sabato 27 febbraio 2016

Il dovere di aggiornarsi

Permettetemi una riflessione ancora una volta sulla storia e sulla nostra incapacità tante volte di non saperla leggere fino in fondo e, soprattutto, sulla nostra incapacità di tenerne il passo. Non mi riferisco al volgare “stare al passo coi tempi” perché non è detto che questo sia sempre una virtù! Mi riferisco alla capacità di quello che Papa Giovanni XXIII chiamava “aggiornamento”: cioè di saper leggere i “segni dei tempi” per riuscire a cogliere al di là delle superficiali contraddizioni il lento cammino di maturazione e di crescita dell’umanità. Aggiornamento perciò significa capacità di non legarsi a schemi fissi, a pregiudizi, a ideologie che la storia stessa spesso ha rivelato erronee o quantomeno superate, e quindi capacità di aprirsi al nuovo, più che alle novità, con onestà intellettuale e senza trasformismi. Aggiornamento che deve prendere le mosse in ambito culturale da un fatto tanto semplice quanto a mio avviso tanto importante: dallo stare attento cioè ai progressi degli studi e delle ricerche delle varie discipline. Mi dà infatti sempre un senso di insofferenza  il riscontrare in tanti una sorta di apatia intellettuale, se non di pigrizia vera e propria, nel rimanere fermi alla quattro cosucce imparate quando si andava a scuola senza poi la minima preoccupazione di accrescere o rivedere criticamente il loro sapere. Esemplifico, chiedendo scusa se mi limito solo al mio ambito di conoscenza, con alcuni fatti riportati non certo per apologia! Già dai tempi del Concilio Vaticano II (e quindi da più di un trentennio) ci fu il reciproco annullamento delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli emesse con lo Scisma di Oriente, ma i libri di storia non ne parlano ancora! anni fa è stato firmato un documento storico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Luterana in cui si riconosce che la dottrina luterana della giustificazione è componibile con la fede della Chiesa con l’annullamento anche qui delle scomuniche reciproche, facendo seguito al riconoscimento della validità delle intuizioni della Riforma di Martin Lutero fatta da Giovanni Paolo II, ma a scuola si continua a insegnare come se la “lite” dogmatica tra cattolici, luterani e ortodossi continuasse e non fosse già finita. Con la revisione del processo di Galileo si è visto come la condanna che subì fu quella di dover recitare una volta alla settimana i sette salmi penitenziali e come alloggio cinque camere con vista sui giardini vaticani e con cameriere personale, tutto a spese della Santa Sede: altro che tortura e carcere! E se il rabbino capo di Roma al tempo del nazismo alla fine della guerra si convertì al cristianesimo e prese il nome di Eugenio in omaggio a quanto aveva fatto Papa Pio XII (Eugenio Pacelli) in favore degli ebrei, ha ancora senso dare più credito alle fantasie di un commediografo di parte sul silenzio della Chiesa per la Shoà? Aggiornamento in questo senso significa allora il permettere alla verità di farsi strada, di ricomporsi dagli strappi a cui spesso viene sottoposta, di venire fuori dalle costrizioni partigiane e dalle tirannia delle opinioni. Perché quando, ad esempio, a non aggiornarsi sono quei “professionisti” della cultura che dovrebbero essere gli insegnanti, il risultato a volte è tragico: infatti si corre il rischio di fornire agli studenti informazioni tendenziose se non addirittura false! Così facendo non si riesce certamente né a fare un buon servizio alla verità e né quindi a saper comprendere le vere ragioni della storia. “Pensare” la storia credo che invece oggi sia un dovere imprescindibile per quanti non si vogliono rassegnare a sentirsi quasi schiavi impotenti di avvenimenti che corrono il rischio di prenderci la mano: e questo un uomo che vuole essere all’altezza del suo ruolo nel mondo non se lo può permettere!


sabato 20 febbraio 2016

dare del tu al proprio computer?

Qualche tempo fa una mia ‘confessione’ su Dibattito è uscita riportando nel titolo un errore, stravolgendo il famoso detto: “timeo lectorem unius libri”. Un errore nato non da ignoranza (non sarò Cicerone ma, credetemi, almeno il latino della Messa lo conosco!!!) ma dalla fretta e da un eccesso di fiducia nelle facoltà del computer! Confesso infatti che se non ho l’urgenza della stampa del giornale non riesco mai a dare l’ultimo tocco all’articolo. Così poi in fretta mi affido al servizio di revisione e correzione automatica del computer che certo non conosce il latino o, meglio, ha imparato a riconoscere solo le parole che io altre volte ho usato e che ha memorizzato. Quando corregge perciò compie due scelte: o lascia la parola sottolineata in rosso, per indicare quello che secondo lui è un errore, oppure la cambia con un’altra che gli si avvicina e che secondo lui è la forma esatta. Per curiosità sono andato a rivedere l’origine dello sbaglio riscrivendo la frase al computer per seguire il modo come procedeva alla correzione. Vi confesso che la cosa mi ha in un certo senso coinvolto, e ho voluto vedere fino a che punto stiamo diventando interdipendenti noi e queste macchine sui generis! Così ho scoperto che il mio computer ha cambiato il ‘timeo’ in ‘temo’ (parola italiana più somigliante), il ‘lectorem’ in ‘lector’ (perché già usato altrove nel parlare del principio ermeneutico del ‘lector in fabula’ e quindi memorizzato) e ha lasciato ‘unius’ in rosso. Non ha segnalato affatto ‘libri’ perché l’avrà scambiato per il plurale italiano di libro. La mia fretta allora non mi ha fatto sentire il bisogno di dare una guardata alle parole sottolineate in rosso e così è venuto fuori l’errore! Mi scuso per la pedanteria della descrizione, ma è per far comprendere – specie a chi non ha familiarità col computer – la riflessione che ne è scaturita. Il mio errore infatti mi ha ricordato il tentativo di un gruppo di esegeti di far tradurre alcuni brani evangelici al computer per avere una traduzione quanto più neutrale possibile. Ebbene la frase di Gesù al Getsemani “lo spirito è forte ma la carne è debole” fu tradotta con “l’alcool è forte di gradi e la carne è tenera”!!! Che ne capisce un computer di allegorie, similitudini, doppi sensi e cose del genere? Ma ancora di più mi ha ricordato il film di Kieslowski sul I° Comandamento: “non avrai altro Dio all’infuori di me”. Lì un padre ha educato il figlio nel culto dell’intelligenza artificiale che è in grado di gestire tutta la vita domestica (ogni cosa nella loro casa è gestita dal computer) e che sogna essere in grado di gestire in un futuro tutti gli aspetti della vita dell’uomo. Ma la tragedia è dietro l’angolo: nonostante i calcoli del computer che indicavano lo spessore del ghiaccio tale da sopportare il peso di un uomo, il figlio muore proprio annegando nel fiume attraverso l’apertura di una crepa nel ghiaccio ‘sicuro’! La lezione credo sia chiara: la vita non dipende dal computer. Perché fin quando ci vada di mezzo un errore di scrittura o di traduzione tutto finisce con una risata, ma quando questi strumenti sono caricati di attese eccessive, specie quando ci si attende qualcosa che una macchina non può dare, qui cominciano i problemi! Ho letto infatti da qualche parte che aumenta sempre di più il numero delle persone che prendono a “botte” il proprio computer passando dall’insulto alla demolizione totale! Ma insieme cresce anche il numero di chi si rivolge sempre di più al proprio computer quasi con un ‘tu’ da dialogo amicale da ‘Io e lui’ alla Moravia! C’è da pensare che il computer stia diventando davvero il nostro alter ego o un’appendice della nostra personalità di cui non riusciamo più a fare a meno? Con il computer ormai abbiamo un rapporto in cui l’odio e l’amore si alternano e si mescolano in una specie di strano e nuovo sentimento in cui stavolta il destinatario non è una persona ma una macchina! Da quando ho comprato il computer ad esempio mi sono reso conto come tante volte non sia facile proprio capire chi dei due comandi sull’altro! Farne a meno? No, perché sono anche gli strumenti a fare un buon ‘mastro’ ci avverte la sapienza antica e certo non sono di quelli che demonizzano il progresso tout court. Dipende credo dal non riporre un’eccessiva fiducia in quello che appunto non è altro che uno strumento. Perché in fondo è una macchina e dimenticarlo è pericoloso! Quando si pensa che si possa sostituire alla nostra intelligenza, alla nostra attenzione e al nostro lavoro spuntano fuori i guai e allora le tirate di orecchie non se le merita lui ma ce le meritiamo noi!

sabato 13 febbraio 2016

Chi educa oggi?

Passavamo davanti ad una casa, due bambine di un quattro anni circa con in braccio ognuna una bambola giocano. Rallentiamo un po’ il passo perché ormai non è più facile incontrare scene del genere. Ma il sapore di quella scena serena dura poco. Una bambola scivola dalla mano di una bimba e cade sul gradino della porta, la vuole raccogliere ma l’altra la ferma: “aspetta facciamo un gioco” dice e io quasi mi fermo curioso. Nel frattempo l’altra bimba si mette accanto alla porta e finge di telefonare: “Pronto polizia? Si? Venite, c’è un maniaco che ha violentato una bimba. E poi le ha staccato le mani e poi i piedi e poi la testa e poi l’ha ridotta in piccoli pezzetti e poi ha pestato tutto coi piedi”. E questo detto con una naturalezza e con un tono disincantato come se stesse ordinando un gelato. Vi confesso che io e l’altro sacerdote che passeggiava con me ci siamo fermati allibiti e sconcertati. Che dire? Che pensare? Immagine dei tempi d’oggi, frutto di ciò che purtroppo si vede e si sente nelle nostre televisioni, evidenza di ciò che la cronaca nera ci riporta tutti i giorni… Ci domandiamo che esempi stiamo dando alle nuove generazioni. Ci interroghiamo sulla responsabilità educativa che ognuno per sua parte dovrebbe sentire. Chi educa oggi? Chi dovrebbe educare oggi? Educare: tra le altre cose significa formare ai valori. Ma nessuno oggi ci pensa. Lo stato laico non può imporre valori, si dice: ma è proprio sicuro che il contrario di uno stato “etico” sia uno stato amorale? La scuola non educa più i giovani né al rispetto reciproco, né a quello per gli insegnanti e comunque per gli adulti, né a tutti quei valori che costituiscono i fondamenti di una civiltà: gli insegnanti scaricano la responsabilità sui genitori che hanno abdicato al loro ruolo, e anche questo è vero. Ormai nessun padre osa dire al figlio che un gesto o un comportamento sono sbagliati. Umilmente devo riconoscere che anche nelle nostre parrocchie il tono si è abbassato di molto, per paura che i giovani scappino via o per un malinteso senso di benevolenza pastorale siamo pronti ad accettare o a subire anche comportamenti al limite dell’educazione e della morale. Che fare? Spesso ne abbiamo parlato e non vogliamo ripeterci né fare gli eterni catoni pronti più a censurare che ad indicare nuove strade. Un educatore tedesco dei primi del novecento diceva che l’educazione delle nuove generazioni è ogni volta come l’inculturazione dei barbari. I grandi devono accettare continuamente la sfida di inculturare, cioè inserire nel solco della tradizione e della civiltà ogni nuova generazione: perché ogni nuovo nato è un “barbaro” che deve essere educato alle regole del gioco civile. Forse ci siamo illusi che questo “incivilimento” avvenisse in modo automatico e senza bisogno di un intervento degli adulti che aiutasse a “razionalizzare e interiorizzare i comportamenti”. Abbiamo dato troppe cose per scontate: me ne accorgo quando do per scontato il fatto che alcune esperienze, solo perché le abbia vissute io le abbiano vissute anche gli altri, i miei alunni o i miei giovani. Poi però vedi che è impossibile parlare di Moro se a quei tempi nessuno di loro era nato e quindi loro la stella a cinque punte te la disegnano sulla lavagna come una decorazione natalizia. Lo stesso, è impossibile parlare del Papa Buono dando per scontato che ci si riferisca a Papa Giovanni se sono tutti sono i quindici anni. Perché il guaio non è della loro piccola età, è dato dal fatto che nessuno ha mai raccontato loro queste storie. Ugualmente nessuno ha mai detto loro come ci si comporta in società. Gli ebrei a Pasqua invece sono obbligati a raccontare ai figli la loro liberazione dall’Egitto: così è come se ogni generazione ripetesse quell’esperienza. Io credo che una strada per uscire dalla barbarie sia il recupero della memoria e della storia che ti fa sentire parte di un popolo e di una civiltà: altrimenti sarà la fine! Immaginate cosa significhi entrare in una classe a Scicli e scoprire che nessuno conosce S. Guglielmo o il perché di altre tradizioni religiose come quella del Venerabile a Pasqua. Ma domani si potrà pure dimenticare Hitler e i suoi efferati crimini, e allora cosa succederà? “Un popolo che dimentica la sua storia è condannato a riviverla” ha detto qualcuno. Mi auguro sinceramente che questo non avvenga.

