e cosa è cambiato?
Confesso di essere stato il
primo a stupirmi del dibattito animato
intorno alla Calvalcata. E non per il solito rumore che si fa intorno a questo
evento, a volte attento solo a note marginali o negative, quanto invece per la
positività con cui - a mio parere - una collettività intera si è interrogata in
fondo sulle proprie origini e sulle proprie tradizioni. Che nei crocicchi delle
strade, nei bar, nei circoli, nei servizi televisivi si parli di cavalli e bardature, ci si
interroghi se bisogna rimanere fermi al modo tradizionale di cucire ‘u balucu’
nei ‘manti’ o se bisogna aprirsi a nuove tecniche, se conta di più il cavallo o
il manto, se la cavalcata è ‘un’infiorata su cavalli’ o se basta un mazzo di
fiori e un filare di campane per bardare un cavallo, che ci si interroghi se è
giusta una premiazione o no e in che termini vada concepita... io credo che sia
altamente positivo. Perché al di là delle discussioni più o meno animate e
delle conclusioni alle quali si approda,
credo che il confrontarsi su un qualcosa che viene sentito come un
patrimonio comune da conservare, da tenere vivo, da tramandare alle nuove
generazioni non possa che fare bene ad
una città che, come qualsiasi collettività, se non vuole perdere la propria
identità, se vuole guardare in modo serio al futuro, non può prescindere dalla
propria storia e alla propria cultura. Spesso purtroppo ci si ferma alle
banalità quotidiane, tirando quasi a campare da un giorno all’altro, senza
avere il coraggio di confrontarsi né con il proprio passato né di proiettarsi
con intelligenza verso il futuro. Come pure spesso chi potrebbe avere un ruolo
determinante in questo progetto di recupero della memoria e della cultura della
nostra cittadina si fa distrarre da motivi forse più alla moda o che
solleticano di più il gusto di qualche elité piuttosto che aiutare un
ripensamento serio sulle proprie radici. E’ facile sparare a zero su certe
manifestazioni come obsolete, come è facile ridurre tutto a puro folklore e
attrazione turistica : ma il contatto con tante persone che in occasione
della Cavalcata e della festa di San Giuseppe ha voluto condividere con me la
propria idea, magari raccontandomi qualche aneddoto in proposito, mi ha dato
modo di vedere come ancora nonostante tutto non solo resistono tradizioni, ma
resiste quella bontà, quella genuinità di fondo che fanno di una tradizione una ‘sana’
tradizione ! E sono le sane tradizioni che a volte ci aiutano a trovare o
ritrovare il gusto della vita. Quando si
vedono i volti di tutti, sia dopo la Cavalcata come dopo tutta la festa - ma il
pensiero corre parallelo alla festa del Cristo Risorto per cui si potrebbe
ripetere pari pari quanto stiamo dicendo a proposito di Cavalcata - ritornare
sereni a casa, quasi soddisfatti per aver fatto una cosa che proprio così
andava fatta, allora uno comprende come abbia ragione quel grande studioso di
religiosità naturale che fu Mircea Eliade, nel definire queste esperienze come
quelle - e solo quelle - capaci di far aprire il profano al sacro e dal sacro
dare senso al profano e alla quotidianità dei giorni, la cui monotonia deve
essere rotta dall’esperienza della festa, l’unica capace di sublimare il dolore
dell’uomo. Perché la festa è importante e fondamentale anzitutto per chi la
celebra, per chi ne è protagonista, per chi vi si lascia coinvolgere. E non per
gli spettatori o i turisti. Perché questi vedono solo l’esterno, il folklore,
la curiosità, ma poi se ne vanno. La festa è di chi fa festa ! La gioia è
di chi fa la Cavalcata o di chi si ‘carica’ il Cristo Risorto : anche se
non ci fosse un solo spettatore o un solo turista. Per questo credo che non
bisogna indulgere a nessuna tentazione che vuol far diventare la Cavalcata o la
festa dell’Uomo Vivo uno spettacolo da osservare o un evento compreso in un
pacchetto prepagato per agenzie turistiche. L’evento culturale - e che qui si
fonde col religioso - è ben altro. Altrimenti trasformeremo le nostre feste in
eventi freddi come purtroppo avviene da alcuni anni ad esempio a Modica per la
‘Madonna vasa vasa’ in cui la gente assiste passivamente ad una
rappresentazione portata avanti da alcuni operatori pagati dal Comune, o per le
altre feste in cui i parroci devono pagare i portatori dei fercoli delle
statue ! Oppure arriveremo a organizzare Cavalcata e Pasqua ad agosto per
avere più turisti ! Qualcuno mi
dirà magari che mi sono fissato a ripetere sempre le solite cose : è vero,
ma è perché ci credo profondamente. Perché penso che sia questo mio compito,
anche come prete. Perché tutta l’esperienza di fede biblica si basa su una
categoria : quella del memoriale : l’uomo che non ricorda, l’uomo che
non ha memoria, l’uomo che non coltiva la memoria attraverso la tradizione,
cioè la trasmissione della memoria di padre in figlio, è un uomo morto. No,
anzi, non è mai esistito ! E confesso che la cosa mi preoccupa !