sabato 6 febbraio 2016

Scambiare il cavallo per il cavaliere

A Modica gira un racconto: ‘Un modicano di campagna si recò per la prima volta al duomo di San Giorgio e al sacrista -  davanti alla sua statua del Santo cavaliere - mostrando grande interesse per il simulacro chiese al sacrista: “Bello davvero S.Giorgio! Ma quello sopra il cavallo chi è?”. Il campagnolo aveva riconosciuto il cavallo – questo rientrava nella sua esperienza – ma non aveva riconosciuto il santo che cavalcava il cavallo, perché - così si scusò – il santo non l’aveva mai incontrato prima! Il guaio non è stato la sua inesperienza in fatto di santi, quanto il voler leggere a partire dalla propria limitata esperienza un fatto più grande di lui col risultato di confondere il cavaliere col cavallo! Dove è stato lo sbaglio? Nel non confessare la propria ignoranza e così la sua stessa esperienza si è rivelata un pregiudizio, un fattore che cioè lo ha ingannato nell’accrescersi del suo processo conoscitivo dando luogo ad un errore. Risibile errore in questo caso. Solo che in tanti altri casi gli esiti dei pregiudizi danno luogo ad esiti drammatici. Mi veniva in mente questo aneddoto a proposito della preparazione della festa di San Giuseppe e della Cavalcata: c’è chi purtroppo ogni anno si ferma ai cavalli e non riesce ad andare al di là del cavallo! Fuor di metafora c’è chi crede che la Cavalcata sia una manifestazione equina (al massimo arriva alla sua dimensione folkloristica) ma non riesce a cogliere il suo aspetto fondamentale che è quello religioso. Come per la statua di San Giorgio, per bello che sia il cavallo quello che conta è il Santo che lo monta, così la cavalcata non ha ragione di esistere senza San Giuseppe e la rievocazione della fuga in Egitto! Chi vuole separare le due cose volendo fare la festa al solo cavallo di San Giorgio credo che abbia le idee confuse [ ma – detto per inciso - i miei cari lettori (e in questo caso i devoti di San Giuseppe ) non devono temere: finché il parroco sarò io la Festa e la Cavalcata saranno “di San Giuseppe”!].  Anche qui il guaio sta nella mancanza di una conoscenza esatta o in una conoscenza parziale ed errata che però rimane inconfessata ma che viene creduta esaustiva e quindi dà luogo ad una lettura preconcetta delle cose. Perché scrivo questo? Per raccontare anzitutto il modo con cui nascono le mie riflessioni.  Spesso infatti  mi viene chiesto il perché dei miei articoli, se scrivo perché ce l’abbia con qualche persona in particolare o se sono dettati da qualche episodio particolare. Voglio soddisfare la parte legittima della curiosità di chi mi ha fatto queste domande. Le mie confessioni nascono sempre da esperienze personali, questo però non vuol dire che “sic et simpliciter” siano trasposte nei miei scritti, né tantomeno che usi i miei articoli per attaccare indirettamente qualcuno. Mi sembra di aver dato ampiamente prova che quando voglio dire qualcosa a qualcuno so benissimo chiamarlo per nome e cognome. Ma non credo che il giornale o il blog debbano servire per combattere le mie battaglie. Se ho accettato l’invito a scrivere e ho deciso di collaborare attraverso lo strumento delle mie “confessioni” sul periodico “Dibattito” di Scicli è perché invece credo che forse a qualcuno le mie riflessioni sui più vari accadimenti possano interessare, dato che penso di non essere il solo a cercare di dare continuamente senso alle più varie esperienze che la vita ci propone, come d’altronde io sono grato a quanti, aprendomi il loro cuore e mettendomi a parte dei loro pensieri, mi consentono di usufruire della loro ricchezza spirituale per la mia crescita personale. Ritornando alla storia del cavallo di San Giorgio: il problema del pregiudizio è il tema della stupidità di cui abbiamo parlato la volta scorsa. Perché? Perché il problema – e se ne era accorto già Platone nella sua Apologia di Socrate – è che spesso chi è ignorante o ha una conoscenza parziale, invece di aprirsi ad una conoscenza più ampia, si chiude in una sorta di compiacimento autosufficiente e si crede invece già saggio e sapiente, ritenendo di non aver niente da imparare dagli altri, anzi la sua conoscenza parziale, se assolutizzata si rivela come un pregiudizio insanabile. Lo stupido di cui parlavo in qualche altro scritto precedente è di questo genere: avrebbe tutti gli strumenti di cui l’ha dotato madre natura per conoscere non superficialmente ma dal di dentro le cose (intelligenza, intelligere, non viene proprio da intus – leggere : leggere dentro?) ma non li usa o li usa male! E li usa male perché è viziato da pregiudizi insuperabili che gli fanno leggere in modo distorto la realtà. Un antico detto ammonisce “timeo lectorem  unius libri”: temo il lettore di un solo libro. Come dire, temo chi si è chiuso nelle proprie idee e vuole sentir suonare solo la propria campana. L’altro articolo si chiudeva con l’accenno al fatto che la stupidità si risolve da un lato con la responsabilità e dall’altro con la qualità della propria esistenza. Ebbene, qualità significa qui appunto la capacità di saper uscire dalla propria mediocrità, dalla propria ignoranza, aprendosi alla cultura, al confronto con le ragioni degli altri, all’intelligenza che non si fa abbagliare dagli specchietti per le allodole. Confesso che per me è sempre una gioia stimolante incontrare e parlare con persone di cultura che magari combattono in campi diversi e talora opposti al mio ma la cui intelligenza  ti permette un incontro vero con l’altro e una comune ricerca della verità, piuttosto che a volte sopportare la pena di gente vuota e insignificante che non sa andare al di là dei propri pregiudizi e del pettegolezzo e che pure dice di essere dalla tua parte e d’accordo con te! Per questo non amo i talk – show e rifiuto gli inviti a parteciparvi. Perché spesso sono solo una sfilata di gente che monologa e ognuna a partire dal proprio pregiudizio. Alla fine ognuna ritorna a casa così come era prima: e allora cosa ci ha guadagnato? La qualità della vita invece credo dipenda dalla propria onestà intellettuale con cui uno si mette alla ricerca della verità e della sapienza. Partendo però da un ammissione: il sapere di non sapere! Cioè il non credere di sapere tutto. Si può conoscere la propria arte eppure non essere sapienti! Proprio come Socrate: allora si arriverà alla “dotta ignoranza” di cui parlano mistici religiosi e laici. E credo che, in tempi in cui è facile scambiare il cavallo per il cavaliere, un po’ di saggezza e di intelligenza non guastino a nessuno!

sabato 30 gennaio 2016

Sulla stupidità

Confesso che più passa il tempo più debbo ricredermi sulla facilità dei rapporti umani. Certo, in gioventù si è portati a idealizzare i rapporti di amicizia o comunque più in generale ci si fa un punto d’onore nel voler fondare qualsiasi rapporto con l’altro, amico o nemico, simpatico o antipatico, su una base di schiettezza e di sincerità. Almeno questa è stata la mia scelta : di impostare i rapporti ad una onestà di fondo con  tutti, sforzandomi di credere che l’altro partisse pure da una scelta analoga. Purtroppo constato giorno dopo giorno che le persone che hanno il coraggio di dire realmente quello che pensano diminuiscono sempre di più. O per opportunismo o perché sopraffatti dai pregiudizi : in ogni caso il risultato è sempre quello : si pensa di fare un dialogo, in realtà si sta parlando davanti ad un sordo della peggiore specie, quello che non vuol sentire perché il discorso non gli conviene. E queste sono le esperienze più frustranti, perché davanti ad un avversario che ti attacca direttamente tu puoi opporre le tue ragioni, ma davanti a chi si chiude davanti a te in modo ottuso che fare ? Mi sono perciò ritrovato nel seguente passo di un grande teologo che diede fra l’altro prova di grande coraggio civile partecipando alla Resistenza contro Hitler e per questo condannato all’impiccagione Dietrich Bonhoeffer che in Resistenza e resa scrive :
“Per il bene, la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza...Ma contro la stupidità non abbiamo difese.
Qui non si può ottenere nulla, né con le proteste né con la forza ; le motivazioni non servono a niente.
Infatti ecco il principio su cui si fonda lo stupido, come scrive ancora Bohoeffer : ‘Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali semplicemente non si deve credere’ - in questi casi lo stupido diventa addirittura scettico - ‘e quando sia impossibile sfuggire ad essi, possono essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti.’
Nel far questo lo stupido...si sente completamente soddisfatto di sé ; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all’attacco. Che fare dunque ? ecco il consiglio del nostro teologo : E’ necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non tenteremo di persuadere con argomentazioni lo stupido : è una cosa senza senso e pericolosa. Se vogliamo trovare il modo di spuntarla con la stupidità, dobbiamo cercare di conoscerne l’essenza. Una cosa è certa, che si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto ma l’umanità di una persona. Ci sono uomini straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale che sono stupidi, e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto. Da che deriva dunque la stupidità ? Così continua il nostro : Ci accorgiamo con stupore in certe situazioni nelle quali si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito ma piuttosto che in determinate circostanze gli uomini...si lascino rendere tali. L’uomo rinuncia così ...ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che si presentano. Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua ... indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui personalmente ma con slogan, motti ecc. da cui egli è dominato.

Ecco allora il punto : lo stupido è l’uomo che ha rinunciato a pensare con la sua testa. E purtroppo - e come vorrei che il mio fosse un giudizio temerario - oggi di stupidi che hanno rinunciato a pensare in proprio e si sono fatti schiavizzare da mode e slogan e frasi fatte ce ne sono più di quanto si immagini. I miei lettori mi scuseranno questo atto di autocompiacimento : se c’è qualcosa che ha guidato nella mia vita le mie azioni è il credere veramente a quanto promesso dal Cristo : “La verità vi farà liberi”. E per me sempre la ricerca della verità, nella assunzione delle proprie responsabilità è quella che dà pienezza di senso alla propria umanità, costi quello che costi. Già, la responsabilità : il sentire che tu sei “responso habilis”, chiamato cioè a dare risposta, conto e ragione delle tue scelte davanti ad un Altro. Giustamente è stato detto che se non c’è Dio tutto è lecito, perché l’uomo non deve dare più conto delle proprie azioni a nessuno, specie quando la giustizia o la morale  umana non chiedono più conto di niente. E dai fatti recenti di cronaca ce ne stiamo accorgendo : si parla di ragazzi, persone, definite normali e poi si scoprono dei mostri : il fatto è che quello che a noi  sembra normalità è spesso stupidità.  Come uscirne ? Concordo ancora con Bonhoeffer : “La Bibbia, affermando che il timore di Dio è l’inizio della sapienza dice che la liberazione interiore dell’uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l’unica reale vittoria sulla stupidità.”  E ritornare al gusto “sapienziale” della vita significa riscoprirne i valori più profondi, a partire dall’opposto della stupidità che è l’interiorità. Ma di questo parleremo un'altra volta.

martedì 26 gennaio 2016

chiudere il cerchio

Il popolo dei navajos ha sviluppato una teoria esistenziale davvero sapienziale. Spesso tante esperienze di vita, relazioni, amicizie... rimangono come incompiute, frammentarie, quasi sospese... Col rischio di non riuscire a coglierne il senso profondo. Occorre allora saper chiudere il cerchio, o in modo attivo, o anche lasciando che il cerchio si chiuda... Chiudere il cerchio è un modo per dire che ogni esperienza deve arrivare al suo compimento, alla sua pienezza. Nell'ultimo anno sto scoprendo quanto questo sia vero... Compagni di scuola, vecchi amici ritrovati, compagni di strada reincontrati, tanto perdono, tanta riconciliazione, tanta pace, tanta serenità, tanta dolcezza... Occhi nuovi, sguardi rinnovati, cammini finalmente conclusi, sensi svelati... Sorpresa di vedere intorno a me tanto affetto, tanta tenerezza. Sono grato a Dio che mi sta educando con lo sguardo dei bimbi. Tanti cerchi si sono chiusi e si stanno chiudendo, ma non per chiudere il cammino. E la strada si apre, passo dopo passo... Grazie anche a voi, amici. Vi voglio bene. Tutti.

sabato 23 gennaio 2016

Elogio della lentezza

Ho una sveglia strana sul comodino: quando accendo di notte la sua lucina, impartisce un comando alle sue lancette imprimendo loro un moto antiorario. Così ad esempio se la prima volta accendo alle sei e controllo dopo un’ora, la seconda volta scopro che sono le cinque, cioè un’ora indietro invece delle ore sette come dovrebbe regolarmente segnare. Confesso che un paio di volte, quando ancora non avevo scoperto tale meccanismo (ché invece se non tocco il comando della lucina tutto funziona alla perfezione) ho quasi mancato gli appuntamenti fissati! Per questo, dopo aver scoperto l’inghippo, ho dovuto sciogliere un dilemma: o cambiare sveglia o convivere con questa sua peculiarità. E’ andata per la seconda ipotesi. Perché non mi attira tanto la curiosità della cosa (non sono proprio esperto di problemi di fisica e di meccanica) ma è perché mi ha  solleticato un po’ quella specie di  riflessioni a metà tra il filosofare e il semplice “oziare pensando” che ora voglio condividere con voi. Partiamo dal fatto: la mia sveglia mi riporta indietro nel tempo: certo lo fa per un difetto meccanico e non per darmi il piacere di farmi rimanere un po’ di più a letto, né perché ha coscienza di tutti i tentativi fatti di poter viaggiare avanti e indietro nel tempo (e speriamo che non sia manovrata neanche da un diavoletto in vena di scherzi). Eppure se io spegnendo la sveglia mi riaddormentassi convinto di aver ancora tanto tempo cosa succederebbe? Sarebbe un’ora di sonno perso o riguadagnato? Certo il risveglio mi riporterebbe alla dura realtà: ma allora il tempo che ho vissuto cosa è stato? E, ancora più in profondità: quando posso definire “mio” il tempo che vivo? Non si tratta di andare alla ricerca del tempo “perduto” o solo “passato”: Proust ha scritto già tanto in proposito  e credo che non si possa guardare al passato solo in vena di nostalgia o di rimpianti. Che il tempo scorra – e che noi scorriamo col tempo e nel tempo - è un dato di fatto. E che la vita poi abbia i suoi tempi – e tutti da vivere pienamente – ce lo ricorda il Qoelet: “un tempo per nascere, un tempo per morire, un tempo per ridere, un tempo per piangere…”  Quello che mi preoccupa oggi è una sorta di espropriazione del tempo di cui noi oggi siamo un po’ tutti vittime: o meglio, del senso stesso del tempo ( già il romanzo Momo aveva dato voce a questa preoccupazione). E parlando del tempo chiaramente mi riferisco non solo alla mera scansione di secondi, minuti ed ore e giorni e mesi ed anni… vissuto in questo modo il tempo non si riduce che ad una serie di scadenze, appuntamenti, impegni da rincorrere e da non mancare (vi ricordate del coniglio in perpetuo ritardo del Paese delle Meraviglie di?) in una continua e progressiva alienazione da se stessi. Mi riferisco al tempo nel senso in cui ne parlava S. Agostino, come misura delle emozioni e dei sentimenti del cuore. E’ in questo senso che si dice che ognuno ha i suoi tempi, i suoi ritmi, il suo modo di vivere anche questa dimensione della vita. Perché le emozioni non si possono bruciare, si devono vivere e gustare fino in fondo, centellinandole pian piano come un buon bicchiere di vino. Costretti a scappare da un impegno all’altro, da un luogo all’altro, sempre di fretta, spesso siamo obbligati quasi a non dare conto o sfogo alle nostre emozioni. E così non ci accorgiamo neanche di vivere. Mi hanno raccontato di un esploratore che per salire sulle Ande aveva assoldato due guide indigene pianificando i chilometri da percorrere ogni giorno. Per i primi giorni tutto va bene. Poi le due guide si accamparono e per due giorni non si vollero muovere. Interrogati risposero: “stavamo andando troppo in fretta e le nostre anime facevano fatica a seguirci! Abbiamo dovuto aspettarle!” In un tempo in cui il valore è dato dal “fast” (e non solo food) credo occorra un ritorno allo “slow”: c’è chi ha scritto in proposito un “elogio della lentezza” che condivido in pieno. Confesso che se c’è una cosa che mi fa arrabbiare è quando qualcuno mi mette fretta per cose che invece occorre fare con calma. Si dice: “non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”: e se lo riformulassimo in “non anticipare ad oggi quello che puoi fare ugualmente domani?”. E se recuperassimo il senso del riposo? Non è questa la motivazione anche della festa domenicale? E ancor più del riposo sabbatico per Israele? Occorre oggi recuperare la qualità della vita e quindi anche del tempo. Chi sarà il nuovo Giosuè che avrà il coraggio di ordinare “fermati, uomo?”       



sabato 16 gennaio 2016

LA MIA INTERVISTA SU FREETIME

                  