giovedì 17 dicembre 2015
Omelia apertura porta giubilare a Scicli
<<La fede
è la religione dei peccatori che cominciano a purificare se stessi per
Dio>>
Così scrive il Beato
cardinale Newman in una sua riflessione sul vangelo e la fede.
E’, a mio parere, una
definizione che va al cuore della nostra esperienza di fede e che è anche in
grado di illuminare non solo il rito dell’apertura della porta santa, ma lo
stesso anno giubilare che il santo Padre ha voluto con decisione, nel voler reindirizzare
tutto il cammino della Chiesa verso l’incontro di grazia e di misericordia con
Dio Padre, per mezzo del Cristo suo Figlio, nella forza dello Spirito santo.
Religione di
peccatori: così
afferma Newman.
La nostra è una storia
di peccato.
<<Un tempo
non era così; l’uomo fu creato giusto, e allora vedeva Dio; cadde, e perse
l’immagine e la presenza di Dio. Come potrà riacquistare il suo privilegio? …
Egli lo perse col peccato; lo deve quindi riguadagnare con la purezza …>>
così scrive ancora il
Cardinale Newman.
La fede cristiana
niente altro è che lo scoprirsi peccatori e sentirsi orfani di Dio, scoprire
ciò che il peccato ha provocato: la rottura della relazione e di comunione tra
l’anima e colui che l’ha fatta.
A causa del peccato
noi possiamo parlare alle sue creature, ma non possiamo parlare con lui.
La fede cristiana
nasce dunque come consapevolezza di un ritorno, di un reindirizzamento della
propria esistenza verso il Dio Creatore
e Signore di ogni cosa, come ci ha ammonito oggi Isaia:
Poiché così dice il Signore,
che ha creato i cieli,
egli, il Dio che ha plasmato
e fatto la terra e l’ha resa stabile,
non l’ha creata vuota,
ma l’ha plasmata perché fosse abitata:
«Io sono il Signore, non ce n’è altri.
Volgetevi a me e sarete salvi,
voi tutti confini della terra,
perché io sono Dio, non ce n’è altri.
che ha creato i cieli,
egli, il Dio che ha plasmato
e fatto la terra e l’ha resa stabile,
non l’ha creata vuota,
ma l’ha plasmata perché fosse abitata:
«Io sono il Signore, non ce n’è altri.
Volgetevi a me e sarete salvi,
voi tutti confini della terra,
perché io sono Dio, non ce n’è altri.
Ma se la fede cristiana è esperienza
del peccato, è ancor di più esperienza di perdono e di salvezza:
fede è religione di salvati
il peccatore, se lo vuole, può
sperimentare che il Creatore è anche il Salvatore, colui che libera e riscatta
dal peccato e dalla colpa. Il Dio giusto è colui che giustifica, cioè colui che
giudica il peccato e salva il peccatore, come ancora ci ha ricordato Isaia:
Lo giuro su me stesso,
dalla mia bocca esce la giustizia,
una parola che non torna indietro:
Si dirà: «Solo nel Signore
si trovano giustizia e potenza!».
Dal Signore otterrà giustizia e gloria
tutta la stirpe d’Israele.
dalla mia bocca esce la giustizia,
una parola che non torna indietro:
Si dirà: «Solo nel Signore
si trovano giustizia e potenza!».