San Gaetano da Thiene diceva: "Sfidate la Provvidenza, lei vi schiaffeggerà con l’abbondanza". Padre Ignazio La China, parroco della Chiesa di San Giuseppe a Scicli ha sperimentato nei lunghi anni del suo sacerdozio, ventotto oramai, che è proprio vero. Anni del suo apostolato impiegati nel servizio di tre parrocchie povere (prima la Madonna della Scala a Noto, poi San Giuseppe Lavoratore in Zappulla a Modica, San Giuseppe a Scicli) in cui spesso non c’è neanche di che pagare la bolletta della luce. Specie in quest’ultima parrocchia, un tempo centro storico ma ora in parte abbandonata dai suoi abitanti e diventata il quartiere con il più alto numero di immigrati di Scicli, tra tunisini, albanesi e rumeni. Sempre sfidando la provvidenza dunque, confidando in essa che non lo ha mai deluso e che lo ha sempre ripagato proprio per via dei suoi grandi sacrifici, specie quando, di fronte alle crescenti situazioni di povertà ci si è dovuti attrezzare per far fronte alle nuove necessità, al servizio degli ultimi, degli umili, dei disagiati e degli sfortunati.
Ai bisogni materiali si è sopperiti con la convenzione col Banco Alimentare e creando un raccordo con le associazioni di volontariato cittadine (P. Ignazio è Assistente della Commissione Caritas cittadina e del Centro di Ascolto di ascolto cittadino) ma spesso il vero bisogno sono la solitudine e tante povertà spirituali: e da qui il suo duro impegno nel non mancare mai nell'arduo e spesso difficile compito di offrire una spalla su cui piangere, una mano di aiuto ed anche contributi concreti a chi ne ha di bisogno. Lo incontriamo accompagnati da una cara collega, Pinella Drago, che prima di introdurci a lui ci fa da cicerone lungo le viuzze e le strade che conducono nella sua parrocchia.
E’ reduce di una riunione preparatoria della “Cavalcata di San Giuseppe”. E’ stanco ma col sorriso di chi è soddisfatto per come sono andate le cose. E’ molto legato Padre Ignazio a questa  rappresentazione religiosa e soprattutto tiene molto al fatto che essa, nonostante l’inevitabile ed affascinante folklore di cui è intrisa, non perda la sua intima essenza. “E’ una festa ricca di suggestioni, lunga e dalla laboriosa preparazione delle straordinarie bardature dei cavalli, che coinvolge una intera città ma che non dobbiamo dimenticare – tiene ad evidenziare Padre Ignazio – possiede una imprescindibile dimensione sacra. La cavalcata di San Giuseppe è la Rievocazione della biblica Fuga in Egitto della Sacra Famiglia, narrata dagli Evangeli. ll coloratissimo corteo, con la Sacra Famiglia in testa, si snoda per le vie della città dove, in vari punti e quartieri sono accesi i pagghiara, falò attorno ai quali si raccoglie la gente del vicinato in attesa del passaggio della Sacra Famiglia. La tradizionale Cena, che come ogni anno, si svolge sul sagrato della Chiesa di San Giuseppe è una cena di beneficenza con l’offerta dei doni per i poveri. Tutto ciò rischia di diventare più coreografia che un modo per poi stare anche accanto al più povero e bisognoso.  Ogni anno, durante i preparativi della festa la questione nodale che mi trovo ad affrontare come una sorta di baluardo della sacralità  è sempre quella  di riuscire a far convivere, in un sano equilibrio, folklore e fede” . Per Padre Ignazio La China la Chiesa vicina ai più bisognosi ed agli ultimi non può abdicare al suo ruolo di madre caritatevole in nessuna occasione, sia essa festosa che di vita quotidiana. Sul solco di questo pensiero preponderante nasce, ci racconta con malcelato orgoglio ancora Padre La China, “Casa Valverde” ad opera della Fondazione San Corrado di cui lo stesso Padre Ignazio ne è presidente per volontà del Vescovo di Noto, Mons. Antonio Staglianò. Sulla scia di esperienze diocesane analoghe come ad esempio quella di Pachino denominata “Casa dopo di noi” dedita alla cura e all'ospitalità dei soggetti affetti da disabilità fisica che non hanno o avranno più il supporto dei genitori, o quella di Noto “Casa Tobia” sorta con l’intento di animare di integrare e recuperare ragazzi con handicap mentale o il cantiere educativo progettato insieme con la Scuola Media Maiore di Noto per l’integrazione della comunità dei “camminanti” fortemente presente nel territorio netino.
A Scicli padre Ignazio è stato il promotore, insieme con la Caritas Diocesana,  di “Casa Valverde” dove si sta sperimentando l’esperienza di “Housing first”: assicurare prima di ogni bisogno l’opportunità di una casa a quelle famiglie che versano in situazione economica per via della quale il mantenimento di una casa non permetterebbe loro di provvedere agli altri bisogni di prima necessità . Le stanze dell’ex convento cinquecentesco delle suore Mercedarie a Scicli, da sempre adibito ad orfanotrofio, sono state ristrutturate ed adibite ad appartamenti in grado di ospitare interi nuclei familiari. Debitamente attrezzati con camere  da letto, frigo, cucina, lavanderia, gli appartamenti, tre in tutto,  rappresentano una opportunità concreta di alloggi dignitosi. Una gemma pienamente incastonata nella struttura della Chiesa caritatevole di Papa Francesco e che ogni giorno è testimonianza viva di quanto piccoli gesti  possano farci sperimentare la Santità di  vivere  con Dio, insieme a Dio. “Dio – afferma Padre Ignazio - ci è accanto nella nostra vita a partire dal battesimo. Tendiamo a dimenticarlo. San Paolo chiamava Santi i suoi. Noi siamo già santi e dovremmo sperimentarlo pienamente nel nostro intimo e poi manifestarlo nelle nostre opere ma non sempre ne siamo capaci, -  continua ancora Padre Ignazio - e per farlo non occorrono gesta eclatanti ma solo tanta fede e concrete azioni quotidiane. Nino Baglieri, ad esempio, lo ha espresso”. Padre Ignazio cita non a caso Nino Baglieri. Egli infatti è stato nominato Giudice Delegato per la causa di beatificazione di Baglieri ed in questa qualità è impegnato a  raccogliere le testimonianze a supporto della causa di beatificazione.“Ciò che emerge dall’ascolto di tutti i testimoni – ci racconta ancora Padre Ignazio -  sembra quasi un ritornello: un soggetto  straordinario in quella che è stata l’ordinarietà della sua  esperienza.   Egli ha vissuto il suo dramma in comunione con Dio e attraverso un percorso che invece altri hanno vissuto in senso opposto e completamente diverso. Nino Baglieri cade da una impalcatura, resta paralizzato.  Altri che hanno vissuto analoga esperienza hanno pensato ad un Dio distratto, forse anche inesistente ma per lui invece  è stata l’occasione per scoprirlo questo Dio.   Se ci riflettiamo col senno di poi in un modo strano Dio ha scelto di entrare nella sua vita. Una vita vissuta pienamente come se la sua disabilità rappresentasse per lui un momento di forza piuttosto che un limite. Nino Baglieri ha mantenuto rapporti e vecchi amicizie, ne ha create tante altre con una semplicità di cuore sbalorditiva che è possibile percepire concretamente anche dai suoi innumerevoli scritti.  Nino Baglieri sentiva che Dio era presente nella sua  vita  e  non perdeva occasione per  esprimere la sua  gioia nell’averlo incontrato”.  Padre Ignazio ci racconta come tra tutti i seminaristi ed i preti della diocesi che frequentavano abitualmente la sua abitazione sia stato  l’unico a non averlo mai visitato pur avendolo più volte incontrato a Noto. Un paradosso che oggi egli legge come un disegno divino affinché possa svolgere con più imparzialità ed obiettività il suo ruolo  nella causa di beatificazione. L’insegnamento che si può trarre secondo Padre Ignazio dalla vita di Nino Baglieri è quello di saper fare della vita un dono. “Nino Baglieri – dice Padre Ignazio - sceglie di seguire il Cristo sulla Croce e alla fine diventerà egli stesso il Cristo sulla croce  per la sua sofferenza finale”. La nostra conversazione con Padre Ignazio prosegue nonostante l’ora tarda, affascinati da quest’uomo di Chiesa che si reputa un intellettuale sui generis. Uno studioso appassionato dei classici greci e latini, legge la Bibbia in ebraico e recita il breviario in latino per non perdere la ricchezza di sfumature che nelle traduzioni non si colgono più, ma che da prete marginale come ama definirsi sente forte la responsabilità di essere dal momento della ordinazione sacerdotale un alter Christus, nonostante i propri limiti. Dove prendere la forza? L’Eucaristia e poi la preghiera. Non tanto dire parole, quanto stare a guardarlo in silenzio, Lui nel tabernacolo e io in fondo alla chiesa, e mettergli davanti le persone che si amano e magari chi proprio non va giù… Inevitabilmente si parla della recente nomina ad arcivescovo di Palermo di Don Corrado Lorefice. Padre Ignazio ci esprime tutta la sua gioia per questa nomina. Con Mons. Lorefice sono coetanei, hanno fatto il  seminario insieme  e studiato insieme sia a Catania e che a Roma. Mons. Lorefice ha studiato morale.  Padre Ignazio  Diritto canonico.  “E’ sicuramente l’uomo che ci vuole oggi a capo di una Diocesi così importante per storia ed estensione. Al di là degli studi e della sua formazione ciò che ho ammirato sempre in don Corrado  é la sua calda umanità, ci dice.  E’ indispensabileper creare un solido  rapporto con chi crede ma anche con chi non crede. Questa caratteristica gli sarà utile per il tipo di lavoro che andrà a fare”. Padre Ignazio è uno di quei preti che hai grande difficoltà ad immaginare su un pulpito ad impartire vuote benedizioni e pronunciare roboanti discorsi. E’ immediato, sanguigno, vero. Con lui è possibile creare subito un contatto che in un non niente si trasforma in empatia ed eccoci già ad affrontare tematiche più profonde ed intime. Parliamo di gioie e sconfitte che caratterizzano il percorso di vita di ognuno di noi e a maggior ragione quelle di chi ha scelto di essere un pastore di anime: le sue.
“Avverto forte il senso della sconfitta – inizia a confidarsi Padre Ignazio - quando  non  riesco  a far comprendere  bene agli altri come il sacro  si deve incarnare sempre nella storia così come l’esperienza di fede. Ma proprio dalle sconfitte, da quelle più cocenti, ho imparato molto. Il Signore ha voluto che imparassi proprio da esse ed oggi ringrazio il Signore per questo dono immenso al punto che “prete”, secondo il concetto di servizio e di donazione completa agli altri,  sento di esserlo pienamente  dal  25° anno di ordinazione sacerdotale sia per  la maturità, l’esperienza, ma anche  la grazia immensa  che il Signore mi ha dato di raccogliere i frutti di quanto seminato. Frutti migliori raccolti lì dove non mi aspettavo nulla. Per me la gioia più bella è data da tutti coloro i quali oggi vivono a pieno la  parrocchia e partecipano a tutte le attività della comunità. Sono i ragazzi di un tempo, piccoli chierichetti allora,oggi uomini e padri di famiglia. Ho avuto la gioia e l’onore di accompagnarli nel loro cammino di fede e di crescita. Li ho cresimati, sposati, ho battezzato i loro figli ed oggi siamo sempre più comunità. Credo che sia questo il dono più grande per un prete. Vivere in sintonia con la propria comunità, accompagnarla nella crescita e mai mortificandone le diversità culturali e religiose che in una società sempre più multietnica come la nostra è ovvio ci siano. Sono un docente, ho insegnato all’Istituto   Magistrale di Scicli, all’istituto di teologia di Noto e ora insegno all’Istituto Teologico San Metodio di Siracusa. Sono incaricato diocesano per l’ecumenismo e dialogo. Ho anche la grazia di poter vivere a contatto con Ebrei, musulmani ed Ortodossi. Vivere una esperienza di Chiesa con  rappresentanti di diverse  religioni la giudico una delle esperienze più arricchenti tra quelle che il sacerdozio mi ha regalato. Mi commuove ancor oggi ad esempio  - prosegue Padre Ignazio - che il rappresentante della chiesa ortodossa  a Ragusa, oramai da oltre cinque anni qui (è arrivato giovanissimo diacono a 28 anni),  nonostante gli anni di frequentazione che contraddistinguono il nostro rapporto di amicizia e di stima  ad oggi  si rivolge a me  dandomi del Lei.  Lo fa in segno di grande stima “Dopo mio padre, tu e il vescovo Paolo Urso”, mi dice, e vi assicuro che quando si riesce a mettere in disparte le ideologie e si vive pienamente  il rapporto umano, l’esperienza  è fortemente arricchente”. E che l’esperienza di interreligiosità ed interculturalità sia un modo  attraverso il quale Padre Ignazio riesce a dare un volto pragmatico al suo concetto di Chiesa, lo si percepisce immediatamente. È come se per certi versi la comunità di San Giuseppe fosse più avanti rispetto le istituzioni stesse. Non appena si presenta un caso che gli assistenti sociali reputano più delicato o complesso non esitano a confrontarsi con Padre Ignazio. Spesso più che aiuti economici i casi necessitano sostegno morale, dialogo ed ascolto. Lo stesso che Padre Ignazio agevola e coltiva coi suoi parrocchiani. Le piccole dimensioni della parrocchia lo permettono. Non riunioni di gruppi per categoria che tendono sempre ad escludere qualcuno ma riunioni che coinvolgono tutta la comunità parrocchiale, dai giovani alle famiglie, insieme con assoluta semplicità magari anche condividendo un dolce preparato in casa. I giovani – ci dice Padre Ignazio – se li convochi per una riunione di catechesi ti snobbano ma se crei un pretesto per stare insieme a loro, essi  non fuggono. Tutt’altro. Ed è in quei momenti che puoi stargli veramente vicino, seguirli ed indicare loro il giusto cammino. Senza assurgere a maestro o censore ma essendo uno di loro. Un loro amico. Padre Ignazio è sui generis anche nella capacità di parlare ai giovani e diciamo anche nell’utilizzo degli strumenti tipici dei giovani e della società moderna. Alcuni nell’ambiente ecclesiastico demonizzano i social però per lui sono uno strumento di  dialogo e  di opportunità di incontro con chi magari per orgoglio o per pudore ha difficoltà a chiedere aiuto, l’aiuto di un prete. L’intervista a Padre Ignazio si prolunga, diventa un piacevole dialogo e confronto. Si continua a trattare argomenti di scottante attualità. L’ultimo, ci ripromettiamo, prima di salutarci: il sinodo sulla famiglia e il gran parlare che si è fatto sulle unioni gay.  “Non mi scandalizza  il fatto che due persone dello stesso sesso possano amarsi. La chiesa con il suo insegnamento si mostra critica verso tali  sentimenti solo nella  misura in cui li  si vogliono catalogare con definizione tipiche di istituzione secolari  come il sacramento del matrimonio che è una istituzione che nasce in relazione ad un uomo ed una donna ai fini della procreazione. Tutto ciò che esula da ciò non può rientrare nella definizione di matrimonio. Il problema non è dato dal fatto di due persone dello stesso sesso che si amano e stanno insieme. Poi bisogna sempre distinguere tra chi crede e chi non crede. La Chiesa ricorda che non l’orientamento ma l’esercizio dell’omosessualità è peccato. Ma mentre condanna il peccato accoglie sempre l’uomo peccatore. In coscienza ognuno poi davanti  al Signore – ci ricorda Padre Ignazio – risponde delle proprie scelte.  Il primato delle coscienze viene innanzitutto. Un figlio ha il diritto di avere un padre ed una madre, per questo non è corretto parlare di matrimonio tra gay. Ho diversi amici gay ma  nessuno di essi  mi ha mai manifestato questa loro voglia di sposarsi. Mi viene da pensare che spesso dietro questi argomenti così scottanti ci sia una lobby minoritaria che possiede strumenti e risorse economiche tali da influenzare le grandi scelte della società. Stiamo andando verso una società sempre più pluralista, in cui non hanno senso forti pregiudizi. Per chi crede, chiunque sia, l’importante è sempre voler fare un cammino di conversione e di fede. Mutuo quindi le parole di Papa Francesco “se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?» Una citazione con la quale Padre Ignazio si conceda da noi e ci lascia col  profondo convincimento che è davvero un prete sui generis.

sabato 9 gennaio 2016

I piccoli del Regno

Si è presentata il giorno della mia nomina chiedendo dove fosse il signor parroco e appena mi presentai mi diede il benvenuto e mi regalò una scatola di cioccolatini. Da quel momento quasi tutti i giorni la vedevo presentarsi in sacrestia ora con una brioche, ora con un mazzo di asparagi, ora magari con qualcosa di impensabile ma significativo ripetendomi la sua contentezza di vedere la chiesa di San Giuseppe aperta tutti i giorni. E in fondo alla chiesa si sedeva aspettando che io finissi di ricevere le altre persone per farsi poi avanti. La stanchezza di una vita che non le aveva dato niente più che la vecchiaia e la malattia le hanno fatto compiere velocemente il trapasso. Ammalata quasi non chiedeva niente, nemmeno aiuto e dall’ospedale si rifiutava di mandarmi a chiamare perché temeva di disturbarmi : quando sono arrivato nella sua stanza ha semplicemente sorriso, ma con un sorriso quasi di complicità. Molti non si sono neanche accorti dei suoi funerali in un’estate che rallenta non solo le attività fisiche ma anche quelle dello spirito.
Perché racconto questo ? Perché confesso che sono queste le esperienze che mi commuovono e che mi danno la spinta a fare il prete più di tutte le altre disquisizioni accademiche degli intellettuali di turno e dello stesso rapporto con chi ha la puzza sotto il naso e passa il tempo in chiacchiere, dietrologie e futurologie varie. Mi commuove la Messa celebrata con le quattro vecchine della mia parrocchia che mi hanno circondato fin dall’inizio con il loro affetto senza chiedersi il perché o il percome della mia nomina - per loro sono il parroco e questo basta per aprirmi il loro cuore - e che giornalmente mi danno lezioni di fede nel loro pregare semplice e silenzioso in chiesa, nei loro gesti umili ma pieni di una grande saggezza.
Ma lo stesso potrei dire in modo speculare dei bambini e del loro modo di porsi in modo spontaneo, in rapporti che superano a volte sicuramente per schiettezza gli stessi adulti. Specie nella capacità di andare al cuore delle cose. Mi fece impressione una volta il dialogo captato fra due bambini dopo che mi ero fermato un po’ con loro : “hai visto come è simpatico il nuovo parroco e come gli piace scherzare ?” domanda l’uno e l’altro : “Si, ma dovessi vedere come è serio quando celebra la Messa !”. Mi sono detto che se avevano intuito già queste cose avevano intuito tutto di un prete : la capacità di essere uomo di fraternità e insieme uomo di Dio.
Debbo a queste esperienze la possibilità di “rimanere coi piedi a terra” rifuggendo da astrattismi e idealizzazioni pericolose. E le lezioni che sto avendo nel girare casa per casa, nel rapporto semplice e spontaneo con le famiglie, riequilibra e concretizza le lezioni di pastorale fatte a scuola.
Non scrivo queste cose per parlare di me, per mettere me o il mio stile pastorale al centro dell’attenzione, ma solo perché scopro sempre di più la verità - e come non potrebbe esserlo - di quella benedizione con cui il Cristo ringrazia il Padre per aver nascosto i misteri del suo Regno ai sapienti e agli intelligenti ed averle rivelate invece ai piccoli.
E mi convinco sempre di più che la storia, quella vera non è quella dei potenti e dei giochi di potere, quella che si legge sui libri. E’ la storia dei piccoli, le cui vicende quotidiane di generosità e pazienza potrebbero essere raccontate con altrettanta importanza sui libri. Purtroppo invece spesso dei piccoli si narra solo la cronaca nera (passata per “vera” da qualche giornale).
E forse dai piccoli deve ripartire il nostro cammino per superare l’impasse in cui pare ci siamo impantanati senza più poterne uscire.
Se ne è accorto ultimamente uno storico della Chiesa quando non ha più voluto scrivere una storia della Chiesa che coincidesse con una storia del papato e che ha scritto perciò una “storia del popolo di Dio” in cui le vicende dei piccoli hanno altrettanto valore della storia dei dogmi. E spero che se ne accorgano anche non solo gli altri storici, ma anche quanti, nelle stanze alte del potere devono ricordarsi che questo ha la sola giustificazione nel servizio dei piccoli. E in questo politica e religioni possono e debbono camminare insieme.


mercoledì 6 gennaio 2016

Non vedere il male, non ascoltare il male, non dire il male.

Quando arrivò sugli schermi cinematografici L’esorcista, scandalizzò ma fece anche riflettere molte persone  negli anni settanta, anni in cui regnava ancora l’infatuazione delle magnifiche sorti progressive del mondo e in cui anche alcuni preti avevano smesso di parlare del diavolo (e di credere nella sua esistenza). L’interesse - se così si può chiamare -  riesplose col forte e coraggioso richiamo di Paolo VI sul fumo di Satana che continua ancora nel presente ad infiltrarsi nella Chiesa e nel mondo. Allora fu l’occasione di un vivace dibattito sia ecclesiale che mondano. Oggi invece il film quando viene dato in televisione passa sotto silenzio, se non fosse per la sua (scorretta) catalogazione nel genere “horror” che richiama qualche adolescente appassionato di brividi. E quando è stato riproposto al cinema non ci sono state più al botteghino le file e la ressa di un tempo. Peccato. Perché il film merita di essere visto, sia dal punto di vista prettamente cinematografico (è un’opera  “cult” che ha segnato la storia del cinema), sia perché non è la solita raccolta di ciarpame ma si fonda su un’opera ben documentata qual è il romanzo da cui è tratto. Qui infatti si tratta di un tema che è stato da sempre al centro del dibattito filosofico e teologico: cos’è il male ? E se Dio è Bene, da dove il male ? E il diavolo: solo un simbolo del male ? Non sembrino superate queste domande, in un  mondo che vuole “esorcizzare” non solo  i vari mali (guai a parlare oggi di dolore, sofferenza, malattia, morte) ma anche la stessa radice del male: non ci si domanda  spesso retoricamente “che male c’è ?” dando per scontata la risposta “No, non c’è niente di male” davanti  alla possibilità  di potersi  liberare da ogni vincolo morale ? Lewis, nelle sue Lettere di Berlicche  (consigli di un diavolo esperto al suo nipotino diavoletto) affermava che il punto di partenza per la buona riuscita di una tentazione fosse appunto il far credere che il male non esiste e così far abbassare la guardia al povero  tentato. Può sembrare strano che  mi sia spinto a parlare di un argomento così poco “festivo”. Ma il motivo c’è.