Dal Signore otterrà giustizia e gloria
tutta la stirpe d’Israele.
Ma come salva il Signore? Come
giudica? Come rimette i peccati e le colpe?
<<Sia benedetto
Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli
ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una
speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non
marcisce. >> così inizia la prima lettera di Pietro.
La fede cristiana dunque
si caratterizza proprio in questo suo specifico: essere l’esperienza di chi sa
che la salvezza ci è donata da Dio per mezzo di Cristo suo Figlio.
Noi crediamo che, sì,
davvero, hanno stillato, i cieli, dall’alto
e le nubi hanno fatto piovere la giustizia;
e le nubi hanno fatto piovere la giustizia;
che, sì, davvero si
è aperta la terra e ha prodotto la salvezza
ed è germogliata insieme la giustizia.
ed è germogliata insieme la giustizia.
Sì, il Signore, ha creato tutto
questo.
Verità germoglierà dalla terra: Cristo, il Germoglio;
Verità germoglierà dalla terra: Cristo, il Germoglio;
giustizia si affaccerà dal cielo: Cristo, il Frutto;
Amore e verità s’incontreranno, giustizia
e pace si baceranno.
In Cristo giustizia e pace.
Cristo, il Giusto. L’unico Giusto.
Cristo, il Giusto. L’unico Giusto.
Cristo il salvatore, come cantano gli
angeli a Betlem:
«Non temete, ecco vi annunzio una
grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di
Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.
Si, oggi noi non abbiamo più bisogno
di aspettare altri salvatori:
«Sei tu colui che deve venire o
dobbiamo aspettare un altro?».
Noi confessiamo il Cristo come il veniente:
colui che è venuto, verrà e sempre viene a salvare.
Alla gente smarrita, oggi come ieri,
in cerca di salvatori e salvezze, noi diamo il lieto annuncio, noi
evangelizziamo la venuta del Salvatore e l’inaugurazione dell’anno di grazia
del Signore:
«Andate e riferite
a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli
zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti
risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non
trova in me motivo di scandalo!».
Il solo Salvatore.
Lo annuncerà in modo franco San
Pietro, il giorno di Pentecoste, a Gerusalemme:
<<In nessun altro c'è salvezza;
non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è
stabilito che possiamo essere salvati».
E questa salvezza è
dono gratuito, grazia:
<<Ma Dio, ricco di
misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che
eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti
siete stati salvati>> così ricorda Paolo agli Efesini.
E’ Cristo, infatti la giustizia di
Dio
Scrive papa Benedetto
in un suo messaggio quaresimale: <<L’annuncio cristiano risponde
positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo
nella Lettera ai Romani: “Ora invece, … si è manifestata la
giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che
credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi
della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per
mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito
apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue”
(3,21-25).
Quale è dunque la
giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non
è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che
l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici
dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che
si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo,
per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14).
In realtà, qui si
dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha
pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero
esorbitante>>.
Ma se l’uomo è stato
giustificato in Cristo, quale è questo cammino di purificazione che l’uomo deve
compiere, di cui parla il Cardinale Newman?
Non sono opere frutto
di volontarismo umano e protagonismo narcisista, quanto invece un aprirsi alla
grazia della salvezza attraverso la conversione e il coinvolgimento nella
stessa opera salvifica della croce attraverso i sacramenti.
Ecco allora il
senso del Giubileo:
anzitutto un
cammino di conversione: esso mette in evidenza che l’uomo non è un essere
autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso.
Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo:
uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria
indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della
sua amicizia.
E poi un modo,
attraverso le indulgenze e le opere penitenziali, un modo per immergersi nella
grande ricchezza della giustizia divina, con umiltà:
giacché - aggiunge ancora papa Benedetto - <<occorre
umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per
darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della
Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare
nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10),
la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore,
perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare>>.
Solo da questa
esperienza della giustizia più grande, dell’amore, che poi si riesce a
comprendere il dono di se stessi, nell’amore del Cristo, ai fratelli e al
prossimo.
<<Non c’è
amore più grande che dare la vita per i fratelli>>.
Senza questo orizzonte
di fede le stesse opere di misericordia e gli atti di carità che siamo chiamati
a porre come segno della vita nuova in Cristo, si riducono a meri gesti di
filantropia.