In questi giorni all'inizio del nuovo anno tutti ci auguriamo ogni bene. Ma il bene non è un qualcosa di scontato. E’ un dono prezioso. E’ una conquista, spesso da strappare con le unghie dalle grinfie del male e da difendere con la vita. E va cercato, come l’oro, e come l’oro deve essere separato da ciò che oro non è. Non è facile, però credo che la grandezza di un uomo si misuri sempre da questa attenzione nel riconoscere e saper separare il bene dal male. La sapienza biblica si riassume proprio in questa indicazione fondamentale : fa’ il bene, evita il male. Ma in ciò penso che qualunque autentica esperienza religiosa ed etica umana possa essere d’accordo.  Vorrei allora augurare ai miei amici lettori di poter avere la capacità - e oggi non è facile per nessuno - di sapersi sempre chiedere cosa sia il vero bene da quello che non lo è. Purtroppo tanti imbonitori oggi vorrebbero cambiare le carte in tavola : ma il male, in qualunque modo lo si presenti o si chiami finisce per ritorcersi sempre su chi lo ha scelto. Perché né nel bene né nel male c’è predestinazione : è sempre in gioco la libertà dell’uomo, fin dall’inizio, fin da Caino, quando Dio vedendolo covare rancore per il fratello Abele lo ammonisce “Il male è come una bestia feroce accovacciato alla tua porta : ma tu non lasciarlo entrare. Se tu vuoi, tu puoi dominarlo”. “Se tu vuoi , tu puoi” : quale messaggio migliore di libertà e di speranza per l’uomo ? Al di là di come si interpretino i rancori gli egoismi le lotte le guerre gli odi sono frutto del male. E all’inizio del nuovo anno dobbiamo ricordare che se l’uomo vuole può cambiare il corso della storia. Non possiamo e non dobbiamo soccombere al male. Un caro amico, italianizzando il soprannome della mia famiglia materna (“cacciariavili”, letteralmente “cacciadiavoli”) mi chiama bonariamente “l’esorcista” e io sto al gioco (confesso che mi piace), perché mi ricorda sia il mio ruolo ministeriale  e sia una grazia che il Signore mi ha fatto, quella che spesso le situazioni di male che mi trovo ad incontrare vengono subito a galla (anche se per far questo deve venire a galla anche la mia umanità peccatrice): grazia perché, venendo allo scoperto, il male può essere combattuto e vinto. Il mio augurio per l’anno nuovo è che un po’ esorcista lo sia ognuno, in questa capacità di non farsi sedurre dal male e di vincere il male con il bene. E’ questo il senso genuino della scultura delle tre scimmiette che Ghandi portava sempre con sé: non vedere il male, non ascoltare il male, non dire il male. Altro che l’immagine dell’omertà mafiosa: le tre scimmiette sono il programma di una vita spesa attivamente a costruire il bene, per noi e per gli altri ! Un anno di bene dunque a tutti !  

giovedì 31 dicembre 2015

anno nuovo vita nuova

Nel tempo che scorre l’uomo può attingere all’eternità di Dio e dalla sua bontà, sperimentata attraverso le cose buone che ha creato, arrivare alla benevolenza verso l’altro. D’altronde la parola “anno” in ebraico ha la stessa radice del numero due, inteso come dualità e ripetizione: è la ripetizione ciclica del tempo che però lungi dal far ripiegare l’uomo su se stesso lo invita sempre ad aprirsi all’altro: il due infatti è il Bet, la casa che ha sempre la porta aperta perché si deve essere pronti ad accogliere gli ospiti e ad uscire per soccorrere i bisognosi. L’anno che ritorna è perciò la possibilità sempre riofferta dell’inizio di una vita nuova. Al di là delle alchimie sulle parole e sui numeri credo però sia importante scoprire allora il vecchio detto “anno nuovo, vita nuova”. Credo infatti che - se inteso nel giusto modo - parlare di buoni propositi e di buone intenzioni non sia all’inizio dell’anno nuovo un gesto “spropositato”. Non perché all’inizio dell’anno nuovo abbiamo bisogno di oroscopi rassicuranti e di debiti scongiuri per esorcizzare la paura del nuovo, del futuro che vogliamo migliore (ma in cosa poi ?) a tutti i costi ! In questo senso anche fare e scambiare auguri sarebbe ancora un rito pagano! Non perché sia poco educato parlare di bontà ed essere buoni per capodanno, né perché “porti sfiga”, come vulgariter si dice, comportarsi altrimenti (e allora meglio premunirsi con i talismani d’occasione, mutande rosse in prima fila !).
Ma perché credo che l’uomo, ogni uomo, debba a se stesso la possibilità di una sempre ulteriore “chance”: non c’è fallimento da cui non si possa uscire, sconfitta da cui non ci si possa risollevare... e non per concessione di altri ma per il rispetto estremo che dobbiamo a noi stessi, e alla dignità e al valore della vita di cui siamo portatori e che per primi siamo chiamati a rispettare. L’uomo è un animale “simbolico”: ha bisogno di simboli per comunicare il proprio intimo e di eventi simbolici che lo stimolino a esprimersi per quello che è. L’inizio del nuovo anno ha appunto questa valenza simbolica: della nuova opportunità di vita che l’uomo da a se stesso e, per chi crede, che Dio prima ancora concede ad ognuno. Di ricominciare : non importa se da zero o da tre o da quattro : l’importante è ricominciare. Ecco perché penso che questa sia un’occasione da non banalizzare : ben vengano feste e brindisi, ma non tanto per scordarci il passato quanto per aprirci positivamente al futuro. E’ bello, per me credente, pensare all’inizio del nuovo anno ad un Dio che ti dice “non preoccuparti del passato : ecco ti è concessa una nuova occasione per fare quello che non hai fatto, per riparare quello che hai fatto male, per costruire qualcosa di nuovo”. Ma credo che sia bello per tutti, anche per chi non crede, sentire che all’inizio del nuovo anno ti venga data dall’Altro (e perciò dagli altri) un supplemento di fiducia. Mi ha fatto sempre impressione quella parabola in cui al contadino che vuole subito tagliare l’albero che non ha dato frutti il Signore del campo risponde : “no, lascialo ancora per un altro anno”. Ecco il punto : abbiamo bisogno di dare e ricevere fiducia. E forse l’inizio del nuovo anno è l’occasione per dirci scambievolmente “io ho fiducia in te” ! E forse le cose nel nuovo anno così andranno meglio ! Ingenuità la mia ? certamente ! Utopia, sogni ? certamente ? Dice però Leonardo Boff: “soltanto l’essere umano sogna nel sonno e nella veglia mondi nuovi, dove esistono rapporti più fraterni e un nuovo cielo e una nuova terra: le utopie non sono meccanismi di fuga facile dalle contraddizioni del presente. Esse appartengono alla stessa realtà dell’uomo come essere che continuamente progetta, disegna il futuro, vive di promesse e si alimenta di speranza. Sono le utopie che impediscono all’assurdo di impadronirsi della storia...”. Perché non sognare allora, all’inizio del nuovo anno, un mondo nuovo ? Perché non sognare con Paolo VI che volle proprio il 1° gennaio di ogni anno la celebrazione della giornata della Pace, proprio per pensare all’inizio del nuovo anno a quella civiltà dell’amore che tutti sogniamo ? L’Utopia, “l’isola-che-non-c’è”, la raggiunge solo chi ha il coraggio dell’avventura :  “Ti piacerebbe correre un’avventura?” Così Peter Pan domanda a Wendy, quell’eterno bambino che non sa resistere alle avventure! La unicità e la irripetibilità delle persone e delle situazioni, le incognite della storia, il mistero dell’uomo e quello ancora più insondabile di Dio -tutte cose che ci fanno scontrare con l’inutilità delle ricette e delle formule precostituite - sono tutte cose queste che ci spingono all’inizio del nuovo anno verso l’avventura (letteralmente appunto ad-ventura: verso le cose che stanno per venire)! E a Wendy che non sa volare, Peter Pan svela il segreto: per saper volare bisogna pensare cose stupende! E la cose stupenda è la bontà di cui ognuno è portatore per sé e per gli altri : e la bontà sa non solo sognare ma anche fare cose stupende ! BUON ANNO a tutti dunque verso l’isola-che-non-c’è, e non dimenticate l’indirizzo: “seconda strada a destra e poi diritto fino al mattino”!!!

sabato 26 dicembre 2015

Laicità o anticlericalismo?

L’Italia è il paese delle dietrologie (“chissà quali progetti politici ci stanno sotto - qualcuno si chiede, ad esempio, non appena i cattolici scendono in piazza, o – forse la ricostituzione del partito cattolico? Quanti voti stanno raccogliendo per le prossime elezioni?” ), è la nazione in cui non si riesce assolutamente ad uscire dal “particolare” e a pensare un po’ più in grande e al di là dei propri interessi , è la patria di un preteso laicismo che in realtà è solo sinonimo di anticlericalismo! Certe espressioni e certe prese di posizione ricordano l’atteggiamento massone e liberale che si respirava al tempo dell’unità d’Italia. In Italia la Chiesa fa comodo solo quando si allinea sulle posizioni degli altri “illuminati”, se invece si azzarda a rimanere fedele al suo mandato e canta “fuori dal coro” allora non ha più diritto di parola! Bella libertà e democrazia! Un esempio: in qualsiasi libreria della laica Francia si possono trovare Bibbie e le pubblicazioni delle editrici cattoliche; in Italia questo non avviene nemmeno per sogno: noi cattolici abbiamo dovuto creare le librerie “cattoliche” per poter vendere i nostri libri ( con le conseguenze economiche che si possono immaginare). Allora di quale laicità si parla? Di quale valori dell’Illuminismo cui molti si richiamano si discute? Peccato: spesso in tante situazioni si perde l’occasione di fare silenzio e, meglio ancora, di dare mostra di non essere schiavo dei propri pregiudizi. Perché si sbaglia sempre la domanda di fondo: non è detto che si debba essere  necessariamente “contro” qualcuno! Lo ha ribadito lo stesso Papa Giovanni Paolo II nella sua ultima giornata dei giovani a Roma, quando ha ricordato ai giovani che il secolo uscente ha visto tante altre adunate oceaniche: chiamati a raccolta per essere mandati contro qualcuno, seminando odi e rancori. Stavolta – ha detto il Papa – non è così: voi non siete mandati contro qualcuno, voi siete mandati “per” qualcuno, per il fratello, ogni fratello, che voi incontrerete sul vostro cammino, per creare un mondo di fraternità, una civiltà dell’amore. Il fuoco da accendere è ben diverso da quello dei nazionalismi, da ogni particolarismo che inevitabilmente sfocia in conflitti e guerre, è il fuoco dell’amore: citando Caterina da Siena (e chi può negare alla mistica la sua “passione civile”?) il Papa ha detto ai giovani “se avrete il coraggio di essere quello che dovete essere, brucerete il mondo”! Perché chi parla di libertà, fraternità e uguaglianza invece non è contento di questo?


sabato 19 dicembre 2015

La cavalcata di san Giuseppe: parliamone prima con calma. Ecco cosa scrivevo nel 2000. Cosa rimane e cosa è cambiato?

Confesso di essere stato il primo  a stupirmi del dibattito animato intorno alla Calvalcata. E non per il solito rumore che si fa intorno a questo evento, a volte attento solo a note marginali o negative, quanto invece per la positività con cui - a mio parere - una collettività intera si è interrogata in fondo sulle proprie origini e sulle proprie tradizioni. Che nei crocicchi delle strade, nei bar, nei circoli, nei servizi televisivi  si parli di cavalli e bardature, ci si interroghi se bisogna rimanere fermi al modo tradizionale di cucire ‘u balucu’ nei ‘manti’ o se bisogna aprirsi a nuove tecniche, se conta di più il cavallo o il manto, se la cavalcata è ‘un’infiorata su cavalli’ o se basta un mazzo di fiori e un filare di campane per bardare un cavallo, che ci si interroghi se è giusta una premiazione o no e in che termini vada concepita... io credo che sia altamente positivo. Perché al di là delle discussioni più o meno animate e delle conclusioni alle quali si approda,  credo che il confrontarsi su un qualcosa che viene sentito come un patrimonio comune da conservare, da tenere vivo, da tramandare alle nuove generazioni  non possa che fare bene ad una città che, come qualsiasi collettività, se non vuole perdere la propria identità, se vuole guardare in modo serio al futuro, non può prescindere dalla propria storia e alla propria cultura. Spesso purtroppo ci si ferma alle banalità quotidiane, tirando quasi a campare da un giorno all’altro, senza avere il coraggio di confrontarsi né con il proprio passato né di proiettarsi con intelligenza verso il futuro. Come pure spesso chi potrebbe avere un ruolo determinante in questo progetto di recupero della memoria e della cultura della nostra cittadina si fa distrarre da motivi forse più alla moda o che solleticano di più il gusto di qualche elité piuttosto che aiutare un ripensamento serio sulle proprie radici. E’ facile sparare a zero su certe manifestazioni come obsolete, come è facile ridurre tutto a puro folklore e attrazione turistica : ma il contatto con tante persone che in occasione della Cavalcata e della festa di San Giuseppe ha voluto condividere con me la propria idea, magari raccontandomi qualche aneddoto in proposito, mi ha dato modo di vedere come ancora nonostante tutto non solo resistono tradizioni, ma resiste quella bontà, quella genuinità di fondo che  fanno di una tradizione una ‘sana’ tradizione ! E sono le sane tradizioni che a volte ci aiutano a trovare o ritrovare il gusto della vita. Quando  si vedono i volti di tutti, sia dopo la Cavalcata come dopo tutta la festa - ma il pensiero corre parallelo alla festa del Cristo Risorto per cui si potrebbe ripetere pari pari quanto stiamo dicendo a proposito di Cavalcata - ritornare sereni a casa, quasi soddisfatti per aver fatto una cosa che proprio così andava fatta, allora uno comprende come abbia ragione quel grande studioso di religiosità naturale che fu Mircea Eliade, nel definire queste esperienze come quelle - e solo quelle - capaci di far aprire il profano al sacro e dal sacro dare senso al profano e alla quotidianità dei giorni, la cui monotonia deve essere rotta dall’esperienza della festa, l’unica capace di sublimare il dolore dell’uomo. Perché la festa è importante e fondamentale anzitutto per chi la celebra, per chi ne è protagonista, per chi vi si lascia coinvolgere. E non per gli spettatori o i turisti. Perché questi vedono solo l’esterno, il folklore, la curiosità, ma poi se ne vanno. La festa è di chi fa festa ! La gioia è di chi fa la Cavalcata o di chi si ‘carica’ il Cristo Risorto : anche se non ci fosse un solo spettatore o un solo turista. Per questo credo che non bisogna indulgere a nessuna tentazione che vuol far diventare la Cavalcata o la festa dell’Uomo Vivo uno spettacolo da osservare o un evento compreso in un pacchetto prepagato per agenzie turistiche. L’evento culturale - e che qui si fonde col religioso - è ben altro. Altrimenti trasformeremo le nostre feste in eventi freddi come purtroppo avviene da alcuni anni ad esempio a Modica per la ‘Madonna vasa vasa’ in cui la gente assiste passivamente ad una rappresentazione portata avanti da alcuni operatori pagati dal Comune, o per le altre feste in cui i parroci devono pagare i portatori dei fercoli delle statue ! Oppure arriveremo a organizzare Cavalcata e Pasqua ad agosto per avere più turisti !  Qualcuno mi dirà magari che mi sono fissato a ripetere sempre le solite cose : è vero, ma è perché ci credo profondamente. Perché penso che sia questo mio compito, anche come prete. Perché tutta l’esperienza di fede biblica si basa su una categoria : quella del memoriale : l’uomo che non ricorda, l’uomo che non ha memoria, l’uomo che non coltiva la memoria attraverso la tradizione, cioè la trasmissione della memoria di padre in figlio, è un uomo morto. No, anzi, non è mai esistito ! E confesso che la cosa mi preoccupa ! 

giovedì 17 dicembre 2015

Omelia apertura porta giubilare a Scicli

<<La fede è la religione dei peccatori che cominciano a purificare se stessi per Dio>>
Così scrive il Beato cardinale Newman in una sua riflessione sul vangelo e la fede.
E’, a mio parere, una definizione che va al cuore della nostra esperienza di fede e che è anche in grado di illuminare non solo il rito dell’apertura della porta santa, ma lo stesso anno giubilare che il santo Padre ha voluto con decisione, nel voler reindirizzare tutto il cammino della Chiesa verso l’incontro di grazia e di misericordia con Dio Padre, per mezzo del Cristo suo Figlio, nella forza dello Spirito santo.

Religione di peccatori: così afferma Newman.
La nostra è una storia di peccato.
<<Un tempo non era così; l’uomo fu creato giusto, e allora vedeva Dio; cadde, e perse l’immagine e la presenza di Dio. Come potrà riacquistare il suo privilegio? … Egli lo perse col peccato; lo deve quindi riguadagnare con la purezza …>>
così scrive ancora il Cardinale Newman.
La fede cristiana niente altro è che lo scoprirsi peccatori e sentirsi orfani di Dio, scoprire ciò che il peccato ha provocato: la rottura della relazione e di comunione tra l’anima e colui che l’ha fatta.
A causa del peccato noi possiamo parlare alle sue creature, ma non possiamo parlare con lui.
La fede cristiana nasce dunque come consapevolezza di un ritorno, di un reindirizzamento della propria esistenza  verso il Dio Creatore e Signore di ogni cosa, come ci ha ammonito oggi Isaia:
Poiché così dice il Signore,
che ha creato i cieli,
egli, il Dio che ha plasmato
e fatto la terra e l’ha resa stabile,
non l’ha creata vuota,
ma l’ha plasmata perché fosse abitata:
«Io sono il Signore, non ce n’è altri.
Volgetevi a me e sarete salvi,
voi tutti confini della terra,
perché io sono Dio, non ce n’è altri.

Ma se la fede cristiana è esperienza del peccato, è ancor di più esperienza di perdono e di salvezza:
fede è religione di salvati
il peccatore, se lo vuole, può sperimentare che il Creatore è anche il Salvatore, colui che libera e riscatta dal peccato e dalla colpa. Il Dio giusto è colui che giustifica, cioè colui che giudica il peccato e salva il peccatore, come ancora ci ha ricordato Isaia:
Lo giuro su me stesso,
dalla mia bocca esce la giustizia,
una parola che non torna indietro:
Si dirà: «Solo nel Signore
si trovano giustizia e potenza!».
Dal Signore otterrà giustizia e gloria
tutta la stirpe d’Israele.

Ma come salva il Signore? Come giudica? Come rimette i peccati e le colpe?
<<Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. >>  così inizia la prima lettera di Pietro.
La fede cristiana dunque si caratterizza proprio in questo suo specifico: essere l’esperienza di chi sa che la salvezza ci è donata da Dio per mezzo di Cristo suo Figlio.

Noi crediamo che, sì, davvero, hanno stillato, i cieli, dall’alto
e le nubi hanno fatto piovere la giustizia;

che, sì, davvero si è aperta la terra e ha prodotto la salvezza
ed è germogliata insieme la giustizia.

Sì, il Signore, ha creato tutto questo.

Verità germoglierà dalla terra:
Cristo, il Germoglio;

giustizia si affaccerà dal cielo: Cristo, il Frutto;

Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
In Cristo giustizia e pace.
Cristo, il Giusto. L’unico Giusto.
Cristo il salvatore, come cantano gli angeli a Betlem:
«Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.

Si, oggi noi non abbiamo più bisogno di aspettare altri salvatori:
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».

Noi confessiamo il Cristo come il veniente: colui che è venuto, verrà e sempre viene a salvare.

Alla gente smarrita, oggi come ieri, in cerca di salvatori e salvezze, noi diamo il lieto annuncio, noi evangelizziamo la venuta del Salvatore e l’inaugurazione dell’anno di grazia del Signore:
«Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». 

Il solo Salvatore.
Lo annuncerà in modo franco San Pietro, il giorno di Pentecoste, a Gerusalemme:
<<In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».

E questa salvezza è dono gratuito, grazia:
<<Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati>> così ricorda Paolo agli Efesini.

E’ Cristo, infatti la giustizia di Dio
Scrive papa Benedetto in un suo messaggio quaresimale: <<L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, … si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).
Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14).
In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante>>.
Ma se l’uomo è stato giustificato in Cristo, quale è questo cammino di purificazione che l’uomo deve compiere, di cui parla il Cardinale Newman?
Non sono opere frutto di volontarismo umano e protagonismo narcisista, quanto invece un aprirsi alla grazia della salvezza attraverso la conversione e il coinvolgimento nella stessa opera salvifica della croce attraverso i sacramenti.
Ecco allora il senso del Giubileo:
anzitutto un cammino di conversione: esso mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.
E poi un modo, attraverso le indulgenze e le opere penitenziali, un modo per immergersi nella grande ricchezza della giustizia divina, con umiltà:
giacché - aggiunge ancora papa Benedetto - <<occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare>>.
Solo da questa esperienza della giustizia più grande, dell’amore, che poi si riesce a comprendere il dono di se stessi, nell’amore del Cristo, ai fratelli e al prossimo.
<<Non c’è amore più grande che dare la vita per i fratelli>>.
Senza questo orizzonte di fede le stesse opere di misericordia e gli atti di carità che siamo chiamati a porre come segno della vita nuova in Cristo, si riducono a meri gesti di filantropia.
Accogliamo dunque oggi l’appello alla conversione che ci viene da Dio tramite la Chiesa:
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Cari fratelli e care sorelle,
quest’anno santo celebreremo in modo speciale la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo giubilare sia per ognuno di noi tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia e a rivelare il cuore misericordioso del Padre.
A lui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.