Accogliamo dunque oggi
l’appello alla conversione che ci viene da Dio tramite la Chiesa:
Ascolterò che cosa
dice Dio, il Signore:
egli annuncia la
pace.
Sì, la sua salvezza
è vicina a chi lo teme,
perché la sua
gloria abiti la nostra terra.
Cari fratelli e care sorelle,
quest’anno santo celebreremo
in modo speciale la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di
salvezza. Che questo tempo giubilare sia per ognuno di noi tempo di autentica
conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere
ogni giustizia e a rivelare il cuore misericordioso del Padre.
A lui sia gloria nei
secoli dei secoli. Amen.
mercoledì 16 dicembre 2015
L'asino, il bue... e la nuova creazione
Alluvioni e disboscamento, sconvolgimenti climatici … C’è di che parlare, anzi
se parla già molto. Forse troppo. E come al solito tanti parlano per tirare le
ragioni dalla propria parte. Io direi che anzitutto c’è di che pensare. Perché
molti riducono il tutto ad un problema “tecnico”: quasi fosse solo un problema
di migliore organizzazione, di protocolli di comportamento da definire. E con
buona pace di tutti – per me - non è nemmeno politico ( se non per qualche suo
aspetto). Prima ancora io direi che è un problema culturale e – per chi crede –
un problema teologico. Ma non in senso riduttivo (come una lettura
fondamentalista della Bibbia potrebbe indurre a credere) , falsamente apocalittico,
per cui la rovina del creato sarebbe l’indizio della prossima fine del mondo,
ma secondo una vera lettura del testo biblico in cui i dati dell’Apocalisse (ma
anche alcuni significativi testi paolini) riprendono le idee della Genesi e di
tutta la tradizione biblica. Tradizione che si potrebbe sintetizzare nella
seguente affermazione: pur avendo in sé anche una radice ontologica diversa,
l’uomo condivide il suo essere “animale” (nel senso etimologico di possessore
del “respiro della vita”) con tutte le altre creature, e per il suo essere
fatto di polvere del suolo condivide poi la stessa finitudine di tutta la
materia del creato. Per questo c’è una solidarietà tra l’uomo, gli animali
e il creato più stretta (e quindi più vincolante) di quanto si possa immaginare
a prima vista. Per questo un salmo può affermare “uomini e bestie tu salvi,
Signore”. Anzi il destino della salvezza per Paolo si estenderà a tutta la
creazione che per ora geme e soffre “le doglie del parto” finché “Dio sarà
tutto in ogni cosa del creato”. Il ruolo dell’uomo allora qui non è certo
quello di un dominio (che si è in pratica tradotto in sfruttamento irrazionale
del creato) ma di una salvaguardia “attiva” che conduce pian piano il creato
tutto verso la consapevolezza piena (la “noosfera” di Theilard De Chardin)
della sua finalità teo-logica. Perché il “paradiso” non sarà il luogo della
beatitudine solo delle anime (ahi! Dante, quanti danni hai fatto!): sarà la
“nuova creazione”, cioè l’universo interamente rinnovato e giunto alla pienezza
per cui era stato creato. Il racconto del primo capitolo della Genesi ci mostra
un principio che è anche la descrizione della meta finale. Ecco perché la
Bibbia ci parla non solo di immortalità dell’anima (ahi! Benedetta filosofia
greca infiltrata nella teologia, anche tu quanti danni hai fatto!) ma ci parla
di resurrezione dei corpi: il che già a dirsi è radicalmente diverso!
Confesso che il tema del creato
è, anche per un prete, un tema difficile da affrontare senza aver prima
superato tanti pregiudizi, primo fra tutti un “antropocentrismo” sbagliato che
ci fa sentire al centro del mondo e isolati dominatori dell’universo. Non è un
problema di ecologia o ambientalismo o animalismo, né si può risolvere il tutto
dell’unico destino dell’uomo e del creato facendolo discendere dalle scimmie.
E’ il problema di reimpostare un nuovo rapporto con tutta la creazione, a
partire dagli animali. La Bibbia testimonia episodi quale quello dell’asina di
Balaam capace di vedere l’angelo del Signore e di rimproverare il profeta che
invece non l’aveva visto (bellissima la meditazione di Paolo de Benedetti in
proposito). E gli animali a Ninive faranno anch’essi penitenza per la
predicazione di Giona. Ma anche la tradizione – e ci fermiamo a Scicli – ci
parla dei buoi che tiravano il carro col feretro di San Guglielmo che decidono
la chiesa dove deve essere seppellito, o dei buoi che a Jungi si inginocchiano
indicando il luogo dove era stata sepolta la pisside con il Santissimo
Sacramento rubata a Santa Maria La Nova. Per non parlare del Francesco che
predica agli uccelli e parla col lupo. E se non fossero solo fioretti?
E’ questa la domanda che mi sto
portando dentro in questi giorni: “e se la storia della mucca pazza ci dovesse
costringere non solo a cambiare abitudini alimentari ma il nostro stesso
rapporto con gli animali? E se il buco dell’ozono ci dovesse costringere non
solo a trovare fonti non inquinanti ma a ritornare a trovare nei cieli anche la
sede di Dio?”
Allora forse l’asino e il bue, la
stella e gli angeli del presepe quest’anno ci diranno qualcosa di più. E forse
diventeremo non soli più buoni.
Buon Natale.
lunedì 14 dicembre 2015
Natale festa della pace
Il tema può
sembrare a prima vista o banalmente scontato o sottilmente provocatorio.
Scontato, giacché per chi è cristiano è ovvio che
l’incarnazione del Verbo e la sua Nascita, così come tutta la sua storia di
salvezza culminata nella morte e risurrezione di Cristo, è l’evento da cui è
scaturita e può ancora scaturire una esperienza di pacificazione ai vari
livelli di relazione umana (con Dio, con gli altri uomini, con tutto il creato).
Provocatorio, perché – specie per chi non crede affatto o è
seguace di qualche altra religione – il nesso tra nascita di Gesù Cristo, e
quindi dell’affermarsi dell’esperienza cristiana, con la pace non sembra così
consequenziale. Anzi, addirittura proprio per stare in pace, specie nel
rapporto con altre istanze religiose, qualcuno ad esempio ha proposto di non
celebrare più il Natale o di non porre i segni della memoria natalizia di Gesù
nei luoghi pubblici. In questo senso sembrerebbe che proprio il Natale sia alla
base di litigi e contese. Ma è davvero così?
Per sgombrare il campo da ogni equivoco, chiariamo anzitutto
come la memoria del Natale, e quindi del suo rimando alla persona di Gesù di
Nazaret, solo da chi pensa in modo ignorantemente acritico e superficiale può
essere erroneamente intesa in modo offensivo nei riguardi delle altre due fedi
dichiaratamente monoteiste.
L’ebraismo ufficiale ed ortodosso ha da tempo superato e sue
preclusioni nei riguardi di Gesù, considerato oggi in tutta la sua ebraicità
come un grande ed illustre Rabbi, anzi, ci sono studi in cui è in piena
riconsiderazione e rivalutazione il suo rapporto con Dio e la sua
“messianicità”, seppur in senso lato: in questo senso certo non dispiace agli
ebrei la celebrazione di un loro fratello illustre.
Come pure è solo frutto di pregiudizio il fatto che si creda
che la realizzazione del presepe in classe o l’organizzazione di recite
scolastiche con la rievocazione della nascita di Gesù possa urtare od offendere
il credo o la sensibilità dei fedeli musulmani.
Al contrario
invece bisogna sottolineare cinque punti fondamentali per la fede islamica a
partire dai dati presenti nel Corano: Maria è considerata donna eletta da Dio
ed è onorata perché sempre vergine; Dio è lodato per la sua onnipotenza perché
ha fatto partorire una vergine senza intervento umano; Gesù, il figlio di
Maria, è dopo Maometto, il più grande profeta di tutti i tempi antichi; Maria e
Gesù ancora oggi sono molto venerati nel mondo islamico come figure di vera
obbedienza e sottomissione a Dio.
Nello stesso
Corano grande spazio è dato poi al racconto della nascita miracolosa di Gesù,
ispirata non ai vangeli canonici ma a quelli apocrifi, in particolare al
protovangelo di Giacomo. Il racconto del Natale di Gesù è descritto nella sura
19 detta “sura di Maria”, il cui nome deriva dal versetto 16 della stessa sura.