mercoledì 16 dicembre 2015

L'asino, il bue... e la nuova creazione

Alluvioni e disboscamento, sconvolgimenti climatici … C’è di che parlare, anzi se parla già molto. Forse troppo. E come al solito tanti parlano per tirare le ragioni dalla propria parte. Io direi che anzitutto c’è di che pensare. Perché molti riducono il tutto ad un problema “tecnico”: quasi fosse solo un problema di migliore organizzazione, di protocolli di comportamento da definire. E con buona pace di tutti – per me - non è nemmeno politico ( se non per qualche suo aspetto). Prima ancora io direi che è un problema culturale e – per chi crede – un problema teologico. Ma non in senso riduttivo (come una lettura fondamentalista della Bibbia potrebbe indurre a credere) , falsamente apocalittico, per cui la rovina del creato sarebbe l’indizio della prossima fine del mondo, ma secondo una vera lettura del testo biblico in cui i dati dell’Apocalisse (ma anche alcuni significativi testi paolini) riprendono le idee della Genesi e di tutta la tradizione biblica. Tradizione che si potrebbe sintetizzare nella seguente affermazione: pur avendo in sé anche una radice ontologica diversa, l’uomo condivide il suo essere “animale” (nel senso etimologico di possessore del “respiro della vita”) con tutte le altre creature, e per il suo essere fatto di polvere del suolo condivide poi la stessa finitudine di tutta la materia del creato. Per questo c’è una solidarietà tra l’uomo, gli animali e il creato più stretta (e quindi più vincolante) di quanto si possa immaginare a prima vista. Per questo un salmo può affermare “uomini e bestie tu salvi, Signore”. Anzi il destino della salvezza per Paolo si estenderà a tutta la creazione che per ora geme e soffre “le doglie del parto” finché “Dio sarà tutto in ogni cosa del creato”. Il ruolo dell’uomo allora qui non è certo quello di un dominio (che si è in pratica tradotto in sfruttamento irrazionale del creato) ma di una salvaguardia “attiva” che conduce pian piano il creato tutto verso la consapevolezza piena (la “noosfera” di Theilard De Chardin) della sua finalità teo-logica. Perché il “paradiso” non sarà il luogo della beatitudine solo delle anime (ahi! Dante, quanti danni hai fatto!): sarà la “nuova creazione”, cioè l’universo interamente rinnovato e giunto alla pienezza per cui era stato creato. Il racconto del primo capitolo della Genesi ci mostra un principio che è anche la descrizione della meta finale. Ecco perché la Bibbia ci parla non solo di immortalità dell’anima (ahi! Benedetta filosofia greca infiltrata nella teologia, anche tu quanti danni hai fatto!) ma ci parla di resurrezione dei corpi: il che già a dirsi è radicalmente diverso!
Confesso che il tema del creato è, anche per un prete, un tema difficile da affrontare senza aver prima superato tanti pregiudizi, primo fra tutti un “antropocentrismo” sbagliato che ci fa sentire al centro del mondo e isolati dominatori dell’universo. Non è un problema di ecologia o ambientalismo o animalismo, né si può risolvere il tutto dell’unico destino dell’uomo e del creato facendolo discendere dalle scimmie. E’ il problema di reimpostare un nuovo rapporto con tutta la creazione, a partire dagli animali. La Bibbia testimonia episodi quale quello dell’asina di Balaam capace di vedere l’angelo del Signore e di rimproverare il profeta che invece non l’aveva visto (bellissima la meditazione di Paolo de Benedetti in proposito). E gli animali a Ninive faranno anch’essi penitenza per la predicazione di Giona. Ma anche la tradizione – e ci fermiamo a Scicli – ci parla dei buoi che tiravano il carro col feretro di San Guglielmo che decidono la chiesa dove deve essere seppellito, o dei buoi che a Jungi si inginocchiano indicando il luogo dove era stata sepolta la pisside con il Santissimo Sacramento rubata a Santa Maria La Nova. Per non parlare del Francesco che predica agli uccelli e parla col lupo. E se non fossero solo fioretti?
E’ questa la domanda che mi sto portando dentro in questi giorni: “e se la storia della mucca pazza ci dovesse costringere non solo a cambiare abitudini alimentari ma il nostro stesso rapporto con gli animali? E se il buco dell’ozono ci dovesse costringere non solo a trovare fonti non inquinanti ma a ritornare a trovare nei cieli anche la sede di Dio?”
Allora forse l’asino e il bue, la stella e gli angeli del presepe quest’anno ci diranno qualcosa di più. E forse diventeremo non soli più buoni.

Buon Natale.

lunedì 14 dicembre 2015

Natale festa della pace


Il tema  può sembrare a prima vista o banalmente scontato o sottilmente provocatorio.
Scontato, giacché per chi è cristiano è ovvio che l’incarnazione del Verbo e la sua Nascita, così come tutta la sua storia di salvezza culminata nella morte e risurrezione di Cristo, è l’evento da cui è scaturita e può ancora scaturire una esperienza di pacificazione ai vari livelli di relazione umana (con Dio, con gli altri uomini, con tutto il creato).
Provocatorio, perché – specie per chi non crede affatto o è seguace di qualche altra religione – il nesso tra nascita di Gesù Cristo, e quindi dell’affermarsi dell’esperienza cristiana, con la pace non sembra così consequenziale. Anzi, addirittura proprio per stare in pace, specie nel rapporto con altre istanze religiose, qualcuno ad esempio ha proposto di non celebrare più il Natale o di non porre i segni della memoria natalizia di Gesù nei luoghi pubblici. In questo senso sembrerebbe che proprio il Natale sia alla base di litigi e contese. Ma è davvero così?
Per sgombrare il campo da ogni equivoco, chiariamo anzitutto come la memoria del Natale, e quindi del suo rimando alla persona di Gesù di Nazaret, solo da chi pensa in modo ignorantemente acritico e superficiale può essere erroneamente intesa in modo offensivo nei riguardi delle altre due fedi dichiaratamente monoteiste.
L’ebraismo ufficiale ed ortodosso ha da tempo superato e sue preclusioni nei riguardi di Gesù, considerato oggi in tutta la sua ebraicità come un grande ed illustre Rabbi, anzi, ci sono studi in cui è in piena riconsiderazione e rivalutazione il suo rapporto con Dio e la sua “messianicità”, seppur in senso lato: in questo senso certo non dispiace agli ebrei la celebrazione di un loro fratello illustre.
Come pure è solo frutto di pregiudizio il fatto che si creda che la realizzazione del presepe in classe o l’organizzazione di recite scolastiche con la rievocazione della nascita di Gesù possa urtare od offendere il credo o la sensibilità dei fedeli musulmani.
Al contrario invece bisogna sottolineare cinque punti fondamentali per la fede islamica a partire dai dati presenti nel Corano: Maria è considerata donna eletta da Dio ed è onorata perché sempre vergine; Dio è lodato per la sua onnipotenza perché ha fatto partorire una vergine senza intervento umano; Gesù, il figlio di Maria, è dopo Maometto, il più grande profeta di tutti i tempi antichi; Maria e Gesù ancora oggi sono molto venerati nel mondo islamico come figure di vera obbedienza e sottomissione a Dio.
Nello stesso Corano grande spazio è dato poi al racconto della nascita miracolosa di Gesù, ispirata non ai vangeli canonici ma a quelli apocrifi, in particolare al protovangelo di Giacomo. Il racconto del Natale di Gesù è descritto nella sura 19 detta “sura di Maria”, il cui nome deriva dal versetto 16 della stessa sura.
Maria è la donna tramite la quale Allah ha voluto dare un segno particolare: “In verità o Maria Allah ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del mondo” (III, 42) e il segno è stato Gesù suo figlio, nato per volontà dell'Altissimo, divina creazione nella generazione umana: “...un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra” (XIX, 21). Tutta la vicenda di Maria è dolcemente contraddistinta dall'abbandono ad Allah e da una purezza delle intenzioni che ne fa una figura angelicata;  Maometto disse che Maria, insieme a Fâtima, Khadîja e Asiya (la sposa di Faraone che salvò Mosè dal Nilo) è una delle signore del Paradiso.
La festa del Natale dunque non può essere portata a pretesto per fomentare uno scontro tra le religioni.
Anzi, più che muro potrebbe diventare un ponte per gettare le basi di una pacifica convivenza civile nel rispetto e nella collaborazione tra credenti di fedi diverse.
Ma credo che, al di sopra di questo livello interreligioso, ci sia un altro livello su cui riflettere sul senso della celebrazione del Natale di Gesù oggi.
Proprio guardando all’evento stesso di cui si fa memoria a Natale.
La fede cristiana afferma che Gesù è il Logos, il Verbo di Dio, che si fa carne, che si fa uomo: pur nella difficoltà di dire in parole e concetti umani il mistero indicibile dell’eterno, qui si vuole dire che il Logos, o se si vuole la Ratio, la divina sapienza, con cui il mondo è stato creato e ordinato e che continua a reggere e dare fondamento a tutta la creazione, proprio questo Logos si è fatto carne ed è venuto come uomo ad abitare in mezzo a noi, come ci ricorda il Prologo del vangelo di Giovanni.
Proprio questa affermazione è capace di riconciliare, e quindi essere fonte di pace, diverse istanze che a prima vista a qualcuno potrebbero sembrare inconciliabili.
Giacché è lo stesso Logos, la stessa Ratio presente nella creazione e nell’incarnazione, non ci dovrebbero essere contraddizioni o lotte tra ragione e fede cristiana, tra scienza e fede, tra natura e grazia.
Una falsa concezione di secolarizzazione e di laicità ha creduto e crede che queste realtà siano invece irriducibili e irriconducibili al dialogo l’una con l’altra, quando invece si dovrebbe riconoscere che c’è ragionevolezza nella fede cristiana e che ci sono le ragioni della fede che la stessa ragione non comprende, per dirla con Pascal.
Se la fede senza ragione diventa integralismo, la stessa ragione se non è purificata dalla fede diventa pure integralismo intollerante.
Il rifiuto del Logos come cifra che misura l’esistenza non è forse all’origine della follia drammatica dei nostri giorni: ricordiamo che proprio “il sonno della ragione genera i mostri”.
Anche chi non crede può, dunque, unirsi ai cristiani in questa celebrazione del Logos/Ragione che è e deve essere a fondamento della vita umana privata e sociale. A tal fine Joseph Ratzinger, come teologo prima e come papa Benedetto XVI dopo, si è battuto per un dialogo col mondo contemporaneo, invocando il recupero del Logos a livello etico, politico e religioso.
Non invitò forse Benedetto a Ratisbona l’Islam a farsi purificare dalla Ragione contro ogni integralismo?
Non invitò forse Benedetto al Parlamento tedesco a ricondurre la politica nel solco della Ragione che solo può fondare una moralità per il bene comune?
La celebrazione del Logos incarnato allora davvero può essere fonte di pace.
“Gloria a Dio nelle altezze dei cieli e pace in terra agli uomini destinatari della buona volontà, della buona disposizione di Dio nei loro confronti!” 
Così cantarono gli angeli al campo dei pastori.
Questo è il senso dell’incarnazione del Logos: l’annuncio e il dono della pace per tutti gli uomini senza distinzione alcuna, perché tutti oggetto della benevolenza di Dio.

L’augurio è dunque che ogni celebrazione del Natale di Gesù sia un passo verso la pace e la fraternità, la giustizia e l’uguaglianza di tutti nel mondo intero.

RADICATI E COSTRUITI IN CRISTO - Le scelte pastorali di una Chiesa locale nell’orizzonte del cammino sinodale delle Chiese in Italia

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