Maria è la donna
tramite la quale Allah ha voluto dare un segno particolare: “In verità o Maria
Allah ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del
mondo” (III, 42) e il segno è stato Gesù suo figlio, nato per volontà
dell'Altissimo, divina creazione nella generazione umana: “...un segno per le
genti e una misericordia da parte Nostra” (XIX, 21). Tutta la vicenda di Maria
è dolcemente contraddistinta dall'abbandono ad Allah e da una purezza delle
intenzioni che ne fa una figura angelicata;
Maometto disse che Maria, insieme a Fâtima, Khadîja e Asiya (la sposa di
Faraone che salvò Mosè dal Nilo) è una delle signore del Paradiso.
La festa del Natale dunque non può essere portata a pretesto
per fomentare uno scontro tra le religioni.
Anzi, più che muro potrebbe diventare un ponte per gettare le
basi di una pacifica convivenza civile nel rispetto e nella collaborazione tra
credenti di fedi diverse.
Ma credo che, al di sopra di questo livello interreligioso,
ci sia un altro livello su cui riflettere sul senso della celebrazione del
Natale di Gesù oggi.
Proprio guardando all’evento stesso di cui si fa memoria a
Natale.
La fede cristiana afferma che Gesù è il Logos, il Verbo di
Dio, che si fa carne, che si fa uomo: pur nella difficoltà di dire in parole e
concetti umani il mistero indicibile dell’eterno, qui si vuole dire che il
Logos, o se si vuole la Ratio, la divina sapienza, con cui il mondo è stato
creato e ordinato e che continua a reggere e dare fondamento a tutta la
creazione, proprio questo Logos si è fatto carne ed è venuto come uomo ad
abitare in mezzo a noi, come ci ricorda il Prologo del vangelo di Giovanni.
Proprio questa affermazione è capace di riconciliare, e
quindi essere fonte di pace, diverse istanze che a prima vista a qualcuno
potrebbero sembrare inconciliabili.
Giacché è lo stesso Logos, la stessa Ratio presente nella
creazione e nell’incarnazione, non ci dovrebbero essere contraddizioni o lotte
tra ragione e fede cristiana, tra scienza e fede, tra natura e grazia.
Una falsa concezione di secolarizzazione e di laicità ha
creduto e crede che queste realtà siano invece irriducibili e irriconducibili
al dialogo l’una con l’altra, quando invece si dovrebbe riconoscere che c’è
ragionevolezza nella fede cristiana e che ci sono le ragioni della fede che la
stessa ragione non comprende, per dirla con Pascal.
Se la fede senza ragione diventa integralismo, la stessa
ragione se non è purificata dalla fede diventa pure integralismo intollerante.
Il rifiuto del Logos come cifra che misura l’esistenza non è forse
all’origine della follia drammatica dei nostri giorni: ricordiamo che proprio
“il sonno della ragione genera i mostri”.
Anche chi non crede può, dunque, unirsi ai cristiani in
questa celebrazione del Logos/Ragione che è e deve essere a fondamento della
vita umana privata e sociale. A tal fine Joseph Ratzinger, come teologo prima e
come papa Benedetto XVI dopo, si è battuto per un dialogo col mondo
contemporaneo, invocando il recupero del Logos a livello etico, politico e
religioso.
Non invitò forse Benedetto a Ratisbona l’Islam a farsi
purificare dalla Ragione contro ogni integralismo?
Non invitò forse Benedetto al Parlamento tedesco a ricondurre
la politica nel solco della Ragione che solo può fondare una moralità per il
bene comune?
La celebrazione del Logos incarnato allora davvero può essere
fonte di pace.
“Gloria a Dio nelle altezze dei cieli e pace in terra agli
uomini destinatari della buona volontà, della buona disposizione di Dio nei
loro confronti!”
Così cantarono gli angeli al campo dei pastori.
Questo è il senso dell’incarnazione del Logos: l’annuncio e
il dono della pace per tutti gli uomini senza distinzione alcuna, perché tutti
oggetto della benevolenza di Dio.
L’augurio è dunque che ogni celebrazione del Natale di Gesù
sia un passo verso la pace e la fraternità, la giustizia e l’uguaglianza di tutti
nel mondo intero.
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